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1971 02 28 l’Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

10 novembre 2015

1971 02 28 l'Unità - Senza un perché le accuse agli anarchici. interrogato Calabresi

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande.

 

Milano. 27. Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perché l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, parti in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’Interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI — No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO — Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI — Alcuni fatti si, altri no… ad esempio non sapevamo dei rapporti fra la donna e il Braschi…

DOMINUCO — In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI — Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso… non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini   “anarchici”?».

CALABRESI   —   No…

DI GIOVANNI — E allora quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI — Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI — Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI — Si. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI — Non ricordo… Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI — No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI — Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI — No, era una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

 

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1970 09 14 Paese Sera – Entro il mese le conclusioni del PM Occorsio

3 novembre 2015

1970 09 14 Paese Sera - Entro il mese le conclusioni del PM Occorsio

 

La strage di Milano

Entro il mese le conclusioni del PM Occorsio

Il giudice Cudillo dovrà quindi redigere la sentenza istruttoria contro Valpreda e gli altri arrestati

 

Il fascicolo contenente gli atti istruttori dell’inchiesta svolta dalla magistratura sugli attentati compiuti a Milano e Roma nel dicembre dello scorso anno sarà probabilmente restituita dal pubblico ministero Vittorio Occorsio (il quale sta redigendo la requisitoria scritta) al giudice istruttore Ernesto Cudillo entro la fine del mese in corso. Immediatamente il magistrato, che ha diretto l’istruttoria formale, provvederà a redigere la sentenza istruttoria

Prima di inviare nei giorni scorsi il fascicolo al dottor Vittorio Occorsio, il giudice istruttore, accogliendo le istanze di alcuni difensori di imputati minori, ha fatto svolgere, soprattutto a Milano, altre indagini per controllare nuove circostanze e «suggerimenti» a proposito di responsabilità attribuibili secondo alcuni difensori, ad elementi filogreci, legati al governo dei colonnelli. Gli accertamenti fatti, comunque, non avrebbero mutato la posizione processuale di Pietro Valpreda, Roberto Mander, (che – come è noto – sta facendo lo sciopero della fame nel carcere minorile di Forlì), Roberto Gargamelli, Mario Merlino, Emilio Borghese ed Emilio Bagnoli. I sei sono accusati – ricordiamo – di associazione per delinquere, strage aggravata, detenzione, trasporto ed uso di materiale esplosivo.

Gli accertamenti nei giorni scorsi sono stati svolti in particolare, per richiesta dell’avvocato Eduardo Di Giovanni, difensore di Angelo Fascetti, il quale è stato incriminato in tempi recenti. Tra l’altro, la polizia milanese, per ordine del Magistrato, ha compiuto una perquisizione in un negozio di ferramenta e casalinghi appartenente all’oriundo greco Enrico Karanastassis. Gli accertamenti, che non hanno avuto esito positivo, sono stati svolti dal commissario Luigi Calabresi, della questura di Milano, e da una squadra di sottufficiali, nella sede del negozio, a Rozzano (Milano). In particolare, gli agenti dovevano stabilire se nella rivendita «si trovassero materiali eventualmente idonei alla fabbricazione di ordigni esplosivi», nonché cassette di sicurezza metalliche tipo «ditta ing. Parma». Di queste ultime ne sono state trovate tre, di differente misura. Ma Karanastassis sarebbe riuscito a dimostrarne il legittimo possesso, consegnando agli inquirenti la copia della bolletta d’acquisto. Gli agenti hanno anche trovato nel negozio un contaminuti «veglia modello 151» differente, comunque da quelli che furono usati per confezionare i mortali ordigni scoppiati il 12 dicembre dello scorso anno.

Tutto il materiale, insieme con alcune pallottole ed una pistola sequestrate nell’abitazione di Karanastassis, è stato messo a disposizione del magistrato inquirente. Le indagini – secondo quanto si è appreso – avrebbero comunque escluso ogni responsabilità del commerciante.

 

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1973 03 31 Umanità Nova – Sospesa l’estradizione di Ivo Della Savia

20 Mag 2015

(Nostra nota: mancano alcune righe nella parte finale)

 

1973 03 31 Umanità Nova - Sospesa l'estradizione di Ivo Della Savia

 

Come annunciammo, dopo aver accolto la richiesta di estradizione di Ivo Della Savia, di fronte alla decisa opposizione degli avvocati e delle forze dell’estrema sinistra, la magistratura tedesca fu costretta ad accettare che il caso fosse dibattuto alla presenza della difesa e di testimoni da questa convocati.

