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1972 11 4 Umanità Nova – Affannosa ricerca di un compromesso. di Comitato Politico – giuridico di difesa

18 maggio 2015

1972 11 4 Umanità Nova - Affannosa ricerca di un compromesso

 

 

ROMA, 24 ottobre – Nel pomeriggio gli «scambi di vedute» si fanno più febbrili: proposte, controproposte, richieste di pareri. I telefoni di un gran numero di alti magistrati, uomini di governo, deputati e senatori delle «commissioni giustizia», di avvocati e giornalisti squillano in continuità. Brevi e concitati incontri nei soliti bar, agli angoli delle vie del centro, nei salotti e nelle anticamere, nelle redazioni dei quotidiani. Euforia: il governo è d’accordo. Andreotti prima di partire per Mosca è stato esplicito: «non possiamo rimanere indifferenti… dobbiamo prendere con urgenza in considerazione proposte parlamentari di modifiche ai codici ed alla procedura…». Si sussurra di sollecitazioni «rivolte molto in alto » da Leone.

ROMA, 25 ottobre – Gli ultimi scogli sembrano superati. Gonella, a nome del governo, intervenendo ad una riunione dei capigruppi DC, ha confermato: il governo consente che dai disegni di legge che riguardano la riforma del codice di procedura si stralci una leggina per le norme della libertà provvisoria ed i limiti della carcerazione preventiva. E’ quanto le dichiarazioni di Andreotti avevano fatto prevedere. Inoltre da più parti si assicura che la «Commissione giustizia» in riunione deliberativa potrà contare sulla necessaria unanimità perchè i due fascisti, per salvare la faccia, sarebbero stati fatti figurare assenti al momento del voto. Verso sera, però, una notizia corre per la città a raffreddare un poco gli entusiasmi: il consiglio superiore della magistratura ha approvato alla unanimità (quindi anche Leone) un o.d.g. con il quale si «consiglia» governo e parlamento perchè respingano la proposta di stralcio in quanto «la molteplicità e la mobilità delle leggi speciali non favoriscono il principio della certezza del diritto». Ciò, tradotto in parole spicciole ed interpretato politicamente, vuol dire: «non esiste la certezza del diritto (ma esistono le leggi dello Stato – n.d.r.) e dobbiamo sbarazzarci di questo scomodo caso, ma non possiamo consentire che una leggina eccezionale passi alla storia come «legge Valpreda».

ROMA, 26 ottobre – Abbiamo notizie che ieri al Policlinico, dove sono ricoverati, qualche semi-deficiente poliziotto di guardia ha detto a Gargamelli e Valpreda: «E ‘ fatta! Questa sera o al più tardi domani mattina vi metteranno fuori». I compagni però che ormai sulle «procedure» ne sanno più di un membro della corte suprema, se la son presa sorridendo con aria di compatimento.

La «Commissione giustizia» è riunita al senato e per decisione unanime adottata ieri passerà subito alla discussione delle proposte sulla carcerazione preventiva e sul mandato di cattura con l’intento di pervenire ad un testo concordato. Si è ancora convinti che il governo non cederà alle inammissibili pressioni del consiglio superiore della magistratura. Ma la doccia fredda interviene, nelle vesti del sottosegretario Pennacchini che annuncia, per il 15 novembre, un disegno di legge governativo. Il governo, Gonella in testa, si è piegato al prudente consiglio del consiglio superiore. I compagni rimarranno ancora qualche mese in galera, ma il potere non sarà messo in ridicolo con una leggina speciale che inevitabilmente avrebbe assunto il nome del maggiore imputato di Stato per la strage voluta dai padroni.

Tutta qui la cronaca dei tre giorni di illusioni parlamentari. Adesso tutte le speranze puntano sul «santo natale». Anche Bagnoli, si dice, fu dissequestrato la antivigilia della ricorrenza del miracoloso parto della immacolata. Del resto, si dice anche, ed ò vero, sono migliaia i detenuti che si trovano nelle stesse condizioni di Emilio Borghese, Gargamelli e Valpreda e quindi è giusto che il provvedimento abbia la più vasta portata del «disegno di legge». Come se una leggina eccezionale, se applicata, non abbia praticamente gli stessi effetti. Senza contare che noi e chi sia in galera, degli arzigogoli dei burocrati al potere ce ne infischiamo e comprendiamo solo che non è giusto, ed è criminale, che migliaia di individui si trovino nelle stesse condizioni dei compagni e quando fossero posti in libertà saranno sempre stati vittime di una ingiustizia, un sopruso.

E’ ormai chiaro che le istituzioni sono affannosamente impegnate alla ricerca di una soluzione di compromesso che le consenta di sbarazzarsi del caso Valpreda e di insabbiare quanto più è possibile le indagini sulla strada nella speranza di evitare l’incriminazione di qualche ministro, qualche grosso deputato dello Stato.

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1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 maggio 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

1972 03 11 Umanità Nova – Lo Stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage. di Il comitato politico giuridico di difesa

13 maggio 2015

1972 03 11 Umanità Nova - Lo stato tenta di sottrarsi alla condanna per la strage

 

Ma il disegno di affossare il processo in una serie interminabile di cavilli procedurali e burocratici non deve passare, una massiccia reazione popolare deve imporre che il processo sia messo subito a ruolo a Milano, come è possibilissimo, al più tardi entro un mese, comunque prima della truffa elettorale. A tal fine tutti gli avvocati della difesa dovranno al più presto far pervenire alla corte d’assise di Milano dichiarazione di rinuncia dei termini a difesa.

Su questo obiettivo i compagni avvocati e gli anarchici ritengono di avere il diritto di impegnare tutta la sinistra e soprattutto tutta la sinistra extraparlamentare.

Bisognerà sollevare un’ondata di indignazione popolare che costringa le autorità a cessare ogni azione di temporeggiamento e di ostruzionismo; nessuno deve essere disposto a tollerare, oltre il tempo strettamente necessario, ulteriori rinvii del processo che ha visto e vedrà le istituzioni dello Stato inchiodate sul banco degli accusati.

La mobilitazione di tutti i compagni troncherà qualsiasi manovra da qualsiasi parte provenga.

Esattamente un’ora dopo la scandalosa ordinanza della corte, gli avvocati della difesa hanno tenuto una affollatissima conferenza-stampa nel corso della quale è stata denunciata energicamente la manovra messa in atto dalle autorità.

Per assoluta mancanza di tempo – dovendo mandare subito il pezzo in tipografia – rimandiamo ogni altra nostra considerazione sul vergognoso episodio di oggi e riportiamo qui di seguito alcuni brani significativi della conferenza-stampa, seguiti da un comunicato stampa, diramato sabato 4 corr. dal «Comitato di lotta sulla strage di Stato» – non pervenutoci prima per un disguido, ma che tutta la stampa ha volutamente ignorato.

Ecco in sintesi quello che hanno detto gli avvocati:

«Abbiamo denunciato la falsità, le lacune dell’istruttoria e le complicità istituzionali che gravano pesantemente su di essa. Il processo è letteralmente scoppiato nelle mani della corte.

«Quello che è stato fatto dalla difesa andava fatto e tutti noi ne usciamo con rigorosa dignità. Altrettanto non può affermare l’accusa. Noi diciamo che la corte non ha ben giudicato. Ripetiamo quello che abbiamo detto: non c’è giudice che possa giudicare in questo processo, che possa trattare questa materia così sporca.

«La corte ha gettato a mare l’operato di Occorsio e Cudillo e con una decisione criticabilissima ha tentato di salvare dal totale discredito le istituzioni. L’innocenza di Valpreda è ormai acquisita e nell’ambito del tribunale e nell’ambito di una vastissima opinione pubblica. La corte, non convalidando l’istruttoria, si è messa sullo stesso livello di Occorsio e Cudillo.

