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1970 10 29 Paese Sera – «Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi. Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa. di G. M.

4 novembre 2015

1970 10 29 Paese Sera - Non abbiamo concordato le versioni dice candidamente il vice-Calabresi di G.M.

Al processo contro «Lotta Continua» interrogato il brigadiere Panessa

«Non abbiamo concordato le versioni» dice candidamente il vice-Calabresi

Clamorose contraddizioni del teste sulle ultime ore di vita di Pinelli. Messo alle strette, il sottufficiale si è trincerato dietro i «non so» e i «non ricordo»

di G. M.

 

Milano, 29 – Tre ore di martirio per il brigadiere Vito Panessa. Chiuso nel vicolo cieco delle sue contraddizioni, messo alle strette dalle «impietose» domande dei difensori di Pio Baldelli, il «braccio destro» del commissario Calabresi ha cercato di tirarsi fuori dalla sua incomoda situazione esibendo tutto un repertorio di smorfie, di sorrisi, di gesti concitati e di «non ricordo». Peggio di così non poteva comportarsi. Anche il presidente, dott. Biotti, non ha nascosto il suo fastidio: «Lei, signor Panessa, parla troppo: e perchè poi continua a ridere?». Vito Panessa è uno dei protagonisti della tragica notte del 15 dicembre. Le «cronache ufficiali» lo danno come l’uomo che si gettò su Pinelli, riuscendo ad afferrarlo per i piedi «Generoso» quanto inutile tentativo di salvare la vita al «suicida».

Ieri, Panessa, occhi sgranati, faccia tonda, colorito terreo, ha «ridimensionato» però l’episodio: si, è vero, ebbe quello slancio di «generosità», ma arrivò appena a sfiorare le scarpe di Pinelli. Meglio, non è nemmeno sicuro di «averle toccate». Comunque, si prese lo stesso un bello spavento per il «rischio» che aveva corso. Dopo il tuffo di Pinelli, infatti, non se la sentì proprio di precipitarsi da basso, in cortile, assieme all’allora tenente Lograno e ad altri sottufficiali.

PRESIDENTE: «Ma doveva fare qualcosa di sopra?».

PANESSA: «No, niente»

PRESIDENTE: «E allora, perché è rimasto in ufficio?».

PANESSA (sorridendo): «Signor presidente, ero sotto choc, dovevo rianimarmi».

Lo choc, comunque, non gli impedì di scambiare alcune frasi con l’anarchico Valitutti che, al momento del fatto, si trovava nell’androne proprio di fronte all’ufficio di Calabresi. Vero che, in quell’occasione, disse a Valitutti che Pinelli era ormai dentro fino al collo e che per questo si era ucciso?

PANESSA: «Non ricordo: so solo che abbiamo parlato».

E che «ruolo» ha giocato durante l’interrogatorio di Pinelli? Vero che anche lui, come ha detto Calabresi, aveva una sua funzione da svolgere?

PANESSA: «No, mi interessava solo l’interrogatorio, non avevo niente da fare».

Dunque, stava lì semplicemente per godersi lo spettacolo. Poteva anche uscire se avesse voluto? Certo che poteva uscire, poteva fare quel che voleva. Panessa, invece rimase, dall’inizio alla fine. Meglio, entrò nella stanza mezz’ora dopo che l’interrogatorio era cominciato. Niente vero quindi che ebbe modo di ascoltare quella tal frase, «Valpreda ha parlato» che avrebbe dato l’avvio all’«amichevole colloquio» fra Pinelli e Calabresi? No, lui, Panessa, non la sentì quella frase: entrò nell’ufficio quando era già stata pronunciata da un pezzo. E qui Panessa scivola in una delle sue più vistose, incredibili contraddizioni. Quando infatti, il 16 dicembre, il sostituto procuratore, dott. Caizzi, lo interrogò su quanto era avvenuto poche ore prima al quarto piano della questura, il brigadiere della «politica» fu molto preciso nel suo racconto. Disse di aver udito Calabresi pronunciare quell’ormai storica frase, «Valpreda ha parlato», cui era subito seguito il melodrammatico grido di Pinelli, «E’ la fine dell’anarchia». Stesso racconto fece poi il 16 gennaio, sempre davanti al dott. Caizzi, e solo dopo che il sostituto procuratore della Repubblica gli fece notare che quella frase, stando al Calabresi e ad Allegra era stata pronunciata all’inizio dell’interrogatorio, Panessa modificò la sua versione. Come poteva aver udito, infatti, una frase pronunciata quando ancora lui era fuori dall’ufficio?

