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1971 04 30 Unità – Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli. di p.l.g.

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Calabresi ricusa il tribunale non vuole la perizia su Pinelli

 

Colpo di scena al processo di Milano

Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli

Il commissario aveva querelato il settimanale «Lotta continua» che l’aveva accusato di aver ucciso l’anarchico – Adesso l’avvocato difensore del poliziotto sembra contestare la decisione dei giudici di effettuare una nuova indagine in merito a quell’oscuro episodio

 

 

Dalla nostra redazione. 29.

Il commissario Luigi Calabresi ha ricusato il tribunale che giudicava il processo fra lui e il giornale Lotta continua. Del nuovo clamoroso episodio, si è avuta conferma ufficiale oggi nell’aula della I. sezione del tribunale

Come si ricorderà, il funzionario aveva querelato per diffamazione il periodico che l’aveva accusato di essere uno dei responsabili della morte di Giuseppe Pinelli. Dopo una lunga serie di udienze, il tribunale ordinò una perizia medico-legale sulle modalità della morte dell’anarchico, sospendendo quindi il dibattimento e disponendo l’invio degli atti al giudice istruttore.

Il Calabresi ricorse immediatamente contro l’ordinanza dei giudici, sollevando un primo «incidente di esecuzione» che però fu respinto dal tribunale. Ma il Calabresi tornò alla carica sollevando un secondo incidente che avrebbe dovuto essere discusso appunto oggi. Senonchè. nel frattempo, il legale del funzionario, avvocato Lener, ha presentato istanza di ricusazione del presidente della I. sezione del tribunale, dottor Carlo Biotti. Così oggi, invece di quest’ultimo l’udienza è stata presieduta dal dottor Mario Usai, il quale ha disposto che la discussione avvenisse in camera di consiglio e cioè praticamente in segreto presenti solo gli avvocati delle due parti. Dopodiché il dottor Usai ha dato conferma ufficiale della richiesta di ricusazione e ha rinviato l’udienza al 26 maggio prossimo.

Gli avvocati Gentili e Bianca Guidetti Serra, difensori del professor Pio Baldelli, già direttore responsabile di Lotta continua, hanno immediatamente depositato in cancelleria una istanza in cui esprimono il loro «enorme stupore» per la richiesta del Calabresi; sottolineano che questa è stata presentata solo dopo che il tribunale aveva ordinato la perizia medico-legale, utile non solo all’imputato ma, in generale, all’accertamento della verità.

La ricusazione è un mezzo eccezionale che viene raramente usato (a Milano si ricorda il bancarottiere Felice Riva a che tentò inutilmente di ricusare il presidente Luigi Bianchi D’Espinosa). L’art. 64 del codice di procedura penale prevede tutta una serie di motivi per cui il giudice può essere ricusato, motivi quasi tutti inerenti ad interessi o contrasti personali che possono esistere fra il giudice stesso e i suoi parenti da un lato, e una delle due parti dall’altro.

La notizia ha suscitato grande scalpore negli ambienti del palazzo anche per i buoni rapporti che da anni correvano tra l’avvocato Lener e il presidente Biotti.

Ma queste sono solo questioni di forma, la sostanza è un’altra. Il patrono del Calabresi si era ferocemente opposto alla perizia richiesta con insistenza dai difensori di lotta continua, invocando due motivi principali: l’accertamento non sarebbe servito a nulla; il processo sarebbe stato rinviato di due o tre mesi. Ora ci si domanda: se la perizia davvero non serviva a nulla, perchè allora rifiutarla con tanta ostinazione? Calabresi teme forse qualcosa? Secondariamente, prima a causa degli «incidenti di esecuzione» e adesso della ricusazione, il processo subirà un ritardo ben più lungo. E allora, Calabresi non ha più fretta di restaurare il suo onore? O per caso le contraddizioni emerse appunto dal processo contro il prof. Baldelli e lo sfaldamento dell’accusa in atto in questi giorni al processo contro gli anarchici (accusa alla quale il funzionario aveva  dato notevole contributo) hanno indotto o stesso funzionario a ricorrere a mezzi estremi? L’opinione pubblica attende al più presto una risposta

 

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A rivista anarchica n80 Febbraio 1980 Tra repressione e garantismo. Intervista all’avvocato Gabriele Fuga di Paolo Finzi

27 ottobre 2011

Chiariamo subito: io ho qualcosa da dire in quanto difensore del 21 dicembre e non certo del 7 aprile. Gabriele Fuga, anarchico, avvocato difensore in numerosi processi politici degli ultimi anni, ci tiene molto a sottolineare il suo netto dissenso con la gestione politica che quasi tutti gli imputati (Negri in testa) ed i loro avvocati del 7 aprile hanno attuato. Per quel che riguarda l’operazione repressiva del 21 dicembre, invece, Fuga ha assunto la difesa di quattro imputati (Cavallina, Marelli, Strano, Zinga) e fa parte del collegio di difesa. Perché questa differenza tra 7 aprile e 21 dicembre? Non si tratta solo di due tappe successive del medesimo disegno repressivo?

