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Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )

Lotta Continua 12 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – Terza puntata – chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

 

Con questo pezzo, siamo alla terza puntata del nostro rapporto. Le prime due sono uscite sul n. 18 e 19. Proseguiamo in questo lavoro perché lo riteniamo fondamentale per molti motivi.

1. Rompere il silenzio complice di chi sa e potrebbe sapere ma preferisce tacere per paura e per opportunismo

2. Fare nomi e cognomi, denunciare pubblicamente ai proletari i sicari di stato e i loro mandanti, è un modo per uscire dal generico e vago antifascismo che se la prende con i concetti, ma lascia liberi gli sgherri di muoversi a loro piacimento.

3. Permettere già da oggi e in futuro, a tutti i proletari, di impadronirsi di strumenti più precisi di giustizia proletaria

Nel maggio del ’64 il generale comandante di una regione militare dell’Italia settentrionale, molto vicino all’allora presidente della Repubblica, confidò ad un suo pari grado che Antonio Segni, in occasione di un colloquio riservato svoltosi alcuni giorni prima, gli era apparso «stranamente preoccupato e in preda a viva agitazione» e che, ad una sua richiesta di chiarimenti, aveva accennato in modo vago ad «una situazione dell’ordine pubblico che andava precipitando»; poiché il clima politico-sociale del paese era in quel momento tutt’altro che agitato, egli ne aveva tratto indicazioni pessimistiche sulle facoltà mentali della massima autorità dello stato.

Se avesse potuto assistere ad uno degli incontri, frequentissimi in quel periodo, tra Antonio Segni e il capo del S.I.F.A.R:, .generale Giovanni De Lorenzo, avrebbe probabilmente appreso qualcosa di interessante sull’origine delle paranoie presidenziali. E forse, discutendo un po’ a fondo del collega De Lorenzo con il generale Giacomo Carboni, ex capo del S.I.M. – che lo aveva definito nel corso di un colloquio con il giornalista francese Alain Guèrin, «un mediocre generale e un ottimo agente della C.I.A.» – , si sarebbe schiarite del tutto le idee.

Il colpo di stato in Grecia

IN UNO STATO MODERNO DOVE I SERVIZI DI SICUREZZA RAGGIUNGONO IL MASSIMO LIVELLO DI REPERIMENTO CAPILLARE E DI CENTRALIZZAZIONE DEI DATI E DOVE L’USO DEI COMPUTERS ESCLUDE PROGRESSIVAMENTE IL FABBISOGNO DI PERSONALE, IL NUMERO DI COLORO CHE VENGONO DELEGATI COME CONTROLLORI DI UN DETERMINATO ASSETTO SOCIALE, I COSIDDETTI «OCCHI DEL POTERE», E’ ASSAI LIMITATO.

Per organizzare il colpo di stato in Grecia la C.I.A. si è servita di pochi elementi fidati, inseriti nei posti chiave della burocrazia, della magistratura, della polizia, dell’esercito e in particolare del K.Y.P. (Kratikè Yperesia Pleforion), il servizio segreto.  Compito di questi ultimi era soprattutto quello di redigere, ad uso delle massime autorità civili e militari, dei falsi rapporti informativi sulla situazione interna nei quali venivano denunciati,in termini drammatici, complotti comunisti in fase di avanzata preparazione. Makarèzos, ad esempio, s’inventò una presunta, imminente, invasione armata ai confini nord della Grecia da parte di 60 mila profughi che dopo la guerra civile si erano rifugiati nell’URSS e negli altri paesi dell’Est europeo; Pattakòs, in almeno due occasioni, relazionò dettagliatamente re Costantino sull’esistenza di fantomatici attentatori e una volta, per rendere più attendibile la cosa, gliene presentò uno in catene e reo confesso. Che poi l’aspirante regicida, sedicente comunista, fosse in realtà un individuo dai collaudati trascorsi fascisti il tremebondo monarca lo venne a sapere soltanto dall’esilio. Ancora più clamorosa fu la montatura del cosiddetto «piano Aspida», attribuito dal K.Y.P. ad Andrea Papandreu; i 28 ufficiali accusati di aver organizzato una congiura anti-monarchica – la loro epurazione serviva ad eliminare dalle forze armate gli elementi costituzionalisti – furono assolti dopo un pubblico processo in cui l’avvocato difensore ridicolizzò le «prove» raccolte dai servizi segreti. Quest’ultimo, Nikiforos Mandilaras, alcuni giorni dopo il colpo di stato fascista dell’aprile 1967, fu ripescato nelle acque del Pireo con una pietra al collo.

