Posts Tagged ‘Amedeo Bertolo’

10 novembre 1970 AARR – fonte “Enrico” (Enrico Rovelli) su Enrico Di Cola a Milano per passaporto

10 agosto 2013

10 novembre 1970 AARR – fonte “Enrico” (Enrico Rovelli) su Enrico Di Cola a Milano per passaporto.  (“Enrico” è il nomignolo usato soprattutto dalla squadra politica di Milano e Calabresi). Notare che nei suoi due anni di latitanza Di Cola non ha mai messo piede a Milano.  La scritta a mano sull’appunto dell’Ufficio Affari Riservati indica che la “nota” è stata inserita nelle cartelle personali di Del Grande e Di Cola

 

10 novembre 1970 AARR fonte Enrico su Di Cola e pass COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

10 novembre 1970 AARR fonte Enrico su Di Cola e pass

 

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

7 maggio 2013

Velina MOLTO interessante, costruita sulla base di almeno due o tre informatori (I nomi sono cancellati, appare in chiaro solo un certo “Ciro”). Le confidenze sono frutto dell’attivazione delle fonti dopo gli attentati fascisti dell’8 agosto ai treni.  Si parla del Gruppo della “Casa dello Studente” (FAGI),  del Gruppo Kronstadt (ex La Comune FAGI critico), del Ponte della Ghisolfa (indipendenti).  Si punta quindi su una doppia pista per trovare gli attentatori: quella del gruppo Pinki (Kronstadt) e quella del Ponte della Ghisolfa.  Ci sono tutti gli ingredienti per capire il perchè della persecuzione poliziesca contro Valpreda e Pinelli che culminerà dopo la strage del 12 dicembre.  

 

 

1 settembre 1969 SID su attentati e ambienti anarchici  COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

 

 

 

 

 

 

 

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli.Del Questore Marcello Guida

20 aprile 2013

(Cosa pensava il Questore di Milano – Guida – del compagno Pino Pinelli, del lavoro che questi svolgeva per Crocenera anarchica e del suo alibi. Vi sono anche le “voci” fatte circolare da provocatori prezzolati infiltrati tra gli anarchici di Milano. In sintesi un concentrato di sudiciume di Stato contro Pinelli da parte del Questore  Marcello Guida, l’ex(?) fascista che durante il ventennio fu direttore delle guardie delle carceri di Ventotene)

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli Questore Guida prima

17 gennaio 1970 Questura Milano su sospetti anarchico Pino Pinelli Questore Guida

A rivista anarchica n65 Maggio 1978 Il ’68. Parliamone tra compagni a cura della Redazione

26 ottobre 2011

Quattro compagni (Rossella di Leo, nel ’68 militante a Catania, Claudio Venza di Trieste, Amedeo Bertolo di Milano e Roberto Ambrosoli di Torino), che hanno vissuto il ’68 in diverse realtà geografiche, politiche, personali, si sono trovati – quasi per caso – in redazione. Gli abbiamo chiesto di discutere tra di loro di quella annata famosa – come è noto – non solo per l’eccellente qualità dei vini (inferiore in questo, peraltro, al ’64). Dapprima si sono scherniti un può, sostenendo che non avevano nulla di originale da dire (e vedendo i risultati ci sembra che non avessero del tutto torto – ma neppure del tutto ragione). Poi hanno cominciato a parlare, nonostante il palese imbarazzo per il registratore…

Claudio – Nel ’68 si pensava di dare un grosso colpo al sistema autoritario. C’era nell’aria una fortissima tensione e questo movimento usciva da tutti gli schemi precedenti (di partito, di sindacato, delle organizzazioni rappresentative nelle università) travolgeva la vita tranquilla di decine di migliaia di persone. Di studenti, soprattutto, perché il ’68 in Italia – e non solo in Italia – è stato un fenomeno prevalentemente studentesco. Nella mia città (Trieste) solitamente abbastanza emarginata dai grandi avvenimenti, il ’68 ha significato per alcune decine di compagni il momento di rottura e quindi il momento di presa in carico in prima persona della lotta politica e dello scontro con tutto l’apparato del sistema: dall’università alla scuola, alla fabbrica, al quartiere, alla caserma. Io personalmente nella primavera del ’68 ho attraversato un periodo di formazione intenso e frenetico e ho percepito per la prima volta, seppur a livello istintivo, cosa significa far parte di un movimento rivoluzionario, sentirsi estranei al sistema, ai suoi ritmi e alla sua liturgia.