Io mi sono trovato subito in disaccordo con la gestione politica della vicenda 7 aprile – risponde Fuga – e questo disaccordo verteva soprattutto sul comportamento degli imputati che (escluso Scalzone) avevano ritenuto di ribaltare l’accusa con delle difese convincenti, come se bastasse convincere i giudici per poter uscire fuori, mentre evidentemente il disegno generale politico si basava proprio sulla detenzione degli imputati. Sono inoltre convinto che se gli imputati si fossero comportati correttamente, dopo uno o due mesi la cosa si sarebbe sgonfiata perché l’accusa sarebbe stata costretta a tirar fuori quelle prove che non aveva. Accettando invece di rispondere, gli imputati hanno dato fiato alle accuse, hanno fornito la possibilità di effettuare riscontri dalle testimonianze, ecc.. Basti qui l’esempio gravissimo nell’aver fornito l’indicazione dell’archivio di Potere Operaio depositato presso l’Istituto Feltrinelli: perché a fornire agli inquirenti una simile indicazione, che non poteva non essere ritorta contro gli imputati – cosa che è puntualmente avvenuta nonostante si tratti di documentazione “tranquilla”, ma che nella loro ottica e nella loro interpretazione doveva inevitabilmente ritorcersi contro gli imputati? Insomma già il comportamento degli imputati mi aveva fatto capire che non potevo entrare nella difesa del 7 aprile. Il fatto poi che tutto fosse incentrato intorno ai “big” e soprattutto che si dovesse far quadrato innanzi tutto intorno a Negri, mentre gli stracci potevano anche volare, mi ha ulteriormente rafforzato nella mia convinzione. Per quel che riguarda il 21 dicembre Fuga coglie due differenze significative, che lo hanno invece spinto ad accettare la difesa di alcuni imputati: innanzi tutto la natura del processo (basato su di una criminalizzazione sulla base di fatti specifici addebitati, e non solo sulla base di idee) e poi soprattutto il comportamento di alcuni imputati che giudica corretto.

Gli chiedo di chiarire questo concetto: che cosa intende per corretta gestione politica di un processo? E attraverso quali comportamenti si esprime oggi questa correttezza? Fuga parte da una lunga ma necessaria premessa sul funzionamento della giustizia e mette in luce la natura completamente diversa della fase istruttoria e di quella dibattimentale (cioè, il momento del processo). Nella prima fase (quelle istruttoria) l’imputato e la difesa non hanno alcuna possibilità di controllo sull’operato degli inquirenti, mentre nella fase successiva (quella dibattimentale) la difesa ha possibilità di controllo delle fonti di prova, di contraddittorio con i testimoni, ecc.. Io e altri avvocati – chiarisce Fuga – riteniamo che il comportamento più corretto oggi, soprattutto di fronte ad accuse varie, complicate e fumose (come sono quelle di “banda armata” e di “associazione sovversiva”), sia quello di non bruciare assolutamente le mosse della difesa nella fase istruttoria, anche se questo comporta carcerazione. Questo perché non possiamo sapere che uso verrà fatto delle risposte agli interrogatori, dell’induzione di testimoni e delle altre mosse della difesa. A questo proposito Fuga cita l’esempio di Pozzi, il testimone che Negri ha voluto fosse ascoltato subito a conferma del fatto che il giorno della famosa telefonata (da Roma) a casa Moro lui era a Milano. Pozzi ha confermato l’alibi di Negri, ma il fatto di essere rimasto in balia dei giudici romani, e quindi di aver dovuto rispondere a domande fatte appositamente in un certo modo, unitamente a qualche sua incertezza, hanno fatto sì che nel rinvio a giudizio Guasco abbia già potuto ritenere inattendibile la sua testimonianza. Fuga sottolinea che, nel nostro ordinamento giudiziario, mentre l’imputato può (perché è direttamente interessato) chiarire aspetti non compresi in una domanda e allargare il discorso come meglio ritiene, al testimone (giudicato unicamente “specchio della verità” e quindi privo di interesse nella causa di fatto) tutto ciò non è concesso: egli deve solo rispondere alle domande che gli vengono rivolte e non ha diritto di spaziare oltre. Ecco quindi che Pozzi, testimone indotto dalla difesa, una volta lasciato in balia dei giudici dalla scelta difensiva di farlo intervenire nella fase istruttoria, viene usato dalla magistratura a suo piacimento. Ecco perché – ribadisce Fuga- ritengo corretto in questo tipo di processi non rispondere e non portare testimoni nella fase istruttoria: tutto verrebbe infatti stravolto e non si avrebbe più alcun controllo di quel che viene fatto. A tutto ciò è necessario opporre questo comportamento: tacere, respingere ogni addebito proclamandosi innocenti, chiedere il processo subito. Visto che l’unico momento di una certa “garanzia” è quello del processo (fase dibattimentale), tutte le nostre richieste devono tendere al momento pubblico del processo.

