Posts Tagged ‘Claudio Orsi’

2013 dicembre A Rivista anarchica Ancora bufale su piazza Fontana. Quando la smetteranno? Enrico Maltini

18 dicembre 2013

Aveva iniziato Paolo Cucchiarelli con Il segreto di piazza Fontana (Ponte alla Grazie, 2009), un testo infarcito di invenzioni su Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Un ponderoso volume (700 pagine) costruito su una serie di falsità, con infiltrati fascisti (Mauro Meli) nel Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa mai esistiti, con presunti stragisti (Claudio Orsi) che il 12 dicembre 1969 si trovavano a centinaia di chilometri da Milano, per finire con l’accusa all’attuale direttore di “A” Rivista anarchica di essere l’anarchico (in realtà mai esistito) che non avrebbe allora confermato l’alibi di Pinelli. Accusa che gli costò una ritrattazione a pagamento sul Corriere della sera e su La Stampa.

Nella richiesta di archiviazione inoltrata al gip, nel maggio 2012 dai pm di Milano, e accolta nell’ottobre scorso, circa l’ultimo stralcio di indagini sulla strage di piazza Fontana, le tesi di Cucchiarelli relative all’esistenza di una “doppia bomba” e al coinvolgimento di Valpreda e Pinelli sono state definite di “assoluta inverosimiglianza”, così come “le dichiarazioni della fonte anonima in questione, utilizzate dal giornalista, palesemente prive di fondamento”. Non è dunque mai esistito il fantomatico mister X citato dallo stesso autore come fonte delle proprie “scoperte”.

L’ossessione del doppio

Nello stesso solco Stefania Limiti che ha invece teso, con alcune sue pubblicazioni, a rivisitare la storia di questo secondo dopoguerra producendosi in evidenti forzature della realtà. Illuminante l’introduzione de Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK (Nutrimenti, 2012), con postfazione del solito Cucchiarelli, in cui si ipotizza che lo “schema operativo” approntato per assassinare nel 1963 il presidente americano sia stato utilizzato anche per la strage di piazza Fontana, con Valpreda al posto di Lee Oswald, mero burattino nelle mani di fascisti e servizi segreti (la stessa tesi de Il segreto di piazza Fontana). Emerge in questi due autori un’autentica ossessione per il “doppio” (le doppie bombe, le doppie identità), per cui tutti i protagonisti, loro malgrado, si palesano unicamente come marionette nelle mani degli apparati o dell’estrema destra. E non solo, siccome l’appetito vien mangiando, dal “doppio” si passa ora al “quadruplo”. A quando il raddoppio?

Il mutante

È infatti la volta de L’infiltrato di Egidio Ceccato (Ponte alle Grazie, pp. 324, € 14,00, introduzione di Paolo Cucchiarelli), di genere fantastico, se non avesse la pretesa di considerarsi un lavoro storico. Il libro è infarcito di frasi del tipo: “Un elemento cardine di questa strategia è l’infiltrazione…”; “…a un certo punto l’anello anarchico si agganciò a quello dei gruppi marxisti-leninisti e nazimaoisti e ambedue finirono manovrati da menti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale….”; “…l’Andreola metteva a segno la sua infiltrazione…nel gruppo rivoluzionario di Feltrinelli e in quello anarchico….”; “…Chittaro Giuseppe aveva nel corso del 1969 infiltrato i circoli anarchici milanesi…”; “ …viene infiltrato tra i gruppuscoli anarchici e dell’estrema sinistra…”; “E lo stesso Feltrinelli fu un ingenuo strumento nelle mani dei servizi e della destra, che lo fecero saltare letteralmente in aria mettendo in mano all’editore-bombarolo dei timer difettosi preparati appunto da quel Gunter che si era conquistato la fiducia tanto incondizionata quanto malriposta dell’imprenditore…” E via di questo passo, tra anarcomarx-lenin-nazimaoisti (???), infiltrati, traditori e vittime ignare.

La storia narrata, incentrata sulla figura di un diabolico pluri-infiltrato di nome Berardino Andreola, è completamente campata in aria, come dimostriamo in queste brevi note. Avremmo potuto anche lasciar perdere, ma non possiamo accettare la presunzione – non solo di Ceccato – di poter tranquillamente affermare, senza prova alcuna, che gli anarchici sono perennemente preda di infiltrati e manipolatori, in balia di ogni burattinaio di passaggio e che così fu anche a Milano al tempo della strage di piazza Fontana.

L’infiltrato sarebbe tale Berardino Andreola, già coinvolto nel 1975 nel fallito sequestro in Sicilia dell’ex senatore democristiano Graziano Verzotto. Un delinquente comune, figlio di un maresciallo dell’Ovra e lui stesso fascista, più volte condannato per truffa, traffico d’armi e altri reati comuni, ma dipinto da Ceccato come abile spia di un oscuro servizio tedesco. Ebbene, ai tempi di piazza Fontana e negli anni seguenti, questa stessa persona si sarebbe “trasformata”, a fini di provocazione, assumendo nel tempo le generalità di ben altri quattro personaggi, variamente infiltrandosi tra gli anarchici e non solo.

