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1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

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1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1972 02 26 Umanità Nova – Processo allo Stato. Questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali perchè coinvolge lo Stato in prima persona

11 maggio 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Processo allo Stato

 

 

Un’inchiesta completamente inutile

Le bombe del 12 dicembre 1969 non sorprendono chi attendeva l’epilogo del vasto piano reazionario messo in moto con gli attentati del 25 aprile a Milano e con quelli dell’8 agosto ai treni.

L’inchiesta per la strage è immediatamente incanalata sulla stessa strada sbagliata già imboccata per «non far luce» sui precedenti attentati. Ad indicarla sono gli stessi funzionari di polizia e gli stessi magistrati che avevano fatto del tutto, costruito prove e testi falsi pur di accollare agli anarchici la responsabilità.

Il tentativo più meschino, ridicolo e sfacciato che è stato portato avanti con l’inchiesta sulla strage contro ogni logica e contro ogni legittima richiesta e protesta della difesa, è quello di aver isolato il tragico episodio del 12 dicembre ’69 da tutta quella serie di avvenimenti e di attentati che indiscutibilmente ad esso sono strettamente connessi.

La farraginosa istruttoria sulla strage di Stato è un documento prezioso non per il caotico cumulo di inutili parole che vi sono affastellate ma per tutto quello che accuratamente è stato lasciato fuori dalle carte processuali.

Staremo a vedere se di fronte al cumulo enorme di omissioni, di lacune, di contraddizioni che l’istruttoria presenta sarà possibile al tribunale condurre in porto il processo. Certo è che non è possibile anche se si ricorresse ai metodi dei tribunali speciali fascisti, sostenere le tesi dell’accusa così come emergono dagli atti con un minimo di credibilità e soprattutto non è possibile, senza sopprimere i diritti della difesa, mantenere il processo nel binario morto in cui l’accusa ha voluto incastrarlo. Pertanto la inchiesta è ancora tutta da fare e si dovrà prima di tutto indagare sull’operato degli inquirenti per cercare di svelare certe responsabilità sull’orientamento in senso unico, obbligato, delle indagini.

I veri responsabili

Senza complicità con elementi ed organismi dell’apparato statale è impossibile concepire e porre in atto progetti eversivi, rovesciamenti di potere, svolte autoritarie. La strage non è che uno dei momenti di terrore del progetto fascista. Eppure non si è indagato sui compiti svolti in Italia dagli agenti della C.I.A., non si è tenuto conto delle loro collusioni con i teppisti colonnelli greci e con le canaglie di casa nostra tipo Valerio Borghese ed Almirante, non si sono ricercati, nei vari organismi statali, i complici di tutta questa marmaglia.

Tutto questo non può essere attribuito al caso o a pura e semplice negligenza, ma è dipeso da una ben determinata volontà politica, da una precisa ragion di Stato. Pertanto siamo perfettamente d’accordo con gli avvocati della difesa: questo processo coinvolge la responsabilità di tutte le istituzioni dello Stato, lo Stato stesso.

Riesaminiamo il clima ed i fatti del 1969 per capire la strage e accusare lo Stato

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia : «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con gli avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una eloquente dichiarazione: «…la decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato… e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: lo esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia ».

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile…». La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: « Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine… ».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica… le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità…poniamoci il problema della repubblica presidenziale…».

Negli ambienti interessati, tra chi segue le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i teppisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dalla esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura, magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, lo uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce ed i suoi aguzzini sono costretti ad assassinarlo. Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dell’anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe che il suo alibi era crollato In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura del suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andate rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia, in tutti i centri di potere economico, avevano perfezionato piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi né nell’opinione pubblica né nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinìo delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissime, alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dello esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dei gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc., sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove. Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentari per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito all’unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto, riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta, e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perchè non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo la strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Uno di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo.

