Posts Tagged ‘Antonio Amati’

1969 12 21 Paese Sera – Il giudice conferma non spiega gli «indizi» (su Feltrinelli) di Giorgio Manzini

29 ottobre 2015

1969 12 21 Paese Sera - Il giudice conferma non spiega gli indizi su Feltrinelli di Giorgio Manzini

Il giudice conferma non spiega gli «indizi»

Le dichiarazioni del consigliere istruttore Amati dopo la perquisizione nello studio dell’editore Feltrinelli e il blocco del passaporto

di Giorgio Manzini

 

Dal corrispondente

Milano, 21 – Adesso è il nome dell’editore Giangiacomo Feltrinelli sotto la luce dei riflettori: in verità, è da parecchi giorni che spunta fra le pieghe dell’inchiesta sugli attentati del 12 dicembre, ma solo ora è uscito fuori da quella sorta di penombra in cui era sempre rimasto. Certe voci, non si sa quanto interessate, lo vanno chiaramente insinuando: era Giangiacomo Feltrinelli il finanziatore di quei gruppi o gruppetti para-anarchici che avrebbero «collezionato», da qualche tempo a questa parte, tutta una serie di attentati.

L’editore, però, è stato chiamato in causa per un episodio accaduto molto prima della strage del 12 dicembre, come ha precisato ieri il consigliere istruttore, dott. Amati, il magistrato che ha ordinato il «blocco» del passaporto di Feltrinelli, autorizzando inoltre una perquisizione nel suo studio. Ma che cosa si cercava, tra l’altro, in casa dell’editore? «Un manifestino – ha risposto il dottor Amati ai giornalisti – : glielo avevo chiesto più volte a Feltrinelli, ma lui me ne ha procurati duemila di manifestini, senza però che ci fosse quello che cercavo». E perché è stato ordinato il «blocco» del passaporto? «Giangiacomo Feltrinelli – ha risposto il dott. Amati è un indiziato in merito ad un episodio accaduto nei mesi scorsi».

Ora, sarebbe questo l’indizio che ha indotto il consigliere istruttore a prendere provvedimenti nei confronti dell’editore: sul luogo di un attentato del primo aprile scorso (una bomba carta messa alla RCA), fu trovato un manifestino di impronta anarchica che il presunto attentatore, il Della Savia, ora in carcere, inviò poi a Feltrinelli e a un istituto storico di Amsterdam che raccoglie documenti e libri sulla storia del movimento operaio (è un istituto che è la «versione» olandese dell’Istituto Feltrinelli). Su questa circostanza, l’editore è stato interrogato dal magistrato il 4 dicembre scorso, ed ha poi lasciato Milano partendo per l’estero. Per quale paese? Non si sa.

La notizia della perquisizione dello studio di Feltrinelli e del «blocco» del passaporto arriva proprio nel momento in cui le indagini sulla strage di piazza Fontana sono praticamente ferme. E’ questa la domanda che ci si pone da parecchi giorni: chi sono i mandanti? Chi sono gli organizzatori? Se Valpreda e compari hanno veramente compiuto gli attentati, chi ha loro coperto le spalle?

Mentre dunque ci si chiede con insistenza di fare piena luce sul mostruoso episodio di Milano, ecco la notizia dei provvedimenti presi dal dottor Amati per Feltrinelli in merito – almeno ufficialmente – a un episodio accaduto il primo aprile scorso. Il legale dell’editore, l’avv. Mazzola, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito; si è limitato a dire di aver avuto un colloquio con il consigliere istruttore, il quale gli ha illustrato i motivi che lo hanno indotto ad autorizzare la perquisizione e a «bloccare» il passaporto dell’indiziato».

Ma quella del «blocco» del passaporto dell’editore non è stata la sola notizia che ha «movimentato» la giornata di ieri. Leonardo Claps, detto «Steve», il ventenne rilasciato venerdì sera, è stato di nuovo fermato dagli uomini della politica. Ieri, verso le 14,30, si trovava in via Brera, assieme all’amico, Pasquale Valitutti, col quale divideva l’abbaino di via Giusti 5. E’ stato avvicinato da due agenti e, preso sottobraccio, è stato condotto in questura.

Leonardo Claps era stato scarcerato per ordine del sostituto procuratore della Repubblica, dott. Paolillo, in seguito alla testimonianza di una ragazza e di un ragazzo i quali avevano affermato di aver trascorso lo intero pomeriggio del 12 assieme a «Steve».

Perché la polizia è ritornata sui suoi passi? E’ stata forse decisiva la testimonianza di un giovane somalo, Giorgio Delle Rose, di cui si è saputo solo in queste ultime ore? Questo racconta il Delle Rose: Una ragazza, con cui «filava» l’aveva accompagnato, una settimana prima della strage, all’abaino di via Giusti 5. C’era un sacco di gente, quel giorno, c’era il clima di una riunione di «cospiratori». Fra i presenti, il Claps e il Valitutti, che era del resto il padrone di casa. I discorsi che si facevano? Si parlava tranquillamente, in presenza di un «estraneo», di bombe, afferma il Delle Rose, di attentati, di «atti dimostrativi» da compiere in luoghi molto affollati come, ad esempio, i grandi magazzini. Ad un certo punto della discussione, erano poi arrivati due giovani i quali, con fare misterioso, avevano annunciato l’arrivo della «roba». Vi fu allora una reazione quasi generale, seguita da segreti conciliaboli. La riunione finì con l’impegno di ritrovarsi tutti quanti «dopo». Luogo dello appuntamento: un rifugio di Pasquale Valitutti, a Senigallia. Il Delle Rose, che fa il fattorino alla «Casa del cane» in via Spiga, afferma di avere informato la polizia di quella riunione subito dopo l’attentato di piazza Fontana. Il racconto lo fece al dottor Calabrese, lo stesso funzionario che interrogò Giuseppe Pinelli prima del suicidio.

E’ stato dunque il racconto di Delle Rose a indurre la polizia ad operare il nuovo fermo di Leonardo Claps? Verrebbe da escluderlo, visto che Pasquale Valitutti, anch’egli fermato all’inizio di questa settimana, è libero ormai da qualche giorno. L’avvocato Luca Boneschi il legale di «Steve» afferma che il nuovo fermo è avvenuto senza che ne venisse informata la Procura, che sarebbe stata quindi nettamente «saltata» dalla polizia. Che nuovi indizi hanno dunque raccolto gli uomini della «politica» per passare sopra al provvedimento di scarcerazione preso appena l’altra sera dal sostituto procuratore della Repubblica? Si dice, ma anche questa è solo una voce, che la ragazza la quale ha fornito l’alibi a «Steve» si sarebbe incontrata si con il giovane il pomeriggio del 12, ma dopo le 17, non prima.

Per ultimo il problema della competenza. Ieri è arrivato il documento con cui la Procura di Roma chiede di avocare a sé l’istruttoria sugli attentati. Ha dichiarato il procuratore aggiunto dottor Albricci: esamineremo il documento nei prossimi giorni; solo allora prenderemo una decisione. La decisione cioè di ricorrere in Cassazione o di passare gli atti alla Procura romana.

 

Annunci

1971 04 2 Unità – Mai nessun confronto con la supertestimone di p.l.g

9 giugno 2015

1971 04 2 Unità Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Incredibile al processo degli anarchici

Mai nessun confronto con la supertestimone

 

Milano, 1 – Giunto appena all’interrogatorio degli imputati, il processo contro gli anarchici e già divenuto uno scandalo. Non lo diciamo noi, lo proclamano i fatti. Dunque una donna, Rosemma Zublena, del cui equilibrio si può dubitare ma di cui è certo il rancore contro l’amico che l’ha respinta, accusa quest’ultimo e altre persone di una serie di gravissimi reati fra i quali la strage che comporta addirittura l’ergastolo. Ora non diciamo il codice ma il più elementare senso di giustizia vorrebbe che, a prescindere da ogni altro accertamento, questa «supertestimone» venga posta a confronto con gli accusati. Ebbene il confronto non è mai avvenuto nel corso dell’istruttoria condotta dal consigliere Antonio Amati (lo stesso che ieri ha negato la scarcerazione ai due autori di un manifesto antimilitarista); ed avrà luogo solo nel prossimi giorni in udienza.