«Noi ci rendiamo conto di avere di fronte un’impresa di estrema difficoltà perché dobbiamo sciogliere nodi politici di estrema gravità. Nei prossimi giorni affronteremo con la massima energia questi nodi. Già da domani verrà messa in giro da fogli fascisti, legati alla manovra reazionaria, la capziosa pretesa che Milano non potrà essere la sede del processo.

«La verità è che il processo non lo si vuol fare, soprattutto in questo momento alla vigilia delle elezioni, perché si vuole ad ogni costo evitare lo smascheramento delle connivenze e delle complicità con gli assassini al livello delle strutture dello Stato.

«Dobbiamo essere vigili e smuovere l’opinione pubblica perché il processo si faccia e si faccia subito.

«Oggi è evidente per tutti la macchinazione, oggi abbiamo assistito alla manovra di un giudice che, pur dichiarandosi incompetente a giudicare, mantiene in carcere degli innocenti per non assumere la responsabilità di riconoscere la verità, di rigettare un’istruttoria sfacciatamente falsa e sporca.

«Noi domani presenteremo una precisa istanza a tutte le competenti autorità giudiziarie per denunciare la manovra e chiedere energicamente che il processo sia messo subito a ruolo a Milano.

«Intanto saranno affrettati i preparativi del processo popolare e la innocenza di Valpreda e compagni risulterà dallo sfacelo della inchiesta, le responsabilità dello Stato verranno tutte alla luce, la condanna popolare bollerà per sempre le istituzioni liberticide, la causa della emancipazione sociale, della rivoluzione, farà un enorme passo avanti».

Ed ecco il testo del clamoroso comunicato-stampa:

Nel tardo pomeriggio di venerdì 3 marzo, l’on. Giulio Andreotti, si è incontrato con l’amico e compaesano dott. Augusto De Andreis, Procuratore Capo della Repubblica di Roma. Argomento di discussione: l’immediata sospensione del processo Valpreda e l’invio degli atti istruttori al Tribunale di Milano.

Falco, in definitiva, dovrebbe decretare l’incompetenza territoriale della Corte d’Assise di Roma, ma contemporaneamente respingere l’istanza di nullità istruttoria avanzata dagli avvocati della sinistra rivoluzionaria. Il processo verrebbe quindi rinviato «sine die» e i compagni anarchici continuerebbero a restare in galera.

Il «Comitato Nazionale di lotta sulla Strage di Stato» si riserva di trarre tutte le conseguenze politiche del caso, qualora questioni di «opportunità elettorale» avessero il sopravvento sulle esigenze di verità e di giustizia del proletariato e delle sue avanguardie.

Roma, lì 4 marzo 1972

Il comitato politico giuridico di difesa

1972 01 15 Umanità Nova – Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula. Intanto Valpreda muore lentamente. di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

7 maggio 2015

1972 01 15 Umanità Nova - Sarà rinviato il processo per la strage? Si riaprono le polemiche sull’aula.

 

Le notizie che riceviamo dal carcere ed il tono delle ultime lettere di Gargamelli e Valpreda ci inducono a preoccuparci seriamente, oltre che delle loro considerazioni fisiche, anche e soprattutto del loro equilibrio psichico.

Valpreda, non lo dimentichi nessuno, è entrato a Regina Coeli in buone condizioni di salute e sanissimo di mente. Ora, se non si provvederà con urgenza per un suo ricovero in una clinica specializzata, non arriverà al processo o sarà ridotto, per quella data, in un rottame umano.

Noi denunciamo il lento ma sicuro assassinio che si sta compiendo scientemente dal momento che non si è disposto affinchè Valpreda avesse tutte le cure del caso e fosse sottoposto, con le debite garanzie, agli interventi chirurgici suggeriti da eminenti medici.

Intervenga con tutta l’energia e tutta l’urgenza necessaria chi ha il dovere di intervenire, chi è convinto o mostra di essere convinto, di poter strappare un po’ di giustizia all’ingiustizia istituzionalizzata dello Stato.

L’aula alibi

Se non ci fossero dei compagni innocenti che da 25 mesi sono in carcere in attesa di un assurdo processo, ci lasceremmo prendere la mano da accenti ironici fino ad abbandonarci al più sfrenato umorismo.

La situazione dei compagni in carcere ci impone invece la massima serietà.

Dopo lungaggini di ogni genere si era deciso, contro il comune buon senso e contro il parere di tutta la stampa, di celebrare il processo nell’aula angusta del palazzaccio ed il presidente del tribunale dispose personalmente perché fosse convenientemente, adattata con modifiche costosissime (25 milioni). Oggi, a lavori ultimati, è lo stesso presidente del tribunale dottor Falco che, in coro con la stampa, informa la Procura della «inagibilità» dell’aula.

Sembra che i lavori siano serviti, più che altro, per rendere più pericolosa quella specie di fossa scelta per consentire, in pratica, un processo a porte chiuse, senza pubblico…indiscreto. Infatti sono state murate le sue porte laterali e ridotta ad uno stretto e tortuoso budello quella centrale e si sono ricavati a stento 18 posticini per i duecento e più giornalisti previsti. Si otterrà, in queste condizioni, il «nulla osta» alla agibilità dai pompieri? E qualora, in spregio a tutte le norme di sicurezza, si ottenesse, in base a quale dettato procedurale si costringeranno gli avvocati ad accatastarsi uno sulle spalle dell’altro ed i giornalisti ad estrarre a sorte i pochissimi e scomodissimi posti a loro disposizione?

Il pubblico non è contemplato e su questo niente da eccepire perché evidentemente in tanta e così varia congerie di rebus e quiz si è giocato sul fatto che ufficialmente il dibattimento è …pubblico. Ce ne staremmo quindi quieti se in tutto questo non ravvisassimo il pericolo che, premeditatamente o no, si decida all’ultimo momento di rinviare il processo, nel quale caso la aula sarebbe un alibi perfetto per un epilogo perfetto, con qualche funerale a spese della amministrazione carceraria.

1971 12 4 Umanità Nova – Stuani parla ma non convince di Comitato Politico-Giuridico di Difesa

6 maggio 2015

1971 12 4 Umanità Nova - Stuani parla ma non convince

 

Umanità Nova ha abbondantemente parlato del caso Stuani-Ambrosini e non intendiamo ripeterci. Ma la lettera di Stuani del 14 corrente, che pubblichiamo in clichè, esige alcune considerazioni. Ogni qualvolta l’Unità ha accennato al caso, Stuani è stato citato come un ex deputato senza precisare che era stato eletto nella lista del partito comunista. Certe cose l’Unità non le dimentica a caso. Era evidente che, così facendo, l’organo ufficiale del PCI ignorava completamente Stuani per poterlo eventualmente scaraventare a mare, scindendo l’operato di Stuani da quello del PCI.

Nel corso di questa estate si era venuto a sapere che Stuani era stato fatto segno ad uno strano e misterioso attentato e, per quanto tale notizia sia circolata con abbondanza di particolari non si è trovato nessun organo di informazione disposto a diffonderla. La congiura del silenzio è l’ultima trovata del sistema per evitare che si scoprano le responsabilità politiche legate alla strage di Stato.

Quali erano le forze politiche interessate al suicidio di Stuani? E quali silenzi si volevano ottenere ricorrendo a tale suicidio?

Alla fine di ottobre altre notizie ufficiose facevano sapere che due deputati, di cui si indicavano nome e cognome, stavano premendo affinché si pubblicassero tutti gli incartamenti consegnati da Ambrosini a Stuani e che erano finiti in una certa cassaforte. Tale notizia, partita da Roma, riceveva una conferma «confidenziale» da parte di persone dell’ambiente politico milanese.

