Posts Tagged ‘anarchici’

1970 05 3 Paese Sera – Su Porta S Giovanni per Valpreda e Pinelli.Da venerdì pomeriggio alcuni giovani anarchici, arrampicati sulle mura di Porta San Giovanni, stanno manifestando in favore di Pietro Valpreda e contro la versione della polizia sulla morte di Giuseppe Pinelli.

3 novembre 2015

1970 05 3 Paese Sera - Su Porta S Giovanni per Valpreda e Pinelli

Su Porta S. Giovanni per Valpreda e Pinelli

 

Gli anarchici buttano dall’alto ai passanti manifestini nei quale è scritto che «Accusare Valpreda significa difendere i veri colpevoli». Nel volantino si ricordano gli ultimi attentati dinamitardi affermando che «i continui arresti degli anarchici (fatti chiaramente allo scopo di dare un colpevole all’opinione pubblica e nasconderle i veri) non hanno fermato i criminali attentati… Tollerare che degli innocenti vengano incriminati, disinteressarsi della loro sorte, vuol dire rendersi corresponsabili di ogni ulteriore azione che i veri colpevoli, liberi, potranno compiere».

I giovani hanno attaccato alle mura un lungo striscione sul quale è scritto «Valpreda è innocente: Giustizia» e alzano cartelli che affermano «Le bombe alla banca le ha messe il padronato» e «Le bombe le mettono i fascisti». I protagonisti della singolare manifestazione affermano di essere in più di dieci, ma non se ne vedono mai più di quattro per volta: probabilmente si danno il cambio.

In questura, dopo qualche consultazione di vertice, si è deciso di non intervenire. Gli anarchici, a quanto pare, hanno deciso di sospendere la protesta entro stasera, dopo essere rimasti per oltre 48 ore in una posizione scomoda e anche abbastanza pericolosa.

La loro azione, comunque, è stata seguita per tutta la giornata da numerosi passanti che si sono fermati sotto le mura a discutere e commentare.

 

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TELEX Ministero Interno 13 dicembre 1969 ore 12.15 a TUTTI i SERVIZI STRANIERI

15 aprile 2013

..In questo momento non siamo in possesso di alcuna indicazione valida nei confronti dei possibili autori della strage, ma indirizziamo i primi sospetti verso circoli anarcoidi

 

Testo in ITALIANO 

147 Assise Catanzaro – documenti L005_F002_Parte1052 telex per tutti i servizi stranieri

 

Testo  in FRANCESE

147 Assise Catanzaro – documenti L005_F002_Parte1045 documento 13 12 69 in francese alle polizie europee

30 agosto 1972 La lettera con cui il Procuratore della Repubblica di Milano Enrico De Peppo chiede di spostare il processo contro Valpreda ad altra sede

11 aprile 2012

Con questa lettera iniziò la sottrazione del processo per la strage di piazza Fontana dal giudice naturale di Milano e la decisione di trasferirlo a Catanzaro

30 agosto 1972 La lettera con cui il Procuratore della Repubblica di Milano Enrico De Peppo chiede di spostare il processo contro Valpreda ad altra sede

La corrispondenza tra noi, Marco Tullio Giordana e Curzio Maltese

8 febbraio 2012

La Repubblica e Curzio Maltese

31 gennaio 2012 La nostra lettera a Curzio Maltese di Repubblica

Gentile Curzio Maltese,

abbiamo letto il suo articolo sul Venerdì di Repubblica in merito all’intervista a Marco Tullio Giordana. Innanzitutto vogliamo ringraziarla per la precisione con la quale ha ricordato l’assassinio del nostro compagno Giuseppe Pinelli.

Ad una sua domanda, Marco Tullio Giordana, avrebbe risposto coinvolgendo gli anarchici nell’esecuzione della strage di Piazza Fontana. Giordana, da noi interpellato, ha recisamente smentito di aver dato quella risposta. Pertanto, sicuri della sua buonafede, la invitiamo a correggere quanto scritto in merito.

Dopo oltre 40anni, dopo innumerevoli processi e sentenze ormai definitive che hanno stabilito, oltre ogni dubbio l’estraneità degli anarchici, ci sorprende e ci indigna profondamente scoprire che c’è chi tenta ancora di riscrivere la storia, addossando agli anarchici responsabilità di Stato, riconosciute universalmente.

Sicuri di trovare la dovuta smentita con uguale risalto nel prossimo numero del Venerdì di Repubblica, la salutiamo cordialmente.

testimoni e protagonisti

Per gli “ex del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Marco Pacifici

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti

Paolo Braschi

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

2 febbraio 2012 Curzio Maltese risponde c.maltese@repubblica.it

mi spiace, ma non posso correggere una frase detta da giordana e da me correttamente riportata. del resto, nel film, quando lo vedrete, la tesi del coinvolgimento dei circoli anarchici è chiaramente espressa nel finale, come ipotesi del commissario calabresi e non soltanto sua. ma più che di anarchici, si parla di infiltrati. come sapete purtroppo nei circoli ce n’era più d’uno. grazie in ogni caso per l’attenzione e per il vostro impegno, cm

7 febbraio 2012 Nostra risposta a Curzio Maltese

Caro Curzio Maltese,

siamo veramente spiacenti che tu non voglia correggere la frase attribuita a Giordana e da lui stesso smentita, ma ci saremmo aspettati la correttezza da parte di un giornale come Repubblica di almeno pubblicare la nostra lettera.

Non sappiamo se per tagli al pezzo od altro ma ci sembra evidente che la sua domanda che inizia (p.20) con  “Senza mai escludere una forma di manovalanza anarchica.” E prosegue con la risposta di Giordana “I segnali sono molti…)   induce il lettore a credere che sia Giordana a credere alla teoria fantapolitica e di revisionismo storico del sig. Cucchiarelli e che gli anarchici abbiano, comunque,  messo “una bomba di potenziale assai ridotto…” e non, come lei stesso asserisce, che questa sarebbe stata una teoria del commissario Calabresi.

Riguardo al numero degli infiltrati non ci interessa in questo momento fare una statistica a chi ne avesse di più o di meno (il Pci in quello stesso anno ‘69 espulse due agenti dei servizi segreti che lavoravano beatamente in Direzione e – peggio ancora – nel Dip. Esteri, per non parlare di quelli – mai identificati – che permisero gli arresti a raffica degli esuli del partito ogni qualvolta che da Parigi tentavano il rientro in Italia per riorganizzare il partito), a noi preme soltanto sottolineare la nostra totale estraneità a quei fatti criminali e delittuosi – come anche la magistratura ha potuto accertare con sentenze passate in giudicato – e che la verità “vera” e quella “storica” è una e una soltanto: la Strage è di Stato, gli anarchici sono innocenti!

Un grazie da parte mia e nostra e un saluto

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Lello Valitutti

 

dal Blog di Daniele Barbieri: http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/02/06/lonore-di-pinelli-di-mark-adin/

L’onore di Pinelli – di Mark Adin

6 febbraio 2012 di DB

Questa è una storia che non finisce mai, e che comincia quando ho smesso i pantaloni corti e mi sono iscritto alla prima classe del liceo. Una storia che ha indirizzato la vita a molti, una storia collettiva. Qualcosa che non ha più avuto pace, una condizione di allarme che ci ha messo in mezzo.

Se durante il passaggio tra l’infanzia e l’età adulta è un fatto drammatico a incorniciare la tua iniziazione, questo fatto ti accompagnerà per sempre: sarà una parte di te.

Una generazione intera è passata da quella piazza di Milano, è rimasta scossa, mutilata, aggredita, segnata dalla bomba esplosa un pomeriggio piovoso in una banca affollata. Nulla è stato più come prima.

Non sapevo cosa fosse, l’anarchia.

I libri di storia finivano, allora, sul Carso, con molta retorica. Conoscevo le canzoni, imparate dalla voce gorgheggiante della maestra di musica, del Piave, degli Alpini. Gli inni patriottici, questo sapevo. Avevo ancora negli occhi grandi manifesti appesi ai muri, che ammonivano a non toccare strani oggetti che avrebbero potuto esplodere. Erano le mine antiuomo della Seconda Guerra mondiale. Erano ancora lì, sulle pareti. Questo sapevo dell’ultima guerra, insieme ai pallosissimi (a quell’età si è insofferenti di tutto) racconti che sentivo in famiglia di “quando si stava peggio”, dei bombardamenti aerei, delle corse ai rifugi.

Questo sapevo delle bombe.

Nella piccola città di provincia i soldati e i “capelloni”si menavano. Certi ragazzi più grandi di me urlavano “Johnson boia”, la polizia li caricava a forza sulle auto verde-oliva e li portava via. Rubai, a una esposizione di quadri, un piccolo volume dalla copertina rossa incollato a un grande pannello dai colori sgargianti che voleva essere una opera d’arte. Non mi resi conto di aver così compiuto uno sfregio. Ero diventato un teppista ma avevo tra le mani, del tutto inconsapevole, un feticcio: il libretto rosso di Mao, che parlava di “tigri di carta” poco salgariane. Ricordi alla rinfusa del turbine adolescenziale.

Improvvisamente scoppiò la bomba vera, il bianco e nero televisivo drammatizzò ancor di più la notizia. Vidi le foto, la devastazione. Vidi quel buco nel pavimento. Tre giorni più tardi sentii per la prima volta il nome di Pino. Lessi i titoli dei giornali: un uomo si era suicidato buttandosi dal quarto piano della questura.

Passò del tempo, su una bancarella c’erano pile di libri dal titolo: “La strage di Stato”. Un tizio appariva in copertina, era il “ballerino anarchico” Pietro Valpreda. Il primo contatto con una delle parole più usurpate, rubate, stuprate, fraintese: anarchia.

Anche l’uomo precipitato dal quarto piano della questura di Milano era anarchico.

E io stavo lentamente diventando uomo, precipitando in un mondo privo di innocenza.

Ebbi modo di conoscerne altri, ebbi l’umano privilegio di incontrare, essere amico e compagno di alcuni anarchici, gente più grande di me: venivano da Resistenza e Guerra di Spagna. Parlo di privilegio senza retorica: fu tale per la qualità delle persone. Incarnarono e mi trasmisero un senso dell’etica e della politica che non ho più ritrovato. Uno di loro, oggi scomparso, mi parlò a lungo di Giuseppe Pinelli, dei giorni immediatamente successivi alla strage, durante i quali finì, anche lui, fermato insieme ad altri.

A metà degli anni Ottanta ebbi modo di incontrare Pietro Valpreda. Nello stesso periodo feci la conoscenza del giornalista Piero Scaramucci, che ai nostri giorni avrebbe curato uno dei libri più sorprendenti su Pinelli: una lunga intervista in cui parla la moglie Licia, donna riservata, dalla forza morale esemplare. Un libro lucido, spiazzante, dal taglio davvero inedito, da leggere. Sul “ferroviere anarchico”, sul suo dramma, è stato scritto molto, sono state condotte inchieste, composte canzoni, messi in scena lavori teatrali, ma il vero dramma è non avergli reso giustizia, è aver dovuto ascoltare ogni sorta di menzogna sulla sua fine, pur in presenza di testimonianze  e riscontri, colpevolmente ignorati. Una per tutte: la testimonianza di Pasquale “Lello” Valitutti, che è possibile leggere o ascoltare, dalla sua viva voce, sul web.

Nonostante fosse l’unico testimone di quella tragica sera nella quale Pinelli entrò in questura da una porta per uscire poi da una finestra, non fu ascoltato. Si preferì dar retta ai poliziotti (che erano indagati, dunque meno attendibili) per arrivare alla sentenza nella quale si inventò il surreale “malore attivo” e si sostenne, nonostante la testimonianza contraria di Valitutti che si preferì non considerare al processo, che il commissario  Calabresi non si trovava, al momento dell’accaduto, nella stanza dell’interrogatorio.

Caso emblematico di una verità, quella sul ferroviere anarchico, gridata nelle piazze e smentita dallo Stato. Se vi capita di andare a Milano, in Piazza Fontana troverete due lapidi che raccontano due versioni da sempre in aperto contrasto tra loro. Ma la verità, ovviamente e scandalosamente, è  soltanto una.

Oggi un regista di talento, che ci ha dato, tra l’altro, un’opera complessa come “La meglio gioventù”, Marco Tullio Giordana, ha terminato un film che uscirà a marzo, sulla bomba di Milano e ciò che seguì. Mastandrea è Calabresi e Favino Pinelli. La sfida è grande. Lo vedremo sugli schermi e giudicheremo, ma non prima di allora.

Senonchè, durante una intervista-promo resa a Curzio Maltese, sul “Venerdì” di Repubblica del 27/1/2012, si fa allusione all’ipotesi di coinvolgimento criminale di alcuni anarchici nello stesso periodo, tesi secondo la quale ci sarebbe stata una bomba a basso potenziale anarchica, il cosiddetto “petardo”, contemporaneamente all’ordigno che causò la strage collocato dai fascisti. La cosa fu smentita dalla magistratura e successivamente persino dalla polizia, dagli organi di quello Stato al quale avrebbe fatto molto comodo per distrarre da sé l’ombra della propria responsabilità. Uno dei tanti depistaggi. Sul “Venerdì” – forse a causa di un refuso, forse a causa di una fantasia dell’intervistatore, forse per suscitare clamore intorno al film – si è finito per intorbidire, per l’ennesima volta, le acque.

A seguito dell’immediato intervento di alcuni esponenti del movimento che gliene chiedevano conto, Giordana avrebbe nettamente smentito di aver reso la dichiarazione, affermando: “Che Valpreda possa aver messo il “petardo” è la tesi di Calabresi, non la mia. Vedendo il film la cosa è evidente. Nel finale giunge a dubitarne perfino lo stesso Calabresi, addirittura smentisce questa tesi Federico Umberto D’Amato in persona”.