C. Plevris, l’uomo greco della strage di stato

E’ sintomatico che uno degli agenti della C.I.A. che contribuirono ad inventare il «piano Aspide» sia proprio quel Costantino Plevris che nella Pasqua del ’68 s’incontrò ad Atene con i fascisti italiani e che il suo fiduciario italiano, il presidente di «Ordine Nuovo» Pino Rauti, sia l’autore, sotto lo pseudonimo di Flavio Messala, del libello «Le mani rosse sulle F.F.A.A.», scritte in collaborazione con il generale Aloia e in cui si denuncia la «drammatica infiltrazione comunista nell’esercito italiano».  In un saggio dal titolo «Teoria del Nazionalismo» il Plevris scrive testualmente: « …per la Grecia una moderna teoria dello spazio vitale non può porsi nei termini tradizionali dell’espansione territoriale bensì in quella, più realistica, della creazione nei paesi a lei vicini di condizioni atte all’instaurazione di sistemi politici omogenei»; è probabilmente per discutere di questa sua ardita tesi che egli si incontrò a Roma, dieci giorni prima della strage di piazza Fontana, con il Rauti e con un redattore del settimanale fascista «Il Borghese», di proprietà del senatore missino Gastone Nencioni e del cementiere lombardo Pesenti. Ma procediamo con ordine.

Seminare panico ed allarmismo nelle alte sfere non è difficile, specie se gli interlocutori sono un olimpionico di vela più attaccato alla mamma che alla corona, o, in casi a noi più vicini, un alcolizzato con la mania dei telegrammi; occorre però, contemporaneamente, creare delle condizioni obiettive che, esasperate artificialmente, giustifichino presso l’opinione pubblica l’ipotesi che il paese si trovi in una situazione d’emergenza.

La CIA

Anche se per questo occorrono mezzi rilevanti, per la C.I.A. non è davvero un problema. Il suo «budget» annuo – così come la consistenza del suo organico – è ovviamente segreto ma il 4 febbraio 1959, nel suo intervento al XXI congresso del PCUS, il capo dei servizi di sicurezza sovietici (K.B.G.) A. Chèlèpine parlò di 20.000 agenti solo a Washington e di 3 miliardi di dollari annui stanziati nel gennaio del 1968, sulla «Revue de  Dèfense Nationale», J .P. Mauriat, portavoce ufficiale del contro-spionaggio francese, scrisse che «il budget» della C.I.A. equivale, grosso modo, al nostro budget della Difesa» e cioè a circa 4 miliardi di dollari l’anno.

Dei vari strumenti con cui è andata articolandosi negli ultimi tre anni la «strategia della tensione» – trasferimenti massicci di interi settori della media industria italiana sotto il controllo del capitale U.S.A., controllo della stampa, infiltrazione nell’apparato statale, reperimento del personale politico per la gestione del disegno – e della divisione dei compiti che ne ha permesso l ‘attuazione, parleremo più diffusamente in seguito.

I fascisti nostrani

Per. il momento torniamo ai fascisti; i compiti loro assegnati sono così riassumibili :

1) INFILTRAZIONE

Approfittando dell’esplosione delle lotte studentesche e dell’entrata in scena di migliaia di nuovi militanti, i fascisti meno «bruciati» dovevano simulare improvvise conversioni ideologiche infiltrandosi nei comitati di base, nei collettivi, nei gruppi della sinistra extraparlamentare e, dove possibile, creare dei gruppi con false etichette rivoluzionarie. Gli scopi da raggiungere erano i seguenti :

a) deviare «dall’interno» le lotte su falsi obiettivi tentando di spingere i militanti più sprovveduti ad azioni terroristiche isolate, comunque contrarie, nella strategia e nella prassi, alla violenza rivoluzionaria.

b) operare ai margini di cortei e manifestazioni con atti di inutile vandalismo su obiettivi assurdi e impopolari.

c) provocare scontri con la polizia nei momenti tatticamente meno adatti favorendo il pestaggio, il fermo e l’arresto dei compagni.

d) esercitare un’opera sistematica di controllo e delazione raccogliendo dati ad uso «esterno» (polizia, fascisti, ecc.).