I personaggi via via interpretati, realmente esistiti, sono: un confidente di Allegra e Calabresi di nome Giuseppe Chittaro Job, poi un tale Giuliano De Fonseca, in seguito tale Umberto Rai e infine un uomo chiamato Gunther. Tutti costoro sarebbero la stessa persona, ovvero l’Andreola. Fin qui si potrebbe trattare di fantasie innocue, di cui il Ceccatosi assume la responsabilità.

Ma l’autore dà anche per certo che il Chittaro si sarebbe davvero infiltrato fra gli anarchici, insistendo sui: “…contatti di Chittaro/Andreola con gli anarchici milanesi…” (ma quando mai?). Ma non solo, perché lo stesso Andreola sarebbe poi entrato in relazione, questa volta con il nome di Umberto Rai, ancora con “noti anarchici” e con Giangiacomo Feltrinelli, ed è con il nome di Gunther, sotto il traliccio di Segrate nel 1972, che l’Andreola/Gunther ne avrebbe volontariamente causato la morte, grazie alla manipolazione del timer che l’editore stava maneggiando. Il tutto senza fornire il minimo riscontro o una prova. Sarebbe invero stata sufficiente qualche verifica per evitare figuracce e rendersi conto che si tratta di persone del tutto diverse tra loro. Una verifica sull’età ci dice che Andreola nacque a Roma nel 1928; Chittaro, come da rapporti di polizia e da certificato anagrafico di nascita, a Udine nel 1940; Rai nasce a Milano nel 1923, come da documentazione della questura di Milano e dal mandato di fermo del 15 dicembre 1969, mentre il Gunther risulta nato fra il 1927 e il 1931. Quanto alle morti, si sa di Andreola nel 1983, a 55 anni e di Gunther nel 1977.

Da altre verifiche si apprende anche che nel 1975 l’Andreola, dal carcere di Palermo, si propose come informatore sulle Br ai giudici di Torino, che dopo averlo sentito lo bollarono per “manifesta inattendibilità” e “calunnia”. Berardino Andreola, condannato per tentato sequestro a scopo di estorsione, rimarrà in carcere dal 1975 fino alla sua morte, nel carcere di Fossombrone, nel 1983.

Chi erano?

Ma chi erano nella realtà storica questi personaggi? Per ragioni di spazio, riportiamo solo alcuni elementi, ma molti altri ve ne sarebbero: Chittaro, di corporatura media, era un mezzo mitomane che nel 1969 bazzicava (a suo dire) l’ex hotel Commercio e l’allora casa dello studente occupati, nonché i gradini del Palazzo di Giustizia di Milano, dove l’anarchico Michele Camiolo faceva lo sciopero della fame. Uno che viveva di espedienti, non troppo alfabetizzato, (nelle sue lettere si legge ad esempio l’aradio, la scuadra politica…), più volte condannato per truffa, sostituzione di persona e anche traffico di armi (due fucili), ma che godeva di strani agganci in Francia e Svizzera presso questure e consolati. Con questo tizio aveva stretti rapporti il capo dell’ufficio politico della questura milanese Antonino Allegra, che sperò fortemente di trarre da lui confidenze determinanti per accusare gli anarchici, tanto da inviare il commissario Calabresi a Basilea, per un incontro con lui presso il consolato, addirittura il 13 dicembre, giorno dopo la strage. Una trasferta che si rivelerà del tutto infruttuosa. Anni dopo, nel 1980 – si noti che Andreola era in carcere – il Chittaro fu oggetto di numerosi articoli sul quotidiano Lotta continua, su l’Unità e altri giornali, perché coinvolto in una complicata e oscura storia di falsi documenti e depistaggi sulla morte di Feltrinelli. Chi lo incontrò allora ricorda che il Chittaro si vantava sempre di grande dimestichezza con l’editore.

Gunther era il soprannome di Ernesto Grassi, che non era un traditore né un assassino e non ha manipolato alcun timer, ma era operaio in una fabbrica di Bruzzano, con un’esperienza di partigiano in Valtellina, faceva parte dei Gap di Feltrinelli e la tragica sera del maggio 1972 era davvero con l’editore, ma doveva occuparsi del traliccio di Gaggiano e non di Segrate. Chi lo ha conosciuto descrive fisicamente Gunther come molto piccolo e minuto.

Umberto Rai era al contrario molto alto e robusto, ex pugile ed ex partigiano, di professione pittore, con lievi precedenti per reati comuni, fermato a Milano dopo la strage perché in precedenza indicato da “fonte confidenziale” (Anna Bolena) come implicato nelle bombe sui treni dell’agosto ’69. Rai frequentava allora, come molti “alternativi”, anarchici compresi, i locali di Brera e anche a lui furono chieste da parte di Allegra e Calabresi e, ancora una volta invano, confidenze sugli anarchici (su Paolo Braschi in particolare), come si ricava da un lungo interrogatorio in data 13 dicembre 1969. Il Rai lavorò un paio di settimane per Feltrinelli, pare come guardiaspalle di Rudi Dutsche, ospite dell’editore. Nel 1969, testimoniò in Germania al processo per la strage nazista di ebrei del settembre 1943 a Meina sul Lago Maggiore, ma fu ritenuto inaffidabile dalla corte. Dal canto suo l’Andreola, nell’unica foto pubblicata nel libro e scattata nel 1977, appare un tipo normale e un po’ sovrappeso.

