Posts Tagged ‘Calabresi’

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Torture in Questura

22 novembre 2011
Quello che leggerò è parte di un verbale di interrogatorio di uno dei compagni arrestati sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati del 25 aprile 1969. Pur non esistendo nessuna prova a carico e pur essendo emersa la responsabilità fascista degli attentati, 4 compagni hanno già fatto un anno di carcere preventivo. Per tenerli in galera si è tentato di costruire prove false: il modo viene denunciato dal verbale. Altro particolare interessante è che i poliziotti accusati di torture sono gli stessi presenti all’interrogatorio ed al «suicidio» di Pinelli. Anche di queste violenze dovranno rispondere, ricordiamoci i loro nomi: Zagari, Panessa, Calabresi, Mucilli. Gliela faremo pagare.

«Dichiaro i motivi per cui i verbali da me precedenmente firmati sono completamente falsi. Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare; ho dovuto affrontare un viaggio di notte da Pisa a Milano, ero intirizzito perchè non avevo con me indumenti caldi. Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Era la prima volta che subivo violenza fisica. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. Rendeva più terribile le percosse il fatto che avvenivano all’improvviso dopo aver fatto chiudere le inposte, e venivo colpito al buio. In particolare ricordo di essere stato colpito dal Dr. Zagari che mi accolse al mio arrivo da Pisa alle 3 di notte con una nutrita scarica di schiaffi, e dagli agenti Mucilli e Pallessa. Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi anunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere stato condannato, cioè fino a venti anni. Tali minacce mi furono ripetute in Carcere da parte del Dr. Calabresi».

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

Annunci

Umanità Nova 16 ottobre 1971 Messe in gioco carte false per salvare i sei assassini di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

2 settembre 2011

Illazioni sugli orientamenti del P.G. Bianchi D’Espinosa – La procedura per una archiviazione al di sopra di ogni sospetto – La polizia ed il suo avvocato tremano ancora

Umanità Nova 16 ottobre 1971    Tutti indiziati di omicidio volontario

 La nuova inchiesta per l’assassinio di Pinelli è avviata questa volta su binari formalmente corretti e prosegue con una certa alacrità.

 Eravamo convinti che il nuovo P.G. di Milano, Bianchi D’Espinosa, non sarebbe incorso nei grossolani e stupidi errori dei suoi predecessori, che avrebbe affrontato il caso con una procedura  impeccabile. Ma dal momento stesso in cui denunciammo, senza essere smentiti, che il cambiamento di «tecnica giudiziaria» per risolvere il caso Pinelli era stato deciso in una  inammissibile riunione di vertici tenuta a Roma nel ministero degli interni il 25 settembre, ci dicemmo convinti di trovarci di fronte ad una nuova manovra, accuratamente studiata, per  salvare gli assassini di Pinelli.

 Vogliamo, per il momento, credere che tanta immeritata fiducia, accordata da tutti i quotidiani alla «giustizia» in questa nuova fase del caso, nasca da cecità politica e non dalla convinzione  che sia sufficiente, dopo due anni, la corretta applicazione di norme procedurali per avvalorare e dare credibilità ad un’inchiesta le cui carte sono state spudoratamente falsificate fin dal  momento in cui l’infame crimine è stato commesso.

 Noi non possiamo aver nessuna fiducia in questa fiducia, anche se tutta la poliziottaglia che è implicata con la morte di Pinelli è ora «indiziata» di omicidio volontario. E non soltanto perchè  è la prima volta che ci troviamo di fronte a sei incriminati di assassinio che non trovano aperta la porta della galera, mentre per un ladruncolo di mele c’è sempre una cella disponibile a San  Vittore, ma perchè la loro incriminazione non è altro che una scaltra mossa per giungere alla archiviazione definitiva del caso Pinelli. Abbiamo più che fondati motivi per muovere questa  accusa alla giustizia di Stato.

 Il punto di vista del P.G.

Noi, ovviamente, non conosciamo il pensiero e gli orientamenti del P.G. D’Espinosa, non siamo nè saremo mai nè vorremmo essere depositari dei suoi punti di vista o delle sue confidenze. Ma chi è legato, come la stampa reazionaria e governativa, alle centrali in cui si amministra la giustizia repubblicana con i codici fascisti, è tanto dentro alle segrete cose per poter non solo svelare al pubblico il «punto di vista» del P.G. sul caso Pinelli ma anche per poter anticipare quelli che saranno gli sviluppi dell’inchiesta ed il risultato che se ne avrà. Secondo il Corriere della Sera tutto è chiaro, tutto è risolto, la prima inchiesta aveva già accertato la verità, si può stare tranquilli e per la fine di gennaio aprire il sipario sulla «commedia degli errori giudiziari» per il processo a Valpreda. Secondo Il Messaggero, il P.G. ha deciso di aprire questa nuova inchiesta promossa dalla denuncia di Licia Pinelli solo per riparare alle lacune formali, alla insufficienza delle indagini che portarono alla prima archiviazione. Ma è certo – secondo Il Messaggero – che non si avranno colpi di scena e tutto si concluderà ai primi di dicembre con una archiviazione al di sopra di ogni sospetto.

Con pungente arguzia popolare i romani chiamano Il Messaggero «la voce del padrone» e se il potere ci fa sapere, tramite la sua voce più qualificata, che «le perizie eseguite nella prima inchiesta (molto accuratamente, si dice alla Procura Generale) confermano l’assenza di altri sintomi atti anche solo ad ipotizzare una diversa causa di morte» e che pertanto la riesumazione della salma non potrà condurre a risultati diversi, possiamo essere certi che così sarà.

Sarà così, certamente è già previsto, come ci assicura «la voce del padrone», un bel decreto di archiviazione, ma noi dimostreremo che si tratterà delle stesse carte false di Caizzi ed Amati maldestramente ritoccate.

Prove sottratte e falle da colmare

Leggiamo ancora su Il Messaggero: «Fu negata alla vedova la possibilità di costituirsi parte civile; ci si accontentò delle due perizie necroscopiche per archiviare tutto, senza acquisire altre prove di riscontro, piuttosto rilevanti».

Si negò, ci si accontentò, non si acquisirono prove rilevanti. Si ammettono tutte queste gravissime scorrettezze ed omissioni volutamente commesse da Caizzi ed Amati, come se costoro fossero magistrati di un altro pianeta, come se le loro azioni, la «commedia degli errori» costituita dalle pagine del dispositivo di archiviazione da loro escogitato per non incriminare gli assassini, non riguardassero questa «giustizia» di Stato che ci delizia, non si riferissero al caso Pinelli, allo scandalo che ora si vuol coprire con un nuovo procedimento solo formalmente corretto.

Dopo due anni è ridicolo riaprire un’inchiesta che fu condotta in maniera del tutto arbitraria e vergognosamente partigiana, senza indagare sull’operato di chi, abusando del proprio potere, volle affossare il caso, senza esaminare i retroscena giudiziari che sono sfacciatamente alla origine dell’inquinamento e della sottrazione di «prove rilevanti». Come se questi inquinamenti, queste sottrazioni, non rendessero impossibile, dopo due anni, l’accertamento dei fatti e perizie attendibili.

Quello che dicemmo quando la magistratura rifiutò una vera inchiesta si è puntualmente verificato. Avevamo previsto che solo nel momento in cui gli assassini ed i loro difensori fossero stati certi che il tempo e gli uomini avevano cancellato ogni prova del delitto, avrebbero consentito indagini e perizie.

Perfino gli abiti di Pinelli, morto in quelle circostanze, sono stati distrutti «legalmente» con le fiamme da una monachella che ingenuamente ha registrato un particolare: erano imbrattati di sangue. Ma nessun alto funzionario, accorso sul posto dopo il delitto, neanche quella canaglia fascista del questore Guida, ha avvertito l’importanza, il dovere di guardare le mani dei sei responsabili per accertarsi su quali di esse fossero rimaste tracce di sangue e nessun giudice ha disposto, come la legge prevede, che gli abiti fossero messi a disposizione della magistratura.

In, tutte queste cose la autorità giudiziaria non ravvisa alcun reato. neanche omissione di atti d’ufficio e sottrazione di prove, e i responsabili si sono assicurate brillanti carriere.

La polizia e Lener tramano ancora

Sembrerebbe, leggendo la stampa dei padroni, che tutto è previsto perchè l’inchiesta in corso fili liscia verso la prestabilita archiviazione.

Ciò significa che i sei indiziati di omicidio volontario non verranno incriminati, la istruttoria si concluderà con il proscioglimento, non saranno portati in tribunale sul banco degli accusati, non si avrà un pubblico dibattimento e si troverà il trabocchetto procedurale per affossare definitivamente anche il processo Baldelli-Calabresi.

Per ottenere senza troppi scandali un risultato del genere la polizia ed il suo avvocato hanno ancora qualche serio ostacolo da superare, qualche grossa falla da tappare, soprattutto quelle aperte durante il dibattimento del troncato processo Baldelli-Calabresi durante il quale emersero evidenti indizi, contraddizioni e prove di reato.