2) TERRORISMO

Compiere attentati che, per circostanze e scelte di obiettivi, fossero attribuibili agli anarchici o alla sinistra in genere.

3) PROVOCAZIONE

Promuovere azioni squadristiche contro la sinistra per:

a) suscitarne le reazioni, provocare rappresaglie e convalidare la tesi degli «opposti estremismi».

b) spostare il piano della lotta – scuola di classe, sfruttamento operaio, imperialismo, revisionismo, ecc. – sul diversivo della battaglia antifascista.

In parole povere i fascisti dovevano creare più casino possibile: per confondere le acque e mistificare la portata e il significato reale delle lotte proletarie, per far gridare l’opinione pubblica benpensante contro «il caos e l’anarchia dilaganti», legittimare la repressione e giustificare l’adozione di provvedimenti d’emergenza.

La compiacenza della stampa, le collusioni di magistratura e polizia, l’obiettiva complicità del P.C.I., e dei sindacati nell’opera di sistematica diffamazione delle avanguardie rivoluzionarie e delle lotte autonome della classe operaia, avrebbero fatto il resto.

Vediamo in dettaglio, punto per punto come hanno eseguito i compiti che i padroni gli avevano affidato.

Infiltrazione

Domenico Pilolli (Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale) entrano nel Partito Comunista d ‘Italia (m.l.). Il primo è Intimo amico della contessa Franceschini, abitante in via Pietro Morgia n. 3, moglie di un colonnello del ministero degli Interni, la quale diffonde a Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD ed è in contatto con il BND,

il servizio di controspionaggio della Germania Federale, per conto del quale ai primi del ’67 pagò dei fascisti affinché andassero a scattare fotografie ad un ricevimento offerto dall’ambasciatore della Germania Orientale in un albergo dei Parioli. Il secondo, una creatura di Stefano Delle Chiaie, è legatissimo a Mario Merlino; il 12 dicembre 1969 era a pranzo con lui in casa di Gabriella Miccichè, figlia di un alto funzionario del ministero degli Interni.

I due nel corso dell’estate-autunno 1968, proposero a vari militanti di compiere atti terroristici; furono identificati ed espulsi. Alcuni giorni dopo, il 15 ottobre 1968, il Sestili fu arrestato insieme a Carmelo Palladino, Claudio Fabrizi, Gregogio Manlorico e Lucio Aragona, tutti fedelissimi di Delle Chiaie, e a Corrado Salemi, guardiano della sezione del M.S.I. del Quadraro, per detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati ad una sezione del P.C.I. e ad un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. Il Pilolli tornò ad Ordine Nuovo e nel marzo del ’70 si distinse negli scontri provocati dai fascisti all’Università di Roma.

Marco Marchetti (Ordine Nuovo), al ritorno dal viaggio in Grecia entra nel comitato di base del movimento studentesco del liceo Vivona; Massimo Masserotti Benvenuti, dirigente della Giovane Italia e figlio di una finanziatrice di Avanguardia Nazionale, in quello del liceo Sarpi. Allontanati, ritornarono immediatamente all’ovile: il Marchetti prese parte a varie azioni squadristiche contro studenti medi, il Masserotti, salvato miracolosamente dai poliziotti durante una fallita spedizione punitiva nel febbraio scorso all’Università di Roma e conclusasi con un pestaggio dei fascisti, fu arrestato e condannato per direttissima ad un anno (con la condizionale) perché trovato in possesso di una pistola e di un’accetta. Tutti costoro, come del resto Mario Merlino, sono in ottimi rapporti con il vice-questore Mazzatosta, addetto all’ordine pubblico nella Città Universitaria di Roma, un ex repubblicano di Salò la cui moglie, recentemente, ha chiesto la separazione consensuale perché «i suoi convincimenti democratici sono in netto contrasto con le idee nostalgiche professate dal marito».

(3 – continua)

Commento n. 3 alle “verità” di Paolo Cucchiarelli. Sulla presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968 di Fabio Cuzzola (31 marzo 2010)

31 marzo 2010

Abbiamo pubblicato – qui sotto – una testimonianza sul passato anarchico (fin dai primi anni ’60) di Valpreda che smentisce categoricamente le diffamatorie teorie di Cucchiarelli. Qui riteniamo utile riproporre la parte della lettera di Fabio Cuzzola (già pubblicata da noi integralmente su questo blog) che riguarda la presunta stupidità degli anarchici e la ancor più presunta presenza di fascisti assieme a Valpreda al Congresso di Carrara del 1968.

