Posts Tagged ‘Carlo Fumagalli’

A rivista anarchica n3 Aprile 1971 Cronache sovversive a cura della Redazione

15 ottobre 2011

Idiozia galoppante

“Non è il Movimento Studentesco che influenza le masse popolari, è il pensiero di Mao che per la particolare storia del nostro paese è penetrato nel Movimento Studentesco e attraverso le iniziative politiche del Movimento Studentesco influenza le masse popolari”. Così è scritto nel numero uno di “Movimento Studentesco – Milano”, organo dell’omonimo gruppo stalinista milanese. No comment.

A scuola non si legge

Trieste. Uno studente dell’Istituto professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato è stato sospeso da scuola perché “sorpreso con libretti e riviste non pertinenti la scuola”. Il professore s’è anche riservato di “prendere ulteriori provvedimenti in base all’articolo 4 del regolamento scolastico”. Traffico di stampa pornografica? NO! Lo studente è stato “sorpreso” sulle scale (neppure in classe) con il settimanale anarchico “UMANITÀ NOVA”, con l’opuscolo “L’ANARCHIA” di Errico Malatesta e con la rivista marxista “L’inchiesta”, in tasca!

Franco Trincale denunciato

Il noto cantautore popolare Franco Trincale è stato denunciato alla magistratura di Livorno per il reato di “vilipendio alle forze armate”. La denuncia si riferisce ad una o più canzoni del repertorio dell’ex-cantastorie siciliano, che negli ultimi anni si è venuto sempre più politicizzando, a diretto contatto con le lotte degli sfruttati; questo fatto non è certamente gradito alle autorità, che già più volte hanno cercato di intimidirlo. Durante il festival-pop di Palermo, per esempio, alcuni poliziotti bloccarono l’impianto microfonico, impedendo così ai 10.000 giovani convenuti di ascoltare le ballate politiche di Trincale, e “sequestrarono” il cantautore preannunciandogli una denuncia per il suo “Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli” e per la sua ballata “L’orologio del dott. Guida“, diretta contro l’allora questore di Milano, diretto complice nell’assassinio di Pinelli.

Proteste dell’Eurovisione per i silenzi della TV su Reggio

ROMA. Per i suoi ostinati, metodici silenzi sui fatti di Reggio Calabria, la RAI-TV non solo ha deluso e scontentato tutti gli utenti italiani, ma rischia di dover pagare penali molto forti alle altre reti europee con cui è collegata. L’Eurovisione, infatti, non ha ricevuto un solo metro dei chilometri di pellicola girati in otto mesi dai migliori operatori italiani. Così le stazioni televisive straniere sono state costrette a inviare in Calabria le proprie “troupes” affrontando spese, ritardi e disagi che verranno messi in conto al nostro ente radio-televisivo, colpevole di inadempienza contrattuale verso i consociati. Un’inadempienza che, peraltro, non è riuscita a impedire l'”esportazione dello scandalo reggino”, visto che i telecronisti olandesi, tedeschi, norvegesi e francesi hanno raccolto per loro conto un’ampia e minuziosa documentazione degli incidenti e messo in onda servizi molto scottanti. La sola TV francese, per esempio, ha trasmesso in tre puntate un documentario di tre ore da cavare il fiato.

Cile: gli indiani Auracani rivogliono le loro terre

Nella regione di Temuco (vicino a Caragua) un gruppo di indiani Auracani, spogliati nel secolo scorso delle loro terre, hanno deciso di riprenderne possesso. Naturalmente questa azione diretta non è stata gradita dai grandi proprietari terrieri che si sono uniti formando dei gruppi armati e hanno assassinati in tutta semplicità i contadini.

La Citroën all’avanguardia della repressione

Nella prevenzione e nell’organizzazione della politica repressiva contro le lotte operaie, la Citroën sembra essere all’avanguardia in Europa. I metodi che utilizza si distinguono per essere particolarmente carogneschi, perfino secondo gli standard borghesi.

In Bretagna, i nuovi stabilimenti Citroën vengono creati in zone depresse, a basso salario ed alta disoccupazione. Nello stesso tempo la direzione rifiuta di assumere le mogli dei lavoratori noti come militanti, o semplicemente iscritti al sindacato, mentre il costo della vita è tale che una famiglia ha bisogno di due salari per vivere. I lavoratori perdono 3 o 4 ore al giorno per i trasferimenti tra casa e lavoro. In queste condizioni di esaurimento fisico e mentale i lavoratori non possono pensare troppo.

Nei grandi concentramenti operai delle città, la tattica è diversa: agli stabilimenti della Citroën a Bruxelles, 700 operai delle linee di montaggio, quasi tutti immigrati italiani, spagnoli, algerini, portoghesi, turchi, sono stati in lotta per oltre un anno per la riduzione dei ritmi di lavoro. La burocrazia sindacale ha in pratica rifiutato ogni aiuto non volendo occuparsi degli immigrati.