Roberto – I compagni che, come te, sono “nati politicamente” nel ’68, sono arrivati all’anarchismo sull’onda dell’entusiasmo e di una speranza rivoluzionaria molto forte. Chi invece, come me, era già anarchico, ha vissuto il ’68 in maniera molto diversa. Parlo naturalmente in base alla mia esperienza e più in genere dei compagni di Torino. Direi che c’è stata una difficoltà di contatto da parte dei giovani anarchici “pre-sessantotteschi” con i fatti del ’68. Difficoltà dovuta, io penso, proprio al retaggio teorico-ideologico che avevamo sulle spalle. E questo retaggio ha pesato non poco perché per esempio tutti i miti nati dal ’68 e di cui il movimento sessantottesco ha vissuto, erano chiaramente identificati come ambigui o francamente negativi da noi giovani anarchici. Questo ci portava ad un atteggiamento molto critico, che cercavamo di portare all’interno del movimento, delle manifestazioni, delle assemblee, ma che in definitiva ci poneva al di fuori dello stesso. Io ricordo che andavo alle assemblee all’università ma mi sentivo più spettatore che attore e questo mi portava, forse, a sottovalutare quello che stava succedendo e, cosa più importante, a sottovalutare l’importanza di un nostro apporto. A Torino dopo il ’68 molti compagni (che si erano formati in quel periodo) sono venuti dagli anarchici, ma più per un bisogno di chiarezza, per la necessità di una analisi più lucida o perché i miti non li soddisfacevano che non per merito di una presenza attiva degli anarchici all’interno del movimento.

Claudio – Ci sono due cose che vorrei aggiungere. Innanzitutto il grado di partecipazione diretta alle occupazioni, ai seminari autogestiti, il gusto di scoprire delle cose da soli e non perché ti vengono dette dal solito professore; e poi la possibilità di instaurare rapporti personali diversi con altri giovani che hanno i tuoi stessi problemi. E ancora il portare i primi volantini davanti alle fabbriche, discutere con gli operai e sentirsi dare le classiche risposte modello (voi siete studenti ecc. ecc.), un rifiuto da parte loro a discutere con noi i loro problemi di lavoro, se non addirittura un rinviare i rapporti con gli studenti negli ambiti istituzionali dei partiti o dei sindacati. Inoltre personalmente, avevamo tutti, credo questo gusto della liberazione concreta, il gusto di dire sempre quello che si pensa, il gusto di realizzarsi al massimo anche a costo di commettere degli errori. E tutto questo coerentemente con l’impostazione certamente antiautoritaria che ha avuto il ’68. Il discorso ad esempio del rifiuto della delega è stato dirompente rispetto alle organizzazioni della sinistra istituzionale: nelle prime assemblee non si è assolutamente parlato di contatti con partiti e sindacati e quando si è cominciato a parlarne le critiche che sono emerse sono state finalmente antiautoritarie, cioè si rifiutavano i contatti con organizzazioni organizzate gerarchicamente. Personalmente sono diventato anarchico circa due anni dopo, ma già allora ero istintivamente anarchico e penso che allora si siano realizzate stranamente delle forme di anarchismo oggettivo, anche se le analisi erano ancora di stampo marxista. Del resto, perlomeno per quello che mi riguarda, a mano a mano che la nostra pratica antiautoritaria quotidiana procedeva, anche queste concezioni venivano svuotate di ogni significato. Sono diventato anarchico portando fino in fondo il discorso antiautoritario iniziale.

Amedeo – Collegandomi a quanto ha detto Roberto voglio precisare che il ’68 ha colto di sorpresa gli anarchici, quasi quanto gli altri movimenti e partiti. Eravamo vissuti per anni in una realtà di pace sociale asfissiante, soprattutto nell’ambiente dei giovani, come noi. Ricordo, a questo proposito, che nel dicembre 1966, alla Conferenza Europea della Gioventù Anarchica tenutasi a Milano, uno dei punti all’ordine del giorno era il tema “la spoliticizzazione dei giovani” ed erano state presentate diverse relazioni che documentavano come i giovani progressivamente nel corso degli anni ’60 avessero perso l’interesse all’attività politica: si erano svuotate ad esempio le organizzazioni giovanili partitiche. È vero, per contro, che proprio allora nasceva il movimento provo, beat, ecc. ecc.. Ma, a parte questi fermenti, che erano al margine tra azione sociale e scelta esistenziale comunque riguardavano una posizione estremamente esigua della popolazione giovanile, la gran massa dei giovani era (o appariva) veramente spoliticizzata. L’esplosione del ’68 ci ha colto assolutamente impreparati, dunque. D’altro canto i movimenti di massa si presentano spesso in modo apparentemente improvviso e imprevedibile e solo a posteriori si riesce a ricostruire una certa continuità di sviluppo, mentre quando li si vive non si riesce a intravvederne il filo logico. Un altro esempio, personale, di questa imprevedibilità. Un paio d’anni prima del maggio ’68, nell’assemblea pre-elettorale di Agraria, in occasione delle ultime elezioni per gli organismi rappresentativi universitari avevo proposto che rifiutassimo l’elezione dei rappresentanti e che venisse stabilito come unico organo deliberante l’assemblea e che per specifici compiti venissero di volta in volta nominati dei delegati con mandato preciso e revocabile. La proposta venne considerata la stravaganza d’un anarchico e fu bocciata con due soli voti a favore. Chi poteva allora prevedere che di là a poco i parlamentini studenteschi sarebbero stati distrutti e ridicolizzati e sostituiti con le assemblee e i comitati di lotta?