1972 04 15 Umanità Nova – Processo a Umanità Nova (e Enrico Di Cola)

29 aprile 2015

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 01

 

Processo a Umanità Nova

Lunedì 24 corr., di fronte alla seconda sezione del Tribunale penale di Roma, avrà inizio un importante processo contro il direttore responsabile di «Umanità Nova», Alfonso Failla, per la pubblicazione di un documento che il giovane anarchico espatriato in Svezia con passaporto falso, Enrico Di Cola, imputato insieme a Valpreda e compagni per la strage del 12 dicembre ’69, inviò in data 10 gennaio all’ambasciata di Italia ed al consolato italiano di Stoccolma nonché alle procure della repubblica di Roma e Milano e al governo svedese.

Nella citazione del tribunale vengono elencati ben dieci capi di imputazione che investono sostanzialmente le assurde indagini a senso unico e predeterminato sulla strage e la conseguente incredibile istruttoria dei giudici Occorsio e Cudillo.

Qualora l’inevitabile eccezione di incostituzionalità del famigerato articolo 656 del codice Rocco non venisse accolta ed il dibattimento dovesse svolgersi regolarmente, per dimostrare l’assoluta infondatezza dell’accusa – dato che le notizie contenute nel documento di Enrico Di Cola sono autentiche e vere e per nulla esagerate e tendenziose – saranno necessariamente rievocati ed esaminati tutti gli scandalosi atti polizieschi e giudiziari che hanno costretto a definire «aberrante» l’inchiesta sulla strage di Milano contro gli anarchici innocenti.

E’ da rilevare inoltre che nel documento incriminato Enrico Di Cola sfidava, con puntigliose e documentate argomentazioni, la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione oltre che per i reati in base ai quali pendevano su di lui due mandati di cattura anche per altri undici reati da lui commessi eventualmente per espatriare. Ma le autorità italiane si sono rifiutate di chiedere l’estradizione asserendo che lo statuto dell’Interpol vieta che siano promosse azioni contro persone accusate di reati che hanno risvolti politici, mentre è noto che i reati attribuiti a Di Cola siano da considerarsi «comuni» e che in altri casi analoghi, come per le bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera ed alla stazione di Milano, fu chiesta ed ottenuta l’estradizione di Angelo Della Savia.

Il processo, se non verrà sospeso, avrà certamente la stessa risonanza e le stesse ripercussioni politiche e giuridiche sulla vicenda della strage che ebbe quello di Baldelli-Calabresi per la morte dell’anarchico Pinelli. Il pubblico dibattito sull’istruttoria di Occorsio e Cudillo che si è voluto evitare con la nota sentenza di incompetenza territoriale esploderebbe ora con tutte le sue gravi implicazioni.

 

1972 04 15 Umanità Nova - Processo a UN e Di Cola 02

Lotta Continua 18 marzo 1971 Perchè il dott. Cudillo si rifiuta di conoscerlo? Stefano Galatà capo dei volontari del M.S.I. di Catania

4 ottobre 2012

Lotta Continua 18 marzo 1971 Stefano Galatà Sul numero scorso abbiamo scritto che era a disposizione del dott. Ernesto Cudillo, giudice istruttore del processo Valpreda, la foto dello squadrista fascista Stefano Galatà, responsabile dei «Volontari del MSI» per Catania e provincia.

Gli avevamo suggerito di chiedercene copia per mostrarla allo studente tedesco Udo Lemke: testimone volontario sugli attentati del 12 dicembre ’69; arrestato un mese dopo la deposizione in seguito alla provvidenziale scoperta, sotto il letto della sua stanza d’albergo, di 10 Kg. d’hascisch (per chi non lo sapesse il nucleo anti-droga dei carabinieri romani è diretto dal capitano Servolini, intimo amico di Giorgio Almirante); condannato senza la minima prova a tre anni di reclusione su richiesta del P.M. Vittorio Occorsio; inviato a Regina Coeli nella stessa cella di Mario Merlino e infine trasferito, nel settembre scorso, alla clinica neuropsichiatrica di Perugia.

