Posts Tagged ‘Circolo Bakunin’

1969 12 18 Messaggero – Roma: I due circoli anarchici dove si riunivano i fermati. Sono stati chiusi dalla polizia. di G. D. R

24 ottobre 2015

1969 12 18 Messaggero - Roma dove si riunivano i fermati B

Sono stati chiusi dalla polizia

I due circoli anarchici dove si riunivano i fermati

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di G. D. R

 

Tra i numerosi ritrovi giovanili più o meno politicizzati, più o meno pittoreschi e puliti che si trovano a Roma, due – e tutt’e due anarchici – sono quelli che la polizia ha isolato dagli altri e che ha chiuso, anche in considerazione del fatto che tutti i fermati appartenevano all’una o all’altra organizzazione: la sede del «Gruppo XXII marzo», in via del Governo Vecchio 22, e il «Circolo Bakunin» di via Baccina, che era frequentato anche da Roberto Mander e da Emilio Borghese, i due ragazzi di buona famiglia, che sembra siano implicati nell’attentato al Vittoriano. Altri «clubini» e baretti, cantine e autorimesse dove abitualmente si riuniscono quei giovani che l’ufficio politico della Questura chiama indiscriminatamente «teste calde», sono stati più volte visitati da funzionari e sottufficiali di polizia e hanno perduto in questi giorni la animazione di sempre: la prudenza sconsiglia momentaneamente alle «teste calde» la vita associativa.

Il circolo «Bakunin» si trova nel cuore del rione Monti, essendo via Baccina una traversa di via dei Serpenti. Chiuso da una saracinesca verniciata di grigio, il locale è ubicato in una vecchia casa dall’aspetto un po’ malinconico; una stanza al pianterreno e un’altra più piccola al piano rialzato. La prima stanza è adibita a sala di ritrovo, la seconda, alla quale si arriva per una ripida scala, a segreteria. Qui non può mettere piede nessuno che non sia iscritto al circolo e cioè che non sia anarchico di provata fede. Si tratta di quel «sancta sanctorum» degli anarchici al quale tentò invano di arrivare Pietro Mander, quando nell’ottobre scorso cercava notizie del fratello Roberto che era scappato di casa. La mattina il circolo era quasi sempre chiuso, mentre la sera – dicono gli abitanti di via Baccina – c’era un gran frastuono di motorette in arrivo e in partenza. Gli iscritti, quasi tutti giovani, passavano in via Baccina per vedersi e combinare la serata da qualche parte; talvolta si riunivano intorno alla grande tavola rotonda che è nella sala di ritrovo e restavano fino a notte alta a discutere i problemi della loro organizzazione. Era opinione generale che questi anarchici figli di famiglia, più che cospiratori fossero fanatici della chitarra, non certo delle bombe. E’ lecito immaginare che fossero contestatori caparbi e un po’ viscerali, del tipo di Mander, il ragazzo che non rivolgeva la parola a sua madre perché la giudicava una «cattolica che non capisce niente», a suo padre perché era «un oppressore» a suo fratello perché era «un socialdemocratico comodamente integrato nel sistema».

Per riscattarsi dall’aborrito marchio borghese il figlio del direttore d’orchestra, il figlio del magistrato, il figlio dell’alto funzionario rinunciavano, verosimilmente senza troppo sacrificio, al barbiere e al vestito nuovo, mentre la loro vanità si trasferiva nella voga della barba incolta e nella adozione di formule e atteggiamenti che i coetanei più spensierati potevano anche scambiare per segnali di un intellettualismo congenito e bruciante. A questi giovanotti, tuttavia, si univano personaggi oggettivamente equivoci e poco raccomandabili: sbandati, e livorosi rifiuti delle cricche estremiste di sinistra e di destra. «La gentaglia» che dice Pietro Mander.

Esempio: l’anarchico che dirigeva il «Gruppo XXII Marzo», cioè l’altro locale chiuso dalla polizia, è Mario Merlino che l’ufficio politico della Questura conobbe come uno degli squadristi fondatori dell’associazione nostalgica «Ordine Nuovo». Questa associazione si sciolse un mese fa e alcuni dei suoi iscritti rientrarono nei ranghi del partito missino mentre altri passarono ad altre organizzazioni estremiste sia a destra che a sinistra. La sede del «Gruppo XXII Marzo» si trova, come abbiamo detto, in via del Governo Vecchio n. 22, a pochi passi da corso Vittorio Emanuele. E’ una cantina che dista dal livello stradale la lunghezza di trenta gradini piuttosto ripidi e il cui ingresso è chiuso da una saracinesca a maglie larghe. Il locale è unico, piccolo, male illuminato e peggio areato. Lampadine elettriche dalla fioca luce verde soddisfano l’esigenza cospiratoria degli iscritti che in casi eccezionali accendono anche qualche candela. C’è un piccolo tavolo rettangolare e parecchie sedie impagliate. Sulla parete a sinistra entrando, è affrescata buffamente l’immagine di un barbone con il cappuccio, il quale tiene in mano una bomba tonda come una zucca. La miccia è accesa e forma un fumetto nel quale si legge: «No alla cultura». Su uno scaffale, sono ammucchiati i libri e gli opuscoli indispensabili, come «Breve storia dell’anarchia» «Richiamo all’anarchia». «La rivoluzione cubana». ecc. Dalla cantina sale fin sulla strada un forte odore di muffa.

 

1969 12 18 Messaggero – Altri 5 giovani sono stati fermati a Roma

24 ottobre 2015

1969 12 18 Messaggero - Roma Altri 5 giovani fermati copy

Si cercano gli altri

Altri 5 giovani sono stati fermati a Roma

 

Dopo l’arresto di Pietro Valpreda le indagini romane continuano a ritmo spedito. Altri cinque giovani appartenenti ai circoli anarchici Bakunin e XXII Marzo sono stati fermati dall’Ufficio Politico della Questura romana. Le persone in stato di fermo, tutte tra i 17 e i 25 anni, sono complessivamente tredici e tra esse, come già noto, si trova anche una donna, una giovane tedesca amica dell’ex ballerino accusato di strage. Presso i compagni era nota come «Maria Dutschke». Il soprannome le era stato dato in quanto la ragazza affermava di essere stata sulle barricate studentesche con Rudolph Dutschke, detto anche «Rudi il rosso», il leader della contestazione in Germania.

Il suo nome vero è Elga Borth. Dopo il suo ingresso in Italia compì un clamoroso atto di protesta contro le frontiere: stracciò il passaporto e annunciò che sarebbe vissuta senza più usare il suo nome. Quando fu fermata dichiarò infatti di chiamarsi Elke Strauss e di essere in attesa di un figlio, ma successivamente smentì tutto.

