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1970 04 17 Unità – «Sevizie per i fermati del 25 aprile: Così anche Pinelli?». Gravissima denuncia dell’«Espresso» che pone un altro inquietante interrogativo

7 novembre 2015

1970 04 17 Unità p7 Sevizie per i fermati del 25 aprile Così anche Pinelli

Gravissima denuncia dell’«Espresso» che pone un altro inquietante interrogativo

«Sevizie per i fermati del 25 aprile: Così anche Pinelli?»

Secondo il settimanale un giovane avrebbe deposto dinanzi al giudice affermando di essere stato colpito con schiaffi, pugni, colpi alla nuca in questura – «Le botte gli venivano assestate dagli stessi agenti che erano vicini a Pinelli» – Gli atti dell’inchiesta «in visione» alla Procura generale.

 

Che cosa è successo realmente in quella stanza all’ultimo piano della questura milanese dove veniva interrogato Pinelli? I dubbi, i sospetti sono sempre più forti. L’ipotesi del suicidio (senza peraltro una qualsiasi spiegazione sia pure di stretta natura psicologica) non chiariscono certo tutti i punti oscuri che si sono accumulati in questi mesi. Ora anche l’Espresso avanza nuovi inquietanti interrogativi. In un lungo articolo a firma di Camilla Cederna vengono elencati tutti quei particolari avanzati soprattutto dal nostro giornale e dall’Avanti!, che non si conciliano con la versione ufficiale fino a giungere alla dichiarazione di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato insieme a Pinelli, il quale come noto ha raccontato di aver sentito rumori come di rissa e di aver subito pensato che stessero picchiando Pinelli.

«Possibile che Pinelli non sia morto per suicidio ma in tutt’altra maniera? Possibile – afferma il settimanale –. Pare noto infatti da tempo che anche gli anarchici arrestati per i fatti del 25 aprile siano stati sottoposti a trattamenti estremamente duri. Uno di loro, in particolare, nella sua deposizione al giudice Amati avrebbe dichiarato d’aver firmato dei verbali completamente falsi in seguito alle sevizie subite in questura e che le cose sarebbero invece andate altrimenti, tre giorni di interrogatori continui senza mai dormire e sempre in piedi».

«Violenze continue e minacce – prosegue l’Espresso – schiaffi, colpi alla nuca, pugni e poi tirati decisamente i capelli, torti i nervi del collo. Il tutto – continua la dichiarazione in interrogatorio – peggiorato dal fatto che lo picchiavano all’improvviso e al buio. Minacce di decine di anni di galera gli venivano fatte dal commissario mentre le botte gli venivano assestate dagli agenti Mucilli e Panessa, i due che nelle ultime sue ore di vita sono sempre stati vicini a Pino Pinelli».

La gravità delle affermazioni della rivista sia in senso assoluto che in rapporto alla morte dell’anarchico non ha bisogno di commenti. Caso mai c’è da dire che finora nessuno ha ritenuto di smentire che esista fra gli atti di cui è in possesso il giudice Amati una simile dichiarazione. Fino a quando però poliziotti, magistrati e governo potranno rifugiarsi nel silenzio dinanzi all’incalzare di accuse e di domande? Fino a quando si risponderà col silenzio ad affermazioni del tipo «non si può più sostenere il suicidio» «Pinelli è stato ucciso con un colpo di karatè?» o fino all’ultima dell’Espresso che in parole povere vuol dire «Pinelli è stato seviziato»? E’ evidente che ormai dovrebbero esistere parecchie preoccupazioni delle «autorità» di fronte all’opinione pubblica che dimostra di non voler affatto accettare passivamente la tesi del suicidio. Forse in questo quadro è da inserire l’iniziativa della Procura Generale che ha assunto informazioni sull’istruttoria Pinelli condotta come è noto dalla procura della Repubblica. Risulta infatti che su richiesta del procuratore generale dottor Riccomagno, il sostituto procuratore generale dottor Crespi ha compiuto un esame del procedimento. Ciò non significa però che la procura generale abbia avocato a sé le indagini.

L’iniziativa probabilmente è stata anche provocata dalla recente istanza che i patroni della famiglia Pinelli professor Smuraglia e avvocato Contestabile, hanno indirizzato al sostituto procuratore della repubblica dottor Caizzi che conduce la istruttoria ma di cui è stata inviata copia anche al procuratore generale.

Come è noto, nella istanza i legali rinnovavano la richiesta di essere ammessi come parte civile nel procedimento e sollecitavano nuovi e più approfonditi accertamenti.

Resta ora da vedere se lo esame della procura generale sortirà qualche effetto e di qual genere, ma è comunque significativo che sia stato compiuto. La preoccupazione e l’allarme dell’opinione pubblica cominciano quindi ad avere un’eco anche dietro le solide pareti del palazzo o si è trattato di una pura formalità? Lo si dovrebbe sapere nei prossimi giorni.

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1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 maggio 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.