Ed ecco ora apparire la lettera di Stuani, lettera che è importante per quello che non dice e per quel poco che dice. Stuani evita ogni accenno ai documenti che dichiarò di aver ricevuto da Ambrosini e di aver in seguito consegnato «a qualcuno», dimenticanza gravissima che permette a questo «qualcuno» di cavarsela, al momento opportuno, con l’esibizione di una qualunque non compromettente lettera di Ambrosini. Da quello che scrive ora Stuani si possono trarre delle conclusioni politicamente esatte; si può accusare il PCI di aver taciuto sulla esistenza e sul contenuto della lettera di Ambrosini ma mancano però le pezze d’appoggio valide, le poche prove ancora rimaste in circolazione che tutti gli interessati, in attesa di essere suicidati, sono occupatissimi a far scomparire.

Inoltre la lettera di Stuani, se serve al PCI per la sua più recente tattica, può servire anche a far tacere i due deputati che stanno premendo affinchè si ponga fine ad ogni silenzio ed omertà che copre i responsabili politici e materiali della strage di Stato.

Quello che poi lo Stuani formato ’71 dice è interessante in altro modo.

Stuani afferma che consegnò una unica lettera ad un fantomatico ufficio controllo del PCI, come a dire che tale lettera, dopo un veloce accertamento burocratico, era stata depositata e dimenticata in un polveroso scaffale. Proprio come è accaduto per le lettere inviate a Restivo, al deputato fascista Caradonna ed ai misteriosi documenti. Purtroppo l’affare Ambrosini – Stuani non è cosi semplice come Restivo, Occorsio, il PCI ed ora persino Stuani cercano di far credere.

Si sa ciò che Ambrosini era: un provocatore politico rincretinito dalla età, ma nelle lettere che ha inviato a Restivo, tra le tante idiozie che vi riversa a piene mani (riesce persino a dire che Restivo è un genio politico di grandezza mondiale), l’Ambrosini lascia cadere dei dati di estrema importanza, il più interessante dei quali si riferisce al fatto che polizia e fascisti sapevano con anticipo delle bombe di Milano. Ambrosini cita nomi e non fantomatiche ombre e soltanto per aver citato tali nomi diventa un testimone pericoloso. Si fosse limitato ad accennare ad eventuali dati importanti in suo possesso, senza citare nomi, sarebbe stato facilissimo farlo passare per pazzo e non si sarebbe probabilmente ricorsi al suo «suicidio».

Ed ora che Ambrosini è stato fatto fuori, ecco farsi vivo Stuani – che evidentemente teme di non cavarsela da un altro attentato – per permettere a tutti di salvare la faccia e continuare le sporche manovre a livello governativo, rendendo nota, eventualmente, l’unica lettera che, secondo l’ultima versione, egli ha consegnato al PCI, lettera che – detto per inciso – non dice assolutamente nulla.

Ci complimentiamo con Stuani per lo scampato pericolo e per il modo furbo ed elegante al quale egli ricorre per tentare di salvare tutti: PCI, Restivo, Occorsio, i fascisti ed anche la propria pelle. Gli riuscirà?

Buon dodici dicembre, ex deputato Stuani.

Umanità Nova 20 gennaio 2008 Ricordando Placido La Torre

10 novembre 2011

Fece parte del collegio di difesa al processo della strage di Piazza Fontana e del Comitato Politico-Giuridico di Difesa degli anarchici.

Placido La Torre, uomo straordinario, volontà ferrea e irriducibile, ha affrontato la lunga dolorosa malattia e il morire in piena coscienza e, senza alcun cedimento, ha vinto la sua ultima grande battaglia. Con la sua scomparsa ci lascia la profonda eredità morale di una vita vissuta sempre nella massima coerenza ai suoi ideali di giustizia sociale e di libertà.

Nato nel 1920 in una Messina ancora fortemente provata dal disastroso terremoto del 1908, vive una fanciullezza irrequieta e comincia a frequentare le scuole elementari solo all’età di otto anni. Intorno al 1936, già studente allo storico Liceo Ginnasio “Maurolico”, riscopre la figura dell’avv. Francesco Lo Sardo, deputato comunista di formazione anarchica, vittima del fascismo, e conosce l’avv. Giovanni Millimaggi, comunista dissidente perseguitato dai fascisti, più volte condannato al confino.

Conseguita la maturità classica, La Torre si iscrive all’Università nella facoltà di Giurisprudenza e, scoppiata la guerra é chiamato alle armi. Divenuto ufficiale del “glorioso” esercito sabaudo, l’otto settembre del ’43 lo coglie a Fossano (Cuneo) da dove fugge per non cadere prigioniero dei tedeschi. Raggiunta Roma è qui costretto a fermarsi non avendo potuto passare le linee sul fronte di Cassino. Si da alla macchia, entra nella resistenza romana e prende parte ad una azione per liberare dei prigionieri in mano ai fascisti.

Dopo la liberazione di Roma, e un tormentoso viaggio, giunge nella sua Messina devastata dai bombardamenti a tappeto degli alleati. Riprende subito gli studi, tra mille difficoltà economiche, e si laurea nel mese di maggio del ’46.

Prende contatti con Gino Cerrito e Zino Mazzone e partecipa alla ripresa dell’anarchismo a Messina. È tra i protagonisti delle lotte antimonarchiche durante la campagna referendaria per la scelta tra monarchia e repubblica, partecipa alla contestazione dell’intervento del re di maggio Umberto II e ad azioni contro le bande neofasciste.

Placido si lega a Cerrito col quale collabora strettamente a tutte le attività in Sicilia e all’interno della FAI, si avvicina alle realtà politiche e culturali cittadine più aperte al confronto delle idee, costituisce il Circolo anticlericale “Giordano Bruno”, tiene numerose conferenze e partecipa alle manifestazioni di piazza più significative. Partecipa a Palermo alla costituzione della Federazione Anarchica Siciliana e alla fondazione del giornale anarchico regionale “Terra e Libertà“.

Dagli anni ’50, grazie alla sua profonda preparazione giuridica e alle sue notevoli qualità oratorie, si afferma energicamente a Messina come uno dei migliori e incorruttibili avvocati della città. Per la posizione politica di antifascista e militante anarchico, entrerà presto in urto con le baronie locali, pagandone le conseguenze in prima persona. Da quel periodo si impegna nelle difese politiche, sempre vittoriose e sempre gratuite. Difende più volte i compagni siciliani e calabresi, fa parte del collegio di difesa al processo della strage di Piazza Fontana, nella prima fase romana, aderisce a Soccorso Rosso. Interviene in difesa dei giovani del movimento studentesco, degli aderenti a Potere Operaio, Lotta Continua, Partito Radicale, di socialisti, di comunisti e delle brigatiste rosse detenute nel carcere di Messina. La sua attività di propagandista diventa febbrile quando si intensifica la sua collaborazione a quasi tutte le pubblicazioni anarchiche, specialmente Umanità Nova, e soprattutto per l’interminabile numero di conferenze e dibattiti che tiene in tutte le località italiane dove è richiesto il suo intervento. Raccontava spesso che persino quando si sposò con Giovanna Sciacco, durante il viaggio di nozze, tenne una conferenza per ogni località italiana visitata.

Nel 1952 si adopera con Cerrito e altri per il rilancio dell’anarchismo in Sicilia, redigendo il bollettino della Federazione Anarchica Messinese, promuovendo iniziative e convegni, come quello di Siracusa nel ’55, in cui viene fondato il mensile del movimento siciliano “L’Agitazione del Sud“.

Dal 1960, intensifica la sua attività in seno alla FAI per proporre un rinnovamento dell’anarchismo italiano, che si concluderà con l’approvazione di un nuovo Patto Associativo al congresso di Carrara del ’65.

Nel 1967 organizza il a Messina il convegno che darà vita alla nuova Federazione Anarchica Siculo – Calabra. Nel 1974, in occasione del referendum sul divorzio, assumerà una posizione critica riguardo all’orientamento astensionista che susciterà forti polemiche all’interno del movimento. Nel 1982 partecipa con una conferenza memorabile alle manifestazioni di Ancona per il cinquantenario della morte di Enrico Malatesta. Nel 1990 si incontra con i compagni nella Biblioteca di studi sociali “Pietro Gori”, che sosterrà sempre in tutte le più importanti attività politiche e culturali.

