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Quaderno n 1 Iniziativa a Roma del 6 luglio 2011 per ricordare Pietro Valpreda

15 novembre 2011

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

Quaderno n 1 Memoria Resistente Pietro Valpreda e circolo 22 marzo COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quaderno n 1 (iniziativa 6 luglio 2011 per ricordare Pietro Valpreda)

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Persino l’intervista a Ciao 2001 era parte della trappola… secondo Cucchiarelli

10 marzo 2011

Come abbiamo già visto in altre parti di questo blog, analizzando e smantellando le manipolazioni e falsità del giornalista e novello inquisitore Cucchiarelli, tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che stanno dietro la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. D’altronde – avrà pensato il nostro – chi si prenderà mai  la briga di controllare la veridicità delle 700 pagine del libro? Purtroppo per lui, alcuni di noi sono ancora in vita e non disponibili a far passare le sue menzogne per verità storica.

Vediamo ad esempio il capitolo riguardante l’intervista che il circolo 22 marzo fece alla rivista Ciao 2001 e l’attendibilità dell’ “allora esponente dell’estrema destra” che viene da Cucchiarelli definito “fonte qualificata”.

 

Dal libro Il segreto di Piazza Fontana, pagg. 392-393 di Paolo Cucchiarelli:

“Durante i primi interrogatori dopo la strage, Merlino disse che il circolo era nato «quasi contestualmente» all’intervista.63 Ciao 2001 chiese al gruppo di stendere il suo programma, cosa che – dopo lunghe discussioni – avvenne. «La redazione pubblicò integralmente il testo, premise solo un’introduzione e una domanda, a scopo scandalistico: se avevamo dell`esplosivo».

Con i soldi ricevuti, si decise di prendere una cantina, in via del Governo Vecchio, che divenne la sede del circolo 22 marzo. La sede – come poteva essere diversamente! – era al numero 22. Ora tutto era pronto: il gruppo «anarchico» a cui sarebbe stata addossata la strage esisteva, aveva un suo programma nero su bianco, una sede, un nome, un’identità.

«Fino a quel momento non esisteva un nostro gruppo politico vero e proprio. Fu in questa occasione, visto che i pareri erano discordi sul nome con cui qualificarci nell’intervista, che decidemmo di chiamarci ‘22 marzo’: conoscevamo tutti il Maggio francese e l’antefatto di Nanterre del 22 marzo 1968» scrisse Valpreda, che anche dopo anni continuerà a sostenere che quella scelta fu del tutto libera, senza rotaie. Invece, persino l’intervista era parte della trappola.

L’articolo su Ciao 2001 – ricorda una nostra fonte qualificata, allora esponente dell’estrema destra – era stato scritto da Tonino Scaroni, caporedattore alla sezione Spettacolo del Tempo, il giornale dove lavorava il capo di ON, Pino Rauti. Non solo: Scaroni era anche il capo ufficio stampa di un cabaret di destra molto importante all’epoca, il Giardino dei supplizi. Al riguardo, la nostra fonte segnala: «Cera un triangolo ideativo della trappola, con tre punti di riferimento: la sede del settimanale Il Borghese in piazza Rondanini, il Giardino dei supplizi in via del Pozzo delle Cornacchie, e la sede del settimanale Lo Specchio, in via XX Settembre. Il giornale pubblicava i rapporti di Giannettini che questi girava al gruppo veneto per convincere la sinistra che si era prossimi al golpe. Tutto per spingere i gruppi ad agire».

«E chi era la mente?» oso chiedere.

«Molte, tutte molto fini» e qui cita un senatore, uno scrittore, una giornalista, un ex repubblichino «e probabilmente Umberto Federico D’Amato, grande archivista degli Affari riservati del Viminale, insieme a una parte rilevante dei carabinieri. Ma la guida di tutto, quella che lei chiama “la mente” era una semplice idea. Solo la Grande Provocazione avrebbe potuto far scattare la Grande Reazione».”