Dirà la sua, se riterrà, anche Curzio Maltese, e forse smentirà in qualche recesso di pagina, o forse confermerà. Nel numero successivo del “Venerdì” di Repubblica, quello del 3/2/2012, però il giornalista tace. Del resto questo tipo di smentite, nell’opaco panorama del giornalismo italiano, non sono certo frequenti. Ci vuole onestà intellettuale per ammettere di aver preso una cantonata, e non tutti ne sono provvisti. Resto convinto che Maltese sia persona perbene, aspettiamo le sue parole.

Mi chiedo se sia dovuta a un altro errore giornalistico la notizia, riportata dallo stesso quotidiano in data 27/2/2007, circa l’avvio della causa di beatificazione del commissario Luigi Calabresi. In ogni caso, santo sì o santo no, non ci riguarda: è un problema che pertiene alla Chiesa Cattolica, sono fatti loro. Se posso però azzardare una battuta, nel rispetto di tutte le sensibilità, suggerirei che potrebbe, in effetti, essere considerato miracoloso (come è noto, si diventa santi solo se c’è il miracolo) il fatto di essere passato davanti a Pasquale Valitutti ed essergli stato invisibile. Infatti, secondo la testimonianza di quest’ultimo, seduto nel corridoio della questura con ottima visuale, nessuno sarebbe uscito dalla stanza dell’interrogatorio, neanche Calabresi. Che si trovasse nella stanza già piena di fumo al momento della precipitazione del ferroviere, comunque, non è così importante ai fini di stabilire come siano andate davvero le cose; può esserlo per la famiglia del Commissario, cosa umanamente comprensibile. Per la verità storica interessa poco la responsabilità individuale: ciò che conta è che Giuseppe Pinelli, quel 15 dicembre 1969, non si è buttato.

E’ davvero facile cambiarla a piacimento, la Storia, più di quanto si creda. Per questo ha bisogno dei suoi custodi, e tutti lo possiamo essere, anzi, lo dobbiamo essere, attentamente e ostinatamente.

Anche per una questione di onore, perché se da un lato le vicende di quegli anni furono contrassegnate da assassinii, depistaggi, menzogne, violenza ed ogni altra azione ignobile, dall’altro furono un esempio di reazione morale e di pratica di verità.  E questo non si può, per nessun motivo, infangare

Mark Adin

Lello Valitutti, una testimonianza ignorata: http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=B4noUfN_UT4

 

Scambio lettere e smentita di M.T. Giordana

27 gennaio 2012 Lettera aperta a Marco Tullio Giordana

Nell’inserto di Repubblica di oggi, 27 gennaio 2012, abbiamo letto un’intervista di Curzio Maltese al regista Marco Tullio Giordana sul suo ultimo film “Romanzo di una strage” dedicato alla  strage di Piazza Fontana. Alcune dichiarazioni contenute nell’intervista ci hanno lasciati costernati ed indignati perché contrastano con quanto lo stesso Giordana ci disse durante un colloquio che avemmo con lui  nell’aprile dello scorso anno quando lo incontrammo per esternargli le nostre preoccupazioni sul contenuto del film che si avviava a girare  (vedi i nostri precedenti comunicati che riportiamo qui sotto).

In particolare ci riferiamo alla frase virgolettata attribuita da Curzio Maltese a Giordana, il quale rispondendo ad una domanda sull’ipotesi della doppia bomba a piazza Fontana, avrebbe detto:   “Si può pensare a una bomba di potenziale assai ridotto piazzata dagli anarchici …. E a un’altra bomba, quella col timer, militare, catastrofica messa da Freda e Ventura……’’.

In quell’incontro il regista ci assicurò che nel film sarebbe stata rispettata la verità storica e che sarebbe risaltata l’assoluta estraneità di Pietro Valpreda, di Pino Pinelli e degli anarchici tutti alla strage di Piazza Fontana.

La frase dell’intervista è dunque in evidente contrasto con le affermazioni fatte dallo stesso Giordana nell’incontro di aprile. Ci auguriamo quindi che non l’abbia pronunciata e che possa smentirla.

Per gli “ex” del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti,

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

Vedi l’articolo: il Venerdì di Repubblica del 27 gennaio 2012. Intervista di Curzio Maltese a Marco Tullio Giordana 

27 gennaio 2012 La risposta di Marco Tullio Giordana

Sì, anch’io ci sono rimasto male a vedere così semplificato un concetto molto più articolato. Che Valpreda possa aver messo il “petardo” è la tesi di Calabresi, non la mia. Vedendo il film la cosa è evidente. Nel finale giunge a dubitarne perfino lo stesso Calabresi, addirittura smentisce questa tesi Federico Umberto D’Amato in persona.

Sono purtroppo abituato alle sintesi giornalistiche, anche quando si tratta di uno bravo come Curzio Maltese. Il cinema è complessità e sfumature, la stampa semplificazioni e bianchi/neri. La stampa “politica” poi, nella sua voluttà di confliggere, addirittura mistificazione.

Detto questo, rimango male anche a constatare la vostra aggressività. E’ dall’inizio del film che puntate il mio lavoro quasi fosse concepito e nato “contro” di voi. Sento la matita rossa/blu fremere nelle vostre mani, in attesa dell’errore compiaciuti (L’avevamo detto!) anziché dispiaciuti. Io consiglierei di aspettare il film, è quello a far testo. Se lì troverete smentito quanto spiegato a voce, avrete modo di suonare le vostre trombe e le vostre campane. Adesso, vi assicuro, è anatema praecox

Marco Tullio Giordana

31 gennaio 2012 La nostra lettera di risposta a M.T. Giordana

Caro Marco Tullio,

leggiamo con piacere la tua smentita e ci crediamo come abbiamo creduto a quanto da te detto nell’incontro di aprile. Come tu, giustamente, dici il giudizio finale sul tuo film ovviamente lo daremo quando lo vedremo. Ci dispiace che tu abbia frainteso il senso della nostra ultima: noi saremmo felicissimi se il tuo film fosse veritiero e conseguentemente di grande successo. Devi però comprendere che ogni qualvolta una notizia riporta falsità, talmente evidenti e calunniose, noi riviviamo i drammi tragicamente vissuti sulla nostra pelle.

In attesa di rivederci alla proiezione dell’anteprima del film, rinnoviamo i nostri saluti sinceri

Per gli “ex” del Circolo 22 Marzo di Roma

Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola

Per il Gruppo “Cafiero” della FAI di Roma

Francesco Fricche

Per i compagni anarchici di Milano

Lello Valitutti

Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa

L’Antefatto

17 aprile 2011 Comunicato n. 1 Il segreto…di Paolo Cucchiarelli

LA “STRATEGIA DELLA CONFUSIONE” http://www.facebook.com/notes/laboratorio-lapsus/la-strategia-della-confusione/10150214108043782

[…] La nostra impressione è che su fatti così importanti e decisivi per la storia d’Italia regni una grande confusione, non del tutto casuale: un meccanismo comunicativo che tende a mettere sullo stesso piano terrorismi di destra e di sinistra, in realtà nati da contesti storici diversi. Attraverso una miscela di confusione e rimozione, le nuove generazioni identificano fatti, personaggi, nomi e organizzazioni lontani tra loro, sotto la generica definizione di “terrorismo” o “anni di piombo”.
Questa “strategia della confusione” è determinata da diversi fattori: la mancanza di ricerca storica all’interno delle università su quegli anni; la conseguente assenza di questi argomenti dalle scuole medie e superiori; la vulgata, volutamente superficiale, diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tutto viene relegato per sempre nell’oscurità dei “misteri d’Italia”, fatti troppo torbidi per essere compresi e analizzati a pieno: la memoria nazionale si vorrebbe aggregata intorno alla condivisa condanna degli anni ’70, cancellando colpe e ruoli di singoli e istituzioni. All’interno di questa prospettiva crediamo che il concetto di memoria condivisa non sia un efficace strumento per superare tale “confusione”. Non può esistere condivisione e pacificazione su quegli anni di aspro conflitto. Un Paese che voglia fare davvero i conti col proprio passato, potrà farlo solo attraverso un profonda ricostruzione e divulgazione di fatti e responsabilità, perché conoscere quelle storie nel profondo, significa capire le ragioni dell’oggi. Solo in questo modo potremo saldare il doloroso debito con le vittime di quegli anni, tenere viva la loro memoria e comprendere il nostro presente.”

Il testo di Laboratorio-Lapsus qui sopra riportato sembra scritto apposta per illustrare il lavoro che stiamo portando avanti.  Ormai da due anni, da quando è stato dato alle stampe dal Ponte alle Grazie il libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, abbiamo iniziato ad analizzare e smantellare le manipolazioni e falsità di questo giornalista, presunto storico e novello inquisitore.
La prima cosa che balza agli occhi è che tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che hanno costruito su noi anarchici la strage o che l’hanno coperta.
Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. Interessante notare anche l’utilizzo disinvolto dei giornali dell’epoca – quelli delle primissime settimane dopo gli attentati, quelli del mostro Valpreda, degli anarco-fascisti bombaroli e assetati di sangue, – che il Cucchiarelli assume come fossero atti processuali, invece che indecenti falsità scritte da giornalisti imboccati dalle veline delle Questure. Oppure come, partendo da sue (?) ipotesi interpretative si assista, nel corso della lettura del libro, alla trasformazione di queste teorie in ..fatti accertarti!

Il libro, alla sua uscita, ha ricevuto delle pesanti stroncature da parte di importanti studiosi (primo per importanza sicuramente Aldo Giannuli) o da parte di chi si occupa da anni, e da sinistra, della materia (come Luciano Lanza, Saverio Ferrari…). Nonostante ciò, ed il chiaro contenuto revisionista del libro, abbiamo assistito in questi anni ad un fenomeno importante che ha visto oltre a organi di stampa apertamente “di parte”, anche molti siti web “neutrali” abbracciare acriticamente le tesi di riscrittura storica di Cucchiarelli espandendo così tali disinformazione di massa sui fatti di Piazza Fontana, con un mezzo particolarmente sensibile perché fruibile soprattutto dai giovani. A questo tentativo di attacco alla verità storica – accertata oltretutto anche in sede giudiziaria – la sinistra e gli anarchici in particolare – cioè la parte più direttamente interessata – non hanno saputo dare, a nostro modesto parere, una risposta adeguata, immediata e articolata a livello nazionale.

Questo spazio aperto lasciato al diffamatore Cucchiarelli ha portato ad una serie di atti volti alla chiusura definitiva del capitolo “strage di Stato” (inteso come occultamento degli organizzatori ed esecutori) come momento saliente della strategia della tensione, che scaricava sulla teoria degli opposti estremismi i sanguinosi attentati programmati da uno Stato complice di precisi interessi tesi a mantenere e consolidare quella “democrazia” Occidentale voluta dagli Stati Uniti.

In questo quadro si inseriscono fatti in apparenza umanamente comprensibili, quali i libri di Gemma Capra Calabresi ed ancor più di Mario Calabresi, l’incontro in Quirinale di parti tra loro incompatibili quali Licia Rognini Pinelli (vittima) e Gemma Calabresi (moglie del carnefice!), o decisamente inaccettabili come il libro di Cucchiarelli e il film-romanzo, in lavorazione, su Piazza Fontana del regista Marco Tullio Giordana basato sulle nuove “rivelazioni-verità” di quest’ultimo, o i reiterati tentativi da parte di storici compiacenti di sostenere la necessità di una memoria condivisa su quegli anni e del superamento del discrimine dell’antifascismo su cui poi i fascisti, con nuove casacche e travestimenti, cercano di infiltrarsi culturalmente e politicamente.

Da tempo i compagni dell’ex 22 marzo, il circolo a cui apparteneva PietroValpreda, sono impegnati singolarmente (con denunce, querele, diffide), unitariamente (con un proprio Blog e documenti http://stragedistato.wordpress.com/ ), e collettivamente, grazie all’assistenza dei compagni dei circoli Carlo Cafiero di Roma e Ponte della Ghisolfa di Milano, a denunciare e mettere in guardia su questa mostruosa manovra.

E’ chiaro che con le nostre sole forze non potremo vincere questa battaglia politica e culturale. Lanciamo quindi un appello a tutti i compagni, alle strutture di movimento, alle associazioni antifasciste, a tutti i sinceri democratici e agli uomini di cultura e intellettuali che non hanno mai abbandonato il sogno di una società più giusta e libera ad aiutarci in questa nostra battaglia di giustizia e verità.

Primi firmatari:

Per gli ex del circolo 22 marzo di Roma:

Roberto Gargamelli, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Enrico Di Cola, Cosimo Caramia, Marco Pacifici

Per i compagni di Milano:

Lello Valitutti

20 aprile 2011 Comunicato sul film su Piazza Fontana

Come anarchic* ci siamo preoccupati delle notizie di stampa relative alla realizzazione di un film su Piazza Fontana.

Temevamo che, in tempi di riscrittura della storia, si volesse approfittare della pellicola per raccontare una verità diversa da quella che anni di persecuzioni, montature, lotte e controinformazione hanno rivelato.

Abbiamo perciò incontrato il regista del film Marco Tullio Giordana.

Il regista ci ha assicurato che nel film sarebbe stata rispettata la verità storica e che sarebbe risaltata l’assoluta estraneità di Pietro Valpreda, di Pino Pinelli e degli anarchici tutti alla strage di Piazza Fontana.

Prendendo atto delle assicurazioni dateci da Giordana ci riserviamo di dare un giudizio completo sul film una volta che sarà realizzato.