Non basta. Già ora si può dire che contro tre almeno dei sei imputati non esistono prove ma solo tenui indizi, ciononostante sono rimasti in galera per due anni Se si aggiunge che due di questi imputati seppero di essere stati denunciati solo molto tempo dopo l’arresto e che altri, come i coniugi Corradini, furono assolti in istruttoria dopo mesi di detenzione, si comincia ad avere una idea della personalità del magistrate istruttore sia del sistema che gli ha permesso di agire a quel modo. Diciamolo chiaro, qui siamo al di sotto del livello di una giustizia anche solo democratico-borghese.

All’apertura dell’udienza, la Corte esaurisce 1’interrogatorio del Faccioli il quale dichiara di non avere mai conosciuto i coimputati Norscia, Mazzanti e Pulsinelli (e come si giustifica allora l’accusa di associazione a delinquere?).

Il Faccioli precisa inoltre che il commissario Pagnozzi tentò di attribuirgli anche un attentato avvenuto a Mantova nel maggio del ’69 e per il quale l’altro ieri sono stati arrestati quattro fascisti.

Ed ecco giungere sul pretorio prima Giuseppe Norscia, 35 anni, poi la sua donna Clara Mazzanti, 24 anni, che non erano anarchici ma iscritti al nostro partito. Devono rispondere di associazione a delinquere, detenzione e fabbricazione di un ordigno esplosivo e dello scoppio dello stesso al deposito di dischi della RCA in piazza Biancamano 2, avvenuto il 1. febbraio ’69 . Viene interrogata la Mazzanti

PRESIDENTE – «Ci parli della Zublena e del Braschi.. »

MAZZANTI: «Effettivamente si conobbero in casa nostra… Lui sembrava scocciato e lei innamorata, tanto che minacciava di ammazzarsi… »

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

Lotta Continua 1 ottobre 1970 Calabresi, un assassino.

27 settembre 2012

Lotta Continua 1 ottobre 1970 vignetta contro Calabresi

Forse abbiamo fatto un errore: siamo stati troppo teneri col commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi, abbiamo permesso che su di lui si ridesse, si ammiccasse, nascesse il luogo comune, si sviluppasse l’ironia; abbiamo consentito che la cosa venisse scambiata per un gioco duro, magari, ma divertente nonostante tutto. E questo è un male, perché qualcuno ha forse potuto pensare che si trattasse di uno scherzo; e lo deve aver pensato anche Luigi Calabresi, perché altrimenti non si sarebbe permesso di fare quello che invece ha fatto; il fatto di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di girare indisturbato per Milano, di continuare a perseguitare i compagni e proteggere i suoi complici; il fatto, infine, di aver querelato per tre volte «Lotta continua». Facendo questo però si è dovuto scoprire; il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse, che hanno incominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome e cognome e indirizzo. E questo è importante e utile. E il primo risultato è che ora verrà trascinato in un’aula del tribunale a rispondere del suo delitto. E’ chiaro a tutti infatti, che non sarà certo «Lotta continua» a sedersi sul banco degli imputati, a giustificarsi per averlo diffamato, ma sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli, e Calabresi dovrà pagarla cara,

Anche su questo terreno infatti, gli sfruttati dimostrano, giorno dopo giorno, di voler passare, senza più indugi e ritardi, dall’urna della critica (e dell’ironia e della vignetta) ad una critica più radicale e definitiva, che si esprima attraverso la capacità del proletariato di utilizzare la violenza di massa contro i propri nemici e per la propria liberazione. E la violenza di massa è oggi strumento di attacco, mezzo con cui gli sfruttati fanno giustizia e amministrano la propria legge: l’unica, che in quanto appartiene al popolo, è giusta e rivoluzionaria.

Siamo in una fase in cui queste parole non sono più frasi vuote ed astratte, ma entrano concretamente e materialmente a far parte dell’esperienza di lotta e di organizzazione del proletariato. E se l’esecuzione del poliziotto torturatore Dan Mitrione da parte di un tribunale rivoluzionario, può essere relegata e dimenticata dai borghesi e da tutti i legalisti come episodio « esotico e selvaggio» di un paese lontano, la cattura e la punizione dei fascisti di Trento da parte dei proletari in lotta, è per i nostri nemici qualcosa di più di un avvertimento; è la realtà concreta, vicina, palpabile di ciò che li aspetta, di ciò a cui vanno incontro. La gogna dei sicari a Trento e l’esecuzione di Dan Mitrione non sono episodi diversi, uno «antifascista e italiano», l’altro «banditesco e terzomondista»; sono fasi successive di un processo unico: quello dell’emancipazione del proletariato, che passa necessariamente attraverso la soppressione dei nemici di classe. Il fatto che oggi in Italia la prima di queste fasi sia già praticabile e attuata, ha messo giustamente paura alla borghesia; la fase dell’esecuzione materiale della giustizia proletaria (che avvicina anche i tempi della lotta armata) forse non è ancora imminente. Ma è certamente già prevedibile.

E’ per questo motivo che nessuno (e tanto meno Calabresi) può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce. Siamo riusciti a trascinarlo in tribunale e questo è certamente il pericolo minore per lui, ed è solo l’inizio. Il terreno, la sede, gli strumenti della giustizia borghese, infatti, sono giustamente del tutto estranei alle nostre esperienze, alle nostre lotte; alle nostre idee e non è certamente dalla legge dello stato capitalista che ci attendiamo la punizione di un suo servo zelante; non dai giudici «progressisti ed onesti»; non da un dibattimento i cui codici, norme e regole, create dalla borghesia per controllare gli sfruttati, non possono essere utilizzati dai proletari, ma solo da questi distrutti.

Ma dentro l’aula della prima sezione, dentro il tribunale, attorno ad esso, nelle strade e nelle piazze, il proletariato emetterà il suo verdetto, la comunicherà e ancora là nelle strade e nelle piazze, lo renderà esecutivo. Calabresi ha paura, ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre più. Quando gli sfruttati rompono le catene dell’ideologia borghese e praticano le proprie idee, la forza dell’esempio diventa dirompente; i proletari di Trento che hanno rifiutato la legalità borghese per assumere quella rivoluzionaria, hanno compiuto il primo processo e la prima esecuzione. L’imputato e la vittima del secondo è già da tempo designato: un commissario aggiunto di P.S., torturatore ed assassino. Sappiamo che è solamente un servo, un esecutore del progetto dello stato capitalista di repressione del proletariato; sappiamo che dentro tutto l’apparato statale, nel governo, nel parlamento, nell’esercito, nei partiti, nei sindacati, esistono mille Calabresi, criminali quanto e più di lui, che ogni giorno con le armi, con la violenza, con l’inganno, con la fatica, con le false illusioni opprimono il proletariato, lo sfruttano, lo ingabbiano; e sappiamo quindi che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo stato assassino.