 

L’articolo-intervista a Ciao 2001 che abbiamo già pubblicato integralmente sul blog (Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo) in effetti non porta firma. Essendo un articolo non firmato la “fonte qualificata” dell’estrema destra usata da Cucchiarelli ha cercato di inserirsi nel gioco disinformativo. Infatti questo (ennesimo) misterioso e fantomatico personaggio ci rivela il nome del giornalista che avrebbe scritto il pezzo, cioè il giornalista del Tempo Tonino Scaroni. Grazie a questa “rivelazione”, attraverso Scaroni si può arrivare a Pino Rauti e così via “triangolando” e delirando.

Se credete che lo “studioso”, il “giornalista”, lo “storico” Cucchiarelli abbia fatto una sia pur minima ricerca per verificare le notizie che gli ha passato la sua “fonte” sbagliate di grosso.  Come possiamo affermare questo? Possiamo farlo perché abbiamo eseguito noi la verifica sulla veridicità della fonte. Abbiamo consultato i verbali di interrogatorio eseguiti dalla Questura e dai magistrati inquirenti dell’epoca, Cudillo e Occorsio, e trovato il nome di chi realmente scrisse l’articolo su Ciao 2001, verbale che qui sotto pubblichiamo integralmente.

Noi, ora, qualcosa sappiamo con certezza,:

Primo che non è Scaroni l’autore del pezzo, e quindi le teorie malevole della “fonte informata” si rivelano per quel che sono: opera di provocazione e disinformazione.

Secondo, siamo in grado di fare anche noi uno “scoop”, seppur vecchio di 42 anni, Siamo infatti in grado di fare il nome del vero (stavolta!) autore dell’articolo: si tratta di Daniele DEL GIUDICE.

Terzo che il libro di Cucchiarelli è un’accozzaglia di teorie basate sul nulla.

Verbale direttore responsabile Ciao 2001

 

Verbale n.1

Questura di Roma

L’anno millenovecentosessantanove addì 29 del mese di dicembre alle ore 18.50, nei locali dell’Ufficio Politico della Questura, in Roma.

Innanzi a noi sottoscritti ufficiali di P.G. Commissario di P.S. dott. Umberto IMPROTA e Brigadiere di P.S. Tomaso PUDDU, è presente il dott. Sergio MARCHETTI [seguono generalità]…..il quale interrogato risponde:

Sono giornalista-pubblicista e dal 1962 sono iscritto nell’albo di Roma; dal gennaio del 1969 sono direttore responsabile della redazione romana del settimanale “Ciao 2001”.

Nella mia qualità di responsabile di detto settimanale, in merito al servizio giornalistico apparso nei numeri 39, 40 e 43 rispettivamente del 22 ottobre, 29 ottobre e 19 novembre del corrente anno,posso precisare quanto appresso:

“Nella inchiesta condotta dal nostro giornale sui gruppi del dissenso, è stato trattato anche il movimento politico “22 marzo”. Come può rilevarsi dal numero 39 del citato settimanale, il “22 marzo” venne inserito tra i movimenti politici su posizioni politiche di estrema destra. Il servizio giornalistico in proposito fu redatto dal collaboratore Daniele DEL GIUDICE, il quale si avvalse delle notizie pubblicate dal settimanale “L’Espresso” del 22/12/1968. Infatti, egli, secondo quanto mi risulta, non era in possesso di altro materiale e notizie, all’infuori di quelle pubblicate dall’Espresso, per espletare il servizio in argomento. Come detto quindi sulle indicazioni dell’Espresso il gruppo “22 marzo” venne inquadrato tra quelli appartenenti all’estrema destra; ciò, pertanto, suscitò il risentimento degli iscritti al gruppo i quali venuti in redazione, si definirono anarchici e pretesero che il nostro giornali smentisse, nel numero successivo quanto pubblicato. Alla richiesta noi aderimmo e nel numero 40 del settimanale “Ciao 2001” pubblicammo la smentita precisando che il gruppo “22 marzo” raccoglieva elementi anarchici. Successivamente alcuni appartenenti al ripetuto “gruppo”, presero contatti con la redazione del giornale che io rappresento per realizzare un servizio fotografico e giornalistico sul loro movimento. Alla proposta dei predetti noi aderimmo stabilendo che avremmo compensato il gruppo mediante la somma di lire quarantamila. Il 23 ottobre, infatti, una diecina di appartenenti al “22 marzo”  vennero nella nostra sede redazionale ed ivi venne messo a punto il servizio giornalistico e fotografico già in precedenza concordato con alcuni di essi. Quanto detto e fotografato nella circostanza di cui sopra, è stato interamente pubblicato nel numero 43 del “Ciao 2001” del 19 novembre corrente anno.

