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1971 04 6 Unità – Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo. di P. L. Gandini

9 giugno 2015

1971 04 6 Unità Anarchici il giudice non trova l esplosivo

 

Il processo di Milano

Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo

 

Milano, 5. – Dove fu preso l’esplosivo che servì ai più gravi attentati attribuiti agli anarchici? Porre una simile domanda dopo due anni di istruttoria e un capo di accusa che contesta il furto dell’esplosivo stesso a due imputati, con tanto di circostanze e di modalità, potrebbe sembrare uno scherzo di cattivo gusto. E invece non lo è, dopo quanto si è appreso all’udienza di oggi del processo contro gli anarchici: e cioè che la ditta, la quale avrebbe subito il furto, lo esclude recisamente!

Partiamo appunto dalla accusa. Questa sostiene, in base ad una confessione, poi ritrattata dagli interessati, che Paolo Braschi e Angelo Piero Della Savia, recatisi un giorno imprecisato del novembre ’68, in una cava presso Grone in quel di Bergamo, fecero saltare il lucchetto d’una riserva e asportarono una notevole quantità di esplosivo, di detonatori e di miccia, che poi si divisero.

Ed ecco che oggi sul pretorio c’è: la presunta parte lesa, e cioè il dottor Roberto Antelmi, consigliere delegato della ditta Pozzi, proprietaria appunto della cava. L’Antelmi comincia con lo spiegare che sotto la cava c’è la polveriera, cintata e sorvegliata da un guardiano; da questa ogni giorno i cavatori traggono la quantità di esplosivo necessaria ai lavori, che viene poi trasportata in un vano scavato nella roccia sopra la cava, con un «baulotto».

La sera normalmente i residui vengono riportati nella polveriera. «Ora – conclude l’Antelmi – io debbo qui confermare quanto già dichiarato in istruttoria e cioè che dal nostri controlli sui relativi buoni di carico e di scarico, non risultò mancante del materiale esplosivo…».

Il presidente consigliere Curatolo si affretta a contestare: «E’ vero; però, stando al perito d’ufficio nominato a suo tempo dal giudice istruttore, voi avreste interesse a negare il fatto, qualora aveste lasciato nel «baulotto» dei residui di esplosivo, mentre la legge prescrive che siano riportati nella polveriera…».

Ascoltiamo la risposta dell’Antelmi: «I dirigenti, i capocava e gli operai sono nella nostra ditta da molti anni, e non abbiamo ragione di dubitare di loro; normalmente la sera essi riportano i residui alla polveriera… ».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: «Ma qui fu forzato un lucchetto!»

E l’Antelmi «Fu lo stesso capocava a far saltare uno dei due lucchetti del «bauletto», perchè aveva smarrito la chiave…».

Il colpo è forte, e il P.M. tenta di pararlo: «Ma ci sono altre cave nei dintorni?».

L’Antelmo: «Si, ne abbiamo una a due chilometri di distanza dalla prima…».

Il difensore Spazzali incalza: «Avete un libro di carico e scarico dell’esplosivo?».

Antelmi. «Si, basato sui buoni quotidiani di prelievo e di rimessa; e non risulta nessun ammanco…». Ma i misteri non finiscono qui; ci sono anche i misteri di San Vittore, malamente chiariti dal direttore dottor Alfonso Corbo. Dunque il Faccioli dichiara che, entrato a S. Vittore col labbro spaccato dal pugni dei poliziotti, non fu sottoposto alla prescritta visita medica. Che ne dice il Corbo?

«Debbo ammettere – è la sua risposta – che il Faccioli non fu visitato per una mancanza dell’agente dell’ufficio matricola. Questi infatti compilò il mattinale con l’elenco delle visite del giorno dopo, alle 22-22.15 invece che a mezzanotte; il Faccioli arrivò alle 22,25 e così rimase fuori dell’elenco…».

Interviene il Faccioli: «Ma guarda che caso!» E il presidente: «Potevate scriverlo sul mattinale del giorno successivo… ».

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1971 04 9 Unità – Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione» di p.l.g.