Per diciotto anni gli siamo stati vicini, spronati costantemente allo studio e all’azione, all’anarchismo umanitario che fino all’ultimo lo ha contraddistinto, al dubbio come antidoto a tutti i dogmatismi e a tutte le involuzioni autoritarie, alla libertà quale gioiosa espansione della personalità di ognuno. Placido ha donato, negli ultimi anni, alla Biblioteca Gori l’intera sua ricchissima emeroteca che è per noi vivida testimonianza del lungo percorso di generazioni di anarchici.

Negli ultimi incontri, pochi giorni prima della morte avvenuta il sei gennaio scorso, lucidissimo, volgendo il pensiero ai compagni italiani, nel discutere della raccolta dei suoi scritti a cui lavoriamo, chiede di dare al libro un titolo che racchiude, in una prospettiva di continuità, tutto il suo contributo, un titolo che noi rilanciamo a tutti i compagni: “Verso l’Anarchia“.

Carmelo Ferrara

Agli inizi degli anni Sessanta, con Placido La torre ci incontravamo sporadicamente, per lo più in occasione dei molti convegni o Congressi che si celebravano su e giù per l’Italia.

Per la verità non avevamo le stesse frequentazioni: Placido aveva più consuetudine con gli “anziani” della Federazione, i Mazzucchelli i Mantovani i Marzocchi, con i quali discuteva a lungo sulle vicende dell’Italia di allora e sullo stato del Movimento internazionale.

Io avevo frequentazioni diverse, un po’ per ragioni anagrafiche – aveva qualche anno in più di me – ma anche perché io ero maggiormente attratto dalla “scapigliatura” anarchica, da quelle aggregazioni giovanili che avevano principiato a formarsi un po’ dovunque e che avrebbero costituito la spina dorsale di quella crescita impetuosa del movimento anarchico registratasi alla fine degli anni Sessanta e proseguita per oltre un decennio.

Placido era un uomo sobrio: legato ai suoi studi giuridici, era attento alle trasformazioni che avvenivano nella società, sollecito a commisurarle sempre con l’evoluzione, reale o auspicata, del pensiero libertario, che – diceva sovente – era in grado di dare risposte adeguate ad ogni mutamento significativo del contesto politico-sociale. Temeva, come molti di noi, del resto, le derive “dirigiste” che potevano inquinare la Federazione in un periodo in cui la crescita esponenziale dei gruppi e delle individualità poteva ingenerare suggestioni organizzative non perfettamente conformi alla tradizione anarchica. Interminabili – ad esempio – le discussioni sulla necessità di un Consiglio Nazionale, che, del resto, ebbe sempre vita precaria. Era convinto, però, che bastava rimanere fedeli al Patto Associativo e alle Dichiarazioni di principio che ne costituivano le premesse, per evitare pericoli di tal genere.

Per quel che mi riguarda, cominciai a conoscere bene Placido La Torre alla fine del 1967, quando a Messina, nella sede del Partito Repubblicano – che allora in Sicilia non aveva ancora abbandonato la tradizione libertaria che gli derivava dal suo essere parte o collaterale al movimento di Giustizia e Libertà – nacque il primo tentativo di creare una Federazione Anarchica Siciliana. Ricordo che, con Placido, c’erano Alfonso Failla, Marcello Natoli, Gino Cerrito, Piero Riggio e altri compagni che confluirono da diverse località dell’Isola. La Federazione non ebbe vita facile e non sopravvisse a lungo: le vicende nazionali polarizzarono le preoccupazioni e le attività di molti dei suoi promotori, che vennero inevitabilmente coinvolti nell’opera di coordinamento di una FAI in rapida trasformazione e che presto sarebbe stata investita da una serie di eventi drammatici.

Placido fu molto attivo in quegli anni e costituì il perno di un’attività di controinformazione e di difesa giuridico-politica dei compagni colpiti dalla repressione dello Stato, culminata nella Strage di Piazza Fontana del dicembre del ’69 e nelle molte persecuzioni che ne seguirono.

Ricordo che nelle notti insonni trascorse soprattutto nella sede di Umanità Nova, in via dei Taurini a Roma, in sede di Comitato Politico-Giuridico di Difesa, la parola pacata di Placido riconduceva spesso ad una maggiore razionalità discussioni che minacciavano di vanificarsi nell’esasperazione di compagni comprensibilmente stanchi e preoccupati. Si deve alla lucidità di Placido La Torre e alla pazienza sempre costruttiva e coerente di Aldo e Anna Rossi, che qui, con Placido, voglio ricordare, se si riuscì a tessere quella rete di collateralità di magistrati, avvocati, giornalisti e porzioni notevoli di opinione pubblica che consentì allora di respingere il disegno autoritario dello Stato italiano. Vennero poi gli anni del riflusso. Si ritornò all’impegno routinario e Placido fu vicino ai compagni del Makhno di Palermo quando furono chiamati dai Congressi della Federazione a gestire la Commissione di Corrispondenza e poi Umanità Nova.

Il suo stato di salute andava intanto peggiorando.

L’ultima volta che lo sentii fu quando, a metà dello scorso anno, gli chiesi per telefono se avrebbe aderito ad un possibile comitato per salvare dal degrado tutti gli atti dei processi sulla strage di Stato, che giacevano abbandonati negli scantinati della Procura di Catanzaro. Aderì con quella sua voce sempre chiara e pacata ma ormai assai flebile.

Credo che con Placido La Torre scompaia una figura di militante anarchico esemplare, che a molti di noi ha insegnato molto e che per questo, oltre che per la fraterna disponibilità sempre dimostrata nella saldezza dei suoi principi libertari, non sarà dimenticata.

Antonio Cardella

Umanità Nova 27 novembre 1971 Subito il processo al sistema Ulteriori prove e accuse per l’assassinio di Pinelli e la strage di stato di Comitato Politico-Giuridico di difesa

8 ottobre 2011

Enrico Di Cola accusa

 La lettera, che ci ha inviato il compagno Di Cola e che pubblichiamo in questa stessa pagina, è un preciso atto di accusa contro un sistema giudiziario assurdo ed incivile responsabile di persecuzioni ed orrori di ogni genere.

Diciamo, a scanso di equivoci, che noi non sappiamo ne siamo tenuti a sapere dove si trovi il nostro compagno. Il fatto che egli non sia stato ancora «intervistato» dal giornalista-poliziotto Zicari del Corriere della Sera che ultimamente ha «intervistato» anche il fascista latitante Delle Chiaie facendogli dire un mucchio di castronerie) ci autorizza a pensare che le centrali spionistiche dello apparato repressivo non siano riuscite a  localizzarlo.

Enrico Di Cola dichiarò di essere stato minacciato di morte dalla polizia e di essere fuggito nel timore che gli tacessero fare la stessa fine quando apprese che Pinelli era stato assassinato. In un secondo momento avrebbe voluto costituirsi per affrontare  il  processo a fianco dei compagni  coimputati. Ma, considerata l’inutilità di tale gesto che lo avrebbe costretto ad una lunga detenzione preventiva e non intendendo inoltre prestare  servizio militare, ha deciso di rinunciarvi definitivamente.

La libertà non ha prezzo, specialmente quando si è perseguitati, innocenti a 17 anni.

L’inchiesta sulla morte di Pinelli

Le fratture riscontrate dall’ultimo esame dei periti agli anelli superiori della colonna vertebrale di Pinelli, sono risultate corrispondenti alla famosa macchia ovalare e si accordano con le ipotesi di violenze subite prima di essere scaraventato dalla finestra. Se non si fosse colposamente provveduto a rendere inservibili per gli esami peritali gli organi interni, l’inchiesta avrebbe già dato risultati definitivi. Allo stato attuale, voluto da chi scientemente si è sempre opposto alla perizia, ciò che permette di stabilire con assoluta certezza che Pinelli è stato assassinato è la traiettoria effettuata dal corpo nella caduta. Pinelli è precipitato nel vuoto in stato di incoscienza.