Luigi Calabresi, commissario aggiunto di P.S., 30 anni, abitante a Milano, in via Largo Pagano (la casa è riconoscibile perché segnata di scritte, ora cancellate, e perché vi staziona davanti una macchina con un poliziotto in borghese). Il numero di telefono non è riportato sull’elenco ma fino a poco tempo fa, su richiesta, veniva comunicato dal centralino. Stipendio «dichiarato»: 160 mila lire al mese. Sposato e padre di una bambina. Agente del S.I.D. (ex SIFAR) e della C.I.A. Torturatore di alcuni compagni, assassino di Giuseppe Pinelli, complice degli autori della strage di Milano. Collaboratore del consigliere istruttore Antonio Amati. Pubblicista collaboratore nel ’66 della «Giustizia», organo ufficiale del Partito Socialista Democratico Italiano (oggi PSU; il partito di Saragat). Sempre nel ’66 fa un viaggio in America dove frequenta un corso di specializzazione presso la C.I.A.

Nel ’67 a Roma fa l’accompagnatore del generale Edwin A. Walker, consigliere militare del fascista Barry Goldwater. Presenta il generale ai colleghi italiani Aloia e De Lorenzo.

Partecipa a riunioni segrete con questi nella casa di De Lorenzo, in via di Villa Sacchetti 15. Dopo l’attentato fascista del 25 aprile Luigi Calabresi procede all’arresto di cinque anarchici e in carcere notifica loro il mandato di cattura; compie personalmente perizie grafologiche sugli arrestati, senza l’intervento della difesa, ne trasporta uno nel bergamasco perché indichi, dietro minacce, la cava da cui avrebbe rubato dell’esplosivo (furto peraltro inesistente). Luigi Calabresi, il commissario Zagari, e gli agenti Muccilli e Panessa torturano in questura con schiaffi, colpi alla nuca, pugni, torsione dei nervi del collo e minacce il compagno Paolo Faccioli, costringendolo a firmare un verbale falso di autoaccusa.

La sera del 12 dicembre, tre ore dopo gli attentati, dichiara che «i colpevoli sono gli anarchici» poi va al circolo anarchico di via Scaldasole e preleva Pinelli. Durante il tragitto chiede di «quel pazzo sanguinario di Valpreda». In questura dirige gli interrogatori di Pinelli insieme a Sabino Lo Grano, Vito Panessa, Carlo Mainardi e Mucilli. Domenica 14 Pinelli è ancora trattenuto illegalmente in questura e dice ad un altro fermato di sentirsi perseguitato da Calabresi. Dalla stanza in cui Pinelli continua ad essere interrogato provengono rumori «come di una rissa». Poco dopo la morte di Pinelli; Calabresi dice ad un fermato di essere stato presente al momento della caduta. Insieme a Vito Panessa sostiene che Pinelli era un delinquente ed era coinvolto negli attentati del 25 aprile. Successivamente la questura affermerà che Calabresi si trovava al momento della morte di Pinelli nell’ufficio di Antonino Allegra. Parecchi mesi dopo Calabresi compie una perquisizione nella casa di Milano di un agente del KYP (la sezione greca della CIA); la perquisizione, secondo Calabresi, è negativa in quanto non consente di scoprire elementi rilevanti. Poi si viene a sapere che nella casa del suddetto agente sono state trovate cassette metalliche simili a quelle della bomba della Banca Commerciale, un timer anch’esso simile, armi e pallottole.

Il 9 ottobre Luigi Calabresi comparirà davanti alla 1 sezione del tribunale di Milano, presieduta dal consigliere Biotti, Pubblico Ministero Guicciardi, per rispondere dell’assassinio di Giuseppe Pinelli. Luigi Calabresi è difeso dall’avvocato Lener, già difensore dei poliziotti che nel luglio ’60 a Reggio Emilia mitragliarono i proletari ammazzandone 6, difensore di Felice Riva sfruttatore di operai, bancarottiere e attualmente turista nel Libano, e ancora difensore del fascista Guareschi e dell’ammiraglio (ugualmente fascista) Trizzino.

Lotta Continua luglio 1970 Parola di Amati

27 settembre 2012

Giudice Istruttore Antonio Amati

L’accoglimento della richiesta di archiviazione dell’inchiesta su Pinelli da parte del famoso giudice Amati, ed il rinvio del processo Calabresi-Lotta Continua, previsto per luglio e rinviato poi alla seconda metà di settembre sono il risultato delle ultime settimane di lavoro della magistratura milanese.

Ora i giudici, che quest’anno hanno lavorato parecchio, se ne possono finalmente partire chi ai monti chi al mare: le cose sono state esattamente predisposte per l’autunno, quando la giustizia sarà rientrata dalle ferie.

L’inchiesta sul «caso Pinelli» (il caso veramente c’entra poco con la sua morte) ed il processo a Lotta Continua sono come si sa due vicende tra loro collegate; era necessario arrivare prima all’archiviazione per andare poi, con tutta calma e con una smemorata estate di mezzo, al processo contro Lotta Continua: La firma del noto giudice Amati in calce al provvedimento di archiviazione anticipa infatti e precostituisce  per così dire, l’esito del processo: se Pinelli si è suicidato, come sostiene Amati, vuol dire che non è stato ammazzato; dunque, le accuse rivolte da noi ai dirigenti della questura milanese, ed in particolare al commissario Calabresi che condusse 1’«interrogatorio», non possono che essere gratuite diffamazioni. Tutto chiaro quindi.

Peccato soltanto che per arrivare a questa conclusione il dotto Amati sia stato costretto ad arrampicarsi sugli specchi per ben 55 pagine dattiloscritte, e a sconfessare clamorosamente persino la motivazione di archiviazione proposta dal giudice Caizzi (che ha condotto l’istruttoria): se Caizzi parlava infatti pilatescamente di «morte accidentale», il valoroso giudice Amati torna alla tesi del suicidio che, come del resto anche l’omicidio, ha ben poco di «accidentale».

Su questo punto vale la pena di soffermarsi un momento.

Il ritorno alla famigerata tesi del questore Guida, necessario per tentare di scagionare fino in fondo la polizia, è parecchio avventuroso, se si pensa che la spiegazione fornita dal questore la notte dell’assassinio di Pinelli («…si era visto incastrato, il suo alibi era crollato, il suo gesto equivale a un’autoaccusa, al suo posto io avrei fatto lo stesso …») si è nel frattempo dimostrata un falso grottesco, degno solo di un ex-secondino di Ventotene.

È a questo punto che Amati deve chiamare a soccorso tutta la sua dottrina per mantenere la tesi del suicidio senza però accreditare di nuovo le vecchie menzogne di Guida; così veniamo a sapere che per togliersi la vita non occorre nessun motivo particolare, come la casistica e la dottrina ampiamente citata ci verrebbero a dimostrare.

Pinelli quindi si è suicidato, ma non perchè «il suo alibi era crollato», non perchè «si era visto incastrato», bensì perchè «colto da raptus suicida».

Non è convincente? Il «raptus suicida» è una cosa che, se ti coglie, ti butti dalla finestra. Non importa se hai un alibi di ferro, non importa se Calabresi non è riuscito a incastrarti, o se magari l’hai incastrato tu: ti prende il raptus, e ti getti.

Tra l’altro veniamo a sapere che a Pinelli il raptus gli era già preso il giorno prima, la domenica a mezzogiorno: questa la sensazionale rivelazione che ci fa il giudice Amati: Pinelli aveva già tentato di uccidersi prima ancora di sapere della incriminazione di Valpreda.

Per fortuna l’agente Perrone, autista di Calabresi; passa proprio in quel momento davanti all’ufficio del suo padrone, dove si trova Pinelli, vede che l’anarchico si sta gettando, riesce ad afferrarlo in tempo e ad «impedire così l’insano gesto».

Il raptus scompare poi nel pomeriggio, Pinelli torna normale, incontra la moglie e la madre alle quali appare sereno e calmissimo, come apparirà ancora il giorno seguente al teste che si reca in questura a convalidare il suo alibi. Ma ecco che, a mezzanotte del lunedì, durante una pausa dell’interrogatorio torna improvviso il raptus suicida, Pinelli si alza dalla sedia, va verso la finestra, si getta; il brigadiere Panessa, che cerca di trattenerlo, è più sfortunato del collega Perrone: in mano gli resta solo una scarpa, anzi un’impressione di scarpa.