Ma in certi ambienti della questura milanese da qualche giorno si vocifera insistentemente di un febbrile lavorio dell’instancabile avvocato Lener per mettere in piedi una versione del «suicidio» di Pinelli più credibile di quella incongruente sostenuta finora dai poliziotti.

Se ciò è vero, ad un certo punto dell’inchiesta Lener consegnerà al magistrato una strepitosa memoria difensiva con l’ultima strabiliante versione dei motivi che avrebbero indotto Pinelli al suicidio e persino una diversa ricostruzione del disperato gesto.

Siamo costretti a raccogliere queste sconcertanti voci e siamo persino indotti a dar loro un certo credito perchè, dopo aver visto agitare tanto fango intorno a queste vicende giudiziarie, dobbiamo aspettarci qualunque mascalzonata e prepararci a rigettarla con il dovuto disprezzo in faccia agli assassini del compagno Pinelli.

Umanità Nova 3 luglio 1971 Omertà di Stato (articolo non firmato)

1 settembre 2011

Umanità Nova 3 luglio 1971   Non siamo riusciti a conoscere il testo integrale della motivazione del provvedimento, con il quale il Tribunale di Milano, presieduto dal suo capo dott. Usai, il 18 giugno ha deciso di rinviare ad ottobre l’esame dell’incidente di esecuzione sollevato dalla difesa del commissario Calabresi in seguito alla pronunzia della «maledetta» ordinanza, di nuova perizia e di esumazione della salma del compagno Pinelli, da parte del collegio presieduto dal «ricusato» dott. Biotti. Crediamo, però, di aver capito, attraverso la lettura di quanto pubblicato in proposito da alcuni quotidiani, che il Tribunale di Milano ha rinviato la decisione circa la revoca o la convalida o la modifica del «provvedimento incriminato» perché essendo ancora pendente il giudizio di ricusazione del dott. Biotti e non definitivo, per il ricorso da questi proposto in Cassazione avverso la decisione della corte d’appello di Milano che aveva dato ragione all’avv.Lener, non era opportuno riesaminare un atto formulato da un magistrato, che, ove la Corte suprema avesse ritenute valide le ragioni da lui opposte a quelle della difesa di Calabresi, avrebbe, almeno in teoria, potuto avere la possibilità di risalire nuovamente sullo scanno di presidente del processo «Lotta Continua – Calabresi».

Tralasciando di elencare ai nostri lettori, che presumiamo digiuni di «cose di legge», le numerose perplessità di ordine giuridico che una cosiffatta motivazione fa nascere, non possiamo fare a meno di affermare che questa ulteriore sospensione di giudizio, col conseguente rinvio della ripresa del processo (che ormai si dimostra in tutte le maniere di non volersi fare), non può interpretarsi che come la volontà di non prendere con le proprie mani una patata bollente, in considerazione anche di ciò che sta succedendo nell’opinione pubblica in questa incipiente stagione estiva, e come il desiderio di rinviarne un possibile contatto ad altra epoca, quando cioè, aiutando le fresche brezze autunnali e il tanto proverbiale oblio degli italiani, sarà più facile evitare una scottatura.

Non c’è dubbio, quindi, che i disegni del commissario Calabresi e di coloro che stanno dietro e molto più in alto di lui e dei quali è strumento, continuano a procedere per il verso da loro desiderato e tracciato e che è quello, come tutti sanno, dell’affossamento di una verità, che a tutti i costi si vuole dal sistema negare, perché si tratta di una verità equivalente ad una denunzia del sistema stesso.

Senonché, come più sopra si diceva, qualcosa di nuovo sta succedendo nell’opinione pubblica, se è vero che stiamo assistendo ad una sollevazione morale da parte di molti, di moltissimi cittadini, i quali, nauseati per tutto quello che fino ad oggi si è improvvisamente mostrato dietro la ricusazione del presidente Biotti e convinti che l’espediente del «suicidio di Stato» è un volgare pretesto per nascondere un crimine del sistema, hanno a loro volta pronunziato la loro «ricusazione di coscienza» nei confronti di un gruppo di noti personaggi, ritenuti i soli (erroneamente diciamo noi) responsabili dell’affossamento della verità, oltre che dell’affossamento (e qui fuori di ogni metafora), del compagno Pinelli.

Le sottoscrizioni della dichiarazione di un gruppo di uomini di cultura, pubblicata sull’«Espresso», sono diverse centinaia e aumentano di ora in ora (particolare interessante: le firme delle donne superano quelle degli uomini); lettere di adesione di uomini politici che, con diverse motivazioni, affermano di aderire alla dichiarazione di ricusazione morale vengono pubblicate tutti i giorni e a queste si aggiungono dichiarazioni di gruppi e di collettivi. Si chiede un’inchiesta parlamentare, si evoca il caso Dreyfus. In conclusione: una vera e propria sollevazione morale.

Bene. Noi anarchici, che in tutto l’affare – (che, come dovrebbe essere noto, non comprende soltanto la defenestrazione di Pinelli e il processo «Lotta Continua» – Calabresi, ma tutta la strage di Stato) – siamo interessati in prima persona, non possiamo che prenderne atto e giudicarla un fatto positivo.

Però abbiamo il dovere di precisare che non abbiamo alcuna fiducia in alcuna inchiesta parlamentare, la quale, oltre che rimandare alle calende greche una risposta per noi urgente e improrogabile, non potrebbe che concludersi nel modo in cui si sono concluse tutte le inchieste parlamentari. Nel modo, cioè, rispecchiante gli interessi, i giuochi, gli appetiti, gli equilibri, i compromessi, le ipocrisie, la «bassa politica» dei partiti che costellano il parlamento e dei governi in carica. Il tutto a prescindere dai dubbi sulla buona fede, che non saremmo disposti a riconoscere a tutti i componenti la eventuale costituenda commissione; e a prescindere dagli ostacoli di varia natura che sarebbero frapposti tra il funzionamento e l’operato della stessa e la verità da scoprire, a cominciare dai famigerati «segreti di Stato», delle zone d’ombra da non tentare di illuminare, da territori per legge inesplorabili.

E’ da anni che andiamo affermando che siamo convinti che in seno ai governi e forse anche nei meandri di qualche segreteria di qualche partito di opposizione c’è chi sa e conosce tutta la verità e che luride ragioni di Stato o più luride mire di potere ne impongono il silenzio. Non potranno essere, quindi, le inchieste di commissioni parlamentari, espletate e composte da uomini legati ai governi e ai partiti, soggetti ai compromessi e ai ricatti, a rivelare ciò che dall’alto si vuole che rimanga nascosto.

Non resta allora che scegliere l’altra via, quella della protesta totale, della denunzia pubblica, del contrattacco consistente nello sforzo di fare comprendere a tutti che la verità sulla morte di Pinelli non riguarda soltanto i personaggi della vicenda giudiziaria, allo stesso modo che la verità sulla strage di Milano non può essere ricercata e trovata soltanto fra le pieghe di una montagna di carte processuali. Si tratta di fatti politici, che come tali debbono essere affrontati e da tutti. Gli «addetti ai lavori» non sono soltanto i giudici, gli avvocati, i pubblici ministeri, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari, gli uscieri, ma tutti, tutti i cittadini. E soprattutto i lavoratori, i cosiddetti proletari, i quali – malgrado quello che inesattamente è stato scritto nella dichiarazione del collettivo politico di difesa di Roma, pubblicata nel numero scorso di questo giornale e che non può essere condivisa nella sua integrità – sono i grandi assenti (così presi come sono dalle rivendicazioni settoriali e così cloroformizzati dai sindacati e dai cosiddetti partiti di sinistra), nel coro di protesta per le sopraffazioni politiche e giudiziarie nei confronti degli anarchici e degli altri gruppi extraparlamentari, definiti dai loro mandarini come «lupi mannari» affetti da infantilismo politico.

 

Umanità Nova 2 ottobre 1971 La polizia e Lener guazzano nel ridicolo di Comitato politico-giuridico di difesa

30 aprile 2011

La temeraria iniziativa dell’avvocato della polizia per ostacolare l’accertamento della verità e impedire l’azione dei legali di Licia Pinelli

Puzza d’intrigo e di altre canagliate

Lener, il tracotante avvocato miliardario di Calabresi, colui che è noto come difensore della polizia per altri tragici e luttuosi eccidi e per aver, con indecorosa macchinazione, impedito fino ad ora la riesumazione della salma di Pinelli, è tornato alla ribalta con il gesto più vergognoso, incredibile e spregiudicato che si potesse concepire.

La denuncia per calunnia presentata da Lener contro l’avvocato Smuraglia è senza precedenti nella storia forense e qualora, per evidenti inammissibili e vergognose volontà prevaricatrici non dovesse essere bloccata e l’autore di sì ignobile iniziativa non venisse estromesso dall’Ordine, vedremmo posto in costante pericolo l’esercizio professionale degli avvocati, come giustamente hanno stigmatizzato con energiche denuncie i «giuristi democratici» ed il sindacato avvocati e procuratori di Milano e molte personalità politiche e giuridiche.