Quando si effettuerà l’esperimento con un manichino risulterà che egli è stato spinto nel vuoto dai suoi assassini e non rimarrà che incriminare tutti i poliziotti, senza dimenticare quel commissario Puttomatti che fino ad ora è riuscito inspiegabilmente a tenersi fuori dalla vicenda e che è direttamente chiamato in causa nel volume «Noi accusiamo» di Nardella.

Reagiremo energicamente contro una qualsiasi «ultima versione» che venisse tirata fuori da fonti poliziesche per salvare gli assassini. L’avvertenza è giustificata dalle voci sempre più insistenti su assurde ricostruzioni addomesticate del delitto che si starebbero manipolando in questura e presso lo studio di un noto avvocato.

Ancora in alto mare il processo

Basta con queste speculazioni. Calabresi e soci debbono rispondere delle loro infami azioni e debbono dirci perche hanno ucciso Pinelli ed il nome di colui che da Roma fece pressioni perché fosse illegalmente trattenuto in questura. Se questi nodi non saranno sciolti prima, dovranno essere sciolti nel corso del processo a Valpreda e compagni.

La stampa seguita ad affermare che il processo è stato fissalo per il prossimo gennaio. Ciò è assolutamente falso o per lo meno non è ufficialmente confermato e nessuna notifica è stata disposta dal presidente del tribunale né sono previste per i prossimi giorni. Continua invece la farsesca ricerca del locale, anche se ormai tutti hanno capito che si tratta solo di un espediente per guadagnare altro tempo.

Il nostro è il paese degli intrallazzi ed un processo come questo non poteva sfuggire e non è infatti sfuggito ad ogni genere di mercanteggiamenti

Si voleva arrivare al processo con l’opinione pubblica stufa di seguire la vicenda e psicologicamente portata a disinteressarsene. Questo per risolvere il caso senza clamori, in silenzio.

Invece il senso di sfiducia e l’indignazione contro l’apparato statale cresce sempre più e si moltiplicano ovunque le iniziative dirette a sensibilizzare la popolazione.

Riteniamo quindi improcrastinabile la fissazione del processo. Ogni ulteriore rinvio non servirebbe che ad esasperare una situazione insostenibile.

Questo è ormai chiaro anche per i padroni del vapore e dovrebbe indurli a decidersi.

Ambrosini è morto, parli Stuani

Subito dopo la strage Ambrosini, terrorizzato per essere stato presente alla riunione fascista dalla quale partì l’ordine di agire, si confidò con il suo vecchio amico ex-deputato del PCI Stuani e gli consegnò una «voluminosa» cartella di documenti segreti da custodire.

Stuani non ha mai smentito la circostanza ma in un secondo tempo si è mostrato reticente, ha detto che i documenti non avevano grande importanza e che comunque non erano più in suo possesso.

Un tale comportamento, inquadrato in una serie di significativi fatti fra cui i mancati accertamenti della magistratura sulla veridicità delle contrastanti deposizioni di Ambrosini, ci autorizza a ritenere che quei documenti fossero di grande importanza al fine di far luce completa sulla strage, al punto da indurre qualcuno a farne un uso diverso.

Certo è che se si fosse trattato di «roba di poco conto» né Ambrosini né Stuani né chi ha preso in consegna i documenti da Stuani avrebbe rischiato una incriminazione per aver sottratto alla magistratura qualcosa che comunque interessa sicuramente il caso, come ed in qual misura non era Stuani od altri se non il giudice istruttore a doverlo stabilire. Ma il giudice istruttore, pur conoscendo la esigenza di questi documenti, non ne chiese la acquisizione agli atti.

E’ ora che Stuani si decida a parlare e dica dove sono finiti i documenti e perché non li ha consegnati al magistrato quando la controinformazione svelò anche questo oscuro retroscena della strage. Stuani ha il dovere di dire tutto quello che sa e di mettere a disposizione tutte quelle carte anche se oggi, dopo due anni e dopo la morte provvidenziale di Ambrosini, (vero, dottor Cudillo?) nessuno può più testimoniare sulla quantità e consistenza dei documenti.

Comitato Politico-Giuridico di difesa

Umanità Nova 23 ottobre 1971 Perché l’assassinio di Pinelli è legato alla strage di Stato di Comitato politico giuridico di difesa

3 settembre 2011

Il processo a Valpreda e compagni avrà luogo quando l’archiviazione «fascista» del caso Pinelli disposta da Amati sarà confermata da quella «democratica» che chiuderà l’inchiesta in corso

 Accertato che le prove sono distrutte la magistratura consente la perizia sulla salma

Nessun dubbio, le eventuali prove del delitto che la polizia non fosse riuscita in due anni a distruggere, sono state definitivamente cancellate dal naturale processo di decomposizione.

Solo ora la magistratura può agire nel rispetto della legge, procedere, senza timore di imbattersi nella verità, con tutte le garanzie «democratiche».

Il 21 corrente si procederà alla riesumazione della salma di Pinelli ed un gruppo di periti altamente qualificati si metteranno al lavoro per dirci quello che già sappiamo: sarebbe stato giusto, sensato, legale se tutto questo fosse stato fatto il 17 o 18 dicembre ’69 od almeno sei mesi fa, nel corso del processo Baldelli-Calabresi.

Ora, a due anni di distanza, la perizia ha lo stesso significato del ridicolo provvedimento di far sorvegliare da tre giorni la tomba di Pinelli da un agente della Guardia di Finanza: dimostrare che nulla è stato trascurato; che tutte le misure possibili sono state prese perchè nessun dubbio possa sorgere sull’operato della magistratura.

Qualsiasi risultato scaturirà dall’inchiesta in corso, anche nel caso assurdo che essa pervenga all’accertamento delle responsabilità per l’uccisione del compagno Pinelli, per noi tutto questo è una farsa, una stupida e macabra farsa e dello stesso parere è Licia Pinelli che ha rifiutato di assistere all’esumazione del cadavere per effettuare il riconoscimento di Pino in quel mucchio di ossa che troveranno nella bara perchè, ha detto: «lo ritengo inutile, dopo due anni non capisco proprio che cosa potrei riconoscere».

Che dopo due anni non ci sia più nulla da riconoscere lo hanno capito anche loro: i magistrati, gli assassini, l’avvocato della polizia. Ecco perchè, dopo aver fatto passare il tempo necessario, dopo aver distrutto tutte le altre prove, abiti compresi, dopo aver cancellato ogni indizio e subornato chi sa quanti testimoni, hanno dato via libera alla perizia.

Si dirà che gli errori commessi, la superficialità e le omissioni in cui si è incorsi con le prime indagini furono assolutamente involontari, dovuti alla eccezionalità del caso. Ma è fin troppo evidente che, proprio perchè ci si trovava di fronte un caso eccezionale, proprio perchè l’opinione pubblica avvertì immediatamente che si era trattato di un omicidio volontario, si doveva procedere subito con estrema correttezza, nel rispetto formale della legge. Invece si è fatto esattamente il contrario e lo si è fatto scientemente, opponendosi alle legittime richieste dei familiari ed alle giustissime pressioni popolari.

A motivare la nostra denuncia di complicità con gli assassini è sufficiente anche un solo episodio tra tanti, anche se marginale, quello della distruzione degli abiti prima che fosse conclusa da Amati la sua farsesca inchiesta e dopo che si era rifiutato di consegnarli alla mamma di Pinelli affermando che erano a disposizione del magistrato e pertanto occorreva una autorizzazione dell’autorità giudiziaria…

Pinelli fu ucciso perchè vivo sarebbe stato un testimone pericoloso.