Grazie alla collaborazione di Cuzzola siamo ora in grado di pubblicare gli estratti digitali della rivista Storia Ribelle che dimostrano la costruzione di castelli in aria dello “studioso” Cucchiarelli.

Tutto il libro di Cucchiarelli segue una linea ben definita: quella di instillare il dubbio che il circolo 22 marzo fosse un gruppo ibrido, formato da anarchici e fascisti Abbiamo già provveduto nelle nostre precedenti note a sgombrare il campo da tali false affermazioni. Qui ci limitiamo a smentire in maniera documentata le affermazioni che si trovano a pag 368. Su questo argomento avremo ancora occasione di tornare in maniera più articolata.

Gli ex del circolo 22 marzo

Estratti da “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli (pag. 368)

I primi rapporti tra i fascisti e Valpreda

Pietro [Valpreda, nostra nota] era davvero così convinto della nuova genuità anarchica di Merlino? Davvero non sapeva che tenesse contatti con i fascisti?

C’è un fatto importante che lega i due giovani già dal settembre del 1968, quando a Carrara, nel terzo Conngresso internazionale delle Federazioni anarchiche si manifestò la frattura tra la FAI e le nuove spinte che venivano dai gruppi di Roma. Valpreda giunse a Carrara con Pietro «Gregorio» Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e il già «convertito» anarchico Mario Merlino. Erano tutti fascisti del «XXII marzo».

Estratti da “Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

Ma andiamo ora alla parte secondo me più incerta, quella che riguarda il movimento anarchico.

Inizialmente il tutto muove, interpellando vari testimoni presenti all’epoca, della conferenza stampa tenuta dai giovani anarchici, spesso appellati erroneamente “neoanarchici”, per distinguerli dai “vecchi”, subito dopo la strage. Viene virgolettata la frase che parla di altre bombe, ma non si riesce ad attribuire con certezza a nessuno dei presenti tale affermazione. Il tentativo di attribuire agli anarchici la scia degli attentati del 1969 non è nuovo nella storiografia, è certo però che il movimento anarchico non aveva la struttura per architettare l’ondata di attentati dell’epoca. In tal senso invece una tra le poche certezze processuali a nostra disposizione è che per gli attentati del 25 aprile del ’69 a Milano è stato condannato nel processo di Catanzaro del 1981 il neofascista Giovanni Ventura!

Non è chiara poi all’autore la distanza politica tra Feltrinelli e gli anarchici, forse accomunati solo in quanto responsabili di attentati, ma Feltrinelli era marxista e fliocastrista, anni luce dall’anarchia.

Come ancora meno plausibile il ruolo di Roberto Mander descritto trait d’union fra Pinelli e Valpreda, Mander all’epoca aveva solo diciassette anni!

Il nome di Mander riporta al circolo del “22 marzo”, al quale viene dedicato ampio spazio, perché nel libro protagonista degli attentati romani del 12 dicembre. Se è vero che il gruppo, nel quale era stato accolto il milanese Valpreda, venne costituito nel giorno della famosa intervista a Ciao 2001, il 19 novembre del ’69, meno di un mese prima degli attentati, risulta improbabile l’organizzazione di attentati di tale portata. Il “22 marzo” nasce già con il “virus” di Merlino e Ippoliti al suo interno, ed è falso che Valpreda abbia intrattenuto rapporti politici precedenti a quella data con neofascisti o agenti infiltrati.

A supporto della sua tesi, Cucchiarelli cita il convegno internazionale degli anarchici tenutosi a Carrara nel settembre del ’68, sostenendo di una nutrita presenza di neofascisti infiltrati all’evento. Aggiunge inoltre che fra questi molti avevano partecipato al famoso “viaggio–premio” organizzato dall’estrema destra in Grecia nell’aprile del ’68.3 Sarebbe bastato paragonare l’elenco degli anarchici presenti a Carrara, con quello dei giovani neofascisti in Grecia per verificare l’infondatezza della prova. Presente era Valpreda con il gruppo di Milano; Merlino aveva già avuto mandato di infiltrarsi fra i maoisti dopo la spaccatura dovuta agli di Valle Giulia. Valpreda sbandato e hippie venditore di collanine viene paragonato da Cucchiarelli a Lee Oswald, ma non sono sicuro che gli Stati Uniti abbiano fatto i conti fino in fondo con il caso Kennedy