Eravamo curiosi di sapere se il Lemke avrebbe riconosciuto nel Galatà il giovane catanese di nome Stefano che 15 giorni prima della strage gli aveva proposto, assieme ad altri tre, di depositare una borsa contenente un ordigno esplosivo in un posto affollato, e da lui rivisto, alcuni minuti dopo l’attentato all’altare della patria, in piazza Venezia a Roma.

Dato che sino ad oggi la foto in questione non ci è stata richiesta; abbiamo deciso di pubblicarla ben sapendo che il dotto Cudillo è un attento e affezionato lettore di Lotta Continua. Cogliamo anzi l’occasione per preannunciargli un articolo sul «suicidio di stato» del colonnello Renzo Rocca, regente S.I.F.A.R. addetto ai contatti tra la Confindustria e le organizzazioni fasciste. Il caso era stato affidato, evidentemente per un disguido burocratico, della Procura della Repubblica, ad un altro magistrato, Ottorino Pesce: dopo due giorni gli è stato tolto d’ufficio e consegnato, per l’archiviazione, al dottor Cudillo. Il protagonista dell’articolo è proprio lui

  

In crisi la politica giudiziara del P.C.I. .

Terracini difenderà Valpreda?

 

Nell’imminenza del processo per gli attentati fascisti alla Fiera di Milano del 25 Aprile ’69, tre degli imputati anarchici – Faccioli, Braschi e Della Savia – hanno improvvisamente revocato i propri difensori, vicini alle posizioni della sinistra extra-parlamentare, e nominato tre avvocati del P.C.I.: Malagugini, Maris e Salinari. Contemporaneamente, a Roma, l’avvocato Guido Calvi – difensore di Pietro Valpreda e dirigente del PSIUP – fa sapere in giro che nel processo per la strage si farà probabilmente affiancare dal presidente del gruppo parlamentare del P.C.I., avvocato Umberto Terracini.

Da molti mesi sono ormai esclusivamente militanti rivoluzionari a subire fermi, arresti, denunce e processi ed è molto imbarazzante, per i revisionisti, spiegare alla classe operaia il perché di un attacco repressivo così massiccio contro quegli stessi elementi che gli editoriali dell’Unità accusano sistematicamente di «collusione con il padronato». A questo si aggiunge il progressivo esautoramento degli avvocati del P.C.I. da processi che offrono sempre meno pretesti per ipocrite e paternalistiche esibizioni di «garantismo democratico» e si trasformano, ogni giorno di più, in occasioni per sputtanare la macchina giudiziaria borghese.

Le preoccupazioni dei revisionisti sono quindi più che giustificate  la manovra in atto a Roma e Milano rientra nel tentativo di assicurarsi la gestione dei due più importanti processi politici dell’anno; tanto più che – specialmente dal processo Valpreda – potrebbero venir fuori particolari imbarazzanti sulle collusioni tra P.C.I. e apparato statale nel coprire i veri responsabili della strage. Meglio quindi cercare di «starci dentro».

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Lettera di Paolo Braschi da S. Vittore

22 novembre 2011
30 maggio 1970

Cari compagni,

Vi invio a nome di tutti il testo del documento da noi elaborato per motivare verso l’opinione pubblica l’iniziativa dello sciopero della fame che intraprendiamo lunedì 1 giugno 1970 ed a cui seguiranno altre iniziative di denuncia e di protesta, di «controistruttoria», nel caso che non ottenessimo alcun risultato. Ed ecco il testo:

Da 13 mesi siamo detenuti quali autori di «attentati terroristici» (mai compiuti da noi) senza alcuna prova valida e lo dimostra il fatto che la nostra istruttoria è ancora aperta. Abbiamo perciò deciso di attuare uno sciopero della fame, per protestare contro tale sorpresa e per portarlo a conoscenza dell’opinione pubblica. Ad essa ci appelliamo perchè faccia pressione contro queste ingiustizie e perchè l’istruttoria sia immediatamente chiusa, con la nostra scarcerazione, o almeno con la fissazione immediata della data del rinvio a giudizio. Basta con le segrete manovre istruttorie, condotte nelle tenebre dei meandri della questura o di palazzo di giustizia: che per lo meno si apra su questi fatti il pubblico dibattimento. Bisogna che la nostra sorte, e la verità, siano strappate dalle mani del giudice istruttore Amati, che con tanta segretezza e solerzia sta per archiviare il «suicidio» di Pinelli e con altrettanta segretezza, ma non con uguale solerzia ha condotto l’istruttoria contro di noi.