Pinelli è stato ucciso, questa è la sola verità emersa finora da tutta la vicenda degli attentati e giustamente Riccardo Lombardi, nella prefazione al libro «Pinelli, un suicidio di Stato» di Marco Sassano, osserva: «…la sola questione non ancora risolta non è se sia stato ucciso, ma sul come lo sia stato». Noi aggiungiamo «e perchè». A nostro avviso è molto più importante stabilire perchè la notte tra il 14 e il 15 dicembre ’69 qualcuno decise che Pinelli doveva morire, che scoprire chi fu l’esecutore materiale dell’omicidio di Stato e come riuscì, se non a tradimento, a colpire alle spalle un uomo così sano, robusto, tanto attaccato alla vita.

Chi lo conosceva bene sa che Pinelli era sempre al corrente di quello che avveniva intorno a lui nel ginepraio politico della grande Milano, aveva un fiuto particolare ed un intuito sicuro per avvertire i raggiri, gli intrighi e le manovre di tutti i gruppi e gruppetti politici, doti che aveva acquisito dalla lotta partigiana alla quale partecipò giovanissimo e perfezionato in tanti anni di incessante militanza anarchica. La questura di Milano non lo perdeva mai di vista e soprattutto gli ultimi tempi lo assillava con frequenti «inviti». Siamo certi che Pinelli aveva elementi sufficienti che, collegati a quanto dovettero dirgli i poliziotti nel corso delle 78 ore di continuo interrogatorio, gli permisero di capire cosa stava accadendo, chi aveva eseguito e chi aveva voluto la strage. La decisione di eliminarlo deve avere un movente estremamente grave e questo non può che essere ravvisato nella assoluta necessità di sbarazzarsi di un testimonio pericoloso per i complici dei dinamitardi.

Non è possibile escogitare e sostenere una diversa versione ed infatti Riccardo Lombardi, nella già citata presentazione del libro di Sassano, sia pure con qualche cautela, scrive: «Ogni società politica, per quanto brillante possa essere la sua facciata, riposa nell’esercizio oscuro e feroce, in anfratti appartati, della violenza repressiva. Condizione di salvezza per un sistema è l’occultazione di questi recessi. Quando Giuseppe Pinelli venne ucciso, tutti gli ingranaggi del sistema avvertirono la minaccia che pesava su di essi se la verità fosse stata conosciuta: la verità su Pinelli, la verità sui 16 morti di piazza Fontana, la verità sulla responsabilità dell’eccidio». Il che significa che la responsabilità dell’eccidio, direttamente od indirettamente, per effettiva partecipazione ai criminali attentati o per concreta complicità, investe «gli ingranaggi del sistema» e la verità sulla morte di Pinelli, se fosse stata conosciuta, avrebbe rivelato la verità sulla strage.

Ed è quello che andiamo ripetendo da due anni: far luce sui motivi che indussero Calabresi e soci ad uccidere Pinelli, significa scoprire i veri responsabili della Strage. Questo spiega tutti gli scandalosi comportamenti della polizia, del ministero degli interni e della magistratura che altrimenti non avrebbero alcuna giustificazione nè logica nè giuridica. Questo spiega perchè l’apparato dello Stato sia stato costretto ad assumere vergognosamente la difesa degli assassini, mantenerli in servizio e pagar loro avvocati tanto famosi quanto costosi come Lener, Delitala e Crespi.

Quando il processo per la Strage?

Le richieste di inchieste parlamentari sulla strage e sulle oscure indagini prefabbricate che portarono alla ignobile incriminazione di un gruppo di predestinati a pagare per i delitti voluti dai padroni ed effettuati dallo Stato, sono da anni accantonate e non ci risulta che ci sia in corso una qualche iniziativa per avviarle.

Si è trattato di pure e semplici speculazioni elettorali, di strumentalizzazioni politiche, di demagogici appelli alla giustizia, destinati in partenza alla sterilità, oppure dobbiamo dar credito alla notizia, trapelata da diverse ed attendibilissime fonti, che la manovra giudiziaria per salvare a tutti i costi gli assassini di Pinelli prima di decidere qualcosa sul processo per la strage è stata concordata a Roma, il 26 agosto, in una riunione segreta indetta dal ministro Restivo con la partecipazione dei delegati di tutti i partiti.

La notizia circola sempre più insistente e trova conferma proprio nell’atteggiamento di attesa e di rinuncia ad aprire un dibattito parlamentare su tutta la vicenda e nelle indiscrezioni di ambienti governativi sull’iter giuridico che dovrà concludere il caso Pinelli per i primi di gennaio con una archiviazione «democratica» che confermi sostanzialmente l’archiviazione «fascista» di Amati.

Tutto questo è talmente mostruoso che vorremmo venisse smentito non da dichiarazioni ufficiali ma da fatti, prese di posizione concrete.

Purtroppo quel poco che si muove per la nuova inchiesta sulla morte di Pinelli, anche se rafforza sempre più la certezza che è stato ucciso per eliminare un testimone pericoloso per gli autori della strage, conferma in pieno le ciniche, beffarde ed autorevoli indiscrezioni dei canali governativi. L’apparato avrebbe deciso non solo di salvare la testa di Calabresi e corrèi, non solo di lasciare impunita l’uccisione di Pinelli e di non permettere che si conoscano i motivi per i quali è stato ucciso, ma anche di risolvere con un compromesso infame sulla pelle degli attuali imputati il caso della strage.

E’ indubbiamente urgente, viste le loro condizioni di salute, che Gargamelli, Valpreda, Emilio Borghese possano al più presto dimostrare in un pubblico dibattimento la loro innocenza, ma perchè ciò sia possibile, perchè lo Stato possa essere schiacciato dalle sue responsabilità per la strage, è necessario far emergere la verità sulla morte di Pinelli e pertanto non accetteremo che si archivi il caso, continueremo a divulgare la sentenza già emessa: Pinelli è stato assassinato perchè non denunciasse gli autori ed i mandanti della strage.

Umanità Nova 3 luglio 1971 Calabresi e sei funzionari accusati di omicidio volontario Dopo lo scandalo Biotti la denuncia di Licia Pinelli di Comitato Politico Giuridico di Difesa

1 settembre 2011

 Lo Stato dovrà piegarsi ad ammettere la verità

E’ stato detto e ripetuto infinite volte: «vogliamo la verità sulla morte del compagno Pinelli, non taceremo finchè tutti i responsabili non saranno smascherati». E’ un obbligo che abbiamo verso un militante rivoluzionario che ha dato tutto se stesso alla lotta per la giustizia sociale. E’ un dovere verso il Movimento perchè la menzogna ufficiale con la quale si è tentato di coprire il suo assassinio nasconde i mandanti e gli esecutori della strage di Stato del 12 dicembre ’69.

In questo impegno c’è stata di esempio la compagna di Pino che da quella tragica notte non ha cessato un attimo di lottare, sorretta dal proposito di consegnare alle figlie integra e bella la memoria del padre.

Se ora tutto il popolo sa – come disse Faccioli al processo di Milano – che «Calabresi è un assassino», lo dobbiamo anche alla forte volontà di Licia.

Nel momento in cui lo scandalo per il ributtante «caso Biotti» sollevato da Calabresi investe tutto l’apparato statale e minaccia di travolgerlo in un baratro di vergogne e di intrighi, nel momento in cui sembrava che non ci fosse più nessuna possibilità di ottenere l’apertura di quella tomba, Licia Pinelli non si arrende, attacca con energia gli aguzzini del compagno. Lo Stato dovrà piegarsi, ammettere la verità.

I sette accusati di omicidio

La denuncia è grave ma precisa, argomentata e suffragata da una lunga serie di prove obiettive. Omicidio volontario, violenza privata, sequestro di persona, abuso di ufficio e abuso di autorità; queste sono le accuse che investono Calabresi, Allegra, Lo Grano, Panessa, Mainardi, Caracuta, Mucilli.