Rossella – Nel ’68 ero diciassettenne e la politica non mi interessava. Nel ’68 sono diventata anarchica. Ho cioè vissuto, seguendone lo sviluppo, sia la diffusa spoliticizzazione dei giovani, sia la fase successiva di rapido estendersi dell’interesse e dell’attività politica. Apparentemente il ’68 può sembrare una rottura improvvisa ed incomprensibile con il qualunquismo politico che aveva caratterizzato sino a pochi mesi prima i giovani. Il realtà il filo conduttore che permette di capire il rapido cambiamento parte da quella “rivoluzione culturale” che già da alcuni anni andava esprimendo la ribellione giovanile. Perché se è vero che l’impegno politico non vedeva l’adesione giovanile è altrettanto vero che il cosiddetto “scontro generazionale” era vivace ed esteso. Uno scontro che, in questi anni, è soprattutto diretto contro la cultura dominante asfittica, perbenista, apparentemente priva di conflitti, la cultura del boom economico e del consumismo soddisfatto. Certamente la rivolta giovanile si esprime in ambiti abbastanza delimitati ed in parte ancora superficiali: un modo di vestirsi “contro”, una musica “contro”, rapporti interpersonali “contro”… ma dietro questo anticonformismo si sta preparando quella inevitabile maturazione, quella presa di coscienza sociale che ritroviamo “improvvisamente” nel ’68. Il fenomeno cultural-musicale “beat” ha avuto un ruolo aggregante importante all’interno di questa ribellione giovanile pre-politica. Anche oggi d’altronde una parte della protesta giovanile si esprime in fenomeni cultural-musicali. Era cioè in atto una “rivoluzione culturale” che coinvolgeva soprattutto l’aspetto “personale” della rottura con il sistema: contro la famiglia, contro i miti ed i clichés sociali proposti come scelte immediate di vita. Il ’68 è appunto il logico passaggio della ribellione giovanile dall’ambito personale a quello sociale e questo repentino passaggio dai Rolling Stones alla militanza rivoluzionaria lo ho potuto verificare, non solo con la mia esperienza personale, ma anche con quella di molti miei coetanei.

Claudio – Ma quanti erano gli anarchici prima del ’68? Io so di realtà in cui gli anarchici si contavano sulla punta delle dita.

Amedeo – Se parliamo dei giovani anarchici, allora le realtà in cui i compagni si potevano almeno contare, anche solo sulla punta delle dita, erano quelle più favorevoli, come Milano ad esempio, dove eravamo una decina di cui uno solo studente. In tutta Italia i giovani anarchici erano si e no una cinquantina. Anche l’esiguità del numero spiega perché ci si sia, perlomeno a Milano, quasi limitati a fare i “grilli parlanti” criticando la certa mitologia e fraseologia marxista del movimento studentesco e le sue tendenze involutive autoritarie. D’altro canto il nostro atteggiamento era anche viziato da una pregiudiziale diffidenza nei confronti della natura sociale del movimento studentesco. Noi di Milano insieme agli altri compagni dei Gruppi Giovanili Anarchici Federati avevamo maturato una analisi che vedeva negli studenti dei futuri privilegiati, e avevamo visto nelle precedenti rivolte studentesche di Venezia e Torino degli episodi che esprimevano l’insofferenza degli aspiranti membri della nuova classe dominante tecno-burocratica nei confronti di una scuola che non era idonea alla loro natura di classe ma che era funzionale al capitalismo borghese. Questo in effetti c’era, ma nel ’68, in piena esplosione della scolarizzazione di massa, c’era qualcosa di più e di diverso. Noi perciò analizzavamo il fenomeno con degli strumenti interpretativi che erano inadeguati, parzialmente superati. Questa diffidenza preconcetta ci ha impedito di buttarci nel movimento in modo acritico e di cadere nello studentismo ma ci ha anche impedito di portare un apporto significativo al suo interno, nonostante ci facessimo un “dovere” di essere presenti alle assemblee, di partecipare alle manifestazioni e agli scontri con la polizia.

Roberto – C’è anche un altro motivo a mio avviso. Come anarchici avevamo impostato la nostra linea di intervento in questi termini: cosa fare in una società addormentata per svegliarla. E questo è dimostrato dal fatto che in precedenza eravamo riusciti a trovare abbastanza punti di contatto con i provos, i beatnik, movimenti che con degli aspetti formali diversi si ponevano nella nostra stessa prospettiva. Non eravamo invece per niente preparati ad agire all’interno di movimenti sociali di massa. Inoltre, pur valutandone gli aspetti positivi antiautoritari, avevamo un atteggiamento direi illuministico per cui eravamo convinti che il movimento avrebbe espresso da sé i suoi contenuti e avrebbe imboccato da sé la sua strada. Tanto è vero che a Torino sia il maggio ’68 che l’autunno ’69 ci sono, si può dire, passati sopra la testa coscientemente, perché pensavamo che essendo anarchici non dovevamo dare indicazioni, non dovevamo influenzare.

