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1972 02 26 Umanità Nova – Processo allo Stato. Questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali perchè coinvolge lo Stato in prima persona

11 maggio 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Processo allo Stato

 

 

Un’inchiesta completamente inutile

Le bombe del 12 dicembre 1969 non sorprendono chi attendeva l’epilogo del vasto piano reazionario messo in moto con gli attentati del 25 aprile a Milano e con quelli dell’8 agosto ai treni.

L’inchiesta per la strage è immediatamente incanalata sulla stessa strada sbagliata già imboccata per «non far luce» sui precedenti attentati. Ad indicarla sono gli stessi funzionari di polizia e gli stessi magistrati che avevano fatto del tutto, costruito prove e testi falsi pur di accollare agli anarchici la responsabilità.

Il tentativo più meschino, ridicolo e sfacciato che è stato portato avanti con l’inchiesta sulla strage contro ogni logica e contro ogni legittima richiesta e protesta della difesa, è quello di aver isolato il tragico episodio del 12 dicembre ’69 da tutta quella serie di avvenimenti e di attentati che indiscutibilmente ad esso sono strettamente connessi.

La farraginosa istruttoria sulla strage di Stato è un documento prezioso non per il caotico cumulo di inutili parole che vi sono affastellate ma per tutto quello che accuratamente è stato lasciato fuori dalle carte processuali.

Staremo a vedere se di fronte al cumulo enorme di omissioni, di lacune, di contraddizioni che l’istruttoria presenta sarà possibile al tribunale condurre in porto il processo. Certo è che non è possibile anche se si ricorresse ai metodi dei tribunali speciali fascisti, sostenere le tesi dell’accusa così come emergono dagli atti con un minimo di credibilità e soprattutto non è possibile, senza sopprimere i diritti della difesa, mantenere il processo nel binario morto in cui l’accusa ha voluto incastrarlo. Pertanto la inchiesta è ancora tutta da fare e si dovrà prima di tutto indagare sull’operato degli inquirenti per cercare di svelare certe responsabilità sull’orientamento in senso unico, obbligato, delle indagini.

I veri responsabili

Senza complicità con elementi ed organismi dell’apparato statale è impossibile concepire e porre in atto progetti eversivi, rovesciamenti di potere, svolte autoritarie. La strage non è che uno dei momenti di terrore del progetto fascista. Eppure non si è indagato sui compiti svolti in Italia dagli agenti della C.I.A., non si è tenuto conto delle loro collusioni con i teppisti colonnelli greci e con le canaglie di casa nostra tipo Valerio Borghese ed Almirante, non si sono ricercati, nei vari organismi statali, i complici di tutta questa marmaglia.

Tutto questo non può essere attribuito al caso o a pura e semplice negligenza, ma è dipeso da una ben determinata volontà politica, da una precisa ragion di Stato. Pertanto siamo perfettamente d’accordo con gli avvocati della difesa: questo processo coinvolge la responsabilità di tutte le istituzioni dello Stato, lo Stato stesso.

Riesaminiamo il clima ed i fatti del 1969 per capire la strage e accusare lo Stato

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia : «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con gli avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una eloquente dichiarazione: «…la decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato… e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: lo esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia ».

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile…». La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: « Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine… ».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica… le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità…poniamoci il problema della repubblica presidenziale…».

Negli ambienti interessati, tra chi segue le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i teppisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dalla esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura, magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, lo uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce ed i suoi aguzzini sono costretti ad assassinarlo. Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dell’anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe che il suo alibi era crollato In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura del suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andate rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia, in tutti i centri di potere economico, avevano perfezionato piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi né nell’opinione pubblica né nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinìo delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissime, alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dello esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dei gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc., sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove. Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentari per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito all’unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto, riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta, e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perchè non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo la strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Uno di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo.

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7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.

11 luglio 1969 Questura Milano, Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

10 agosto 2013

Zublena, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, era stata la “supertestimone” al processo contro i compagni anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli ingiustamente accusati per aver messo le bombe fasciste del 25 aprile alla Fiera Campionaria e dell’8 agosto sui treni. Interessante notare – a parte le consuete “trame” anarchiche internazionali per le bombe -, la menzione di Enrico Rovelli come “esperto di dinamite e attentati” nonchè di detenere parte di esplosivo rubato (esplosivo che poi l’ufficio politico e Rovelli stesso cercheranno di “indirizzare” verso Pinelli e Valpreda).

 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi - dichiarazioni  della spia Rosemma ZUBLENA COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.