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1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

14 dicembre 1969 Al Procuratore della Repubblica di Milano Lettera-denuncia avvocati contro fermi indiscriminati

9 aprile 2013

Al signor Procuratore della Repubblica di Milano

I sott. Avv.ti Luca Boneschi, Marco Janni, Giuliano Spazzali e Francesco Piscopo, Membri del Comitato di difesa e di lotta contro la repressione, Leopoldo Leon, difensori di fiducia di alcune tra le numerose persone fermate in questi giorni dalla polizia nell’ambito delle indagini preliminari sui gravi fatti accaduti a Milano il 12.12.69

ESPONGONO

L’eccezionale gravità degli avvenimenti, se richiede una sollecita ed accurata indagine, non consente agli inquirenti di trascurare l’osservanza, particolarmente rigorosa, delle procedure stabilite dalla legge per garantire che i cittadini non siano senza ragione sottoposti a restrizione della libertà personale.

In questo infrangente, invece, l’attività della Polizia giudiziaria è palesemente viziata da gravi illegalità.

I fermi eseguiti in massa, con la tecnica dei rastrellamenti (come esattamente dice la stampa) , sono stati effettuati senza che la polizia disponesse di “gravi indizi” contro l’uno o l’altro dei singoli fermati (art. 238 C.P.P.)

E’ ovvio infatti che i “gravi indizi” devono riguardare il fatto su cui si indaga e non possono consistere nell’appartenenza a organizzazioni politiche che gli organi governativi ritengono di definire sovversivi (*).

D’altra parte la Procura ha affermato, il 13 Dicembre, che le persone tradotte in Questura vi erano portate in veste di testimoni.

E allora non si spiegano le camere di sicurezza ne il lungo periodo di privazione della libertà personale protrattasi per molti nelle carceri di S. Vittore anche dopo l’esaurimento degli interrogatori.

Analoghe considerazioni vanno fatte per le perquisizioni che sono state eseguite senza l’esibizione del relativo ordine e senza il rispetto delle formalità prescritte dalla legge, in particolare per quanto riguarda l’assistenza del difensore secondo quanto è dato desumere dalla recentissima sentenza della Corte costituzionale.

Le perquisizioni infine si sono svolte sempre senza la enunciazione degli scopi tanto che gli agenti hanno svolto la loro opera ora appuntando l’attenzione su oggetti, ora su materiale di propaganda, ora su elenchi di nominativi.

Le indagini che la Polizia giudiziaria ha condotto in questi giorni violando apertamente le norme di procedura non divengono legittime per il fatto di ispirarsi ad inammissibili dichiarazioni ufficiali riportate dalla stampa.

Sono inammissibili, infatti, e preoccupanti per il retto orientamento delle indagini, le dichiarazioni del Ministro Restivo secondo cui si sta vagliando rigorosamente “la posizione di persone indiziate” (Sic!) per la loro adesione a gruppi o associazioni, pure protette dalla legge, alle quali, per calcolo politico, può attribuirsi a priori una istituzionale attività criminosa al di fuori di qualunque accertamento giudiziario. Del pari è inammissibile e preoccupante che lo stesso ministro offra una cauzione di legalità alle numerose perquisizioni illegali che sono compiute dichiarando che si perquisiscano locali appartenenti a gruppi o associazioni “cui risultano far capo elementi di provata pericolosità per l’ordine pubblico”.

Ciò premesso i sottoscritti difensori chiedono conseguentemente che la S.V. voglia:

1) ordinare l’immediata liberazione di tutte le persone illegalmente private della libertà personale;

2) Aprire una inchiesta rigorosa sulla condotta degli organi di polizia giudiziaria.

 (seguono firme avvocati)

(*) Né risulta data immediata comunicazione alla Procura della Repubblica dei fermi eseguiti (art. 238 cpp) ed ancora meno è stata fatta effettuare l’immediata nomina dei difensori, i quali comunque non sono stati immediatamente avvisati.  Postilla approvata. Chiuso il 14 XII 1969 ad ore 24.

A rivista anarchica n91 Aprile 1981 Avvocati nel mirino. Intervista a Francesco Piscopo di Paolo Finzi

28 ottobre 2011

Ciò che il potere vuole eliminare è la figura dell’avvocato difensore di fiducia, in qualche modo “schierato”, non disponibile a collaborare con l’accusa. Francesco Piscopo, marxista-leninista, da anni difensore di militanti di sinistra di ogni tipo, non ha incertezze. L’unico avvocato che ormai tollerano è quello “neutro”, d’ufficio. Tutto ciò è molto grave: attaccare la figura dell’avvocato significa attaccare uno strumento che riguarda in genere le classi subalterne. Chi, se non loro, finiscono in galera? Anche nell’ambito della malavita organizzata, sono i pesci piccoli, gli esecutori materiali quelli che vanno dentro: non certo i loro protettori politici.

