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1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

1971 04 1 Unità – Un anarchico: «Il brigadiere mi spaccò le labbra». Drammatica deposizione al processo di Milano. di p.l.g.

6 giugno 2015

1971 04 1 Unità - Drammatica deposizione al processo di Milano

Milano 31 – Grazie ad una udienza relativamente tranquilla, il dramma umano, giudiziario e politico che sta al fondo del processo contro gli anarchici, ha cominciato a prender forma.

L’apertura dell’udienza vede di nuovo sul pretorio il Della Savia, che vuole ancora spiegarsi. «Quando ieri ho parlato di fascisti, non mi rivolgevo alle persone, ma all’istituto della giustizia che difende la proprietà privata dei mezzi di produzione… Non sono stato estradato, sono stato rapito dalla Svizzera (e proprio qualche settimana prima della strage di piazza Fontana) per accuse che non erano contestate nel primo mandato di cattura… Quella pazza della Zublena che io avevo visto una sola volta, è andata anche in Svizzera a cercare i miei presunti amici. Vorrei sapere chi la muove: il poliziotto Calabresi, il giudice istruttore Amati o altre persone? Dopo la rivolta del ‘70 a San Vittore, sono stato deportato a Porto Azzurro fra delinquenti comuni che non sono più uomini, ma bestie, capaci solo di andare su e giù… ».

Ed ecco accendersi una battaglia per la presenza in aula di tutti gli imputati: battaglia che vede la corte ritirarsi per ben tre volte in camera di consiglio. Qual è la sostanza? Come si ricorderà, dopo gli incidenti di ieri, il presidente aveva deciso di interrogare ogni singolo imputato, escludendo dall’aula gli altri. Gli avvocati giustamente sostengono che questo nuoce alla difesa; per evitare eventuali intemperanze basterà allontanare di volta in volta il responsabile. Dal punto di vista pratico, l’assenza degli imputati costringe poi, ad ogni nuovo interrogatorio, a rileggere il verbale di quel che hanno detto gli altri, con una perdita di tempo facilmente immaginabile. Ma la corte, su conforme parere del PM, respinge le istanze, affermando appunto che la rilettura del verbale garantisce il diritto alla difesa.

Ed ecco sulla pedana Paolo Faccioli, un biondino ventunenne con gli occhi azzurri, il viso ancora infantile, indurito dalle sofferenze. Pesano su di lui ben 12 accuse. Il presidente interroga: «Lei è già stato condannato dal Tribunale di Bolzano a 20 giorni di arresto e 15 mila lire di ammenda (pena poi cancellata dall’amnistia) per una bomba carta fatta esplodere nella cattedrale di quella città?».

Faccioli: «E’ vero e rivendico quel gesto proprio per dimostrare la mia estraneità agli altri attentati… Adesso, quando ci penso, sorrido perchè quello era un gesto dimostrativo, corrispondente all’immaturità delle lotte di massa in una zona arretrata… Non sono un pacifista, ma sono anche contrario alla violenza contro gli individui. L’unica violenza a cui credo, è quella delle masse proletarie per instaurare uno stato socialista liberiano… ».

E qui si arriva ad un primo mistero. In tasca al Faccioli, fu rinvenuto un foglio con lo schema di un ordigno uguale, secondo la polizia e il perito, a quelli usati per le esplosioni di Milano. Ma un foglio identico risulta sequestrato anche al coimputato Braschi. Ci furono dunque due fogli oppure uno solo che «trasmigrò» dal fascicolo Braschi a quello Faccioli? L’imputato che aveva all’inizio indicato il foglio come proveniente da un quaderno del Braschi e poi da un giovane torinese sconosciuto, ora sostiene che queste sono versioni false, la prima imposta dalla polizia, la secondo suggerita da altri detenuti.

E qui si apre il solito capitolo degli interrogatori polizieschi. «Mi lasciarono tre giorni senza mangiare e senza dormire, picchiandomi e minacciandomi: erano il commissario Zagari, i gorilla Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi» (i tre ultimi sono gli stessi protagonisti dell’ultimo interrogatorio del Pinelli – n.d.r.).

PRESIDENTE – Ma perché non ne parlò ai pubblici ministeri e al giudice istruttore che l’interrogarono?

FACCIOLI – Era la prima volta che mi trovavo a contatto con quell’apparato mostruoso… Gli altri detenuti mi consigliavano… Creda pure, che a San Vittore, il mio aspetto efebico mi comprometteva… Pensi che un giorno il Calabresi e gli altri, col pretesto di farmi ritrovare la madre del Della Savia, mi portarono in macchina a Parabiaco, mi fecero scendere ordinandomi poi di correre davanti… Mi seguivano a fari spenti e dicevano: «Tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà… Possiamo romperti le ossa e dire che è stato un incidente». Comunque ne parlai subito al mio difensore avvocato Barchi, che mi consigliò di riferire al giudice.

E l’avvocato Barchi: E’ vero».

Faccioli prosegue: «Il gorilla Panessa mi spaccò le labbra con un pugno; ma all’ingresso di San Vittore non fui sottoposto ad alcuna visita medica…».

A questo punto, il secondo patrono, avvocato. Ramaioli, ed altri avvocati chiedono ed ottengono l’acquisizione dei registri delle visite e delle cartelle cliniche a San Vittore. Dopodiché il Faccioli respinge tutte le altre imputazioni. «Ci vennero attribuiti gli attentati del 25 aprile che poi risultarono commessi dai fascisti greci… ».

Il presidente sobbalza: «E chi l’ha mai detto? Agli atti non figura niente di simile!».

Il pubblico ride e l’udienza viene rinviata a domani.

10 luglio 1969 – indagini su gruppo L’Iconoclasta di Milano (Valpreda, Claps e D’Errico)

1 dicembre 2013

10 luglio 1969 – indagini su gruppo “L’Iconoclasta” di Milano (Valpreda, Claps e D’Errico. Notare come gli inquirenti – in questo caso – descrivano con precisione la forma organizzativa degli anarchici.)

10 luglio 1969 – indagini su gruppo L’Iconoclasta

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

8 agosto 2013

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena).  (ricordiamo che Rovelli era informatore sia del commissario Calabresi che di Russomanno)

 

 

29 dicembre 1969 AARR - Enrico ROVELLI (Anna Bolena) COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.)

29 dicembre 1969 AARR – su compiti affidati da Questura di Milano a Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

 

 

11 gennaio 1970 velina AARR – Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

8 agosto 2013

11 gennaio 1970 appunto AARR  per Russomanno sulla spia Enrico ROVELLI (Anna Bolena) al ritorno da Parigi e altre città europee.    Notare le ultime tre righe della velina – forse riferite ad altra cosa – sono scritte in modo criptico e fanno pensare a qualche operazione di provocazione in atto.