9 giugno 2015

1971 04 9 Unità Valpreda Mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione

 

Il processo di Milano agli anarchici

Valpreda: «mi trovo in cella da 16 mesi per una provocazione »

La polizia gli aveva chiesto di accusare il Braschi – Gli imputati gridano: Valpreda è innocente, le bombe sono dei padroni – Il negoziante che aveva venduto nitrato di potassio non riconosce gli accusati – Il fratello del giovane imputato Paolo Braschi ritratta le accuse

Milano, 8. – Pietro Valpreda è venuto al processo degli anarchici; sarebbe più esatto dire che è tornato poiché il suo nome e la sua figura emersero proprio nel corso degli accertamenti sugli attentati del ’68 e del ’69. Attribuiti agli imputati. Alle 9,25, con un leggero forse precauzionale anticipo sulla abituale apertura dell’udienza, Valpreda entra in aula seguito da un codazzo di carabinieri. Piccolo, basette lunghe, capelli fluenti sulle spalle, calzoni e giubbetto blu, l’anarchico pare esasperato. Infatti, ancor prima di sedersi sulla sedia dei testimoni, esclamava: «Vorrei proprio sapere perché da quando son giunto a Milano, mi tengono in cella di isolamento!».

Il presidente dott. Curatolo, risponde: «Non ne so nulla…forse perché il suo processo a Roma è ancora in istruttoria..».

Ma prima di riferire l’interrogatorio, sarà forse bene ricordare i precedenti. Dunque, l’imputato Paolo Braschi, dopo lo arresto, firmò un verbale in cui dichiarava d’aver confidato al Valpreda di essere l’autore di alcuni attentati. Così il ballerino venne fermato e subito negò (ma negli ambienti anarchici la sua deposizione suscitò equivoci e diffidenze che, a quanto sembra, furono condivise anche dal Pinelli). Valpreda quindi fu rilasciato; ma successivamente il consigliere istruttore dott. Amati, lo incriminò insieme con Leonardo Claps e Ajello d’Errico per vilipendio al pontefice in relazione ad un volantino. Il 15 dicembre ’69 e cioè tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, egli si presentò, per questa accusa, dal dott. Amati; all’uscita dello studio del magistrato, fu tratto in arresto quale sospetto autore della strage. Questi i precedenti che confermano ancora una volta gli oscuri legami esistenti fra gli attentati del 1968-1969, l’eccidio di piazza Fontana e il caso Pinelli.

Ed ecco le risposte di Valpreda. «Conobbi il Braschi al convegno anarchico di Massa Carrara del ’68 e lo rividi qualche volta al circolo del Ponte della Ghisolfa e in Brera («imputati e testi non dicono mai: a Brera» – n.d.r.)… Non mi fece alcuna confidenza; voglio anzi specificare che non mi parlò mai degli attentati al palazzo di giustizia di Livorno e all’ufficio annona di Genova… Quanto al Pietro Della Savia, lo conosco fin da ragazzo perché una volta venne col fratello Ivo al teatro Smeraldo dove io lavoravo… Poi, dopo anni che non lo vedevo lo incontrai qualche volta a Milano. … Ivo lo rividi nel maggio-giugno ’69 a Roma, in casa di un compagno… Faccioli non lo conosco… il Pulsinelli lo vidi qualche volta alle riunioni della gioventù libertaria al circolo del Ponte della Ghisolfa… Mai conosciuto il Norscia, la Mazzanti, l’editore Feltrinelli e la moglie di questi, Sibilla Melega… Tornando alle confidenze del Braschi, vorrei spiegare a questa giuria democratica come avvengono gli interrogatori di polizia: c’è il tecnico, seduto, che fa le domande cortesi; poi ci sono il duro e l’insinuante… ».

Il P.M. Scopelliti, interrompe: «Questo non c’entra».

E Valpreda: « C’entra si, perché a me non contestarono un regolare verbale del Braschi cui avrei potuto rispondere; mi dissero solo che bastava che io lo accusassi… Questa è una provocazione ed è per questa che da 16 mesi io sono in cella innocente! Se nessuno le ha dette queste cose, chi le ha inventate? Maria bambina?».

Il presidente, tentando di calmarlo: «Lei qui è sentito come testimone… ».

E l’anarchico: «Già, ma non sono trattato come testimone…».

I carabinieri fanno cerchio e Valpreda si avvia verso l’uscita: Della Savia. Faccioli, Braschi e Pulsinelli scattano in piedi nella gabbia, e scandiscono: «Valpreda è innocente! Le bombe sono dei padroni!».