Alle agitazioni organizzate dalla base, la direzione ha risposto con una tattica “scientifica”: i militanti più attivi sono stati licenziati, la polizia invitata a disperdere brutalmente i picchetti e dalla Francia sono stati importati altri operai per sostituire i licenziati. Molti di questi erano poliziotti, presto smascherati per la totale ignoranza delle cose di fabbrica che dimostravano. L’aspetto nuovo e più bieco è il fatto che sono state proposte trattative singole con diversi gruppi nazionali: se i greci cedono, solo i turchi verranno colpiti, ecc.

Si tratta di un esempio illuminante della nuova veste che la repressione sta assumendo nella sua forma più aggiornata, programmata, scientifica e funzionale. Il frazionamento delle forze operaie viene mantenuto sia mescolando le lingue (ciò che rende difficile l’organizzazione) sia suscitando fermenti di nazionalismo e razzismo con contrattazioni separate. Ricordiamo che dallo scorso anno, la FIAT è proprietaria di quasi la metà delle azioni della Citroën.

Colombia: dirigenti rivoluzionari repressivi

Secondo la stampa di Bogotà, in seno all’esercito di liberazione popolare (E.L.N.) vi sarebbe vivo malcontento a causa dei metodi usati dai dirigenti, i quali avrebbero fatto fucilare numerosi guerriglieri per “mancanze disciplinari” e altri simili motivi. Fabio Vasquez, uno dei capi dell’ELN, sarebbe stato a sua volta ucciso da guerriglieri che in seguito sarebbero stati costretti ad arrendersi all’esercito.

Il giornale “El tiempo” riporta che nel corso del 1970 sarebbero stati uccisi 134 guerriglieri appartenenti a differenti gruppi e ne sarebbero stati arrestati 201. Inoltre tra il 12 e il 14 gennaio scorso, i servizi segreti avrebbero intercettato e neutralizzato una rete di guerriglia urbana, sequestrato una grossa quantità di armi. Si sono avuti anche una ventina di arresti tra studenti universitari e professionisti.

Popolorum Oppressio

Tre sottotenenti portoghesi, disertori e rifugiati in Belgio, hanno denunciato ultimamente la complicità della Chiesa cattolica portoghese nell’oppressione delle colonie africane. Secondo la loro testimonianza, i preti giungono a minacciare la dannazione eterna agli abitanti dei villaggi che si rifiutano di votare per il governo centrale. Rivolgendosi alle unità militari portoghesi anti-guerriglia, impegnate nella repressione delle lotte popolari, i medesimi preti le hanno invitate a proseguire la loro “santa crociata contro la barbarie”. Così, in nome di Cristo, continuano i bombardamenti al napalm sui villaggi delle foreste angolane, opera dei soldati imperialisti ed anche di alcuni preti arruolatisi volontari per difendere la civiltà occidentale ed il cattolicesimo.

Un pessimo servizio a Pino Pinelli

Sabato 6 marzo scorso Dario Fo giunge a Castelfranco Veneto, al termine di una serie di rappresentazioni di “Morte accidentale di un anarchico” tenute dalla compagnia teatrale “La comune” in varie sale delle Tre Venezie. Alcuni compagni (del gruppo “Pinelli” di Treviso) entrano senza pagare il biglietto e la tessera Arci ed iniziano la distribuzione di volantini in cui si parla chiaramente dell’omicidio di Pinelli e soprattutto di come la “sinistra” (PCI, Sindacati, ecc.) ha strumentalizzato per i suoi fini l’assassinio di Pinelli, di cui in realtà e politicamente corresponsabile.

Ad un certo punto entrano in funzione i gorilla del servizio d’ordine dell’Arci (funzionari del PCI locale) che agguantano i compagni e, dopo aver loro strappato di mano i volantini, li portano di peso fuori dalla sala, tacciandoli da “provocatori fascisti che si nascondono sotto l’emblema dell’anarchia”. Dario Fo in persona apostrofa uno dei compagni dicendogli che in quel modo “stava facendo un pessimo servizio al nome di Pinelli e dell’anarchia” ed afferma, in sede di presentazione dello spettacolo, “che erano stati individuati e cacciati dalla sala alcuni provocatori fascisti che, camuffati da anarchici, ecc….”

Qui vorremmo sottoporre una domanda a Dario Fo: vuoi o non vuoi fare del teatro rivoluzionario popolare? Perché i fatti sono due: o vai nelle fabbriche occupate, scendi nelle piazze, cerchi di metterti alla portata dei proletari, dei lavoratori, o fai del teatro con tema rivoluzionario, un bel teatro, all’avanguardia con tutti gli stratagemmi (ARCI) per evitare denunce e noie del genere. Puoi scegliere. Tu hai scelto la seconda strada. Il risultato: tratti temi che interessano i proletari, gli sfruttati, reciti bene, trascini la platea… solo che in questa platea i proletari non ci sono o ci sono in infima minoranza. La conclusione, fin troppo ovvia, è che tu non fai del teatro rivoluzionario (malgrado la tua aureola di “cacciato” dalla Televisione, dal PCI, dai sindacati). Pertanto, in attesa di una tua risposta, lascia che ti diciamo che se tu che fai un pessimo servizio a Pino Pinelli.