 

11 gennaio 1970 AARR  - Enrico ROVELLI (Anna Bolena) COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 gennaio 1970 AARR – Enrico ROVELLI (Anna Bolena)

 

 

5 gennaio 1970 Circolare interna riservata Anarchici di Milano su Pinelli e Valpreda

12 aprile 2012

CIRCOLARE: INTERNA RISERVATA

DICHIARAZIONE DEGLI ANARCHICI DI MILANO

Premessa

Quella che definiamo nei punti seguenti è la posizione unitaria assunta dagli anarchici di Milano di fronte ai fatti recenti.

Sottolineiamo che il nostro atteggiamento di fondo, fin dal 12 dicembre, è sempre stato sostanzialmente unanime, confermando e continuando l’atteggiamento già assunto dal 25 aprile in poi sulla natura provocatoria degli attentati che a partire dallo stesso 25 aprile si sono susseguiti in Italia, sulla loro funzione politica e sulla repressione (conf. i volantini, i manifesti, i comunicati stampa, i numeri 1 2 3 e 4 del bollettino “Croce nera Anarchica”).

 

 

 

Dichiarazione

1) Il compagno Giuseppe Pinelli (stimato militante dei gruppi anarchici Bandiera Nera ed inoltre membro attivo della Crocenera anarchica e del circolo Ponte della Ghisolfa) non si è ucciso. Egli è stato, direttamente o indirettamente, ammazzato. Tutto quello che la stampa, per suggerimento della Questura, può dire o aver detto per giustificare la tesi del suicidio è pura menzogna.

2) Pietro Valpreda è innocente ed è anarchico da oltre dieci anni (anche se da quasi un anno si era posto ai margini del movimento per certi suoi discutibili atteggiamenti). Egli pertanto deve in questa occasione essere difeso apertamente e senza riserve, rimandando ad altro momento il giudizio su oscurità che l  o riguardano ma che non hanno attinenza con le accuse che gli sono state rivolte.

3) Anche il gruppo XXII marzo di Roma è secondo ogni apparenza e fino a prova contraria estraneo agli attentati. Il giudizio politico su questo gruppo, la discutibilità delle loro tesi, l’ambiguità di alcuni suoi componenti (secondo 1a stampa o secondo la denuncia dei compagni dei gruppi F.A.I. – F.A.G.I. di Roma) non devono determinare il nostro giudizio sulla loro colpevolezza.

4) La manovra antianarchica (basata sulle azioni provocatorie, sulle persecuzioni poliziesche e sulla diffamazione giornalistica) culminata con la strage di P.za Fontana, con gli arresti, i fermi, le perquisizioni, le denunce e con la violentissima, calunniosa campagna di stampa, è stata come previsto; l’inizio di una più vasta manovra repressiva contro tutta l’opposizione extra-parlamentare ed extra-sindacale.

E’ chiaro, ora, che questa manovra è servita anziché al paventato colpo di Stato (forse agitato volutamente per nascondere quello che frattanto stava succedendo) ad una “legale” involuzione autoritaria. E’ cioè servita non ai colonnelli ed al fascismo tradizionale, ma alla socialdemocrazia, la quale può spesso servire alla repressione antirivoluzionaria meglio di un regime scopertamente reazionario.

La connessione da più parti individuata tra elementi fascisti nostrani e greci (in particolare esistono le prove riguardo alla partecipazione greca agli attentati del 25 aprile) non è assolutamente in contrasto con l’analisi politica sugli attentati. E’ infatti certo che l’imperialismo americano che appoggia il regime dei greci ha, insieme a loro, interesse al governo forte in Italia ma, valutando che la situazione politica interna non potrebbe sopportare un colpo di Stato aperto, deve mascherarlo con la socialdemocrazia

GLI ANARCHICI DI MILANO

Milano 5/1/’70

La corrispondenza tra noi, Marco Tullio Giordana e Curzio Maltese

8 febbraio 2012

La Repubblica e Curzio Maltese

31 gennaio 2012 La nostra lettera a Curzio Maltese di Repubblica

Gentile Curzio Maltese,

abbiamo letto il suo articolo sul Venerdì di Repubblica in merito all’intervista a Marco Tullio Giordana. Innanzitutto vogliamo ringraziarla per la precisione con la quale ha ricordato l’assassinio del nostro compagno Giuseppe Pinelli.

Ad una sua domanda, Marco Tullio Giordana, avrebbe risposto coinvolgendo gli anarchici nell’esecuzione della strage di Piazza Fontana. Giordana, da noi interpellato, ha recisamente smentito di aver dato quella risposta. Pertanto, sicuri della sua buonafede, la invitiamo a correggere quanto scritto in merito.

Dopo oltre 40anni, dopo innumerevoli processi e sentenze ormai definitive che hanno stabilito, oltre ogni dubbio l’estraneità degli anarchici, ci sorprende e ci indigna profondamente scoprire che c’è chi tenta ancora di riscrivere la storia, addossando agli anarchici responsabilità di Stato, riconosciute universalmente.

Sicuri di trovare la dovuta smentita con uguale risalto nel prossimo numero del Venerdì di Repubblica, la salutiamo cordialmente.

testimoni e protagonisti

Per gli “ex del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Marco Pacifici

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti

Paolo Braschi

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

2 febbraio 2012 Curzio Maltese risponde c.maltese@repubblica.it

mi spiace, ma non posso correggere una frase detta da giordana e da me correttamente riportata. del resto, nel film, quando lo vedrete, la tesi del coinvolgimento dei circoli anarchici è chiaramente espressa nel finale, come ipotesi del commissario calabresi e non soltanto sua. ma più che di anarchici, si parla di infiltrati. come sapete purtroppo nei circoli ce n’era più d’uno. grazie in ogni caso per l’attenzione e per il vostro impegno, cm

7 febbraio 2012 Nostra risposta a Curzio Maltese

Caro Curzio Maltese,

siamo veramente spiacenti che tu non voglia correggere la frase attribuita a Giordana e da lui stesso smentita, ma ci saremmo aspettati la correttezza da parte di un giornale come Repubblica di almeno pubblicare la nostra lettera.

Non sappiamo se per tagli al pezzo od altro ma ci sembra evidente che la sua domanda che inizia (p.20) con  “Senza mai escludere una forma di manovalanza anarchica.” E prosegue con la risposta di Giordana “I segnali sono molti…)   induce il lettore a credere che sia Giordana a credere alla teoria fantapolitica e di revisionismo storico del sig. Cucchiarelli e che gli anarchici abbiano, comunque,  messo “una bomba di potenziale assai ridotto…” e non, come lei stesso asserisce, che questa sarebbe stata una teoria del commissario Calabresi.