Già all’inizio dell’interrogatorio di ieri, Vito Panessa ha cercato di giustificare questo suo strambo comportamento. Ne è venuto fuori però un discorso estremamente contuso, costellato da tutta una girandola di risate e di risatine nervose che hanno chiaramente infastidito il presidente. Insomma, perché mai questa contraddizione?

PANESSA: «Non so, pero, forse…».

Ecco, la frase deve averla «recepita» da qualche parte e quindi la fece sua come se l’avesse veramente sentita con le sue orecchie.

«Sa – ha aggiunto il brigadiere della politica – non è che ci sia stata una versione concordata. Ognuno di noi è andato dal giudice…». Ed è stato a questo punto che il presidente si è fatto ancora più scuro in volto; «Lei, signor Panessa, parla troppo». Il brigadiere, comunque, ha avuto anche i suoi momenti di sdegno come quando i difensori gli hanno chiesto «se poteva escludere di avere infierito su Giuseppe Pinelli sino a provocarne la morte». Rapida, senza esitazione, allora la risposta di Panessa: «Sono metodi che non ho mai conosciuto». «E’ però vero che lui è un esperto di Karaté?», hanno insistito i difensori. Alla domanda non si sono opposti né Lener né il P.M. E’ stato il presidente che l’ha giudicata «inammissibile».

All’udienza di ieri, oltre ad Allegra è stato ascoltato anche Giuseppe Caracuta, il brigadiere che stese il verbale dell’interrogatorio di Pinelli. Come il tenente Lograno, Caracuta non vide la scena «decisiva», l’anarchico che piomba giù dalla finestra. In quel momento stava mettendo ordine nei suoi fogli. False quindi le affermazioni che si leggono nel suo interrogatorio reso al dott. Caizzi? Mica vero che vide Pinelli «compiere un balzo felino verso la finestra?». Caracuta: «Non lo vidi quando si mosse per andare verso la finestra. Vidi però qualcosa di repentino, come se sfuggisse. Come una saetta».

Il processo riprende stamane.

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1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

Lotta Continua 1 maggio 1970 Torture alla questura di Milano – Ricordiamoci i loro nomi: Zagari, Panessa, Calabresi, Muccilli

26 settembre 2012

Lotta Continua 1 maggio 1970 foto 01

Quello che riportiamo è una parte del verbale di un compagno arrestato e tenuto in prigione da più di un anno, sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati del 25 aprile al padiglione Fiat della Fiera. Pur non esistendo nessuna prova a carico e pur essendo emersa la responsabilità fascista degli attentati, 4 compagni hanno già fatto un anno di carcere preventivo. Per tenerli in galera si è tentato di costruire prove false; il modo viene denunciato dal verbale. Altro particolare interessante è che i poliziotti accusati di torture sono gli stessi presenti all’interrogatorio e al «suicidio» di Pinelli. Anche di queste violenze dovranno rispondere; ricordiamoci i loro nomi; gliela faremo pagare.

«Dichiaro i motivi per cui i verbali da me precedentemente firmati sono completamente falsi. Per 3 giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare; ho dovuto affrontare un viaggio di notte da Pisa a Milano, ero intirizzito perchè non avevo con me indumenti caldi. Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Era la prima volta che subivo violenza fisica. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli, e torti i nervi del collo. Rendeva più terribile le percosse il fatto che avvenivano all’improvviso dopo aver fatto chiudere le imposte, e venivo colpito al buio. In particolare ricordo di essere stato colpito dal dr. Zagari che mi accolse al mio arrivo da Pisa alle 3 di notte con una nutrita scarica di schiaffi, e dagli agenti Mucilli e Panessa.

Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a venti anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere da parte del dr. Calabresi. Non mi sono mai resto conto della gravità delle affermazioni false che ero costretto a sottoscrivere perché avevo coscienza che i fatti erano diversi e pensavo che la testimonianza di due persone adulte, quali l’architetto Corradini e la moglie non avrebbero lasciato dubbi. Questo perché pensavo che non mi credessero perché ero un ragazzo. Mi sono sempre fin dall’inizio dichiarato estraneo ai fatti.