Claudio – Questo ci riconduce a una critica che ancora oggi viene mossa agli anarchici o meglio al movimento specifico che tratta i problemi esclusivamente nell’ambito della propria prospettiva, nell’ambito di piccoli gruppi col suo linguaggio, i suoi riferimenti culturali e modi di agire estremamente raffinati ma anche estremamente circoscritti. Nel movimento libertario si dice che i pochi anarchici del movimento specifico si confrontano tra di loro e poi pongono all’esterno il risultato dei loro studi, ma non si sporcano le mani nelle contraddizioni quotidiane che affrontano molti libertari. Io ritengo che la chiusura che si è verificata da parte degli anarchici nel ’68 sia stata estremamente negativa perché l’esistenza allora di un punto di riferimento chiaramente anarchico all’interno di un movimento che era in gran parte antiautoritario avrebbe funzionato come un polo catalizzatore e avrebbe, forse, impedito il recupero del movimento da parte del marxismo.

Amedeo – D’accordo, potevamo fare di più e meglio. In teoria. Però quei quattro gatti di giovani anarchici che eravamo, venivamo dal “deserto” della pace sociale, dell’indifferenza e dell’isolamento e ci siamo improvvisamente ritrovati nella “metropoli” di un maggio ’68. Era obiettivamente molto difficile avere l’elasticità necessaria per affrontare una situazione tanto diversa, tenuto anche conto che, come ho già detto, non eravamo studenti. Detto questo bisogna anche dire che non si può spiegare l’involuzione autoritaria del movimento sessantottesco semplicemente – o semplicisticamente – con le carenze soggettive dei giovani anarchici dell’epoca. Se no, come si spiega che in Francia dove, diversamente da noi, i giovani anarchici furono fermento promotore e punto di riferimento riconosciuto del movimento, i risultati sulla distanza sono stati sostanzialmente simili? Direi che non ha del tutto torto Alberoni con la sua teoria dei movimenti che nascono in modo spontaneamente eversivo ed antiautoritario e poi (necessariamente – lui dice) si evolvono in forme istituzionali ricreando le gerarchie. Come anarchico aggiungo solo che questa è l’evoluzione “necessaria” dei movimenti sociali se non riescono a darsi delle strutture libertarie e non riescono a riconoscersi in un progetto esplicitamente libertario. Questo non è avvenuto per il ’68 né in Francia, dove pure c’erano anarchici fra i “leaders naturali” espressi dal movimento, né in Italia dove invece non c’erano.

Rossella – Proprio in riferimento alle responsabilità dei giovani anarchici vorrei dire che, a mio avviso, il problema non sta nei singoli anarchici ma nell’anarchismo, cioè credo che si tratti di un problema molto più generale. Non credo che sia stato per un fattore generazionale o per incapacità individuale che non abbiamo inciso su quella realtà, bensì per una crisi che l’anarchismo si porta dietro da cinquant’anni, da prima del fascismo. Vissuto di rendita, ma di una rendita che si è esaurita col passare del tempo, l’anarchismo si è ripresentato nel ’68 con formule che sono risultate vecchie, belle ma inutili per il movimento di maggio e per gli stessi anarchici. Per questo io mi ritengo “nata” nel ’68, mi ritengo una “neo anarchica”: non perché rifiuto la tradizione anarchica ma perché ritengo che l’approccio ai problemi, il modo di essere e il modo di fare le lotte debbano essere e siano molto diversi da quelli dell’anarchismo tradizionale.

Roberto – Quello che è certo è che il ’68 è stato anche un trampolino di lancio per un gran numero di leader e leaderini che ancor oggi furoreggiano e che col ’68 è iniziato un processo di adeguamento della cultura alla nuova classe dominante.

Claudio – Bisognerebbe anche analizzare come mai, in una struttura di per sé libertaria come l’assemblea, si ricreassero fenomeni leaderistici che avevano in sé i germi dell’organizzazione autoritaria. Io credo che le organizzazioni marxiste nate dopo il ’68 abbiano sfruttato intelligentemente il dato carismatico dei loro leaders.

Roberto – Ci si può riallacciare a quello che dicevo sul trampolino di lancio di questa nuova classe dirigente politica, perché il maggio ’68 è servito ai futuri nuovi leader anche per imparare a gestire il consenso in forme assembleari e tutta questa “sapienza” acquisita nel ’68 è stata più che mai utile negli anni successivi ed è loro utile ancora oggi.

Amedeo – Si, noi “grilli parlanti” queste cose le vedevamo già nel ’68: se non si riescono a creare le strutture di piccola dimensione inevitabilmente, attraverso la psicologia di massa, nascerà la leadership che poi si cristallizzerà in una nuova gerarchia organizzativa. Questo dicevamo, ma non sapevamo cosa proporre in alternativa alle assemblee di massa come forma di democrazia diretta, concretamente ed immediatamente praticabile per un movimento di massa. Così anche il ’77 ha ripresentato quasi gli stessi problemi, nonostante i pregi e difetti di una ben più numerosa e attiva presenza del movimento anarchico.