Riguardo al numero degli infiltrati non ci interessa in questo momento fare una statistica a chi ne avesse di più o di meno (il Pci in quello stesso anno ‘69 espulse due agenti dei servizi segreti che lavoravano beatamente in Direzione e – peggio ancora – nel Dip. Esteri, per non parlare di quelli – mai identificati – che permisero gli arresti a raffica degli esuli del partito ogni qualvolta che da Parigi tentavano il rientro in Italia per riorganizzare il partito), a noi preme soltanto sottolineare la nostra totale estraneità a quei fatti criminali e delittuosi – come anche la magistratura ha potuto accertare con sentenze passate in giudicato – e che la verità “vera” e quella “storica” è una e una soltanto: la Strage è di Stato, gli anarchici sono innocenti!

Un grazie da parte mia e nostra e un saluto

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Lello Valitutti

 

dal Blog di Daniele Barbieri: http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/02/06/lonore-di-pinelli-di-mark-adin/

L’onore di Pinelli – di Mark Adin

6 febbraio 2012 di DB

Questa è una storia che non finisce mai, e che comincia quando ho smesso i pantaloni corti e mi sono iscritto alla prima classe del liceo. Una storia che ha indirizzato la vita a molti, una storia collettiva. Qualcosa che non ha più avuto pace, una condizione di allarme che ci ha messo in mezzo.

Se durante il passaggio tra l’infanzia e l’età adulta è un fatto drammatico a incorniciare la tua iniziazione, questo fatto ti accompagnerà per sempre: sarà una parte di te.

Una generazione intera è passata da quella piazza di Milano, è rimasta scossa, mutilata, aggredita, segnata dalla bomba esplosa un pomeriggio piovoso in una banca affollata. Nulla è stato più come prima.

Non sapevo cosa fosse, l’anarchia.

I libri di storia finivano, allora, sul Carso, con molta retorica. Conoscevo le canzoni, imparate dalla voce gorgheggiante della maestra di musica, del Piave, degli Alpini. Gli inni patriottici, questo sapevo. Avevo ancora negli occhi grandi manifesti appesi ai muri, che ammonivano a non toccare strani oggetti che avrebbero potuto esplodere. Erano le mine antiuomo della Seconda Guerra mondiale. Erano ancora lì, sulle pareti. Questo sapevo dell’ultima guerra, insieme ai pallosissimi (a quell’età si è insofferenti di tutto) racconti che sentivo in famiglia di “quando si stava peggio”, dei bombardamenti aerei, delle corse ai rifugi.

Questo sapevo delle bombe.

Nella piccola città di provincia i soldati e i “capelloni”si menavano. Certi ragazzi più grandi di me urlavano “Johnson boia”, la polizia li caricava a forza sulle auto verde-oliva e li portava via. Rubai, a una esposizione di quadri, un piccolo volume dalla copertina rossa incollato a un grande pannello dai colori sgargianti che voleva essere una opera d’arte. Non mi resi conto di aver così compiuto uno sfregio. Ero diventato un teppista ma avevo tra le mani, del tutto inconsapevole, un feticcio: il libretto rosso di Mao, che parlava di “tigri di carta” poco salgariane. Ricordi alla rinfusa del turbine adolescenziale.

Improvvisamente scoppiò la bomba vera, il bianco e nero televisivo drammatizzò ancor di più la notizia. Vidi le foto, la devastazione. Vidi quel buco nel pavimento. Tre giorni più tardi sentii per la prima volta il nome di Pino. Lessi i titoli dei giornali: un uomo si era suicidato buttandosi dal quarto piano della questura.

Passò del tempo, su una bancarella c’erano pile di libri dal titolo: “La strage di Stato”. Un tizio appariva in copertina, era il “ballerino anarchico” Pietro Valpreda. Il primo contatto con una delle parole più usurpate, rubate, stuprate, fraintese: anarchia.

Anche l’uomo precipitato dal quarto piano della questura di Milano era anarchico.

E io stavo lentamente diventando uomo, precipitando in un mondo privo di innocenza.

Ebbi modo di conoscerne altri, ebbi l’umano privilegio di incontrare, essere amico e compagno di alcuni anarchici, gente più grande di me: venivano da Resistenza e Guerra di Spagna. Parlo di privilegio senza retorica: fu tale per la qualità delle persone. Incarnarono e mi trasmisero un senso dell’etica e della politica che non ho più ritrovato. Uno di loro, oggi scomparso, mi parlò a lungo di Giuseppe Pinelli, dei giorni immediatamente successivi alla strage, durante i quali finì, anche lui, fermato insieme ad altri.

A metà degli anni Ottanta ebbi modo di incontrare Pietro Valpreda. Nello stesso periodo feci la conoscenza del giornalista Piero Scaramucci, che ai nostri giorni avrebbe curato uno dei libri più sorprendenti su Pinelli: una lunga intervista in cui parla la moglie Licia, donna riservata, dalla forza morale esemplare. Un libro lucido, spiazzante, dal taglio davvero inedito, da leggere. Sul “ferroviere anarchico”, sul suo dramma, è stato scritto molto, sono state condotte inchieste, composte canzoni, messi in scena lavori teatrali, ma il vero dramma è non avergli reso giustizia, è aver dovuto ascoltare ogni sorta di menzogna sulla sua fine, pur in presenza di testimonianze  e riscontri, colpevolmente ignorati. Una per tutte: la testimonianza di Pasquale “Lello” Valitutti, che è possibile leggere o ascoltare, dalla sua viva voce, sul web.

Nonostante fosse l’unico testimone di quella tragica sera nella quale Pinelli entrò in questura da una porta per uscire poi da una finestra, non fu ascoltato. Si preferì dar retta ai poliziotti (che erano indagati, dunque meno attendibili) per arrivare alla sentenza nella quale si inventò il surreale “malore attivo” e si sostenne, nonostante la testimonianza contraria di Valitutti che si preferì non considerare al processo, che il commissario  Calabresi non si trovava, al momento dell’accaduto, nella stanza dell’interrogatorio.

Caso emblematico di una verità, quella sul ferroviere anarchico, gridata nelle piazze e smentita dallo Stato. Se vi capita di andare a Milano, in Piazza Fontana troverete due lapidi che raccontano due versioni da sempre in aperto contrasto tra loro. Ma la verità, ovviamente e scandalosamente, è  soltanto una.

Oggi un regista di talento, che ci ha dato, tra l’altro, un’opera complessa come “La meglio gioventù”, Marco Tullio Giordana, ha terminato un film che uscirà a marzo, sulla bomba di Milano e ciò che seguì. Mastandrea è Calabresi e Favino Pinelli. La sfida è grande. Lo vedremo sugli schermi e giudicheremo, ma non prima di allora.