Ma sono altri gli aspetti della questione che più ci interessano e ci rivoltano lo stomaco anche se non ci sorprendono perché siamo ormai convinti che si stanno preparando altri colpi di scena, altre grosse canagliate per difendere l’onore e il prestigio della polizia, per strappare Calabresi e soci alla  condanna già decretata dal popolo.

Uno di questi aspetti la dovrebbe riguardare e preoccupare la magistratura e costringere il procuratore generale di Milano, Bianchi d’Espinosa, direttamente investito dalla furia di Lener, a prendere posizione. Infatti stando alle cervellotiche e basse insinuazioni di Lener, Licia Pinelli ed i avvocati avrebbero presentato la denuncia «in un momento ritenuto propizio» che ha coinciso con l’insediamento del nuovo procuratore generale traendo costui in inganno, il che non sarebbe stato possibile prima perché «i magistrati di allora che avevano vissuto la vicenda ora per ora, pagina per pagina, non avrebbero tollerato inganni».

Lener accusa, senza sottintesi, Bianchi D’Espinosa di aver «svuotato ed immiserito le oneste fatiche» dei magistrati che lo hanno preceduto, di Caizzi ed Amati che così bene avevano risposto alla volontà poliziesca e governativa di archiviare il caso. Lener accusa apertamente Bianchi D’Espinosa di essersi prestato, accogliendo la denuncia di Licia Pinelli, alle «manovre mistificatrici» tendenti a colpire l’onore della polizia ed il prestigio della magistratura.

Ma il procuratore generale, lo stesso che aveva ponderato un mese sulla opportunità di inoltrare la denuncia di Licia Pinelli, questa volta, di fronte alle insultanti e spudorate 207 pagine ed ai 40 allegati della denuncia di Lener, non avverte l’esigenza di riflettere e frettolosamente, in poche ore, trasmette l’infame carteggio all’ufficio istruzione del tribunale.

Lener è una vecchia volpe senza scrupoli e, lo si è visto con lo sporco caso Biotti, sa quel che vuole ottenere e come muoversi, nel pantano della «giustizia democratica», per ottenerlo.

Noi non siamo. così ingenui da unirei al coro di quanti, deplorando il suo gesto, lo hanno giudicato assurdo, inutile, temerario, grottesco, provocatorio, destinato a fallire miseramente.

Noi ravvisiamo, nella iniziativa assunta da Lener «in evidente dispregio di ogni regola di etica professionale e con atto calunnioso e diffamatorio», oltre al tentativo di impedire che si faccia luce sulla morte di Pinelli, una insopportabile puzza di intrigo, accuratamente preparato da Lener in «alto loco» con il preciso e gravissimo intento di rovesciare, al momento opportuno, l’attuale corso della «giustizia» ed affossare definitivamente la verità con una nuova menzogna di Stato costruita in due anni di accurate manipolazioni.

Quel che avverrà nei prossimi mesi, quindi, non ci sorprenderà, ci aspettiamo una serie di canagliate di cui quest’ultima costituita dalla denuncia di Lener all’avvocato Smuraglia non è che il prologo. Non ci sorprenderebbe neanche che, a coronamento di una serie di losche, iniziative, lo avvocato della polizia o la questura stessa tentassero di contrabbandare all’opinione pubblica una altra versione più idiota ed infame delle precedenti sulle cause indirette e dirette della morte di Pinelli.

Dietro Lener si muovono potenti forze, alte autorità disposte a tutto pur di far trionfare le menzogne di Stato» sulla morte di Pinelli e sulla Strage. Di questo fummo avvertiti da una precisa e gravissima dichiarazione del giudice Biotti. Attenzione quindi alle prossime mosse di Lener ed a quelle della magistratura; nulla è affidato al caso, nulla va attribuito a stupida e senile baldanza del principe miliardario del foro, ma ogni iniziativa è una precisa pennellata che deve, nelle intenzioni dei mistificatori, completare il quadro che hanno in programma, Il via all’ultima operazione, iniziata con l’inoltro della denuncia di Licia Pinelli all’ufficio istruzioni, non dimentichiamolo, è stato dato dalla riunione effettuata ad alto livello il 25 agosto al Ministero degli Interni. E ciò non è stato mai smentito.

Mancanza di coraggio

Lener afferma di essersi assunto in proprio la responsabilità della denuncia «per non esporre gli interessati che sono e si proclamano innocenti e calunniati».

Allegra, Calabresi ed i loro scagnozzi di questura si nascondono dietro il loro degno compare e costui, a sua volta, per evitare l’impopolarità di una denuncia diretta contro Licia Pinellì, grottescamente rigira l’ostacolo e si scaglia contro il suo avvocato adducendo a pretesto l’insinuazione che Licia «non ha fatto e non poteva fare» uno studio dei vari atti istruttori necessario per esprimere il contenuto della sua denuncia.

Ciò è arbitrario e falso, perché Licia Pinelli «poteva», senza che nessuno e nessuna norma procedurale glielo vietasse, studiare tutti gli atti relativi al caso e la sua reazione alla notizia dell’iniziativa di Lener è stata immediata ed estremamente illuminante in questo senso; essa infatti ha dichiarato: «La notizia della denuncia presentata dall’avvocato Lener contro uno dei miei avvocati è un fatto senza precedenti. Anche se l’istanza è diretta contro il professor Smuraglia, confermo che la richiesta di apertura di procedimento presentata il 23 giugno è l’espressione autentica della mia convinzione sulle cause che hanno provocato la morte di mio marito. Richiesta fondata su una precisa conoscenza degli atti. Riconfermo la mia volontà di andare sino in fondo affinché venga anche giudizialmente dichiarata la verità»:

Calabresi non ha avuto il coraggio di assumere in proprio la responsabilità della denuncia.

Lener non ha avuto il coraggio di affrontare la impopolarità di una denuncia diretta contro chi esprime la certezza che i suoi protetti siano tutt’altro che innocenti.

Questa è viltà della peggiore specie di fronte alla quale assume un alto valore la ferma coerente dichiarazione di Licia Pinelli che non si nasconde come è costretto a fare Calabresi, dietro le spalle del suo avvocato, ma rivendica in pieno la responsabilità delle sue giuste iniziative e la capacità di acquisire sufficienti cognizioni e di pervenire a proprie convinzioni, capacità che Lener arbitrariamente le nega.

Altrettanto coerente e seria è la decisione presa dall’avvocato Carlo Smuraglia di non opporre «all’incredibile e pazzesca» iniziativa di Lener alcuna rivalsa giudiziaria.

Chiunque, volendolo, potrebbe denunciare Lener per aver diffamato e calunniato l’avvocato Smuraglia, ma è scesa tanto in basso la considerazione e la credibilità della «giustizia» repubblicana che il non ricorrervi, soprattutto in, casi del genere, è indice di equilibrio e di buon gusto.

Denunce a valanga?

L’avvocato Lener non si arresta di fronte al ridicolo delle sue iniziative e continua imperterrito a presentare querele.

Oggetto della sua ferma e dichiarata intenzione di colpire tutti coloro che oseranno criticarlo per ora è stato il Sindacato avvocati e procuratori di Milano (1.400 iscritti) ma si ha fondato motivo di ritenere che molte altre denunce siano nei programmi dell’illustre avvocato della polizia.

L’atteggiamento e le azioni del Lener sono, a nostro avviso, provocatorie. Egli, è evidente, tenta di complicare e soffocare il caso sotto una valanga di denunce e di controdenunce che aprirebbero una lunga interminabile serie di procedimenti penali.

E’ un gioco subdolo che, a lungo andare, potrebbe dimostrarsi pericoloso per l’avvocato ed i suoi clienti, anche se poggia su connivenze con l’apparato, anche se l’inchiesta che ha preso le mosse dalla denuncia di Licia Pinelli per omicidio volontario dovesse incastrare la verità in un vicolo cieco come quella per la strage di Stato.

Il fatto che solo ora, con tanto inammissibile ritardo, la magistratura si sia decisa a sequestrare la cartella clinica di Pinelli, è di una gravità eccezionale perché in due anni possono avvenire molte cose e la polizia ha le mani lunghe. Comunque quelle carte hanno ben poco da rivelare sulla meccanica dell’incidente e le testimonianze rese nell’immediatezza dell’evento hanno ben più peso.

Se fosse stata condotta una seria e completa inchiesta nel dicembre del 1969, se quello che si ritiene indispensabile fare ora, dopo che il tempo e gli uomini hanno cancellato, e falsato le prove, fosse stato fatto allora, tutti oggi saprebbero come è stato ucciso Pinelli e chi ha voluto, organizzato ed attuato la strage di piazza Fontana.