L’ufficio dà atto che le predette dichiarazioni sono state dettate personalmente dall’imputato, ricavandole da un suo foglio scritto.»

Lotta Continua 1 maggio 1970 foto 02

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 Pinelli: suicidato va bene, ma da chi?

23 settembre 2012

Pino Pinelli con le figlie e il suocero

Noi siamo tra quelli (molti) che non hanno mai creduto al «suicidio» di Pinelli e siamo anche tra quelli (pochissimi; forse solo la vedova) che l’abbiamo detto e scritto, e che abbiamo detto anche tutto il nostro odio per chi della sua morte è responsabile.

La nostra non era solo una intuizione o una supposizione; esistono molti elementi (o indizi) che impediscono di accettare l’ipotesi del suicidio. Ma tutti sanno e nessuno parla. Si sta sviluppando a livello nazionale una gigantesca rete di omertà che circonda e imbavaglia tutti, progressisti, riformisti, revisionisti; tutti temono la denuncia per «diffusione di notizie false e tendenziose»; tutti temono che il regime si risenta e che i suoi questori si adombrino. Così un mese fa noi scrivevamo che esistono prove certe (la registrazione della telefonata) che l’ambulanza che doveva portare Pinelli in ospedale venne chiamata prima (a mezzanotte e cinquantotto secondi) dell’ora in cui sarebbe avvenuto l’asserito «suicidio» di Pinelli (mezzanotte e tre minuti).

Preveggenza? Intuito professionale degli addetti all’interrogatorio? Fatto sta che tutti i giornalisti di Milano sapevano dell’episodio, ma solo dopo che Lotta Continua lo pubblica (assumendosene quindi la paternità e la responsabilità giuridica) arrivano le autorevoli conferme di Gian Paolo Pansa sulla Stampa, di Giorgio Bocca sul Giorno, di Gabriele Invernizzi su Vie Nuove.

E cosi anche l’Unità, tra molti dubbi e perplessità, lo pubblica. Poi con la formula comoda del «si dice» (utile per mascherare e limitare la portata di certe verità inconfutabili) salta fuori che Pinelli nel cadere dalla finestra passa praticamente rasente il muro rimbalzando sui due cornicioni (per cui più che di un volo si tratterebbe di una scivolata) e non protende nemmeno le mani in avanti, come istintivamente si è sempre portati a fare (le mani non presentano infatti nessuna scorticatura).

Come sia possibile questo rifiuto, della logica, dell’istinto, delle leggi di gravità, di tutte le analisi di medicina legale nessuno lo dice. Dopo tutto si tratta di un anarchico, gente strana, contraria a tutte le leggi …

E poi le versioni poliziesche sull’accaduto: questa volta la questura parla, eccome! parla in continuazione, fornisce particolari, non importa se discordanti tra di loro e contradditori.

Prima versione: «quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma non ci siamo riusciti».

Seconda versione: abbiamo tentato di fermarlo «ma ci siamo riusciti solo parzialmente».

Terza versione: «abbiamo tentato di fermarlo e il brigadiere Vito Panessa con un balzo cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase soltanto una scarpa del suicida».

E bravo il brigadiere Vito Panessa! abile e veloce, ma un po’ miope forse, dal momento che non ha visto che il Pinelli aveva 3 scarpe.

Le persone che si sono avvicinate al corpo del «suicida», nell’aiuola del cortile della Questura, affermano infatti di aver visto chiaramente ai piedi di Pinelli le due scarpe di pelle scamosciata. Come si spiega allora la scarpa rimasta in mano al brigadiere Vito Panessa?

A meno che questi anarchici non abbiano addirittura tre piedi; gente strana d’altronde, da cui ci si può aspettare qualsiasi cosa.

E Calabrese, questo concentrato di Mata Hari e Giames Bond, cosa fa Calabrese? Niente, lui non c’è quando Pinelli «cade», è uscito.

Sono in molti a giurarlo; in molti forse no anzi, a dire la verità, lo giura solo il capo dell’ufficio politico della Questura Antonio Allegra. Ma Allegra è un uomo d’onore e bisogna credergli.