Il discorso cade inevitabilmente sul garantismo. Fuga distingue innanzi tutto tra due possibili significati del termine: se per garantismo intendiamo rispetto dell’uomo e del vivere sociale, ebbene noi anarchici sappiamo che questo non può certo darcelo lo stato, perché esso, in quanto struttura organizzata sopra gli uomini, non potrà mai rispettare le diverse individualità degli uomini. L’interpretazione corrente del termine garantismo fa riferimento invece alle regole democratiche che lo stato si dà e che appunto dovrebbe rispettare: ma questo come anarchico non può interessarmi, dal momento che il mio obiettivo non è certo quello di avere uno stato garantista. Come avvocato, comunque, non posso che constatare che oggi lo stato non è nemmeno in grado di rispettare quelle regole che lui stesso si è dato. In ogni caso da parte mia non vi è alcuna lamentela, nessun pianto perché lo stato oggi non è più garantista: da un punto di vista politico uno stato garantista sarebbe forse più pericoloso di uno stato non-garantista.

Un fatto fondamentale che Fuga mette in risalto è la presenza di magistrati vicini al P.C.I. in tutte le inchieste sull’area dell’autonomia. Non certo in quelle sulle brigate rosse e su prima linea – precisa – dal momento che la lotta contro il “partito armato” è delegata completamente ai carabinieri del generale Dalla Chiesa. Ma per quel che riguarda l’autonomia, la presenza della P.C.I. c’è e si avverte. Già nel ’77 aveva suscitato scalpore il fatto che contro gli autonomi si fosse mosso il giudice Catalanotti, filo-P.C.I., aderente a Magistratura Democratica: e molti avevano pensato che si trattasse tutto sommato di un fatto “locale”, dovuto alla realtà di Bologna. Tre anni dopo, alla luce dei fatti (l’ultimo è stato la presenza dell’avvocato comunista Taristano accanto a Gentili quale difensore di Fioroni), l’interessamento del P.C.I. risulta come la conseguenza della volontà di quel partito di combattere quell’area eterogenea, composita, non certo legata da un unico progetto ma solo da un diffuso bisogno di ribellione che va sotto il nome di autonomia. Non è dunque un caso nemmeno l’interessamento molto minore del P.C.I. rispetto alle brigate rosse, che io potrei anche considerare abbastanza in linea con la politica del P.C.I., non certo tatticamente, ma dal punto di vista strategico della conquista del potere. In questa situazione il P.C.I., non potendosi fidare dei carabinieri e per ora nemmeno di una polizia di cui mira ad avere il controllo, si affida a magistrati a lui vicini. Più in generale, la novità che emerge dalle ultime vicende è che la magistratura non si muove più sulla base di rapporti di polizia, ma autonomamente per motivi politici. In questo contesto si è realizzata una delle richieste tradizionali dei garantisti: oggi infatti la polizia (e i carabinieri) tendono a muoversi sempre più come polizia giudiziaria, nell’ambito cioè dei compiti e dei limiti fissati dalla magistratura. Non è più la polizia a “stimolare” la magistratura, bensì quest’ultima che, facendo propria la visione globale dell’autonomia propria del P.C.I., incarica la polizia giudiziaria a produrre determinati elementi. Nel caso Fioroni, poi, siamo addirittura al rapporto diretto Fioroni-magistratura, senza finora che siano stati contestati (se non genericamente) dei rapporti di polizia, tendenti ad accertare la veridicità di quanto affermato da Fioroni.