I partecipanti all’incontro:

Lello Valitutti, Enrico Di Cola, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Francesco Fricche

A rivista anarchica n65 Maggio 1978 Sui gruppi di affinità di Louis Mercier Vega (tradotto dal n.13 di Interrogations)

26 ottobre 2011

La maggior parte dei testi vertenti sui gruppi di affinità all’interno del movimento anarchico, intendo cioè quelli scritti da militanti, propone più delle constatazioni che delle definizioni teoriche. E poiché le situazioni reali sono numerose e raramente identiche, ne consegue che le caratteristiche messe in rilievo non sono sempre le stesse. Vediamo tuttavia quali sono i punti in comune presenti in svariati autori – almeno tra quelli che conosco io – quando si tratti di definire i gruppi d’affinità.

Il concetto stesso di affinità non è ben definito. Affinità di idee o affinità di carattere? Oppure necessariamente entrambe le cose? Negli ambienti anarchici, dice Sébastian Faure (1), la parola affinità “esprime la tendenza che induce gli uomini a raggrupparsi sulla base di un’analogia nei gusti, di una simiglianza di temperamenti e d’idee. E, nel pensiero e nell’azione libertari, gli anarchici contrappongono la spontaneità e l’indipendenza con cui si producono questi incontri e si costituiscono questi gruppi, alla coesione imposta e all’associazione forzata prodotte dall’ambiente sociale attuale”. È questa una definizione che non brilla per chiarezza, dato che ci si può chiedere come facciano gli anarchici a sfuggire all'”ambiente sociale attuale”.

Murray Bookchin, che cerca di dare un’origine storica al gruppo d’affinità, giunge ad una curiosa conclusione e individua tale origine in un’epoca relativamente recente, in Spagna: “L’espressione inglese ‘affinity group’ è la traduzione di ‘grupo de afinidad’, nome che in Spagna stava a designare la cellula di base della Federazione Anarchica Iberica, nucleo dei militanti più idealisti della CNT, la grande centrale anarcosindacalista” (2). La sua definizione è originale: “un nuovo tipo di famiglia allargata, nella quale i legami di parentela vengono sostituiti da rapporti umani di profonda simpatia, alimentati da alcune idee e da una pratica rivoluzionaria comuni.”. Qui riaffiora il principio d’affinità d’idee, mentre l’affinità di condotta si manifesta come “stile rivoluzionario di vita quotidiana”. Il gruppo “creava uno spazio libero in cui i rivoluzionari potevano ricostruire se stessi, come individui e come esseri sociali”. Il che ci riconduce, ma con una maggior precisione, alle osservazioni del vecchio Sebast: il gruppo riesce a sfuggire all'”ambiente sociale”. Bookchin afferma di poter paragonare (tradurre) i gruppi d’affinità spagnoli degli anni trenta (rispettate le proporzioni e tenuto conto di tutte le circostanze) alle forme d’organizzazione adottate dai “radicali” nord-americani: “comuni”, “famiglie”, “collettivi”.

I militanti dei Gruppi Anarchici Federati d’Italia pongono l’accento sulla comunanza d’opinioni iniziale: i gruppi d’affinità tradizionali “con forte comunanza d’opinioni generali e particolari, possono… mantenersi coerenti con i principi-base ed efficienti nel dinamismo decisionale e operativo” (3). Essi però aggiungono: “Affinità di idee in primo luogo, ma anche una certa affinità personale, indispensabile dal momento che il gruppo non è un’azienda, ma un vivere insieme nella lotta, una parte non trascurabile della propria vita”. Ritroviamo qui il carattere duplice del gruppo d’affinità, sebbene i G.A.F. vedano tale gruppo “il primo momento organizzativo dell’anarchismo”, cioè un elemento di base per una federazione, mentre Bookchin dice: “(i gruppi) possono federarsi con grande facilità…”.

Una prima osservazione: gli autori vedono nel gruppo d’affinità una forma d’organizzazione naturale, e non prendono in esame i suoi possibili difetti. Partono da una realtà constatata e tendono a non scoprirvi altro che virtù. Non si pongono il problema di sapere se ciò che funge da polo al formarsi del gruppo sia la comunanza d’idee o le simpatie personali. Ora, se l’essenziale è la comunanza di pensiero non si vede – per attenersi strettamente al meccanismo d’associazione – che cosa distingue un gruppo anarchico da una qualsiasi altra organizzazione di carattere ideologico. Se invece a dominare sono i legami affettivi, a partire da un pensiero libertario più o meno distinto, allora il funzionamento interno e la ragion d’essere del gruppo saranno di natura molto particolare.

In realtà, l’imprecisione sull’origine e sui fini del gruppo d’affinità conserva in pieno l’ambiguità del suo ruolo: elemento d’intervento sulla società oppure contro-società? Nella società o al di fuori di essa? Domanda che non va necessariamente intesa in chiave critica o aggressiva, ma che sollecita chiarimenti.

Un secondo elemento di definizione dei gruppi d’affinità è la loro dimensione. Bookchin: “Ogni gruppo d’affinità conservava deliberatamente dimensioni ridotte, per garantire tra i membri la maggiore intimità possibile”, e “Date le sue caratteristiche, il gruppo d’affinità tende ad agire in modo molecolare”. I G.A.F. “… un nucleo di militanti sufficientemente piccolo da permettere la partecipazione di tutti al processo decisionale, e sufficientemente ampio da contenere in sé diverse esperienze personali e di lotta”. E quindi: “Solo nuclei poco numerosi e con forte comunanza d’opinioni generali e particolari…”.

Nuova osservazione e nuova domanda: se per funzionare bene, vale a dire per garantire ai loro membri una reale partecipazione sia alle decisioni che alle azioni, i gruppi d’affinità devono essere di piccole dimensioni e accogliere un numero limitato di aderenti, è forse perché ogni organizzazione numerosa presenta pericoli di gerarchizzazione e di burocratizzazione? Ciò è probabile, ma allora bisogna applicare questa constatazione ad ogni organizzazione “popolare”, con conseguenze pratiche della massima importanza ai fini di una tattica o di una strategia libertaria. Perché in fin dei conti, se tra amici e compagni si deve prendere ogni genere di misure onde evitare la degenerazione dominatori/dominati, quali precauzioni si dovranno stabilire per delle organizzazioni che accolgano migliaia di esseri umani poco avvertiti dei pericoli autoritari? Bookchin, ad esempio, scrive a proposito dei gruppi d’affinità: “essi possono anche creare dei comitati d’azione temporanei (come gli studenti e gli operai francesi nel 1968), che coordinino compiti precisi. Ma innanzitutto, i gruppi d’affinità affondano le loro radici nel movimento popolare”. Un movimento popolare allo stato puro, innocente? Senza partiti, senza sindacati centralizzati, senza leader?

Eccoci quindi al terzo punto comune alla maggior parte delle definizioni: il ruolo dei gruppi d’affinità nella vita sociale. Nell’immagine – idealizzata – dei movimenti popolari esiste una sorta di estrapolazione della pratica – ideale – dei gruppi. Sébastian Faure: “… uomini che appartengono alla stessa classe, che vengono necessariamente avvicinati dalla loro comunanza di interessi, nei quali le stesse umiliazioni, le stesse privazioni, gli stessi bisogni, le stesse aspirazioni plasmano a poco a poco un temperamento ed una mentalità più o meno identici, la cui esistenza quotidiana è fatta della stessa servitù e dello stesso sfruttamento, i cui sogni, ogni giorno più precisi, sfociano nello stesso ideale, che devono lottare contro gli stessi nemici, che sono torturati dagli stessi carnefici, che si vedono tutti chini sotto la legge degli stessi padroni e tutti vittime della rapacità degli stessi profittatori. Questi uomini sono indotti gradualmente a pensare, a sentire, a volere, ad agire d’intesa e in solidarietà, ad adempiere agli stessi compiti, ad assumersi le stesse responsabilità, a condurre la stessa battaglia e ad unire a questo punto i propri destini sì che, nella sconfitta come nella vittoria, la sorte degli uni rimanga intimamente legata a quella degli altri: coesione volontaria, associazione voluta, gruppo per libera scelta. Qui s’affermano tutte le energie d’affinità che discendono dall’analogia di temperamento, dall’armonia dei gusti, dall’accordo delle idee”. Bookchin: “I gruppi d’affinità fungevano da catalizzatori agenti nel contesto del movimento popolare…”.

I G.A.F. sono più sfumati, sia sulla relatività del carattere “spontaneamente libertario” dei movimenti popolari, che sul ruolo specifico dei gruppi anarchici: “la liberazione delle tendenze popolari, egualitarie e libertarie è un fenomeno effimero se non ha la possibilità di esprimersi in organizzazioni adeguate” (4). E più oltre: “Le condizioni soggettive necessarie ad una rivoluzione sociale libertaria, possono essere schematicamente indicate come massimo sviluppo possibile, qualitativo e quantitativo, del movimento anarchico e della presenza libertaria organizzata nel conflitto sociale e anche la maggior diffusione possibile della coscienza critica, dello spirito antiautoritario di rivolta” (5).

Così dunque, tra queste diverse interpretazioni, troviamo alcuni tratti comuni: il gruppo d’affinità è un elemento di base del movimento anarchico; l’affinità è duplice: idee e vincoli di amicizia; esso riunisce un numero ristretto di militanti; esso è legato ai movimenti popolari d’emancipazione. E tuttavia, a dispetto di tutti questi punti di contatto, abbiamo la netta sensazione che le concezioni siano divergenti, i fini diversi, le prospettive estranee le une alle altre. Tutti accettano una situazione di fatto: l’esistenza di una tradizione di gruppi d’affinità, e partono da questa constatazione per dare ai gruppi dei compiti, una funzione e un funzionamento particolari. In tutto questo risiede un equivoco che sarebbe bene dissipare.

Pratiche

Si direbbe che la linea di demarcazione non corra tra le interpretazioni, ma piuttosto all’interno stesso del gruppo di affinità. A seconda che sia contraddistinto da un’intensa vita interna oppure da una attività rivolta essenzialmente verso il mondo esterno, il gruppo d’affinità costituisce un ambiente, una società in sé, oppure uno strumento di lotta contro la società così come essa funziona, addirittura fattore di edificazione di una società diversa.

Per fare due esempi agli estremi opposti: il gruppo-famiglia di Bookchin ha poco a che vedere con il gruppo-attivisti dei G.A.F.. Ciò non significa che il gruppo-famiglia non possa agire sull’esterno, né che il gruppo-attivisti non subisca il gioco dei rapporti personali tra i suoi membri. Ciò che importa, è comprendere che la loro ragion d’essere non è la stessa, né lo sono i loro obiettivi.

Spingendo l’analisi all’estremo, ma facendo riferimento ad esperienze o a modi di comportamento osservabili, il gruppo-famiglia può ulteriormente diluirsi fino a diventare un luogo d’incontro circostanziale per individui “liberati”. Mentre il gruppo-attivisti può trasformarsi in micro-partito.

Quando Richard Gombin (6) contrappone la nozione, e la pratica, del gruppo anarchico d’anteguerra (39-45) a quella dell’individuo-movimento “radicale” degli anni sessanta, pone in evidenza alcune caratteristiche specifiche del primo (un po’ caricaturali): “Soltanto il gruppo veniva colto come struttura di contestazione – o di rivolta -. Nelle condizioni in cui si trovava il capitalismo tra le due guerre sembrava che solo l’intervento del gruppo sulla società, sulla realtà sociale avesse qualche possibilità di successo…. La rivoluzione veniva colta come un avvenimento situato in un vago avvenire, ma il gruppo viveva solo in funzione di questo avvenimento ipotetico…. Tanto con i suoi pregiudizi e tradizioni che nei suoi rapporti privati: atteggiamento verso le donne, i bambini, l’omosessualità, la morale in generale. Evidentemente, esistevano esperienze isolate di vita di gruppo, di vita amorosa libera, ecc.. Ma si trattava di casi marginali e non rappresentativi”. Mentre “il rivoluzionario anti-autoritario ha una pratica di contestazione in quanto individuo e a tutti i livelli della sua vita…. Egli contesterà l’autorità e i soprusi del padrone o gli appelli patriottici dei capi politici, sindacali o intellettuali. Nella misura stessa in cui egli incontrerà degli individui che pensano e agiscono come lui (a scuola, come partner sessuali, sul lavoro, in vacanza), sentirà meno il bisogno del gruppo. E concludendo: “Intere generazioni di anarchici avevano concepito la rivoluzione come un ‘gran giorno’, sotto forma di un avvenimento unico e apocalittico che avrebbe segnato il sorgere di una società completamente nuova. La rivoluzione è ormai intesa e accettata come un susseguirsi di atti di rifiuto, di rottura e di creazioni necessarie. L’avvenimento finale che farà cadere il vecchio ordine sembra addirittura passare in secondo piano. In secondo piano perché l’edificio della società oppressiva (il suo Stato, i suoi principi, le sue istituzioni) crollerà da sé non appena sarà stato trasformato il suo contenuto: la questione del potere al vertice sarà risolta dalla presa di tutti i poteri alla base”.

Sorvoliamo sulla questione di sapere se negli anni trenta l’appartenenza a un gruppo fosse legata a dei pregiudizi, ad una tradizione a dei comportamenti morali borghesi; bisognerebbe rammentare che l’insubordinazione, la diserzione, l’illegalità, le pratiche anticoncezionali, le lotte nei cantieri e in fabbrica, gli scontri fisici con stalinisti e gruppi d’estrema destra, ecc., facevano parte della vita militante quotidiana, e non erano solo dei temi per le discussioni oziose da tenersi durante le riunioni della domenica mattina. Ciò che il ragionamento ha di significativo è che oggi sarebbe possibile vivere la contestazione da individuo, e che l’accumulazione dei gesti di rifiuto finirà per rendere impotente il potere.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una specie di teorizzazione di un comportamento. Un comportamento che è reale, a livello individuale o di gruppi-famiglia. Ma che è tale soltanto in condizioni circostanziali e limitate: all’interno di una società di relativa abbondanza, e permissiva, cioè in alcune regioni del mondo industrializzato e post-industrializzato. Non è tanto l’individuo o il gruppo-famiglia che lotta, s’impone e vince l’autorità, quanto la società che lascia fare e possiede i mezzi per lasciar fare. (In uno Stato come la Francia, dove la mobilitazione generale era considerata la base della difesa nazionale, la diserzione era un crimine punito duramente, anche in tempo di pace. Oggi, le nuove caratteristiche di un conflitto armato fanno sì che sia possibile negoziare uno status d’obiettore di coscienza. Ciò non significa che la lotta dei renitenti non sia utile, o difficile, significa che tattica e strategia libertarie non possono fare astrazione dal funzionamento pratico della società).