Protestiamo con forza la nostra innocenza e l’estraneità ai fatti imputatici, con particolare sdegno contro l’attentato del 25 aprile 1969, di chiara ed evidente marca reazionaria e fascista. Vogliamo denunciare pure che non solo le accuse sono false, ma che esse sono state rubricate volutamente sotto forma di reati gravissimi, quale la «strage col fine di uccidere», reato inesistente in questo caso, come si desume dalle perizie e dalla modalità dei fatti, indipendentemente da chi ne sia l’autore. E’ evidente lo scopo di danneggiarci sul piano morale e su quello giuridico, prolungando il più possibile i termini per istruttoria e carcerazione preventiva, diffondendo panico e odio contro di noi nell’opinione pubblica, preparando il terreno per una pesante condanna. E in questo modo sarebbe fatto il gioco della destra economica e politica (che ha montato questa mostruosa provocazione) coprendone la responsabilità criminale. Si deve sapere che, per fatti cui si vuoi dare tanta gravità, c’è stata un’assurda sproporzione tra le accuse e la serietà dell’indagine svolta in merito ad essa: il giudice Amati è venuto a interrogarci solo dopo 7 mesi di detenzione, per poi tornare qualche rara volta, per pochi minuti.

Per i metodi di inchiesta, usati in tutta la vicenda, che attingono dal soppruso e l’illegalità, rendiamo noto che a distanza di tre mesi dall’arresto, il compagno Paolo Braschi è stato «prelevato» dal carcere da agenti dell’ufficio politico (tra i quali il tristemente noto Dr. Calabresi) e condotto oltre Bergamo, senza alcun avviso al suo legale e senza l’autorizzazione della magistratura, e malgrado la sua opposizione, subendo insulti e minacce durante tutto il viaggio. Protestiamo indignati per l’incredibile estradizione concessa dalla Svizzera ai danni del compagno Angelo Della Savia, dopo oltre 7 mesi di dura carcerazione e isolamento, nelle carceri di quel «democratico» Paese. Estradizione accordata su accuse destituite di ogni fondamento, e in ogni caso, per reati di inequivocahile natura politica, tesi, questa che la magistratura svizzera assurdamente e inspiegabiImente non ha voluto riconoscere. Esprimiamo il nostro stupore per il silenzio finora mantenuto su tale violazione flagrante della dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, delle stesse leggi penali svizzere, e della convenzione europea firmata a Parigi il 12-12-57 ratificata dalla Svizzera il 20-12-66 e in vigore nella confederazione Elvetica dal 20-3-67, in cui all’ar ticolo 3 si stabilisce che l’estradizione viene negata in caso di reato politico o nei fatti connessi a reati di tale natura. E’ sconvolgente e vergognoso che quell’asilo politico che nel XIX secolo veniva concesso ai Bakunin, ai Cafiero, ai Malatesta, ai Kropotkin, viene allegramente rifiutato nell’epoca moderna. Ed è triste che queste regressioni verso una complicità repressiva da «Santa Alleanza» vengano ignorate e taciute.

Protestiamo contro la abusiva detenzione del compagno Tito Pulsinelli, arrestato senza che vi fosse contro di lui la minima prova o il minimo serio indizio di una qualche sua colpevolezza, oltre ad alcune frasi insignificanti messe in bocca a una povera psicopatica, estranea totalmente alla vicenda, che tuttavia è stata assunta a «super-testimone» d’accusa. Protestiamo contro le minacce e le percosse con le quali si son costretti il compagno Faccioli e altri a firmare verbali prefabbricati, di cui Calabresi e soci, si son serviti per incriminare i compagni attualmente detenuti. Ammissioni estorte con la violenza e inutilmente smentiti. Consapevoli della infandatezza delle accuse e della irrilevanza delle prove, gli inquirenti hanno tentato pure una manovra parallela, cercando di farci passare per teppisti, psicopatici, drogati e omosessuali, al fine di screditarci e di umiliarci.