Questa è in sintesi la tesi di Amati. Commentarla è superfluo: sappiamo chi è Amati, conosciamo il suo valore, la sua dottrina, il suo infaticabile zelo.

È lui l’uomo che gestisce le istruttorie di una buona parte delle numerose bombe scoppiate da due anni a questa parte a Milano.

È lui che sistematicamente le attribuisce agli anarchici, a dispetto delle prove, degli indizi, del senso comune.

È lui che, a mezz’ora dalla strage di Piazza Fontana, con istinto sicuro indirizza verso gli anarchici le indagini della polizia, che peraltro già si muoveva autonomamente in quel senso, grazie all’istinto altrettanto sicuro di un Calabresi.

È lui infine che, colto da un raptus di attivismo già nelle settimane che precedono le bombe, convoca da diverse città, per diverse ragioni, una serie di persone tra cui sono sia Valpreda che uno dei suoi tanti sosia, cosicchè entrambi si verranno a trovare, per una simpatica coincidenza, a Milano il giorno della strage.

Chi dunque poteva decidere come e quando archiviare il «caso» Pinelli meglio dell’ex Uff. della Benemerita, giudice Antonio Amati?

Lotta Continua 24 marzo 1970 Un governo vale bene un vetrino

24 settembre 2012

Alla luce del progetto politico che sta dietro la strage di Milano, si capisce appieno anche l’incriminazione dei parenti di Valpreda, i quali dopo aver affermato per due mesi la stessa coerente versione, ora vengono improvvisamente incriminati per falsa testimonianza; in questo senso si può addirittura spiegare (se non fosse, per la sua ridicolaggine, al di fuori di ogni logica) anche la storia del vetrino giallo, anzi verde, come correggono dopo alcuni giorni gli inquirenti. Da questa borsa dei miracoli potrebbe ormai saltare fuori anche un cadavere tagliato a pezzi o un coniglio e non ci stupiremmo più di tanto, dopo che è stata abilmente fatta saltare fuori (col vetrino) persino la «firma» di Valpreda e la sua confessione. Certo che l’organizzatore di questo complotto lucido e perfetto è davvero un ingenuo e uno sprovveduto se dimentica un suo strumento di lavoro, un suo oggetto personale e caratteristico, dentro la borsa con cui trasporta le bombe. Sarebbe in definitiva come se un generale che va a rubare galline dimenticasse il carrarmato nel pollaio. E pensare che i compagni anarchici possano essere più stupidi dei generali è davvero un po’ troppo. Senza considerare poi il fatto che, secondo quanto dice l’informatissimo «Corriere», del vetrino se ne parla per la prima volta nell’interrogatorio del 27 gennaio; e in tutto questo periodo (dal 12 dicembre al 27 gennaio) che cosa ha combinato il vetrino? Era forse nascosto nelle capaci pieghe della borsa? E questa borsa poi che per 4 ore è stata agitata, sballottata, scossa, esaminata all’interno della Banca Commerciale da impiegati curiosi che volevano ascoltare il ticchettio… certo non sarebbe stato troppo difficile nascondere non uno ma decine di vetrini dentro la borsa … (e che qualcuno l’abbia fatto sul serio ne siamo certi, e non certamente Valpredra o Sottosanti).

Intanto il capitano Varisco viene mandato in giro per l’Italia – a recapitare plichi segreti – dicono; e già che c’è, ne approfitta per fare due visite in più, la prima al consigliere istruttore Antonio Amati, la seconda, pare, in Friuli. Ad Amati dispiaceva sinceramente di essere stato tagliato fuori, sinora, dall’inchiesta. Lui è un esperto in attentati, sa tutto, sa forse quasi di più di Calabresi, tant’è vero che è stato lui il primo, nel tardo pomeriggio del 12, a telefonare in questura (forse puntava sulla taglia) per suggerire la pista degli anarchici. E quindi ora in una maniera o nell’altra vuole riaffermare il suo diritto a partecipare all’«inchiesta del secolo». E c’è riuscito; in quanto dirigente dell’ufficio istruzione poteva avocare a sé l’istruttoria milanese e si è affrettato a farlo; sarà lui quindi ad interrogare i parenti di Valpreda. Amati comunque ha parlato con Varisco; gli avrà proposto (è una sua specialità) una testimone segreta? Una che potrebbe affermare che Valpreda il giorno 13 non solo si trovava a Roma al bar Jovinello, ma magari contemporaneamente a Taormina e a Domodossola a parlare del più e del meno, di tritolo e di commedie musicali, di attentati e di danza classica.

Ma il capitano Varisco è andato anche fino a Udine e pure questo è perfettamente spiegabile. Il 30 o il 31 ottobre del 1969 in un bosco alla periferia di Forni di Sopra in provincia di Udine fu scoperto il cadavere di un giovane colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco. Addosso al morto i carabinieri rinvennero un solo documento: un foglio di congedo intestato a Piero Rossi, universitario ventinovenne nato a S. Giuliano Terme (Pisa) e domiciliato alla casa dello studente di Milano. Ma dopo alcuni accertamenti si scoprì che lo studente Piero Rossi (che era stato tra gli occupanti dell’ex Hotel Commercio) era vivo e non era in grado di spiegare come mai il suo documento fosse finito addosso a un cadavere. Passò un po’ di tempo e si riprese a parlare di questo cadavere quando il democristiano Lorenzon affermò di aver sentito il suo ex amico Ventura, (editore neonazista) attribuire la uccisione del giovane ad agenti del SID. Il capitano Varisco potrebbe quindi avere tra i suoi compiti quello di approfondire le indagini su questo delitto (o forse quello più credibile, di chiudere completamente il caso). È certo comunque che elementi interessanti potrebbero saltare fuori; basta considerare le rivelazioni fatte da Lorenzon per rendersene conto: «Sì, Ventura mi ha detto di essere stato uno degli organizzatori e dei finanziatori degli attentati sui treni, la notte tra 1’8 e il 9 agosto». E ha aggiunto questi particolari: che a dare i soldi e a curare il piano erano stati lui e altri due; che in complesso aveva operato un gruppo di nove persone; che parecchie di queste persone non avevano neppure il denaro per le spese di viaggio; e che tutto, bombe e rimborsi spese, gli erano costati centomila lire per attentato. Ventura mi confidò che prima degli attentati di Milano lui aveva parlato di bombe da piazzare in quella città con una persona che io non conosco». Così senza che la polizia faccia il minimo sforzo e la minima indagine, la verità sul terrorismo in Italia comincia ad emergere, ed emergono anche con estrema chiarezza e precisione nomi, complicità, prove. Basterebbe volerle leggere e collegarle e quello che è l’apparato finale e materiale della «strategia del tritolo» potrebbe essere tutto definito e individuato. Ma questo naturalmente non lo si vuole fare, perché scoprire gli esecutori vuol dire suggerire i mandanti, e a questo punto il gioco potrebbe diventare fastidioso. La gente vorrebbe saperne qualcosa di più e farebbe domande, farebbe le sue inchieste, e la cosa si rivelerebbe estremamente pericolosa per questa loro «democrazia», fondata sulle bombe e sui servizi segreti.

24 cantanti denunciati e prosciolti

Quando nel Palazzo di Giustizia, durante il processo contro Bellocchio, cantavamo la Ballata di Calabresi (già Ballata di Pinelli) eravamo coscienti di «diffamare» almeno tre persone (per la precisione Luigi Calabresi, Marcello Guida, Sabino Lo Grano), in quanto molto semplicemente le accusavamo di omicidio e affermavano che erano state loro tre a far cadere Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura. E anche se questa è la verità, se non è almeno Giorgio Bocca a confermarlo, sempre di «diffamazione» si tratta.