Più importante ancora è un certo slittamento verso una a-società; questa concezione e questo comportamento si trovano in molti gruppi-famiglie attuali. L’idea e la pratica sono che la società gerarchizzata ed oppressiva non va combattuta in quanto tale, ma deve essere ignorata, aggirata, evitata ogni qual volta questo sia possibile. Si finisce abbastanza facilmente ad una sorta di carpe diem, di “godiamo senza freni”, che in sé non è certo condannabile, ma che non fornisce alcuna risposta ai problemi di lotta contro una società che, nell’Europa occidentale come nell’America del Nord, non presta quasi attenzione a questa forma di emarginazione, sottoprodotto della affluent society.

Solo quando il rifiuto non è ripiegamento o evasione, ma volontà tesa verso una società diversa e lucida negazione della società presente, la lotta si fa chiara. Questa nozione si offusca sino a scomparire quando la pioggia dell’abbondanza ed il suo sfruttamento permettono di confondere la lotta contro una società che funziona, capace di assorbire gli oppositori e di trasformarsi senza nulla concedere alle diatribe rivoluzionarie, con una emarginazione sprezzante ma di poco peso, e inconcepibile in altre regioni del mondo.

L’estremo opposto è costituito dal gruppo-attivisti che s’immagina di poter influire sul “senso della Storia” praticando una specie di machiavellismo dirigente. Un esempio può essere quello della singolare mentalità diffusa, durante gli anni cinquanta, in seno alla Federation Comuniste Libertaire francese, e che corrispondeva ad una volontà – e ad una pratica – di manipolazione della corrente libertaria, che aveva alla base un piccolo nucleo di militanti, complici nelle loro manovre molto più di quanto non fossero uniti da una comune lucidità.

Si pone così il problema di sapere se l’affinità non conduca a dimenticare le ragioni dell’esistenza del gruppo, e inversamente se il lavoro condotto collettivamente non finisca per sboccare su un altro tipo di rinuncia.

La vita interna

Abbandoniamo ora le definizioni, classiche o recenti che siano, e vediamo quali sono i comportamenti correnti che si sviluppano all’interno dei gruppi stessi (i quali, in generale, si preoccupano ben poco dei requisiti teorici).

Il difetto più serio è costituito da un’inclinazione quasi irresistibile a trasformarsi in società chiusa, cioè a dimenticare rapidamente la ragione stessa della loro esistenza, vale a dire l’intervento nella mischia sociale, lo sforzo di conoscenza della società e dell’epoca per poter meglio agire, la propaganda. È pur vero che è piuttosto raro veder nascere un gruppo in funzione di scopi precisi. Accade frequentemente che si tratti della formazione di un nucleo che “vuol fare qualcosa” e che poco a poco va trasformandosi in una specie di famiglia dove pullulano i problemi dei rapporti personali, anche se mascherati da controversie, o da intese, ideologiche o tattiche. Curiosamente, si manifesta un fenomeno burocratico (se si intende il termine burocrazia come sostituzione del perseguimento di un servizio che ha fatto nascere l’organo con gli interessi di questo stesso organo funzionale). Il gruppo finisce per vivere ripiegato su se stesso, per sé stesso, pur rispettando determinati riti: partecipazione alle campagne generali, vendita e diffusione di pubblicazioni, presenza, magari come osservatore, ai congressi.

È il gruppo in sé che diviene l’essenziale, e le beghe interne diventano presto il fulcro delle riunioni, come la malattia si trasforma in centro d’interesse – interesse di vita – per certi malati. Altro fatto da rilevare è che risorgono le tare denunciate nella società: leaderismo nelle sue varie forme, gerontocrazia, separazione tra parlatori e taciturni.

In un recente numero della Lanterne Noire (7), un collaboratore, che sembra abbia una lunga esperienza di vita nei gruppi e li osservi con occhio pratico, segnala: “… Il gruppo d’affinità non costituisce un’alternativa di fronte ai pericoli dell’organizzazione. Il dominio, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra”. Più oltre, però: “… È pur vero che nel piccolo gruppo d’affinità certe attività di propaganda e di elaborazione ideologica risultano facilitate, senza contare il fatto positivo in se stesso dell’attività in comune di persone che si riuniscono per un progetto rivoluzionario e allo stesso tempo per ragioni di temperamento o d’affetto”. È uscita una constatazione, e solo degli esempi precisi potrebbero illustrarla, o un desiderio, oppure la presa in considerazione di una tradizione che si sa difficile a cambiarsi?

Le osservazioni dirette che seguono sono in realtà poco entusiasmanti: “… La struttura propria del gruppo d’affinità, come a ogni gruppo primario – sia familiare che ideologico – sviluppa vincoli interpersonali a forte carica affettiva, nei quali l’amore e l’odio giocano la loro solita parte di rimpianto, e in cui il contenuto fantomatico (incosciente, rimosso) si struttura sul dominio patriarcale”… “La lotta per il potere in seno al gruppo è velata e generalmente incosciente. La leadership appare imperniata sui compiti, e tutte le rivalità tendono a prendere una forma ideologica. Ma la violenza con cui scoppiano i conflitti e la frequenza con cui si sciolgono i gruppi rivelano la matrice emozionale sulla quale essi si sono costituiti”.

Questo per il funzionamento interno. Se si prende in esame il comportamento del gruppo rispetto al mondo esterno, emergono altri fenomeni. Il primo si manifesta in una difficoltà quasi insuperabile nell’allargare il nucleo iniziale, sia che malgrado la volontà dichiarata di reclutamento o di praticare periodi di prova, la vita della cellula provochi il rigetto, per tema di un apporto che turbi “l’intimità”, sia che esista una scelta deliberata di non crescere di numero.

L’altro fenomeno potrebbe essere determinato come doloroso risveglio. Si produce quando gli avvenimenti pongono il gruppo di fronte alla necessità d’entrare in contatto con l’insieme della società, molto semplicemente di tener conto delle forze politiche o sociali, affini o avverse. È questa una scoperta che spezza l’unità, la solidarietà, il conformismo interno e che apre la strada a dei cambiamenti di rotta – a volte collettivi, se domina l’affinità -, o a degli accomodamenti che corrispondono solo da lontano alla regola delle idee. La luce del gruppo e quella dell’esterno non hanno la stessa intensità. E ciò che viene bollato come tradimento, molto spesso non è altro che il rientrare nel Secolo del militante, un militante nudo e cieco quanto l’uomo qualunque, e vittima di scelte fatte in funzione degli apparati di propaganda esterni, abili nel far risuonare i grandi temi umanitari e a piazzare le eterne trappole per i fessi.

Ed inoltre, proprio quando gli avvenimenti scoprono forti correnti libertarie, nate dalle contraddizioni di una società soffocante, i gruppi sono di rado “nel vento”. Essi vivono troppo ripiegati su se stessi, e non come raggruppamenti sensibili agli avvenimenti sociali. Così nel 68, e senza dubbio nel 77. In Francia e in Italia.

Suggerimenti

Abbandoniamo il tono critico e lamentoso.

In mancanza di una definizione chiara di ciò che sono in definitiva i gruppi d’affinità, è possibile dire che esistono ed agiscono secondo i militanti che li compongono, verità che si ha la tendenza a dimenticare nelle polemiche condotte a base di argomenti dottrinali. È anche possibile sostenere che il loro valore in termini d’anarchismo si misura secondo criteri morali e d’efficacia, pur ponendo l’accento sulle “affinità”. In fin dei conti, dai gruppi anarchici di Barcellona degli anni trenta uscirono sia dei lottatori che furono all’altezza della loro leggenda, che dei ministri o dei colonnelli. Partendo da questi precedenti, la solidarietà affettiva generalizzatrice diviene sospetta. L’affinità può averla vinta sulle convinzioni.

Ciò che è auspicabile, è che si intraprenda uno sforzo per dissipare una confusione che non serve a nessuno. È perfettamente accettabile, e a volte entusiasmante, vedere che si creano delle comunità che cercano, a suon d’esperienze, una forma di vita collettiva più libera e più emancipata possibile. Si tratta in questo caso di avventure libertarie di valore indiscutibile. Esse si pongono immediatamente come forme di contro-società in cui sono essenziali i fattori di simpatia, d’amicizia e di solidarietà. Tuttavia i loro membri non escludono altre forme d’organizzazione che si prefiggono altri scopi, nonostante la vita comunitaria comporti naturalmente problemi di scelte prioritarie e di “servitù”.

Ciò che si può sperare è che nello spirito stesso dei partecipanti non si mescolino o confondano i vari generi, e che ciascuno ben comprenda il significato come i limiti del suo modo di vita e dei suoi sforzi.

Allo stesso modo, se la riflessione volge la preferenza verso il gruppo attivista, è utile che tutti sappiano quali sono i fini immediati, ed eventualmente quelli a lunga scadenza, dell’organizzazione. Facendo attenzione in tutti i casi a non confondere un’azione volontaria sulla società e nella società con la teorizzazione di un riflesso o di un sottoprodotto di questa società.

È un suggerimento che vale per tutti i comitati, le associazioni, i collettivi, i gruppi. Ciò permetterà di confrontare i fini con i risultati.

Note

1) Enciclopedia Anarchica – alla voce affinità

2) Citato dallo spagnolo¡Escucha marxista!“.

3)Documento programmatico dei Gruppi Anarchici Federati” cap. XXII, Gruppi e federazioni.

4)-5) ibidem cap. XIX; La rivoluzione libertaria.

6) “Sociét et contre-société” – Libraire Adversaire – Communauté de Travail CIRA.

7) Nicolas:L’organisation anarchiste spécifique“. n.6/7 – novembre 1976.

Ma erano davvero soltanto gli anarchici del 22 marzo, così ingenui e creduloni, a ritenere Mario Merlino un “compagno” del movimento studentesco?

17 aprile 2011

Mario Merlino si era già intrufolato in diverse formazioni M.L. prima di arrivare al Bakunin e poi di qui al 22 marzo. Da queste organizzazioni fu allontanato solo DOPO che vennero alla luce le sue operazioni di provocazione. La vergogna di questi gruppuscoli di aver subito un’infiltrazione fascista gli ha impedito di denunciare pubblicamente tali fatti. E’ grazie a questo silenzio che Merlino ha potuto tranquillamente proseguire con il suo bieco lavoro di informatore e provocatore all’interno di altre formazioni della sinistra.

Se vediamo la stampa “comunista” – soprattutto l’Unità e Paese Sera – subito dopo gli attentati terroristici del 12 dicembre 1969 sembrerebbe invece che solo gli anarchici fossero “predisposti geneticamente” a subire infiltrazioni (anche se pochissimi mesi dopo, dal PCI, verranno espulsi, senza che se ne desse alcun rilievo, due alti funzionari/dirigenti al soldo dei servizi segreti).

A dimostrazione che detta stampa mentisse coscientemente, riteniamo utile riportare integralmente l’interrogatorio di un dirigente della FGCI romana (ex segretario federale) il prof. Marcello Lelli, che è lecito pensare riferì al suo partito in tempo reale quello che era di sua conoscenza, ma che venne ritenuto più utile ignorare.

Verbale del 6 aprile 1970 – Davanti il Giudice Istruttore Ernesto Cudillo

Verbale Marcello LELLI

Verbale Marcello LELLI

Compare LELLI Marcello, nato a Roma l’8 ottobre 1944 ed ivi residente …..

Quindi, opportunamente interrogato, risponde:

 ADR SONO assistente – borsista presso l’Istituto di Sociologia del1’Università di Roma.—

Ho conosciuto Merlino Mario alla scuola Media “Daniele Manin” in quanto abbiamo frequentato le stesse classi.—

Successivamente ho nuovamente incontrato il Merlino nel corso degli studi universitari, ma non siamo mai entrati in contatto perché militavamo in opposte organizzazioni politiche: il Merlino faceva parte di una organizzazione di destra ed io di sinistra.–

Nel 1969 poiché il Merlino era entrato a far parte del movimento studentesco, ci siamo incontrati molte volte ed abbiamo scambiato qualche idea o parola.–

Il 3 novembre 1969, mi ero recato alla sede del Partito Radicale di Via 24 maggio e al portone d’ingresso ho incontrato il Merlino in compagnia di altri giovani che non conosco.- In tale circostanza il Merlino mi disse se potevo fargli stampare dei volantini “anti militaristi” presso la mia sezione. Io gli risposi negativamente e lo indirizzai presso la sede del partito comunista di Monte Sacro oppure di Centocelle; mi invitò inoltre a recarmi la mattina successiva presso un locale di Via del Boschetto per partecipare alla distribuzione di tali volantini. Io non mi recai presso detto locale parchè la cosa non m’interessava po1iticamente.—

Preciso che verso il giugno del l969, il Merlino, venutomi a trovare presso l’Istituto, mi aveva invitato ad assegnargli la tesi di laurea, affermando che aveva già studiato un argomento concernente i rapporti tra Stato e società.—

Io lo invitai a farmi esaminare il lavoro giù espletato dal Merlino.—

Verso i primi di ottobre del 1969 almeno così mi sembra, il Merlino mi consegnò all’Istituto un suo elaborato che io mi riservai di leggere e di discutere.—

L’11 dicembre 1969, ricordo che si trattava del giorno precedente agli attentati dinamitardi di Milano e di Roma, verso le ore 9 o 10 della mattina, il Merlino mi telefonò a casa chiedendomi quando ci saremmo potuti vedere per discutere la tesi. Io gli fissai l’appuntamento per il pomeriggio del giorno successivo (12 dicembre), da1le ore 16 alle 18 presso l’Istituto di sociologia sito in Via Vittorio Emanuele Orlando,75.-

Attesi invano il Merlino sino alle ore 17,45 circa, ma il predetto non si presentò senza comunque avvertirmi sia all’Istituto che a casa.—

Subito dopo mi recai all’Università ove mi trattenni sin verso le ore 20,30 circa.