La straniera, che ad Amburgo faceva la parrucchiera, era entrata in Italia clandestinamente e frequentava un’abitazione in piazza S. Maria in Trastevere dove si riunivano diversi anarchici e che veniva chiamata «La Comune». Degli altri fermati si conosce solo qualche nome. Tra essi è un giovane, Antonio Cecchini, figlio del direttore del democristiano giornale di Brescia. Il padre è una rispettabilissima persona, come del resto i familiari dei giovanissimi anarchici implicati in questa mostruosa vicenda.

Altro fermato e sospettato è Mario Merlino, di 25 anni, uno dei fondatori del Movimento «22 Marzo». Il Merlino dopo aver fondato un movimento estremista al quale dette il nome di «Avanguardia Nazionale» nel 1968 viaggiò a lungo in Europa e al suo ritorno si schierò con i gruppi di neo-anarchici romani.

Tra gli altri fermati figurerebbero: Antonio Serventi, Emilio Bagnoli, Angelo Fascetti e Umberto Maccoratti, che sono a disposizione della Polizia, mentre a disposizione del magistrato nelle carceri di Regina Coeli si trovano Angelo Casile e Giovanni Arcò. Si tratta, come si è detto, di giovani tra i 17 e 25 anni.

Altri fermi vengono attesi di ora in ora poiché gli investigatori sono riusciti ad identificare quasi tutti gli appartenenti all’organizzazione terroristica ritenuta responsabile degli scellerati attentati di Milano e di Roma. I fermati sono stati sottoposti anche ieri ad interrogatori e a confronti nel carcere di Regina Coeli e i risultati delle indagini sono stati trasmessi al magistrato il quale dovrà ricostruire il complicato mosaico e vagliare le singole e diverse responsabilità.

Dall’indiscrezioni filtrate attraverso il riserbo che circonda l’opera degli investigatori a causa nel segreto istruttorio si è appreso che mentre il Valpreda viene ritenuto l’esecutore materiale dell’attentato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, si è propensi a credere che Giuseppe Pinelli, l’anarchico che si è ucciso gettandosi dalla finestra della Questura, avretebbe invece collocato l’ordigno rinvenuto inesploso alla Banca Commerciale, sempre nella capitale lombarda. Roberto Mander, il giovanissimo figlio del noto musicista, è sospettato di aver compiuto uno dei due atti terroristici sull’Altare della Patria Gli attentatori a Roma sarebbero stati tre. Per la seconda bomba sul Vittoriano si sospetta un altro giovane, mentre per l’esplosione nell’interno della Banca del Lavoro in via San Basilio, è indiziato fortemente il figlio di un funzionario dello stesso istituto di credito, anch’egli tra i fermati.

L’Ufficio politico della Questura ritiene che gli atti terroristici siano stati concepiti e preparati almeno venti giorni prima della loro attuazione. La «centrale operativa» secondo gli investigatori, era indubbiamente a Roma, e i collegamenti con altri Paesi esteri di cui si è parlato sembra fossero soltanto di natura ideologica. Gli ordigni sono stati certamente confezionati nella capitale ma l’esplosivo impiegato è stato forse fatto venire da altre località.

Anche Pietro Valpreda è stato nuovamente interrogato in carcere ieri, dal magistrato. L’ex ballerino è in una cella di isolamento a Regina Coeli sotto stretta sorveglianza e guardato a vista. Da quando è in cella non ha scambiato neppure una parola con gli agenti di guardia. «Sembra muto – ha detto ieri uno dei guardiani – non ha chiesto neppure un bicchiere d’acqua o una sigaretta!».

Il suo ingresso a Regina Coeli è stato accolto con un silenzio agghiacciante da parte della massa dei detenuti che, come sempre avviene, erano stati subito informati dalla solita misteriosa «radio carcere» del nuovo importante arrivo. A Regina Coeli c’è ovviamente un campionario di umanità che non guarda troppo per il sottile, ma la gravità dell’accusa elevata al nuovo prigioniero è tale per cui sembra che nessuno se la sia sentita di esprimere né un gesto né una parola di solidarietà. E’ stata disposta una speciale sorveglianza sul Valpreda anche per evitare che possa essere oggetto di qualche azione violenta da parte degli stessi compagni di prigione. Pietro Valpreda è apparso molto agitato. «Sono innocente!», avrebbe mormorato più volte a voce bassa, come a se stesso, e poi ripeteva: «L’anarchia è finita! L’anarchia è finita!».

I neo-anarchici romani si sono mostrati piuttosto stupiti per la incriminazione del «cobra». «Se è stato lui, ha detto qualcuno di essi, l’unica spiegazione possibili è che avrà calcolato male il tempo per l’esplosione. Probabilmente aveva progettato di far esplodere la cassetta dopo la chiusura della banca!». Va ricordato tuttavia che l’ordigno non era ad orologeria, ma a miccia e questa riserva dei «compagni» non può essere accolta.

Sui trascorsi politici dell’anarchico vengono affiorando elementi sempre più conturbanti. Era un estremista di sinistra, definito di estrazione comunista. In effetti le sue attività clamorose sono state sempre pubblicizzate con simpatia dalla stampa del PCI; da ultimo quello sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia di Roma per protestare contro l’arresto dei «compagni» imprigionati per l’attentato dinamitardo alla Fiera di Milano.

Il «cobra» stampò qualche tempo fa un giornale, «Terra e libertà», diffuso clandestinamente a Milano, nella cui prima pagina a caratteri di scatola figuravano i seguenti titoli: «A fuoco il Vaticano! Petrolio alla Chiesa!» «Il Papa alla ghigliottina!». Il giornale si autodefiniva organo del gruppo «anarchico iconoclasta». In altri scritti erano contenuti offensivi apprezzamenti nei confronti del Capo dello Stato e la pubblicazione procurò al Valpreda una denuncia per vilipendio alla religione, offese al Papa e offese al Presidente della Repubblica.

L’esordio del «cobra» come anarchico militante, dopo esperienze comuniste e beat, avvenne nel congresso internazionale delle federazioni anarchiche svoltosi nell’agosto scorso a Carrara. Vi partecipò anche Cohn Bendit e fu l’assise della contestazione alle federazioni anarchiche tradizionali.

Cohn Bendit, sulla base delle esperienze francesi, sostenne una nuova strategia: gli anarchici dovevano inserirsi massicciamente nelle lotte sociali degli studenti e degli operai e con le loro iniziative dovevano portare tali lotte alla esasperazione, come era avvenuto in Francia dove i libertari, partecipando ai movimenti studenteschi, avevano dato l’avvio alle barricate con l’occupazione dell’Università di Nanterre, guidata da Cohn Bendit ed erano stati poi i principali animatori dei moti di maggio a Parigi.