NOTA PER I COMPAGNI – I compagni nelle cui città è prevista la rappresentazione di Dario Fo “Morte accidentale di un anarchico” sono invitati ad entrare e a far entrare gratis i proletari, a distribuire volantini, a provocare, sì, a provocare i fascisti camuffati da “militanti di sinistra” che di solito assistano agli spettacoli di Dario Fo.

Organizzazione anarchica veneta

Sui soldi dei fascisti (l’ENI non finanzia solo “Il Giorno”)

MILANO. Pubblichiamo il testo di una dichiarazione firmata e depositata, relativa ai finanziamenti delle organizzazioni neofasciste e anche al caso del direttore di Candido, Giorgio Pisanò.

“Il giorno 25 gennaio 1969, sabato, accompagnai il signor Giorgio Pisanò nell’ufficio dell’on. Giorgio Almirante, allora capo del gruppo parlamentare del M.S.I. a Montecitorio.

“Io e il signor Pisanò ci eravamo recati a Roma per svolgere delle indagini giornalistiche inerenti alla vicenda Ghiani Sacchi.

“L’on.Almirante ci ricevette poco dopo le 10, 30. Poiché era in compagnia del Pisanò, che è un noto missino, l’on.Almirante credette che anch’io fossi un ‘camerata’ del M.S.I.: infatti, senza dimostrare la minima diffidenza, parlò liberamente di argomenti delicati riguardanti problemi di direzione del suo partito.

“Proprio in quei giorni negli ambienti politici si discuteva della grave malattia che aveva colpito l’on. Arturo Michelini, segretario del MSI, per cui all’interno del movimento neofascista l’argomento più discusso era la successione alla segreteria del partito nel caso in cui Michelini fosse venuto meno.

“Alla domanda del Pisanò su chi poteva succedere all’on. Michelini, Almirante rispose che era difficile fare pronostici in quanto i problemi finanziari del partito complicavano enormemente la questione.

“Ecco, comunque, come si espresse in proposito l’on. Almirante: ‘Fino a pochi mesi fa il M.S.I. contava su due entrate fisse, permanenti. La prima era di provenienza Assolombarda-Montedison e passava per le mani dell’on. Michelini. La seconda, di provenienza ENI-Cefis, passava per le mani del sen. Nencioni. Ora la prima entrata per le note vicende (Almirante si riferiva ovviamente alla ‘scalata’ dell’ENI alla Montedison dell’ottobre precedente: n.d.a.) è venuta meno. Resta in piedi soltanto il finanziamento dell’ENI che però, come ho detto, è controllato dal sen. Nencioni. E dato che, come diceva Machiavelli, chi ha la chiave del forziere ha la chiave del regno, non è da escludere che Nencioni, forte della sua posizione di arbitro finanziario del partito, possa porre la sua candidatura alla segreteria.

“Com’è noto l’on.Michelini registrò poi un lieve miglioramento per morire nel giugno seguente. Dopo il suo decesso l’on. Almirante e il sen. Nencioni giunsero a stabilire un ‘modus vivendi’ in base al quale la carica di segretario politico veniva assunta da Almirante mentre al sen. Nencioni restava affidata la guida del gruppo missino al Senato.

“Tutto quanto è sopra detto rispecchia fedelmente la verità dei fatti e, pertanto, sono pronto a testimoniare in merito sia davanti all’Autorità Giudiziaria sia davanti a un eventuale Commissione Parlamentare incaricata di indagare sui finanziamenti alle organizzazioni neofasciste”.

Insurrezione contadina in Libano

Proseguono le agitazioni nel nord del Libano e la cosa lascerebbe pensare ad una vera e propria rivolta contadina e difatti i recenti avvenimenti provano che i tumulti contadini nella piana di Akkar prendono un certo sviluppo. I grossi proprietari terrieri si sono già organizzati in gruppi armati.

Lo stato, invece, ha spiegato ingenti forze che si sono premurate di sparare durante una rivolta nel villaggio di Massoudieh uccidendo 27 persone. La situazione in questa regione, che è una delle più abbandonate di tutto il Libano, potrebbe evolversi rapidamente in senso rivoluzionario.

Lotta anti-militarista negli U.S.A.

A Madison, Wisconsin, negli Stati Uniti, è iniziato a metà febbraio il processo a tre soldati accusati di aver compiuto attentati nella base di Camp McCoy, nello stesso stato del Wisconsin, il 26 luglio dello scorso anno, in occasione del 17° anniversario dell’inizio della rivoluzione cubana (26 luglio 1953, attacco alla caserma Moncada). Furono danneggiate la centrale elettrica, una cabina dei trasformatori e gli impianti idrici; i telefoni, inoltre, restarono fermi un mese. I tre sono: Dennie Kreps, Steven Gedden (reduce dal Vietnam) e Thomas Chase, tutti e tre dell’organizzazione di lotta ASU (American Servicemen’s Union). La condanna, se il processo va male, può essere molto pesante: fino a 35 anni di galera e 30.000 dollari di multa.