Anche Pinelli e Calabresi

Ma le sorprese del nuovo libro non finiscono qui: l’autore non dà nulla per certo, ma lascia intendere che anche la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi sarebbero in larga misura riconducibili al ruolo del Chittaro/Andreola: ruolo di confidente “infiltrato negli ambienti anarchici”, che Pinelli avrebbe smascherato quella notte in questura, condannandosi così a morte. Mentre per Calabresi, oltre a ritenere che: “… si fosse troppo avvicinato a verità delicate in materia di traffici di armi ed esplosivi, non è da escludere neppure che egli stesse indagando sulla vera identità e sulla reale collocazione politica del soggetto incontrato a Basilea il 13 dicembre 1969 e presentatosi col nome di Giuseppe Chittaro”, dunque anche lui colpevole di aver scoperto il ruolo o i ruoli giocati dall’Andreola, di cui era prima all’oscuro.

Il contenuto di fondo del libro è che la strategia della tensione fu opera della parte più retriva della destra italiana, con la complicità di Cia & co e il ruolo chiave dell’Ufficio Affari Riservati, e fino a qui e senza entrare in dettagli, siamo alla versione ormai accettata da tutti. Ma la tesi che ci sta dentro è sempre quella degli anarchici sprovveduti e infiltrati, del Feltrinelli ingenuo e manipolato e, come nel libro si suggerisce, dandone per scontata la responsabilità, anche degli “eterodiretti” militanti di Lotta continua condannati per l’uccisione di Calabresi, che come burattini tirati da fili malefici eseguivano i calcolati disegni delle forze oscure della destra eversiva. Come Cucchiarelli, Ceccato non riesce a concepire che Pinelli, Valpreda e gli anarchici non c’entrassero assolutamente nulla con la bombe del 12 dicembre e che quello di Feltrinelli sia stato un incidente.

Chittaro è certamente un personaggio oscuro, manipolato e manipolatore, ma non aveva nulla a che fare con l’Andreola e se davvero tentò di infiltrarsi tra gli anarchici, proprio non ebbe successo. Ovviamente anche nelle pagine di questo libro, come in quello di Cucchiarelli, fa capolino un misterioso mister X, questa volta chiamato “Anonimo mafioso”, intento a raccontarci vicende tanto oscure quanto indimostrabili. Siamo, in ultima analisi, di fronte una forma di intossicazione, consapevole o no che sia, di un pezzo di storia negli anni della strategia della tensione. Ceccato ha detto in una intervista che: “ …su chi è stato (l’Andreola ndr) e su quanto ha fatto esistono riscontri ben precisi, capaci di riscrivere una nuova verità storica con cui la società, non solo italiana, dovrà per forza fare i conti”.

Trame e complotti contrassegnarono davvero quel periodo e la verità storica deve essere scritta. Ma un conto è studiarla, altro è inventarla.

Enrico Maltini

Questo articolo riprende, ampliandola, una recensione pubblicata su “il Manifesto” del 16 Ottobre 2013 a firma Saverio Ferrari, Enrico Maltini, Elda Necchi

 

A rivista anarchica n9 Gennaio 1972 Cronache sovversive a cura della Redazione

18 ottobre 2011

Cineserie

Milano. La Polisportiva Studentesca, costituita (o ricostituita, non sappiamo bene) per l’anno accademico 1971-72, ha dato l’attesissimo (dalle masse popolari) annuncio della sua costituzione (o ricostituzione) su basi rivoluzionarie, con un apprezzatissimo (dalle masse popolari) manifesto in cui, sullo sfondo di sorridenti cinesi in divisa che lietamente e collettivamente fanno ginnastica, spicca una lapidaria citazione (del non mai abbastanza citato presidente Mao) sull’educazione fisica del popolo. La prima pubblica manifestazione dei ginnasti e sinofili goliardi è stata una marcia (popolare, naturalmente), svoltasi domenica 5 dicembre, attraverso le vie del centro cittadino, con partenza ed arrivo alla “Statale” (con assemblea). Un manifesto murale manoscritto (pardon, un tatze-bao) affisso nell’atrio dell’Università nei giorni precedenti la marcia, spiegava che lo sport (inteso come educazione fisica collettiva, beninteso, e non come agonismo individualistico e piccolo-borghese) è una sentita ed insoddisfatta esigenza popolare. È noto infatti che gli operai della Pirelli ed i braccianti del Lodigiano a nulla aspirino più che a un po’ di moto, dopo 8-10 ore di lavoro. E pare che solo un disguido abbia impedito alle masse popolari (guidate dalla classe operaia) di partecipare alla marcia, la quale si è conclusa fra le matte risate contro-rivoluzionarie degli zingarelli che stazionano di fronte all’Università (i quali, com’è noto, sono lumpen-proletariat e quindi non possono comprendere le esigenze popolari). Le masse popolari milanesi attendono ansiose la prossima iniziativa della Polisportiva che è studentesca ma al servizio del Popolo. Si parla di una nuotata collettiva nel fiume Olona.