Comitato politico-giuridico di difesa

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 dicembre 2009

http://milano.repubblica.it/dettaglio/i-40-anni-di-dolore-della-vedova-pinelli-non-smettero-mai-di-cercare-la-verita/1791234/1

28 novembre 2009

I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

di Piero Colaprico

“Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per i parenti”. Licia Pinelli, vedova di Giuseppe, morto nel dicembre di quarant’anni fa precipitando da un balcone della questura di Milano, assicura di non aver “mai smesso di cercare la verità”

Licia Pinelli

Licia Pinelli

Licia Pinelli ha, come dice lei con un sorriso quasi da ragazzina, «ottantun anni e tre quarti». Sta seduta in cucina, quarto piano senza ascensore. Dritta, con le mani incrociate in grembo. Immobile, a parte gli occhi vivaci e acuti. Una postura che ricorda i monaci buddisti: ma è come fuoco dentro una corazza. «”Tu non piangi mai”, mi hanno detto. Ma se piango o non piango lo so solo io, il dolore – dice – non va fatto pesare sugli altri».

Questo che finisce è un 2009 un po´ speciale. Per la prima volta, la cosiddetta “madre di tutte le stragi” non conta diciassette vittime, ma ne conta una un più: “il Pino”, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, suo marito. Era entrato in questura per un interrogatorio sulla bomba di piazza Fontana ed era uscito da una finestra dell´ufficio politico, coordinato dall´allora commissario Luigi Calabresi. Sette mesi fa il presidente Giorgio Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, nel “giorno della memoria”. E ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un´improvvisa assurda fine».

Il Presidente ha detto che non voleva rifare il processo, ma proporre un gesto politico. E anche lei forse si sarà stufata di rifare ogni volta il processo…

«Beh, il processo per mio marito non l´abbiamo mai ottenuto. Ci sono state solo istruttorie. E io non ho mai smesso di cercare la verità».

Mai?

«Spero sempre che venga a galla. Se non la vedrò io, la vedranno le mie figlie. E se non loro, altri che manterranno il ricordo».

Non è facile, in alcune storie intricate, avvicinarsi alla verità…

«Ci si può arrivare insistendo. Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per parenti».

Come arrivare a “sapere”?

«Durante i processi, sa che ho pensato? Che alcuni interrogatori non dovrebbero farli il pubblico ministero e gli avvocati. Dovremmo essere noi. I parenti. Sì, guardando in faccia le persone. Delle bugie dei poliziotti sono sicura con ogni cellula del mio corpo, del mio cuore, del mio cervello».

Perdoni l´insistenza, ma esistono però alcuni elementi che anche quarant´anni dopo fanno impressione. Uno è che Pinelli muore e il questore di Milano, Marcello Guida, che era stato comandante del carcere fascista di Ventotene, sostiene che suo marito si è buttato dalla finestra gridando “È la fine dell´anarchia”. Una menzogna davvero inspiegabile, oppure?

«Conoscevo Pino, eravamo legatissimi. Quindi ero sicura che non aveva commesso nulla di cui veniva accusato. Parlava a telefono da casa. Ogni volta che diceva la minima bugia lo scoprivo. Non potevo mettere riparo alla sua morte, ma alla diffamazione sì. Querelai Guida. Gli stava sporcando il nome, per gente come noi è inconcepibile. Poi querelai i poliziotti e il carabiniere che stavano nella stanza dell´interrogatorio. Cercavo la verità attraverso loro, perché hanno mentito. E perché mentire e contraddirsi se non per nascondere qualcuno o qualche colpa più grave?».

Lei – secondo dettaglio strano per chiunque conosca una questura – viene a sapere della tragedia un´ora e mezza dopo, dai giornalisti e non dalla polizia: davvero è andata così?

«Quella notte vennero due, credo del Corriere, “Sa, pare una disgrazia”. Chiamai subito il commissario Calabresi, sapendo che era lui ad averlo interrogato. Sono Licia Pinelli, dov´è mio marito? Mi rispose Calabresi: “Al Fatebenefratelli”. Non ci potevo credere. Perché non mi ha avvisata? “Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”. Da fare? Non riesco ancora oggi a pensare con neutralità a questa risposta. Ora però…».

Scusi lei, ultimissimo elemento. Lello Valitutti. Erano rimasti in due, gli anarchici da interrogare. Chiamano suo marito e Valitutti resta per ultimo in uno stanzone. Dirà poi che ha sentito del trambusto, poi il rumore del corpo caduto. Ed è rimasto colpito dal silenzio, dentro la stanza. Poco dopo è stato messo faccia al muro. E rilasciato.

«Con Lello ci si sente sempre, io gli credo. Non s´era distratto. Quando hanno fatto il sopralluogo, durante un´istruttoria, c´era una macchina delle bibite davanti alla porta. “Come faceva a vedere la stanza dell´interrogatorio se c´era ‘sta cosa davanti?”, gli hanno chiesto. “Non c´era”, ha risposto Lello e ha fatto vedere i segni sul pavimento. La macchinetta era stata spostata. Ma dopo. Quella sera Valitutti poteva vedere».

Gerardo D´Ambrosio non l´ha mai interrogato…

«Me lo sono chiesta anch´io il perché. D´Ambrosio era partito bene, aveva fatto ciò che altri non avevano fatto. Ma che devo dire? Il magistrato Caizzi ha parlato di morte accidentale, Amati di suicidio, D´Ambrosio di disgrazia plausibile, il “malore attivo”. Luigi Bianchi d´Espinosa, procuratore generale a Milano, mi sembrava attento, scrupoloso. Poi Bianchi è morto…».

L´ultimo fotogramma di suo marito?

«Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz´età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura?».

Poi?

«Erano giorni bui, di cielo scuro. Neve in strada, freddo. Se penso a quel periodo vedo di Milano solo il nero».

C´è un appello che gira in questi giorni, per aprire, come lei chiede, i cassetti del Viminale. Ma ci crede davvero ai segreti che vengono a galla?

«In America per gli anarchici Sacco e Vanzetti è stato così. Pino non s´è ucciso, non l´avrebbe fatto. Innanzitutto credeva nella vita, mi aveva appena detto che non condivideva il gesto di Jan Palach, che si bruciò a Praga contro i carrarmati sovietici. Poi non l´avrebbe fatto per l´amore che ci univa. E per l´amore per le bambine, alle quali, durante l´interrogatorio, faceva dei disegni. Posso sperare che qualcuno recuperi la coscienza. O che si trovi un documento. Quanto potevo fare, io ho fatto, non ho smesso di chiedere».

Lo Stato le ha mai offerto un risarcimento?

Anzi! Volevano farmi pagare delle spese. Poi però non sono mai venuti a chiedere».

Di Pietro Valpreda, il finto “mostro”, che pensa?

«Un simpatico casinista che hanno messo in mezzo all´inizio, per dare la colpa agli anarchici. Le varie inchieste le ho seguite sui giornali, la pista di destra direi che non ha dubbi, non più».

L´omicidio del commissario Calabresi nel ’72 lei l´ha vissuto…

«Malissimo. A parte la morte di un uomo, c´è stata tolta la possibilità di ragionare con una persona che c´era. E che sapeva cos´era successo in quegli anni, e nelle ore in cui mio marito morì».

L´ha incontrato?

«L´ho visto una sola volta. nell´aula del processo a Lotta continua. E Calabresi – che era parte lesa – mi fece pena. Erano tutti contro di lui, mi sembrò “mollato” dai suoi capi, il capro espiatorio degli sbagli della polizia».

L´anniversario le pesa?

«Sempre. Quest´anno poi, tanti vogliono un ricordo. Ma io sono prosciugata dalle troppe parole, che, in fondo, sono le stesse di quel ’69. Degli anni Settanta. E nel frattempo Pino, che era l´uomo della mia vita, non è più stato qua, dove doveva essere».

5 maggio 2005 Un’altra bomba a piazza Fontana. I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali di Barbara Fois

2 dicembre 2009

http://www.democrazialegalita.it/barbara/barbara_piazzafontana.htm

5 maggio 2005

Un’altra bomba a piazza Fontana.

I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali .

di Barbara Fois

La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio scorso chiude definitivamente un lunghissimo e doloroso iter processuale, che – da quel terribile pomeriggio di dicembre del 1969, in cui 7 kg di tritolo fecero a pezzi persone e cose nella Banca dell’Agricoltura di Milano – è approdato a un tristissimo “liberi tutti”, in un gioco d’acchiapparella a cui l’etica e la giustizia non hanno partecipato. Ma forse la cosa che ci ha ferito e indignato di più è stata la condanna a pagare le spese processuali, per i familiari delle vittime di quella strage lontana. Ma come è stato possibile mandare assolti anche questi imputati? Eh sì, perché nel corso di questi 36 anni c’è stato un incredibile alternarsi di indiziati, tutti poi più o meno prosciolti dalle accuse. Ma aldilà dei nomi degli esecutori materiali, che ormai non sapremo mai, cosa siamo riusciti a sapere? Almeno qualcosa l’abbiamo capita? L’ex procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio ha detto “Quando eravamo a un passo dalla verità ci hanno eccepito il segreto politico e militare. Abbiamo incontrato ostacoli di ogni tipo. Anche la Cassazione, che ha avuto un ruolo molto pesante in questa vicenda. Nel 1974 con due ordinanze fermò il processo. Anche quando Giannettini, agente del Sid, si costituì e decise di parlare con noi: in tutta fretta ci fu tolto il processo”. Di una cosa l’ex procuratore è comunque certo: se anche, giudizialmente, non ci sono colpevoli, “la verità storica è stata accertata. Sul finire degli anni ’60 alcuni settori dello Stato pianificarono l’uso di terroristi di estrema destra per frenare l’avanzata della sinistra”.