Ricordiamo che tutta l’accusa si fonda sulla credibilità prestata dal giudice istruttore a una testimone mendace creatura della polizia, utilizzandone l’infermità mentale ammessa da lei stessa. Nonostante l’evidente malafede di costei, essa è oggi il pilastro dell’accusa; si giunse addirittura al punto che il giudice istruttore concesse a questa donna un permesso speciale (lei sostiene di averlo ricevuto da ambienti «molto in alto» di Roma) della durata di un’ora, nella saletta dei «Giudici e Avvocati», di S. Vittore, per un colloquio con uno degli imputati. Colloquio durante il quale fu proposto al nostro compagno di fare opera di delazione e di provocazione per conto della polizia a danno degli altri imputati e di tutto il movimento. Ecco che si rivela come le reali intenzioni della polizia siano state quelle di usarci come bersaglio e strumento, per colpire attraverso noi, tutto il movimento anarchico, e indirettamente tutte le forze rivoluzionarie e progressiste del paese, per colpire coinvolgendoli nella vicenda, altri compagni noti per la loro coerenza e il loro impegno militante.

Ci siamo resi conto come la nostra vicenda giudiziaria venga strumentalizzata e manipolata dal governo, che si appresta a dare altri giri di vite e a proseguire nella sua politica antioperaia e reazionaria. Tante altre cose denunceremo durante il processo, dove prenderemo il diritto alla difesa negatoci, de facto, fino ad oggi e il dovere della denuncia di tutte le irregolarità, gli abusi e le ingiustizie subite.

Attuiamo lo sciopero della fame per chiedere l’immediata conclusione dell’istruttoria, la scarcerazione tempestiva, e il diritto di riunirci in un’unico raggio facendo cessare l’isolamento a cui siamo costretti dalla data dell’incarcerazione.

NO PASARAN!

Braschi Paolo

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

A rivista anarchica n5 Giugno 1971 Fuori tutti i compagni! Dopo due anni di carcere preventivo. (senza autore)

15 ottobre 2011
Alle Assise di Milano una sentenza ambigua che sottintende l’innocenza degli imputati, ne condanna tre, ne assolve tre e li scarcera tutti. Al palazzo di giustizia di Milano, il giorno della sentenza, i carabinieri sono armati di mitra, i poliziotti schierati in ogni angolo e gli agenti della politica sguinzagliati per prevenire la “sommossa”. Il clima è teso, i compagni, numerosi, attendono un verdetto che ci si aspetta duro, senza illusioni. Dopo 12 ore di camera di consiglio (ci meraviglia un tempo tanto lungo per una sentenza scontata) Curatolo legge la sentenza con voce impacciata e impaurita. I compagni ascoltano in silenzio. La tensione accumulata nelle lunghe ore di attesa esplode nel grido “fascisti!”, spontaneo e violento più che mai. La giuria “popolare” (composte in realtà di donnette piccolo e medio-borghesi, avventizie della repressione) si ritira in fretta, quasi scappa inseguita dalle grida del pubblico.

Il processo agli anarchici si chiude, dopo le 38 udienze che hanno visto il crollo lento, continuo e inesorabile dell’istruttoria poliziesca, con la condanna di Angelo Della Savia a 8 anni, Paolo Braschi a 6 anni e 10 mesi, Paolo Faccioli a 3 anni e 6 mesi, l’assoluzione piena per Tito Pulsinelli e l’assoluzione per insufficienza di prove di Norscia e Mazzanti. Tutti i compagni sono stati scarcerati, anche Faccioli, Braschi e Della Savia che hanno superato i termini della carcerazione preventiva e attenderanno perciò il processo d’appello in libertà vigilata.