Che l’analisi di Piscopo parta da fatti reali, è incontestabile. Negli ultimi tempi numerosi avvocati “schierati” sono stati colpiti da mandati di cattura: alcuni di loro sono in galera (Gabriele Fuga, Sergio Spazzali, Giancarlo Mattia, ecc.), altri vi sono stati rinchiusi per poi esser scagionati (Rocco Ventre, ecc.), altri ancora sono stati costretti a rifugiarsi nella latitanza (Luigi Zezza, Giovanni Cappelli). A decine si contano poi le comunicazioni giudiziarie ed in genere le intimidazioni di vario tipo che hanno colpito tutto il tessuto della difesa “schierata”. E un attacco gravissimo, che abbiamo denunciato come uno dei sintomi più indicativi delle tendenze evolutive del potere, della sua volontà di far piazza pulita dei suoi oppositori: ricordo – per inciso – che proprio su questo argomento erano incentrate le ultime due interviste con legali di sinistra che abbiamo pubblicato sulla rivista, precisamente con Gabriele Fuga (“A” n80) e con Luigi Zezza (“A” n85). Entrambi sono tra quelli criminalizzati: il nostro compagno Fuga, insieme con numerosi altri, sarà processato l’11 maggio prossimo presso il tribunale di Firenze.

È una situazione drammatica, che i pochi avvocati/compagni rimasti attivissimi, come Piscopo, vivono quotidianamente – anche per il crescente carico di impegni politico/professionali venuto a gravare sulle loro spalle. Unica recente eccezione in questo panorama fosco è forse l’assoluzione con formula piena degli avvocati Di Giovanni e Lombardi, arrestati in quanto redattori (con altri due) della rivista “Corrispondenza internazionale“, rea di aver pubblicato un lungo scritto dei militanti b.r. detenuti, dal titolo “L’ape e il comunista“. Che significato politico dai alla loro assoluzione?

Innanzitutto io dò un significato politico alla loro incriminazione e al loro arresto. Formalmente la loro questione è stata presentata in tribunale e all’opinione pubblica come nettamente diversa da quelle che vedono coinvolti altri avvocati: qui, apparentemente, siamo di fronte ad un processo alla libertà di stampa. In realtà, è stato un tentativo di raggiungere per altra strada il comune obiettivo di cancellare la figura dell’avvocato “schierato”.

Questo disegno del potere tendente ad azzerare gli spazi per la difesa politica si è già tradotto in una normativa specifica?

No. E qui sta la differenza, per esempio, con la situazione tedesca. Là hanno vietato all’avvocato di difendere più di un imputato, impedendogli anche di affrontare il tema dei processi politici e riducendolo così ad un difensore tecnico – quindi assolutamente inefficace in quel tipo di processi. In Italia una legge simile avrebbe suscitato resistenze e sarebbe stata abbastanza impopolare: qui da noi il potere utilizza un metodo più pratico, gli avvocati scomodi li mette dentro direttamente.

Vi è stata comunque un’evoluzione della repressione anche a livello legislativo.

Indubbiamente. L’aspetto più significativo è stata l’introduzione delle “leggi speciali”, che in realtà speciali non sono ed è errato continuare a definirle tali. Certo sono determinate da casi speciali, ma tendono ad essere “normali”: in altri termini, sono degli strumenti di cui lo Stato si dota per attaccare oggi alcune forme di conflitto, ma la tendenza è quella di utilizzarle in qualsiasi tipo di conflitto sociale. A Napoli, per esempio, sono stati recentemente spiccati dei mandati di cattura per “associazione sovversiva” contro i presunti organizzatori delle lotte dei disoccupati. Con queste leggi “speciali”, inoltre, anche il minimo di indipendenza riconosciuto alla magistratura è eliminato del tutto: oggi il tribunale è di fatto succube della polizia e dei carabinieri e la funzione della magistratura si limita all’erogazione della pena. Quando per esempio tutte queste leggi speciali aumentano a dismisura i termini della carcerazione preventiva, quando impediscono ai giudici di concedere la libertà provvisoria, in realtà impediscono al giudice di esercitare qualsiasi tipo di funzione minimamente indipendente dal potere esecutivo. Dal momento in cui uno finisce in galera, il giudice ha le mani legate…

C’è poi gente che in galera non ci finisce subito, ma resta “ospite” in qualche caserma dei CC per giorni o settimane.