Seguono testimoni piuttosto imbarazzanti per gli imputati, Marrio Gessaghi, negoziante in via Lanzone 7, riconobbe in una foto del Della Savia il «capellone» che era venuto a diverse riprese ad acquistare mezzo chilo o tre etti di nitrato di potassio, l’ultima volta probabilmente nell’aprile ’69. Il negoziante vide una volta anche il Faccioli. Adesso non è in grado di riconoscere gli imputati perché si sono tagliati i capelli.

Ed ecco, ultimo testimone della giornata, il fratello dell’imputato Paolo Braschi, Carlo, di 24 anni. Questi, fermato a suo tempo come indiziato, rese alla polizia una gravissima deposizione: il Paolo, tornato a Livorno per le vacanze natalizie del ’68, gli aveva confidato la sua intenzione di mettere una bomba al locale palazzo di giustizia; poi sotto i suoi occhi, aveva confezionato l’ordigno; infine la mattina seguente, gli aveva confermato l’avvenuta esplosione. Non basta. Il Paolo gli aveva detto di aver rubato lo esplosivo in una cava del bergamasco; poi da altri amici, lo stesso Carlo aveva appreso che parte dell’esplosivo era stata nascosta nei dintorni di Livorno, dove fu trovata. Successivamente, davanti al giudice istruttore, il Carlo Braschi ritrattò in blocco. Adesso conferma la ritrattazione: le accuse gli erano state suggerite dalla polizia, approfittando del suo stato di prostrazione.

Il dibattimento è rinviato al 20 aprile prossimo.

1971 04 1 Unità – Un anarchico: «Il brigadiere mi spaccò le labbra». Drammatica deposizione al processo di Milano. di p.l.g.

6 giugno 2015

1971 04 1 Unità - Drammatica deposizione al processo di Milano

Milano 31 – Grazie ad una udienza relativamente tranquilla, il dramma umano, giudiziario e politico che sta al fondo del processo contro gli anarchici, ha cominciato a prender forma.

L’apertura dell’udienza vede di nuovo sul pretorio il Della Savia, che vuole ancora spiegarsi. «Quando ieri ho parlato di fascisti, non mi rivolgevo alle persone, ma all’istituto della giustizia che difende la proprietà privata dei mezzi di produzione… Non sono stato estradato, sono stato rapito dalla Svizzera (e proprio qualche settimana prima della strage di piazza Fontana) per accuse che non erano contestate nel primo mandato di cattura… Quella pazza della Zublena che io avevo visto una sola volta, è andata anche in Svizzera a cercare i miei presunti amici. Vorrei sapere chi la muove: il poliziotto Calabresi, il giudice istruttore Amati o altre persone? Dopo la rivolta del ‘70 a San Vittore, sono stato deportato a Porto Azzurro fra delinquenti comuni che non sono più uomini, ma bestie, capaci solo di andare su e giù… ».

Ed ecco accendersi una battaglia per la presenza in aula di tutti gli imputati: battaglia che vede la corte ritirarsi per ben tre volte in camera di consiglio. Qual è la sostanza? Come si ricorderà, dopo gli incidenti di ieri, il presidente aveva deciso di interrogare ogni singolo imputato, escludendo dall’aula gli altri. Gli avvocati giustamente sostengono che questo nuoce alla difesa; per evitare eventuali intemperanze basterà allontanare di volta in volta il responsabile. Dal punto di vista pratico, l’assenza degli imputati costringe poi, ad ogni nuovo interrogatorio, a rileggere il verbale di quel che hanno detto gli altri, con una perdita di tempo facilmente immaginabile. Ma la corte, su conforme parere del PM, respinge le istanze, affermando appunto che la rilettura del verbale garantisce il diritto alla difesa.

Ed ecco sulla pedana Paolo Faccioli, un biondino ventunenne con gli occhi azzurri, il viso ancora infantile, indurito dalle sofferenze. Pesano su di lui ben 12 accuse. Il presidente interroga: «Lei è già stato condannato dal Tribunale di Bolzano a 20 giorni di arresto e 15 mila lire di ammenda (pena poi cancellata dall’amnistia) per una bomba carta fatta esplodere nella cattedrale di quella città?».