Pietro Valpreda aveva aderito fino ad allora alla FAGI, la federazione anarchica giovanile italiana. Egli nel suo intervento al congresso annunciò la sua uscita dalla FAGI, accusandola di essere «uno strumento della Federazione Anarchica Italiana (FAI), settaria e burocratizzata». In un altro congresso anarchico svoltosi a Milano il 13 aprile scorso rese nota la sua adesione al gruppo «22 Marzo», costituitosi a Roma all’inizio dell’anno per portare avanti in Italia la strategia di Cohn Bendit (il 22 marzo 1968 Cohn Bendit aveva occupato la Università di Nanterre).

Sempre all’inizio dell’anno un altro gruppo di anarchici aveva costituito a Roma il «Circolo Bakunin»: anch’esso sosteneva la strategia dell’inserimento anarchico nelle lotte sociali, ma riteneva che il padre di questa strategia non fosse il giovane libertario francese, ma il grande rivoluzionario russo Michele Bakunin (da qui il nome del circolo).

Le tesi dei «neoanarchici», come venivano chiamati i seguaci di Bendit, ebbero il sopravvento in tutta l’Italia. Gli anarchici rimasti fedeli alla FAI erano ancora convinti assertori della teoria che l’anarchico è un predicatore di giustizia e compie gli atti di protesta per una scelta individuale, fuori da ogni organizzazione di massa della rivolta. I seguaci della FAI si erano sempre astenuti dalla partecipazione organizzata a manifestazioni sindacali, politiche e studentesche, ma, dopo il congresso di Carrara, gli anarchici tradizionalisti rimasero isolati: in quasi tutte le manifestazioni di protesta per vertenze sindacali, per la scuola e per fatti politici comparvero le bandiere rosse e nere dei «neo-anarchici», seguaci della linea di Cohn Bendit. A Roma essi furono tra i protagonisti nell’inverno scorso dell’occupazione della Università e delle dimostrazioni antiamericane per il Vietnam.

Trasferitosi a Roma dopo il congresso anarchico di Milano, il Valpreda fu uno dei principali animatori della partecipazione dei gruppi «22 marzo» e «Bakunin» alle manifestazioni degli studenti e degli operai.

Si apprende intanto che i due studenti universitari abruzzesi, i quali erano stati interrogati dalla Questura di Roma, sono risultati estranei agli episodi dinamitardi.

 

16 e 17 maggio 1973 il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia (foglietto di pugno di Mario Merlino con nomi del gruppo 22 marzo e Bakunin)

27 aprile 2013

Il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia per le accuse a lui rivolte da parte di Giovanni Ventura sulla sua partecipazione (con Stefano Delle Chiaie) alla strategia degli attentati. Altro punto è sui foglietti ritrovati assieme alla sua patente contenente i nomi di estremisti di sinistra e loro organizzazione (in particolare quelli del circolo 22 marzo e del Bakunin) scritti con grafia di Mario Merlino. Ultimo punto su sue dichiarazioni a giornalisti Melega e Chiodi su suoi rapporti con Guido Giannettini.

 

16 e 17 maggio 1973 D'Ambrosio interroga Guido Paglia COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16 e 17 maggio 1973 il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia

 

12 settembre 1969 Questura Roma su manifestazione davanti Carcere Regina Coeli a favore detenuti politici (Questore Denozza)

20 aprile 2013

(Partecipano anarchici romani. Notare che all’epoca esisteva, e da poco aperto, il solo Circolo Bakunin – (da noi tutti frequentato come luogo di incontro – e che la nostra organizzazione e partecipazione alla manifestazione avvenne a livello individuale)

 

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12 settembre 1969 Questura Roma su manifestazione davanti Carcere Regina Coeli a favore detenuti politici Questore Denozza

 

 

 

 

 

 

L’Espresso 28 dicembre 1969 Dire anarchici non basta, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

6 aprile 2013

Espresso 28 dicembre 1969 COMP      ROMA. La riunione era stata indetta per le tre ma era cominciata solo un’ora più tardi. C’erano stati molti ritardi; a qualcuno, come Roberto Mander, si era dovuto telefonare perche si sbrigasse. I ragazzi affluivano nella piccola stanza di via del Governo Vecchio alla spicciolata: Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti, Umberto Macoraratti, Emilio Borghese, “Giacometto “… Quando era cominciata la discussione, riunite intorno al tavolo rettangolare della sede del gruppo “22 marzo” c’erano una ventina di persone. C’èra anche Antonio Serventi, detto il “Cobra”, l’unica faccia anziana in mezzo a tante facce quasi adolescenti, e prima dì aprire i lavori qualcuno l’aveva presentato ai compagni. Era la prima volta che il “Cobra”   partecipava alle riunioni del gruppo; una conversione improvvisa, fulminea: fino ad allora aveva preferito tenere comizi improvvisati di filosofia zen o di estetica d’avanguardia tra le fontane di piazza Navona, cercando dì far dimenticare i tempi in cui dava l’assalto alle Botteghe Oscure con un pugno di ferro e manganello in compagnia di Stefano delle Chiaie e Franco Paladino detto, il “Bombardiere”. E’ anche con questi reclutamenti generosi che il gruppo cercava d’ingrossare le sue file e di darsi una struttura più robusta.

Quel pomeriggio di venerdì 12 dicembre non si erano affrontati temi di grande impegno. Si era parlato più che altro di riforme organizzative, della necessità di trovare un po’ di soldi per le spese più urgenti. La riunione era andata avanti stancamente fin verso le sette.  La maggior parte dei ragazzi si era avviata verso S.Maria in Trastevere dove, in un bar della piazza, il “22 marzo” da tempo aveva stabilito la sua base serale; tre o quattro si erano diretti invece verso lo studio dell’avvocato Nicola Lombardi. Roberto Gargamelli e “Giacometto” volevano stendere una denuncia, per una serie di fatti avvenuti il mese precedente. Il pomeriggio del 19 novembre, il giorno dello sciopero generale, mentre con Pietro Valpreda camminavano lungo una strada di Trastevere si erano imbattuti in un gruppo di giovani che sembrava li aspettassero al varco.

La radio ha appena annunciato la morte di Antonio Annarumma. I tre anarchici vengono prima insultati poi appoggiati contro un muro e picchiati scientificamente a sangue. Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata. Passeranno una settimana in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria. E’ per questo che hanno preso contatto con un avvocato, perche dicono di essere stanchi di queste continue persecuzioni e ora si sono decisi: vogliono denunciare la polizia. La notizia della strage di Milano e delle bombe di Roma, Gargamelli e “Giacometto” la vengono a sapere proprio nello studio dell’avvocato Lombardi, mentre discutono con lui sull’opportunità o meno di questa iniziativa. Qualche ora più tardi, casa per casa, quella stessa polizia che cercano di mettere sotto accusa comincerà le retate e gli arresti.

