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1971 04 6 Unità – Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo. di P. L. Gandini

9 giugno 2015

1971 04 6 Unità Anarchici il giudice non trova l esplosivo

 

Il processo di Milano

Anarchici: il giudice non trova l’esplosivo

 

Milano, 5. – Dove fu preso l’esplosivo che servì ai più gravi attentati attribuiti agli anarchici? Porre una simile domanda dopo due anni di istruttoria e un capo di accusa che contesta il furto dell’esplosivo stesso a due imputati, con tanto di circostanze e di modalità, potrebbe sembrare uno scherzo di cattivo gusto. E invece non lo è, dopo quanto si è appreso all’udienza di oggi del processo contro gli anarchici: e cioè che la ditta, la quale avrebbe subito il furto, lo esclude recisamente!

Partiamo appunto dalla accusa. Questa sostiene, in base ad una confessione, poi ritrattata dagli interessati, che Paolo Braschi e Angelo Piero Della Savia, recatisi un giorno imprecisato del novembre ’68, in una cava presso Grone in quel di Bergamo, fecero saltare il lucchetto d’una riserva e asportarono una notevole quantità di esplosivo, di detonatori e di miccia, che poi si divisero.

Ed ecco che oggi sul pretorio c’è: la presunta parte lesa, e cioè il dottor Roberto Antelmi, consigliere delegato della ditta Pozzi, proprietaria appunto della cava. L’Antelmi comincia con lo spiegare che sotto la cava c’è la polveriera, cintata e sorvegliata da un guardiano; da questa ogni giorno i cavatori traggono la quantità di esplosivo necessaria ai lavori, che viene poi trasportata in un vano scavato nella roccia sopra la cava, con un «baulotto».

La sera normalmente i residui vengono riportati nella polveriera. «Ora – conclude l’Antelmi – io debbo qui confermare quanto già dichiarato in istruttoria e cioè che dal nostri controlli sui relativi buoni di carico e di scarico, non risultò mancante del materiale esplosivo…».

Il presidente consigliere Curatolo si affretta a contestare: «E’ vero; però, stando al perito d’ufficio nominato a suo tempo dal giudice istruttore, voi avreste interesse a negare il fatto, qualora aveste lasciato nel «baulotto» dei residui di esplosivo, mentre la legge prescrive che siano riportati nella polveriera…».

Ascoltiamo la risposta dell’Antelmi: «I dirigenti, i capocava e gli operai sono nella nostra ditta da molti anni, e non abbiamo ragione di dubitare di loro; normalmente la sera essi riportano i residui alla polveriera… ».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: «Ma qui fu forzato un lucchetto!»

E l’Antelmi «Fu lo stesso capocava a far saltare uno dei due lucchetti del «bauletto», perchè aveva smarrito la chiave…».

Il colpo è forte, e il P.M. tenta di pararlo: «Ma ci sono altre cave nei dintorni?».

L’Antelmo: «Si, ne abbiamo una a due chilometri di distanza dalla prima…».

Il difensore Spazzali incalza: «Avete un libro di carico e scarico dell’esplosivo?».

Antelmi. «Si, basato sui buoni quotidiani di prelievo e di rimessa; e non risulta nessun ammanco…». Ma i misteri non finiscono qui; ci sono anche i misteri di San Vittore, malamente chiariti dal direttore dottor Alfonso Corbo. Dunque il Faccioli dichiara che, entrato a S. Vittore col labbro spaccato dal pugni dei poliziotti, non fu sottoposto alla prescritta visita medica. Che ne dice il Corbo?

«Debbo ammettere – è la sua risposta – che il Faccioli non fu visitato per una mancanza dell’agente dell’ufficio matricola. Questi infatti compilò il mattinale con l’elenco delle visite del giorno dopo, alle 22-22.15 invece che a mezzanotte; il Faccioli arrivò alle 22,25 e così rimase fuori dell’elenco…».

Interviene il Faccioli: «Ma guarda che caso!» E il presidente: «Potevate scriverlo sul mattinale del giorno successivo… ».

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1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

A rivista anarchica n41 Ottobre 1975 Nuovi processi all’anarchico Marini di La Redazione

23 ottobre 2011

Il compagno Giovanni Marini, già condannato in Appello a nove anni di carcere perché “colpevole” di non essersi fatto ammazzare dai fascisti salernitani, sarà nuovamente processato tra pochi giorni. Il 7 ottobre a Roma sarà giudicato insieme al direttore dell’Espresso Livio Zanetti per una coraggiosa intervista rilasciata a quel settimanale romano. Il giorno seguente sarà trasferito a Potenza per un altro processone che vedrà come “parti lese” il presidente del Tribunale di Salerno Fiengo, il procuratore generale Zarra, il Pubblico Ministero Lamberti, il direttore del carcere di Salerno Fristachi e numerose guardie carcerarie. Tutti questi signori si sono sentiti lesi nella “onorabilità” dalle accuse-verità rese note dal nostro compagno durante i dibattimenti processuali.

La giustizia di stato, non contenta di perseguitare un rivoluzionario per il suo coraggio antifascista, si sta prendendo cura anche dell’Avv. Giugliano Spazzali, uno dei difensori di Marini. Gli è giunto infatti in questi giorni un avviso di reato per violazione di domicilio: egli si sarebbe reso colpevole di aver attraversato i cancelli dell’Alfa Romeo per condurre insieme a medici ed esperti di igiene del lavoro (su richiesta del consiglio di fabbrica) un’inchiesta sulla nocività in quella fabbrica di stato.