Giovedì 22 scorso all’università di Francoforte si è tenuto un teach-in nel corso del quale hanno parlato gli avvocati Di Giovanni e Dominuco e diversi compagni tedeschi.

Venerdì il processo, al quale sono stati ammessi come testimoni il giornalista inglese Finer, i compagni Mander e Di Cola e gli avvocati Di Giovanni e Dominuco. La testimonianza di Valpreda era stata accettata ma le autorità tedesche, con una inqualificabile azione, hanno bloccato per quattro giorni il telegramma che gli avrebbe consentito di recarsi all’estero.

Mentre all’esterno del tribunale centinaia di compagni improvvisavano una manifestazione di solidarietà e premevano per essere ammessi in aula, Della Savia è stato portato di peso all’interno del tribunale dove ha chiesto che il pubblico fosse ammesso al dibattito; ciò non è stato concesso ed egli si è rifiutato di assistere al processo. E’ stato portato via ed alcuni compagni hanno visto degli agenti che lo picchiavano brutalmente.

L’avvocato Di Giovanni ha svolto una dettagliata relazione sulla strage di Stato mettendo in luce le varie fasi della montatura poliziesco-giudiziaria ed il tribunale, per non assumere direttamente la responsabilità di una qualsiasi decisione, ha rinviato ad altra seduta in attesa di ricevere una copia autenticata della sentenza di Cudillo perché, qualora il Della Savia non risulti implicato per «concorso» nella strage, dovrebbero rimetterlo in libertà, altrimenti rimetterebbero la pratica alla corte costituzionale lavandose dovrebbero rimetterlo in cedura segue il caso di Angelo Della Savia.

 

1972 03 4 Umanità Nova – Salvati dalla guerra l’assassino Valerio Borghese e i suoi accoliti

19 Mag 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Salvati dalla guerra l'assassino Valerio Borghese e i suoi accoliti

 

E’ stato sufficiente che i legali presentassero istanza di libertà provvisoria per i cinque «golpisti» legati al bandito fascista Valerio Borghese per bloccare l’inchiesta sul fallito colpo di Stato. Ciò nel momento in cui stavano per essere emessi decine e decine di mandati di cattura e giungere così – attraverso un incredibile spalleggiamento di «competenze» da un ufficio all’altro della sezione istruttoria, della corte d’appello e della cancelleria della Cassazione – dopo oltre 7 mesi di inammissibili lungaggini per una decisione che poteva essere presa in quindici giorni a far scadere i termini di carcerazione preventiva.

Dobbiamo ammettere che il giudice istruttore e il P.M. fossero seriamente intenzionati a far luce sul vasto complotto, visto che tutta la macchina giudiziaria si è mossa per bloccare le loro indagini, per strappar loro dalle mani i relativi atti, impedire di ordinare la cattura di un buon numero di «alte personalità» implicate nel piano reazionario del criminale Valerio Borghese.

Tutte le sconcertanti, vergognose fasi della vicenda giudiziaria che ha portato alla scarcerazione dei cinque luogotenenti di V. Borghese, non escluso il fatto che costoro hanno trascorso quasi tutto il periodo di detenzione in accoglienti cliniche private (trattamento democraticamente riservato ai padroni, sfruttatori, aguzzini e loro puttane e servi), si sono svolte nel pieno rispetto delle leggi che, nel caso specifico e come in tutti i casi analoghi, vengono interpretate in una ben determinata maniera ed applicate nel rispetto di certa norma procedurale la cui elasticità consente qualsiasi soluzione del caso trattato.

Come diretta e logica conseguenza della scarcerazione dei cinque cospiratori fascisti è attesa ora la revoca del mandato di cattura per l’assassino e truffatore Valerio Borghese.

Che tutto questo avvenga nel momento in cui è iniziato il processo per la strage di Stato, nel momento in cui la DC decide di giocare tutte le sue carte esasperando la crisi con l’intento di spostare verso la destra fascista l’asse politico parlamentare e governativo, non è attribuibile al caso. Così come non è senza significato, senza una precisa volontà politica – tesa ad evitare che si scoprisse nella sua complessità il vasto disegno eversivo che ha messo in moto le cellule terroriste – che Occorsio e Cudillo rigettarono, nel corso della fase istruttoria per la strage, l’istanza della difesa intesa a riunire in un unico procedimento le inchieste collaterali, riguardanti tutti gli attentati e tutti gli avvenimenti che andavano e vanno inquadrati nello stesso disegno criminale.