Faccioli: «E’ vero e rivendico quel gesto proprio per dimostrare la mia estraneità agli altri attentati… Adesso, quando ci penso, sorrido perchè quello era un gesto dimostrativo, corrispondente all’immaturità delle lotte di massa in una zona arretrata… Non sono un pacifista, ma sono anche contrario alla violenza contro gli individui. L’unica violenza a cui credo, è quella delle masse proletarie per instaurare uno stato socialista liberiano… ».

E qui si arriva ad un primo mistero. In tasca al Faccioli, fu rinvenuto un foglio con lo schema di un ordigno uguale, secondo la polizia e il perito, a quelli usati per le esplosioni di Milano. Ma un foglio identico risulta sequestrato anche al coimputato Braschi. Ci furono dunque due fogli oppure uno solo che «trasmigrò» dal fascicolo Braschi a quello Faccioli? L’imputato che aveva all’inizio indicato il foglio come proveniente da un quaderno del Braschi e poi da un giovane torinese sconosciuto, ora sostiene che queste sono versioni false, la prima imposta dalla polizia, la secondo suggerita da altri detenuti.

E qui si apre il solito capitolo degli interrogatori polizieschi. «Mi lasciarono tre giorni senza mangiare e senza dormire, picchiandomi e minacciandomi: erano il commissario Zagari, i gorilla Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi» (i tre ultimi sono gli stessi protagonisti dell’ultimo interrogatorio del Pinelli – n.d.r.).

PRESIDENTE – Ma perché non ne parlò ai pubblici ministeri e al giudice istruttore che l’interrogarono?

FACCIOLI – Era la prima volta che mi trovavo a contatto con quell’apparato mostruoso… Gli altri detenuti mi consigliavano… Creda pure, che a San Vittore, il mio aspetto efebico mi comprometteva… Pensi che un giorno il Calabresi e gli altri, col pretesto di farmi ritrovare la madre del Della Savia, mi portarono in macchina a Parabiaco, mi fecero scendere ordinandomi poi di correre davanti… Mi seguivano a fari spenti e dicevano: «Tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà… Possiamo romperti le ossa e dire che è stato un incidente». Comunque ne parlai subito al mio difensore avvocato Barchi, che mi consigliò di riferire al giudice.

E l’avvocato Barchi: E’ vero».

Faccioli prosegue: «Il gorilla Panessa mi spaccò le labbra con un pugno; ma all’ingresso di San Vittore non fui sottoposto ad alcuna visita medica…».

A questo punto, il secondo patrono, avvocato. Ramaioli, ed altri avvocati chiedono ed ottengono l’acquisizione dei registri delle visite e delle cartelle cliniche a San Vittore. Dopodiché il Faccioli respinge tutte le altre imputazioni. «Ci vennero attribuiti gli attentati del 25 aprile che poi risultarono commessi dai fascisti greci… ».

Il presidente sobbalza: «E chi l’ha mai detto? Agli atti non figura niente di simile!».

Il pubblico ride e l’udienza viene rinviata a domani.

1973 03 24 Umanità Nova – Per Della Savia calpestate le leggi

20 maggio 2015

1973 03 24 Umanità Nova - Per Della Savia calpestate le leggi

 

Ivo Della Savia, obiettore imputato nel processo per la strage di Stato per presunta detenzione e trasporto di esplosivi, latitante per non adempiere agli obblighi militari, ora corre il rischio di venire estradato dalla Germania, dove aveva regolare domicilio e lavoro, in base ad accuse false ed immotivate e violando completamente quelle che sono le leggi e le procedure italiane e tedesche.

Infatti le leggi che regolano le estradizioni risalgono al 1942, ad un accordo del 12 giugno tra il III Reich di Hitler ed il fascismo italiano, che sancisce che non vi possa essere estradizione nel caso che l’atto criminoso per cui viene richiesta sia di natura politica o preparatorio ad un atto politico; per di più deve essere ben specificato il motivo, ed uno solo, per cui si pretende l’estradizione e la nazione richiedente non deve interferire nelle decisioni della nazione alla quale la richiesta è rivolta.

L’avvocato tedesco di Della Savia, va  di Francoforte, in una conferenza al palazzo di giustizia di Roma, ha fatto notare le numerose irregolarità e violazioni che hanno finora caratterizzato la richiesta avanzata dalle autorità italiane.: innanzitutto, sorvolando sul fatto che Della Savia è ricercato in Italia per l’obiezione (fatto considerato politico sia in Germania che in Italia) e questo annullerebbe la richiesta di estradizione (a meno di garantire un salvacondotto, cosa illegale in Italia e quindi impossibile).