Il ’77 ha espresso la stessa potenzialità libertaria e gli stessi risultati autoritari del ’68, la stessa incapacità di sfociare in strutture e in progetti autenticamente libertari. Da quello che posso vedere ormai il ’77 è finito, e non solo come dato di calendario. Qualcosa esiste ancora a Roma, ma Roma significa “autonomia organizzata” cioè struttura leninista, quasi o semi partitica, autoritaria, anche se ancora “fluida”. Struttura da “movimento”, in cui però c’è un nucleo centrale dirigente. Comunque, nonostante tutto, resta il fatto fondamentale che la nuova conflittualità sociale, aperta dal maggio ’68, prosegue ancora e avrà altre fasi acute, esplosive, estremamente interessanti per noi. Una conflittualità che di volta in volta ha avuto come protagonisti gli studenti, gli operai, i precari, di nuovo gli studenti, gli addetti ai servizi…. È questa conflittualità, senza la quale i rivoluzionari sono come pesci senz’acqua, la principale “eredità” del ’68.

Roberto – Il ’68 è stato anche l'”inventore” della contestazione del sistema, della contestazione globale, cioè il rifiuto non di questo o quell’aspetto della società esistente, ma di essa come insieme coerente di dominazione dell’uomo sull’uomo. Questa è la base dell’atteggiamento rivoluzionario.

Claudio – Il dato fondamentale era proprio che si vedeva la rivoluzione vicina. Lo slogan oggi ridicolo “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi” era veramente una fiamma di speranza con grande convinzione in chi lo gridava: nell’autunno ’69 si sarebbe deciso tutto l’avvenire dell’Italia e forse dell’Europa. Il potere poteva essere abolito o conquistato nell’autunno ’69.

Amedeo – Questo mito della “rivoluzione domani” è continuato ancora per un paio d’anni poi è crollato e con questo crollo è venuta la prima grande crisi dei “figli del ’68”. Alcuni sono sopravvissuti a questo crollo attraverso la routine militante, l’istituzionalizzazione minipartitica del movimento, le soddisfazioni mini-dirigenziali; per molti invece è stato l’abbandono della partecipazione attiva al conflitto sociale.

Rossella – Oltre a questa crisi c’è stata poi la crisi del ’76, con il fallimento del progetto “governo delle sinistre” e della “strategia rivoluzionaria delle riforme” (sic!). È il crollo della nuova speranza “la rivoluzione non c’è, però prendiamo il potere lo stesso”. Questa ulteriore sconfitta ha dato luogo ad un ulteriore svaccamento, ma anche al “nuovo dissenso” del ’77. Che cosa ha espresso il ’77 di diverso dal ’68? Intanto la tematica del “personale” che era già in parte presente anche nel ’68 ma che vedeva prevalere l’elemento politico, mentre nel ’77 l’elemento umano è stato in primo piano; e poi la lotta armata, che fino all’anno prima era praticata solo da alcuni gruppi e nel ’77 si diffonde rapidamente. Per quanto riguarda il movimento del ’77 gli anarchici ancora una volta non hanno saputo/potuto intervenire fattivamente proprio per quello che ho detto prima. L’anarchismo non ha una strategia da applicare a movimenti di massa.

Roberto – Penso che all’origine ci sia una difficoltà più semplice e cioè la disabitudine ad agire come agitatori all’interno dei fermenti sociali.

La discussione è andata ancora avanti a lungo (i compagni ci avevano ormai preso gusto) e s’è parlato di leadership, disoccupazione, strutture caratteriali, lotta armata, Catalogna, Ucraina, anarco-sindacalismo, C.U.B., tecnoburocrazia… ma noi ci siamo stancati di trascrivere e forse i lettori di leggere.

A rivista anarchica n58 Agosto Settembre 1977 Un invito a pranzo con pistola. Il primo rapimento politico in Italia. di P. F. (Paolo Finzi)

24 ottobre 2011

Il rapimento del Viceconsole spagnolo Isu Elias effettuato da quattro giovani libertari nel 1962, si concluse con un grosso processo politico e in un atto d’accusa contro il regime franchista. Uno dei primi esempi di azione diretta contro la repressione statale.

La mattina del 28 settembre 1962 il vice-console spagnolo a Milano, Isu Elias, ricevette una telefonata della quale probabilmente non si è scordato fino alla sua morte avvenuta nel mese di luglio di quest’anno: era il segretario del vice-sindaco di Milano, il democristiano Luigi Meda, che lo invitava ad un pranzo di lavoro al ristorante “La giarrettiera”, in galleria.

Per evitare a Sua Eccellenza il vice-console le difficoltà connesse con l’intenso traffico del centro cittadino, il segretario di Meda si offriva di andare lui stesso a prendere il vice-console per condurlo al ristorante. Concordato l’appuntamento per mezzogiorno, la telefonata si concluse.

All’orario previsto, il segretario del vice-sindaco si presentò puntuale al consolato ed accompagnò Sua Eccellenza all’automobile che aspettava sotto con il motore acceso: alla guida, un giovane autista con tanto di berretto scuro. Dopo che Isu Elias fu accomodato sul sedile posteriore, con il segretario di Meda al suo fianco, due giovani si introdussero all’improvviso nell’auto, prendendo posto uno al fianco del vice-console ed uno accanto all’autista. Le due pistole che Isu Elias si trovò puntate contro lo dissuasero subito da qualsiasi reazione e gli fecero capire che quel giorno almeno non avrebbe mangiato al ristorante “La giarrettiera”.