Si è trattato di un processo fortemente politico, in ogni sua componente, per il taglio che gli imputati hanno voluto dare al dibattimento, per l’attacco che gli avvocati più attivi hanno condotto contro tutta la montatura e per la partecipazione del pubblico che, nell’aula del tribunale, ha identificato lo scontro diretto tra chi detiene il potere e chi lo combatte. Soprattutto perché politica, e solo politica, e stata la sentenza. Una sentenza vile, vergognosa anche per la logica borghese, per il codice Rocco e un tribunale fascista. Una sentenza di colpevolezza precostituita, frantumata dai colpi della difesa, ma che evidentemente non poteva essere di assoluzione. Così, strappando al codice penale ogni articolo, sfruttando ogni paragrafo, ogni minuzia che fosse in qualche modo tecnicamente sostenibile, sono stati racimolati a denti stretti i 18 anni complessivi della sentenza.

I fascisti rei confessi di attentati, con quintali di tritolo sotto il letto e le mitragliatrici nell’armadio, se la cavano in questi casi con una multa (sei mesi in casi disperati).

Contro ogni logica giuridica e razionale, la giuria ha confermato il furto nella cava di Grone (mai avvenuto, come hanno dichiarati i proprietari della cava e per di più tecnicamente insostenibile) che è il nocciolo della sentenza. Il furto deve infatti giustificare i 6 attentati attribuiti ai compagni ma, soprattutto, il possesso di esplosivi da parte di Valpreda.

Il giudizio sulla conclusione del processo ha diversi aspetti: giuridicamente, un processo è un fatto di tecnologia repressiva allo stato puro, come tale non ci interessa. Umanamente, due anni di carcere preventivo (dieci anni complessivi), e una sentenza fascista, sono una sconfitta scontata in partenza. Politicamente questo processo è una vittoria, ha dimostrato in modo altrettanto chiaro l’innocenza dei compagni e la colpevolezza della polizia e del giudice Amati.

Date le premesse, c’era da aspettarsi una sentenza simile. C’era anche da aspettarsi, come avevamo previsto, lo sfacelo della polizia e del famoso giudice.

Vorremmo invitare il giudice Amati a leggersi l’articolo “Sei anarchico, dunque terrorista” pubblicato nel secondo numero di questa rivista prima che iniziasse il processo, e a tenere maggior conto, per l’avvenire, di quel che diciamo. Avevamo allora consigliato al signor Giudice di non servirsi troppo della Zublena, poteva essergli fatale. Non ci ha dato retta ed ora deve ingoiarsi le sue calunnie famigerate passate e presenti, le sue menzogne vendute e comprate. Ora al signor Giudice dobbiamo dire di stare attento che il rospo è grosso e difficilissimo da ingoiare, potrebbe anche soffocarlo. E chissà che la “superteste”, un giorno, non ci racconti come e da chi fu convinta o per così dire “esortata” a dire, scrivere, e sottoscrivere quello che ha detto, scritto e sottoscritto.

La figura del giudice Amati esce da questo processo sotto una luce sinistra. Di Amati si parla poco, ma dietro alle vicende chiare e oscure che legano le bombe dell’aprile ’69 a quelle sui treni e a piazza Fontana, a Pinelli, a Valpreda e alla catena di equivoche istruttorie che a questi fatti criminosi sono legate, c’è, da qualche parte, sempre Amati.

Non dimentichiamo che è stato Amati ad incarcerare i compagni per due anni.

Sempre Amati spiccò il secondo mandato di cattura un’ora e mezza dopo che la procura del Tribunale, nel novembre 1969, aveva ordinato la scarcerazione dei Corradini e di Pulsinelli per mancanza di indizi, adducendo come nuovi elementi di accusa le rivelazioni di una “testimone segreta”. Ancora Amati è uno (di altri non v’è traccia) degli “ignoti” di cui è stata chiesta l’incriminazione per “sottrazione di atti di ufficio”. Sempre lui, quando scoppiarono le bombe romane al palazzo di Giustizia e al Ministero della Pubblica Istruzione, telefonò ai funzionari di Roma che avevano messo le mani sui responsabili fascisti e fece interrompere le indagini dichiarando che i colpevoli erano anarchici milanesi.