Si legge nella domanda di estradizione (che sta a dimostrare lo straordinario interesse che le autorità italiane hanno per poter avere Della Savia nelle proprie mani) che si vuole il Della Savia in Italia per «una serie di reati (??) e detenzione e trasporto di esplosivo…». Se non fosse già ridicola di per sé, ci sarebbe da commuoversi per lo sfoggio di astuzia che i nostri fanno per non dire assolutamente niente: «…una serie di reati…».

Per l’accusa di «…detenzione e trasporto di esplosivo…» è ancora tutto da dimostrare e, nel caso ipotetico che fosse reale – e qui sta la finezza delle nostre autorità -, l’esplosivo sarebbe servito, sempre secondo la ridicola versione che accusa gli anarchici della strage di Stato, a confezionare le bombe di Milano e Roma.

In questo modo, dando per scontata la versione poliziesca e statale della strage, a Della Savia non resterebbe che dichiarare di aver trasportato l’esplosivo per ricadere nella seconda parte del trattato in cui si nega l’estradizione per atti preparatorii ad un atto politico e quindi restare in Germania.

L’avvocato Di Giovanni ha fatto notare come questo metodo di pressione sia stato usato proprio sul fratello di Ivo, Angelo Piero Della Savia, che con la promessa di poter restare in Svizzera, dove si era rifugiato, dichiarò di aver compiuto numerosi attentati (naturalmente inventati di sana pianta): una volta firmata la dichiarazione venne immediatamente portato in Italia e ci vollero mesi per poter dimostrare che la dichiarazione era falsa.

Per aver prova di questo, basta leggere la richiesta di estradizione dove si pregano le autorità tedesche di essere «sollecite» perché Ivo deve essere «interrogato come testimone in alcuni processi molto importanti».

Per poter poi vedere la natura realmente politica della richiesta basta far notare alcune «coincidenze»: come nell’istruttoria Occorsio, Ivo sia considerato ottimo amico di Valpreda e responsabile con lui di un fantomatico deposito sulla Via Tiburtina, risultato inesistente; come in Germania Ivo sia stato visitato da un avvocato della parte civile nel processo per la strage, l’avvocato Ascari, per ottenere delle dichiarazioni da usare contro Valpreda e compagni; come la richiesta di estradizione sia stata presentata la vigilia stessa della scarcerazione di Valpreda, mentre da molto tempo tutti conoscevano il posto dove Ivo si trovava (prova ne è la visita di Ascari); il fatto che subito dopo la cattura del fratello Angelo Piero, su tutti i giornali sia apparsa la notizia dell’arresto del «noto anarchico Ivo Della Savia», amico di Pietro Valpreda, imputato per il deposito sulla Tiburtina (?); il fatto infine che sia stata contemporaneamente fissata la prima udienza dell’appello per le bombe del 25 aprile per il 2 luglio di quest’anno.

Le possibilità di riuscire a far rimanere Ivo in Germania sono perciò molto ridotte, data la vastità degli interessi e delle connivenze che spingono per l’estradizione: tuttavia il lavoro dei compagni in Germania ha permesso la concessione, in via del tutto straordinaria, di una specie di riunione tra tutte le parti in causa, con presentazione di testimoni e di documenti (si pensa di far intervenire anche il redattore dell’Observer Leslie Finer, che presentò il famoso «rapporto P.», che dimostrava l’esistenza di un piano eversivo di destra in cui erano complici vari servizi segreti di vari stati e importanti personaggi politici; l’ex ministro Pannelotis Cannellopulos ed altri) prima di decidere in merito.

P.S.

All’ultimo momento apprendiamo che la magistratura tedesca, dietro oscure pressioni da parte di non individuati «centri di potere» italiani, calpestando precise norme procedurali e particolari accordi con la difesa, ha approfittato del viaggio a Roma dell’avv. Demski per decidere, a porte chiuse e senza il suo intervento, di sottostare alla illegittima pretesa delle autorità italiane. Solo la minaccia di uno scandalo ha fatto rientrare, per ora, la infame ed arbitraria decisione, che è rimandata ad altra riunione della corte alla quale sarà ammessa la difesa.