L’autista con il berretto scuro, il segretario del vice-sindaco e i due giovani balzati all’ultimo momento sull’auto altri non erano che quattro giovani libertari milanesi, adeguatamente travestiti per l’occasione. Un’occasione davvero storica, dal momento che quello di Isu Elias è stato il primo sequestro politico dell’epoca moderna, seguito – nel 1965 – da quello del diplomatico spagnolo monsignor Ussia (sempre per opera di un gruppo anarchico) e quindi dalla miriade di sequestri effettuati in ogni parte del mondo nell’ultimo decennio, dai Tupamaros alle Brigate Rosse. Il sequestro di Isu Elias ebbe un’eco immediata e vastissima sui quotidiani e permise ai rapitori di raggiungere il loro scopo: quello di evitare l’assassinio del giovane anarchico catalano Jorge Conill Valls, condannato a morte dal tribunale di Barcellona perché ritenuto colpevole di alcuni attentati dimostrativi.

Per ricostruire quel fatto ed il contesto nel quale avvenne eccomi a colloquio con Amedeo Bertolo, uno dei quattro rapitori del vice-console – l’unico ad essere rimasto ininterrottamente attivo militante del movimento anarchico, al quale aveva aderito nel 1960 (In particolare Bertolo è stato tra i “fondatori” della nostra rivista, del cui collettivo redazionale ha fatto parte sino alla fine del ’74. Si occupa attualmente, tra le altre cose, delle Edizioni Antistato e del Centro Studi Libertari “Pinelli”.).

A quell’epoca le attività anarchiche erano molto ridotte, soprattutto a Milano: non vi era neppure una sede propria e le riunioni, rare e scarsamente affollate, si tenevano in un locale concesso dai socialisti. Si era andato coagulando un gruppetto di giovani simpatizzanti, che diffondeva la stampa anarchica, distribuiva volantini e cercava di essere presente nelle lotte sociali. Una particolare attenzione veniva dedicata alla lotta clandestina condotta dagli anarchici spagnoli contro il regime di Franco: la tematica spagnola ha sempre costituito, fino ai giorni nostri, una questione particolarmente importante per gli anarchici italiani, per un intreccio di ragioni storiche e politiche.

Per dimostrare concretamente ai compagni spagnoli la loro solidarietà, Amedeo Bertolo, Vittorio De Tassis e Luigi Gerli si recano nell’estate del ’62 in Spagna, a bordo di due motociclette. Dopo aver preso contatti in Francia con gruppi di esuli spagnoli, i tre girarono la Spagna toccando i centri principali e rifornendo i locali gruppi clandestini di materiale propagandistico. Sul mio “galletto” – ricorda Bertolo – avevo un ciclostile mascherato da cassetta da pittore: nei tubi da pittore c’era inchiostro da ciclostile, nella cassetta invece c’era un telaio che serviva a serigrafare col rullino. Con questa attrezzatura mi fermavo nelle città previste, alloggiavo presso un albergo, ciclostilavo volantini ed altro materiale propagandistico che poi consegnavo al contatto locale, quindi cambiavo città. Gli altri due compagni fecero insieme un altro percorso, indipendente dal mio. Ci ritrovammo infine a Barcellona, dove ebbimo l’occasione di conoscere vari compagni, tra i quali Jorge Conill Valls, Antonio Mur Peiron e Jimenéz Cubas: com’è naturale in simili particolari situazioni, a cementare la solidarietà politica sorse tra noi un’intensa fraterna amicizia.

Un mese circa dopo il loro rientro in Italia, i giovani anarchici milanesi vengono a conoscenza – tramite un trafiletto apparso a Parigi su Le Monde e loro inviato da alcuni compagni – che contro Conill Valls, Mur Peiron e Jimenéz Cubas è in corso un processo politico: sono accusati di essere gli autori di alcuni attentati dimostrativi contro monumenti e simboli del regime, che non hanno provocato alcun danno ad essere umano. Per reati di questo tipo la condanna a morte è facilmente prevedibile, nella Spagna del cattolicissimo Francisco Franco. Bertolo e compagni si muovono subito: convocano una riunione cittadina con i rappresentanti di tutte le forze giovanili della sinistra (socialisti, repubblicani, comunisti, ecc.) e stilano un comunicato di protesta e di denuncia che viene ignorato dalla stampa quotidiana.

Nel contempo, tramite alcune loro conoscenze nel mondo della sinistra cattolica, riescono a mettersi indirettamente in contatto con l’arcivescovo di Milano Giovambattista Montini (l’attuale papa), per spingerlo a prendere posizione contro la possibile condanna a morte dei giovani anarchici catalani. L’arcivescovo fa sapere che la cosa non lo riguarda: lui è uomo di chiesa, non può certo interessarsi di vicende politiche.