Di nuovo Amati è il responsabile del famigerato decreto di archiviazione della istruttoria del giudice Caizzi, nel luglio del 1970, che dava per certi il suicidio di Pinelli e l’innocenza di Calabresi.

Altra prodezza di Amati fu la telefonata che si dice abbia fatto poco dopo l’esplosione di piazza Fontana affermando, senza ombra di dubbi, che si trattava di una bomba anarchica. Il 12 dicembre Pietro Valpreda si trovava a Milano perché era stato convocato proprio quel giorno (semplice coincidenza) dal giudice Amati, che non lo ricevette. Pochi giorni dopo, fu uscendo dallo studio di Amati che Valpreda venne “sequestrato” dalla polizia e tenuto 40 giorni in isolamento e 18 (a tutt’oggi) mesi in carcere.

“Amati è un fascista!” ha gridato Angelo Della Savia in Tribunale, fino ad ora non risulta che qualcuno abbia sporto querela.

La cronaca delle ultime udienze del processo ha registrato fatti nuovi, che hanno trovato spazio e rilievo su tutti i giornali, costretti a scrivere in testa ad ogni articolo “colpo di scena al processo degli anarchici”. In effetti le ultime udienze dibattimentali sono state un continuo colpo di scena, Rosemma Zublena ha continuato ad accusare, ritrattare, confondersi.

Non stiamo a riferire i particolari delle sue dichiarazioni deliranti e il modo con cui gli avvocati difensori e gli stessi imputati le hanno smantellate, è più importante sottolineare come proprio dalle testimonianze della donna sono scaturite le gravissime responsabilità sul comportamento della polizia. La Zublena è stata, in pratica, utilizzata per confermare in ogni particolare le tesi della polizia; di queste tesi lei forniva immancabilmente una testimonianza “esterna”. Non per nulla, ad eccezione del metronotte, è l’unica teste non poliziotto chiamata dall’accusa. Alle rivelazioni del suo burrascoso passato di calunniatrice incallita, alla Zublena è venuto a mancare il compiacente appoggio della giuria, preoccupata di non compromettersi ulteriormente, ed è diventata una figura pietosa, angosciata. Ha tentato, non sappiamo se di sua iniziativa, l’ultima ignobile carta attribuendo a Pinelli la fonte delle sue informazioni. La reazione violenta degli imputati e una ferma deposizione di Licia Pinelli, hanno spazzato via le sue ultime speranze e alla fine di un’udienza tormentosa è sbottata nell’unica frase veritiera: “Io non ho fatto che ripetere quello che sapeva Calabresi”.

È a questo punto che la difesa dichiara di rifiutarsi di interrogare ancora la Zublena perché “non intende servirsi ulteriormente di una teste la cui credibilità è totalmente distrutta”.

Avevamo già detto da mesi che la Zublena era una psicopatica, creatura della polizia. Ma non ci è piaciuto il modo con cui l’accusa, vista cadere la “superteste” ha cercato di disfarsi della poveretta, vomitando su di lei insulti e maledizioni dichiarandola mendace, fabulatrice, indegna. Non ci è piaciuto perché, secondo noi, la Zublena è donna che merita molta più dignità e rispetto da coloro che hanno abusato di lei e di lei si sono serviti per costruire le loro mene reazionarie e assassine.

Pochi giorni dopo il “crollo” della superteste si scopre che uno dei verbali più scottanti dell’istruttoria è sparito dagli atti istruttori. Si tratta di una lunga deposizione resa dalla Zublena a Calabresi, in cui essa dichiara di conoscere i Corradini e gli altri come facenti parte di un gruppo terrorista organizzato a livello internazionale. In pratica il contenuto di questo verbale, di cui la Zublena aveva negato l’esistenza, ripete, per filo e per segno, le tesi della polizia. Viene chiesta allora l’incriminazione di Calabresi per “falso ideologico” e “subornazione” di teste (cioè per aver indotto a dire il falso), della Zublena per falsa testimonianza e di Amati (sotto la voce “ignoti”) per “soppressione di atti”.