Senonchè, durante una intervista-promo resa a Curzio Maltese, sul “Venerdì” di Repubblica del 27/1/2012, si fa allusione all’ipotesi di coinvolgimento criminale di alcuni anarchici nello stesso periodo, tesi secondo la quale ci sarebbe stata una bomba a basso potenziale anarchica, il cosiddetto “petardo”, contemporaneamente all’ordigno che causò la strage collocato dai fascisti. La cosa fu smentita dalla magistratura e successivamente persino dalla polizia, dagli organi di quello Stato al quale avrebbe fatto molto comodo per distrarre da sé l’ombra della propria responsabilità. Uno dei tanti depistaggi. Sul “Venerdì” – forse a causa di un refuso, forse a causa di una fantasia dell’intervistatore, forse per suscitare clamore intorno al film – si è finito per intorbidire, per l’ennesima volta, le acque.

A seguito dell’immediato intervento di alcuni esponenti del movimento che gliene chiedevano conto, Giordana avrebbe nettamente smentito di aver reso la dichiarazione, affermando: “Che Valpreda possa aver messo il “petardo” è la tesi di Calabresi, non la mia. Vedendo il film la cosa è evidente. Nel finale giunge a dubitarne perfino lo stesso Calabresi, addirittura smentisce questa tesi Federico Umberto D’Amato in persona”.

Dirà la sua, se riterrà, anche Curzio Maltese, e forse smentirà in qualche recesso di pagina, o forse confermerà. Nel numero successivo del “Venerdì” di Repubblica, quello del 3/2/2012, però il giornalista tace. Del resto questo tipo di smentite, nell’opaco panorama del giornalismo italiano, non sono certo frequenti. Ci vuole onestà intellettuale per ammettere di aver preso una cantonata, e non tutti ne sono provvisti. Resto convinto che Maltese sia persona perbene, aspettiamo le sue parole.

Mi chiedo se sia dovuta a un altro errore giornalistico la notizia, riportata dallo stesso quotidiano in data 27/2/2007, circa l’avvio della causa di beatificazione del commissario Luigi Calabresi. In ogni caso, santo sì o santo no, non ci riguarda: è un problema che pertiene alla Chiesa Cattolica, sono fatti loro. Se posso però azzardare una battuta, nel rispetto di tutte le sensibilità, suggerirei che potrebbe, in effetti, essere considerato miracoloso (come è noto, si diventa santi solo se c’è il miracolo) il fatto di essere passato davanti a Pasquale Valitutti ed essergli stato invisibile. Infatti, secondo la testimonianza di quest’ultimo, seduto nel corridoio della questura con ottima visuale, nessuno sarebbe uscito dalla stanza dell’interrogatorio, neanche Calabresi. Che si trovasse nella stanza già piena di fumo al momento della precipitazione del ferroviere, comunque, non è così importante ai fini di stabilire come siano andate davvero le cose; può esserlo per la famiglia del Commissario, cosa umanamente comprensibile. Per la verità storica interessa poco la responsabilità individuale: ciò che conta è che Giuseppe Pinelli, quel 15 dicembre 1969, non si è buttato.

E’ davvero facile cambiarla a piacimento, la Storia, più di quanto si creda. Per questo ha bisogno dei suoi custodi, e tutti lo possiamo essere, anzi, lo dobbiamo essere, attentamente e ostinatamente.

Anche per una questione di onore, perché se da un lato le vicende di quegli anni furono contrassegnate da assassinii, depistaggi, menzogne, violenza ed ogni altra azione ignobile, dall’altro furono un esempio di reazione morale e di pratica di verità.  E questo non si può, per nessun motivo, infangare

Mark Adin

Lello Valitutti, una testimonianza ignorata: http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=B4noUfN_UT4

 

Scambio lettere e smentita di M.T. Giordana

27 gennaio 2012 Lettera aperta a Marco Tullio Giordana

Nell’inserto di Repubblica di oggi, 27 gennaio 2012, abbiamo letto un’intervista di Curzio Maltese al regista Marco Tullio Giordana sul suo ultimo film “Romanzo di una strage” dedicato alla  strage di Piazza Fontana. Alcune dichiarazioni contenute nell’intervista ci hanno lasciati costernati ed indignati perché contrastano con quanto lo stesso Giordana ci disse durante un colloquio che avemmo con lui  nell’aprile dello scorso anno quando lo incontrammo per esternargli le nostre preoccupazioni sul contenuto del film che si avviava a girare  (vedi i nostri precedenti comunicati che riportiamo qui sotto).

In particolare ci riferiamo alla frase virgolettata attribuita da Curzio Maltese a Giordana, il quale rispondendo ad una domanda sull’ipotesi della doppia bomba a piazza Fontana, avrebbe detto:   “Si può pensare a una bomba di potenziale assai ridotto piazzata dagli anarchici …. E a un’altra bomba, quella col timer, militare, catastrofica messa da Freda e Ventura……’’.

In quell’incontro il regista ci assicurò che nel film sarebbe stata rispettata la verità storica e che sarebbe risaltata l’assoluta estraneità di Pietro Valpreda, di Pino Pinelli e degli anarchici tutti alla strage di Piazza Fontana.

La frase dell’intervista è dunque in evidente contrasto con le affermazioni fatte dallo stesso Giordana nell’incontro di aprile. Ci auguriamo quindi che non l’abbia pronunciata e che possa smentirla.

Per gli “ex” del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti,

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

Vedi l’articolo: il Venerdì di Repubblica del 27 gennaio 2012. Intervista di Curzio Maltese a Marco Tullio Giordana 

27 gennaio 2012 La risposta di Marco Tullio Giordana

Sì, anch’io ci sono rimasto male a vedere così semplificato un concetto molto più articolato. Che Valpreda possa aver messo il “petardo” è la tesi di Calabresi, non la mia. Vedendo il film la cosa è evidente. Nel finale giunge a dubitarne perfino lo stesso Calabresi, addirittura smentisce questa tesi Federico Umberto D’Amato in persona.

Sono purtroppo abituato alle sintesi giornalistiche, anche quando si tratta di uno bravo come Curzio Maltese. Il cinema è complessità e sfumature, la stampa semplificazioni e bianchi/neri. La stampa “politica” poi, nella sua voluttà di confliggere, addirittura mistificazione.

Detto questo, rimango male anche a constatare la vostra aggressività. E’ dall’inizio del film che puntate il mio lavoro quasi fosse concepito e nato “contro” di voi. Sento la matita rossa/blu fremere nelle vostre mani, in attesa dell’errore compiaciuti (L’avevamo detto!) anziché dispiaciuti. Io consiglierei di aspettare il film, è quello a far testo. Se lì troverete smentito quanto spiegato a voce, avrete modo di suonare le vostre trombe e le vostre campane. Adesso, vi assicuro, è anatema praecox

Marco Tullio Giordana

31 gennaio 2012 La nostra lettera di risposta a M.T. Giordana

Caro Marco Tullio,

leggiamo con piacere la tua smentita e ci crediamo come abbiamo creduto a quanto da te detto nell’incontro di aprile. Come tu, giustamente, dici il giudizio finale sul tuo film ovviamente lo daremo quando lo vedremo. Ci dispiace che tu abbia frainteso il senso della nostra ultima: noi saremmo felicissimi se il tuo film fosse veritiero e conseguentemente di grande successo. Devi però comprendere che ogni qualvolta una notizia riporta falsità, talmente evidenti e calunniose, noi riviviamo i drammi tragicamente vissuti sulla nostra pelle.