A.D.R. Effettivamente l’articolo del numero 43 del nostro settimanale e riguardante il “22 marzo”, inizia con la domanda: “E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?”. La domanda fu posta in tali termini per una esigenza giornalistica e non perchè il nostro giornale aveva avuto notizie in merito all’attività terroristica del gruppo. Il tono della stessa lascia effettivamente supporre che il giornale fosse in possesso di notizie a riguardo, ma io posso assicurare che nulla sapevamo e sappiamo e che la domanda fu posta nei termini sopra detto esclusivamente per dare all’articolo pubblicato un maggiore rilievo ed una maggiore incisività. Tengo, inoltre, a precisare che alla nostra domanda i giovani risposero esattamente quanto abbiamo pubblicato nel surripetuto numero, ossia negativamente.

A.D.R. L’idea di fare una domanda così precisa in merito ad un eventuale detenzione di armi ed esplosivi, venne a me e fu da me personalmente posta ai giovani, in quanto sulla scorta di notizie giornalistiche pubblicate nel corrente anno su settimanali e quotidiani di ogni tipo di estrazione politica, si era pensato che i vari gruppi del dissenso potessero effettivamente essere detentori di materiale esplosivo e di armi e, pertanto, responsabili dei vari attentati consumati nelle numerose città italiane. Mi permetto, però, di far rilevare, a conferma del fatto che la prima domanda fu fatta esclusivamente per esigenze giornalistiche, che la stessa domanda è quanto mai ingenua, poiché anche se i giovani avessero avuto materiale del genere e programmi terroristici, essi non  avrebbero mai pubblicamente confessato e fatto pubblicare notizie a riguardo.

A.D.R.  Non ricordo se durante l’intervista fatta ai giovani del gruppo “22 marzo” da parte di alcuno di essi venne detto o fatto cenno a qualche punto programmatico del loro movimento che potesse far capire il modo in cui essi intendevano condurre la loro azione politica, specie per quanto riguarda eventuali azioni od atti di violenza. Ricordo, comunque, che furono fatti discorsi quanto mai teorici ed in sintesi essi sono stati integralmente riportati nel nostro articolo pubblicato sul numero 43 del settimanale in questione datato il 19.11.1969.

A.D.R. Confermo tutto quanto sopra dichiarato e ribadisco che nessuna altra notizia, all’infuori di quelle pubblicate e riguardante il gruppo “22 marzo”, è pervenuta al nostro giornale ed, in particolare, al collaboratore Daniele Del Giudice.

A.D.R. Non ho altro da aggiungere.

Letto, confermato e sottoscritto

 

Verbale n.2

 

2 maggio 1970

Avanti il dott. : Ernesto Cudillo -.G.I. – con l’intervento del P.M. Dr. Occorsio

E’ comparso Sergio Marchetti

Quindi, opportunamente interrogato, risponde: Sono direttore responsabile della rivista “Ciao 2001” confermo integralmente le dichiarazioni da me rese alla Questura di Roma ed il contenuto dell’intervista pubblicata sul n.43 del predetto settimanale.

Produco inoltre, a richiesta della S.V., n.25 fotografie scattate il 23 ottobre 1969 in occasione della venuta in redazione del gruppo “XXII marzo; preciso che le persone indicate con le lettere A, B e C nella fotografia n.7 sono appartenenti alla nostra redazione; ugualmente le persone raffigurate nella foto n.17 sotto le lettere A e B sono rispettivamente il sottoscritto ed il giornalista Daniele Del Giudice che ha partecipato all’intervista.

A.D.R.: Il testo, che figura come una intervista fu in realtà predisposto su un foglio dattiloscritto dagli aderenti al gruppo e dagli stessi a noi consegnato.

Esibisco in visione la quietanza datata 23 ottobre 1969 relativa alla consegna della somma di £. 40.000 “quale compenso e autorizzazione a pubblicare le relative foto” a firma di Mario Michele Merlino.

Preciso inoltre che, in un primo tempo, i partecipanti alla intervista ebbero a fornire i loro nominativi, ma subito dopo vollero strappare il relativo fog1io.

 

Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

22 febbraio 2010

Ciao 2001 n 43 del 19 novembre 1969

Intervista al circolo 22 marzo

“Né dio, né stato, né servi, né padroni” questo il programma degli anarchici aderenti al gruppo “22 Marzo”. Sono giovani che di solito sfuggono l’obiettivo dei fotografi e che non si lasciano mai intervistare per non correre il rischio di essere male interpretati. A “Ciao 2001” sono venuti volentieri perché hanno capito che siamo un giornale indipendente, pronto ad ospitare qualsiasi idea, basta che venga dai giovani.

foto circolo 22 marzo (interno locale via Governo Vecchi 22)

foto membri del futuro circolo "22 marzo" (scattata nei locali del circolo "Bakunin", di via Baccina 35)

Continuando la serie di servizi sui gruppi giovanili del dissenso italiano, vi proponiamo questa settimana gli Anarchici aderenti al “22 Marzo”. Partendo dalle istanze di Proudon e Bakunin, confortate dalle esperienze delle odierne lotte, questi giovani propongono una rivoluzione sociale che determini nell’uomo la formazione di una coscienza individuale e collettiva regolata dalla più assoluta libertà. In queste ultime settimane degli anarchici si è parlato molto, sia per lo sciopero della fame attuato a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, sia per alcuni attentati che sono stati a loro attribuiti. Per questo motivo, nell’intento di fare un po’ di luce sull’argomento, abiamo radunato in redazione alcuni di loro.

*****

Roma, novembre

E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?

No. Il nostro gruppo non ha mai avuto né sedi né depositi. La nostra azione si è svolta e si svolge solo ed esclusivamente in piazza e tra il popolo.

Quali sono le vostre idee?

Noi vogliamo abolire la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vogliamo che gli uomini, uniti da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere comune; vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani il massimo benessere possibile, il massimo sviluppo morale e materiale; la massima felicità individuale e immaginativa.

Vogliamo per tutti pane, libertà, amore e scienza. Ci battiamo per una società veramente senza classi, che integri il lavoro manuale con quello intellettuale.

Per il raggiungimento di questi scopi, sentiamo l’esigenza di una rivoluzione sociale che miri alla formazione nell’uomo, d’una coscienza individuale e collettiva, cioè determini l’autogestione della società da parte del popolo, mediante il rovesciamento di ogni forma di potere e autorità. Né dio, né stato, né servi, né padroni. Per questo ci battiamo.

Quando è nato il gruppo 22 marzo?