Dopo “Servire il Popolo” (settimanale involontariamente umoristico di una organizzazione stalinista extraparlamentare), anche i redattori di “Lotta Continua” hanno cercato di spacciare l’anarchico Rocco Palamara (evaso due mesi fa dal carcere di Locri e felicemente latitante a tutt’oggi) per loro compagno. L’hanno fatto in modo più sottile ma non più onesto dei grossolani ed involontariamente umoristici servitori del popolo, sul penultimo numero, con un articolo scopiazzato dal nostro “Dopo la mafia il P.M.” (A 7).

La spranga al potere

L’articolo sul Movimento Studentesco di Milano, apparso sul n.8 della nostra rivista non è stato apprezzato dai piccoli stalin e beria della “Statale” i quali, con l’ottusità politica che li caratterizza, non distinguendo tra critica da sinistra e critica da destra, hanno decretato che si trattava di un attacco “fascista”. Fin qui nulla di imprevedibile. Ma, i novelli inquisitori rossi, sono andati oltre ed hanno sentenziato che “A” non poteva più essere venduta (non solo il n.8, ma anche i numeri precedenti e successivi), a meno che non pubblicasse una “autocritica”. Di fatto, il Movimento Studentesco, laddove ne aveva la forza (militare) ha impedito la vendita della nostra rivista. Alla Statale Capanna è intervenuto personalmente (con scorta), a minacciare alcuni compagni di buttarli di forza fuori dall’Università, se avessero persistito a vendere “A” (il n.7, per la cronaca). Con questo, Capanna e i suoi sgherri hanno confermato la sostanziale verità dell’articolo che li ha irritati, hanno confermato la loro intolleranza, la loro prepotenza, la natura “terroristica” e non politica della loro “egemonia”.

Quanto all’autocritica, gli stalinistelli di via Festa del Perdono possono aspettarla a lungo. Gli anarchici non hanno fatto autocritica (cioè non hanno rinnegato le loro convinzioni) di fronte alle forche, ai plotoni d’esecuzione, alla galera, al confino, ai campi di concentramento… non la faranno di fronte a qualche spranga manovrata da qualche figlio di papà che gioca alla ghepeù.
P.S. Il 15 dicembre “A” s’è venduta alla Statale. Gli anarchici presenti erano troppi perché il M.S. potesse impedirlo.

Aggressioni fasciste e intimidazioni poliziesche

Il 16 novembre a Villa S. Giovanni (R.C.) 50 fascisti armati di pistola, coltelli e spranghe di ferro hanno assalito un gruppo di studenti e lavoratori anarchici che conducevano in piazza Valsesia uno sciopero della fame in segno di protesta contro l’infame montatura poliziesca culminata nella “Strage di Stato” del 12 dicembre 1969 e la detenzione in carcere di Valpreda. Alcuni compagni isolati sono stati fatti segno di colpi di arma da fuoco.

Pistoia. Nella notte tra il 10 e l’11, proprio alla vigilia della mobilitazione popolare per la strage di stato, alcuni fascisti che già da alcune sere strappavano manifesti di controinformazione, tentano una aggressione contro due anarchici. Nella stessa sera la polizia ferma e prende il nome a due nostri compagni, strappa tutti i manifesti, proseguendo il lavoro già iniziato dai fascisti; il mattino seguente perquisisce (naturalmente senza esito) la casa di un compagno anarchico. A Pistoia perquisizioni domiciliari per motivi politici non avvenivano da anni. Questa vasta azione repressiva va inquadrata nella crescita e nel lavoro politico del movimento pistoiese, in particolar modo ha “disturbato” l’intensa campagna di controinformazione sulle bombe dei padroni.

È chiaro che questa azione repressiva non frenerà il lavoro dei compagni. In una assemblea pubblica promossa da “Azione Anarchica” si è discusso sul significato politico della campagna sulla strage di stato, individuando in essa un momento della lotta contro lo stato ed il capitale, e non una campagna di difesa di un movimento duramente colpito dalla repressione.

Fare di questa campagna quindi un momento qualificante di crescita politica, portare avanti il processo di autonomia operaia, che le bombe del 12 dicembre 1969 volevano stroncare, sono gli obiettivi del nostro lavoro politico.