In attesa di rivederci alla proiezione dell’anteprima del film, rinnoviamo i nostri saluti sinceri

Per gli “ex” del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

L’Antefatto

17 aprile 2011 Comunicato n. 1 Il segreto…di Paolo Cucchiarelli

LA “STRATEGIA DELLA CONFUSIONE” http://www.facebook.com/notes/laboratorio-lapsus/la-strategia-della-confusione/10150214108043782

[…] La nostra impressione è che su fatti così importanti e decisivi per la storia d’Italia regni una grande confusione, non del tutto casuale: un meccanismo comunicativo che tende a mettere sullo stesso piano terrorismi di destra e di sinistra, in realtà nati da contesti storici diversi. Attraverso una miscela di confusione e rimozione, le nuove generazioni identificano fatti, personaggi, nomi e organizzazioni lontani tra loro, sotto la generica definizione di “terrorismo” o “anni di piombo”.
Questa “strategia della confusione” è determinata da diversi fattori: la mancanza di ricerca storica all’interno delle università su quegli anni; la conseguente assenza di questi argomenti dalle scuole medie e superiori; la vulgata, volutamente superficiale, diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tutto viene relegato per sempre nell’oscurità dei “misteri d’Italia”, fatti troppo torbidi per essere compresi e analizzati a pieno: la memoria nazionale si vorrebbe aggregata intorno alla condivisa condanna degli anni ’70, cancellando colpe e ruoli di singoli e istituzioni. All’interno di questa prospettiva crediamo che il concetto di memoria condivisa non sia un efficace strumento per superare tale “confusione”. Non può esistere condivisione e pacificazione su quegli anni di aspro conflitto. Un Paese che voglia fare davvero i conti col proprio passato, potrà farlo solo attraverso un profonda ricostruzione e divulgazione di fatti e responsabilità, perché conoscere quelle storie nel profondo, significa capire le ragioni dell’oggi. Solo in questo modo potremo saldare il doloroso debito con le vittime di quegli anni, tenere viva la loro memoria e comprendere il nostro presente.”

Il testo di Laboratorio-Lapsus qui sopra riportato sembra scritto apposta per illustrare il lavoro che stiamo portando avanti.  Ormai da due anni, da quando è stato dato alle stampe dal Ponte alle Grazie il libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, abbiamo iniziato ad analizzare e smantellare le manipolazioni e falsità di questo giornalista, presunto storico e novello inquisitore.
La prima cosa che balza agli occhi è che tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che hanno costruito su noi anarchici la strage o che l’hanno coperta.
Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. Interessante notare anche l’utilizzo disinvolto dei giornali dell’epoca – quelli delle primissime settimane dopo gli attentati, quelli del mostro Valpreda, degli anarco-fascisti bombaroli e assetati di sangue, – che il Cucchiarelli assume come fossero atti processuali, invece che indecenti falsità scritte da giornalisti imboccati dalle veline delle Questure. Oppure come, partendo da sue (?) ipotesi interpretative si assista, nel corso della lettura del libro, alla trasformazione di queste teorie in ..fatti accertarti!

Il libro, alla sua uscita, ha ricevuto delle pesanti stroncature da parte di importanti studiosi (primo per importanza sicuramente Aldo Giannuli) o da parte di chi si occupa da anni, e da sinistra, della materia (come Luciano Lanza, Saverio Ferrari…). Nonostante ciò, ed il chiaro contenuto revisionista del libro, abbiamo assistito in questi anni ad un fenomeno importante che ha visto oltre a organi di stampa apertamente “di parte”, anche molti siti web “neutrali” abbracciare acriticamente le tesi di riscrittura storica di Cucchiarelli espandendo così tali disinformazione di massa sui fatti di Piazza Fontana, con un mezzo particolarmente sensibile perché fruibile soprattutto dai giovani. A questo tentativo di attacco alla verità storica – accertata oltretutto anche in sede giudiziaria – la sinistra e gli anarchici in particolare – cioè la parte più direttamente interessata – non hanno saputo dare, a nostro modesto parere, una risposta adeguata, immediata e articolata a livello nazionale.

Questo spazio aperto lasciato al diffamatore Cucchiarelli ha portato ad una serie di atti volti alla chiusura definitiva del capitolo “strage di Stato” (inteso come occultamento degli organizzatori ed esecutori) come momento saliente della strategia della tensione, che scaricava sulla teoria degli opposti estremismi i sanguinosi attentati programmati da uno Stato complice di precisi interessi tesi a mantenere e consolidare quella “democrazia” Occidentale voluta dagli Stati Uniti.

In questo quadro si inseriscono fatti in apparenza umanamente comprensibili, quali i libri di Gemma Capra Calabresi ed ancor più di Mario Calabresi, l’incontro in Quirinale di parti tra loro incompatibili quali Licia Rognini Pinelli (vittima) e Gemma Calabresi (moglie del carnefice!), o decisamente inaccettabili come il libro di Cucchiarelli e il film-romanzo, in lavorazione, su Piazza Fontana del regista Marco Tullio Giordana basato sulle nuove “rivelazioni-verità” di quest’ultimo, o i reiterati tentativi da parte di storici compiacenti di sostenere la necessità di una memoria condivisa su quegli anni e del superamento del discrimine dell’antifascismo su cui poi i fascisti, con nuove casacche e travestimenti, cercano di infiltrarsi culturalmente e politicamente.

Da tempo i compagni dell’ex 22 marzo, il circolo a cui apparteneva PietroValpreda, sono impegnati singolarmente (con denunce, querele, diffide), unitariamente (con un proprio Blog e documenti http://stragedistato.wordpress.com/ ), e collettivamente, grazie all’assistenza dei compagni dei circoli Carlo Cafiero di Roma e Ponte della Ghisolfa di Milano, a denunciare e mettere in guardia su questa mostruosa manovra.

E’ chiaro che con le nostre sole forze non potremo vincere questa battaglia politica e culturale. Lanciamo quindi un appello a tutti i compagni, alle strutture di movimento, alle associazioni antifasciste, a tutti i sinceri democratici e agli uomini di cultura e intellettuali che non hanno mai abbandonato il sogno di una società più giusta e libera ad aiutarci in questa nostra battaglia di giustizia e verità.