Prima di costituirci in gruppo operavamo già individualmente come rivoluzionari militanti e come anarchici inseriti nei vari movimenti di contestazione giovanile. La nostra matrice ideologica si rifà all’anarchismo, da Proudon a Bakunin; è necessario però un aggiornamento per comprendere la società odierna e il nemico che bisogna combattere. Bisogna tenere presente le ultime lotte che hanno investito i paesi a capitalismo avanzato, per comprendere la realtà che ci circonda, e bisogna considerare i metodi che hanno contraddistinto queste lotte: metodi spesso, anzi sempre, spregiudicati, «sleali»; per tutti potrebbe essere valida la definizione di «azione esemplare», azione cioè che, anche partendo da un limitato gruppo di individui, riesce a coinvolgere il massimo numero di persone, e che, nello stesso momento in cui viene fatta, da se stessa è superata, perché indica a tutti quelli che vi hanno preso parte un altro obiettivo da colpire, un’altra azione esemplare da compiere che riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore d’individui. In questo senso nasce e si sviluppa il «22 Marzo»; accettando la prassi degli «arrabbiati» di Nanterre.

Da dove derivate le vostre teorie?

La teoria nasce dall’azione e non viceversa; dalla dinamica quotidiana della lotta del popolo, che vive e si organizza da sé, giorno per giorno, nasce l’unica valida teoria rivoluzionaria, accettata da tutti perché elaborata da tutti.

E questa è una teoria che esclude il «teorico da tavolino», il dirigente con «la linea politica in tasca», il «sincero rivoluzionario» reso invincibile dal pensiero e dall’azione di altri; che esclude qualsiasi autorità, dottrina, dogma, che smaschera in continuazione tutte le tendenze borghesi, autoritarie e chiesastiche in chiunque (noi compresi).

Come agite?

Il nostro gruppo si è mosso come base e mai autodefinendosi «avanguardia rivoluzionaria» sia nelle fabbriche, stimolando la libera discussione tra gli operai (solo in questo modo possono sorgere strutture capaci di contrapporsi efficacemente  ai padroni), sia tra gli studenti, portando il discorso dei comitati di lotta, capaci di superare nelle loro azioni e discussioni la divisione tra studenti ed operai; sia nei comitati di quartiere sia nei comitati-inquilini per estendere la lotta, gestita dal popolo stesso, nell’ambito cittadino.

Tutto questo, tenendo presente la reale volontà d’autogestirsi delle masse, in una visione dinamica del socialismo libertario, volontà che ha avuto le sue valide esperienze storiche, boicottate o distrutte dalla reazione autoritaria di destra o di sedicente sinistra: dalla Comune di Parigi ai consigli operai del 1919-1920 in Italia, dai Soviet in Russia alla socializzazione della Catalogna nel 1936, dalla comune dei cittadini e dei marinai di Kronstad al movimento ucraino della macknovicina, alle libere comuni agricole dell’Andalusia, fino alla autogestione in Francia di alcune fabbriche e quartieri durante il periodo Maggio-Giugno 1968.

Qual è la vostra organizzazione?

Ogni gruppo deve avere la più ampia libertà d’azione e di pensiero in seno al movimento rivoluzionario, pur tenendo presente una comune tematica.

I gruppi di affinità, di intervento, di studio e di lavoro, si uniscono alla base tra di loro, per poi formare, in uno stadio più avanzato, le federazioni locali o provinciali ecc. Questo, beninteso, avviene per un semplice scambio di informazioni e con la massima «deburocratizzazione»  possibile. Per quanto riguarda la vera organizzazione rivoluzionaria, potremmo descrivere il modello e il funzionamento nei minimi dettagli solo nel momento in cui le masse l’avranno realizzata.  Purché non leda la libertà e il lavoro degli altri, il gruppo può svolgere la sua attività nella più completa autonomia.

Nessun ordine o direttiva può venire dall’alto mistificandosi dietro la volontà del popolo: niente strutture verticali; è solo la base e i singoli individui che sulle proprie esperienze, decidono il campo di intervento.

Nessuno subisce il volere ed il potere della maggioranza; le minoranze o i singoli gruppi possono esprimersi in piena autonomia e libertà scegliendosi la propria linea di condotta.

Solo così ogni individuo e gruppo esprime autenticamente se stesso in una dinamica che va dal tema economico al tema sessuale, senza paura da parte di sedicenti funzionari partitici che intendono sempre interpretare, parlare ed agire in nome degli altri.