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35) – La Strage di Stato voluta dai padroni -DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

28 marzo 2011

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35)

Milano e Roma – 12 dicembre 1969

La Strage di Stato voluta dai padroni

DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

 

copertina strage di stato voluta dai padroni Premessa

Prossimamente avrà luogo il processo contro gli anarchici ingiustamente accusati di essere gli ideatori, organizzatori, esecutori della serie di attentati terroristici avvenuti il 12 dicembre 1969 a Roma (Altare della Patria: 2 feriti – Banca Nazionale del Lavoro: 13 feriti) e a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura: 16 morti, 90 feriti).

Coloro che hanno una sia pur minima conoscenza degli anarchici, della loro storia, della loro lotta di ogni giorno per la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e da ogni forma di autoritarismo, sanno che essi respingono ogni atto di violenza che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai fascisti durante il loro ventennale regime e dai nazisti nelle cento «Marzabotto» d’Europa.

Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà mai impedir loro di essere gli accusatori di un sistema basato sulla sopraffazione e che volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.

Questo documento, scritto da militanti anarchici, ha per obiettivo:

 

1) informare l’opinione pubblica di come il «potere costituito» abbia voluto costruire una mostruosa ed enorme montatura addosso a dei compagni solo perché anarchici;

2) spiegare come questa montatura sia stata concepita per colpire non solamente gli anarchici, ma faccia parte di un piano più vasto volto soprattutto a stroncare la tendenza libertaria e rivoluzionaria che andava sviluppandosi nella coscienza delle masse, a reprimere tutta la sinistra extraparlamentare e il movimento autonomo degli operai, spaventando l’uomo della strada per preparare e giustificare un radicale spostamento a destra dell’asse politico italiano, in nome del ristabilimento dell’«ordine»;

3) spiegare come questo piano sia stato attuato trovando i suoi naturali alleati e i suoi complici nella piccola, media e grande borghesia;

4) spiegare perché l’iniziale manovra abbia fallito nei suoi obiettivi principali (stato forte, repubblica presidenziale, colpo di stato fascista, cioè ulteriori limitazioni della libertà di stampa, di associazione, di opinione, di sciopero, ecc.) e come si sia «evoluta» nella repressione che oggi colpisce il movimento rivoluzionario.

Le ragioni economico-politiche della repressione

A partire dal ’68 si acuisce in Italia il conflitto tra capitalismo arretrato (media e piccola industria, grossi industriali legati ad interessi USA) e il capitalismo «avanzato» di tipo monopolistico, statale (FIAT, Pirelli, ENI, IRI, Montedison ecc.).

Quest’ultimo minaccia direttamente il monopolio americano in campo internazionale, entrando in concorrenza diretta con essi (la FIAT con la FORD, la Pirelli con la Firestone e le grosse petrolifere) e creando la condizione per il graduale assorbimento della piccola e media industria nei grossi trust economici, pena il fallimento e la chiusura.

Il contrasto, dapprima sotterraneo, diventa ben presto uno scontro senza esclusione di colpi. Dopo l’allontanamento di Costa dalla Confindustria, i due schieramenti cominciano a delinearsi con più chiarezza: da una parte i «reazionari», servi dell’imperialismo USA e alleati della Grecia fascista; dall’altra i «riformisti», stufi della dipendenza da un capitale straniero che li costringe a pagare le spese delle sue guerre (Vietnam, Medio Oriente), delle competizioni spaziali e la conseguente svalutazione ed inflazione, desiderosi di aprire centrali di sfruttamento in proprio con sistemi apparentemente più democratici ma sostanzialmente più razionali.

In questo quadro nasce il PSU, agente della CIA (centrale di spionaggio del governo americano), alleato della piccola e media industria.

In questo quadro il PCI abbandona definitivamente ogni atteggiamento pseudo rivoluzionario per farsi garante della continuità del sistema, dell’aumento della produttività, dell’emarginazione dei centri economici di potere USA e dello sviluppo in senso tecnoburocratico delle strutture socio economiche italiane.

Mentre è in pieno svolgimento questa lotta di potere ad alto livello, nello spazio che il PCI lascia vuoto alla sua sinistra, nasce e si sviluppa un movimento che da una fisionomia settoriale ed episodica passa ad assumere caratteri sempre più chiaramente libertari cercando piattaforme organizzative autonome e che non ostante le sue deficienze e i suoi limiti – inesperienza, dilettantismo, settarismo, spontaneismo, dogmatismo, verticismo – minaccia di rendere impossibile la «pace sociale», il rafforzamento dell’ordine autoritario, necessarie alla realizzazione dei piani riformistici.

La scadenza dei contratti collettivi di lavoro mobilita vasti strati popolari e serve come base di lancio per richieste più avanzate e meno recuperabili dal sistema.

Di fronte alle scadenze contrattuali e alle masse operaie che stanno prendendo coscienza del fatto che il vero obiettivo delle lotte è la fine dello sfruttamento, il padronato e la classe dirigente sono internamente divisi e il loro contrasto si riflette anche in parlamento, tra i riformisti ed i reazionari.

Le soluzioni dei riformisti appaiono inadeguate alle esigenze del momento; il movimento rivoluzionario spinge in continuazione costringendo sindacati e PCI a continui recuperi per evitare di essere definitivamente e irrecuperabilmente scavalcati.

Il progetto di unificazione sindacale è, almeno per il momento, ancora insufficiente ad esercitare un pieno controllo sulla situazione.

Questo stato di cose, oggettivamente pericoloso per il capitalismo, induce i grandi industriali a lasciare che sia la parte più reazionaria della borghesia a comandare il gioco:

– iniziano a verificarsi una serie di attentati, di chiara matrice fascista, che culmineranno nella tentata strage del 25 aprile ’69 alla Stazione Centrale e alla Fiera di Milano. Attentati di cui verranno accusati gli anarchici (nessuno di loro oggi è in prigione perché la stessa magistratura, di fronte all’evidenza dei fatti, non è riuscita a sostenere le accuse);

– la Borsa ha degli artificiosi spostamenti, rialzi, ribassi, che spaventano la piccola e media borghesia;

– si verifica un’altra serie di attentati sui treni (agosto 1969) di cui verranno ancora incolpati gli anarchici (anche il compagno Pinelli, come anarchico e come ferroviere, verrà accusato di questi attentati: oggi è stato appurato che furono attentati fascisti ma i responsabili, i neonazisti di Treviso, Ventura, Freda e Trinco sono stati, guarda caso, messi in libertà provvisoria).

– La polizia assume atteggiamenti sernpre più provocatori contro picchetti e manifestazioni operaie.

I casi più gravi sono quelli che finiranno a Torino con gli scontri di corso Traiano e a Milano con la morte dell’agente Annarumma.

Quest’ultimo episodio fu vergognosamente sfruttato per esasperare lo spirito reazionario della piccola borghesia, giustificare l’allarme contro il progetto di disarmare la polizia, scatenare ulteriormente la repressione e preparare il clima per la strage del 12 dicembre. Annarumma rimase ucciso durante uno scontro tra due gipponi e malgrado ciò risultasse inequivocabilmente da precise testimonianze e da un reportage filmato dalla televisione francese, le autorità diedero una falsa versione attribuendo la morte di Annarumma ad un’aggressione dei dimostranti. I responsabili del potere costituito si affannarono per fomentare risentimenti ed odio contro i «vili aggressori», contro i «teppisti», i «sanguinari anarcoidi».

Saragat, che quale presidente della repubblica non possiamo ritenere disinformato, si prestò a sostenere la montatura poliziesca con il seguente telegramma di invettive:

«Il barbaro assassinio del giovane ventiduenne agente di pubblica sicurezza Antonio Annarumma, nato da una famiglia di braccianti, in una delle più povere province d’Italia, quella di Avellino, ed ucciso a Milano mentre faceva il suo dovere di difensore della legge democratica, non soltanto offende la coscienza degli italiani ma è una sfida assurda e selvaggia alle manifestazioni dei lavoratori per la soluzione umana dell’angoscioso problema della casa. Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare e mettere in condizione di non nuocere i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita, e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà di coloro che difendono la legge e le comuni libertà. Con questi sentimenti, voglia, onorevole ministro, far giungere ai familiari del caduto, così tragicamente colpiti nei loro affetti più cari, l’espressione del mio profondo cordoglio e di quello di tutta la nazione».

– il PSU e tutta la destra parlamentare si abbandonano ad isterici appelli all’ordine.

– Esplodono le bombe del 12 dicembre a Milano e Roma. Ne segue un clima da «caccia alle streghe», di linciaggio morale, di «terrore bianco», ottimamente orchestrato da tutta la stampa borghese e della sinistra ufficiale.

In questo clima Pinelli, dopo tre giorni di fermo illegale nella questura di Milano, viene scaraventato dalla finestra del quarto piano della stessa. E subito dopo i «mostri» le «belve» gli «assassini» gli «anarchici» vengono assicurati alla giustizia.

Per la grande industria questa strategia comportava un rischio: vedersi frenare il processo di razionalizzazione economica in atto. Ha accettato di correre questo rischio anzi, essa stessa ha dato l’esempio con le sospensioni, i licenziamenti, le denunce, facendosi complice del terrorismo e della strage. Aveva le carte in regola per poter sopportare una sosta obbligata, dolorosa ma necessaria, dei suoi piani di sviluppo. Essa, proprio per la sua complicità, ha potuto tenere tutto sotto vigile controllo e, al momento opportuno, riprendere in mano la situazione.

Nella manovra reazionaria complessiva, orchestrata dalla CIA attraverso i neofascisti nostrani e lo spionaggio greco si tendeva perciò a due scopi: 1) da una parte frenare il processo di razionalizzazione economica che la grande industria, grazie all’appoggio della sinistra ufficiale, stava attuando, evitando così la sconfitta della media e piccola borghesia nazionale; 2) dall’altra parte colpire il movimento rivoluzionario che in quei mesi stava sempre più rafforzandosi.

Il primo scopo è chiaramente mancato per motivi di sviluppo economico, storici, di logica; i grandi monopoli (anche se mascherati in modo sempre diverso) hanno buon gioco sui piccoli industria lotti boriosi e presuntuosi. Oggi questi piccoli capitalisti, ufficialmente usciti (ma in realtà sbattuti fuori) dalla Confindustria e riuniti nella CONFAPI, vanno a piangere miseria dal ministro dell’industria, ricevendo elogi («voi siete la spina dorsale dell’economia italiana») e promesse che non saranno mantenute (o che, se mantenute, rientreranno nel programma generale di sviluppo del sistema).

Per il secondo obiettivo il discorso è diverso: i padroni, sempre in lotta fra loro per ragioni di interesse, di dominio, di conquista di mercati, nei momenti di crisi (è dall’autunno ’69 che la economia italiana è «in crisi», che la produttività non sale e così via) ritrovano l’unità contro i comuni nemici, quegli estremisti che non discutono sulla forma migliore, più «umana» di sfruttamento ma combattono e vogliono abolire lo sfruttamento stesso. Ecco come grande e piccola industria e apparato statale si sono trovati affratellati nel sostenere l’assurda montatura contro i compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile e 12 dicembre ’69.

Le bombe alla Fiera di Milano: 25 aprile 1969

Il 25 aprile 1969 scoppiano a Milano due bombe, una al padiglione FIAT della Fiera, una all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Diversi feriti gravi, nessun morto: ma poteva essere una strage.

Dopo Avola, dopo Battipaglia, la gente comincia ad avere dei dubbi sul fatto che la violenza venga davvero sempre da sinistra. Il 28 aprile ci sarebbe dovuto essere alla Camera il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico: adesso, questa proposta fa sorridere.

Per le bombe vengono arrestati subito degli anarchici; indagini in direzione diverse, che erano state intraprese, vengono arenate per ordine del giudice Amati che immediatamente indica gli anarchici quali colpevoli. Amati, per inciso, avrà un ruolo dí primaria importanza nelle indagini per le bombe del 12 dicembre e nell’incriminazione di Valpreda e compagni.

Due degli arrestati, i coniugi Corradini, saranno rilasciati per mancanza di indizi dopo sette mesi di carcere, malgrado già da tempo si fossero occupati del caso i giornali stranieri e il tribunale per i diritti dell’uomo. Gli altri compagni restano dentro: Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti.

Finalmente, dopo due anni di carcere, il 22 marzo 1971 comincia il processo contro di loro, che si conclude il 29 maggio con una sentenza il cui significato è subito chiaro se si esamina ciò che è emerso dal processo stesso. Infatti, a dispetto dei giudici e del P.M. sono affiorati dal processo elementi sufficienti per permetterci di ricostruire, fin nei particolari, la vera storia di tutta la vicenda.

1) L’unico teste d’accusa, Rosemma Zublena, dopo essere caduta in innumerevoli contraddizioni, è stata riconosciuta dallo stesso P.M. un’isterica mitomane. Nel ’67 la Zublena era stata processata per calunnie, per aver denunciato con una serie di lettere anonime sindaci, prefetti, vescovi e altra gente. Il giudice, cui era affidato il procedimento, l’aveva in quell’occasione definita «un’anormale psichica». Il commissario Calabresi – quello che il 15 dicembre «suiciderà» Pinelli dal IV piano della questura di Milano – ha avuto buon gioco nel servirsi di simile personaggio, mettendole in bocca tutte le accuse che voleva. I difensori hanno chiesto l’incriminazione di Calabresi per subornazione di testimone (indurre a deporre il falso) e della Zublena per falsa testimonianza.