 

 

MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

27 aprile 2015

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.

11 luglio 1969 Questura Milano, Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

10 agosto 2013

Zublena, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, era stata la “supertestimone” al processo contro i compagni anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli ingiustamente accusati per aver messo le bombe fasciste del 25 aprile alla Fiera Campionaria e dell’8 agosto sui treni. Interessante notare – a parte le consuete “trame” anarchiche internazionali per le bombe -, la menzione di Enrico Rovelli come “esperto di dinamite e attentati” nonchè di detenere parte di esplosivo rubato (esplosivo che poi l’ufficio politico e Rovelli stesso cercheranno di “indirizzare” verso Pinelli e Valpreda).

 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi - dichiarazioni  della spia Rosemma ZUBLENA COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

7 maggio 2013

Velina MOLTO interessante, costruita sulla base di almeno due o tre informatori (I nomi sono cancellati, appare in chiaro solo un certo “Ciro”). Le confidenze sono frutto dell’attivazione delle fonti dopo gli attentati fascisti dell’8 agosto ai treni.  Si parla del Gruppo della “Casa dello Studente” (FAGI),  del Gruppo Kronstadt (ex La Comune FAGI critico), del Ponte della Ghisolfa (indipendenti).  Si punta quindi su una doppia pista per trovare gli attentatori: quella del gruppo Pinki (Kronstadt) e quella del Ponte della Ghisolfa.  Ci sono tutti gli ingredienti per capire il perchè della persecuzione poliziesca contro Valpreda e Pinelli che culminerà dopo la strage del 12 dicembre.  

 

 

1 settembre 1969 SID su attentati e ambienti anarchici  COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

 

 

 

 

 

 

 

Umanità Nova n22 6 luglio 1997 Strage di Stato e dintorni: Quando Anna Bolena cantava in questura di Luciano Lanza

2 ottobre 2011

Così Enrico Rovelli è diventato confidente del commissario Luigi Calabresi. E di Federico Umberto D’Amato. Il capo dell’ufficio affari riservati del Viminale

Nome in codice: Anna Bolena. Dietro questo schermo si nasconde una delle storie più intricate dell’intricata vicenda legata alla strage di piazza Fontana. Ecco i fatti.

Sono scoppiate da pochi mesi del bombe del 25 aprile 1969 a Milano (ufficio cambi della stazione Centrale e padiglione Fiat alla Fiera campionaria), quando vengono arrestati a Riccione due anarchici milanesi: Tito Pulsinelli ed Enrico Rovelli. È il 22 agosto. Per Pulsinelli inizia un lungo periodo di detenzione che si concluderà il 28 maggio 1971. È accusato di aver partecipato a quei due attentati assieme con Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Piero Della Savia. Un’accusa che si rivelerà completamente inconsistente al processo e che li vedrà tutti assolti proprio nel 1971.

Diversa è la sorte di Rovelli. Esce subito dal carcere. Il commissario Luigi Calabresi con minacce e promesse di favori lo convince a diventare un suo informatore. Rovelli inizia la sua nuova carriera al servizio del commissario dell’ufficio politico della questura milanese.

Pur non facendo parte di alcun gruppo milanese, Rovelli è un frequentatore del Circolo Ponte della Ghisolfa. Un frequentatore saltuario: va al Ponte della Ghisolfa soprattutto quando ci sono conferenze o incontri pubblici. È in quelle occasioni che cerca di procurarsi informazioni e confidenze dai compagni milanesi. Tutte queste notizie vengono poi trasmesse a Calabresi o all’uomo di fiducia di Calabresi, il brigadiere Vito Panessa.

Dalle prime indiscrezioni raccolte, risulta che l’interesse di Calabresi è concentrato su Giuseppe Pinelli, il membro più anziano del gruppo Bandiera nera. Ma la curiosità su Pinelli non è un’esclusiva di Calabresi. C’è un personaggio più in alto del commissario che vuole sapere che cosa fa, con chi si vede l’anarchico milanese. Chi è? Silvano Russomanno, responsabile nel capoluogo lombardo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno. Cioè l’ufficio che è di fatto guidato da Federico Umberto D’Amato (nel 1069 il direttore formalmente è ancora Elvio Catenacci). Calabresi, interfaccia dell’ufficio affari riservati nella questura milanese, non tiene solo per sé il confidente Rovelli, ma lo cede in “condominio” a Russomanno. Questo ruolo di Calabresi serve anche a spiegare il prestigio di cui godeva il commissario in questura e che in pratica lo faceva contare di più del suo diretto superiore: Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico.