Certo. Nella pratica avviene spesso che gli imputati (in particolare quelli che poi… si pentiranno) vengano trattenuti nella caserma dei CC, interrogati a lungo: quando poi andranno a deporre dal magistrato, non ci sarà alcuna possibilità di immediatezza. Non a caso molti “pentimenti” hanno origine in questa fase. È in questo momento, infatti, che l’imputato, pentito o meno, valuta la convenienza di parlare e in questo senso tutto è possibile. Quello che è grave, a mio avviso, è il tipo di inquinamento della verità politico-sociale che si determina attraverso questa forma di “pentimento”.

Sul ruolo svolto da quei giudici di “Magistratura democratica” che più sono legati al P.C.I. e sul significato politico del loro operato, Piscopo esprime concetti sostanzialmente identici a quelli espressi da Fuga e da Zezza nelle rispettive interviste (pubblicate su “A” 80 e 85).

Da quando è venuta fuori la strana teoria della classe operaia che si è fatta Stato, magistrati vicini al P.C.I. che questa teoria ha portato avanti hanno ritenuto di adottare, per quanto riguarda i processi, un modo di procedere di tipo staliniano, per cui si stabilisce qual è la linea politica corretta con riferimento alle forze di sinistra, dopodiché le linee giudicate “non corrette” non vengono contrastate e battute politicamente, ma criminalizzate. Nel momento in cui si avvicina al governo, o ritiene di poterci entrare, il P.C.I. decide che deve far piazza pulita alla sua sinistra. Piscopo cita il 7 aprile come indice di questo fenomeno e invita anche a riflettere su quanto è stato fatto in proposito. Per il movimento rivoluzionario – sostiene – è stata una sconfitta, perché a un intervento di tipo politico/giudiziario non si è risposto con un intervento politico altrettanto efficace. È prevalsa una linea puramente e semplicemente garantista e si è sbagliato laddove si è posto l’accento sull’innocentismo, non assumendosi invece la responsabilità politica dell’opera di trasformazione portata avanti da un intero movimento posto sotto accusa. Si è esagerato in questo senso, mentre era giusto difendere gli spazi di libertà conquistati, come giusto era e rimane il continuo richiamo al potere perché rispetti le sue leggi – spazi di libertà e leggi che sono anche il frutto delle lotte del movimento nel suo complesso. In concomitanza con il processo andava condotta una battaglia per rivendicare quanto di positivo era stato fatto in dieci anni, accanto ad aspetti negativi (che io individuo in particolare nella grave scelta della lotta armata fatta dalle “organizzazioni combattenti”).

Approfondiamo un attimo il discorso su innocenza, innocentismo, comportamento processuale, ecc..

Il problema è estremamente complesso. Io sono convinto che la strategia del processo politico sia naturalmente conseguente alle scelte di politica generale che l’imputato ha fatto a monte. Comprendo dunque il tipo di strategia che i brigatisti portano avanti, però ritengo che sia sbagliato non solo il loro modo di impostare il processo, ma l’analisi politica che loro fanno: i brigatisti volano infatti su tutte le contraddizioni del mondo e conseguentemente non tengono in conto quelle che il processo in sé presenta. Il processo, infatti, è un momento come tanti altri in cui ci si viene a scontrare con l’attuale assetto della società e come in ogni altro caso bisogna esser capaci di conoscere le contraddizioni, di usare i mezzi che si hanno a disposizione, di non subire il processo a tutti gli effetti. Ciò significa anche difendersi, non rivendicando aprioristicamente una propria generica responsabilità, o viceversa una propria generica innocenza, ma affrontare con realismo questo momento grave. L’avversario quando fa il processo ha bisogno di darsi una credibilità: affrontare fino in fondo il processo significa molto spesso anche dimostrare come non sia possibile per lui perseguire fino in fondo questo tipo di credibilità. L’avversario è così costretto a rivelarsi per quello che è, cioè un avversario che perseguita fino in fondo il suo avversario, colpevole di difendere interessi assolutamente contrastanti con quelli che il potere persegue. Il problema – ribadisce Piscopo – non è aprioristicamente vedere se siamo colpevoli o innocenti, ma affrontare fino in fondo il momento del processo. Se da una parte si deve esser coscienti che il processo è comunque predisposto in una logica che deve favorire la classe dirigente, dall’altra parte è anche vero che qualsiasi classe dirigente deve riconoscere tutta una serie di spazi che l’altro si è conquistato e non li può soffocare se non screditandosi. Da qui nuovamente la necessità di richiamare l’avversario all’osservanza delle sue leggi quando le viola, di contestare il soffocamento degli spazi di libertà. Io non sono del parere di coloro che si ritengono soddisfatti solo se dimostrano che il potere è sempre e comunque cattivo: tanto più cattivo è, tanto più ci si sente rivoluzionari.