Eppure c’è chi dice che Calabrese non è affatto uscito dalla camera dove era Pinelli e chi lo dice era nel corridoio e di fronte alla porta e quindi poteva vedere tutto e sentire tutto; e infatti afferma che il famoso colloquio di Pinelli con Calabrese, quello definito dalla Questura come cordiale e amichevole è stato vivacizzato da rumori soffocati e sedie rovesciate.

E poi c’è il pezzo diffuso dall’Agenzia di Stampa IN che riporta «una notizia quasi incredibile che però pare sia uscita dalla bocca di un agente di P.S.

Pinelli subito dopo l’interrogatorio fattogli da Calabrese si sarebbe accasciato sulla sedia colpito da collasso cardiaco.

Perduta la testa, gli agenti avrebbero gettato Pinelli dalla finestra».

Un’ agenzia di stampa dice queste cose. La Questura non commenta, non smentisce, non denuncia.

Un po’ di sana banalità a questo punto non guasta: chi tace acconsente? Troppo facile. Forse.

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Testimonianza di Sergio Ardau

22 novembre 2011

Verso le ore 16,30, di venerdi 12 dicembre, l’interno della Banca dell’Agricoltura, di Piazza Fontana, a Milano, viene sconvolto da una spaventosa esplosione. Agli occhi di coloro che accorrono, si presenta uno spettacolo terrificante: brani di corpi umani straziati, sparsi un pò dappertutto, in un lago di sangue, fra cumuli di macerie. Il primo bilancio è di 14 morti ed un numero impressionante di feriti, più o meno gravi. Mentre le autoambulanze, vanno e vengono, senza sosta, si fanno le prime congetture sulla sciagura; in un primo momento, circola la voce che siano esplose le caldaie del riscaldamento, poi, subito dopo si manifesta, senza più ombra di dubbio, l’atroce realtà: si è trattato di un attentato, una bomba collocata all’interno della banca ha provocato la strage, seminando la morte, fra quanti ignari della terribile minaccia in agguato, si trovavano sul posto.

Poche ore dopo, polizia e carabinieri, si scatenano in una forsennata caccia all’anarchico.

Il sottoscritto, quel giorno, si trovava all’interno del nuovo circolo anarchico di via Scaldasole 5, recentemente aperto, quando, verso le ore 19 circa, irrompe nel medesimo la squadra politica al completo, che si mette immediatamente «al lavoro», buttando tutto all’aria, frugando mobili e rovesciando cassetti, senza come al solito, trovare alcunchè, salvo ciclostilati, giornali, manifestini ed altri stampati, dei quali-in mancanza d’altro, viene fatto abbondante saccheggio. Alle proteste del sottoscritto, circa la mancata esibizione di un regolare mandato di perquisizione, si risponde, con seccata sufficienza, che «non è necessario, stato di emergenza» (?). Il sottoscritto viene «cortesemente» invitato «a favorire in questura» al seguito dei succitati messeri, onde fare una chiacchierata con il «dottore». Sono presenti il Dr. Calabresi, il Dr. Zagari, il Brig. Panessa ed altri ancora di cui non conosco il nome. In quel momento, mentre il sottoscritto si accinge a chiudere il locale, giunge il compagno Pinelli, al quale viene immediatamente esteso l’invito a «favorire» anche lui al solito posto.

Ci assicurano che non credono assolutamente che noi due si possa essere implicati in qualsivoglia maniera, negli attentati di poche ore fa, sanno benissimo che siamo due brave persone non hanno intenzione alcuna di fermarci, nè tantomeno di arrestarci, vogliono solamente avere con noi, «un amichevole e leale scambio di vedute». Stranamente mi trovo preso sottobraccio (sarà una dimostrazione d’affetto?), piuttosto saldamente direi, da due poliziotti, che mi «aiutano» a salire su una 850 Fiat blu, dove mi ritrovo ben stretto fra il brig. Panessa ed il dr. Zagari, mentre il dr. Calabresi, prende posto accanto all’autista. Gli altri poliziotti rimangono appostati nei pressi, in speranzosa attesa di qualche altro incauto pellegrino.