Il vice-sindaco del cazzo

Milano. L’episodio della tentata aggressione neofascista al vicesindaco Andrea Borrusso, che in galleria Vittorio Emanuele era intervenuto per difendere un amico, ex partigiano, ha visto ancora una volta all’opera uno degli ineffabili commissari fascisti che sembrano inamovibili da via Fatebenefratelli. A Borruso, che si qualificava come vice-sindaco, il commissario ha risposto “Lei e un vicesindaco del cazzo” (l’UNITÀ e l’AVANTI!, 14 novembre 1971). Poi, di fronte all’evidenza dei documenti, il poliziotto si è giustificato dicendo “Credevo che lei fosse un socialista” (ibidem). L’episodio naturalmente, è stato del tutto ignorato dal CORRIERE DELLA SERA, proprio in questi giorni austero difensore della “libertà di stampa”. Per il CORRIERE, anzi, il commissario è intervenuto opportunamente a sedare l’incidente. A parte questo, nessun organo di stampa ha potuto fare il nome del commissario che non distingue il vicesindaci dc dai “vicesindaci del cazzo”.

Pinelli non è morto per le riforme

Trieste. Il 19 novembre si è svolta nella sede del PCI a cura del circolo CHE GUEVARA una pubblica manifestazione sul tema “Il processo Valpreda ed il suicidio di Pinelli”. Riguardo questa manifestazione la FGCI ha distribuito un volantino, nel quale, oltre a parlare del 22 Marzo come “sprovveduto gruppo di anarchici, pieno di spie della polizia e di provocatori fascisti”, si diceva che le bombe sono servite a frenare il movimento operaio “che sta ottenendo sempre più vasta solidarietà alla lotta contrattuale e ad imporre una svolta conservatrice e moderata che si attua con il ricatto al PSI per la ricostituzione del centro-sinistra senza alcun programma di riforme”.

I “compagni” continuano parlando della “pratica autoritaria di questo Stato e della sua classe dirigente” e chiudono dicendo: “Nei due anni trascorsi abbiamo spesso gridato nei cortei e nelle manifestazioni: Pinelli è stato suicidato. Ora gridiamo Pinelli è stato assassinato”. Quest’ultima affermazione è naturalmente falsa. Anzi siamo stati, in tutte le manifestazioni finora fatte, minacciati dagli attivisti del PCI quando gridavamo questi slogans. Ora invece improvvisamente il PCI organizza una manifestazione su Valpreda e Pinelli, quando appena 10 giorni fa alla nostra richiesta di una sala di proprietà del Partito per la nostra manifestazione di controinformazione ci fu risposto: “Siete una spina nel fianco dell’unità della classe operaia. Questi argomenti non interessano gli operai!”.

A questo nuovo atteggiamento del PCI abbiamo risposto con un nostro intervento che ha esposto in termini decisi la nostra posizione e quella sempre avuta dai partiti della sinistra, in particolare nel controllo delle lotte dei lavoratori nell’autunno caldo. Da parte del PCI non sì è avuta al nostro intervento alcuna reazione, anzi si è parlato degli anarchici in termini di compagni. Il presidente della conferenza, Vidali (stalinista, antianarchico in particolare durante la guerra di Spagna), ha persino interrotto un esponente della FGCI mentre replicava alle nostre critiche dichiarandosi contrario al volantino. Alla fine del dibattito è stata auspicata una lotta comune per la verità su Pinelli e la Strage di Stato e la liberazione di Valpreda e compagni. Tutti uniti, tutti insieme dunque!!

Ora, dopo due anni, il PCI visto che il movimento anarchico è capace di avere una incidenza sulla opinione pubblica, tenta un’opera di recupero. Nelle polemiche che accompagnano i fatti recenti relativi all’assassinio di Pinelli ed alla prigionia di Valpreda, sebbene si noti un riacuirsi dell’interesse e dei dibattiti, le polemiche e le accuse suscitate dalla sinistra ufficiale non portano in luce il nocciolo della questione, cioè le responsabilità criminali di tutto l’apparato statale. Infatti l’obiettivo dichiarato della “mobilitazione” promossa dai partiti di sinistra tende all’epurazione di alcuni responsabili dell’assassinio del compagno Pinelli, che servirebbero da capro espiatorio. Si potrebbe così dimostrare che lo Stato è democratico e imparziale e quindi deve essere riformato con la collaborazione dei rappresentanti della classe operaia.

A Treviso i fascisti esplosivi

Nella scorsa primavera furono rilasciati dal carcere di Santa Bona di Treviso i fascisti Freda, Ventura e Trinco accusati di “attività sovversive contro lo stato”, presunti autori degli attentati ai treni dell’agosto 1969 e implicati nella strage di Stato. (1)

Da allora, di questi signori, nazisti dichiarati e militanti in una “non precisata” formazione della destra extra-parlamentare, non si era più sentito parlare. Ma recentemente i loro nomi sono tornati alla ribalta, in seguito al ritrovamento di un arsenale di armi da guerra nella vicina Castelfranco Veneto.

Ecco i fatti: la mattina del 5 novembre alcuni operai, durante lavori di sistemazione del Palazzo Rainati, proprio nel centro di Castelfranco, scoprono con grande sorpresa nel sottotetto una valigia di similpelle e una borsa di tela. Dentro vi erano cinque mitra (tre dei quali di fabbricazione americana, nuovi, oliati e perfettamente funzionanti), dieci pistole, alcune delle quali munite di lunghi silenziatori di costruzione recente; canne di riserva per le pistole; vari caricatori per mitra e alcune migliaia di proiettili conservati nelle loro scatole originali.