Ma non pensavamo certo di fare una «radunata sediziosa» dal momento che «non è punibile chi, prima dell’ingiunzione dell’autorità, o per obbedire ad essa, si ritira dalla radunata» (art. 655 C.P.); e questa ingiunzione non c’è mai stata. Comunque è per «radunata sediziosa» che siamo stati denunciati.

La cosa non ci dispiaceva tanto, in definitiva; era forse l’occasione per dire apertamente in un tribunale chi sono gli assassini di Pinelli. Questo deve averlo pensato, però, anche il pretore Letterio Cassata, che ci ha prosciolto in istruttoria. Ma non finisce qui.

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

A rivista anarchica n6 Luglio Agosto 1971 Sempre quelli (senza autore)

16 ottobre 2011

Nelle istruttorie contro gli anarchici, in tutte le iniziative repressive degli ultimi tre anni, c’è sempre la mano degli stessi figuri – membri delle tre specializzazioni repressive: polizia, magistratura e stampa. Questi figuri rispondono ai nomi di:

LUIGI CALABRESI – Commissario di P.S.; Ha condotto praticamente in prima persona tutte le indagini ordinate dal Giudice Amati. È lui che malmena Faccioli durante gli interrogatori, è sempre lui che provoca Braschi a “buttarsi dalla finestra”. È lui che in piena notte accompagna Faccioli per le campagne del circondario milanese, lo costringe a correre davanti all’automobile – che lui guida a fari spenti – e gli grida “Confessa! Non vedi che potremmo farti fuori e far credere che è stato un incidente?”.

È nel suo studio che viene ucciso il compagno Pinelli perché – secondo la più attendibile ricostruzione dei fatti – aveva capito qualcosa che poteva smascherare il complotto ordito contro Valpreda. È sempre Calabresi che preleva con l’inganno e la prepotenza Braschi dal carcere di S.Vittore e lo accompagna in una cava del bergamasco pretendendo che ammettesse di avervi effettuato un furto di esplosivi.

Calabresi è un poliziotto molto protetto dall’alto, probabilmente dal S.I.D.

Condivide le responsabilità delle sue azioni con Panessa (picchiatore di Braschi e Faccioli), promosso Maresciallo dopo l’uccisione di Pinelli.

BENIAMINO ZAGARI – Vice Capo dell’Ufficio Politico. Nell’aprile del 1969, durante le perquisizioni delle abitazioni di Braschi e Faccioli, vengono sequestrati dei vetrini gialli, ciò non vien fatto comparire nei verbali di sequestro. Nel marzo 1970, dopo oltre tre mesi dalla strage di piazza Fontana, è proprio Zagari che consegna al P.M. Occorsio il famoso vetrino giallo che asserisce di aver trovato nella borsa che conteneva la bomba inesplosa alla Banca Commerciale!!! Pensate: questo vetrino giallo fa la sua comparsa in una borsa dopo tre mesi, dopo che questa era stata ispezionata, scrutata, rovistata, chissà da quanti poliziotti, senza averlo trovato, ecco che il solerte Zagari vi reperisce il vetrino che costituisce la “prova”, la “firma”, per così dire, di Valpreda all’attentato.

Com’è noto – e com’era noto soprattutto alla polizia – Valpreda avevo un negozio per la vendita delle lampade Tiffany e faceva uso di quei vetri per la loro fabbricazione. Ecco perché Zagari ha la brillante idea di “scoprire” il vetrino nella borsa.

TEONESTO CERRI – perito balistico e amico stretto della Polizia e della Procura milanese. È lui che fece esplodere precipitosamente la bomba inesplosa della Banca Commerciale, facendo sparire così un importantissimo elemento da cui si poteva stabilire con certezza la qualità dell’esplosivo, le capacità tecniche di chi l’aveva confezionato, ecc. È lui che effettuò le perizie balistiche per gli attentati attribuiti ai compagni processati a Milano; “perizie” che non furono effettuate sui frammenti e sui reperti degli ordigni esplosi ma sui… rapporti di polizia. È chiaro che su questa base classificò micidiali tutti gli ordigni, tranne che quelli della Fiera e della Stazione Centrale. È sempre Cerri che – esorbitando dai compiti e dalle funzioni proprie del perito balistico e trasformandosi in poliziotto, a forza di supposizioni, congetture e fantasie personali, stabilisce che il furto dell’esplosivo “potrebbe essere avvenuto nel bergamasco”. Oggi Cudillo dice che Valpreda avrebbe usato il resto degli esplosivi provenienti da questo inesistente furto.

GIORGIO ZICARI – Ex parà, giornalista del Corriere della Sera, è uno dei migliori collaboratori della Polizia. Nelle lettere della Zublena viene definito “Giorgetto squillo” e “Giorgetto della Procura”. Ha reso i migliori servigi alla Polizia facendo dei brillanti “colpi” giornalistici: fa finta di scoprire – in realtà era noto a tutti – Ivo Della Savia in Belgio; poco dopo intervista il fascista Serafino Di Luia a Barcellona – ma pare che in realtà fosse in Italia -, e Nino Sottosanti in Sicilia. La sua specialità è quella del terrorismo giornalistico, dello scandalismo politico, della volgare manipolazione e distorsione delle notizie e dei fatti. È un vero tecnico della campagna diffamatoria, e sembra che – giornalisticamente – non si occupi d’altro. In tutti i suoi articoli difende strenuamente le tesi di Amati, Occorsio e Cudillo.

ANTONIO AMATI – Capo dei Giudici Istruttori. Pare che in gioventù abbia combattuto con le truppe fasciste contro la Repubblica Spagnola. Nel dopoguerra lo ritroviamo Ufficiale dei Carabinieri, ed è in questo periodo che allaccia le sue migliori amicizie e guadagna le coperture politiche più valide. Poi viene incaricato di entrare nella Magistratura. Diventa Giudice Istruttore. È il responsabile della montatura organizzata ai danni di Braschi, Pulsinelli, Faccioli, della Savia. È lui che interviene ogni volta che le indagini si orientano verso i fascisti per bloccarle. È lui che convoca Valpreda a Milano – per interrogarlo su un procedimento per oltraggio proprio, guarda caso, il 12 dicembre. Valpreda va a Palazzo di Giustizia nello studio di Amati, ma questi non si fa trovare. È sempre Amati che mezz’ora dopo l’esplosione di Piazza Fontana – quando ancora non si sapeva con certezza se la deflagrazione era stata causata dallo scoppio di una caldaia o da altro – telefona alla Polizia per esortarla a dare la caccia agli anarchici. È lui che urla a Valpreda – come poterono ascoltare i giornalisti all’esterno dello studio – che gli anarchici “… sono dei pazzi e si inebriano alla vista del sangue…”. È lui che si rifiuta di allegare agli atti istruttori il “rapporto P.” trafugato dalla resistenza greca e che attribuisce agli agenti dei colonnelli greci la responsabilità degli attentati alla Fiera e alla Stazione. È lui che archivia l’inchiesta su Pinelli decretando che è stato un “suicidio”. È lui che archivia la denuncia per diffamazione presentata dai congiunti di Pinelli contro il Questore fascista Guida che aveva dichiarato alla stampa “… Pinelli si è ucciso perché ormai era alle corde… avevamo le prove della sua partecipazione alla strage…”, calunnia delle più bieche poiché l’alibi fornito da Pinelli ha retto e regge tutt’oggi!

C’è da dire che Amati procede a tutte queste archiviazioni in pochi mesi… mentre è lento come una lumaca nell’istruttoria sugli attentati del 25 aprile e costringe i compagni innocenti a 2 anni di carcere preventivo!