Primi firmatari:

Per gli ex del circolo 22 marzo di Roma:

Roberto Gargamelli, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Enrico Di Cola, Cosimo Caramia, Marco Pacifici

Per i compagni di Milano:

Lello Valitutti

20 aprile 2011 Comunicato sul film su Piazza Fontana

Come anarchic* ci siamo preoccupati delle notizie di stampa relative alla realizzazione di un film su Piazza Fontana.

Temevamo che, in tempi di riscrittura della storia, si volesse approfittare della pellicola per raccontare una verità diversa da quella che anni di persecuzioni, montature, lotte e controinformazione hanno rivelato.

Abbiamo perciò incontrato il regista del film Marco Tullio Giordana.

Il regista ci ha assicurato che nel film sarebbe stata rispettata la verità storica e che sarebbe risaltata l’assoluta estraneità di Pietro Valpreda, di Pino Pinelli e degli anarchici tutti alla strage di Piazza Fontana.

Prendendo atto delle assicurazioni dateci da Giordana ci riserviamo di dare un giudizio completo sul film una volta che sarà realizzato.

I partecipanti all’incontro:

Lello Valitutti, Enrico Di Cola, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Francesco Fricche

23 ottobre 1971 Umanità Nova – Processo subito – Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

28 marzo 2011

23 ottobre 1971 Umanità Nova

Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

Processo subito

Una decina di giorni fa la stampa ha dato la notizia che i compagni Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli ed Emilio Borghese stavano per cominciare uno sciopero della fame per chiedere la fissazione del processo.

Noi eravamo contrari a questo gesto che, viste le loro precarie condizioni di salute, avrebbe soltanto fatto il gioco di quella «giustizia» di Stato che, da due anni a questa parte, non fa che rinviare la fissazione del processo (si spera evidentemente in una quanto mai opportuna scomparsa di questi scomodi imputati).

Abbiamo quindi deciso di prevenire l’azione dei compagni detenuti e il 13 ottobre abbiamo cominciato a Porta S. Giovanni uno sciopero della fame a oltranza, per chiedere pubblicamente che sia fissata la data del processo contro i compagni incriminati per le bombe del 12 dicembre ’69.  Fare in modo che la gente parli del processo Valpreda, che si domandi soprattutto perché, a due anni dalle bombe, a sei mesi dal deposito della sentenza istruttoria (che ha a sua volta richiesto mesi di «meditazione» al dott. Cudillo, mentre avrebbe potuto essere pronta in due giorni, non essendo altro che una fedele riproduzione della requisitoria di Occorsio) non sia ancora stato fissato il processo, ci sembra infatti, in questo momento, particolarmente importante.

In questi due anni molti testimoni sono morti in circostanze «misteriose». Ultimo della serie, quel supertestimone Rolandi che in aula avrebbe fatto la fine della Zublena e a cui (guarda caso) Cudillo aveva fatto firmare una «deposizione a futura memoria» da usarsi in caso di morte.

Se a questo si aggiungono le condizioni di salute dei compagni detenuti e soprattutto le false notizie su presunti tentativi di suicidio di Valpreda e Gargamelli, fatte circolare per ben due volte (forse per preparare l’opinione pubblica all’idea di un nuovo «suicidio»?), è evidente che si vuole arrivare al processo senza testimoni ma anche senza imputati.

Le ragioni di ciò sono, per noi, chiarissime. Questo processo fa paura ai padroni, fa paura agli assassini di piazza Fontana che invocano, in nome delle vittime che loro stessi hanno fatto, l’«ordine» o la pace sociale.

I fascisti hanno messo le bombe, ma i fascisti non sono che i sicari: i veri responsabili sono quei «padroni» di cui lo Stato non è, per sua natura, che l’espressione organizzata e il comodo strumento.

Per questo chiedere «il processo subito» non vuol dire solo lottare per salvare dei compagni innocenti che sono in galera. Far capire allo sfruttato che il processo Valpreda e lo sfruttamento cui è sottoposto non sono due realtà estranee l’una dall’altra ma, al contrario, due aspetti strettamente connessi di una stessa logica (la logica del potere) vuol dire renderlo più cosciente anche della sua situazione, meno disponibile al gioco di chi spera di tenerlo buono con lo spauracchio degli «anarchici estremisti che fanno le stragi».

Chiedere «il processo subito» vuol dire, in questo momento, impegnarsi in una battaglia a fondo contro il sistema e le sue istituzioni.

Il processo contro gli anarchici dovrà essere un processo contro il sistema, contro il fascismo vecchio e nuovo; contro lo Stato.

Vogliamo il processo subito, perché gli anarchici non saranno gli accusati ma gli accusatori. Vogliamo il processo subito per impedire che un altro delitto di Stato sia portato a termine.

Così è scritto, fra l’altro, in uno dei quarantamila volantini distribuiti, insieme a molte migliaia di copie di giornali ed opuscoli, in questi primi sette giorni di sciopero della fame.

Due compagni si sono dovuti oggi ritirare per ordine del medico, restiamo in tre, due compagni di Milano e uno di Roma. I compagni dei gruppi di Roma si sono organizzati per una presenza continua, necessaria per far fronte alle numerose domande della gente che si ferma per discutere e documentarsi, per la massiccia distribuzione di volantini e di stampa anarchica, per i comizi volanti,

Vogliamo continuare, finché possiamo, questo lavoro di controinformazione; vogliamo continuare lo sciopero della fame per costringere tutti a domandarsi che cosa ci sia dietro il «caso Valpreda».

 

13 Ottobre 1971 Comunicato stampa Anarchici – Sciopero della fame a oltranza a Piazza S.Giovanni in Laterano in Roma

24 marzo 2011

Comunicato stampa

Comunicato stampa Anarchici 1971Un gruppo di anarchici di Roma e di Milano hanno proclamato da oggi uno SCIOPERO DELLA FAME AD OLTRANZA fino a quando non sarà fissata la data del processo contro Pietro Valpreda e gli altri compagni incriminati, innocenti, per le bombe fasciste del 12 dicembre 1969.

All’assassinio del compagno Pinelli, alla morte “misteriosa” di Rolandi non deve far seguito la scomparsa degli imputati.

Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese sono in carcere da due anni, in condizioni di salute sempre più precarie ed in attesa di processo.

Nel maggio scorso, al deposito della sentenza istruttoria, fu garantito l’inizio del dibattimento per questo autunno. Ora si parla di fissarlo per la primavera prossima e, con ogni probabilità, non inizierà prima dell’autunno 1972.

Gli anarchici di fronte a questo atteggiamento della magistratura, dettato dalla paura di un processo che vedrebbe smantellata tutta la montatura della polizia di stato, chiedono che i compagni vengano processati o scarcerati immediatamente.

Dichiarano responsabili di ogni estrema conseguenza di questa protesta l’autorità giudiziaria.

Da Piazza S. Giovanni in Laterano, in Roma, il 13 Ottobre 1971.

GLI ANARCHICI

Cicl. in proprio

Pietro Valpreda, anarchico a Milano – Ancora su Valpreda e presunti rapporti con i fascisti, prima della nascita del circolo 22 marzo a Roma – Tratto dal libro Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Ed. Feltrinelli febbraio 1972

21 febbraio 2011

A coloro che ritengono che le tesi del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, o le dichiarazioni di terroristi fascisti e assassini come Vincenzo Vinciguerra, “interessanti e lecite”  invece che opera di una dilettantesca operazione di disinformazione e di revisionismo storico, offriamo la lettura del profilo e percorso politico di Pietro Valpreda, scritta nel lontano 1972, da due giornalisti di provata professionalità.

Gli “ex” del circolo 22 marzo

Tratto da: Valpreda, processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri, Feltrinelli febbraio 1972

Anarchico a Milano

A 21 anni Pietro Valpreda ha già scelto l’anarchia o, come lui la chiama, “l’ideale.” Nel 1953 gira negli ambienti anarchici e radicali milanesi. Lo conoscono come “il ballerino.” In quegli anni il movimento anarchico a Milano praticamente non esiste: un gruppo sparuto si riunisce in un locale periferico dell’ECA, gli animatori sono Giuseppe Pinelli, manovratore delle ferrovie, e Cesare Vurchio, straccivendolo. Valpreda è agli inizi della carriera sul palcoscenico, per la politica ha poco tempo. Ma girando l’Italia ha modo di conoscere gli anarchici attivi nei “covi” di Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia. Quando, sul finire degli anni ’50, si stabilisce a Milano e mette su casa in una mansarda al quinto piano di Porta Venezia, i suoi rapporti con l’anarchismo si consolidano. Frequenta la sede del partito repubblicano in piazza Castello e poi la vecchia osteria Al Torchietto di via Ascanio Sforza, dove la sera si discute davanti a un fiasco di vino. Il nonno Paolo gli ha fatto conoscere anche Mario Damonti, eroe del maquis in Francia: da lui passa tutta la vecchia guardia antifascista di Milano. Ma istintivamente Pietro sceglie i più giovani: segue con interesse Pinelli e il gruppo Gaetano Bresci che si dà da fare con manifestini e ciclostilati libertari. La polizia chiude un occhio: gli anarchici sono ancora guardati come degli individualisti anacronistici e innocui.

Nel 1963 un nuovo raggruppamento, la Gioventù Libertaria (Pinelli è tra i fondatori), ridà fiato al movimento milanese. Ci sono perfino dei “botti” davanti a Palazzo Marino e all’Assolombarda: bombe-carta dimostrative per cui viene denunciato Ivo Della Savia, udinese, 25 anni, obiettore di coscienza e anarchico delle nuove leve.

Intanto in tutta Europa corrono fermenti libertari: nelle università tedesche i giovani portano avanti la polemica contro l’autoritarismo e la società dei consumi, in Italia si organizzano le prime dissidenze dal Partito comunista. La sinistra minoritaria si coagula e si scinde a ripetizione, a sinistra del PCI c’è spazio anche per gli anarchici storicamente antimarxisti e anticomunisti. Nelle manifestazioni contro l’imperialismo americano dell’inverno 1964-65 a Milano, le bandiere nere dell’anarchia si incrociano sempre più spesso con quelle rosse della sinistra dissidente. E’ durante una di queste manifestazioni anti-Nixon che Valpreda incontra Ivo Della Savia. L’amicizia continua nelle pizzerie di Porta Garibaldi dopo l’avanspettacolo al Teatro Smeraldo che impegna Pietro tutto l’inverno.

Nel 1965, gli anarchici milanesi aprono finalmente una sede, il circolo Sacco e Vanzetti di via Murillo, angolo piazzale Brescia. I più giovani vi portano gli echi del movimento beatnik americano, del pacifismo di Onda Verde, della rivolta studentesca all’insegna di Adorno e Marcuse. Nel circolo anarchico di via Murillo trova ospitalità anche il gruppo Provo Numero Uno, filiale della fantasiosa “provo-cazione” olandese. Ivo Della Savia va a vedere di persona come vanno le cose in Olanda e in Francia: scrive a Valpreda dei petardi fumogeni e degli happening antiborghesi dei provos, gli manda qualche numero di “Noir et Rouge,” la rivista che persegue la polemica anarco-comunista di “Socialisme ou Barbarie” in cui si formano in quegli anni Daniel Cohn-Bendit e Jean Pierre Duteuil, animatori poi del maggio ’68.

Alla fine del 1967, un rumoroso convegno della gioventù provo e anarchica, organizzato al Sacco e Vanzetti (Valpreda fa da segretario), provoca lo sfratto degli anarchici da via Murillo. Pinelli e compagni si trasferiscono in piazzale Lugano. E’ il Ponte della Ghisolfa, uno scantinato buio e umido, con un piccolo ufficio in cartone e compensato, un tavolone per le riunioni addossato a una parete su cui corre un lungo fumetto di Anarkik, l’omino nero con la bomba che mette in scomposta fuga il prete, il colonnello, lo sfruttatore e il tecnocrate. Nel nuovo circolo il gruppo di Bandiera Nera, legato all’ortodossia bakunista e all’empirismo combattentistico degli uomini che hanno fatto la Resistenza o hanno militato nei movimenti clandestini stranieri (“anarchici con la farfallona al posto della cravatta, una spiccata vocazione al martirio e un notevole complesso di persecuzione,” come malignamente dicono le nuove leve) coesiste senza attrito con i più giovani, insofferenti delle regole e in cerca di un dialogo con le forze politiche marxiste. Giuseppe Pinelli fa da mediatore tra tradizionalisti e innovatori. Il circolo è una comunità spontanea dove spesso l’intellettuale gira il ciclostile e l’operaio scrive il volantino. S’incontrano là, tra i tanti, il professore di agronomia Amedeo Bertolo, il ferroviere Pinelli, il ballerino Valpreda, lo studente di filosofia Jo Fallisi, il poeta Giorgio Cesarano, e un gruppo di giovanissimi immigrati meridionali.

Entrano al circolo, nelle tumultuose sedute del venerdì, i comitati operai di base, gruppi di fabbrica nati fuori e spesso contro il sindacato negli scioperi alla Pirelli, alla Siemens, all’ATM. Sono comitati con una forte componente libertaria, abbastanza vicini quindi all’anarco-sindacalismo che piace ai giovani del Ponte della Ghisolfa e anche a Pinelli. Pietro Valpreda cerca di partecipare il più possibile, anche se, guarito dal grave attacco del morbo di Burger, ha ripreso a ballare con regolarità e a viaggiare per tutta Italia. A Licia Pinelli, che lo vede spesso a casa sua abbozzare passi di danza per far ridere le sue bambine, dice una volta: “Pensare che la sera stiamo su a leggere Marcus [Marcuse in milanese] o a parlare dello statuto dei lavoratori e alla mattina mi tocca sgambettare con tutte quelle checche in calzamaglia.”

La passione per la “democrazia diretta” e la polemica contro la burocrazia sono genuine, in Valpreda. Molti lo ricordano intervenire nelle discussioni del circolo, il corpo piegato in due, i pugni alle tempie nella foga di un’invettiva in dialetto contro “il mito dell’organizzazione” nei partiti tradizionali. La erre moscia alla lombarda, il linguaggio colorito, il gesto teatrale, l’abbigliamento ricercato ne fanno un personaggio simpatico ai giovani, ma che non ispira troppa fiducia agli anziani, Valpreda si iscrive alla FAGI, federazione dei giovani anarchici, anche se gli altri aderenti hanno dieci anni meno di lui. Partecipa spesso alle assemblee della Statale, dove gli anarchici hanno trovato un certo seguito dopo il loro anticonformistico documento Sui privilegi della classe studentesca e tentano di inserirsi come terza forza tra i cattolici progressisti e i marxisti-leninisti del Movimento Studentesco.

Del resto, tutta la contestazione di quegli anni ha una forte componente libertaria. Nella primavera del 1968 il “sequestro” all’università del professor Luigi Trimarchi è quasi un happening anarchico. Anche le manifestazioni di solidarietà con la rivolta dei carcerati di San Vittore, la battaglia degli studenti davanti all’Università Cattolica, sono episodi che escono subito dai binari tracciati da partiti e da gruppi per diventare moti spontanei. La notte del1’8 giugno 1968 la folla è radunata in piazza del Duomo a Milano per un processo pubblico alla stampa borghese, ma di colpo straripa e corre all’assalto del “Corriere della Sera” fortificato e protetto da coorti di polizia. La zona di Brera si trasforma in un campo di improvvisata guerriglia e ricorda a molti osservatori le scene della rivolta libertaria degli studenti francesi. Quella notte sulle barricate di Brera sono molti gli anarchici. La mattina dopo la polizia ne ferma più di duecento.

Il nuovo anarchismo italiano si rifà chiaramente all’esperienza del gruppo francese 22 Marzo di Cohn-Bendit (antimperialismo, democrazia diretta) e a quella più radicale degli Arrabbiati di Nanterre (marxisti non leninisti, antisovietici e anticinesi). In Italia, le posizioni vecchie e nuove si scontrano a Carrara, cittadella dell’anarchismo tradizionale, dove fra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1968 si tiene il quinto congresso mondiale delle federazioni anarchiche.

La polizia segue con molto interesse la vicenda. Agli atti dell’istruttoria Valpreda, c’è un rapporto particolareggiato sull’andamento del congresso firmato dal commissario di PS Domenico Spinella. E’ fatto evidentemente sulle note di un osservatore oculare. Spinella dà molto spazio a Daniel Cohn-Bendit che partecipa al congresso alla testa di un gruppo di reduci dalle barricate del maggio parigino. Il dialogo fra tradizionalisti e innovatori è subito difficile. Umberto Marzocchi e Alfonso Failla, libertari con i capelli bianchi, sono per “la condanna di ogni dittatura, del capitale come del proletariato.” Da un palchetto di velluto e oro del vecchio Teatro degli Animosi Cohn-Bendit invece grida: “Basta con il vecchio dilemma anarchismo-marxismo. La scelta oggi è tra rivoluzione e non rivoluzione.” I giovani anarchici italiani sono con lui. Il congresso di Carrara, che pure non esige, come normali congressi, maggioranze o conclusioni che valgano per tutti, va in crisi. Le delegazioni giovanili francesi, inglesi, svizzere e italiane abbandonano il teatro e tengono un loro contro-congresso sulla spiaggia di Marina di Carrara, nei bungalow di un villaggio turistico. Là, l’incontro con gruppi di cattolici ed extraparlamentari di sinistra è un fatto spontaneo. Sotto le tende improvvisate c’è anche Pinelli, sempre curioso dei giovani, insieme ad altri anarchici del Ponte della Ghisolfa.

La polizia ha registrato accuratamente i nomi dei partecipanti. “Di certo c’era anche Valpreda,” mette in evidenza il commissario Spinella nel suo rapporto. Valpreda infatti appare in molte fotografie pubblicate dai giornali borghesi accorsi in massa a registrare il nuovo folclore anarchico. In una di queste, lo si vede in un palchetto del Teatro degli Animosi, insieme a Amedeo Bertolo e Umberto del Grande. Ha anche lui al collo la sciarpa alla lavallière della vecchia guardia ma sta applaudendo con foga l’intervento di Cohn-Bendit. Valpreda oscillerà sempre tra l’anarchismo umanitario dei tempi eroici, e il libertarismo radicale della protesta giovanile.

Molti degli anarchici milanesi reduci da Carrara finiscono per uscire dal Ponte della Ghisolfa e per riunirsi in un nuovo circolo – La Comune – in via Scaldasole: un’ampia cantina a volte, con due finestroni a livello stradale, un grande tavolo in mezzo a qualche scaffale di libri. (E’ là che il commissario Calabresi, a neppure due ore di distanza dallo scoppio di piazza Fontana, trova Sergio Ardau e Giuseppe Pinelli, e li invita ad un colloquio amichevole in questura. E’ già durante il tragitto tra via Scaldasole e via Fatebenefratelli che Calabresi comincia a chiedere di “quel pazzo di Valpreda.”) La Comune ha caratteristiche diverse dal Ponte della Ghisolfa: vi si riuniscono soprattutto gli studenti e gli intellettuali del gruppo (da Cesarano, animatore dell’occupazione e dell’autogestione del Saggiatore a Fallisi del Movimento Studentesco, dal provo Gallieri detto Pinki ai fratelli Edoardo e Roberto Ginosa). Ma non si tratta di una rottura: Pinelli col suo motorino fa la spola tra i due circoli, mantiene i legami tra quello più organizzato ed efficiente di piazzale Lugano e quello più giovane e modernista di via Scaldasole. Alla Comune va spesso anche Pietro Valpreda, interessato ai comitati operai e ai gruppi studenteschi.

In via Scaldasole nascono in quel periodo i documenti più rappresentativi della nuova cultura anarchica come il manifesto dei Ludd-consigli proletari, assai vicino all’internazionale situazionista. A questo punto Pinelli e gli altri compagni del Ponte della Ghisolfa non li considerano già più anarchici, senza però che i contatti vengano mai interrotti. La Comune resta anarchica soprattutto nel costume, nell’apertura verso l’estero, nel rifiuto di etichette e patenti di ortodossia.