Dobbiamo inoltre osservare che nell’esposto presentato al Procuratore Generale sono formulate violente critiche alla magistratura, le conclusioni con le quali Caizzi ed Amati decisero l’archiviazione sono definite «non solo scarsamente convincenti ma anche arbitrarie ed illegittime».

Visto che già un tribunale ha disposto una serie di accertamenti, l’inchiesta di Caizzi ed Amati è da considerarsi priva di ogni serietà ed attendibilità, inficiata da molte nullità procedurali e pertanto una indagine sul loro operato appare inevitabile.

le motivazioni essenziali della denuncia

Esaminiamo brevemente le argomentazioni più schiaccianti della denuncia, senza dilungarci nella cronaca già nota.

1 – «Pinelli fu trattenuto illegalmente in questura, non esisteva alcun indizio a suo carico, non era in stato di “fermo”.

I funzionari ricorsero a ogni genere di violenza morale ed a modalità arbitrarie, non consentite, contestando fatti e circostanze con la perfetta consapevolezza di dire cose false».

2 – Tutte le deposizioni dei funzionari implicati nella vicenda sono «confuse, incredibili, contraddittorie», gli orari non collimano, oscillano di diverse ore. Le versioni sono troppe, diverse e contrastanti. Tutti reticenti sull’esatto momento in cui accadde la tragedia.

3 – Dall’esame necroscopico condotto dai primi periti «risultano elementi di singolare rilievo e precisamente: l’esistenza di un segno di agopuntura alla piega del gomito, un’area ovolare di cm. 6 x 3 alla base del collo. Non è forse quella ipotesi del colpo di karatè – dice la denuncia -che è stata avanzata ripetutamente dalla stampa e che è stata accolta dal collegio giudicante del processo Baldelli-Calabresi il cui presidente avrebbe dichiarato: «Io e i giudici ci siamo convinti che il colpo di karatè sia stato dato ed abbia colpito il bulbo spinale»? Perchè non si è proceduto ad accertamenti sul segno di agopuntura, dal momento che Pinelli non stava praticando cure endovenose?

4 – Perchè non si effettuò, nè si permise di effettuare, accertamenti sui vestiti e sulla macchia ovolare? Perchè Calabresi ed Allegra si abbandonarono ad inammissibili abusi contestando a Pinelli una confessione di Valpreda che non era mai avvenuta ed accusando lo stesso Pinelli degli attentati del 25 aprile ben sapendo che era estraneo a quei fatti?

5 – Perchè è stata accettata ed avallata dalla magistratura, senza approfondite indagini, la versione poliziesca se ogni logica portava a ritenere che Pinelli era stato ucciso? «Esclusa l’ipotesi impossibile inverosimile inaccettabile del suicidio, dimostrato che Pinelli fu sottoposto ad un trattamento che è tutta una escalation di illegalità, arbitrii, reati, la sua morte non può che essere ascritta a tutti questi comportamenti, ciò significa che si tratta di un vero e proprio omicidio».

6 – «Di rado si è visto qualcosa di più aberrante… Poi il tribunale decide la perizia, per la superficialità ed incompletezza dei precedenti accertamenti, ma essa dovette apparire così pericolosa a Calabresi ed al suo difensore da indurli a compiere un atto gravissimo quale laricusazione del presidente del tribunale».

Vedremo qualcosa di ancor più aberrante?

I congiunti, fino ad ora caparbiamente esclusi dall’inchiesta ufficiale sulla morte del compagno Pinelli, avevano precedentemente convenuto in giudizio il ministero degli interni, ma il procedimento va per le lunghe, sembra insabbiato da una interminabile congerie di intralci burocratici.

A questo punto attendiamo che la magistratura si pronunci, decida se dar corso o meno all’esposto per i gravissimi reati. Francamente non vediamo come le autorità possano ulteriormente negare ai familiari il diritto di una inchiesta completa e seria, con tutte le garanzie.

Noi siamo convinti che consentiranno la esumazione del cadavere solo quando saranno assolutamente certi che ogni traccia del delitto sarà sparita, non un giorno prima.

Se la magistratura temporeggerà nel decidere od opporrà cavilli od ostacoli procedurali, sarà evidente che l’aberrazione più completa ottenebra il potere. Ma «l’estremo tentativo – che Licia Pinelli ha voluto compiere – nel nome del marito tragicamente privato della vita e nell’interesse delle bambine che hanno diritto almeno di vedere restituita al padre quella integrità morale e quella saldezza che conobbero in lui» (così conclude la denuncia) sarà riuscito ugualmente in pieno perchè nessuno potrà allora più dubitare che l’uccisione di Pinelli è un delitto di Stato perpetrato premeditatamente per coprire i responsabili della strage di Stato.

Comitato Politico Giuridico di Difese

Umanità Nova 19 giugno 1971 La salma di Pinelli terrorizza i complici degli attentati di Il Comitato politico-giuridico di difesa

31 agosto 2011

«Se uno ride in un tribunale il giudice togato lo caccia via, ma ridere di fronte a questa giustizia, piuttosto che dar di stomaco, è oggi segno di compostezza»

 Umanità Nova 19 giugno 1971

 Siamo alla nausea

 Dobbiamo attenderci ancora altri clamorosi e spudorati tentativi per salvare la «verità di Stato» sull’assassinio del compagno Pinelli, ma ne abbiamo ormai abbastanza, siamo stufi e nauseati  di questa sporca faccenda.

 Ieri 12 giugno a Milano, nel corso della manifestazione extraparlamentare per la casa, erano più di ventimila, forse trentamila a gridare: «Calabresi assassino». In diciotto mesi questo grido è  risuonato inconfondibile in tutte le piazze, in ogni assemblea, perfino nelle aule dei tribunali. Eppure nella «patria del diritto» non si è trovato un magistrato capace di far aprire quella  tomba, di condurre una indagine pulita che troncasse la sfacciata mobilitazione contro l’evidenza, contro la verità, di tutti gli organi dello Stato.

 «Si può immaginare una cosa più schifosa? No, una cosa più schifosa della “giustizia” borghese in generale e della “giustizia” sull’assassinio di Pinelli in particolare, non si può immaginare».  Così Luigi Pintor apre un articolo su Il Manifesto dell’11 giugno (del quale abbiamo ripreso anche l’occhiello che è in testa a queste note) e francamente potremmo troncare qui,  disinteressarci definitivamente delle vergognose capriole giuridiche che seguiranno se non fossimo convinti che i motivi che determinarono la morte dell’anarchico sono strettamente legati  agli attentati, compresi quelli del 12 dicembre 1969.

 Pinelli – non lo si dimentichi – ha pagato con la vita il rifiuto di collaborare per incastrare Valpreda e l’imprudente urlare, sul muso dei suoi aguzzini, di aver capito quale criminale macchinazione si stava ordendo contro gli anarchici.

Questa è la verità che si vuole a tutti i costi nascondere. Altrimenti non si spiegherebbero le reiterate violazioni di ogni diritto e della legge da parte di chi è preposto a fare rispettare e ad applicare la legge stessa.

 Dove si vuole arrivare?

 Il commissario Calabresi, è ormai chiaro, non intende mollare, non intende cioè fare la testa di turco, pagare per errori ed orrori non da lui o non da lui solo commessi.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad una unica colossale montatura poliziesca e Calabresi non è che una rotella dell’ingranaggio che si è messo in moto per abbattere sul Movimento anarchico i più pesanti magli della reazione.

La morte di Pinelli non era certamente in programma, è stato un «provvedimento» imprevisto e maldestro che si è dimostrato subito pericoloso; minaccia infatti sempre più seriamente di far crollare tutta la impalcatura.