Pare che Amati si sia occupato dell’inchiesta giudiziaria che nel 1965 prese avvio dopo il crack finanziario di 1500 milioni della SFI.

In questo affare erano implicati Junio Valerio Borghese, J.M. Gil Robbes, A. Spataro (figlio del vicepresidente del Senato ed ex Ministro degli Interni) e Rafael Truijllo junior, figlio dell’ex dittatore dominicano. Per quanto ci è dato sapere questo processo è stato insabbiato e ancora oggi non è stato “celebrato”.

È sempre Amati che conduce l’istruttoria per il cosiddetto sequestro di Trimarchi.

È ancora Amati che si occupa dell’istruttoria per le rapine e la sparatoria di Milano del 1967. In questo caso Amati rende uno dei più grossi servizi alla Polizia che – per recuperare e riconoscere alla Banca una decina di milioni – non esitò ad aprire il fuoco e a sparare all’impazzata in piena città. Amati si è sempre opposto e sempre si opporrà a che si effettuino le perizie balistiche per accertare da quali armi – quelle della Polizia o quelle di Cavallero e soci – partirono i colpi mortali. Perché?

È Amati che qualche mese fa incarcera tre antimilitaristi e pur di negar loro la libertà provvisoria arriva a definirli “elementi socialmente pericolosi”.

Sull’onda del risultato del processo per gli attentati del 25 aprile, ove è crollata la montatura perpetrata da Amati e dopo gli sbalorditivi sviluppi del processo Calabresi – Baldelli ove è chiaramente crollata la tesi del “suicidio” sostenuta da Amati, dopo tutto questo Amati – a rigor di logica – dovrebbe essere perlomeno sospeso dal servizio. Invece siamo convinti che rimarrà al suo posto, un posto di estrema delicatezza ed importanza, posto che ha saputo tenere “brillantemente” salvaguardando sfacciatamente gli interessi dell’establishment. Amati è il deux ex machina e il più ligio esecutore della volontà dell’apparato statale, di cui tutela integrità e interessi, è l’uomo protetto che protegge ogni infamità o crimine della Polizia: per l’uccisione di Pinelli e per le bombe della Fiera ha protetto onorevolmente Calabresi e il “giro” dell’Ufficio Politico di Milano.

Amati come Calabresi agisce con ogni probabilità protetto dal S.I.D.

… ma c’è chi li difende

L’Avvocato Massimo De Carolis (capogruppo DC a Palazzo Marino, nonché sostenitore delle manifestazioni fasciste della “maggioranza silenziosa”, nonché giovane civilista arricchitosi al servizio della Curia) e il suo degno collega Avv. Lodovico Isolabella hanno inviato a “tutti i magistrati e a tutti gli avvocati di Milano” (esclusi quelli di sinistra) un documento di cui riportiamo qualche frase al solo fine di mostrare la levatura intellettuale e politica degli ultimi difensori di Amati e Calabresi. I suddetti si scagliano contro la “reiterata” pubblicazione sull’Espresso del 13, 20, e 27 giugno, della lettera aperta sottoscritta nei giorni scorsi da un gruppo di uomini politici e di cultura, sdegnati per quanto sta accadendo al processo Calabresi-Baldelli. I “Nostri” scrivono testualmente che Amati e camerati hanno agito “seguendo l’imperativo della verità alla luce della loro coscienza”. (Quanto alla “luce della loro coscienza” non avevamo dubbi!) Caizzi invece, iniziati gli accertamenti preliminari “li ha conclusi con fulminea rapidità, accurati, meticolosi, complessi”. Il decreto di Amati, ci dicono, consta di 55 cartelle “per consentire a qualunque interessato ogni più completa conoscenza ed ogni eventuale e conseguente determinazione o rimedio: istanze, reclami, critiche e censure”. Amati, Caizzi e Calabresi sarebbero, secondo la lettera, “persone libere e oneste che giorno per giorno spendono la loro esistenza nella tutela di un sistema… che si regge su ossatura pregna di autentici valori e che rivendica sicure grandezze“. (!)

A rivista anarchica n 313 dicembre 2005 gennaio 2006 Pinelli Piazza Fontana Il commissario-finestra di Patrizio Biagi

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/61.htm

Il commissario Luigi Calabresi non era certamente quello che oggi molti vorrebbero far apparire

Trentatré anni fa il dott. Luigi Calabresi, commissario della squadra politica della questura di Milano, veniva avvicinato da alcune persone che dichiararono in seguito di averlo fatto nell’intento di “scambiare quattro chiacchiere come si usa tra amici”. Alle contestazioni mossegli da costoro, circa le sue palesi responsabilità nell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, il commissario negò decisamente ogni addebito. Ma quando, per tendergli un trabocchetto, gli fu detto: “Calabresi confessa, che il tuo amico Allegra ha parlato”, il commissario, dopo essersi sbiancato in volto, mormorò: “È la fine della polizia di stato”, poi con mossa felina (il gesto fu talmente repentino che nessuno riuscì a fermarlo. Solo uno dei presenti riuscì a togliergli la terza delle due pistole che aveva con sé) afferrava una pistola e si sparava un colpo in testa.

Una rapida inchiesta archiviò subito il caso come morte accidentale (non volendo usare il termine suicidio che risultava essere un tantino forte), ma le patriottiche coscienze non potevano accettare una simile tesi e l’inchiesta fu così riaperta, dimostrando che non di morte accidentale (o suicidio) si era trattato, bensì di malore attivo: infatti il Calabresi alla notizia della confessione di Allegra sarebbe dapprima impallidito, poi, colto da malore attivo (malore che invece di provocare un accasciamento nel colpito, provoca in lui un raptus attivo) afferrò, senza rendersene conto, la pistola d’ordinanza e, sempre inconsciamente, si sparò il famoso colpo alla testa.

Sotto le finestre della questura

Questa ricostruzione dei fatti è ovviamente fantasiosa e non risponde certo alla realtà dei fatti, come fantasiose e non rispondenti alla realtà dei fatti furono le varie versioni sul “volo” di Pinelli date dalla questura e le due inchieste che ne archiviarono la morte, prima come “morte accidentale” (??!!) e poi come “malore attivo”.

Come non ci convinse allora la tesi del suicidio (troppo spudorate furono le menzogne della questura e di quella magistratura che queste menzogne aveva fatte sue), non ci convincerà in seguito, ne ci convince tuttora, la ridicola tesi del malore attivo, tesi partorita nel clima politico di “compromesso storico” (l’inchiesta fu chiusa nel 1975) che sempre più si stava facendo strada, tra le forze politiche istituzionali, nella seconda metà degli anni ’70.

Pinelli cadde a piombo sotto le finestre della questura. Un malore attivo lo avrebbe dovuto portare (lui alto 1,67) ad oltrepassare con un balzo il davanzale di una finestra che (con l’aggiunta di una piccola ringhiera) misurava ben 94 cm. Salto abbastanza difficile da attuare se si pensa che avrebbe dovuto compierlo da fermo, stando vicino al davanzale e senza prendere nessun tipo di rincorsa. In più il corpo in caduta avrebbe dovuto descrivere una parabola, che avrebbe allontanato il suo corpo di qualche metro dal muro dell’edificio, e non cadere a piombo come un oggetto inerte. Un’altra cosa: in quale paese “democratico” si è mai visto un inquisito che, durante l’interrogatorio, viene lasciato libero di avvicinarsi ad una finestra aperta, senza che venga presa la benché minima precauzione onde evitare tentativi di suicidio derivanti dalla durezza dell’interrogatorio?