Primula Rossa e Mestatori Neri

SONDRIO. Carlo Fumagalli, la cosiddetta “primula rossa” della Valtellina, ufficialmente latitante ricercato ma che, di fatto, nessuno cerca, dopo un lungo soggiorno a Monaco si è rifatto vivo a Milano, a Sondrio e dintorni, riconoscibilissimo nonostante i ritocchi ai connotati. La sua presenza è da porre in relazione alla ripresa dell’attività politica del MAR che opera in collegamento con gli altri gruppi della destra estrema coagulati attorno allo MSI. Qui, nel quadro dei loro programmi eversivi, questi gruppi hanno assunto come motivo agitatorio di massa il problema della “Statale 36”, una via di comunicazione essenziale per l’economia della Valtellina e della Val Chiavenna.

Lo “Specchio” indica i bersagli ai mazzieri

ROMA. Lo Specchio, il settimanale fascista-americano di Nelson Page, ha completato nel numero del 7 marzo, dedicato ai “terroristi conciliari” la pubblicazione dei gruppi della sinistra extraparlamentare “responsabili della rivolta alle autorità religiose, di sobbillazione contro le forze armate e di incitamento alla violenza negli atenei e nelle fabbriche”. Regione per regione, città per città, vengono indicati gli indirizzi delle sedi dei vari movimenti e dei diversi centri culturali insieme con gli indirizzi di molti dirigenti. Gli elenchi hanno tutta l’aria di una lista di obiettivi additati ai mazzieri e ai dinamitardi fascisti per le loro scorrerie notturne.

Libri all’indice in Cecoslovacchia

“Epurazioni”, “Pressioni”, “Repressioni”: tutto questo continua ed è sempre più duro. Ormai su ordine del ministro ceco della cultura, ogni biblioteca dovrà disporre di una cassaforte nella quale saranno rinchiuse tutte le opere “politicamente errate” o “che possono esercitare un’influenza antisociale”. È già stata stabilita una prima lista degli autori e delle opere messe all’indice. D’altronde, non solo non saranno ammessi alla lettura di queste opere “individui politicamente sicuri” e “muti come una tomba”, ma il bibliotecario dovrà inoltre “operare una selezione severissima a fra i lettori”.

Meningite al CAR di Bari

Al C.A.R. (Centro Addestramento Reclute) di Bari si è registrato un caso di meningite. Isolamento per tutta la compagnia, teoricamente chiusa giorno e notte nelle camerate per non diffondere l’infezione (in pratica uno che aveva da fare in un ufficio è stato trovato subito influenzato ed è stato trasferito in infermeria, così può lavorare). Disinfezione delle camerate (dopo quattro giorni) e due pillole al giorno di sulfamidici più due di vitamina C, sono tutti i provvedimenti igienici presi. A chi gli chiede quanto durerà questa situazione assurda il capitano risponde cambiando il discorso. Come sta quello ricoverati in ospedale che ha originato il caso? Boh, non si può sapere, anche qui deviano il discorso, non sanno, è in osservazione. L’anno scorso, al C.A.R. di Casale, una recluta è morta per meningite.

Il petrolio e il Vietnam

“Va cercata nel petrolio la ragione dell’invasione della Cambogia e del Laos?”. Questa domanda, ripetuta in 8.600 lettere spedite alla commissione esteri del Senato americano dalle aderenti al gruppo pacifista californiano “Un’altra madre per la pace”, ha spinto il senatore William Fulbright, presidente della commissione, a chiedere spiegazioni al dipartimento di Stato sui rapporti fra petrolio e guerra americana in Indocina. Dato che la risposta si è rivelata “insoddisfacente”, Fulbright ha scritto una seconda lettera al segretario di Stato William Rogers. È probabile che la seconda risposta non sarà più soddisfacente. Ma ormai la macchia di petrolio lungo le coste dell’Indocina è diventata troppo larga perché bastino le cortine fumogene del dipartimento di Stato a nasconderla.

Il 1° dicembre scorso è stata promulgata a Saigon la legge numero 011/70 intitolata “esplorazione e sfruttamento del petrolio e relativo regime giuridico e fiscale”. Contemporaneamente, è stato istituito un comitato per il petrolio in seno al ministero dell’Economia nazionale. Entro la fine di marzo, il governo del Sud-Vietnam bandirà un’asta internazionale per la concessione dei diritti di ricerca e sfruttamento del petrolio su 18 lotti nella piattaforma continentale del golfo del Siam e del mar cinese meridionale, a sud-est di Saigon. Ventidue società petrolifere, americane (17), giapponesi e canadesi si contenderanno le concessioni la cui assegnazione è prevista per la seconda metà del 1971.

“Può verificarsi uno sviluppo molto, molto grosso”, disse l’ambasciatore americano in Thailandia Leonard Unger testimoniando di fronte a una commissione parlamentare di Washington l’11 novembre 1969. “Si tratta delle esplorazioni petrolifere in corso nel golfo del Siam. Se ci sarà questo sviluppo, si creeranno le condizioni per enormi investimenti nel Paese”.