Pinelli che è venuto con il suo motociclo, segue a bordo dello stesso, noialtri in macchina, alla volta della questura centrale. Durante il tragitto, sia il dr. Calabresi, che il brig. Panessa, suo solerte scudiero (novelli don Chisciotte e Sancho Panza!), mi parlano indignati di «una sicura matrice anarchica negli attentati», «di certi pazzi criminali che si sono infiltrati tra noi, tra cui il Valpreda» (?) a proposito del Valpreda, mi chiedono se ultimamente l’ho visto e se frequenta il circolo. Tornano a ripetere «voialtri due siete due bravi ragazzi (Pino ed io), ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda, con il suo codazzo di ragazzini (Aniello D’Errico, Leonardo Claps, conosciuti come Cap e Steven, più gli altri), con la loro esaltazione criminale (?) ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, poichè ora non possiamo più tollerare, ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato (?!), dovete rendervi conto che ora ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri che sono stati i fascisti, questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio (beato lui!) e voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora, perchè sono delle belve assetate di sangue. La vostra propaganda anarchica, anche se voi di una certa età, la fate in buona fede, da filosofi idealisti, come te e Pinelli (???!!!) può generare in menti esaltate, l’odio e la violenza ed ecco in quanto è successo, il frutto inumano di quello che avete seminato e di cui siete anche voi (Pino ed io), se non forse materialmente,·credo però che non c’entriate (bontà sua), sicuramente moralmente responsabili, a meno che non collaboriate con noi, per assicurare alla giustizia quei mostri!». Alla mia domanda sul chi è o chi sono, a suo parere «i mostri», mi risponde che ancora non sono del tutto sicuri, comunque di certo c’è che sono stati gli anarchici e che sarebbero «ben curiosi di sapere dove si è cacciato il Valpreda, che nelle dimostrazioni gridava bombe, sangue, anarchia!».

Finalmente arriviamo in questura e, giunti al quarto piano (sez. politica) abbiamo la sorpresa di ritrovarci noi due soli, in uno stanzone pieno di poliziotti, ci fanno sedere uno di fronte all’altro, ad una certa distanza, con un agente seduto fra noi. Calabresi comunica a Pino, che è stata fatta una perquisizione a casa sua, Pino risponde sorridendo che come al solito non hanno trovato nulla. Calabresi e gli altri, fra cui Panessa, si rivolgono a me, chiamandomi sarcasticamente con il solito titolo: «il malfattore» e sia io che Pino, ci mettiamo a ridere. Dottori e brigadieri, si ritirano nei loro covi a cogitare, dato che per il momento, dicono, non hanno tempo di occuparsi di noi. Freneticamente, il folto nugolo di agenti, a gruppetti di quattro cinque per volta, dopo essere entrati ed usciti dall’ufficio di Calabresi, con un foglio in mano e dopo aver consultato la carta topografica della città, appena alle mie spalle, escono di volata, dallo stanzone, chiamando a gran voce gli autisti. Sento fare un sacco di nomi, ogni tanto sento il nome di questo o quel compagno e posso immaginare che stanno andando ad «invitare» anche loro a «favorire». Lo stanzone si svuota, restiamo solo noi due, oltre al nostro angelo custode. Pino mi strizza l’occhio e dice: «mi sa che si tratta di un invito piuttosto lungo, peccato che siamo solo noi due se no, si potrebbe fare un po’ di baldoria», rispondo che presto saremo in folta compagnia; il poliziotto protesta e si agita, dicendo che non possiamo comunicare tra di noi. Passano delle ore, lunghe e monotone, Pino ogni tanto alza la testa (sta facendo dei disegnini su dei foglietti di carta che arraffa sui tavoli vicini) e mi strizza l’occhio sorridendo. Arriva un altro poliziotto, molto meno «formale», che dà il cambio all’altro e si mette dapprima a chiaccherare con me, sulla Sardegna e poi con Pino, sul modo di cucinare le anitre selvatiche, le lepri e la selvaggina in genere. Pino, discute molto interessato e altre ore passano più in fretta.