Tutte le piste, che avrebbero condotto l’inchiesta per la strage verso la sua giusta direzione, vennero frettolosamente e scopertamente abbandonate non perché – come vorrebbero sostenere oggi i legali di Ventura – la difesa non ne abbia

richiesto esplicitamente «la acquisizione» ma perchè un preciso e ben individuato disegno politico ha imposto – contro la logica e contro le giuste e circostanziate istanze della difesa (si veda la memoria presentata dall’avvocato Di Giovanni) – all’istruttoria di ricercare ad ogni costo elementi di colpevolezza unicamente e solo a carico, degli anarchici che la polizia aveva prescelti come autori della strage.

Di fronte a questa predeterminata volontà politica tesa a sviare le indagini su capri espiatori precostituiti dovevano essere insabbiati tutti i tentativi di aprire un varco nell’inchiesta perché la verità potesse emergere. Pertanto non hanno avuto alcun peso, nelle decisioni di Cudillo ed Occorsio, e non hanno trovato collocazione nell’inchiesta, tutti quegli indizi e quelle prove che, da qualsiasi parte si esaminassero, convergevano tutte nello stesso punto, conducevano tutte alla scoperta di un vasto complotto fascista.

Calzolari, Ventura, Sottosanti, Di Luia, Fappani, Delle Chiaie, Cartocci, Pecoriello, Freda, Ordine Nuovo, MAR ecc. sono tutti elementi che offrivano agli inquirenti, più o meno direttamente, più o meno tramite Valerio Borghese od altri squallidi arnesi del genere, veri capi del colpo di Stato.

Il processo attualmente in corso contro Valpreda e compagni è l’estremo tentativo di soffocare definitivamente la verità sul fallito complotto perchè questo è il prezzo che il sistema deve pagare alla «ragion di Stato» per la impunità dei criminali mandanti ed esecutori annidati in tutte le sue strutture di potere.

 

 

1972 11 4 Umanità Nova – La scomoda posizione del fascista Merlino

18 Mag 2015

 

 

Il ruolo svolto dall’infiltrato Mario Merlino nel gruppo 22 marzo è stato chiaro fin dal primo momento e lui stesso fu costretto ad ammetterlo in sede istruttoria. Fu in base alle sue informazioni o, per meglio dire, anche in base alle sue informazioni, su quanto avveniva e si diceva nel gruppo, che fu possibile a fascisti e poliziotti di imbastire la trama della strage da accollare a Valpreda e compagni.

Già a suo tempo scrivemmo che le informazioni del fascista Merlino erano incanalate verso la stessa centrale alla quale pervenivano le informazioni del poliziotto Salvatore Ippolito e dell’agente del SID Serpieri. Ma Merlino, come semplice «infiltrato» del quale, fra l’altro, i camerati non potevano fidarsi per cose più serie, deve aver capito solo più tardi, a strage avvenuta, a chi ed a che cosa servivano le sue informazioni e visto che fine era stata fatta fare a Pinelli perché aveva capito che funzione stessero svolgendo le squadre politiche di Roma e Milano, deve aver avuto paura. E’ infatti da questo momento che Merlino cambia sensibilmente il suo atteggiamento e comincia anche se timidamente a rifiutare il ruolo che certi poliziotti e fascisti gli avevano assegnato nella trama contro gli anarchici. Egli doveva essere il principale teste d’accusa e si pretendevano da lui precise e circostanziate denunce che avvalorassero le vuote chiacchiere del poliziotto provocatore Ippolito e consentissero di arricchire l’inchiesta prefabbricata in fretta. Ma Merlino, dopo i primi bassi servizi resi alla polizia ha, per paura e per calcolo, un ripensamento, capisce di essere stato incastrato e rifiuta ogni ulteriore «collaborazione» con la «giustizia». Questo atteggiamento, imprevisto quanto ambiguo per i suoi camerati e per i poliziotti che già altre volte si erano serviti di lui, indurrà gli inquirenti a sbatterlo in galera nella speranza che si decida a dire quello che si vuole che dica. Invece Merlino non fa che dire la verità, e cioè che lui aveva solo funzioni di «informatore» ma basterà questo per mettere lo scompiglio nelle file fasciste e costringere molti alla fuga sotto gli occhi benevoli della polizia.

L’ultima clamorosa svolta dell’inchiesta su Freda e Ventura, costringendo a rivelare all’opinione pubblica la parte avuta da Catenacci Provenza ed Allegra nel coprire la pista nera e costruire così la montatura su Valpreda e compagni, ha rimesso in evidenza una serie di oscuri comportamenti delle squadre politiche di Roma e Milano per quanto riguarda la posizione di Merlino e quella di numerosi altri testimoni che furono a viva forza e con sfacciati sotterfugi, raggiri e ricatti, immessi nel calderone accusatorio insieme al falso teste Rolandi.