Non sono mai stati resi noti ufficialmente i risultati delle esplorazioni condotte dagli americani negli ultimi due anni, sotto gli auspici della commissione economica per l’Asia e l’Estremo Oriente delle Nazioni Unite, non solo nel golfo del Siam ma anche nel delta del Mekong (Sudan-Vietnam) e nelle pianure alluvionali della Thailandia. Ma David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank e legato a doppio filo con la Standard Oil (ESSO) del New Jersey, doveva saperne qualcosa se nel maggio 1970, in un discorso a Singapore, previde che le società petrolifere americane avrebbe reinvestito 35 miliardi di dollari in Asia e nel Pacifico occidentale nei prossimi 12 anni. Alla fine di quello stesso maggio 1970 scattò l’invasione americana nella Cambogia. E il regime del generale Lon Nol, che aveva destituito dal potere il principe Sihanouk nel marzo precedente, stava intrecciando strette relazioni economiche con la Tailandia: uno dei principali accordi raggiunti riguarda un programma comune di esplorazioni petrolifere nel golfo del Siam su cui si affacciano entrambi i Paesi. Pochi mesi dopo (il 22 novembre) il quotidiano finanziario “The Wall Street Journal” riferì “una voce” secondo cui la ESSO aveva scoperto un giacimento petrolifero al largo della costa della Malaysia, in una sua concessione confinante con i lotti che stanno per essere messi all’asta dal governo di Saigon. La ESSO non diramò alcun comunicato, probabilmente per non influire sull’andamento dell’imminente asta vietnamita. Ma il 19 febbraio 1971 ha inaugurato a Singapore una nuova raffineria.

È possibile che le società petrolifere americane rischino milioni di dollari, forse miliardi, in una zona dove i Vietcong hanno 30 anni di esperienze di guerriglia e sabotaggi, senza ottenere garanzie dal governo di Washington? È ovvio che le garanzie del presidente sudvietnamita Nguyen Van Thieu e del suo vice Cao Ky non sono sufficienti. Di certo ci sono soltanto le trattative in corso fra le società che intendono partecipare all’asta sudvietnamita e la Overseas Private Investment Corporation (OPIC), un ente semipubblico che assicura gli investimenti privati americani all’estero contro i rischi di esproprio e contro i danni provocati da forze ostili. “Non abbiamo pregiudizi, né in un senso né nell’altro, sul problema di assicurare gli investimenti petroliferi nel Sud-Vietnam”. Ha detto recentemente un funzionario dell’OPIC confermando l’esistenza delle trattative. Ci sarà un giudizio puramente tecnico, insomma. Nessuna conferma, invece, sue eventuali assicurazioni politiche e militari che solo il governo di Washington potrebbe dare. Negli ambienti petroliferi di New York circolano solo voci: “si dice che altissimi esponenti dell’amministrazione Nixon avrebbero assunto l’anno scorso un impegno preciso nei confronti dei petrolieri. Tale impegno non potrebbe essere altro che la continua presenza di truppe americane nel Vietnam”.

Fascisti silenziosi

Una manifestazione “silenziosa anticomunista” a Milano ce la dovevamo aspettare, prima o poi. Una vera manifestazione fascista, anche se sotto mentite spoglie, e per nulla silenziosa. Una regia centralizzata, perfetta; striscioni tutti eguali, tricolori a profusione, i giovani picchiatori in testa alla sfilata con moto rombanti e magnifici caschi. Nei giorni precedenti la città era stata invasa da migliaia di manifesti e da decine di migliaia di manifestini, gettati con noncuranza a mucchi dalle automobili anche nelle zone solitamente trascurate dalla propaganda politica. I soldi devono essere molti. Lo scenario: una stretta ma lunga ala di borghesi plaudenti, troppo vili per “esporsi” direttamente. Fra i partecipanti, coloro che non potevano mancare: le signore modernamente impellicciate, gli austeri signori con baffi bianchi e l’aria del giudice istruttore a un processo politico.

Molti hanno sorriso, fra i compagni che guardavano passare il corteo, molti si sono scordati che il fascismo è questo, non sono gli squadristi, che si limitano ad esserne gli strumenti iniziali. Il fascismo è la “sacra unione” fra sfruttatori, relitti del passato patriottardo e militaresco e marionette col manganello o la cartella del primo ministro. Queste squallide parate servono a chi di dovere per il complesso gioco di equilibri di uno stato borghese. È un sostegno per colpire a sinistra dopo aver “colpito” a destra (paragonare le 14.000 denunce dell’autunno caldo con quelle contro i “congiurati” di Borghese o anche contro tutti fascisti in 26 anni di “antifascismo”).

Al tempo stesso però è l’indice della radicalizzazione in atto di una società in crisi; e, in certa misura, la conseguenza della lotta politica condotta da certe “sinistre”: una lotta fatta molto più di manifestazioni “unitarie” che non di sostegni a chi combatte la destra economica nelle fabbriche e nelle campagne, con meno rumore e con più efficacia.