Visti cadere nel vuoto i loro tentativi ufficiali e legali, i giovani anarchici decidono di passare ad altre più efficaci forme di pressione. Ripresi i contatti con alcuni giovani socialisti dissidenti veronesi (tra i quali il futuro editore Giorgio Bertani, allora ventenne commesso di libreria) con i quali hanno avuto occasione di collaborare sempre sul terreno delle attività anti-franchiste, si procurano delle armi e preparano in tutti i suoi aspetti il rapimento del console spagnolo a Milano: l’intenzione è di tenerlo sequestrato fino alla certezza della salvezza per i compagni catalani. Mentre ci stavamo dando da fare – dice Bertolo – apprendemmo da un piccolo trafiletto sul “Corriere della Sera” che Conill Valls era stato condannato a morte, mentre agli altri due erano stati dati trent’anni di galera a testa. Mancava, secondo la prassi giuridica spagnola, la conferma della condanna a morte da parte del governatore militare della regione di Barcellona. Non c’era tempo da perdere: decidemmo così di dare immediata attuazione al piano di sequestro.

Passato da poco il mezzogiorno del 28 settembre, il vice-console spagnolo a Milano viene sequestrato con le modalità descritte all’inizio: entra così, involontariamente, nella storia della lotta di liberazione antifranchista del popolo spagnolo. Un onore, questo, che gli verrà poi “rinfacciato” in sede processuale dai suoi stessi rapitori e del quale probabilmente il diplomatico avrebbe volentieri fatto a meno: ma la momentanea assenza da Milano del suo diretto superiore aveva costretto i giovani rapitori a “ripiegare” sul suo vice.

Con gli occhi bendati e due pistole per ricordargli che non si trattava di uno scherzo, Isu Elias viene condotto – dopo qualche ora di viaggio ininterrotto al fine di disorientarlo – in una cascina nel Varesotto, dove rimane custodito per tre giorni, sotto il costante controllo di almeno uno dei suoi rapitori. Le ragioni del sequestro gli vengono spiegate chiaramente: Isu Elias sa che la sua sorte dipende dall’atto di clemenza che il suo regime può concedere o negare. Nel corso della prigionia viene trattato bene, senza violenza: riceve da bere e da mangiare, può anche scrivere una lettera ai suoi familiari per rassicurarli.

Nel frattempo viene spedito dall’aeroporto di Parigi-Orly un comunicato, firmato da una “Federazione Internazionale della Gioventù Libertaria“, nel quale si rivendica il sequestro e se ne spiega il perché. La sera, però, i giornali non lo pubblicano, dato che è arrivato troppo tardi per essere inserito in stampa; si limitano così a riportare la notizia che il vice-console spagnolo a Milano è irreperibile. È stata la famiglia, che lo attendeva a pranzo, ad allarmarsi e a chiedere informazioni al consolato: qui suoi parenti vengono informati dell’invito a pranzo del vice-sindaco Meda: il quale, interpellato, nega naturalmente il fatto. La questione si va chiarendo e l’arrivo del comunicato spedito dalla Francia non lascia più dubbi. L’indomani mattina i quotidiani riportano in prima pagina la notizia del sequestro e ventilano l’ipotesi di un’azione effettuata da anarchici spagnoli.

Finalmente, dopo la certezza del rapimento e la chiarificazione delle sue motivazioni (innanzitutto, la salvezza della vita di Jorge Conill Valls), i movimenti giovanili dei partiti di sinistra indicono delle manifestazioni antifranchiste davanti al consolato spagnolo (allora – ricorda Bertolo – una manifestazione, quando andava bene, non raccoglieva più di un centinaio di persone). Perfino il cardinale Montini, che prima del sequestro non aveva voluto abbassarsi ad occuparsi della questione, invia sollecitamente un telegramma al cattolicissimo dittatore Franco ricordandogli che un capo di stato cattolico non si deve macchiare di sangue e lo invita ad accordare la sua clemenza al giovane catalano condannato a morte.

Nel giro di due giorni arriva la notizia che il governatore militare della regione di Barcellona ha rifiutato di sottoscrivere la condanna a morte e l’ha commutata nella pena di 30 anni di detenzione; gli altri due imputati, precedentemente condannati a 30 anni, vedono la loro condanna ridotta di un terzo.

A questo punto – dice Bertolo – decidemmo di liberare il nostro ostaggio. In un primo momento si era pensato di rilasciarlo direttamente a Ginevra, nella sede della Società delle Nazioni (ed era già stato messo a punto un piano operativo, con la collaborazione di alcuni compagni spagnoli), in modo da aggiungere un altro elemento clamoroso di cui servirci nella nostra lotta antifranchista. Ma per ragioni di ordine tecnico fummo costretti ad una soluzione di ripiego, costrettivi anche dal fatto che in giro si cominciava a sapere troppe cose intorno al sequestro e, di conseguenza, ai suoi autori. Questo perché il gruppo dei socialisti veronesi si era confidato eccessivamente con un avvocato dapprima e quindi con dei giornalisti del quotidiano paracomunista “Stasera”. Il rischio era troppo grosso: in fretta e furia fummo costretti ad organizzare il rilascio. Ma anche questo piano saltò perché l’arrivo alla baita mio e di un redattore de “Il Giorno” fu preceduto da quello di un altro giornalista, al quale il compagno di guardia consegnò il vice-console credendo trattarsi del “contatto” giusto. Era mezzanotte e quando si avvide dell’errore era troppo tardi. Nel breve volgere di qualche ora eravamo tutti latitanti: il vice-console, nel frattempo, raggiungeva con il giornalista Milano e si recava in questura.