Elemento nuovo. L’ufficio affari riservati, vale a dire la centrale della strategia della tensione e dei depistaggi, manifesta un particolare interesse per Pinelli. Una così insistente curiosità solleva anche un importante interrogativo. L’anarchico milanese è stato prescelto come capro espiatorio per i prossimi attentati che, sotto la regia del Viminale e del Sid, devono compiere i nazisti del gruppo di Franco Freda, Giovanni Ventura e quello di Delfo Zorzi? A questa domanda non è ancora possibile dare una risposta certa. Però l’ipotesi che Pinelli dovesse rivestire un ruolo di primo piano nella montatura contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana non appare infondata.

Così accanto a quello che sarà l’accusato principale per quella strage, Pietro Valpreda, emerge anche una possibile manovra nei confronti di Pinelli. Una manovra che si chiude con un evento drammatico: il volo di Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Un volo che avviene dopo che il fermo di polizia è scaduto da circa 24 ore. Cioè è illegale.

Ed è proprio nei giorni che vanno dall’esplosione alla Banca nazionale dell’agricoltura fino alla morte di Pinelli che emerge con maggiore evidenza il ruolo di Rovelli. In quel breve lasso di tempo entra ed esce più volte dalla questura milanese. Dopo ogni convocazione si presenta al Ponte della Ghisolfa con aria apparentemente sempre più preoccupata. “Non capisco che cosa vogliano da me i poliziotti”, dice Rovelli con insistenza agli anarchici del Ponte. Che però cominciano a insospettirsi. Quasi tutti sono stati fermati, però salvo alcuni trattenuti al carcere di san Vittore, gli altri sono stati rilasciati e mai più fermati. Perché Rovelli, che risulta elemento marginale nell’anarchismo milanese, ha un trattamento così particolare? Questa è la domanda che sorge spontanea in quei giorni non certo tranquilli. Sospetti che si rafforzano quando Rovelli ottiene con facilità la licenza per un locale da ballo, la Carta vetrata a Bollate (nell’hinterland milanese). Sospetti che verranno definitivamente confermati quando si potranno leggere i verbali di interrogatorio di Rovelli con il giudice Antonio Lombardi che indaga sull’attentato alla questura milanese del 17 marzo 1973. Lo stesso Rovelli ammette, infatti, di essere un informatore del commissario Calabresi. Così per far conoscere al maggior numero possibile di persone il ruolo di Rovelli (gli anarchici dei gruppi milanesi sono già da tempo informati) nell’estate del 1975 questo settimanale pubblica un comunicato su Rovelli con la sua foto: Attenti a costui , è l’esplicito titolo della nota su “Umanità Nova”.

La carriera del confidente Rovelli, a quel punto, è finita anche presso i meno informati. Ma non termina certo la sua carriera di impresario. Dopo la Carta vetrata, Rovelli diventa gestore di un locale molto più famoso: il Rolling Stones nel centro di Milano. Attività a cui affianca, oggi in modo esclusivo, quella di organizzatore di concerti rock: da Claudio Baglioni a Vasco Rossi, passando per tutti i nomi più famosi della musica leggera italiana.

Rovelli è infatti uno dei pochi manager musicali che riesce a ottenere i luoghi più ambiti per tenere concerti. Se un cantante vuole una piazza importante o uno stadio deve rivolgersi a Rovelli. Lui può avere i permessi dalle questure delle varie città italiane. Permessi che quasi sempre vengono negati ad altri impresari.

È la ricompensa per i servizi che Enrico Rovelli ha reso a D’Amato, poliziotto di vasta cultura, che per lui aveva scelto il nome di una moglie di Enrico VII. Anna Bolena, appunto.

Luciano Lanza

(Della vicenda, tornata alla ribalta alcune settimane fa, Umanità Nova si è occupata nel numero 17/1997 con l’articolo di prima pagina “Attenti a costui” di M. V.

 

Luciano Lanza è autore del recente libro “Bombe e segreti – Piazza Fontana 1969”, Eleuthera ed., recensito da Salvo Vaccaro sul n.20/1997 di UN. – NdR)