Vasta montatura

Calabresi, che oggi la stampa ha rivestito degli “abiti nuovi” di poliziotto democratico che fa il suo dovere per il bene della collettività, fu tra gli artefici, insieme al giudice Antonio Amati, all’allora questore di Milano Marcello Guida, al capo dell’ufficio politico della questura Antonino Allegra, al giudice Ernesto Cudillo, al pubblico ministero Vittorio Occorsio, al giornalista del “Corrierone” Giorgio Zicari e ad altri meno noti ma ben più pericolosi, di una vasta montatura tendente a screditare i movimenti di emancipazione e della “nuova sinistra”, nel tentativo di giustificare una involuzione autoritaria del sistema. Montatura che ebbe le sue punte massime nell’addossare, contro ogni evidenza e ragionevolezza, la responsabilità delle bombe del 25 aprile (Fiera Campionaria e Stazione Centrale), dell’8 e 9 agosto (attentati a vari treni) e la strage di stato del 12 dicembre 1969 agli anarchici.

Calabresi fu forse una figura di secondo piano all’interno di questo vasto disegno reazionario, cionondimeno il suo nome sarà di gran lunga il più tristemente famoso di tutti e resterà per sempre e indissolubilmente legato alla morte di Giuseppe Pinelli. Sarà sempre ricordato, nella coscienza di molti che quei momenti hanno vissuto, come uno dei responsabili (assieme ai poliziotti e carabinieri presenti in quella stanza della questura: Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracuta, il tenente Lo Grano, …) della morte dell’anarchico.

Ma cerchiamo ora, con l’aiuto di alcuni brani di scritti contemporanei alle gesta del nostro eroe, di ridefinire il più nettamente possibile, anche se per sommi capi, un “profilo” che la stampa, a seguito della riapertura delle indagini sulla sua morte, ha contribuito a rendere oltremodo sfumato.

Nel ’69 viene trasferito a Milano giusto in tempo per occuparsi a modo suo delle bombe del 25 aprile. In tandem con il giudice Amati indirizza subito, e a senso unico, le indagini verso gli ambienti anarchici e dopo aver fatto passare molti anarchici al setaccio ne tratterrà alcuni come colpevoli dei due attentati (Braschi, Faccioli, Vincileoni e Corradini, ai quali si uniranno più tardi Pulsinelli, Della Savia, Norscia e Mazzanti).

È curioso notare il metodo, da lui usato nel condurre le indagini e che lo portano spesso a valicare i limiti del suo specifico ruolo di semplice commissario aggiunto della squadra politica.

Difatti (…). È lui che, sostituendosi ai magistrati, va in carcere a far fare perizie calligrafiche ai detenuti ed estrae il Braschi da San Vittore per fargli riconoscere ad ogni costo la cava fatale (1): è lui che notifica i mandati di cattura rabbiosamente emessi da Amati dopo l’ordinanza della Corte d’Appello (2). È lui che insieme ai suoi tre fedelissimi percuote e minaccia Faccioli negli interrogatori, è lui che, secondo le deposizioni e le lettere degli anarchici, non lascia dormire il Faccioli per tre giorni e tre notti e con un pretesto lo porta fuori Milano in macchina per farlo scendere ed ordinargli di correre avanti, mentre lui vien dietro a fari spenti (“Possiamo romperti le ossa come niente, e poi dire che è stato un incidente…”); è lui che, sempre secondo le deposizioni degli imputati, picchia Braschi minacciando di imprigionare sua madre e di infilargli della droga in tasca; è in questo periodo che lo chiamano “il comm. Finestra”; è sempre Calabresi che mette la sua firma alla deposizione della Zublena “dimenticandosi” di farla firmare a lei: la deposizione riguarda le responsabilità dinamitarde degli imputati Corradini che in dibattimento la Zublena dichiarava di non conoscere. (…) (3).

Il movimento anarchico cerca intanto di reagire a questa montatura che non fa presagire nulla di buono. Cominciano le stesure dei comunicati inviati alla stampa e da essa sistematicamente ignorati, la stesura di documenti di analisi sulla situazione, le conferenze, i sit-in davanti a San Vittore e al Palazzo di Giustizia in solidarietà con gli anarchici arrestati, gli scioperi della fame, le manifestazioni, ecc.

Ma se gli anarchici si muovono nemmeno Calabresi e i suoi accoliti stanno fermi. Con ferocia aggrediscono a sberloni gli anarchici che stazionano davanti al Palazzo di Giustizia e distruggono diverso materiale di controinformazione. In quest’opera di repressione sembra che uno dei più attivi sia stato appunto Calabresi.

Il livore antianarchico di Calabresi è talmente palese che durante una manifestazione del settembre, arriverà persino, dopo averlo preso in disparte, a minacciare rabbiosamente Giuseppe Pinelli: (…) a un certo punto a Pinelli si era avvicinato Calabresi chiedendogli di sciogliere la manifestazione. Non poteva scioglierla, dato che non era stato lui ad organizzarla, aveva risposto il Pinelli; in più i manifestanti avevano la sua solidarietà. “Pinelli, stai attento” aveva ribattuto Calabresi, “ché alla prossima occasione te la faccio pagare” (…) (4). Difatti nella notte tra il 15 e il 16 dicembre…

Oltre il normale fermo di legge

12 dicembre ’69: scoppia una bomba in piazza Fontana ed è strage. Calabresi intervenuto subito dichiarerà ai giornalisti presenti che per lui la strage è opera degli anarchici.

In giornata vengono fermati 588 anarchici e militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (che saranno rilasciati subito dopo). Il fermo dei fascisti è solo per fare un po’ di polverone, per far vedere che si indaga in ogni direzione senza alcuna prevenzione, ma la coppia Amati-Calabresi ha già in mente su chi scaricare le responsabilità di questa feroce carneficina.

Tra coloro che vengono fermati vi è anche Giuseppe Pinelli, il quale sarà trattenuto oltre il normale fermo di legge, senza che la magistratura venga informata di questo prolungamento del fermo, diventando a tutti gli effetti (se visto in un’ottica di formalità legale) un vero e proprio sequestro di persona degno dei più biechi stati di polizia che, negli anni ’60/’70, costellavano il continente sudamericano e non solo. Pinelli entrò in questura il pomeriggio del 12 dicembre e ne uscì (passando per la finestra) a mezzanotte circa del 15 e in questi tre giorni fu sottoposto a pesanti interrogatori nei quali non mancarono, sicuramente, pestaggi, minacce e violenze morali.

(…) Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lanciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. (…). Io gli ho detto: “Pino perché ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “Sì, ce l’hanno con me”. (…). Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. (…).

Dopo un po’, verso le 11,30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli (…) (5).

L’arresto degli ex militanti di Lotta Continua (Sofri, Pietrostefani e Bompressi) fa pensare che sia in atto qualcosa di più della semplice ricerca della verità sulla morte di Calabresi, fa pensare che qualcuno intenda cancellare e riscrivere la storia di un periodo, che culturalmente e politicamente ha significato molto per l’acquisizione di sempre più ampi spazi di libertà, riconducendolo ad un semplice scontro violento e militare tra lo stato e i suoi antagonisti, dove questi ultimi rappresentavano le forze disgregatrici della “democrazia”. Parola sempre pronta ad uscire fuori, e molto spesso a sproposito, come il classico coniglio dal cilindro del prestigiatore. Non solo. Nel frattempo si tenta di “riabilitare”, di fronte a chi ha la memoria corta e non possiede memoria storica, un personaggio che non potrà mai essere riabilitato.

Non vorremmo passare per gente che si è costruita la sua bella “verità” preconcetta, ma pensiamo che la verità sulla fine di Pinelli sia ancora presente sui muri, e che basterebbe scrostare qualche strato di vernice per trovarvi scritto sotto a caratteri cubitali: Pinelli è stato assassinato!

Patrizio Biagi

Note

1 – Cava dove Paolo Braschi, assieme a Piero Angelo Della Savia, si sarebbe procurato secondo l’accusa, l’esplosivo per confezionare le bombe, e in cui, sarebbe risultato in seguito, non si verificò alcun furto di esplosivo.