Piscopo cita la grande campagna dei primi anni ’70 contro la “verità di Stato” sulla strage di piazza Fontana e giudica un successo l’esser riusciti a costringere l’avversario a riconoscere la natura statale di quella strage. Certo che poi il potere cercò di darsi, anche grazie a quella parziale ammissione, nuova credibilità, ma il solo fatto di averlo costretto a ripiegare fino al punto di far propria una parola d’ordine del movimento fu una vera e propria vittoria.

Anche secondo te, dunque, va sfatato quel mito secondo il quale chi rifiuta il processo è “più rivoluzionario” di chi lo accetta?

Certamente. Io rifiuto questa distinzione tra chi rifiuta il processo (e perciò stesso sarebbe rivoluzionario) e chi lo accetta (e dovrebbe esser considerato connivente con il potere). Per me, quando un qualsiasi elemento delle classi subalterne si trova ad essere giudicato ed è in grado, usando gli strumenti che il processo gli consente anche attraverso un corretto rapporto con i suoi difensori, di portare a quel livello la voce delle classi subalterne, ciò è un fatto positivo. Bisogna naturalmente aver chiaro che in qualsiasi processo, contro qualunque imputato, il potere non ha mai in testa di perseguire solo quell’imputato, bensì di lanciare un messaggio a chi in qualche modo non si riconosce nell’attuale stato di cose. Al contempo bisogna aver la capacità di sfruttare, una volta portati in giudizio, tutti i possibili strumenti perché venga fuori il reale scontro di interessi, non quello formale. Una delle ragioni per cui gli avvocati “schierati” vengono perseguiti è proprio questa: il potere ha bisogno che qualsiasi imputato, per qualsiasi ragione venga chiamato in giudizio, appaia sempre come individuo isolato dagli altri e come colui che ha commesso dei reati assolutamente comuni. La volontà del potere è quella di spoliticizzare il processo: d’altra parte la politicità del processo viene fuori non da una rivendicazione aprioristica di opposizione allo Stato, ma attraverso la capacità di farla emergere anche attraverso una battaglia che va condotta a livello processuale.

Piscopo osserva come uno dei modi più perfidi per stroncare i difensori politici sia quello di bollarli come “gli avvocati della lottarmata”, quando non addirittura – com’è il caso di Fuga, Spazzali, Zezza, ecc. – “lottarmatisti” essi stessi. Il fatto è che questi avvocati, per niente disposti a chiudere un occhio e magari tutti e due, si sono dimostrati troppe volte scomodi per il potere. Piscopo cita il “caso Torreggiani” e l’importanza del ruolo svolto appunto dagli avvocati nel denunciare le torture della polizia e nel portare avanti quella battaglia (battaglia ampiamente civile, sottolinea). E precisa che se lui ed altri hanno assunto la difesa dei “lottarmatisti” è perché si rendono conto che c’è la necessità di far fronte ad un attacco che non colpisce solo i diretti interessati, ma pone in essere una situazione (restrizione degli spazi, violazione delle norme ecc.) che finisce per colpire qualsiasi tipo di opposizione.

D’accordo, ma non c’è bisogno pur sempre di un minimo di interesse e di collaborazione da parte degli imputati?

Per la necessaria conseguenza del comportamento processuale dall’analisi politica di fondo (cui ho accennato prima), debbo risponderti in termini generali, a monte. Io credo che uno dei più grossi problemi che la sinistra ha in questo momento è quello di confrontarsi e dibattere politicamente tutte quelle tendenze che portano alla precipitazione dello scontro. La necessità è invece quella di ricostruire un’opposizione la più allargata possibile che rilanci lotte anticapitaliste e ricostruisca un movimento rivoluzionario non revisionista e non riformista, che è poi il modo reale per battere quelle scelte perdenti di cui ho parlato.

Mentre l’intervista volge al termine, entra nello studio di Piscopo un altro avvocato e riferisce che un compagno da lui difeso, arrestato per “terrorismo” e poi rilasciato, gli ha appena raccontato che al momento dell’arresto e per varie ore numerosi funzionari dell’ufficio politico della questura lo avevano tartassato di domande per sapere come mai avesse scelto proprio quell’avvocato difensore. Volevano fargli ammettere che anche l’avvocato prescelto faceva parte della medesima “banda armata”: “se no, perché hai nominato proprio lui?” – hanno continuato a chiedergli con logica questurinesca.