2) L’accusa si basava inoltre su tutta una serie di «confessioni» degli imputati. Se si pensa che Faccioli ne ha avuto un labbro spaccato non è difficile capire come queste confessioni siano state ottenute. In particolare, Faccioli denuncia le torture subìte da parte de1 commissario Calabresi e dei brigadieri Mucilli e Panessa: sono gli stessi che «interrogheranno» il compagno Pinelli. Panessa, interrogato, cade in contraddizioni: corre in suo aiuto il presidente del tribunale – che è, guarda caso, Paolo Curatolo, «uomo di destra», famoso per il processo per i morti di Reggio Emilia – allontanandolo dall’aula.

Si mette in dubbio la verità delle affermazioni degli imputati circa le violenze subìte: ma poi risulta che Faccioli a S. Vittore non è stato sottoposto alla regolamentare visita medica, obbligatoria all’ingresso in carcere.

Visti i metodi, non stupisce che gli imputati «confessino» una serie interminabile di reati, alcuni dei quali semplicemente inesistenti: ad es. il furto di esplosivo da una cava nel bergamasco (uno dei capi d’accusa contro i compagni) non è mai avvenuto. Ciò risulta dalla testimonianza di tutti i dirigenti e guardiani della cava. Naturalmente il tribunale «mette in dubbio» la veridicità di questi testi – ma non li incrimina, come dovrebbe, per falsa testimonianza.

Questo furto inesistente è stato inventato, fin nei minimi particolari, dal perito balistico della polizia Teonesto Cerri. Un’ennesima «coincidenza»: Cerri è lo stesso perito che il 12 dicembre darà parere favorevole perché sia fatta brillare la bomba inesplosa alla banca Commerciale, distruggendo quello che poteva essere un indizio determinante per risalire agli autori della strage: forse, era un indizio troppo determinante…

Bombe del 25 aprile, bombe sui treni, bombe del 12 dicembre: implicati nella montatura contro gli anarchici troviamo sempre gli stessi magistrati e gli stessi sbirri. Fra l’altro, Cudillo, giudice istruttore nel processo contro Valpreda, a pag. 109 della sua incredibile sentenza istruttoria, ipotizza che parte dell’esplosivo rubato alla cava sia stato usato per la strage del 12 dicembre. Su simili «decisivi» indizi si regge infatti anche questo processo.

Vi sono poi altre «confessioni» molto scomode per l’accusa, visto che si riferiscono a attentati i cui autori sono noti già da tempo o che comunque gli imputati non avevano la possibilità materiale di fare. Troppe confessioni: a questo assurdo si può arrivare solo con la tortura. E’ ancora Calabresi ad aggiustare le cose, mettendo a verbale durante gli «interrogatori» solo le dichiarazioni che facevano comodo alla accusa, come egli stesso finisce per ammettere in tribunale. Dal canto suo il tribunale non è da meno: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite. Per fortuna, un giornalista presente al processo ha registrato tutto e le dichiarazioni restano agli atti.

3) Il 7 dicembre ’69 i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il famoso rapporto segreto del ministero degli esteri greco all’ambasciata dei colonnelli fascisti greci a Roma, nel quale si rivela che gli attentati del 25 aprile sono stati progettati dal governo greco e messi in atto da fascisti italiani direttamente collegati con i colonnelli. Il rapporto ha una vasta eco su tutta la stampa internazionale ma non viene nemmeno preso in considerazione dal famigerato giudice istruttore Amati, che rifiuta persino di allegarlo agli atti.

Il giornalista inglese Leslie Finer ha ribadito al processo, nella sua clamorosa testimonianza, I’autenticità del documento e la sua assoluta rispondenza alla realtà delle trame dei colonnelli greci e della CIA in Italia. Nel documento si fa ampia dettagliata relazione di contatti ed accordi raggiunti con esponenti dell’esercito, della polizia e dei carabinieri italiani, accordi che miravano (e mirano) a costituire in seno a queste forze armate «organizzazioni segrete» che assumessero il ruolo reazionario, provocatorio, dinamitardo, svolto «dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione dei colonnelli».

Nel secondo capitolo del documento, consistente in una relazione sulle «azioni concrete» già effettuate, è detto tra l’altro, con esplicito riferimento agli attentati del 25 aprile ’69 al padiglione FIAT di Milano ed alla stazione: «Le azioni non hanno potuto essere realizzate che il 25 Aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto».

Al processo, malgrado gli sforzi riuniti di polizia e magistratura, la montatura che si è cercato di costruire è crollata tanto clamorosamente che persino la parte civile (la famiglia di un ragazzo rimasto mutilato) si è ritirata, persuasa dell’assoluta estraneità degli imputati.

Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti si sono fatti due anni di carcere preventivo, con gravissime accuse fra cui 12 episodi di strage, che avrebbero comportato l’ergastolo. Ora i compagni sono stati tutti scarcerati. Dal processo è emerso un cumulo enorme di arbitrii procedurali, falsificazioni di verbali e di prove, abusi di potere; attraverso violenze, pressioni o ricatti sono stati fatti sottoscrivere certi verbali incredibili al punto che lo stesso P.M. ha preferito non servirsene.

Bisogna dire che P.M. e tribunale hanno fatto il possibile per arginare lo scandalo nei limiti sopportabili dal sistema: sono riusciti ad evitare l’incriminazione di tutti i falsi testi d’accusa; a mantenere in piedi contro ogni evidenza quel poco che gli consentisse di emettere 3 condanne per i reati minori, per salvare la sostanza politica della montatura, evitare l’incriminazione dei magistrati e degli sbirri che I’hanno messa in atto, ma soprattutto per insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che effettivamente gli anarchici sono dei dinamitardi e far passare così la montatura ordita contro i compagni per la strage di Stato.

Braschi, Della Savia, Faccioli, sebbene siano stati scarcerati, ricorreranno in appello. Non certo perché hanno fiducia nella giustizia borghese, strumento di quegli stessi padroni che sono i mandanti degli attentati; lo fanno per mostrare a tutti che ormai lo «Stato democratico» si sente tanto forte da non curarsi più di salvare, nelle sue criminose montature, nemmeno un’apparenza di quella «legalità» di cui si proclama custode.

Da tutta la sporca montatura poliziesca e giudiziaria imbastita contro questi compagni per attribuirgli la responsabilità delle bombe fasciste del 25 aprile e conclusa con il farsesco processo che si è detto, è emerso un aspetto vergognoso che indica chiaramente come il tentativo di «linciaggio» politico e morale del movimento anarchico non abbia trovato opposizione adeguata non solo da parte della sinistra ufficiale ma anche da parte delle forze extraparlamentari.

Intendiamo riferirci al disonesto comportamento di tutti i raggruppamenti e partiti di sinistra che con tutta la loro stampa, senza nessuna eccezione, per mesi e mesi fecero coro con la stampa fascista e reazionaria nel parlare di «processo agli anarchici» per accollare così, di fronte all’opinione pubblica, ogni eventuale responsabilità che l’accusa fosse riuscita subdolamente a lasciare in piedi, a militanti del movimento anarchico.

Gli anarchici, per non venir meno ai principi di «solidarietà rivoluzionaria» per non isolare politicamente gli imputati, si sono astenuti da ogni precisazione in merito alla loro militanza politica. Ebbene ora che la vicenda giudiziaria e risolta è necessario abbandonare ogni riserva e chiarire che due soltanto (Pulsinelli e Braschi) degli otto imputati erano e sono anarchici; gli altri militano in gruppi extraparlamentari e due di essi (Norscia e Mazzanti) erano addirittura iscritti al PCI.

Le bombe di Milano e Roma: l2 dicembre 19ó9

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. Gli operai non si sono fatti abbindolare dalle accuse e dai discorsi così palesemente falsi. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia: «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con g1i avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», scatenata con il chiaro proposito di bloccare i fermenti studenteschi ed il ben più pericoloso esplodere delle rivendicazioni proletarie, è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Siamo alla vigilia del 12 dicembre. Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una sua eloquente dichiarazione: «…1a decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato…e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: l’esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia».

La sensazione che solo il ricorso alla forza possa risolvere la situazione, si fa sempre più marcata, diviene sensazione generale.

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «…organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… ».

La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: «Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine…».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica…le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità… poniamoci il problema della repubblica presidenziale… ».

Negli ambienti interessati, tra chi «fa politica» e chi segue, per interessi economici o di potere, le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i fascisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dall’esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro per incontrarsi con funzionari della questura. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati, in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, l’uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce. Dapprima si prova ad ingannarlo, si passa poi alle minacce ed ai ricatti e infine, vista la sua solidità morale, si tenta di fiaccarlo nel fisico. Nei lunghi ed estenuanti interrogatori, durante i quali gli aguzzini della squadra politica milanese si avvicendano, si urla, si tentano ricatti, si fanno dei nomi. ed è a questo punto che il compagno Pinelli comincia a vederci chiaro; qualcosa, un nome gridatogli da un questurino è il tassello che manca al mosaico. Al limite ormai della sopportazione umana (si protraeva da tre giorni l’interrogatorio) sconvolto da ciò che aveva capito, in un moto spontaneo di rabbia grida in faccia ai suoi assassini la verità. Nell’ufficio politico milanese c’è un momento di smarrimento, sanno di non poter trattenere ancora a lungo Giuseppe Pinelli ma sanno anche che lasciarlo andare significherebbe la fine. La soluzione viene trovata in un colpo di karaté che stroncherà la vita di Pinelli.

I questurini hanno perso la testa. Qualcuno chiama un’ambulanza poi, nell’estremo tentativo di nascondere la verità, Pinelli viene scaraventato dalla finestra. In seguito risulterà paradossalmente che la ambulanza è stata chiamata prima di farlo precipitare dal IV piano della questura.

Un giornalista, teste oculare, registrerà l’ora e constaterà che, contrariamente alle affermazioni del brigadiere Panessa, Pinelli precipitato a terra calzava entrambe le scarpe (Panessa dichiarò che, nell’atto di impedire a Pinelli di suicidarsi, avendolo afferrato per una gamba, gli era rimasta in mano una scarpa). Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dello anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe e che il suo alibi era crollato. In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura dei suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Post bombe

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andata rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia in tutti i centri di potere economico che avevano perfezionato l’organizzazione di piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», sinistre ufficiali comprese, accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare, in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi nè nell’opinione pubblica nè nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinio delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissimi, legato ad emissari della CIA e dell’ESESI (servizio segreto greco) alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dell’esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dai gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano precise informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura, che ha avuto per mesi il compito di preparare false prove atte a rendere credibili le incriminazioni dei compagni. Il nome e l’operato di questo individuo non verrà mai rivelato dalla polizia, anche se le false confidenze, più che le scempiaggini della deficiente Zublena, sono servite ad Amati per tenere due anni in galera sei innocenti.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc. sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove.

Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentare per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito alla unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto; riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura, anche in questo caso, tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta; e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

Non si vuole con questo affermare che il poliziotto-spia-provocatore Salvatore Ippolito fosse in qualche modo al corrente di quanto si stava tramando. Come non si è mai inteso sostenere che il fascista Mario Merlino (per sua stessa ammissione entrato nel gruppo di Valpreda e compagni per riferire sulle attività degli anarchici ai suoi «camerati») fosse a conoscenza di quanto doveva poi avvenire.

Merlino è fascista ma è ben noto come delatore anche di fascisti alla polizia. E’ indubbiamente intelligente ma psichicamente debole. Più volte ha giustificato ai fascisti le sue delazioni dicendo che soffre di frequenti attacchi epilettici durante i quali è assolutamente incapace di mantenere un qualsiasi segreto. Un individuo simile non può, obiettivamente, essere considerato il «cervello» di un’organizzazione clandestina e terroristica ed in effetti, come risulta chiaramente da inequivoche testimonianze, da circostanze precise e dall’esame degli atti processuali, egli non ha avuto altra funzione che quella di riferire ogni minimo particolare di quanto si diceva e si faceva nel gruppo ai suoi amici politici.

Chi gli aveva affidato l’incarico di «spia» allo interno del gruppo non poteva certo tenerlo al corrente di quello che si stava tramando anche alle sue spalle. Infatti egli si è trovato coinvolto senza un alibi prefabbricato, costretto ad ammettere che il giorno della strage era andato a cercare, senza trovarlo, Stefano Delle Chiaie, al quale passava le informazioni, mentre avrebbe potuto recarsi dal suo professore, noto antifascista, che lo attendeva quel giorno, costituendosi cosi un alibi perfetto. Qualora avesse saputo o solo immaginato che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa, non sarebbe stato così scemo da andarsi a cacciare in casa della Minetti, con il bel risultato di compromettere il fascista Delle Chiaie che, per questa inutile e imprevista visita di Merlino nel suo covo, fu costretto alla latitanza per non correre il rischio di dover rivelare il nome di chi riceveva da lui le informazioni che gli passava Merlino.

Sta di fatto però che le informazioni sugli spostamenti, sulle abitudini e sulle innocue chiacchiere dei giovani del gruppo 22 Marzo fornite alla questura da Salvatore Ippolito furono utilizzate per attuare gli attentati su misura del gruppo.

Stabilito poi che, con assoluta certezza, «i camerati» a cui Merlino passava le informazioni erano in contatto diretto con gli organizzatori del piano eversivo e quindi con i funzionari dello apparato statale, (poliziesco, giudiziario e militare) in esso compromessi, si può con fondatezza sostenere che tutte e due le fonti di informazione, ad insaputa degli stessi informatori, siano state utilizzate per realizzare gli attentati in modo che potessero essere poi attribuiti a Valpreda e compagni.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si spiega, non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perché non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo là strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

A che serve stabilire, almeno in questa sede, che contro Valpreda e compagni non c’è ombra di prova o di indizi nelle 20.000 pagine degli atti processuali? A che serve ribadire che tutti hanno degli alibi di ferro? Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità, che li avrebbe portati al «dovere» di incriminare un folto gruppo di reazionari, anche altolocati che, per superiori disposizioni , vanno protetti.

La loro montatura fa acqua da tutte le parti, ma poco importa: dio è con noi – possono dire i padroni, ed evidentemente hanno ragione visto che tutti i testimoni «scomodi» scompaiono uno dopo l’altro, in circostanze «misteriose»:

12 dicembre 1969 – Strage di Milano.

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre giovani siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.

14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato nella sede romana di Ordine Nuovo, alla riunione preparatoria della Strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli, assassinato dai questurini di Milano, viene gettato dalla finestra del commissario Calabresi. Presenti il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa,.Mainardi e Caracuta.

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo in un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. E’ certo che fu ucciso.

16 gennaio 1970 – Udo Lemke – il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei volontari del MSI, di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Con una «brillante» azione che puzza lontano un miglio di macchinazione poliziesca. Attualmente è ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 settembre ’70 – Muoiono in un «incidente» stradale cinque anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono importanti testi a discarico nell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo un’importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca frenata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo sconsigliava di lasciar partire il figlio.

E tanti altri testimoni a favore vengono arrestati in occasione di manifestazioni, picchiati e poi ad arte denunciati per violenza a pubblico ufficiale e imputati senza alcun fondamento nello stesso procedimento contro Valpreda e successivamente prosciolti, ma ciò è sufficiente per non permetter loro di testimoniare.

Ma non sono scomodi soltanto i testimoni a difesa. Anche i testimoni d’accusa possono esserlo (vedi Zublena) quando sono individui psichicamente deboli, che in aula potrebbero dimenticarsi la lezione.

E’ così che il 16 luglio 1971 muore il supertestimone Cornelio Rolandi, il tassista, quello che, per una taglia di 50 milioni, ha «riconosciuto» il Valpreda – di cui aveva per altro già visto la foto: «questo è l’uomo che devi riconoscere» – gli avevano detto, come risulta dai suoi stessi verbali. La sua morte prematura (aveva 49 anni) arriva imprevista per tutti tranne che per il giudice Cudillo, che il 23 giugno ’70 (un anno prima) gli ha fatto rilasciare una «deposizione a futura memoria» da usarsi appunto in caso di morte.

C’è speranza, insomma, di arrivare al processo senza testimoni, e possibilmente senza imputati: l’11 luglio la stampa dà notizia di un tentato suicidio di Valpreda e Gargamelli. La notizia risulta assolutamente falsa: ma chi e perché l’ha comunicata? Forse qualcuno che vuole cominciare a preparare la gente all’idea che anche Valpreda (come Pinelli!) potrebbe «suicidarsi»? E’ bene segnalare che da qualche tempo sia Valpreda che Gargamelli sono ricoverati in infermeria, l’uno per disturbi circolatori, l’altro per asma allergica. Il processo, che si doveva svolgere nell’autunno ’71, non è stato ancora messo a ruolo e non potrà quindi essere fissato che per la primavera del ’72. Si intende aspettare I’occasione di fargli fare la fine di Pisciotta?

Intanto il processo viene rinviato di giorno in giorno. Nel frattempo Calabresi, Lo Grano, Panessa, Mucilli, Mainardi e Caracuta, gli assassini del compagno Pinelli, vengono tutti promossi. Evidentemente il sistema si sente molto sicuro per fare così scopertamente il suo sporco gioco. Ma questo gioco sarà forse più pericoloso del previsto.

Valpreda, Gargamelli, Mander, Emilio Borghese sono assolutamente estranei alla strage di Stato così come Braschi, Pulsinelli e compagni erano e sono risultati estranei alle bombe fasciste del 25 aprile.

Strapperemo Valpreda e compagni alla canagliesca montatura che vuole sacrificare degli innocenti per colpire tutto il movimento rivoluzionario e per coprire, al tempo stesso, gli assassini al soldo della reazione.

Non sarà facile, sarà necessaria una dura lotta per schiacciare l’apparato sotto il peso delle sue responsabilità, ma i suoi delitti, le sue prevaricazioni, i suoi arbitrii sono così numerosi e spudorati che provocheranno la mobilitazione, la sollevazione dell’opinione pubblica.

Il sistema ha messo in atto, con cinica spregiudicata premeditazione, tutti i mezzi leciti ed illeciti del potere pur di sopraffare l’opposizione della sinistra extraparlamentare coinvolgendola a tutti i costi nella macchinazione.

Ciò è dimostrato con impressionante evidenza dalle vicende emerse nel corso del processo Baldelli-Calabresi e dagli inauditi e clamorosi scandali che ne sono seguiti.

Uno degli assassini di Pinelli, il commissario allievo della CIA e socialdemocratico Calabresi – che aveva denunciato Pio Baldelli quale direttore di Lotta Continua – che lo aveva apertamente accusato per la morte di Pinelli – si oppone vigliaccamente ad ogni ulteriore accertamento dei fatti e, quando il tribunale ordinerà una completa perizia sulle vere cause della morte dell’anarchico, scatterà l’inconsueta procedura della ricusazione contro il presidente del tribunale Biotti.

Da tutto ciò risulta che nello scandalo sono implicati tutti i più alti gradi della polizia e dell’apparato giudiziario fino al consiglio superiore della magistratura. Stupore e disorientamento sembrano per un attimo travolgere nel fango i responsabili. Ma ancora una volta la protervia degli assassini e la complicità dell’apparato statale riescono a tener testa all’ondata d’indignazione, a fronteggiare 1o scandalo: per tutta risposta Calabresi viene promosso.

La promozione di Calabresi a confermare che il commissario è effettivamente lo strumento della destra democristiana fascisteggiante, della socialdemocrazia e di quella parte della polizia e della magistratura che hanno messo in atto tutto l’affare culminato con la strage di Stato. Tra costoro vanno ricercati i potenti protettori dî Calabresi che può infischiarsene di tutto e di tutti e far persino carriera, anche dopo aver ridicolizzato la magistratura perché i suoi altolocati complici debbono proteggerlo per evitare di essere a loro volta travolti dalle stesse responsabilità.

Ma il caso Pinelli, affossato con la ricusazione di Biotti – che arenerà il processo Baldelli-Calabresi – è riaperto inaspettatamente dall’ultima iniziativa di Licia Pinelli. La fiera compagna di Pino ha presentato alla Procura generale una circostanziata denuncia contro Calabresi, Panessa, Lo Grano, Mucilli, Allegra, Caracuta, Mainardi per omicidio volontario, violenza privata, sequestro dì persona, abuso di ufficio, abuso di autorità.

L’accusa di Licia Pinelli chiama in causa tutti coloro che con il proprio comportamento contribuirono più o meno direttamente alla morte del compagno.

Dopo una serie di sfacciati tentativi per impedire a tutti i costi che la denuncia di Licia Pinelli fosse accolta, dopo che l’avvocato miliardario della polizia, Lener, è giunto fino all’assurdo di denunciare per diffamazione il prof. Smuraglia, legale di Licia Pinelli, la magistratura è stata costretta ad indiziare per il reato di omicidio volontario i sei poliziotti che erano nella stanza con Calabresi quando il compagno Pinelli fu gettato dalla finestra.

L’inchiesta – che fino ad ora non era stata neanche iniziata, perché l’archiviazione del caso disposta dai giudici Caizzi ed Amati fu un provvedimento messo in atto senza nessuna, sia pur formale, garanzia di serietà – è aperta e teoricamente dovrebbe portare all’incriminazione dei responsabili, ma si hanno fondati motivi per pensare che non si approderà a nulla, che tutto sarà incanalato su un prestabilito binario diretto verso una definitiva archiviazione del caso.

A due anni di distanza il tempo ha certamente cancellato ogni prova dal corpo ormai in avanzato stato di decomposizione ed è per questo che si permetterà la perizia necroscopica fino ad ora negata. Inoltre, le prove che non ha distrutto il tempo sono state distrutte dagli uomini. Infatti gli abiti che Pinelli indossava quando fu ucciso sono stati bruciati perché, si è detto, la magistratura non ha disposto diversamente, eppure è proceduralmente indispensabile, in casi di morte violenta, provvedere ad accurate perizie di tutto ciò che può nascondere qualche prova e gli abiti di un assassinato, è ben noto, quasi sempre rivelano prove schiaccianti.

Altri cavilli procedurali ed impedimenti di ogni genere saranno escogitati per ostacolare il normale corso di questo nuovo procedimento, ma siamo tutti fermamente decisi a non desistere dal proposito di perseguire fino in fondo la verità, il riconoscimento definitivo dell’innocenza dei compagni arrestati.

Il caso Pinelli, i motivi che hanno indotto i suoi aguzzini ad assassinarlo, sono strettamente legati alla strage di Stato. Fare luce sulle circostanze della sua morte significa squarciare il velo di complicità intrighi complotti dai quali sono scaturiti gli attentati. E’ per questo che tutto lo apparato poliziesco, politico e giudiziario da due anni si dibatte in un groviglio di contraddizioni, di infamie, di vergogne e di ridicolo pur di evitale che l’opinione pubblica venga a conoscenza della verità.

Moltiplicheremo l’energia e l’impegno perché il caso Pinelli e la strage di Stato divengano motivi di mobilitazione di massa contro la reazione, imprimano un decisivo orientamento alle lotte che dovranno far cadere la maschera democratica che nasconde il vero volto fascista del sistema.

La repressione oggi

Dopo iI 12 dicembre, dopo un primo momento di sbandamento e di «ordine», dopo crisi governative varie, le provocazioni riprendono su vasta scala. Continua la serie di attentanti fascisti in tutta Italia. Gli episodi più gravi sono la bomba fascista alla stazione ferroviaria di Verona nell’estate ’70 che solo per un errore non ha provocato una strage; la serie di attentati fascisti a Reggio Calabria, i cui responsabili, i noti fascisti Schirinzi e Pardo (vedi «La Strage di Stato») sono stati prosciolti dall’accusa di tentata strage; il criminale attentato contro la folla a Catanzaro, che è costata la vita al compagno operaio socialista Giuseppe Malacaria (gli autori di quest’ultima azione sono tutti scarcerati!).

«Parallelamente» ai suddetti attentati se ne sono verificati altri con firme di gruppi extraparlamentari, ma che perseguono lo stesso fine provocatorio. Rientrano in detto quadro gli attentati a caserme a Rieti, L’Aquila e quello a Vibo Valentia. Sono tutti firmati «brigate rosse» ma nulla hanno a che vedere con esse.

I citati attentati datano a pochi giorni prima del 2 giugno c.a. Contemporaneamente erano girate insistenti voci che per quel giorno i fascisti avessero intenzione di attuare una grossa manovra provocatoria e il settimanale fascista «Lo Speechio» da alcune settimane stava conducendo una campagna sulla «sovversione contro l’esercito» parlando di «bombe contro il tricolore». A puro titolo informativo ricordiamo che, poco prima della strage del 12 dicembre, si era abbandonato ad una isterica campagna contro la sinistra, asserendo di aver scoperto «le centrali della sovversione rossa».

Altro fatto rilevante: si è molto parlato in questi ultimi tempi di movimenti di «roba» (leggi bombe e armi da guerra). Alcuni depositi eccezionalmente forniti sono stati scoperti in Calabria, Piemonte, in Liguria e altrove. Movimenti di armi e depositi fanno capo sempre ad elementi fascisti. I camerati hanno tutti il pallino del collezionismo, così infatti ha riconosciuto la magistratura.

All’escalation del terrorismo «nero» corrisponde l’escalation della repressione legalizzata:

– i metodi della polizia sono sempre più scientifici: fermi illegali prima di manifestazioni di piazza; cariche improvvise, candelotti tossici e bombe offensive durante le manifestazioni di piazza; lo studente Saverio Saltarelli è stato ucciso il 12 dicembre 1970 da un candelotto sparato ad altezza d’uomo – rastrellamenti metodici dopo – 53 compagni di «Lotta Continua» arrestati a Torino.

– La polizia interviene sempre più duramente contro i picchetti – 4 compagni di «Potere Operaio» arrestati davanti alla FIAT a viale Manzoni a Roma -; contro chi lotta per il diritto alla casa – 19 anarchici arrestati a Roma nel quartiere di Centocelle «dopo» lo sgombero di uno stabile occupato dai baraccati.

Al comportamento della polizia corrisponde con perfetta coerenza quello della «indipendente» magistratura. Stanno diventando famose l’Aula IV del tribunale di Roma e l’Aula V del tribunale di Torino, vere e proprie Sezioni Speciali come ai tempi del fascismo.

La provocazione continua incessantemente. La repressione poliziesca si fa sempre più dura, con la complicità di una magistratura sulla cui «indipendenza» anche il cittadino comune comincia a nutrire seri dubbi. Eppure, almeno per ora, i gruppi cosiddetti extraparlamentari non sono «pericolosissimi» per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni «democratiche» soprattutto perché si presentano come «avanguardie» legate alla logica dei «quadri politici», logica che li porta a ritenere indispensabile ed irrinunciabile la funzione di gestire il movimento di massa, frenandone la presa di coscienza libertaria, ritardando così la sua abilitazione a gestire in prima persona le sue lotte e la sua emancipazione sociale.

Il piano «reazionario» culminato negli attentati del 12 dicembre è parzialmente fallito in quanto non ha raggiunto quegli obiettivi che i fascisti si erano dati (stato forte, eventualmente giunta militare al potere). Evidentemente non rientrava nei disegni della grande industria, la quale ha ripreso sotto il suo controllo la situazione politica ed ha impedito un ulteriore svicolamento a destra dell’asse politico italiano. Però i «padroni del vapore» non hanno «tutto» sotto controllo: la produttività non accenna a salire. Si va incontro ad un periodo di congiuntura economica e forse verso l’inflazione perché le agitazioni operaie continuano sempre più arrabbiate. A niente servono gli appelli all’ordine e alla produttività del governo.  A niente serve il terrorismo padronale in fabbrica (licenziamenti e sospensioni).

Ciò è molto pericoloso per il capitalismo perché da queste lotte non nasce solo la crisi economica – mn sarebbe la prima, non sarà l’ultima – e comunque il grande capitale ha la capacità di riassorbirla senza subire gravi danni – ma «potrebbe» nascere – se non addirittura «sta» già nascendo – l’alternativa al riformismo e quindi al sistema borghese.

Per riprendere il pieno controllo della situazione gli industriali hanno cercato e trovato l’accordo con le forze riformiste. Mentre da un lato il PCI e il nuovo sindacato unitario si fanno garanti della pace sociale, i padroni offrono al primo un posto al governo, al secondo le mini riforme (fumo negli occhi per le masse lavoratrici).

Vediamo concretamente la politica dei riformisti:

– per quanto riguarda l’atteggiamento verso i suoi interlocutori borghesi il PCI dopo le bombe di Milano, dopo un momento di comprensibile sbandamento e perplessità, ha saputo sfruttare il piano che nella mente degli esecutori era diretto principalmente contro di lui, ed ha ritorto l’arma della provocazione contro chi l’ha usata, a livello elettorale, facendosi partito dell’ordine e della legalità repubblicana.

– Per quanto riguarda iI sindacato è interessante notare come con la unificazione esso abbia acquistato in potere e forza, ma non a vantaggio dei lavoratori. Infatti è il sindacato che impone se stesso come unico interlocutore valido con il governo e il padronato, boicottando sistematicamente tutte le iniziative spontanee e di base. Ai lavoratori non viene riconosciuto il diritto di rappresentarsi da sé ma devono forzatamente ricorrere ai «professionisti», ai burocrati sindacali e, in altre parole, ai padroni stessi.

La provocazione, le bombe, la repressione hanno dunque 3 obiettivi:

– spaventare la borghesia per spingerla verso i «partiti della paura e dell’ordine»;

– frenare le lotte operaie e permettere il rilancio della produttività;

– sospingere la sinistra extraparlamentare nella clandestinità per emarginarla e sopprimerla definitivamente.

Questa situazione è, secondo noi, estremamente pericolosa. Abbiamo mostrato come la borghesia usi l’arma della provocazione e della repressione per liberarsi di coloro che possono o potrebbero ostacolare i suoi disegni. Abbiamo visto come questa manovra trovi complici tutti i partiti del parlamento e come questi si facciano solerti esecutori dei «dettagli» di questo piano diffamando e conseguentemente isolando le punte più avanzate che portano il discorso dell’autonomia operaia. Nel momento in cui venisse meno la spinta rivoluzionaria e libertaria al movimento popolare potremmo dire che la manovra borghese ha realizzato pienamente i suoi fini. La rivoluzione è il prodotto di un movimento di massa cosciente della propria forza e della propria volontà di auto-emanciparsi. La rivoluzione come mutamento radicale della convivenza sociale è piena attuazione dell’autogestione libertaria.

Oggi la risposta a questa manovra, alla provocazione e alla repressione deve essere quanto mai dura e unitaria. Unitaria però non in senso generico, sul tipo di comitati antifascisti costituiti dai partiti borghesi. L’unità deve essere un dato di fatto ben più profondo e radicato, poggiante sulla reale partecipazione del proletariato cosciente alle lotte sociali tenendo ben presente che la risposta alla repressione deve riprendere ed acutizzate queste lotte, che sono state la causa prima di essa, fino alla liquidazione dello Stato.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Una di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo. Soprattutto per questo motivo il potere si oppone ad ogni tentativo di far emergere la verità, cerca di far dimenticare a tutti la strage di piazza Fontana.

Chi dimentica la strage, chi dimentica

che dei compagni innocenti sono in galera

da anni, chi vuole uno «stato forte»,

chi – per paura o menefreghismo – preferisce

«allinearsi» con le tesi ufficiali,

«è di fatto complice dei veri assassini».

 

 

Il presente documento è stato elaboralo in un convegno di delegati di gruppi della FAI (Federazione Anarchica Italiana); dei GAF (Gruppi Anarchici Federati); del GIA (Gruppi Iniziativa Anarchica); di gruppi non federati, tenutosi a Carrara il 24-7-71 e successivamente aggiornato.

 

23 ottobre 1971 Umanità Nova – Le reazioni degli avvocati di Merlino e risposta de I Gruppi anarchici Romani

28 marzo 2011

23 ottobre 1971 Umanità Nova

Gli avvocati Costante Armentano e Salvatore Lo Masto, difensori di Mario Merlino, in seguito al comunicato stampa dei Gruppi Anarchici Romani e del Comitato Politico-Giuridico di difesa che pubblichiamo su questa stessa pagina del giornale, hanno rilasciato una dichiarazione alla quale dobbiamo replicare con alcune precisazioni.

Dal momento che essi dichiarano: «Abbiamo appreso che il circolo “Bakunin” interpreta a modo suo le lettere degli imputati, affermando quanto gli stessi firmatari non dicono, cioè che la firma di Merlino sulla lettera per lo sciopero della fame sia stata apposta senza accordo tra i firmatari» li invitiamo a rileggere ciò che affermiamo nel comunicato stampa. Si accorgeranno che non abbiamo dato nessuna «interpretazione a modo nostro delle lettere degli imputati» ma ci siamo attenuti ai fatti cosi come essi si sono svolti. Ed i fatti, molto più eloquenti di qualsiasi interpretazione, dimostrano:

1) La lettera scritta da Valpreda per annunciare uno sciopero della fame recante, oltre la sua firma, quelle e solo quelle di Roberto Gargamelli ed Emilio Borghese, uscì dal carcere verso la fine di settembre. Immediatamente furono prese iniziative per far desistere i tre compagni dalla protesta inutile e preoccupante per la loro salute e la lettera non venne, conseguentemente, resa pubblica.

2) Quando ormai da molti giorni Valpreda, Gargamelli ed Emilio Borghese erano stati convinti a non effettuare lo sciopero della fame, Merlino faceva pervenire a L’Avanti! Una delle copie della lettera con la sua firma. E’ indubbio che il Merlino, il giorno che ha fatto uscire la lettera da Regina Coeli (il 13 ottobre), sapeva che Valpreda e compagni avevano deciso di non attuare la protesta.

La dichiarazione dei due  avvocati di Merlino prosegue: «Forse più che la firma di Merlino, ha dato fastidio a qualcuno il passo della lettera – non smentito – ove gli imputati si dicono convinti che la loro lenta agonia è frutto di strumentalizzazione, speculazioni, ignavia, pavidità, complicità, interessi ed assenteismi di comodo». Noi siamo d’accordo, è probabile che «qualcuno» si sia sentito direttamente colpito dalle accuse lanciate dai compagni imputati, ma Armentano e Lo Masto non dovevano formulare questo più che fondato dubbio nel contesto della replica a noi diretta e senza specificare a chi fossero rivolte tali gravi accuse. Facendo ciò consentono qualsiasi arbitraria ed interessata interpretazione, avallata, per di più, dalla insinuazione che quel passo della lettera non era stato da noi smentito. Il che lascia intendere, a chi non conosce i veri termini della questione, che noi anarchici avremmo dovuto sentirci colpiti ed essere indotti a smentire quando invece è noto, a chi legge la nostra stampa e conosce le nostre posizioni, che le stesse accuse di complicità, strumentalizzazioni ecc., formulate dai compagni imputati e dirette agli stessi responsabili: uomini politici, partiti, parlamento, sono state dagli anarchici reiteratamente lanciate nel corso di questi due anni. Solo la inettitudine, la pavidità, l’ignavia di una parte e la complicità. Dell’altra in seno al parlamento hanno infatti permesso al potere esecutivo tutte le infami speculazioni politiche e le sporche manovre imbastite sulla strage di Stato e sull’assassinio del compagno Pinelli.

Gli anarchici non chiedono allo Stato, all’apparato del potere, non reclamano dalla magistratura una «giustizia» in cui non credono, così come non chiedono nulla al parlamento che disconoscono. Ma accusano tutte le sovrastrutture parassitarie per la loro esplicita ed implicita complicità con i mandanti e gli esecutori della strage di Stato e non possono che associare il loro sdegno a quello dei compagni innocenti detenuti. E pertanto non abbiamo a tal proposito nulla da smentire.

Per quanto invece è detto nel documento di Armentano e Lo Masto in polemica con gli avvocati che difendono gli altri imputati, ai quali sembra vogliano rimproverare un eccessivo attesismo, non avremmo nulla da ribattere se il pezzo in questione non terminasse con un appello che, anche se non ci riguarda politicamente toccando un argomento prettamente tecnico-giuridico, è una chiara conferma di quello che abbiamo scritto sugli scopi che Merlino si riprometteva divulgando la lettera: «provocare» un dibattito tra i difensori per giungere ad un chiarimento sulla sua posizione processuale, ed infatti è quello che i suoi avvocati tentano di ottenere scrivendo: «Restiamo in attesa che qualcuno si decida a concordare – dopo due anni – la linea di condotta da seguire nei confronti del nostro difeso».

La risposta sul piano giuridico i difensori di Merlino potranno averla, se l’avranno, dai difensori degli anarchici imputati. Sul piano politico la risposta degli anarchici, imputati e no, è stata formulata e ribadita molte volte in questi due anni.

 

I Gruppi anarchici Romani

 

 

23 ottobre 1971 Umanità Nova – I compagni imputati precisano

28 marzo 2011

Comunicato-Stampa

I compagni imputati precisano

«L’Avanti» di oggi 14 ottobre, pubblica copia di una dichiarazione scritta di proprio pugno da Valpreda circa venti giorni or sono per annunciare uno sciopero della fame. Il testo di tale lettera fu vergato in più copie e fatto circolare nell’interno di Regina Coeli allo scopo di raccogliere l’adesione degli altri compagni e la solidarietà dei carcerati. Quando ormai Valpreda, dietro le pressioni dei difensori e dei compagni – che lo informarono dello sciopero della fame che sarebbe stato effettuato in sua vece date le sue gravi condizioni di salute – decise di non dar corso alla protesta, una delle copie fatte circolare all’interno del carcere veniva sottoscritta dal fascista Mario Merlino e rimessa alla stampa.

Valpreda, Gargamelli ed Emilio Borghese, venuti a conoscenza della stupida e provocatoria iniziativa di Merlino, ci hanno immediatamente fatto pervenire, tramite i loro avvocati la precisa e responsabile presa di posizione che trascriviamo qui di seguito integralmente:

«Cari compagni ed avvocati,

le notizie apparse sui giornali e le voci interessate fatte circolare sul nostro conto con una distorta interpretazione di episodi che ci riguardano, avevano creato in noi, innocentemente detenuti da quasi due anni nella inutile attesa della fissazione del processo, una situazione di incertezze che ormai è superata.

Siamo infatti d’accordo che il modo con il quale sarà processualmente trattata la posizione di Merlino, la decideremo insieme a voi al momento opportuno: ma sin da ora deve essere chiaro che la conoscenza degli atti processuali e la valutazione del suo comportamento precedente e successivo agli episodi del dicembre ’69, ci ha confermato il convincimento che la nostra azione di difesa non può essere comune a quella di Merlino come non è comune la nostra impostazione politica ed ideologica.

Noi siamo vittime di una chiara e ben organizzata macchinazione della destra economica e politica e subiamo, con la nostra lunga ed inumana detenzione, anche un danno fisico crescente, e questo proprio mentre le vere responsabilità politiche e materiali vanno sempre più emergendo e concretizzandosi come risulterà nel corso del processo, durante il quale ribadiremo la comune volontà di lottare oltre che per la nostra innocenza anche per la estraneità degli anarchici ai sanguinosi attentati».

Saluti fraterni.

 

firmato:

Valpreda Pietro

Gargamelli Roberto

Borghese Emilio

 

13 Ottobre 1971 Comunicato stampa Anarchici – Sciopero della fame a oltranza a Piazza S.Giovanni in Laterano in Roma

24 marzo 2011

Comunicato stampa

Comunicato stampa Anarchici 1971Un gruppo di anarchici di Roma e di Milano hanno proclamato da oggi uno SCIOPERO DELLA FAME AD OLTRANZA fino a quando non sarà fissata la data del processo contro Pietro Valpreda e gli altri compagni incriminati, innocenti, per le bombe fasciste del 12 dicembre 1969.

All’assassinio del compagno Pinelli, alla morte “misteriosa” di Rolandi non deve far seguito la scomparsa degli imputati.

Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese sono in carcere da due anni, in condizioni di salute sempre più precarie ed in attesa di processo.

Nel maggio scorso, al deposito della sentenza istruttoria, fu garantito l’inizio del dibattimento per questo autunno. Ora si parla di fissarlo per la primavera prossima e, con ogni probabilità, non inizierà prima dell’autunno 1972.

Gli anarchici di fronte a questo atteggiamento della magistratura, dettato dalla paura di un processo che vedrebbe smantellata tutta la montatura della polizia di stato, chiedono che i compagni vengano processati o scarcerati immediatamente.

Dichiarano responsabili di ogni estrema conseguenza di questa protesta l’autorità giudiziaria.

Da Piazza S. Giovanni in Laterano, in Roma, il 13 Ottobre 1971.

GLI ANARCHICI

Cicl. in proprio