E’ quasi mezzanotte, cominciano ad arrivare i primi scaglioni di fermati. I compagni anarchici, arrivano a frotte, giovani e vecchi assieme agli m.l. (marxisti-lennisti) di tutte le linee e gruppi. Lo stanzone è ben presto pieno, non tutti possono accomodarsi le altre stanze sono piene anch’esse. Ci scambiamo, fra compagni, le prime impressioni. Viene interrogato Pino, a lungo, poi è la mia volta, seguito a ruota dagli altri. Ci richiamono più volte, Pino ed io, per interrogarci di nuovo e, cosa molto strana, a seguito degli interrogatori, sia miei che di Pino, stendono un sacco di verbali molto generici, circa i nostri movimenti del pomeriggio e ogni volta non si curano di farceli firmare (e fino a sabato mattina, sia io che Pino, non abbiamo firmato, non essendone stati richiesti, alcun verbale). Nei «colloqui confidenziali» (così hanno definito gli interrogatori) Panessa e Zagari continuano a dirci che non credono assolutamente che Pino. ed io abbiamo a che fare con gli attentati, ma che «fra noi ci sono dei “pazzi criminali” (e dagli!) e dobbiamo aiutarli a fermarli, prima che colpiscano ancora, mi chiedono con petulante insistenza, notizie sul «pazzo» Valpreda (se ho idea di dove si trovi, che rapporti ho avuto con lui e che rapporti penso intercorrano fra lui e Pino). Mi chiedono inoltre di G…, F .., di un certo. G … «pazzo» anche lui e di un certo U… R …, che non ho mai sentito nominare prima (mi fanno. capire che gli attribuiscono molta importanza, poi verrò a sapere che si trova a S. Vittore, non so bene perchè). Alludono anche ad Ivo Della Savia e ad una centrale del terrorismo anarchico a Bruxelles, dove è a loro conoscenza che il suddetto si sia rifugiato. Hanno accanto alla scrivania, una borsa di pelle o similpelle, nera, il Dr. Zagari, la apre e ne tira fuori un sacchettino di cellophan, contenente dei frammenti metallici di colore argenteo ed un dischetto, che mi fa vedere invitandomi a prenderlo in mano, al che io decisamente rifiuto (boh??!); un po’ seccato, il funzionario, rimette il tutto nella borsa e riporta la stessa al suo posto. Finito l’interrogatorio, mi ritrovo in mezzo alla babele del famigerato stanzone. Domando a Pino. come è andata per lui e scopriamo che ci hanno chiesto le medesime cose, ovvero notizie sul «pazzo» Valpreda e Pino pensa che fra poco, dovrebbero mandarci a casa.

Viene introdotto una sparuto drappello di «estremisti di destra», visibilmente spaesato in mezzo a tanti «sinistri». Qualcuno di loro, protesta per «l’inaudito affronto», di confondere dei «galantuomini» come loro, con «certa gente»: segue risata generale.

Un vecchietto, il compagno D. L., del «Sacco e Vanzetti», mostra agli agenti un foglio attestante il bisogno di ricovero urgente in ospedale; gli viene risposto in malo modo di stare zitto. Si sono fatte le nove di mattina, il salone si è quasi completamente svuotato e ci ritroviamo accanto io e Pino, e ci scambiamo qualche facezia. Pino sempre del solito umore, ride e scherza, dice che ora dovrebbero lasciarci andare e che non vede l’ora di farsi una bella dormita, poichè sono due giorni che non dorme. Alle dieci circa, le nostre strade si dividono: arriva un agente e mi dice di andare giù con lui, mentre Pinò viene nuovamente chiamato, per un ennesimo interrogatorio. Ci salutiamo e mi dice, credendo che io venga rimesso in libertà, di aspettarlo giù nella strada, fuori dalla questura, che dovrebbero mandare fuori anche lui. Purtroppo, quella è stata la ultima volta che ci siamo visti, perchè io, giunto dabbasso, mi sono ritrovato assieme ad altri compagni, in camera di sicurezza (il compagno D… L… , invitato anche lui, che reclamava per il mancato ricovero in ospedale, ad accomodarsi per cinque minuti in camera di sic., rispose che l’ultima volta che lo fecero entrare in cella, dicendogli trattarsi di cinque minuti, ci vollero degli anni, per venirne fuori!), dalla quale sono uscito; la notte di sabato, per prendere la strada di S. Vittore, mentre Pino si è trovato a dovere prendere, non so fino a che punto di sua volontà (ho i miei dubbi), la strada di una finestra al quarto piano, che lo ha portato a schiantarsi, nel pieno vigore della sua vita, nel sottostante squallido cortile della questura centrale.