Dopo Burgos

Ora che il processo di Burgos è finito, i sedici processati devono affrontare la loro nuova situazione, quella cioè di uomini condannati. Le loro nuove dimore sono già state preparate per loro dalla Direzione delle Prigioni, che in questa occasione si è comportata in modo diverso dal solito. Generalmente i prigionieri vengono mandati a Segovia, e le prigioniere ad Alcala de Henares; questa volta invece sono stati sparpagliati in diverse carceri spagnole. Questa è la lista:

Victor Arana Bilbao – Prison Central de Puerto de Santa Maria

Jose Maria Dorrensoro – Prison Central de Puerto de Santa Maria

Mario Onaindia – Prison Central de Caceres

Jesus Abriskets – Prison Central de Caceres

Gregorio Lopez Irasuegui – Prison Central de Cordoba

Francisco Izco – Prison Central de Cordoba

Yokin Gorostidi – Prison Central de Cartagena

Eduardo Uriarte – Prison Central de Alicante

Xabier Larena – Prison Central de Alicante

Julen Kalzada – Prison Central de Zamora

Jon Etxabe – Prison Central de Zamora

Antonio Karrera – Prison Central de Burgos

Enrique Guesalaga – Prison Central de Burgos

Itziar Aizpurua – Prison de Mujeres de Madrid

Jone Dorronsoro – Prison de Mujeres de Madrid

Arantza Arruti – Prison de Mujeres de Madrid

La Redazione

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A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 M.A.R. I fascisti “rivoluzionari” di Gianluigi Cereda

3 settembre 2011

Il valtellinese Movimento d’Azione Rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni

L’opera di controinformazione (che ha preso il via dalla convinzione che solo la completa conoscenza dei fatti da parte di tutti è l’unico mezzo per spezzare il disegno provocatorio repressivo che ha trovato il suo punto più alto nell’accusa infamante a Valpreda e agli altri anarchici (non può non prendere in considerazione un gruppo come il M.A.R. che appare decisamente legato ad una serie indefinibile di attentati terroristici provocatori.

Lucca. I guerriglieri di destra appartenenti al Movimento di Azione Rivoluzionaria o MAR, della Valtellina (Carlo Fumagalli, Orlando Gaetano, Giulio Franchi, Armando Carrara, Franco Romeri, Pietro Romeri, Albino Salatenna) e al Movimento Nazionalista di Italia Unita della Versilia (Raffaele Bertoli, Franco Del Ranieri, Amedeo Birindelli, Enzo Salcioli, Gino Bibbi), tutti imputati di cospirazione politica, di organizzazione ed esecuzione di attentati dinamitardi (quelli ai tralicci in Valtellina e in Lombardia della primavera 1970), di detenzione di armi ed esplosivi più una serie di reati minori, sono stati rinviati a giudizio dal giudice istruttore di Lucca, Francesco Tamilia, ma con un radicale alleggerimento delle imputazioni formulate a suo tempo dal procuratore della Repubblica di Sondrio Bruno Mazzotta. Il giudice Tamilia, a cui il procedimento è arrivato dopo la dichiarazione di incompetenza territoriale di Sondrio (è lo stesso giudice che dal caso Lavorini volle escludere ogni componente politica) ha visto nel MAR un’organizzazione criminale ma tesa solo a risolvere questioni di rivalità locali valtellinesi, nel movimento di Italia Unita un’associazione che mirava ad operare “nei limiti della legalità repubblicana sostituendo all’attuale sistema un altro della stessa specie ma meno disonesto” e infine l’occultamento di dinamite e il traffico di armi ed esplosivo come “un’insensata esuberanza, l’esibizionismo di qualche elemento più fazioso”. Risultato: derubricazione del reato di cospirazione politica in quello di associazione a delinquere e immediata revoca del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore di Sondrio a carico del latitante Carlo Fumagalli il 18 maggio 1970. Il Fumagalli non è mai stato catturato né si è presentato al magistrato a mandato revocato. L’iter di questa istruttoria ricorda da vicino quello di cui hanno beneficiato i neo-nazisti Giovanni Ventura, Franco Freda e Aldo Trinco che, in un analogo trasferimento per incompetenza territoriale da Treviso a Padova si sono visti accogliere la richiesta di scarcerazione e cadere la grave imputazione di associazione sovversiva.

(dal bollettino di controinformazione democratica, n.7, del 25 ottobre 1971).

Il M.A.R. (Movimento d’azione rivoluzionaria), gruppo terrorista fascista, composto da ex repubblichini e da ex partigiani di destra (badogliani, monarchici, liberali), dall’ideologia contorta a cui contrappone programmi e metodi ben chiari e precisi, chiaramente fascisti, ha fatto la sua apparizione solo recentemente (1969), ma le sue origini vanno ricercate più a monte fino risalire alla Resistenza. Nei rapporti dei carabinieri viene definito come la branca militare della lega “Italia Unita”.