2 – Dopo oltre sette mesi di carcerazione, la Corte d’Appello concesse la libertà provvisoria a cinque degli anarchici arrestati, ma mentre Eliane Vincileoni e Giovanni Corradini poterono uscire, per gli altri tre (Braschi, Faccioli e Pulsinelli) il giudice Amati spiccò nuovi mandati di cattura evitando così la loro scarcerazione e giustificando questo provvedimento con il fatto di avere acquisito una preziosa supertestimone. La supertestimone di Amati sarà Rosemma Zublena, una psicolabile che al processo crollerà dimostrando di essere stata strumentalizzata dallo stesso Amati e dal commissario Calabresi.

3 – Camilla Cederna, Pinelli una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano, 1971. Il libro è stato ripubblicato nel novembre 2004 dalla Casa editrice Net.

4 – Id.

5 – Stralci della testimonianza di Pasquale Valitutti riportata in: Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e La Rivolta, Catania, 1970

Umanità Nova 3 luglio 1971 Calabresi e sei funzionari accusati di omicidio volontario Dopo lo scandalo Biotti la denuncia di Licia Pinelli di Comitato Politico Giuridico di Difesa

1 settembre 2011

 Lo Stato dovrà piegarsi ad ammettere la verità

E’ stato detto e ripetuto infinite volte: «vogliamo la verità sulla morte del compagno Pinelli, non taceremo finchè tutti i responsabili non saranno smascherati». E’ un obbligo che abbiamo verso un militante rivoluzionario che ha dato tutto se stesso alla lotta per la giustizia sociale. E’ un dovere verso il Movimento perchè la menzogna ufficiale con la quale si è tentato di coprire il suo assassinio nasconde i mandanti e gli esecutori della strage di Stato del 12 dicembre ’69.

In questo impegno c’è stata di esempio la compagna di Pino che da quella tragica notte non ha cessato un attimo di lottare, sorretta dal proposito di consegnare alle figlie integra e bella la memoria del padre.

Se ora tutto il popolo sa – come disse Faccioli al processo di Milano – che «Calabresi è un assassino», lo dobbiamo anche alla forte volontà di Licia.

Nel momento in cui lo scandalo per il ributtante «caso Biotti» sollevato da Calabresi investe tutto l’apparato statale e minaccia di travolgerlo in un baratro di vergogne e di intrighi, nel momento in cui sembrava che non ci fosse più nessuna possibilità di ottenere l’apertura di quella tomba, Licia Pinelli non si arrende, attacca con energia gli aguzzini del compagno. Lo Stato dovrà piegarsi, ammettere la verità.

I sette accusati di omicidio

La denuncia è grave ma precisa, argomentata e suffragata da una lunga serie di prove obiettive. Omicidio volontario, violenza privata, sequestro di persona, abuso di ufficio e abuso di autorità; queste sono le accuse che investono Calabresi, Allegra, Lo Grano, Panessa, Mainardi, Caracuta, Mucilli.

Dobbiamo inoltre osservare che nell’esposto presentato al Procuratore Generale sono formulate violente critiche alla magistratura, le conclusioni con le quali Caizzi ed Amati decisero l’archiviazione sono definite «non solo scarsamente convincenti ma anche arbitrarie ed illegittime».

Visto che già un tribunale ha disposto una serie di accertamenti, l’inchiesta di Caizzi ed Amati è da considerarsi priva di ogni serietà ed attendibilità, inficiata da molte nullità procedurali e pertanto una indagine sul loro operato appare inevitabile.

le motivazioni essenziali della denuncia

Esaminiamo brevemente le argomentazioni più schiaccianti della denuncia, senza dilungarci nella cronaca già nota.

1 – «Pinelli fu trattenuto illegalmente in questura, non esisteva alcun indizio a suo carico, non era in stato di “fermo”.

I funzionari ricorsero a ogni genere di violenza morale ed a modalità arbitrarie, non consentite, contestando fatti e circostanze con la perfetta consapevolezza di dire cose false».

2 – Tutte le deposizioni dei funzionari implicati nella vicenda sono «confuse, incredibili, contraddittorie», gli orari non collimano, oscillano di diverse ore. Le versioni sono troppe, diverse e contrastanti. Tutti reticenti sull’esatto momento in cui accadde la tragedia.

3 – Dall’esame necroscopico condotto dai primi periti «risultano elementi di singolare rilievo e precisamente: l’esistenza di un segno di agopuntura alla piega del gomito, un’area ovolare di cm. 6 x 3 alla base del collo. Non è forse quella ipotesi del colpo di karatè – dice la denuncia -che è stata avanzata ripetutamente dalla stampa e che è stata accolta dal collegio giudicante del processo Baldelli-Calabresi il cui presidente avrebbe dichiarato: «Io e i giudici ci siamo convinti che il colpo di karatè sia stato dato ed abbia colpito il bulbo spinale»? Perchè non si è proceduto ad accertamenti sul segno di agopuntura, dal momento che Pinelli non stava praticando cure endovenose?

4 – Perchè non si effettuò, nè si permise di effettuare, accertamenti sui vestiti e sulla macchia ovolare? Perchè Calabresi ed Allegra si abbandonarono ad inammissibili abusi contestando a Pinelli una confessione di Valpreda che non era mai avvenuta ed accusando lo stesso Pinelli degli attentati del 25 aprile ben sapendo che era estraneo a quei fatti?

5 – Perchè è stata accettata ed avallata dalla magistratura, senza approfondite indagini, la versione poliziesca se ogni logica portava a ritenere che Pinelli era stato ucciso? «Esclusa l’ipotesi impossibile inverosimile inaccettabile del suicidio, dimostrato che Pinelli fu sottoposto ad un trattamento che è tutta una escalation di illegalità, arbitrii, reati, la sua morte non può che essere ascritta a tutti questi comportamenti, ciò significa che si tratta di un vero e proprio omicidio».

6 – «Di rado si è visto qualcosa di più aberrante… Poi il tribunale decide la perizia, per la superficialità ed incompletezza dei precedenti accertamenti, ma essa dovette apparire così pericolosa a Calabresi ed al suo difensore da indurli a compiere un atto gravissimo quale laricusazione del presidente del tribunale».

Vedremo qualcosa di ancor più aberrante?

I congiunti, fino ad ora caparbiamente esclusi dall’inchiesta ufficiale sulla morte del compagno Pinelli, avevano precedentemente convenuto in giudizio il ministero degli interni, ma il procedimento va per le lunghe, sembra insabbiato da una interminabile congerie di intralci burocratici.

A questo punto attendiamo che la magistratura si pronunci, decida se dar corso o meno all’esposto per i gravissimi reati. Francamente non vediamo come le autorità possano ulteriormente negare ai familiari il diritto di una inchiesta completa e seria, con tutte le garanzie.

Noi siamo convinti che consentiranno la esumazione del cadavere solo quando saranno assolutamente certi che ogni traccia del delitto sarà sparita, non un giorno prima.

Se la magistratura temporeggerà nel decidere od opporrà cavilli od ostacoli procedurali, sarà evidente che l’aberrazione più completa ottenebra il potere. Ma «l’estremo tentativo – che Licia Pinelli ha voluto compiere – nel nome del marito tragicamente privato della vita e nell’interesse delle bambine che hanno diritto almeno di vedere restituita al padre quella integrità morale e quella saldezza che conobbero in lui» (così conclude la denuncia) sarà riuscito ugualmente in pieno perchè nessuno potrà allora più dubitare che l’uccisione di Pinelli è un delitto di Stato perpetrato premeditatamente per coprire i responsabili della strage di Stato.

Comitato Politico Giuridico di Difese