Nell’arco di una quindicina di giorni i rapitori vengono tutti presi, meno Bertolo che, grazie all’aiuto dei compagni si rifugia in Francia, fino all’inizio del processo (che si tiene dopo un mese e mezzo). Il giorno prima del processo Bertolo fa pervenire alla stampa una dichiarazione in cui preannuncia che si costituirà in aula. La polizia ed i carabinieri, che lo ricercano instancabilmente, organizzano un vasto “cordone sanitario” intorno alla città di Varese, dove si svolge il processo. Eludendo l’ampio spiegamento delle forze dell’ordine, Bertolo mantiene fede al suo impegno e riesce addirittura ad entrare nell’aula in cui si svolge il processo senza essere riconosciuto e fermato dai carabinieri.

Con un certo gusto spettacolare – ricorda Bertolo – riuscii ad arrivare fino in aula, camuffato da ragazzo d’ufficio dell’avvocato Dall’Ora: questi, appena iniziato il processo, si rivolse ai giudici annunciando la mia costituzione.

Il processo ha una vasta eco sulla stampa quotidiana e si trasforma in un processo contro il regime franchista: vengono ammessi a testimoniare anche delle personalità italiane e straniere che denunciano le brutalità e le violenze del regime spagnolo. La stampa, meno quella reazionaria, non si accanisce contro i giovani rapitori ed anzi, in vari casi, ne sottolinea l’idealismo e la generosità. Lo stesso pubblico ministero chiede condanne relativamente miti (di poco superiori ad un anno di galera), che i giudici ridimensionano ulteriormente riconoscendo come attenuante per gli imputati il fatto di aver agito per “motivi di particolare valore morale e sociale”. Una formula, questa, che per la prima volta veniva usata in un processo politico e che fino ad allora era servita solo nelle cause per delitti d’onore. Con la condanna a sette mesi dei principali imputati, con la condizionale, la non iscrizione e la conseguente immediata scarcerazione, il caso Elias può dirsi concluso.

Una condanna indubbiamente lieve: perché? Innanzitutto si trattava del primo rapimento per scopi politici. In secondo luogo giocò a nostro favore il buon trattamento ricevuto (e ampiamente riconosciuto) dal sequestrato. Infine è necessario tener presente il contesto politico di allora: il centro-sinistra era alle porte e la DC sentiva l’esigenza di dare continue prove del proprio “antifascismo” per accontentare i nuovi alleati socialisti. Un processo politico come il nostro non poteva non risentire di quel clima.

Chiedo a Bertolo quali furono allora le conseguenze del sequestro e del conseguente processo. Mi risponde citando innanzitutto la salvezza della vita di Conill Valls e la diminuzione delle pene per gli altri due anarchici catalani: tutti e tre oggigiorno sono liberi, grazie ad alcune amnistie intervenute nel frattempo. Un secondo effetto del sequestro fu il rilancio, non solo in Italia, dell’agitazione antifranchista; nelle settimane e nei mesi successivi si tennero numerose manifestazioni che contribuirono alla solidarietà internazionale antifranchista. In terzo luogo fu un momento di intensa propaganda anarchica, che vide rianimarsi il nostro movimento non solo a Milano, ma anche in molte altre località. Dopo il sequestro si andò formando a Milano il primo gruppo anarchico giovanile, premonitore di quella ripresa non solo quantitativa del movimento anarchico che continuerà lenta negli anni seguenti per poi scoppiare tumultuosa dopo la primavera del ’68.

Discorriamo per un po’ sulla validità e sull’efficacia di simili azioni anche in situazioni storiche parzialmente mutate, come l’attuale. Mentre parliamo diamo un occhiata ai quotidiani dell’epoca, ai lunghi articoli e resoconti del processo. Per caso ci capita sott’occhio un piccolo trafiletto, annunciante l’arresto in Spagna di un comunista, tale Julian Grimau. Anche lui fu condannato a morte per la sua attività antifranchista: ma, contrariamente a quanto accadde per Conill Valls, non fu attuato alcun sequestro per ottenere la sua salvezza. Qualche mese dopo Grimau veniva assassinato. Eppure, se qualcuno……

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto dal libro Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Ed. Feltrinelli febbraio 1972

21 febbraio 2011

A coloro che ritengono che le tesi del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, o le dichiarazioni di terroristi fascisti e assassini come Vincenzo Vinciguerra, “interessanti e lecite”  invece che opera di una dilettantesca operazione di disinformazione e di revisionismo storico, offriamo la lettura del profilo e percorso politico di Pietro Valpreda, scritta nel lontano 1972, da due giornalisti di provata professionalità.

Gli “ex” del circolo 22 marzo

Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.