Certa gente che troppo bene conosciamo, non contenta di avere, col suo comportamento ed i suoi metodi, fin troppo noti anch’essi, stroncato la vita serena e laboriosa del nostro compagno, cerca ora di infierire su di lui, anche dopo la sua misteriosa morte, mettendo in opera tutte le insinuazioni e gli artifizi di cui è capace, uniche arti in cui ha una non certo invidiabile bravura, al fine di infangare anche il uome onesto ed intemerato di Giuseppe Pinelli. Chi, come me, ha avuto modo di conoscerlo personalmente ed ha potuto constatare ed apprezzare la sua modestia, la sua generosità verso chiunque avesse bisogno di lui, il suo carattere franco e leale, alieno da ogni animosità e da ogni forma di violenza, foss’anche verbale, sente il dovere di difenderlo dalle basse ed ignobili accuse di quanti, approfittano del fatto che egli non può più parlare in sua difesa, per lanciare contro di lui, insulti bavosi, il cui scopo, probabilmente, è quello di coprire la propria finta o reale incapacità, a scoprire i veri responsabili della mostruosa strage di Piazza Fontana, dei quali egli è, assieme alle altre, una vittima innocente, poichè tali belve, sono ancora in circolazione, a dispetto di tanti roboanti e trionfanti comunicati, di certi autorevoli personaggi, con relativo vociante e schiamazzante codazzo di certa stampa di «informazione». Gli sputi, gettati in alto, come dice il noto proverbio, finiscono sempre per ricadere addosso a chi li ha lanciati.

ARDAU Sergio 

Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata 

Umanità Nova n22 6 luglio 1997 Strage di Stato e dintorni: Quando Anna Bolena cantava in questura di Luciano Lanza

2 ottobre 2011

Così Enrico Rovelli è diventato confidente del commissario Luigi Calabresi. E di Federico Umberto D’Amato. Il capo dell’ufficio affari riservati del Viminale

Nome in codice: Anna Bolena. Dietro questo schermo si nasconde una delle storie più intricate dell’intricata vicenda legata alla strage di piazza Fontana. Ecco i fatti.

Sono scoppiate da pochi mesi del bombe del 25 aprile 1969 a Milano (ufficio cambi della stazione Centrale e padiglione Fiat alla Fiera campionaria), quando vengono arrestati a Riccione due anarchici milanesi: Tito Pulsinelli ed Enrico Rovelli. È il 22 agosto. Per Pulsinelli inizia un lungo periodo di detenzione che si concluderà il 28 maggio 1971. È accusato di aver partecipato a quei due attentati assieme con Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Piero Della Savia. Un’accusa che si rivelerà completamente inconsistente al processo e che li vedrà tutti assolti proprio nel 1971.

Diversa è la sorte di Rovelli. Esce subito dal carcere. Il commissario Luigi Calabresi con minacce e promesse di favori lo convince a diventare un suo informatore. Rovelli inizia la sua nuova carriera al servizio del commissario dell’ufficio politico della questura milanese.

Pur non facendo parte di alcun gruppo milanese, Rovelli è un frequentatore del Circolo Ponte della Ghisolfa. Un frequentatore saltuario: va al Ponte della Ghisolfa soprattutto quando ci sono conferenze o incontri pubblici. È in quelle occasioni che cerca di procurarsi informazioni e confidenze dai compagni milanesi. Tutte queste notizie vengono poi trasmesse a Calabresi o all’uomo di fiducia di Calabresi, il brigadiere Vito Panessa.

Dalle prime indiscrezioni raccolte, risulta che l’interesse di Calabresi è concentrato su Giuseppe Pinelli, il membro più anziano del gruppo Bandiera nera. Ma la curiosità su Pinelli non è un’esclusiva di Calabresi. C’è un personaggio più in alto del commissario che vuole sapere che cosa fa, con chi si vede l’anarchico milanese. Chi è? Silvano Russomanno, responsabile nel capoluogo lombardo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno. Cioè l’ufficio che è di fatto guidato da Federico Umberto D’Amato (nel 1069 il direttore formalmente è ancora Elvio Catenacci). Calabresi, interfaccia dell’ufficio affari riservati nella questura milanese, non tiene solo per sé il confidente Rovelli, ma lo cede in “condominio” a Russomanno. Questo ruolo di Calabresi serve anche a spiegare il prestigio di cui godeva il commissario in questura e che in pratica lo faceva contare di più del suo diretto superiore: Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico.