Delle norme repressive approvate dal consiglio dei ministri il 15 dicembre scorso (nel decennale dell’assassinio di Pinelli!) e poi sottoposte all’approvazione delle camere si è parlato abbastanza nelle ultime settimane. Il fatto più grave è indubbiamente quello che, nonostante i loro effetti liberticidi, non abbiano incontrato alcuna significativa opposizione. Chiedo a Fuga di metterne in luce gli aspetti “innovativi”: mi risponde che i provvedimenti nel loro complesso non sono che un’ulteriore passo nella codificazione di una tendenza ed i comportamenti sempre più diffusi di polizia e magistratura. Su tre provvedimenti si accentra l’attenzione di Fuga: innanzi tutto sulla legge dell’infamia (o legge Fioroni, come è stata ribattezzata non a caso) che riduce del 50% la pena a chi collabora con l’autorità. Fuga ricorda che anche in passato vi è stato un comportamento favorevole verso chi cantava da parte di polizia e magistratura e che già da un po’ è in vigore una norma simile per chi è coinvolto i sequestri di persona e se ne dissocia. Ma la nuova norma appare in tutta la sua gravità se se ne vedono i risvolti pratici, come nel caso Fioroni. Il secondo provvedimento che Fuga indica per la sua gravità è quello che stabilisce la retroattività della norma sul prolungamento della carcerazione preventiva: dal momento che la carcerazione preventiva, se pur formalmente procedurale, è di fatto (e tale è stata considerata ripetutamente dalla Cassazione) una norma penale, il fissarne la retroattività non sarebbe nemmeno concepibile. Infine Fuga cita il fermo di polizia, che autorizza la polizia a fermare per due giorni (prolungabili a quattro) chiunque senza doverne rendere conto a nessuno. E poiché molti casi (da quello Pinelli a quello dei giovani fermati per l’assassinio Torregiani) dimostrano che non si tratta solo di un potere coercitivo sulla libertà individuale, ma anche un momento di violenza e anche di morte, c’è di che allarmarsi. E non ci vuole un grande sforzo per ritornare con la memoria alle famose “retate di anarchici” che la polizia faceva in passato quando una personalità importante veniva in visita alla città. Basterà che Pertini, o Lama, o Carter, o altri vengano a Milano e che la polizia lo giudichi opportuno, perché gli anarchici si ritrovino dentro per quattro giorni, in balia dei poliziotti.

***

GENTILI E INFAMI

E’ stato per anni un amico, del quale apprezzavamo – pur nella diversità ideale (lui religioso e socialista, noi anarchici) – la dedizione umana prima ancora che professionale alla causa del nostro compagno Pinelli. Lo abbiamo invitato a parlare nei nostri meeting, lo abbiamo intervistato sulla nostra stampa. L’avvocato Marcello Gentili, infatti, ha contribuito allo smascheramento non tanto degli assassini di Pino (ché il loro comportamento stesso li aveva bollati come tali), quanto di tutte quelle schifose operazioni attuate dalla magistratura per insabbiare le indagini e per infangare la memoria del nostro compagno. E noi non dimentichiamo che quando le autorità inaugurarono nel cortile della questura milanese un busto al commissario Calabresi (nel primo anniversario della sua morte), fu lui l’unico ad elevare la sua pubblica protesta – a parte quella tragicamente attuata da Gianfranco Bertoli con la sua bomba micidiale.

Negli ultimi anni Gentili ha ritenuto di schierarsi pubblicamente in prima fila nella lotta al “terrorismo”, ritrovandosi al fianco i nostri comuni avversari di prima. Ultimamente è ritornato all’onore delle cronache quale difensore di Carlo Fioroni e in tale veste ha assicurato la sua piena collaborazione alle autorità inquirenti. Sono scelte sue, che non ci interesserebbero più di tanto se non continuasse a circondarlo la fama, ripetuta in ogni citazione del suo nome, di “avvocato del caso Pinelli”.

Procuratore della repubblica di Milano è oggi quello stesso Gresti che decretò nel ’75 che Pinelli non sarebbe stato assassinato; fra i poliziotti ed i carabinieri con i quali Gentili intende collaborare forse troverà gli stessi che hanno assassinato Pinelli, comunque troverà i loro degni colleghi; più in generale, la magistratura con cui oggi collabora conserva le medesime caratteristiche di baldracca così efficacemente descritta nell’antologia di Spoon River (e Gentili quel brano l’ha letto anche sulla tomba di Pino, dov’è scolpito a epigrafe).

Gentili faccia pure come crede. Ma eviti di collegare la sua attività al nome di Pinelli, quasi a farsi scudo di questo per quella. E’ una questione di onestà