Pensate che una società libertaria possa portare al conseguimento della felicità da parte dell’uomo?

In senso libertario, il concetto di felicità presuppone la fine dell’alienazione e dell’angoscia esistenziale, ciò che in termini di struttura socio-economica equivale alla fine del potere dell’uomo sull’uomo.

Non bisogna d’altra parte pensare che la felicità possa essere un’acquisizione di tipo meramente biologico e naturistico, poiché in tal caso non di felicità si tratterebbe, bensì di evasione nella sfera degli istinti e della natura semplicemente animale dell’uomo. In altri termini, un concetto moderno di felicità, non può eludere l’altro concetto, quello di coscienza, di coscienza della felicità. Si tratta cioè di rimanere, per modificarlo profondamente e strutturalmente, nell’ambito della civiltà e della cultura scientifica della specie umana.

La felicità è soprattutto la conquista dell’autonomia di tale coscienza: autonomia critica, etica, esistenziale. Eliminando gli ostacoli che si frappongono alla conquista dell’autocoscienza, l’individuo ritrova nel proprio simile, non più il despota o l’oggetto di sfruttamento, bensì un partner con cui istituire un’area di colloquio e di comunicazione umana, non più distorta e mistificata dalla persuasione occulta delle convenzioni e dei mass media, ma congeniale e libera per gli individui e la comunità.

La felicità non può essere un dono elargito alle masse, come certuni pretendono; non può essere una conquista cieca e mitica, dietro i simboli del nuovo autoritarismo o di un diverso ma sostanzialmente antico fideismo. Non basta infatti sostituire i simboli della «felicità» della società dei consumi, con i simboli della «felicità» futura promessa dal Maotsetungpensiero, non basta una bandiera o un credo assoluto per realizzare in terra quella felicità, quel paradiso, che altre religioni trasferiscono nelle sfere celesti.

Tuttavia, la felicità non è nemmeno l’affermazione egoistica della biologia, istintuale tensione verso il piacere. La felicità nasce da una gestazione e da una presa di coscienza e può essere una felicità dolorosa, e cioè profondamente umana. Noi non respingiamo il dolore che proviene dall’accertamento della verità; non respingiamo la dialettica, per limitarci ai dogmi e alle inutili «certezze» di coloro che sanno già tutto e ritengono di essere felici, di poter così elargire tale felicità dottrinaria al popolo diseredato.

La felicità è riconquista della natura umana, sottratta all’ambiguità e all’astuzia intellettuale, alla corruzione etica e colta; è libertà dei rapporti umani e sociali, al di là non solo delle convenzioni ma anche come responsabilità nei confronti della specie. Non è l’accettazione supina del costume delle classi in decadenza, ma la costruzione di un modo di essere diverso, che non sia compiacimento cerebrale verso il piacere, ma senso nuovo che si rivela all’uomo e di cui prende coscienza assieme agli altri problemi.

La morale borghese collega il problema della felicità al problema del potere e del successo: si è felici se si può esserlo; l’anarchismo capovolge i termini del problema: la questione della felicità umana non è più qualcosa che presupponga necessariamente vinti e vincitori, vittime e carnefici, oppressi e despoti, non è più qualcosa che riguardi il potere e la ricchezza, bensì la libertà diventa autocoscienza, per la quale i rapporti individuali (tra uomo e donna, per esempio) divengono realmente nuovi, basati su ciò che è di reciproco interesse, e non sono più basati sulla disuguaglianza, sulla forza, sul denaro.

Per concludere, il concetto libertario di felicità è un concetto aperto, disponibile cioè all’evoluzione dei rapporti umani, sulla base delle reali esigenze dell’uomo storico che non è il cavernicolo dell’età della pietra o il felice autoctono dell’Amazzonia ma l’essere che conosciamo e che si è formato nel corso della storia della civiltà e della cultura: un tipo di felicità, dunque, che è a un tempo biologica, culturale e scientifica.