Ma nella storta del “22 marzo”, così come l’abbiamo ricostruita in questi drammatici giorni attraverso le testimonianze di alcuni suoi appartenenti, questo attacco legale degli anarchici contro la questura, il giorno stesso in cui tutto il gruppo veniva collegato agli attentati di Milano e di Roma e tradotto in carcere, non rappresenta l’episodio più strano ne quello più paradossale. Lungo tutto il cammino del gruppo affiorano molti altri episodi del genere, vengono continuamente in luce strani contrasti, stranissimi equivoci, confusioni grossolane.

Gli equivoci cominciano addirittura ancor prima del maggio dello scorso anno, che è la data ufficiale di nascita del gruppo. E si accentrano subito intorno la figura di Mario Merlino detto “il mago”, il suo fondatore. Nel maggio del 1968 infatti Mario Merlino si scopre una vocazione anarchica dopo un passato politico di colore ben diverso, divenuto ormai di dominio pubblico. Ma ci sono ancora dei particolari che vale la pena di mettere in rilievo. Politicamente i primi passi Merlino li muove nella “giovane Italia”, l’organizzazione neofascista per le scuole medie; ha sedici anni ma una carica di ambizione già ben precisa. Un anno dopo è emigrato nelle file dell'”avanguardia nazionale giovanile”, feudo di Stefano delle Chiaie e rifugio dell’ala irriducibile e più dura dello schieramento di estrema destra. Merlino è un ragazzo magrissimo, sottile, emaciato e quella banda di professionisti dello squadrismo non sembra il posto più adatto per lui. Ma ha letto qualche libro, ha un grado d’istruzione superiore alla media della gente che lo circonda e ne approfitta per far carriera. Quando l’ “avanguardia nazionale giovanile” si scioglie, nel 1965, ha già un manipolo di fedelissimi pronti a seguirlo dappertutto. Per il momento devono solo seguirlo alla “giovane Italia” dove Merlino torna per un breve interregno con compiti direttivi, sempre al fianco di delle Chiaie. Altri elementi del gruppo emigrano invece a sinistra, come Mario Paluzzi che sarà sospettato quest’anno per l’attentato ai benzinai o come Serafino di Luja che passerà al movimento studentesco. E’ il primo sintomo di una strana malattia che affliggerà da questo momento in poi certi settori dell’estrema destra: una sottile, inarrestabile emorragia che tenta di infiltrarsi tra le maglie della sinistra extraparlamentare. C’è però da sottolineare un fatto curioso: anche se prendono strade diverse, gli ex componenti di “avanguardia giovanile rivoluzionaria” continuano a vedersi tra di loro e a concertare insieme piani di battaglia in una pizzeria di piazza Tuscolo. E’ un fatto di cui spiegheremo tra poco l’importanza.

La disfunzione che affligge l’estrema destra diventa cronica con l’esplosione del movimento studentesco. Le vecchie strutture saltano letteralmente per aria, e quando i pezzi sparsi tornano a terra e si tirano le somme c’è tempo di accorgersi di molti cambiamenti. Mario Merlino, per esempio, ha fiutato l’occasione favorevole e ha deciso di giocare grosso: prende a prestito lo stendardo degli studenti di Nanterre, raccoglie i suoi dieci seguaci e fonda il “22 marzo”. Con una tradizione squadrista così fresca il camuffamento è talmente scoperto da sfiorare il ridicolo. L’unico affetto che il “mago” ottiene è quello di rischiare un completo fallimento. Per uscirne batte due strade: viaggia molto all’estero, tentando in questo modo di aumentare il suo prestigio e di raccogliere nuovi seguaci. Stranamente, però, per un anarchico, i suoi viaggi hanno come meta paesi quali la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista. Molti che lo conoscono bene dicono che Merlino batte anche una terza via. Ed è proprio qui che la ragnatela di contatti che il “mago” conserva con l’ambiente neofascista diventa significativa. Un paio di volte infatti Merlino viene sorpreso in furtivi colloqui con agenti in borghese, e certe sue convocazioni in questura appaiono troppo ingiustificate per non dare nell’occhio. Che la polizia recluti tra le file dell’estrema destra buona parte dei suoi informatori, non è una cosa nuova. Quando, agli inizi dello scorso aprile, Franco Papitto ed alcuni altri giovani del movimento nazi-maoista (nato anche questo dall’impatto della destra col movimento studentesco, e scioltosi di recente) escono dal carcere dopo essere stati sospettati a lungo per gli attentati contro i benzinai e per quelli al Palazzaccio, al ministero della pubblica istruzione e al senato, Mario Merlino sparisce prudentemente dalla circolazione. Almeno una ventina di persone lo accusano della “soffiata” all’ufficio politico di Buonaventura Provenza, e lo cercano per dargli una lezione.

E’ a questa terza strada che Merlino dovrebbe, secondo altre testimonianze, il fatto di restare a galla sulla scena politica giovanile romana. Le cose cambiano verso la fine dello scorso anno. E’ la metà di novembre e i quadri del “22 marzo” subiscono un inatteso rinfoltimento con l’arrivo di una decina di nuovi elementi provenienti da altri movimenti anarcoidi.

Poi ai primi dello scorso ottobre il terzo e ultimo battesimo. Lo prepara la crisi del circolo “Bakunin”, il gruppo anarchico nato nel maggio del ’68. Fino ad allora il “Bakunin” aveva pressochè monopolizzato a Roma il panorama anarchico, era l’unico ufficialmente riconosciuto dalla FAI, la federazione anarchica italiana. I gruppi anarchici sono organizzati come ordini monastici, la disciplina è rigida, la separazione fra i “simpatizzanti” ai primi approcci, con la vita di gruppo e i “militanti”, gli iscritti anziani e di provata fede è netta. Questi ultimi lasciano poco spazio ai più giovani: alcuni di loro soffocati da questa situazione decidono allora di uscire dal “Bakunin” e di emigrare nel “22 marzo”.

Malgrado questo inserimento il “22 marzo” dà ancora l’impressione di essere una banda eterogenea e improvvisata che per affittare lo scantinato di Via del Governo Vecchio ha bisogno delle 40 mila lire ricevute dal settimanale giovanile “Ciao 2001” in cambio di un’intervista. Il 22 novembre Angelo Fascetti viene fermato e si accorge che la polizia sa perfino ciò che si erano detti lui ed Emilio Bagnoli la sera prima al tavolo di una pizzeria. D’altra parte, non è che i componenti del “22 marzo” si sforzino di rendere le cose più segrete: ad accompagnare l’intervista rilasciata a “Ciao 2001” ci sono almeno quattro fotografie dove sono riconoscibili tutti loro.

«Un attentato come quello di Milano e di Roma? Ci vogliono almeno tre mesi per prepararlo» mi dice un altro ex fascista che conosce bene l’attività del gruppo. Un mese per il materiale e l’organizzazione del piano, almeno due per scegliere le persone giuste. Come hanno fatto a sfuggire per tutto questo periodo dalla sorveglianza a cui erano sottoposti? Ecco, nella storia del “22 marzo”, il paradosso maggiore di tutti.

A cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

 

 

 

 

 

A rivista anarchica n 361 aprile 2011 Fino alla sera del 12 dicembre di Zelinda Carloni

26 Mag 2011

Roma 1969. Una sedicenne si avvicina al movimento anarchico. Legge, incontra, si innamora, si entusiasma, “milita”, sogna. Poi…

 Vi racconto.

Roma, quaranta anni fa. Avevo sedici anni ben portati. Venivo da una famiglia di socialisti storici e comunisti dell’epoca dei padri. E pensai bene di essere comunista, diablo. Conobbi un ragazzo del mio liceo, e lo conobbi bene. “Stavamo insieme”, secondo l’espressione propria dell’epoca. Ma lui si diceva anarchico. Nessuno è perfetto, pensavo. E giù discussioni a morire, fino allo stremo, ma lui non demordeva. E io nemmeno. Tant’è che quando ci fu da andare alla manifestazione del 1° maggio (operai e studenti uniti nella lotta), io ostentai orgogliosamente la mia libertà di andarmene a comunisteggiare per conto mio, e giammai con gli anarchici. Solo che non avevo la più pallida idea di dove e con chi andare, con quale gruppo sfilare, come vestirmi. Optai per una gloriosa camicia rossa, che da Garibaldi in poi andava sempre bene, e prudenzialmente mi fornii di un paio di scarpe da ginnastica. Saggezza della gioventù. Giunta in un tratto qualunque di corteo mi infilai dentro le maglie rosse che scorrevano e, piena d’entusiasmo (era la prima manifestazione a cui prendevo parte: 1° maggio del ’69) ero pronta a scandire lo scandibile.

 Ma proprio qui cominciarono i problemi: non me ne garbava uno, neanche uno degli slogan che vibravano a destra e a manca. Tentavo di seguire, qui e là, qualcosa di dicibile, ma niente. Picche. Costoro urlavano forte “potere operaio”, ed io ero a disagio. Pensai: mi sono combinata male, in un gruppo che non fa al caso mio. E continuai a pensarlo fino alla carica della polizia (ove benedissi le mie sagge scarpe) e anche oltre, quando cioè tornai a casa. Malconcia ma intera. Si tratta, mi dissi, di andare a vedere i vari gruppi e capire dove meglio posso collocarmi. E decisi di farlo scientificamente: li avrei visitati tutti e poi avrei deciso. Intanto, aspettando la chiusura delle scuole, tentai di informarmi un po’ sul comunismo dalle fonti dirette, cioè dai libri. E a casa non mancavano. Attaccai così nientemeno che la “storia del partito comunista dell’Unione Sovietica”. Voi capite. Ma io avevo sedici anni e volevo fare tutto da me.

Un po’ smarrita

Malgrado le mie migliori intenzioni e la mia provata vis di lettrice di lungo corso, al terzo capitolo… capitolai. Va bene, non fa niente, troverò qualche altra cosa. Ma qualche seria perplessità stava facendo un forellino nella diga. Finisce la scuola. Finalmente posso andare “per sedi”. E comincio (vedevo le “insegne” passando con il tram) dalla sede dell’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti Leninisti. Sì.

Vi racconto.

Si andava alla sede (che era un grande garage sotto un palazzo) scendendo, e lungo i muri laterali, che si facevano ovviamente sempre più alti, erano affissi decine di mega manifesti: tutti rossi, con tocchi di giallo, tutti uguali, tutti con Mao Tse Tung. Identici. Tantissimi. Essendo la fine di giugno e facendo molto caldo, intorno non c’era un’anima, e neanche incontrai nessuno lungo la rampa. Finalmente arrivai all’entrata, tappezzata integralmente di manifesti, tutti rossi (tocchino di giallo), tutti uguali, tutti con Mao. Ma quando entrai la scena mi parve davvero troppo. Pareva un baraccone da fiera. Tutto l’interno era tappezzato di manifesti, sempre tutti rossi e tutti uguali, ma stavolta rappresentavano anche una prospettiva con i cinque padri, nonché i singoli padri separatamente. Padri del marxismo leninismo, ovviamente. E c’era, in una notevole fuga prospettica, un lunghissimo bancone con materiale cartaceo (libri, opuscoli, volantini ecc.) su cui troneggiava una quantità cinese di libretti rossi. Mentre un po’ smarrita tentavo di chiedere qualcosa a qualcuno (c’erano un paio di ragazzi vagamente addetti al bancone) mi accorsi che tutta l’attenzione di costoro era rivolta a quanto stava accadendo nell’ala accanto. Questa era addobbata come il resto, ma aveva una specie di grande tavolo tappezzato in rosso dietro al quale erano seduti tre giudici. Sì, proprio giudici, perché nel frattempo, avevo inteso che lì si stava svolgendo un “processo proletario”, e il processato era un ragazzo che stava ritto di fronte ai giudici con aria contrita e colpevole. Stetti, per capire. E ascoltai, finché ce la feci.

Questo processo era una delle cose più orribili a cui mi sia capitato di assistere: i giudici continuavano ad accusare di colpe irraggiungibili dall’umana ragione questo poveraccio che, e questo era il peggio, pareva sentirsi davvero colpevole. E ne soffriva come Raskolnikoff. Resistetti quanto più potei, ma alla fine mi mancò l’aria, e come in un percorso escatologico, dovetti uscire di lì e salire, salire verso l’aria aperta, con un solo pensiero nella testa: andrò al Bakunin.

Sapevo dov’era. Il mio ragazzo anarchico lo frequentava già da tempo e da tempo m’invitava ad andarci. Ma naturalmente volli andarci sola. Il “Bakunin” stava a via Baccina, centro storico di Roma. Io venivo dalla periferia e non mi capitava sovente di andare in centro, ma ci arrivai. Manco a dirlo ci arrivai in salita, e capii subito quale fosse la sede perché dalla strada vidi un ragazzo seduto sul vano della finestra al primo piano che non aveva l’aria di prenderci il fresco, ma stava ascoltando qualcosa che avveniva dentro. Intuii che la sede fosse a due piani, ed entrai nella porta d’accesso al piano terra. Stanza piccola, in fondo la scala per andare al primo piano, a sinistra un bancone con materiale “di propaganda”. Le pareti erano imbiancate e mi sentii sollevata che non ci fosse nessuna esibizione particolare di colore.

 Gli opuscoli de “La Fiaccola”

Dietro il bancone c’erano un ragazzo e una ragazza dall’aspetto “umano” (dopo l’esperienza precedente mi aspettavo di tutto) con i quali scambiai frasi di presentazione informale. Buttai un occhio alle pubblicazioni esposte: lettura di Bakunin, lettura di Kropotkin, lettura di Malatesta, altri minilibretti delle edizioni La Fiaccola, un giornale, Umanità Nova, alcuni volantini e manifesti. A parte i libretti de “La Fiaccola”, il resto del materiale era tutto ciclostilato, e i due ragazzi mi dissero che se volevo potevo prendere il materiale ciclostilato, caso mai con una piccola sottoscrizione. Lo feci. Quando spiegai le ragioni che mi portavano colà i due ragazzi, che si presentarono come Raniero e Maida, mi indirizzarono al piano superiore, ove era in corso una riunione degli studenti.

Salii le scale, strette e verticali, alla fine delle quali c’era una stanza gemella di quella al piano inferiore ma completamente vuota, ad eccezione di qualche sedia e qualche panca disposte lungo le pareti. Ed era piena di ragazzi, tutti maschi. Capii perché quel ragazzo che avevo visto dalla strada era seduto sulla finestra: non c’era altro posto. Entrai che parlavano animatamente, e praticamente non s’accorsero, o quasi, del mio ingresso. Me ne restai nei pressi della scala in piedi, dispostissima ad ascoltare. Parlava (i nomi li seppi mano a mano) Emilio, e mi piacque il suo andar di toscano. Durante il suo eloquio fui folgorata da una espressione che mi parve (ma già ero sul punto di innamorarmi di tutto quello che lì c’era) una cosa di straordinaria originalità all’interno di un gran ben parlare. Insieme con un eloquio condito da sfondoni vari (non ero ancora abituata), egli esibì un “porcoilbuondio” che mi parve pregevole. Bisogna esser toscani per cimentarsi con una cosa simile. Ma poi parlarono anche gli altri, quasi tutti. Uno di loro per la verità mi parve strano come studente: era decisamente più vecchio di noi, parlava milanese e si chiamava Pietro. Invece il ragazzo sulla finestra, che si chiamava Roberto, non parlò, al contrario di uno che si chiamava Mario che parlava parecchio.

Finché, un giorno, il mio ragazzo…

Fu amore a prima vista. Non so perché, non so come, ma mi parve di aver trovato qualcosa di già mio, qualcosa che mi apparteneva da prima, da sempre. Tornai a casa divorando sul tram le “Letture” di cui mi ero munita. Lessi tutto, tutto il pacco di materiali che avevo preso. Ed ogni parola era una conferma, un entusiasmo.

Tornai già il giorno dopo, e l’altro ancora, e così per settimane. Conobbi altri compagni, finalmente “vecchi”, Aldo e Anna. E loro mi davano una garanzia di continuità che mi ristorò: non stavamo inventando tutto noi, per fortuna.

Finché. Finché un giorno il mio ragazzo, che frequentava il Bakunin indipendentemente da me, mi disse che lui se ne andava dal gruppo, e confluiva in un altro gruppo che si formava chiamato “22 marzo”, insieme con altri fuoriusciti del Bakunin. L’invito implicito era di seguirlo. Divenni furiosa. Cos’era questa baggianata? Che diavolo gli saltava in mente? Perché? Seguirono giorni di furibonde litigate e alla fine ci trovammo, tanto per cambiare, su due sponde diverse. Tornai al Bakunin per sapere, e mi fece male prendere atto di quelli che mancavano. Ma tant’era. Per fortuna nel frattempo al Bakunin c’era un’altra ragazza, Bianca. E così eravamo in tre. Era simpatica Bianca, e lei, un po’ più grande di me, a me pareva gagliardissima. Una volta, uscendo insieme dalla sede, ci seguì e ci raggiunse un ragazzo, Andrea, che conoscevamo poco o niente. Era strano, perché aveva, unico tra tutti, i capelli tagliati corti. Ci raggiunse e, navigando nella nostra assoluta meraviglia, ci chiese di aiutarlo a guadagnare qualcosa vendendo alle nostre compagne di scuola … delle collane di perle! Con tanto di astuccio! Avete idea di come ci si decorava tra ragazze nel ’69? Bene, non con le perle. Rifiutammo garbatamente e ci allontanammo sghignazzando.

Io ero in uno stato di splendida esaltazione, a parte l’insanabile dissidio col mio ragazzo, e leggevo, leggevo tutto l’anarchismo possibile e raggiungibile. Nel frattempo militavo, gagliardamente e entusiasticamente, con i compagni del Bakunin. Tutto andava benissimo, e il sol dell’avvenire si annunciava ad ogni alba. Tutto andava benissimo.

Fino alla sera del 12 dicembre.

23 ottobre 1971 Umanità Nova – Le reazioni degli avvocati di Merlino e risposta de I Gruppi anarchici Romani

28 marzo 2011

23 ottobre 1971 Umanità Nova

Gli avvocati Costante Armentano e Salvatore Lo Masto, difensori di Mario Merlino, in seguito al comunicato stampa dei Gruppi Anarchici Romani e del Comitato Politico-Giuridico di difesa che pubblichiamo su questa stessa pagina del giornale, hanno rilasciato una dichiarazione alla quale dobbiamo replicare con alcune precisazioni.

Dal momento che essi dichiarano: «Abbiamo appreso che il circolo “Bakunin” interpreta a modo suo le lettere degli imputati, affermando quanto gli stessi firmatari non dicono, cioè che la firma di Merlino sulla lettera per lo sciopero della fame sia stata apposta senza accordo tra i firmatari» li invitiamo a rileggere ciò che affermiamo nel comunicato stampa. Si accorgeranno che non abbiamo dato nessuna «interpretazione a modo nostro delle lettere degli imputati» ma ci siamo attenuti ai fatti cosi come essi si sono svolti. Ed i fatti, molto più eloquenti di qualsiasi interpretazione, dimostrano:

1) La lettera scritta da Valpreda per annunciare uno sciopero della fame recante, oltre la sua firma, quelle e solo quelle di Roberto Gargamelli ed Emilio Borghese, uscì dal carcere verso la fine di settembre. Immediatamente furono prese iniziative per far desistere i tre compagni dalla protesta inutile e preoccupante per la loro salute e la lettera non venne, conseguentemente, resa pubblica.

2) Quando ormai da molti giorni Valpreda, Gargamelli ed Emilio Borghese erano stati convinti a non effettuare lo sciopero della fame, Merlino faceva pervenire a L’Avanti! Una delle copie della lettera con la sua firma. E’ indubbio che il Merlino, il giorno che ha fatto uscire la lettera da Regina Coeli (il 13 ottobre), sapeva che Valpreda e compagni avevano deciso di non attuare la protesta.

La dichiarazione dei due  avvocati di Merlino prosegue: «Forse più che la firma di Merlino, ha dato fastidio a qualcuno il passo della lettera – non smentito – ove gli imputati si dicono convinti che la loro lenta agonia è frutto di strumentalizzazione, speculazioni, ignavia, pavidità, complicità, interessi ed assenteismi di comodo». Noi siamo d’accordo, è probabile che «qualcuno» si sia sentito direttamente colpito dalle accuse lanciate dai compagni imputati, ma Armentano e Lo Masto non dovevano formulare questo più che fondato dubbio nel contesto della replica a noi diretta e senza specificare a chi fossero rivolte tali gravi accuse. Facendo ciò consentono qualsiasi arbitraria ed interessata interpretazione, avallata, per di più, dalla insinuazione che quel passo della lettera non era stato da noi smentito. Il che lascia intendere, a chi non conosce i veri termini della questione, che noi anarchici avremmo dovuto sentirci colpiti ed essere indotti a smentire quando invece è noto, a chi legge la nostra stampa e conosce le nostre posizioni, che le stesse accuse di complicità, strumentalizzazioni ecc., formulate dai compagni imputati e dirette agli stessi responsabili: uomini politici, partiti, parlamento, sono state dagli anarchici reiteratamente lanciate nel corso di questi due anni. Solo la inettitudine, la pavidità, l’ignavia di una parte e la complicità. Dell’altra in seno al parlamento hanno infatti permesso al potere esecutivo tutte le infami speculazioni politiche e le sporche manovre imbastite sulla strage di Stato e sull’assassinio del compagno Pinelli.

Gli anarchici non chiedono allo Stato, all’apparato del potere, non reclamano dalla magistratura una «giustizia» in cui non credono, così come non chiedono nulla al parlamento che disconoscono. Ma accusano tutte le sovrastrutture parassitarie per la loro esplicita ed implicita complicità con i mandanti e gli esecutori della strage di Stato e non possono che associare il loro sdegno a quello dei compagni innocenti detenuti. E pertanto non abbiamo a tal proposito nulla da smentire.

Per quanto invece è detto nel documento di Armentano e Lo Masto in polemica con gli avvocati che difendono gli altri imputati, ai quali sembra vogliano rimproverare un eccessivo attesismo, non avremmo nulla da ribattere se il pezzo in questione non terminasse con un appello che, anche se non ci riguarda politicamente toccando un argomento prettamente tecnico-giuridico, è una chiara conferma di quello che abbiamo scritto sugli scopi che Merlino si riprometteva divulgando la lettera: «provocare» un dibattito tra i difensori per giungere ad un chiarimento sulla sua posizione processuale, ed infatti è quello che i suoi avvocati tentano di ottenere scrivendo: «Restiamo in attesa che qualcuno si decida a concordare – dopo due anni – la linea di condotta da seguire nei confronti del nostro difeso».

La risposta sul piano giuridico i difensori di Merlino potranno averla, se l’avranno, dai difensori degli anarchici imputati. Sul piano politico la risposta degli anarchici, imputati e no, è stata formulata e ribadita molte volte in questi due anni.

 

I Gruppi anarchici Romani

 

 

Umanità Nova 14-12-1997 – Frammenti di memoria romana. Intervista a Emilio Bagnoli e Roberto Mander, a cura di Enrico Ranieri

28 novembre 2009
Umanità Nova 14-12-1997
Frammenti di memoria romana
A cura di Enrico Ranieri
L’idea iniziale di fare un’intervista a Emilio Bagnoli e Roberto Mander, due “protagonisti forzati” dei noti fatti di Piazza Fontana (visto che soggiornarono per molto tempo nelle patrie galere), ci è sembrata alquanto utile al fine di comprendere meglio l’atmosfera di quel momento e la tensione che successivamente scatenò. Un’intervista che non poteva per questo iniziare se non con il riflettere sull’utilità di parlare a distanza di così tanti anni di quei fatti e di quel periodo storico.
Emilio: A me sembra che tutto quanto c’era da dire sui fatti del 12 Dicembre sia stato detto. La verità, gli anarchici ed il movimento generale d’opposizione, hanno cominciato a ricostruirla da subito, proseguendo negli anni seguenti con le contro inchieste, i libri, gli appelli di intellettuali, gli spettacoli teatrali. Lo abbiamo gridato in piazza, con gli altri morti nostri, (ricordiamoci di Saverio Saltarelli a Milano), feriti ed arresti. Adesso mi sembra più interessante un lavoro di ricerca su come le bombe, e la nascita dei gruppi extraparlamentari, hanno modificato il movimento d’opposizione ed in qualche modo hanno annullato nella sua portata alternativa e rivoluzionaria.
Roberto: A differenza di Emilio, credo che i giochi siano ancora parzialmente aperti, perchè se è vero che molti dei testimoni sono scomparsi e sono scomparse molte prove, vi sono tuttora centri di potere, per niente occulti, che continuano a temere una indagine seria. Anche se tutto ciò appare essenzialmente una faida tra le centrali del potere, da cui i movimenti reali d’opposizione ed alternativi sono esclusi.
D: Ma, in definitiva, cosa avviene a Roma tra il ’68 e le bombe, o soprattutto, cosa fate voi?
Emilio: Nel ’68 entro in contatto con il movimento anarchico e lavoro politicamente nel comitato agitazione borgate, realtà che opera nelle baraccopoli romane al punto da sostenere con successo le occupazioni delle case. Sono lotte che avranno anche negli anni successivi una forte presa nella realtà romana e che produrranno aperti conflitti/confronti con il PCI, con la mediazione del PSIUP, presenti sia nei territori delle baraccopoli (Borghetto di Valmelania, Cessati Spiriti, Borghetto Prenestino , Acquedotto Felice ecc;) che nel movimento universitario. Una delle occupazioni di case a forte presenza anarchica, ha successo al quartiere Celio, di fianco all’ospedale, ed è in quel periodo, che si consuma la scissione dentro il Circolo Bakunin di Roma…
Roberto: io nel frattempo ero studente e mantenevo buoni rapporti con l’area venuta fuori dalla scissione, anche se non aderisco al 22 Marzo e rimango al Circolo Bakunin…
Emilio: Se penso alla mia esperienza, la mia adesione al 22 Marzo fu dovuta al fatto che allora il Circolo Bakunin era un’organizzazione specifica anarchica, mentre io cercavo una realtà di massa, tant’è che il mio impegno era volto soprattutto a far sì che il gruppo 22 Marzo sia una struttura allargata che, fatte salve alcune premesse libertarie, favorisse la partecipazione di studenti, lavoratori, disoccupati, ecc. Su queste basi malauguratamente si consuma la frattura, proprio a causa dell’accentuazione delle differenze, in cui si inseriscono personalismi… cosicchè ci troviamo risucchiati nei noti eventi….
Emilio: il movimento anarchico organizzato era, almeno a Roma, l’espressione di compagni che venivano dall’esperienza forte della resistenza, che mantiene la storia e la memoria, ma non in grado, secondo me, di raccordarsi con una realtà mutevole e complessa come quella della fine degli anni ’60.
Roberto: Non è completamente vero, io nell’autunno del ’69 andai a Milano, e mi ricordo degli opuscoli del “Ponte della Ghisolfa” sul movimento e la realtà studentesca, e con guizzi d’intelligenza maggiori rispetto ai gruppi extraparlamentari.
D. Arriviamo alla “strage di stato”, cosa succede immediatamente dopo a Roma?
Emilio: C’è stata immediatamente un’assemblea che io seguo poco perchè impegnato a rintracciare gli avvocati; successivamente vengo arrestato e ho solo notizie frammentarie del periodo immediatamente successivo alle bombe;
Roberto: A Roma la stretta repressiva è molto forte, i compagni non arrestati, sono comunque sorvegliati e si interrompono i contatti…Emergono comunque le figure di Aldo, Anna e Attilio ed altri del circolo Bakunin che, andando oltre le polemiche interne, individuano le caratteristiche delle bombe e svolgono immediatamente un ruolo di controinformazione e si attivano. Sono quindi un punto importante di riferimento, più per il movimento anarchico e per il lavoro di controinchiesta .
D. e sulle infiltrazioni e le attività di spionaggio di polizia e fascisti, cosa c’è da dire?
Emilio: Io distinguerei due fasi, all’inizio il 68 è un movimento che spiazza l’esistente, e raccoglie tensioni che convogliano anche qualunquisti e persone con esperienze di destra. E’ un movimento che invade la società, la cultura, ecc… Poi con il cristallizzarsi delle ideologie, con l’emergere del ruolo del PCI e la nascita dei gruppi arrivano le provocazioni e le bombe, ma a quel punto la potenzialità del ’68 è finita. Lo stato ci costringe a difenderci e ad invocare le garanzie giuridiche. Il movimento d’opposizione continuerà anche a crescere di numero, dentro una frammentazione, forse comprensibile e necessaria, ma è già un’altra storia rispetto all’ “assalto al cielo”. Si tenterà negli anni successivi di rimettere in moto quelle tensioni libertarie ed a mio avviso, la stessa parentesi della Federazione Comunista Libertaria ha questo senso a Roma. Il privilegiare le situazioni e
l’organizzazione diretta di classe in contrapposizione all’ideologia cristallizzata…
D.: Aggiungiamo qualcosa sul movimento generale…
Roberto: Bisogna anzitutto sottolineare che manca una generazione cuscinetto nel movimento romano, per cui oltre il mito della resistenza, importante, ma mito lontano da noi, c’è il vuoto d’iniziativa dell’epoca della guerra fredda, con un’esasperazione della tattica e della testimonianza. Poi avvengono i fatti come il movimento americano, i Provos olandesi, guardati con sospetto anche dentro il movimento anarchico.
Emilio: la cultura comunista appesantisce anche le realtà esterne ad essa, per cui si danno risposte diverse, anche radicali, ma elaborate su quell’impianto. Per cui dal movimento del ’68 nascono i gruppi, la strage dà un’ulteriore mazzata, si rilancia il movimento, o meglio la sua rappresentazione, con la dinamica lotta di piazza repressione, ma ormai la possibilità di trasformazione sociale propria del ’68 non c’è più. In quelle condizioni quello che si è fatto, probabilmente, andava fatto, ma è la rappresentazione della nostra sconfitta.
Roberto: Dal punto di vista politico la nostra liberazione, la scarcerazione ultima di Valpreda, Borghese e Gargamelli, se non proprio una sconfitta, personalmente l’ho sentita almeno come una “non vittoria”… questo oltre la felicità per la scarcerazione dei compagni. Perchè s’innescano sulla nostra storia dei meccanismi che, non solo noi, ma anche il movimento reale non è più in grado di controllare. Cominciano a parlare gli apparati, i partiti ed i partitini…
D. : Torniamo agli aspetti giudiziari e di controinformazione
Roberto: La chiarezza immediata è propria del movimento anarchico. Ribadisco l’importanza del lavoro svolto da Aldo ed Anna (Aldo Rossi, Anna Pietroni e Attilio Paratore erano la redazione di Umanità Nova a Roma, Aldo ed Anna morirono in un incidente stradale il 28.4.1974) a Roma, dalla Croce Nera a Milano… nell’immediato per la sinistra più o meno ufficiale siamo dei provocatori, si parla di anarcofascisti…
Emilio: L’immagine di provocatori che ci appioppano fa comodo a molti. Quello che non gli funziona è il costruire addosso, a dei giovani estremisti, sprovveduti come eravamo noi, un impianto organizzativo tale da permettere una strage… L’altro fatto, enorme, che non torna è la morte di Pinelli, l’incredibilità delle dichiarazioni della polizia… sono errori grossi fatti dai registi istituzionali della strage e tutto l’impianto comincia a traballare…
Roberto: Ci sono quindi due momenti, da una parte la risposta immediata del movimento anarchico, grazie anche alla controinchiesta svolta sull’altra provocazione precedente a quella delle bombe del 25.4.69 a Milano ed in seguito la cosa comincia ad essere di senso comune, almeno nel popolo della sinistra. Pinelli è stato assassinato, la strage è di stato….
A questo punto cominciamo a ragionare sulle esperienze di questi ultimi anni, della memoria e del collegamento con l’oggi, di autogestione, di ecologia sociale, conflitto, organizzazione, del senso anarchico e libertario nella nostra quotidianità…. ma questo è un altro articolo.
Emilio: “A Bakuny, mo’ la faccio io ‘na domanda: “Ma da tutto questo che avemo detto ce lo tiramo fora ‘n articolo?”
Enrico: Ce provamo, so comunque frammenti de memoria…..