Siamo nell’inverno 1944-45, ormai la sorte dei nazifascisti è segnata, in tutta Europa gli “alleati” avanzano a spartirsi nuove zone di influenza. Nei paesi ancora occupati la “vecchia” resistenza corrode le retrovie nemiche, con sempre maggior successo e quindi appare ovvio che al suo fianco se ne sviluppi un’altra di resistenza, antifascista di comodo ma sostanzialmente reazionaria che nella battaglia ormai perduta dal fascismo cerca di non perdere le sue posizioni di privilegio, il mantenimento dei profitti.

E come controllare la resistenza rivoluzionaria, già impastoiata dalle beghe di partito, se non inserendo al suo interno propri elementi, se non costituendo nuove bande, da conservare intatte, per avere maggior peso di contrattazione nella lotta per il potere che si avvicina?

Ed ecco Giuseppe Motta (Camillo) che inviato dal CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) di Milano, prende il comando della brigata Valtellina, con sede a Bormio. Tramite un certo Foianini tiene contatti con la CIA americana, a Livigno, che gli assicurerà continui lanci di armi e munizioni, trascurando completamente le brigate garibaldine (comuniste) di fondovalle.

Raccoglie intorno alla sua brigata tutti i partigiani monarchici, badogliani o comunque di destra della zona fino a quando raggiunge una certa consistenza per dare inizio ad una pesante campagna denigratoria (calunnie, provocazioni) nei confronti della Brigata Garibaldi, comandata da Nicola, presente a fondovalle, costringendola ad abbandonare la zona, insieme alle altre componenti di sinistra.

Nello stesso periodo compare Carlo Fumagalli, comandante di una banda di partigiani apolitici, “I Gufi”, il quale diviene il braccio destro del Motta, per poi entrare in Sondrio, il giorno della liberazione, alla testa della divisione “Alta Valtellina”.

E qui incominciano i fatti strani:

– la mattina tra il 25 ed il 26 del ’45, il col. Alessi viene assassinato in un’imboscata (grazie ad una spiata di cui si sa anche l’autore). Alessi, che aveva iniziato nel ’44 ad organizzare la resistenza in Valtellina, e che, individuato dai tedeschi, aveva dovuto riparare in Svizzera, era rientrato in Italia il 13 o 14 d’aprile per assumere il comando di tutta la zona. Chi aveva interesse al suo silenzio?

– nello stesso periodo, viene assassinato il vecchio Fossati, proprietario di cotonifici. Si disse che fu ucciso per sbaglio, al posto di un gerarca fascista; voci degne di fede indicano invece in due suoi congiunti i veri colpevoli, con lo scopo di impadronirsi dell’impero manifatturiero.

Finita la resistenza, ci pensò la DC locale, clerico-fascista, a non fare dimenticare troppo presto i soprusi del ventennio. Il Motta, intanto, dà la scalata ai gradi militari; lo ritroveremo colonnello dell’esercito a reprimere duramente gli altoatesini dal 1952 al 1960. Uomo di fiducia del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), quindi in pensione e, guarda caso, sempre in Valtellina, prima a Bormio, poi a Sondrio.

Per parecchi anni tutto tace, poi, improvvisamente, arriva il 1969. Incomincia il terrorismo (attentati ai tralicci della Valtellina ed in Lombardia nella primavera del 1970).

La polizia indica come responsabili (per forza di cose, di anarchici, lì, non ce ne sono):

Carlo Fumagalli (il capo partigiano), Gaetano Orlando, Giulio Franchi, Armando Carrara, Franco e Pietro Romeri e Albino Salatenna. Ma Fumagalli è introvabile, (forse, come Borghese, possiede il dono dell’invisibilità) e l’attività del M.A.R. continua indisturbata.

Trento 1971, attentato alla ferrovia, compare Antonino Garofalo, autodefinitosi il piccolo Stalin della Valtellina, mercante d’armi e di esplosivi, lavorava a pochi metri dal luogo dell’attentato, da allora è sparito.

Ma il M.A.R. non è solo questo, non è solo un gruppetto fascista che tira bombe ai tralicci, no, è qualcosa di più serio, qualcosa che va in profondità; vediamo perché:

il M.A.R. ha agito scopertamente in due zone, la Valtellina e la Versilia, installando centrali radio fantasma che “disturbarono” i programmi radio-TV in più occasioni (vale ricordare quella attuata due giorni dopo gli attentati ai tralicci e che invitava la popolazione a prendere le armi in difesa dei sacri valori nazionali). E, proprio in queste zone, erano presenti due uomini del S.I.D. (ex SIM, ex SIFAR) Camillo Motta in Valtellina ed Enzo Salcioli in Versilia, operante all’interno del gruppo fascista “Movimento Nazionale Italia Unita”. A questo proposito riportiamo la notizia pervenuta dalla redazione del periodico tedesco “Der Spigel “, dove Enzo Salcioli si sarebbe presentato dicendo di possedere una serie di documenti contenenti: prove di forniture di armi da parte dell’esercito, per un colpo di stato nel 1964 (De Lorenzo), prove che i servizi segreti inviarono il Fumagalli nello Yemen ad organizzare un colpo di stato, documenti del S.I.D. che indicano gli autori delle bombe del 12-12-69 (quelle per cui i compagni sono in galera da più di due anni) in appartenenti al già citato “Movimento Nazionale Italia Unita” e dai quali sembrerebbe che l’ordigno per la Banca dell’Agricoltura sia stato preparato dal Fumagalli in persona, con esplosivi provenienti da Brusio e da Campo Cologno in Svizzera, mentre per gli attentati a Roma, l’esplosivo sarebbe stato fornito da Birindelli, appartenente al M.N.I.U., o da elementi di Ordine Nuovo (altra organizzazione nazi-fascista) Sante Casone e Pierluigi Cartocci (vedi “La strage di Stato”).