La deposizione di Leslie Finer

Ad aumentare l’inquietudine che i “colpi di scena” ormai quotidiani stanno suscitando, viene a deporre da Londra Leslie Finer, redattore dell’Observer (il quotidiano inglese che per primo pubblicò il famoso “rapporto P”) e corrispondente dalla Grecia dal 1957 al 1968 dell’Observer, del Financial Times e della B.B.C.

Finer, dopo aver confermato la piena ed assoluta autenticità del documento, dichiara che i fatti in esso menzionati sono il frutto di una serie di iniziative dei colonnelli greci tendenti a far uscire il regime fascista dall’isolamento politico in cui si trova, coinvolgendo l’Italia. Per questo “si trattava di stabilire una serie di contatti con l’esercito e la polizia italiani, anche attraverso elementi fascisti e dell’estrema destra italiana”. Con chi furono presi questi contatti? Chi fu incaricato di creare la “strategia della tensione?”. Per quanto riguarda la polizia, le risultanze del processo ci suggeriscono alcuni nomi, peraltro di vecchia conoscenza.

Nella deposizione di Finer salta fuori anche la CIA “Papadopulos è agente della CIA dal 1956”. Fascisti greci, CIA, polizia, esercito, una catena terroristica su cui non sussistono dubbi.

I continui colpi di scena, assumono un aspetto inquietante e l’intero apparato borghese (leggi: polizia, stampa, magistratura) diffamatore degli anarchici, piano piano, dopo anni di calunnie, cambia rotta.

I giornali di destra pubblicano sempre più scarni resoconti e affacciano l’ipotesi che, in fondo, molti attentati potrebbero non averli fatti… Tanto più che nel frattempo Freda, Ventura e Trinca (fascisti di Treviso) sono tratti in arresto accusati delle bombe sui treni, nell’agosto 1969, e tutti ricordano la frase di Calabresi in piazza Fontana, poco dopo lo scoppio: “Questo attentato è da ricollegarsi a quelli ai treni, alla Fiera e all’istituto cambi della Stazione”. La prossima volta mangiati la lingua, commissario!

Al giudice Curatolo, in piena crisi, si stampa in faccia un sorriso mozzo, che non lo abbandonerà più per il resto del processo. Il P.M., più svelto, si slancia coraggiosamente al recupero, smantella lui stesso i cardini dell’accusa, attacca la Zublena, smette di suggerire ai testi, parla pochissimo e rimane perlopiù avvoltolato nella toga che gli funge da paravento. Mette le mani avanti dichiarando che, naturalmente, ancora nessuno ha stabilito che i ragazzi sono colpevoli. L’unico che in tanta procella non cambia, è il giudice a latere Danzi, rimane quello di prima. Finito il dibattimento, la requisitoria di Scopelliti, è un miracolo di equilibrio. Il P.M. cammina sulle uova, cerca di salvare capra e cavoli e la sua reputazione (pare che in privato sostenga di esser un progressista…); di tutto il castello delle accuse, gli rimane solo qualche straccio di indizio “Della Savia (in Svizzera) e Braschi (in Italia) riferiscono circostanze ed episodi del tutto “simili” (ma dimentica che i quotidiani in Italia e in Svizzera, avevano pubblicato contemporaneamente le stesse notizie). Questo è tutto quanto gli rimane per salvare qualcosa dell’istruttoria di Amati.

La requisitoria del P.M. Si conclude con un memorabile insulto ai compagni imputati: “Noi sentiamo l’orgoglio di aver meditato le nostre tesi con sofferenza, senza prevenzioni, senza settarismi… La vera libertà civile” è questa la misera conclusione della requisitoria “non è libertà della legge ma libertà nella legge. Giustizia e libertà vivono e muoiono insieme”.

Il volto della Giustizia che emerge da questo processo sono i due anni di carcere dei compagni, la cospirazione criminale nei confronti di Valpreda, la tomba di Pinelli al campo 74 del cimitero di Musocco, sulla cui lapide è scritto cosa è la giustizia borghese.

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.