Accedere sotto il tetto era molto difficile, e poteva essere fatto solamente dalla famiglia Marchesin, che da parecchi anni risiede nel palazzo. La sera stessa il dottor Giancarlo Marchesin si presenta ai carabinieri dicendo di aver nascosto lui la valigia e la borsa nel sottotetto. Ai carabinieri il Marchesin, che è consigliere comunale e membro del comitato provinciale del PSI, dichiara che le armi gli erano state affidate da un amico, tale Franco Comacchio, impiegato di Castelfranco Veneto.

Ora, visto che il Marchesin è difeso da tutto l’apparato del PSI (suo difensore, fra l’altro, è il vicesindaco socialista di Treviso avv. Boscolo) e scartata a priori l’ipotesi che il Partito Socialista, di cui il Marchesin è uno stimato rappresentante e dirigente, voglia scatenare una lotta armata contro il potere, non resta che mettere in stretta relazione il ritrovamento delle armi di Castelfranco con l’attività terroristica dei nazisti Ventura, Freda e Trinco. Ipotesi confermata peraltro, in seguito all’interrogatorio del Marchesin e del Comacchio, dal ritrovamento a Crespano del Grappa di un notevole quantitativo di materiale esplosivo. E non a caso alle perizie riguardanti l’esplosivo sono stati convocati anche gli avvocati di Freda e Ventura.

La presenza del noto esponente socialista Marchesin, riesce solo apparentemente ad ingarbugliare questa faccenda che continua a rivestire tinte gialle soltanto per chi vuole nascondere un chiarissimo stato di cose e delle precise responsabilità: la connivenza fra polizia, magistratura e fascisti, che volutamente tendono ad insabbiare e ritardare le indagini su questo caso, che riveste fondamentale importanza nel quadro della strage di stato.

Così, mentre i magistrati si palleggiano le responsabilità e la polizia parla di “giallo politico”, Valpreda rimane in carcere, innocente, mentre Freda continua a comandare indisturbato le sue squadracce di picchiatori fascisti.

1) Come i lettori ricorderanno, subito dopo le bombe del dicembre ’69, il professor Lorenzon dichiarò che il Ventura gli aveva confidato di avere organizzato gli attentati sui treni dell’agosto e gli aveva inoltre detto che il 12 dicembre lui si trovava a Milano dove, a parer suo, l’attentato non era stato ben organizzato.

Mentre la rivista va in composizione, apprendiamo che Freda, Ventura, Comacchio e Marchesin sono stati arrestati. Quanto tempo impiegheranno i loro complici a tirarli fuori dalla galera?

L’anarchia punge a Ragusa

Da circa un anno a Ragusa esiste una situazione economica veramente critica. Infatti non si approvano progetti per l’edilizia e, la maggior parte del proletariato cittadino che lavora in questo campo è disoccupata o costretta a vivere alla giornata. Tra gli edili, e gli operai in genere (in maggioranza aderenti al PCI) c’è quindi una demoralizzazione, che cresce ogni giorno di più, nei confronti dei capi del partito e del sindacato, i quali non sono stati in grado di accontentarli minimamente con la loro politica riformista al servizio dei padroni. Negli ultimi scioperi s’è assistito alla protesta di alcuni operai nei confronti della linea dei sindacati, ma anche alla debolezza di questa protesta. Con questo clima s’è arrivato allo sciopero generale in tutta la provincia del 29 novembre, organizzato dai sindacati con l’adesione della Camera di Commercio (DC) della giunta provinciale (DC-PSDI), della stampa fascista (La Sicilia), nonché degli impiegati del comune e del sindaco democristiano. In questa occasione gli operai si sono mostrati ancor più incazzati e soprattutto contenti di aver trovato nel nostro gruppo un valido appoggio.

Le altre organizzazioni giovanili (FGCI-ACLI) e i partiti politici, hanno creduto bene di non portare le loro bandiere, né tanto meno presentarsi con cartelli, “per non rovinare l’unità sindacale in corso”; ci siamo quindi trovati soli con la nostra bandiera e coi nostri cartelli, alcuni dei quali dicevano: “La vera riforma è abolizione dello sfruttamento”, “No alla repressione poliziesca”, oltre ad alcuni sulla strage di Stato.

Il corteo di circa 3.000 persone era preceduto da tre bandiere tricolori, simbolo del tradimento dei sindacati, quindi venivano i boss e successivamente noi e gli operai, mentre dietro di noi stavano i gruppi giovanili dei partiti politici. Agli slogans riformisti si rispondeva con quelli sull’autogestione operaia, e alle docili frasi contro il fascismo con pesanti slogans rivoluzionari.