E’ ora di scavare fino in fondo nelle porcherie dell’inchiesta su Valpreda e compagni per smascherare definitivamente la montatura ed i suoi artefici, è perciò indispensabile che ognuno assuma le responsabilità per il ruolo svolto o che gli è stato imposto di svolgere.

Che oggi il fascista Merlino si renda conto di essersi cacciato in una situazione antipatica e scomoda è comprensibile, ed è giusto che il suo difensore, lo avvocato Armentano (socialista), si sia fatto interprete, in una conferenza stampa tenuta a Roma giovedì scorso, di questo suo stato d’animo e della sua volontà di non consentire a polizia e magistratura di rifarsi una verginità e di riconquistare la credibilità perduta sulle sue spalle e sulla scia di scandalistici ma lievi «indizi di reato» a carico di tre alti funzionari dello Stato, ma tutto questo non basta se non è seguito e suffragato da una precisa e chiarificatrice azione volta a smascherare la trama poliziesco-fascista alla quale, sia pure inizialmente, Merlino si è prestato.

L’interessante conferenza stampa aperta da un intervento dell’avv. Di Giovanni che ha sostenuto con fermezza ed abbondanza di argomentazioni e prove come «Provenza, Catenacci ed Allegra non sono stati dei cattivi funzionari, ma dei fedeli servitori dello Stato che hanno agito in osservanza alle disposizioni del potere politico il quale ha voluto costruire sulla strage e gestire per i suoi fini reazionari, la montatura sugli anarchici» si è conclusa con un chiaro e circostanziato discorso di Armentano che ha avuto, a nostro avviso, per quello che abbiamo precedentemente esposto, alcune lacune ed alcuni limiti che, se comprensibili per la diversa ed avversa matrice politica del suo cliente, che fascista era e fascista rimane, non sono compatibili con l’esigenza di chiarezza che l’azione politica e demistificatrice delle istituzioni ci impone.

Questo, ben inteso, vale per quel che riguarda il Merlino come individuo, come strumento più o meno incosciente dei suoi camerati e di funzionari della squadra politica di Roma, in quanto ci sembra inevitabile che costui, dal momento che accusa polizia e magistratura e rifiuta di far passare anche sulla sua testa la bassa macchinazione ordita contro gli anarchici, concretizzi e precisi le sue accuse con la denuncia di fatti e circostanze particolari ed inequivocabili, fatti e circostanze che si sono realmente verificate e che implicano precise e gravi responsabilità degli inquirenti.

Per quel che riguarda, invece, la difesa del Merlino, nulla da eccepire né sulla linearità giuridica delle azioni intraprese né sulla correttezza delle posizioni assunte, dobbiamo anzi darle atto di aver tempestivamente denunciati, con estrema energia, in due memorie ai magistrati inquirenti, le omissioni, le manomissioni, i falsi, le sottrazioni di prove di cui si stava infarcendo l’inchiesta: querele clamorose come quella per il famoso vetrino, falsi come quelli costruiti con le testimonianze di Ippolito e Maccoratti o con il verbale di Calabresi sulle cassette Juval trovate in possesso di Karanastassis, ed omissioni di indagini su borse, cassette, esplosivo, timers, ecc. sono opera della difesa di Merlino e ciò, a nostro avviso, dimostra che costui e di conseguenza i suoi avvocati sapevano perfettamente che tutta l’inchiesta non era altro che una spudorata montatura ed erano più di ogni altro in grado di sapere su quali imbrogli questa montatura si stava costruendo.

Ma proprio per questo è ora necessario, se si vogliono sventare ulteriori manovre e speculazioni, smascherare e colpire senza tentennamenti e senza viltà, tutti i responsabili della precostituita macchinazione politico- giuridico-poliziesca.

Umanità Nova 26 febbraio 1972 Dichiarazione politica dei compagni difensori di E. Di Cola ed E. Bagnoli nel processo per la strage.

18 Mag 2013

Gli avvocati Eduardo Di Giovanni, Francesco Piscopo, Rocco Ventre, Giuliano Spazzali, difensori degli imputati Enrico Di Cola ed Emilio Bagnoli, annunziando di costituirsi in collegio, hanno reso pubblica la seguente dichiarazione di linea nel processo per la strage di Stato:

 

Sotto la specie del caso giudiziario si sono compiuti atti politici di estrema gravità. Sotto la specie di risposte processuali questi difensori replicheranno con nuovi ed altri atti politici, senza però nasconderne la sostanza.

Il sostituto procuratore della Repubblica Occorsio è la prima figura di «consulente politico» che si incontra nell’istruttoria. E’ sua l’invenzione della competenza romana del processo. Interpretando le norme che fissano la competenza e distorcendole con procedimenti logico-giuridici apparentemente «legittimi», Occorsio ha imposto sin dall’inizio una soluzione politica del caso collaborando dunque attivamente con chi (dal ministero degli Interni agli uffici di polizia), senza proporsi problemi giuridici, aveva già stabilito che Valpreda e gli altri compagni anarchici prescelti come imputati dovessero essere giudicati a Roma, luogo questo ritenuto per molte ragioni più «sicuro».

Ciò dovrà essere denunciato sollevando a piazzale Clodio la questione della competenza prima di qualsiasi altra questione. In tal modo si entrerà subito nel cuore del processo e si affronteranno subito i primi nodi politici del caso. Chi si oppone e non vuole affrontare questo primo scontro processuale, accampando ragioni di opportunità, è obiettivamente uno stretto collaboratore dell’accusa.

Con ciò, sia ben chiaro, questi difensori non ritengono che restituendo il processo alla sua sede naturale, Milano, cambi sostanzialmente qualche cosa nel senso che per la difesa la sede milanese sia più «sicura» come per l’accusa è più «sicura» la sede romana. No: per questo processo non esiste sede competente, poiché questo processo coinvolge in maniera totale tutti gli organi istituzionali dello Stato, perché coinvolge lo Stato in prima persona. In questa situazione, chiunque sia il rappresentante dell’accusa, chiunque sia il giudice, egli sarà sempre soggetto ad un margine ampio di sospetto preventivo. Ciò significa, processualmente, che i sottoscritti difensori rifiuteranno in ogni caso la loro collaborazione alla «giustizia» e rifiuteranno il ruolo di parti necessarie. Si è infatti parti necessarie solo quando si riconosca che l’istituzione è necessaria: questo caso esclude invece che per dibattere dell’innocenza di Valpreda e per giudicare su di essa i tribunali siano ambiti necessari che ad essi possa essere devoluta la competenza specifica di rendere giustizia per tutti.

Il giudice prescelto, Falco, è la seconda figura di «consulente politico» del processo. Egli è fortemente indiziato di nutrire un netto dissapore nei confronti degli anarchici in particolare e di tutti i comunisti in generale. Egli è uomo di «idee» e lo ha dimostrato nella nota sentenza Braibanti: per la sua fedeltà alle «idee» che professa è, fra tutti, il più idoneo a rappresentare il tramite tra l’accusa, che per definizione è parziale, e la sentenza, che per definizione è «imparziale». Il giudice Falco ha tutte le capacità ideali per emanare una parzialissima sentenza imparziale. Inutile chiederne la ricusazione. La ricusazione deve manifestarsi nei fatti.

E’ bene che egli sappia che i difensori non credono minimamente nella sua imparzialità, nel suo desiderio di comprendere a fondo la natura di questo caso, di andare oltre i limiti segnati dalla istruttoria dell’accusa. Fra tutti i giudici, egli è dunque quello che è in grado di meglio accogliere e mantenere per buona la tesi colpevolista di Occorsio. Ma è bene che egli sappia che non solo i difensori ma una quantità sempre più grande di cittadini di questo nostro paese non sono più disposti a prendere per vera nessuna delle parole che, su questo caso, dirà o scriverà egli o un altro giudice di questo Stato.

E tuttavia il processo i difensori lo faranno ugualmente. Essi si sforzeranno di servire le verità già ampiamente acquisite dalle masse popolari sul caso Valpreda e sulla strage di Stato, utilizzando anche questi accusatori e questi giudici. Dopo tutto nessuno sforzo di costoro riuscirà a far mutare il corso della storia: come potrebbero allora far deviare la forza e l’impegno politico di tutto un popolo?

Già i nostri maestri elementari ci insegnarono a scrivere come si parla e a parlare come si scrive. Più tardi ci è stato detto: parla come ti viene prescritto e scrivi ripetendo parole altrui. Occorsio e Falco fanno parte di coloro che hanno fatto questi «studi superiori»; i difensori sono rimasti a quell’insegnamento elementare. Con questo spirito e in questo contrasto questi difensori si accingono ad affrontare il processo. Che non sarà dunque «franco e leale e cavalieresco dibattito» ma guerra guerreggiata.