Nel corso del processo a Braschi, Pulsinelli e compagni, accusati degli attentati fascisti del 25 aprile, 1969, si è rivelata, giorno per giorno sempre più chiara, la inattendibilità di falsi macroscopici, in aperta violazione dei diritti della difesa e calpestando ogni una istruttoria costruita su forma procedurale. Ebbene il magistrato responsabile di questo enorme cumulo di arbitri è Antonio Amati, lo stesso che il 12 dicembre indirizzò le ricerche della polizia sugli anarchici, che archiviò l’istruttoria sulla morte di Pinelli, che decise di non dar corso alla denuncia per diffamazione contro il questore Guida, e che fece arrestare Valpreda sulla porta del suo ufficio.

Perchè non sono state scaricate sulle spalle di un solo consigliere tutte queste pesanti incombenze, tutte palesemente collegate a avvenimenti che da circa due anni stanno suscitando seri e fondati dubbi sul comportamento di una certa polizia e di una certa magistratura? Perchè, dal momento che questi dubbi ingigantivano nella opinione pubblica fino a suscitare scalpore e gravissime e non certo larvate denunce di collusioni e complicità, gli organi superiori della magistratura, non sono intervenuti a porre fine allo scandalo? Ed infine, perchè si è affidata al consigliere Biotti la causa Baldelli-Calabresi quando era notorio che tra Biotti e lo avvocato Lener intercorrevano stretti rapporti di varia natura, oltre che di amicizia, tali da esporlo ad essere ricusato dalla difesa Baldelli?

Ma c’è di più e di peggio. Ora un gruppo di parlamentari comunisti chiede l’intervento del Consiglio superiore della Magistratura al quale vengono segnalati anche i «comportamenti arbitrari o addirittura oggettivamente delittuosi di funzionari e agenti di P.S.». Sennonché questo supremo organo di autogoverno della magistratura è chiamato esso stesso in causa nella persona di un suo ancora anonimo membro esplicitamente compromesso, stando alla versione di Lener, per avere tentato di corrompere il presidente del tribunale Biotti.

 Ma chi ci crede?

 Non si può dare alcun credito però alla versione di Lener perchè nella magistratura della repubblica italiana non si fa carriera in quel modo, perchè un magistrato qualificato e con tanti anni di esperienza’ giudiziaria sulle spalle non va a confidare certe cose proprio alla «parte lesa». Accettando quella versione dovremmo chiedere alla Corte di Appello, che l’ha convalidata, perchè non sono stati disposti accertamenti sul presunto tentativo di corruzione.

E se invece tutto il losco intrico fosse stato concordato per evitare ad ogni costo di aprire la tomba di Pivelli e Biotti «facesse carriera» (magari in sordina come Guida) proprio per avere fornito a Calabresi la possibilità di mandare a monte il processo?

A questo punto ogni supposizione è legittima, visto che la bestia, ferita e braccata, sferra feroci colpi di coda persino contro membri della sua stessa specie pur di salvarsi. Non trascuriamo il fatto che Biotti era ritenuto un «moderato» e che tutto l’andamento del processo era stato caratterizzato da continue acquiescenze verso i poliziotti testimoni che mentivano sfacciatamente, erano reticenti o si contraddicevano, senza che fossero diffidati o almeno richiamati.

Ora Biotti si difende attaccando e quando rivela che la polizia lo pedinava e gli controllava il telefono (le stesse attenzioni erano riservate anche agli altri due giudici della corte), la polizia si ribella e lo accusa di falso. Ma noi sappiamo che centinaia di intercettazioni telefoniche sono state operate dalla polizia in questa losca faccenda, senza che appaiano depositate agli atti dei relativi procedimenti le debite autorizzazioni della magistratura. Valgano per tutte le intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio del Pinelli, delle quali è fatto cenno in un verbale del 13 gennaio ’70 di Allegra, ma che non risultano autorizzate da nessun magistrato.

In tutto questo bordello c’è un puzzo d’intrico che sta ammorbando il paese e dal quale nessun organo dello Stato può uscirne pulito. Si potrà sopportare, senza eccessivo clamore o danno, che un quotato magistrato come Biotti venga fatto fuori da un giorno all’altro e presentato all’opinione pubblica come uno stupido e un corrotto, ma non sarà possibile che 50 milioni di italiani accettino la patente di imbecilli.

Dovranno metterci le mani tutti in questo infido marasma, anche il parlamento. Potranno anche riuscire a non scoperchiare quella tomba o potranno lasciarla aprire quando ormai ogni accertamento sarà impossibile e potrebbero persino trovarla vuota, come già si sussurra su diversi giornali, ma «il nome di Giuseppe Pinelli sembra destinato a rimanere legato ad uno di quegli “affari di Stato” che segnano una data nella storia dei Paesi».

E’ quello che andiamo dicendo dal dicembre del 1969: un «delitto di Stato» per coprire i responsabili della «Strage di Stato». Soltanto che adesso a sostenerlo, sia pure, con circospezione, con le parole della frase precedente riportata tra virgolette, c’è anche Il Messaggero quotidiano notoriamente filogovernativo.

Cavilli ed astuzie per ingannare la giustizia.

La ricusazione del giudice Biotti, ha sollevato nel paese indignazione e scalpore. L’opinione pubblica è sconcertata e scandalizzata. La stampa ha stigmatizzato l’accaduto con irate e sdegnate invettive.

Tutto ciò servirà però a ben poco se una massiccia azione politica non interverrà per imporre lo scavalcamento di tutti i cavilli e le astuzie giuridiche messe in atto con il preciso intento di insabbiare la verità ed ingannare la giustizia.

Si è avuta una ondata di proteste, oltre ai comunisti anche deputati socialisti hanno presentato interrogazioni ed annunciato richieste per la istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’atteggiamento di tutti gli organi dello Stato sulla Strage di Milano, ma noi siamo assolutamente scettici sulla efficacia di simili iniziative che, allo stato dei fatti e dopo numerose esperienze del genere, tutte negative, ci appaiono come espedienti demagogici destinati piuttosto a sopire lo scandalo che ad ottenere una «giustizia» diversa da quella che lo Stato ci somministra ed impone.

Del resto richieste ed interrogazioni parlamentari del genere sono già state avanzate, sempre sullo stesso « affare di Stato» circa un anno fa, anche allora alla vigilia di elezioni, ma sono rimaste senza esito, senza risposta.

Pinelli è stato assassinato e non solo non si vuole colpire i suoi carnefici ma si tenta di ostacolare in ogni modo l’accertamento della verità sulla strage di Milano perchè quella verità è strettamente connessa con i motivi che decretarono la morte di Pino. Si sono così accumulate altre vittime al già pesante bilancio della strage.

Mentre si professa fiducia nella legalità repubblicana e nella fallimentare democrazia parlamentare e ci si affida a strumenti tradizionalmente inutili come le inchieste parlamentari, il corpo del compagno Pinelli avrà tutto il tempo di decomporsi e Gargamelli, Valpreda, Borghese, Mander, tutto il tempo di marcire in galera.

Tutto ciò è mostruoso e se non si troverà al più presto una soluzione che tronchi di netto gli ignobili disegni degli assassini, l’accusa di complicità investirà anche quegli uomini e quei partiti la cui inettitudine politica ha lasciato e seguita a lasciare al fascismo ed ai suoi alleati ogni libertà di manovre eversive e liberticide negli organi dello Stato, nel governo, nel parlamento, nel paese.

Questo non è più un caso giudiziario. Siamo in pieno clima di sovversione fascista. Si è sorpassata ogni misura, persa ogni dignità, calpestato ogni elementare sentimento umano, vilipeso il senso della giustizia.

L’ombra del Pinelli e le vittime della «strage di Stato» e di tutti gli orrori polizieschi e giudiziari di questi tempi hanno tramutato la «patria del diritto» in «patria del delitto».

Il Comitato politico-giuridico di difesa