In piazza Libertà è stato fatto un sit-in (v. foto sotto) bloccando notevolmente il traffico, mentre successivamente, davanti al municipio, c’è stato l’episodio culminante. Gli operai incazzati non volevano muoversi da lì, cercando di entrare in municipio e di vedere il sindaco e non accettando per niente una pseudo delegazione composta dai gerarchi del PCI e dei sindacati. Ad un certo punto in folto gruppo abbiamo cercato, seguiti subito dopo da molti altri, di forzare il cordone della polizia e dei burocrati per entrare, e ci siamo scontrati; un episodio di rilievo è stato quello di un operaio che togliendoci la bandiera dalle mani ha cercato di colpire uno dei capi del sindacato. Poco dopo il grido di “Burocrati coglioni, servi dei padroni” ha accompagnato le discussioni vane di questi ultimi. In seguito in piazza, mentre i sindacati facevano il loro comizio, molti operai discorrevano con noi, dando del “pagnottista” in faccia ai capi del PCI e del sindacato.

Questo episodio apre la strada ad un primo discorso del nostro gruppo formatosi di recente, verso la classe operaia; nonostante i burocrati mettano in giro voci false su un nostro presunto assalto assieme ai fascisti alle loro sedi, e nonostante i fascisti scrivano sui muri delle scuole di certi nostri rapporti con la droga assolutamente inesistenti. Segno questo che anche a Ragusa l’ANARCHIA comincia a pungere.

La polizia assalta l’università

Milano, mercoledì 24 novembre 1971. Il corteo degli studenti medi del Molinari, del VII Tecnico e dello Zappa si sta avviando da piazza Cordusio verso piazza Duomo per unirsi con il corteo degli altri studenti medi aderenti alla manifestazione (non autorizzata). La meta è il provveditorato degli studi: si vuole protestare contro l’intervento della polizia, sempre più frequente in questi ultimi tempi, nelle scuole. Sono le 9,30. A questo punto gli studenti vengono caricati improvvisamente. I poliziotti sembrano impazziti, si susseguono caroselli di gipponi anche sui marciapiedi; il corteo viene disperso. I manifestanti a gruppetti sparsi si ritrovano in Statale dove si riforma il corteo composto da alcune migliaia di persone con Avanguardia Operaia in testa. La polizia carica nuovamente in via Larga. Sono le 10. Per un’ora gli scontri tra dimostranti e polizia si susseguono soprattutto in via S. Sofia, C.so. Italia e via F. Sforza. In questa fase la brutalità dei questurini è tale da provocare la indignazione dei passanti e degli impiegati della zona. Alcuni gruppetti di manifestanti cercano di riformare il corteo senza riuscirvi e fanno azione di disturbo tentando di allontanare la polizia dai pressi della Statale. Invano: non resta che rifugiarsi all’interno di questa. La polizia prima assedia poi assalta l’università, lancia candelotti lacrimogeni, sfonda porte e finestre, si introduce per cunicoli sotterranei, si auto-intossica. Ad un certo punto chiede addirittura, via radio, che degli elicotteri bombardino con lacrimogeni l’ateneo. Infine riesce ad entrare nel cortile del Filarete, da dove viene comunicato un ultimatum agli studenti asserragliatisi nell’aula 208 dell’università: “Si facciano uscire gli studenti medi (quindi “estranei”) e gli universitari saranno lasciati in pace; dopodiché l’assedio sarà tolto.” Il M.S. raduna gli studenti (circa 2500) in aula Magna, dove si tiene una lezione. Qui li trova la polizia che, dopo aver sfondato un’ennesima porta, si dispone all’uscita dell’aula Magna ed ordina agli studenti di uscire 5 per volta. Mentre il leader del M.S., Mario Capanna, arringa (la repressione borghese ecc.) gli studenti cominciano a sfollare. Vengono così fermati circa 400 studenti medi, di cui una decina tratti in arresto con le solite motivazioni: adunata sediziosa, resistenza a pubblico ufficiale ecc. Ma, si sa, la repressione non passerà!! Anche perché, cinque giorni dopo, tutte le organizzazioni della sinistra extraparlamentare (tranne gli anarchici) avrebbero indetto uno sciopero (con manifestazione) contro la repressione.

Fascisti con e senza divisa a Quarto Oggiaro

La notte di giovedì 18 novembre il quartiere di Quarto Oggiaro, a Milano, è stato teatro di duri scontri tra militanti extraparlamentari da una parte e polizia e fascisti dall’altra: alle 21, un’ottantina di militanti extra-parlamentari ed anarchici iniziavano, divisi in due gruppi, l’affissione nel quartiere di manifesti antifascisti. Uno dei gruppi, distante circa 1 chilometro dall’altro, veniva poco dopo aggredito da una squadraccia di teppisti fascisti, armati di tutto punto. L’altro gruppo, avvertito, si precipitava sul posto dove trovava due camions di carabinieri e una trentina di volanti della polizia. Le “forze dell’ordine” attaccavano, aiutando in ciò attivamente la teppaglia già all’opera. Gli episodi di inaudita violenza erano innumerevoli, i pestaggi, gli inseguimenti si susseguivano a lungo. Naturalmente venivano fermati o arrestati una trentina di militanti della sinistra tra cui due anarchici. La gente, alle finestre, gridava contro i fascisti e la polizia. La situazione, che la notte degli scontri è clamorosamente esplosa è stata ed è tuttora a Quarto Oggiaro sempre tesa: nel quartiere, vero e proprio “ghetto” proletario alla periferia di Milano, esistono due sedi fasciste frequentate dai più noti picchiatori, i quali sistematicamente fanno opera di provocazione nei confronti di coloro che non gli vanno a genio, aggredendo e ferendo armi alla mano quanti circolano isolati. I compagni sono esasperati; i fascisti, protetti e attivamente aiutati dalla polizia, persistono nelle loro azioni: Quarto Oggiaro è una polveriera che può esplodere da un momento all’altro.