Di certo si sa che il Salcioli giunse in Versilia subito prima degli attentati, che partecipò a riunioni, che si interessò ad armi ed esplosivi dopo di che scomparve. E come nel ’45 si incontra una morte misteriosa (ma non troppo): quella del giornalista che passò le informazioni sul caso Salcioli.

Ai tempi del fantasmagorico tentativo di “golpe” di Borghese, la Valtellina, nei progetti del principe nero, doveva servire da ridotta, ed infatti c’era gente con dei piani in mano secondo i quali i compiti del M.A.R. consistevano nell’occupazione delle centrali idroelettriche al fine di sospendere l’erogazione di corrente elettrica per Milano, mentre altri rottami del ventennio vennero contattati con l’invito di tenersi pronti.

Appare ora abbastanza delineata la collocazione di questo gruppo di Sanfedisti alla riscossa, nello schieramento dell’estrema destra nazionale (viene da ricordarsi le parole che Mussolini, in un attimo di lucidità, ebbe a dire: “Se il fascismo morrà, sotto la sua pietra tombale non potranno che risorgere dei Vermi”).

E come nel’19, anche ora si trova un collegamento, per niente nascosto, tra esecutori e mandanti, tra bombaioli e amanti dell’ordine. Infatti il M.A.R. è in contatto con esponenti della finanza valtellinese e non. Il 7.7.1970, all’albergo Europa di Sondrio, ci fu una riunione ristrettissima, proseguita poi in settembre in località Sassella, in casa di proprietà dell’industriale Rigamonti, per finire a Tirano con la partecipazione di un sacerdote, Don Bonazzi, parroco di Vallepinta, redattore del periodico clerico-fascista “L’Ordine”. A questa riunione partecipava anche il Fumagalli, già da allora latitante introvabile.

Seguì poi, a dimostrare maggiormente gli interessi difesi, il tentativo di organizzazione di una sommossa di tipo corporativo e campanilistico in Valtellina (come Reggio Calabria? o L’Aquila?) per la situazione precaria della strada statale n.36. In tale opera si distinsero la Camera di Commercio di Sondrio, e, soprattutto, il presidente dell’Associazione Albergatori, Tato Sazzoni, il cui amici intimi compaiono come gli esponenti principali degli investimenti nelle infrastrutture turistiche locali, dopo essersi assicurato il controllo di alcune catene di alberghi nella Grecia dei colonnelli.

In quel periodo si verificarono due frane che bloccarono la S.S.36, in località Dervio, per diversi giorni; non se ne ha la certezza, ma non è da escludere la dolosità di quelle frane, verificatesi entrambe nello stesso punto e la seconda dopo che l’ingegnere del Genio Civile aveva completamente escluso il pericolo di nuovi cedimenti del terreno. Sempre nello stesso periodo, al giornale radio delle 7.30, fu annunciato il rinvenimento, sulla ferrovia Sondrio-Milano, di due bombe inesplose; stranamente la notizia scomparve dei giornali radio successivi e non se ne seppe più nulla. Parallelo è il tentativo di agganciare i lavoratori delle centrali elettriche soprattutto in alta valle per coinvolgerli in una azione di massa (giusto secondo i precetti di Verona, 1944).

Ma altre domande si impongono.

Che fine hanno fatto le armi, lanciate dagli americani, durante la Resistenza? Chi, oltre a Fumagalli, controlla i numerosi depositi? Quello che è certo sono le radio e le attrezzature televisive e telefoniche per intercettazione in possesso del Fumagalli, i tentativi di scissione portati all’interno dell’A.N.P.I. (Associazione nazionale partigiani d’Italia) dal Fumagalli, le conferenze pro maggioranza silenziosa (primavera del ’71) del Motta, i contatti con alcuni grossi nomi di Milano, come il medico Guido Pasquinucci, capo del Fronte degli Italiani (fascista) e l’avv. Adamo Degli Occhi, difensore di Gaetano Orlando, rappresentante della maggioranza silenziosa, il continuo traffico d’armi dalla Svizzera all’Italia per canali misteriosi ma non troppo, ed infine, più grave di tutti, l’assassinio di un giovane tedesco, rimasto senza identità e senza movente, ritrovato nei boschi sopra Gardalo, campo di battaglia del sempre latitante Carlo Fumagalli, ex partigiano.