Elemento nuovo. L’ufficio affari riservati, vale a dire la centrale della strategia della tensione e dei depistaggi, manifesta un particolare interesse per Pinelli. Una così insistente curiosità solleva anche un importante interrogativo. L’anarchico milanese è stato prescelto come capro espiatorio per i prossimi attentati che, sotto la regia del Viminale e del Sid, devono compiere i nazisti del gruppo di Franco Freda, Giovanni Ventura e quello di Delfo Zorzi? A questa domanda non è ancora possibile dare una risposta certa. Però l’ipotesi che Pinelli dovesse rivestire un ruolo di primo piano nella montatura contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana non appare infondata.

Così accanto a quello che sarà l’accusato principale per quella strage, Pietro Valpreda, emerge anche una possibile manovra nei confronti di Pinelli. Una manovra che si chiude con un evento drammatico: il volo di Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Un volo che avviene dopo che il fermo di polizia è scaduto da circa 24 ore. Cioè è illegale.

Ed è proprio nei giorni che vanno dall’esplosione alla Banca nazionale dell’agricoltura fino alla morte di Pinelli che emerge con maggiore evidenza il ruolo di Rovelli. In quel breve lasso di tempo entra ed esce più volte dalla questura milanese. Dopo ogni convocazione si presenta al Ponte della Ghisolfa con aria apparentemente sempre più preoccupata. “Non capisco che cosa vogliano da me i poliziotti”, dice Rovelli con insistenza agli anarchici del Ponte. Che però cominciano a insospettirsi. Quasi tutti sono stati fermati, però salvo alcuni trattenuti al carcere di san Vittore, gli altri sono stati rilasciati e mai più fermati. Perché Rovelli, che risulta elemento marginale nell’anarchismo milanese, ha un trattamento così particolare? Questa è la domanda che sorge spontanea in quei giorni non certo tranquilli. Sospetti che si rafforzano quando Rovelli ottiene con facilità la licenza per un locale da ballo, la Carta vetrata a Bollate (nell’hinterland milanese). Sospetti che verranno definitivamente confermati quando si potranno leggere i verbali di interrogatorio di Rovelli con il giudice Antonio Lombardi che indaga sull’attentato alla questura milanese del 17 marzo 1973. Lo stesso Rovelli ammette, infatti, di essere un informatore del commissario Calabresi. Così per far conoscere al maggior numero possibile di persone il ruolo di Rovelli (gli anarchici dei gruppi milanesi sono già da tempo informati) nell’estate del 1975 questo settimanale pubblica un comunicato su Rovelli con la sua foto: Attenti a costui , è l’esplicito titolo della nota su “Umanità Nova”.

La carriera del confidente Rovelli, a quel punto, è finita anche presso i meno informati. Ma non termina certo la sua carriera di impresario. Dopo la Carta vetrata, Rovelli diventa gestore di un locale molto più famoso: il Rolling Stones nel centro di Milano. Attività a cui affianca, oggi in modo esclusivo, quella di organizzatore di concerti rock: da Claudio Baglioni a Vasco Rossi, passando per tutti i nomi più famosi della musica leggera italiana.

Rovelli è infatti uno dei pochi manager musicali che riesce a ottenere i luoghi più ambiti per tenere concerti. Se un cantante vuole una piazza importante o uno stadio deve rivolgersi a Rovelli. Lui può avere i permessi dalle questure delle varie città italiane. Permessi che quasi sempre vengono negati ad altri impresari.

È la ricompensa per i servizi che Enrico Rovelli ha reso a D’Amato, poliziotto di vasta cultura, che per lui aveva scelto il nome di una moglie di Enrico VII. Anna Bolena, appunto.

Luciano Lanza

(Della vicenda, tornata alla ribalta alcune settimane fa, Umanità Nova si è occupata nel numero 17/1997 con l’articolo di prima pagina “Attenti a costui” di M. V.

 

Luciano Lanza è autore del recente libro “Bombe e segreti – Piazza Fontana 1969”, Eleuthera ed., recensito da Salvo Vaccaro sul n.20/1997 di UN. – NdR)