Della stessa opinione è anche il giudice istruttore Guido Salvini, che seguì le più importanti inchieste sul terrorismo di destra. Per il giudice Salvini dietro la strage di piazza Fontana c’è Ordine Nuovo e questo è un punto fermo, nonostante le assoluzioni “La verità giudiziaria non si esaurisce sempre nella condanna dei singoli responsabili. Non è una situazione molto diversa da quella dell’ indagine sulla morte di Mattei, conclusasi con la certezza acquisita che si trattò non di un incidente ma di un sabotaggio, senza però giungere ai nomi dei suoi autori”. http://www.tgcom.it/cronaca/articoli/articolo255642.shtml

Dunque almeno questo lo sappiamo: che dietro la strage c’è il terrorismo fascista. Ma questo noi ex ragazzi del ’68 lo avevamo già detto, anzi gridato, 36 anni fa…

Ma vediamo come è cominciata questa incredibile vicenda giudiziaria.

Sono circa le 16,25 del 12 dicembre 1969, è un venerdì e tutte le altre banche sono già chiuse, ma non  la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, perché il venerdì sera vi si svolgono le contrattazioni del mercato agricolo. Sotto il tavolo centrale, attorno a cui la gente normalmente si siede per compilare assegni e moduli, ci sono due valigette. Qualcuno le ha lasciate lì, ma nessuno sospetta che dentro ci siano circa 7 kg di tritolo. Il salone è pieno di gente ignara, che pensa al fine settimana e alle spese di Natale. Qualcuno si è portato dietro anche i bambini, perché magari dopo si va a vedere le vetrine già addobbate per le feste. Tutto accade in un attimo, e con un boato enorme, che manda in pezzi anche i vetri delle finestre del palazzo vicino, quell’ordigno esplode, disintegrando muri, pavimenti, vetri, mobili e straziando poveri corpi. Quattordici persone muoiono sul colpo, due moriranno all’ospedale nei giorni seguenti e un’altra qualche anno dopo, per le conseguenze delle menomazioni subite nell’esplosione. I feriti sono 84, alcuni gravissimi. La gente che accorre sul posto resterà sconvolta  e subirà degli shock  incancellabili. Lo stesso sindaco Aniasi, subito giunto sul posto, confesserà di non aver mai superato lo shock. Le ambulanze si allontanano con le ruote insanguinate: intorno è il caos, la disperazione, lo sconcerto. Non si sa bene cosa sia successo: è esplosa una caldaia? E’ colpa di una fuga di gas? Ma già i telegiornali della notte confermano l’agghiacciante verità: è stata una bomba. E del resto non è stata la sola, quel giorno: un’altra bomba viene scoperta nella sede della Banca Commerciale Italiana, in via della Scala… Ma ne esplodono anche a Roma. “ Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.” http://www.ercanto.it/strage1.htm

Stando così le cose davvero non si capisce come mai ci sia voluto tanto tempo a capire che si trattava di una strategia precisa, che collegava tutti questi attentati e che la matrice era una sola.

A Milano le indagini si rivolgono subito verso l’ambiente degli anarchici. Quale sia il motivo di questa scelta è davvero un mistero nel mistero. A meno che non vogliamo pensare che il ragionamento sia stato: bomba=anarchici. Ma è troppo stupido davvero e preferisco scartarlo. Piuttosto gli anarchici sono gente senza partito, senza potere, sono cani sciolti: i candidati perfetti per diventare “mostri” da dare in pasto all’opinione pubblica. Comunque sia, vengono convocati in questura due anarchici : Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Due persone qualsiasi, che hanno anche degli alibi per il momento dell’attentato: Pinelli gioca a carte nel suo solito bar dei Navigli e Valpreda, già indagato per un volantino contro Paolo VI, è a letto con l’influenza, a casa della zia Rachele Torri… Ma un tassista, un certo Cornelio Rolandi, che morirà il 16 luglio del 1971 di infarto polmonare (…circostanza curiosa: anche i testimoni dell’assassinio di Kennedy subirono la stessa sorte…), sostiene di averlo portato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, quel pomeriggio del 12.

Racconterà:«Venerdì pomeriggio ho preso su un cliente mi ha detto di portarlo all’angolo di via S. Tecla. Aveva una grossa borsa. E’ sceso dicendo di aspettarlo, l’ho visto dirigersi verso il palazzo della Banca della Agricoltura… è tornato dopo qualche attimo a mani vuote. “Vada via, vada avanti…” mi ha detto. Si è fatto lasciare a duecento metri in via Albricci… subito dopo c’è stata l’esplosione…».

Come si potesse credere a una cosa del genere è davvero inconcepibile: qual è quell’attentatore, per quanto decerebrato, che si fa portare in taxi sul luogo in cui deve compiere un attentato? E tuttavia Valpreda resterà in carcere fino al 1972, ingiustamente trattenuto, tanto che daranno il suo nome ad una legge sulla carcerazione preventiva. Povero Valpreda. E povero Pinelli. Trattenuto senza uno straccio di prove, senza nemmeno una accusa precisa, torchiato senza tregua per tre giorni e poi “volato” dalla finestra del quarto piano della Questura, nella notte fra il 15 e il 16 dicembre. Dopo il volo e la morte dell’anarchico, i questurini si affannano a spiegare il fatto, ma le versioni non sono univoche ( ma come mai non si sono accordati su una versione comune? Forse perché, come dice un saggio detto popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi?): si parla di un malore che  avrebbe colto il Pinelli mentre era affacciato ( a dicembre??? A Milano???); poi si dice invece che gli agenti presenti nella stanza (4 o 5, non si sa, ma si dice con certezza che Calabresi, il commissario, al momento non ci sia… ma guarda un po’…) hanno cercato con tutte le forze di fermarlo mentre lui cercava di buttarsi. Anzi, addirittura a uno è rimasta una sua scarpa in mano… peccato che quando raccolgono il corpo, lì sul selciato, le scarpe le abbia entrambe…Si parla di una disgrazia, ma allora perché quegli agenti verranno poi indagati per omicidio colposo? Intanto i giornali italiani vagolano fra le ipotesi più incredibili, ma non quelli stranieri. Ho ancora impressa indelebilmente nella memoria la prima pagina del quotidiano francese “Le Monde” che titolava in caratteri cubitali  “Pinelli a été suicidé” (Pinelli è stato sucidato). Certo, era quello che pensavamo anche noi tutti, ma vederlo scritto su un giornale fu davvero sconvolgente. Ci diede la misura della menzogna di cui era complice anche la nostra informazione. Allora le vittime della strage di piazza Fontana forse sono più delle 17 ufficiali: sono almeno 18. E infatti in una aiuola di piazza Fontana una targa ricorda quel povero ferroviere, colpevole solo di essere anarchico. Ma la morte di Pinelli non sarà digerita tanto facilmente. Subito circola nella sinistra giovanile una canzone che, sulla musica della vecchia ballata anarchica contro il “feroce monarchico” Bava Beccaris, cominciava così:

Quella notte a Milano era caldo

Ma che caldo che caldo faceva,

“brigadiere apra un po’ la finestra”

una spinta e Pinelli va giù….

La si canta nei cortei, davanti alle Questure di mezza Italia, con rabbia e con dolore. Ci sarà chi non si fermerà alla rabbia e al dolore e “ vendicherà” Pinelli, uccidendo il commissario Calabresi. Un altro caso intricato e confuso anche questo, di cui paga le conseguenze Adriano Sofri, che si è sempre dichiarato innocente dell’omicidio, ma colpevole del linciaggio morale. Ma se è per questo non c’è nessuno della nostra età che non lo sia: tutti abbiamo odiato Calabresi, ma non per questo siamo assassini.… mi chiedo cosa pensi in questo momento: lui chiuso in carcere e gli stragisti di piazza Fontana ancora liberi e sconosciuti…la sinistra punita per le parole e la destra assolta per i fatti…

Ma “torniamo a bomba”, è il caso di dire….

Mentre si indaga sui poveri anarchici, si scopre che le valigette che hanno contenuto l’esplosivo sono state acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. E’ una pista che porterà agli ambienti eversivi di destra. I primi ad essere accusati di essere coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Sono amici e fanno parte dell’organizzazione Ordine Nuovo, fondata da Pino Rauti. Poi spunta fuori un altro indiziato: Guido Giannettini, un agente del SID, che nel 1962 ad Annapolis, nel Maryland, ha tenuto un seminario per gli allievi della Scuola della Marina Militare degli USA, dal titolo “Tecniche e possibilità di un colpo di stato in Europa”.

Ma come caspita sono arrivati a questi nomi? E’ stato grazie ad un certo Guido Lorenzon, professore di Treviso, che va a raccontare  al giudice Calogero le confidenze che gli ha fatto Ventura, circa gli attentati dinamitardi accaduti nel periodo. Anzi, già dal 15 dicembre di quel 1969 il Lorenzon è andato dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove ha steso un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. E allora perché, se già si sa che è la destra fascista che sta dietro questi attentati, si lascia il povero Valpreda in galera ancora per tanti anni? Ma che domande ingenue che mi faccio, a volte… Valpreda è ancora in galera nel 1971, quando si scopre un arsenale NATO in casa di un affiliato di Ordine Nuovo. “Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69”. www.archivio900.it/cronologia/piazzaFontana.htm – 38k

Ma qual era l’obiettivo della strage? Forse capire questo può essere utile a capire i mandanti, se non gli esecutori. Ma nessuno dei processi arriva a dare una risposta, anche se è chiaro che si vuole arginare la crescente popolarità della sinistra Ipotesi che  invento io? No. Lo scrive Aldo Moro, nel suo “Memoriale” :  ” Io però, personalmente ed intuitivamente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (tale proprio la caratteristica della reazione di destra), allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere.”  E ancora, in un altro passo “ La c.d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni. Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio e lo stesso servizio italiano per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti (presenza accertata in casa Sid di molteplici deputati missini, inchiesta di Padova, persecuzioni contro la consorte dell'[ambasciatore] Ducci, falsamente accusata di essere spia polacca) può essere considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità, del resto accennato in una sentenza incidentale del Processo di Catanzaro ed in via di accertamento, finalmente serio, a Catanzaro stessa ed a Milano.

Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè ad ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di [chi] respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico. Tra essi erano anche elettori e simpatizzanti della D.C., che, del resto, non erano nemmeno riusciti a pagare il prezzo non eccessivo della nazionalizzazione elettrica, senza far registrare alla D.C. una rilevante perdita di voti. E così ora, non soli, ma certo con altri, lamentavano l’insostenibilità economica dell’autunno caldo, la necessità di arretrare nella via delle riforme e magari di dare un giro di vite anche sul terreno politico.

Parole gravi, parole pesanti. Accuse precise. A volte anche personali, sia pure nella forma curiale e cauta, tipica di Aldo Moro: “Si tratta di vedere in quale misura nostri uomini politici possano averne avuto parte e con quale grado di conoscenza e d’iniziativa. Ma, guardando al tipo di personale di cui si tratta, Fanfani è da moltissimi anni lontano da responsabilità governative ed è stato, pur con qualche estrosità, sempre lineare. Forlani è stato sul terreno politico e non amministrativo. Rumor, destinatario egli stesso dell’attentato Bertoli, è uomo intelligente, ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa; Colombo è egli pure con poco mordente e poi con convinzioni democratiche solide. Andreotti è stato al potere, ha origini piuttosto a destra (corrente Primavera), si è, a suo tempo, abbracciato e conciliato con Graziani, ha presieduto con indifferenza il governo con i liberali prima di quello coi comunisti. Ora poi tiene la linea dura nei rapporti con le Brigate Rosse, con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono ed il realizzatore degli attuali accordi di governo”.  E ancora “… Dell’On. Andreotti si può dire che diresse più a lungo di chiunque altro i servizi segreti, sia dalla Difesa, sia, poi, dalla Presidenza del Consiglio con i liberali. Si muoveva molto agevolmente nei rapporti con i colleghi della Cia (oltre che sul terreno diplomatico), tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani.” E per finire “… se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza.”

http://www.apolis.com/moro/moro/memoriale/3.htm

Dal 23 febbraio del 1972, dalla prima udienza del primo processo, alla sentenza del 3 maggio 2005, si sono alternate ipotesi, dubbi, intrighi, piste insabbiate, personaggi inquietanti, fughe di indiziati e una quantità infinita di processi, di appelli, di cambi di accuse, di assoluzioni che diventano condanne e di condanne che si tramutano magicamente in assoluzioni: 36 anni di questo circo equestre. E sullo sfondo tutti quei poveri morti. Tutte quelle persone ammazzate senza un vero perché, colpevoli solo di essere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Tutte quelle vite spezzate, con i loro sogni, le speranze, gli affetti… E adesso quei familiari che li aspettavano a casa, che hanno dovuto riconoscere invece i loro corpi straziati, quei familiari che li hanno pianti per anni, sono stati anche condannati a pagare le spese processuali. Dovranno pagare l’incapacità di questo paese di rendere giustizia ai suoi morti. E dovranno farlo senza mai sapere chi ha ucciso i loro cari. E a niente varrà che non le paghino loro direttamente: il sindaco di Milano e il presidente del consiglio si sono candidati al premio “le istituzioni più generose”, offrendosi di pagare le spese; gruppi come Libertà e giustizia e  Girotondi e movimenti stanno organizzando c/c su cui i cittadini possano versare il loro solidale contributo. Ma chissà perché io credo che a loro tutto questo non interessi: non erano soldi che volevano, ma verità e giustizia. Credo che ciascuno di noi oggi abbia mille ragioni in più per sentirsi profondamente indignato e “nauseato”.

Cronologia

Antefatto

  •         12 dicembre 1969: alle 16,30 un ordigno esplode all’ interno della Banca Nazionale dell’ Agricoltura in piazza Fontana a Milano provocando 17 morti e 84 feriti. Quasi contemporaneamente altre tre bombe scoppiano a Roma (Altare della Patria, Museo del Risorgimento e Banca Nazionale del Lavoro) e a Milano e’ sventato un attentato alla Banca Commerciale in piazza della Scala.
  •         15 dicembre 1969: a Milano l’ anarchico Giuseppe Pinelli precipita da una finestra della Questura mentre viene interrogato. Lo stesso giorno e’ arrestato Pietro Valpreda.

I processi

 Il 23 febbraio 1972 si apre il primo dibattimento sulla Strage di Piazza Fontana avanti alla Corte di Assise di Roma

 Il 6 marzo 1972 la Corte d’Assise di Roma dichiarava la propria incompetenza territoriale ed ordinava la trasmissione degli atti alla Corte d’Assise di Milano

 Il 30 agosto 1972 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano avanzava formale richiesta di rimessione del procedimento ad altra sede giudiziaria per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto ai sensi dell’art. 55 c.p.p.

 13 ottobre 1972 la Corte di Cassazione  accoglieva l’istanza, gli atti del procedimento venivano quindi trasmessi da Milano a Catanzaro (vengono unificati i due tronconi di Milano, ove si indagava sulla pista nera, e di Roma ove invece si indagava sulla pista anarchica)

18 gennaio 1977: inizia il processo di Catanzaro

23 febbraio 1979: Freda, Ventura e Guido Giannettini sono condannati all’ergastolo. Valpreda e Merlino a 4 anni e mezzo per associazione sovversiva; a due anni La Bruna e Maletti, ritenuti agenti dei servizi, per il favoreggiamento nei confronti di Giannettini (Sid)

20 marzo 1981: si conclude a Catanzaro il processo di secondo grado. La Corte assolve per insufficienza di prove Freda e Ventura per la Strage di Piazza Fontana. Conferma la condanna per Valpreda e Merlino per associazione sovversiva. Ridotte le pene per Maletti e La Bruna

14 ottobre 1981: la Procura di Catanzaro riapre l’inchiesta sulla Strage

10 giugno 1982: la Cassazione annulla la sentenza d’Appello di Catanzaro e rinvia il processo a Bari

1 agosto 1985: la Corte d’Assise d’Appello di Bari conferma l’assoluzione per Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino

27 gennaio 1987: la Cassazione conferma la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari

27 marzo 1987: rinvio a giudizio per Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini (a seguito di istruttoria iniziata nel 1981)

  •         26 ottobre 1987: inizia a Catanzaro un altro processo per la Strage di piazza Fontana. Imputati Delle Chiaie e Fachini
  •         20 febbraio 1989: Delle Chiaie e Fachini vengono assolti dalla Corte di Assise di Catanzaro per non avere commesso il fatto
  •         5 luglio 1991: viene confermata la sentenza
  •         16 febbraio 2000: inizia a Milano in seconda sezione della Corte d’ Assise l’ultimo processo per la Strage di Piazza Fontana, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi. ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.
  •         24 febbraio 2000. Davanti ai giudici della seconda Corte d’assise di Milano inizia il processo.
  •         30 giugno 2001. I giudici della seconda Corte d’assise accolgono le conclusioni dell’accusa e condannano Zorzi, Maggi e Rognoni all’ergastolo. Tre anni a Tringali, prescritto Digilio.
  •         1 luglio 2001: la Corte di Assise di Milano condanna all’ ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d’armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.
  •         19 gennaio 2002. Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.
  •         6 luglio 2002. Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.
  •         16 ottobre 2003. A Milano comincia il processo presso la Corte d’assise d’appello.
  •         22 gennaio 2004. Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.
  •         12 marzo 2004. La Corte d’assise d’appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.
  •         21 aprile 2005. Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l’assoluzione disposta dalla Corte d’assise d’appello.

3 maggio 2005. La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

articolo originale di www.democrazialegalita.it Se lo volete utilizzare, citate con evidenza la fonte e l’autore o meglio linkate direttamente questa pagina o la home del nostro periodico on line

per approfondimenti:

http://www.informagiovani.it/Terrorismo/piazzafontana/default.htm

www.archivio900.it/cronologia/piazzaFontana.htm

http://www.clarence.com/contents/societa/speciali/010702piazzafontana/storia.html

http://www.repubblica.it/online/fatti/fontana/fontana/fontana.html

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/piazzafontana1/assoluconfe/assoluconfe.html

http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/piazza.html

http://www.cronologia.it/storia/a1969f.htm

6 febbraio 2009 Lello Valitutti Il testimone de “La notte che Pinelli”

1 dicembre 2009

6 febbraio 2009 http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=5546

Il testimone de “La notte che Pinelli”

di Angelo Pagliaro

foto internet 06/02/2009

Sofri, Lotta Continua

Sofri, Lotta Continua

Venerdì 30 gennaio (scorso, ndr), al tg 5 delle 13.00, il giornalista Toni Capuozzo in collegamento dal Brasile, commenta le ultime dichiarazioni del governo italiano circa la mancata estradizione di Cesare Battisti, ex militante dei PAC (Proletari armati per il comunismo), ed elenca i nomi di una serie di latitanti italiani che abiterebbero ancora in Brasile tra cui l’anarchico Pasquale Valitutti. “Lello” Valitutti da molti anni abita a Roma e partecipa, nonostante le sue gravi condizioni di salute, insieme a Licia Rognini, alle iniziative in memoria dell’amico e compagno Pino Pinelli. Citato più volte nell’ultimo libro di Adriano Sofri (La notte che Pinelli, Sellerio editore) Valitutti è, tra i numerosi militanti anarchici fermati, l’unico testimone ancora in vita di quella drammatica notte del 15 dicembre 1969 quando, dalla finestra del quarto piano della questura di Milano, venne “suicidato” Pinelli.

Valitutti racconta così, il 18 marzo 2004, nel corso dell’iniziativa “verità e giustizia” promossa dal circolo anarchico milanese “Ponte della Ghisolfa” e dal Centro Sociale Leoncavallo, la sua verità: “Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate”.

Il racconto che fa Valitutti di quella sera è sempre lo stesso. Negli ultimi 39 anni non è mai cambiato di una virgola, al contrario delle versioni riferite ai magistrati dalla maggior parte degli altri testimoni presenti nella stanza che hanno cambiato più volte versione, mettendo in discussione persino il rapporto firmato dal Commissario Capo di P.S. Dr. Allegra, redatto lo stesso giorno della tragedia e riportato integralmente da Adriano Sofri alle pagine 85 e 86 del suo libro.

Un’altra volta, e precisamente nel 2002, Valitutti è stato chiamato in ballo in modo errato. Questa volta non a causa di una svista di un giornalista inviato in Brasile, ma dal giudice Gerardo D’Ambrosio, (all’epoca dei fatti titolare dell’inchiesta) che in un’intervista al settimanale del Corriere della Sera, “Sette“, rispondendo ad una domanda del giornalista ha dichiarato testualmente: “poi, ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi”. Quale? domanda il giornalista. “La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse”.

La risposta di Valitutti fu immediata. In una lettera scritta all’allora direttore del quotidiano “Liberazione“, Sandro Curzi, pubblicata in data 17 Maggio 2002 dichiarò: ” Caro Direttore, leggo su “Sette“, settimanale del “Corriere della Sera” in edicola oggi, un servizio che rievoca la vicenda Calabresi a trent’anni dall’omicidio del commissario, con un’intervista al procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio che mi chiama personalmente in causa. Vedo, ancora una volta, distorta la verità. Io sono l’anarchico Pasquale Valitutti e ho sempre sostenuto il contrario. Lo ripeto a lei oggi: Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Se tutto è ormai chiaro, come dicono, perché continuare a mentire in questo modo vergognoso sulla mia testimonianza? Io sono ormai stanco, malato e fuori da qualsiasi gioco. Ma alla verità non sono disposto a rinunciare”. “La memoria può tradire chiunque – afferma Sofri a pag. 87 del suo recente libro – ma l’inversione dei ricordi di D’Ambrosio deve almeno avvertire a non alzare troppo leggermente le spalle di fronte alla testimonianza di Valitutti.

Se alla sua memoria tradita la testimonianza scagionatrice di Valitutti appare così importante, dev’esserlo un po’ anche nella sua versione autentica. Tutte le testimonianze successive alla morte di Pinelli vanno considerate con una misura in più di cautela. E’ così per Valitutti, o per le persone amiche che riferiscono delle minacce che Pinelli avrebbe ricevuto da Calabresi e Allegra. Tuttavia la cautela non può significare una liquidazione di queste testimonianze, come se fossero meno attendibili di quelle della polizia – anche loro regolate sul fatto che intanto Pinelli è morto”. Nel libro di Sofri vi sono molte suggestioni, tra verità storiche e giudiziarie, ipotesi giornalistiche e analisi politiche emergono alcuni dati incontestabili che occorre per amore di verità ricordare: in quei giorni i diritti democratici furono di fatto sospesi. I “fermati” vennero trattenuti oltre i termini di legge, nessun magistrato venne avvertito del fermo entro le 48 ore. Alla famiglia Pinelli ed ai suoi legali e periti non fu permesso di assistere all’autopsia.

Bruno Vespa in una trasmissione televisiva ricordando le vittime del terrorismo dimenticò di citare Pinelli, e fu proprio Adriano Sofri che lo fece rilevare immediatamente e sottolineò, con altrettanta chiarezza, che in tutti questi anni mai nessuna autorità dello Stato si è premurata di bussare alla porta della famiglia Pinelli per chiedere semplicemente se Licia e le sue due bambine Silvia e Claudia avessero bisogno di qualcosa. E’ proprio vero, in una bellissima canzone dal titolo “Avec le temps”, Leo Ferrè racconta che con il tempo tutto si dimentica “non ricordi più il viso non ricordi la voce, quando il cuore ormai tace a che serve cercare”. Ma il cuore di molti non tace, l’unico testimone vivente, in tutti questi anni, è diventato plurale e sono adesso in tanti a chiedere a chi era in quella stanza di parlare, di dire la verità sulla morte del ferroviere anarchico.

lapide a Pino Pinelli

lapide a Pino Pinelli

Umanità Nuova 29 Giugno 1997 – Strage di Stato e dintorni. Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari

28 novembre 2009
Umanità Nuova 29 Giugno 1997
Strage di Stato e dintorni
Una testimonianza sul movimento anarchico a Roma all’epoca della Strage di Stato. Nostra intervista a Raniero Coari
– Tu eri a Roma negli anni sessanta, facevi parte di un gruppo?

Sì, assieme ad altri giovani avevamo costituito un gruppo aderente alla Federazione anarchica giovanile . Avevamo anche l’incarico della C.di Relazioni della federazione giovanile ed eravamo inoltre impegnati a livello locale nel lavoro di propaganda e di azione politica, nelle manifestazioni che in una città come Roma erano frequenti. Riuscimmo pure a fondare un circolo anarchico assieme ai compagni della FAI di Roma: il “Bakunin” che ebbe una sua sede dagli inizi del 1969 fino all’assalto della polizia la notte della Strage di Stato.
Personalmente collaboravo con altri compagni anche al settimanale Umanità Nova che veniva stampato a Roma diretto da Mario Mantovani ed Umberto Marzocchi.
– Quale relazione esisteva tra il gruppo dei compagni calabresi periti nell’incidente sull’autosole nell’estate del 1970 di cui Umanità Nova ha dato testimonianza anche ultimamente e la Strage di Stato?
I compagni calabresi erano tenuti d’occhio dalla polizia politica. Il 20 aprile 1969 Angelo Casile ed Arico’ subiscono un’irruzione della polizia alla ricerca di armi ed esplosivi a Reggio Calabria, da notare la data così prossima al 25 aprile , Umanità Nova dopo aver riportato il fatto ritorna con un commento del compagno Placido la Torre la settimana successiva. Pochi giorni dopo la Strage di Stato Casile, Arico’ e la sua compagna Annalise vengono detenuti per una settimana a Regina Coeli e pesantemente interrogati, ma non risposero nemmeno alle domande, solo rivendicarono la completa estraneità del movimento anarchico alle bombe di qualsiasi tipo. Il resto della loro storia è noto.
– Qual’era il clima politico dell’epoca ?
Spesso sento evocare il ’68 e dintorni come un periodo di esaltanti manifestazioni, di occupazioni prolungate e tranquille e così via. Ma non fu tutto così facile e semplice dato che il potere spesso colpiva brutalmente ed indiscriminatamente senza parlare poi degli sgherri di Almirante sempre pronti specie a Roma e nel meridione ad intervenire. Nel 1969 la repressione incrudelì, basti ricordare che quell’anno si aprì con la notizia dei fatti della Bussola a Viareggio con il grave ferimento di Soriano Ceccanti ad opera delle forze di polizia, ferimento che porterà il ragazzo su una sedia a rotelle, e poi Avola e Battipaglia con i loro morti, a Roma continua la pesante opera repressiva nelle manifestazioni studentesche, i primi attentati sui treni, le bombe di Milano del 25 Aprile…. Si puo’ dire che da lì inizia la strategia della tensione, oltre all’attacco ed alla repressione diretta il potere inizia ad incolpare gli anarchici per dividere ed isolare la parte libertaria della sinistra che rischiava di influenzare tutto un movimento e di radicarsi nella società.
La sinistra ufficiale come al solito fa finta di non capire. Gli anarchici a Milano ed a Roma in special modo conducono una campagna per la liberazione dei compagni ingiustamente detenuti per le bombe del 25 Aprile, molti i giovani che effettuano dei digiuni di protesta davanti ai Palazzi di Giustizia. I coniugi Corradini verranno scarcerati dopo sette mesi, gli altri compagni dovranno attendere molto di più.
– Quali erano i gruppi anarchici operanti a Roma in quel periodo?
Oltre ai gruppi FAI e FAGI prima ricordati esisteva il Circolo Bakunin al quale facevano riferimento molti compagni e simpatizzanti, inoltre la presenza della redazione di Umanità Nova faceva sì che a Roma arrivassero di continuo militanti e compagni da tutte le parti. Marzocchi era spesso a Roma per il giornale, così pure Pino Pinelli, i compagni calabresi e tanti altri.
Il circolo Bakunin oltre all’attività normale di propaganda svolgeva azione di proselitismo e sostegno in alcune zone disagiate di Roma e gestiva la sede in un rione centrale. Dal circolo si staccarono alcuni compagni, tra cui Valpreda all’epoca a Roma, che formarono per brevissimo tempo il famoso 22 Marzo.
– Si è scritto di un gruppo anarco-fascista da parte della stampa di regime anche per la presenza di Mario Merlino…
La realtà è stata che alcuni compagni intesero svolgere un’attività politica autonoma non riconoscendosi nelle posizioni della FAI-FAGI e formarono un gruppo più movimentista rispetto al nostro e tutto si sarebbe in seguito chiarito se il potere non avesse predestinato il 22 Marzo a pedina principale del suo gioco. Difatti l’agente della squadra politica che si era avvicinato al Bakunin si sposto’ al gruppo di Valpreda mentre invece Merlino frequento’ per due o tre volte i nostri gruppi per poi sparire verso ottobre causa esami…
Merlino viene poi ripescato ed inserito quale militante del 22 Marzo solo per avallare la tesi degli opposti estremismi che anche la sinistra ufficiale spesso ebbe modo di ripetere stupidamente. Ricordo che alla morte dei compagni calabresi la stampa di sinistra parlo’, imbeccata dalle veline della polizia politica, di anarco-fascisti.
– Veniamo ora alla Strage di Piazza Fontana.
Dico sempre che chi come noi non ha vissuto quei giorni non potrà mai capire bene e fino in fondo quanto sia giusto parlare di Strage di Stato. Poco importa se a mettere l’esplosivo sia stato uno dei servizi segreti od un fascista prezzolato, tutta la preparazione tecnica, gli appostamenti, i pedinamenti, le campagne di stampa contro gli anarchici ed i sovversivi, la campagna per la morte accidentale del poliziotto Annarumma a Milano durante una manifestazione, l’azione combinata dei magistrati, il far scoppiare delle bombe minori a Roma su misura del 22 Marzo…infine l’aver concentrato solo sugli anarchici l’azione repressiva della notte e dei giorni successivi in tutta Italia non risparmiando nemmeno l’abitazione di Marzocchi a Savona, ci danno la misura di un’azione statale concertata al fine di eseguire e coprire mandanti ed esecutori della Strage.
Ritengo che lavorassero a questa idea geniale da parecchio tempo forze interne allo Stato probabilmente dietro suggerimento NATO o CIA, forze statali di funzionari vecchi come il questore Guida di Milano carceriere di antifascisti nel ventennio oppure nuovi come il commissario Calabresi giovane rampante dell’Ufficio politico…Così l’indagine venne spostata a Roma, mentre a Milano si insabbiava l’affare Pinelli.
Parlo di azione concertata di diverse forze burocratiche clerico-fasciste perchè dopo la Strage si scateno’ un’ondata repressiva anche contro i militanti operai più attivi con licenziamenti e condanne.
Inoltre il compagno Valpreda viene indicato volutamente ed indebitamente da parte di un giudice in un verbale della magistratura di Milano che indagava sulla bomba del 25 Aprile come latore di una confidenza al giudice stesso, una cosa banale ma che mette in allarme i compagni della Croce Nera di Milano che, attraverso Pinelli, informano i compagni responsabili di altri gruppi e quindi anche noi a Roma che cerchiamo di chiarire. Il potere riesce quindi a dividerci o comunque a mettere in atto un atteggiamento di diffidenza nei confronti della vittima predestinata. Di questo episodio rimane traccia anche nell’interessante ricostruzione a pochi giorni dai fatti che Mario Mantovani fa su Umanità Nova del 17 gennaio 1970 dove pure mette in risalto l’assassinio di Giuseppe Pinelli e l’inconsistenza delle prove a carico di Valpreda. L’azione di controinformazione parte e subito dopo, leggendo centinaia e centinaia di pagine di interrogatorio ci si renderà conto che non esiste la benchè minima prova a carico degli imputati. Valpreda e compagni diverranno quindi, soprattutto grazie all’azione ed alla propaganda dei militanti anarchici, le vittime del sistema statale, gli innocenti da scarcerare, dopo essere stati trattati da fascisti sanguinari, o da belve anarchiche a secondo dei gusti…
Per ultimo ricorderei anche che i vari super-testi, allora non esistevano i pentiti, alcuni dei quali semplici simpatizzanti, in realtà non testimoniarono su un benchè minimo indizio, figuriamoci poi la spia della questura…. A Roma l’attività di contro-informazione venne portata avanti soprattutto dal Collettivo politico-giuridico in cui erano presenti compagni della FAI. Devo qui ricordare purtroppo i miei genitori prematuramente scomparsi nell’aprile 1974: Aldo Rossi ed Anna Pietroni, instancabili animatori del Collettivo Politico Giuridico di Difesa, ed organizzatori dei gruppi romani della FAI. Il movimento anarchico, nelle sue varie componenti, fu capace di coordinare gli sforzi e le azioni in una efficace campagna di propaganda e di contro-informazione.
In che modo venivano letti gli avvenimenti che hai ricordato alla luce della strategia della tensione che poi è venuta fuori chiaramente negli anni settanta con le successive stragi ?
Da parte del movimento anarchico credo ci fu una prima lettura, grosso modo, classica. Non bisogna dimenticare che poco tempo prima in Grecia si era istallata la dittatura dei colonnelli e che in Italia il fascismo si giovo’ anche del massimalismo parolaio di parte della sinistra, di un anti-parlamentarismo bolscevico ed autoritario oltre che della violenza squadrista e che come anarchici temevamo il riproporsi di un attentato tipo “Diana” del 1920 magari fatto da fascisti a fini eversivi. Certamente nello Stato italiano erano presenti forze che venivano dallo stesso fascismo e che essendo bravi servitori dello Stato erano stati riassunti nell’immediato dopoguerra, specialmente nei servizi,e che erano ben collegate con i gruppi di destra.
Di fatto dopo la Strage di Piazza Fontana il temuto colpo di Stato delle destre non avverrà, molti, dando retta alla sinistra ufficiale, attenderanno come Drogo del “Deserto dei Tartari” il profilarsi della reazione all’orizzonte….Ma lentamente da slogan, la Strage di Stato, si rivela esattamente per quello che è, ossia una strategia che facendo leva sugli opposti estremismi tende a rafforzare lo Stato…democratico a colpi di bombe o di mitra BR poco importa . Dopo poco comunque appare chiaro, anche costatando la pervicace azione della magistratura nel voler tenere in galera i nostri compagni, che il potere statale è il mandante della Strage.
A distanza di così tanti anni mi dà quasi un senso di vertigine il riproporsi ora dell’affare Calabresi, dell’informatore “Anna Bolena” a Milano, fatto che forse potrebbe spiegare il movente dell’eliminazione di Pino Pinelli il quale avrebbe potuto capire qualcosa di troppo dietro le domande degli sbirri, l’incriminazione di fascisti come esecutori della Strage e così via.
Troppa grazia, nevvero?