 

9 ottobre 1972 SID su partenza Dario Fo per Stoccolma per sensibilizzare su vicenda Valpreda

22 aprile 2013

9 ottobre 1972 SID su partenza Dario Fo per Stoccolma per sensibilirare su vicenda Valpreda

9 ottobre 1972 SID su partenza Dario Fo per Stoccolma

11 ottobre 1972 SID Appunto su iniziativa pro Valpreda a Stoccolma

19 aprile 2013

(Nota: notizia piena di inesattezze sui partecipanti, esilarante la nota su “…un non meglio noto Amnesty International”. Per i più giovani va detto che nei primissimi anni ’70 AI in Italia non era riconosciuta e suo rappresentante era un compagno libertario)  )

 

11 ottobre 1972 SID Appunto su iniziativa pro Valpreda a Stoccolma

Perché la campagna di Lotta Continua per l’accertamento delle responsabilità del commissario Calabresi nella morte del compagno Pinelli fu giusta

30 aprile 2012


Da qualche tempo hanno ricominciato a piovere – grazie anche al film fantasy di Marco Tullio Giordana – ingiurie e menzogne contro la campagna di stampa che Lotta Continua portò avanti per l’accertamento della verità  sulla morte del compagno Pino Pinelli e sulle responsabilità del commissario Luigi Calabresi. Oggi come ieri siamo convinti che quella campagna fu giusta e riteniamo che parlarne ora separandola dal contesto in cui avveniva significhi deformare la storia. Pensiamo quindi che sia necessario ricordare, sia pur brevemente, i fatti.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 il corpo del compagno Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano dalla stanza del commissario della squadra politica Luigi Calabresi. Sono presenti i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno.

Nelle prime ore del 16 dicembre, nell’ufficio del questore Guida (quello  che durante il fascismo aveva diretto il carcere-confino di Ventotene) si tiene una conferenza stampa. Sono presenti, oltre allo stesso Guida,  Allegra, Calabresi e Lograno. E’ il questore ad aprire la danza delle menzogne – puntualmente riferite dalla giornalista Camilla Cederna – dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato… non posso dire altro…si è visto perduto..è stato un gesto disperato…una specie di autoaccusa, insomma. ….il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

Un’altra giornalista, Renata Bottarelli, annota le parole di Allegra che dice che negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana.

Parla poi  Calabresi,  secondo quanto riferisce ancora Renata Bottarelli: “Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Poche ore più tardi è Guida a rincarare la dose con una sconcertante dichiarazione “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”.

Sono queste le parole false, vigliacche e infamanti con cui  dirigenti e funzionari della questura di Milano si inventarono il “mostro” Pinelli in un maldestro tentativo di coprire le proprie responsabilità per quella morte. Ma sarà proprio l’uccisione del compagno Pinelli a diventare “la sabbia” che bloccherà l’ingranaggio della provocazione messa in atto contro gli anarchici e che aprirà gli occhi ad ampi settori democratici del Paese su quella, che sarà purtroppo solo la prima, delle stragi di Stato.

Gli apparati giudiziari – dimostrando la loro totale sudditanza alla ragion di stato – cercheranno di chiudere il più rapidamente possibile il capitolo della morte di Pinelli per togliere dai carboni ardenti i solerti dirigenti milanesi.

Il 21 maggio 1970 il sostituto procuratore Giuseppe Caizzi chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli , trasmettendo il fascicolo con la richiesta di archiviazione al giudice Amati, sostenendo che non vi era stata nessuna “responsabilità penale” e che Pinelli era morto per “un fatto del tutto accidentale”.

Il 3 luglio Antonio Amati deposita il decreto di archiviazione sulla morte di Pino.

Il 17 luglio Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione, quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida per le sue dichiarazioni dopo la morte di Pino.

E’ in questo contesto, contro questo vergognoso tentativo di salvare coloro che si trovavano nella stanza con Pinelli,  coloro che lo detenevano illegalmente oltre i limiti consentiti dalla loro stesse leggi, coloro che lo stavano torturando fisicamente e mentalmente (minacce, tenuto senza dormire, senza quasi mangiare, tentativi di incastrarlo nella strage, ecc.)  che nasce e si sviluppa la campagna di stampa di Lotta Continua.

 Come ci racconta un testimone dell’epoca, un compagno di Crocenera anarchica, la “persecuzione” del giornale Lotta Continua contro Calabresi non fu una campagna di odio cieco, come si vuol oggi far credere, ma fu una strategia ben mirata e calcolata con gli avvocati (compreso Gentili, un cattolico convinto) e condivisa con noi anarchici, quando il giudice Caizzi stava per archiviare il caso Pinelli. L’obiettivo era ottenere la querela da parte di un pubblico ufficiale (cosa che implicava facoltà di prova) per riaprire un’istruttoria sulla morte di Pino. Cosa che avvenne. Senza gli articoli di Lotta Continua non avremmo mai avuto il processo Calabresi-Lotta Continua (cioè contro Pio Baldelli che ne era il direttore responsabile), e non sapremmo niente sulla morte di Pinelli.

Calabresi tardò molto a querelare perchè voleva giustamente che lo facesse il Ministero, il quale invece non ne volle sapere. Fu così che gli articoli e le vignette divennero sempre più aspri.

Il commissario Calabresi – al di fuori che possa essere provata o meno la sua presenza nella stanza – era il più alto in grado a dirigere l’interrogatorio, sapeva cosa avveniva in quella stanza anche quando non era presente, sapeva che il fermo prolungato di Pinelli era illegale, e quindi il commissario era e rimane il principale responsabile di quella morte.

Coloro che oggi cercano di riabilitare la figura di Calabresi sono soltanto dei falsi e degli ipocriti. Falsi perché negano le sue responsabilità oggettive .  Ipocriti perché se anche si potesse provare, e non è ancora stato fatto, che non era presente in quella stanza nulla cambierebbe rispetto alla sua “complicità morale” con quella morte. Ricordiamo che con la formula  “complicità morale” in questo presunto stato di diritto sono stati comminati ai militanti dei gruppi armati decine e decine di ergastoli  senza che nessun  paladino dei diritti battesse ciglio.

Per questo motivo noi non rinneghiamo nulla di quella campagna di stampa e non ci vergogniamo di averla sostenuta. Era giusta ieri come lo sarebbe oggi. A distanza di 43 anni dai fatti noi ci battiamo ancora per la verità sulla morte di Pino Pinelli.