Dalla giovane Europa all’Italia-Cina

Ferrara. Claudio Orsi, 42 anni, ferrarese, figlio di Luigi Orsi, grosso gerarca fascista e marito di una sorella di Italo Balbo, è un uomo facile alle conversioni. Segretario nazionale di “Giovane Europa” (filiazione diretta della neonazista “Jeune Europe” di Jean Thiriart) nella primavera del 1968 al congresso annuale di Napoli ne chiede lo scioglimento, malgrado il numero degli aderenti sia abbastanza elevato. Sparisce per qualche tempo e ricompare trasformato a Ferrara dove, in via della Luna, nella sede stessa di “Giovane Europa”, fonda l’associazione Italia-Cina. Con lui, tra i fondatori, compare anche Domenico Graziani, più noto col soprannome di “Pinocchio”, una macchietta, sempre senza lavoro eppure a mesi alterni pieno di quattrini, un militante maoista che ha al suo attivo una spedizione al piccolo paese di Ponte Maudino per cambiargli il nome in quello di Ponte Mao-di-no. Italia-Cina nell’ultimo anno ha inondato di lettere infuocate LA GAZZETTA DI FERRARA e il GAZZETTINO di Bologna (legati al carro dell’editore-petroliere di destra Attilio Monti) rivendicando come “esemplare azione maoista” qualsiasi cosa succedesse a Ferrara e provincia, bombette di carta, aggressioni, strani incendi. Ciò che puntualmente offriva l’occasione ai due quotidiani di lanciare anatemi contro “i sanguinari estremisti rossi”. La strana Italia-Cina di Ferrara ha cercato “contatti” con alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare come il Pcd’I (m-l) e l’UCI. L’Associazione Italia-Cina di v. Seminario a Roma, ha sconfessato ufficialmente Orsi e compagni, ma l’attività di provocazione è continuata.

Manifestazione antimilitarista a Peschiera

Peschiera, 21 novembre. Si è svolta, davanti alle carceri militari, una manifestazione indetta dalle forze pacifiste e non violente, alla quale hanno partecipato numerosi compagni dell’Organizzazione Anarchica Veneta, i quali sono riusciti a dare alla manifestazione una chiara impronta rivoluzionaria contrastante con quella pacifista dei gruppi organizzatori.

L’aspetto spettrale delle carceri (che poco hanno da invidiare alla sorella Bastiglia) ha subito riscaldato gli animi agli slogans di: “libertà”, “dentro i colonnelli fuori i militari”, ed altri; mentre ingenti forze di polizia stavano davanti a noi per salvaguardare “l’ordine costituito”.

Molti messaggi scritti venivano gettati dalle finestre dai compagni carcerati (beffando regolarmente i poliziotti che non riuscivano ad individuarne uno) nei quali si leggevano le condizioni bestiali a cui sono sottoposti: celle gelide e sporche, cibo putrido ed una buona dose di legnate.

La manifestazione iniziata al mattino si è protratta fino alle sette di sera con una piccola pausa durante la quale i compagni si sono diretti in corteo verso il monumento ai caduti, dove sono stati deposti i cartelli portanti i vari slogans.

Da sottolineare un momento significativo: un compagno carcerato di Brescia, aggrappato alle inferriate ha gridato: “W l’anarchia” a cui hanno subito risposto i compagni al di fuori. Subito dopo inoltre dalle celle del carcere si è cominciato a cantare “addio Lugano bella”.

Internazionalismo proletario

Dal 15 novembre, per la prima volta dal 1938, Grecia e Albania hanno ripreso le relazioni diplomatiche e di recente ad Atene è stato annunciato con grande clamore propagandistico che il primo viaggio all’estero di Papadopulos avrà come meta la Romania.

L’Unione Sovietica appoggia senza mezzi termini l’India nella sua aggressione al Pakistan. La Cina (assieme agli U.S.A. – ohi, ohi, quale “imprevista accoppiata” -) sostiene senza riserve il governo militare reazionario e sanguinario del Pakistan (aggredito, sì, ma colpevole di genocidio). Né i marxisti-leninisti russi, né i supermarxisti-leninisti cinesi appoggiano i movimenti popolari rivoluzionari bengalesi.

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

28 novembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo

di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.

Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».

Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?

L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.

Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005.

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.

Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.

Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…

Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.

E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.

La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».

Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza