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1971 02 28 l’Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

10 novembre 2015

1971 02 28 l'Unità - Senza un perché le accuse agli anarchici. interrogato Calabresi

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande.

 

Milano. 27. Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perché l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, parti in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’Interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI — No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO — Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI — Alcuni fatti si, altri no… ad esempio non sapevamo dei rapporti fra la donna e il Braschi…

DOMINUCO — In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI — Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso… non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini   “anarchici”?».

CALABRESI   —   No…

DI GIOVANNI — E allora quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI — Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI — Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI — Si. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI — Non ricordo… Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI — No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI — Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI — No, era una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

 

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1970 10 28 Paese Sera – Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli. Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico. di G.M

4 novembre 2015

1970 10 28 Paese Sera - Neanche Allegra spiega il suicidio di Pinelli di G.M.

Al processo di Milano interrogato il capo dell’Ufficio Politico

Neanche Allegra spiega il «suicidio» di Pinelli

Non vide e non sentì nulla; non sa l’ora in cui avvenne il tragico volo

di G.M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 28. – Quarta udienza del processo contro «Lotta Continua». Di scena, stavolta, il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’ufficio politico della questura di Milano. Tre ore e passa è durata la sua deposizione, e resta ancora una coda, che verrà esaurita stamane. Il racconto del dott. Allegra non si è assolutamente discostato da quello di Calabresi (né da quella di Lograno). L’uno ha completato l’altro; meglio, l’uno è stato la copia dell’altro. Solo in qualche impercettibile sfumatura le diversità. Mentre, ad esempio, Calabresi, nel descrivere la morte di Pinelli, ha raccontato di aver sentito dei rumori provenienti dal suo ufficio e poi un grido ed un tonfo, il dottor Allegra non ha invece avvertito tonfi e grida, ma solo il rumore di ante che sbattevano. Per il resto, tutto uguale. Ed identico anche il comportamento. Dopo il volo di Pinelli, il dott. Calabresi non corse infatti in cortile, ma ebbe in compenso «la presenza di spirito di telefonare alla Volante» (sono parole di Allegra); e così fece Allegra che, non solo non lasciò il suo ufficio, ma non si preoccupò neppure di affacciarsi al balcone per dare una occhiata dabbasso. Immediata preoccupazione fu invece quella di svegliare il questore, per poi recarsi in un secondo tempo all’ospedale, dove era stato ricoverato Pinelli. L’ora in cui avvenne il fatto? Il dott. Allegra non se lo ricorda.

Niente di nuovo dunque nel racconto del dirigente della «Politica». Nuove, invece, le domande dei difensori del prof. Pio Baldelli. Perché innanzitutto Pinelli venne trattenuto in questura per tre giorni e tre notti di seguito, senza che vi fosse una richiesta di fermo? Ha risposto Allegra: nei primi due giorni Pinelli non era «un fermato», era un semplice «ospite» dell’ufficio politico. La richiesta di fermo venne inoltrata il 15 sera, quando su Pinelli, ha detto Allegra, si addensarono i sospetti. Ma quali sospetti? E qui Allegra ha tirato fuori tutta una storia di telefonate intercettate e di pedinamenti che duravano fin dal marzo del ’69. Dunque, Pinelli era tenuto costantemente d’occhio dalla polizia, come del resto Valpreda, ha fatto notare il dirigente della «Politica».

Altra contestazione. Tre sono i rapporti sulla morte di Pinelli inviati da Allegra alla Procura. Nel primo, quello del 16 dicembre, si dà una versione dei fatti completamente diversa da quella fornita in un momento successivo. L’ora del tuffo di Pinelli è indicata innanzitutto come le 12.15, con venti minuti di «ritardo» rispetto all’ora stabilita in un secondo tempo. Nello stesso rapporto si dice inoltre che Pinelli si uccise mentre stava per essere interrogato da Calabresi. Come giustifica Allegra queste vistose contraddizioni? Allegra: «Quel rapporto non lo scrissi io, ma un mio sottufficiale. Io però lo firmai.

Ultima domanda: vero che ai primi di dicembre del ’69 Allegra prese di petto Pinelli dicendogli: «Tra poco t’incastriamo ben bene, una volta per sempre, così non parlerai più»?

Allegra: «E’ falso. Non è mio costume pronunciare frasi del genere».

A questo punto il difensore avv. Gentili, ha chiesto al tribunale che vengano ascoltati alcuni testi in grado di precisare questa circostanza. E’ stato inoltre chiesta la citazione del prof. Renzo Vanni, dell’Università di Pisa, al quale Pinelli, nel novembre del ’69 scrisse una lettera in cui si diceva: «C’è un commissario di polizia, Calabresi, che mi perseguita. Ho l’impressione che voglia incastrarmi ad ogni costo. Non so perché».

1970 10 16 Paese Sera – Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC. Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua». di G.M.

4 novembre 2015

1970 10 16 Paese Sera - Ecco come Pinelli si uccise testimonia un capitano dei CC di G.M.

Ancora un’udienza infuocata al processo contro «Lotta continua»

«Ecco come Pinelli si uccise» testimonia un capitano dei CC

L’ufficiale e il commissario Calabresi sono stati accusati di falso dalla difesa – Vivace reazione del pubblico – La prossima udienza il 27 prossimo.

di G.M.

 

Niente grida, stavolta, ma solo un corale «borbottio» quando ha cominciato a parlare il dott. Antonino Allegra, dirigente dell’Ufficio politico della questura. E’ bastato comunque perché il presidente sospendesse l’udienza, spedendo tutti a casa con un «arrivederci al 27 ottobre». Nonostante la brusca interruzione, non si può dire però che la terza giornata del processo contro Lotta continua sia stata «deludente»; tuttaltro. Di elementi ne ha offerti parecchi.

Questa volta era di scena il capitano Savino Lo Grano, l’unico carabiniere che, la notte del 15 dicembre, si trovava nell’ufficio del dott. Luigi Calabresi. E’ dunque uno dei testimoni che ha assistito al tragico volo di Giuseppe Pinelli. Non ha però visto il gran balzo giù dal quarto piano «Proprio in quel momento – ha detto ieri il capitano Lo Grano – mi ero distratto. Quando ho alzato gli occhi al rumore di una finestra, ho visto soltanto le scarpe di Pinelli all’altezza della ringhiera». E prima? Prima era successo questo. Giuseppe Pinelli si era alzato dalla sedia, aveva accettato una sigaretta dal brigadiere Muccilli e si era quindi avvicinato alla finestra. Si era messo poi a parlare con i brigadieri Mainardi e Panessa, i quali gli avevano chiesto se era possibile, anche a distanza di tempo, sapere il nome del ferroviere che, un certo giorno, aveva «legato» un convoglio alla stazione centrale. «Il clima era proprio disteso e sereno», ha detto e ripetuto il capitano Lo Grano, usando le stesse parole di Luigi Calabresi.

Pinelli si mette dunque a conversare con i due brigadieri e, a un certo punto, infila la mano fra le due ante socchiuse per gettare in cortile il mozzicone della sigaretta. E’ proprio in quell’attimo che l’allora tenente dei carabinieri abbassa gli occhi. Quando li rialza, vede le suole di Pinelli e i due brigadieri «chiusi» fra le ante e il muro, che tentano di raggiungere la ringhiera. «Allora sono corso fuori dalla stanza, gridando: “S’è buttato, s’è buttato!” – ha continuato il capitano -.
 Poi sono sceso in cortile». Il
 corpo di Pinelli giaceva in un
 angolo. L’ufficiale gli si avvicina e lo sente mormorare
 «Mamma mia, aiuto…». Lo solleva da terra e avverte che
«aveva qualcosa di rotto». Lo 
riadagia e ritorna di sopra per
 telefonare al suo superiore.

Questo il racconto del capitano Lo Grano. Ma non era un po’ diversa la versione che egli diede, a suo tempo, ai suoi superiori? Non raccontò forse che, per la durezza degli interrogatori, Pinelli si sentì male e, in seguito a improvviso malore, piombò giù dalla ringhiera? La domanda è stata rivolta dai difensori di Pio Baldelli alla fine del racconto. L’ufficiale ha risposto sbrigativo e secco: «Lo escludo nella maniera più assoluta». Ha anche «escluso» che Giuseppe Pinelli avesse subito violenze fisiche e morali durante l’interrogatorio. «Nella stanza faceva quello che voleva – ha detto -. Si alzava dalla sedia, fumava, e più volte si è avvicinato alla finestra socchiusa per gettare il mozzicone della sigaretta».

A questo punto, l’avv. Gentili, si è alzato e, con parole scandite ha detto: «Saremo in grado di dimostrare che sia la testimonianza del capitano Lo Grano sia quella di Luigi Calabresi sono false».

Dopo il racconto del capitano dei carabinieri ha fatto ancora una rapida apparizione il commissario querelante il quale, stavolta, indossava un completo verde pisello con cravatta e camicia bianca. Gli è stato chiesto: perché mai non smentì, a suo tempo, un giornale che aveva parlato di certi suoi rapporti con la CIA? «Non era il caso – ha risposto Calabresi -: del
 resto, non sono mai stato in America» E’ poi la volta di Allegra. Comincia la sua testimonianza, ma quando dice: «Chiesi a Pinelli quanti erano i ferrovieri anarchici a Milano»,
 fra il pubblico si leva un brusio 
e qualche risata. Il presidente
sospende allora l’udienza.

 

1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1972 11 4 Umanità Nova – La scomoda posizione del fascista Merlino

18 Mag 2015

 

 

Il ruolo svolto dall’infiltrato Mario Merlino nel gruppo 22 marzo è stato chiaro fin dal primo momento e lui stesso fu costretto ad ammetterlo in sede istruttoria. Fu in base alle sue informazioni o, per meglio dire, anche in base alle sue informazioni, su quanto avveniva e si diceva nel gruppo, che fu possibile a fascisti e poliziotti di imbastire la trama della strage da accollare a Valpreda e compagni.

Già a suo tempo scrivemmo che le informazioni del fascista Merlino erano incanalate verso la stessa centrale alla quale pervenivano le informazioni del poliziotto Salvatore Ippolito e dell’agente del SID Serpieri. Ma Merlino, come semplice «infiltrato» del quale, fra l’altro, i camerati non potevano fidarsi per cose più serie, deve aver capito solo più tardi, a strage avvenuta, a chi ed a che cosa servivano le sue informazioni e visto che fine era stata fatta fare a Pinelli perché aveva capito che funzione stessero svolgendo le squadre politiche di Roma e Milano, deve aver avuto paura. E’ infatti da questo momento che Merlino cambia sensibilmente il suo atteggiamento e comincia anche se timidamente a rifiutare il ruolo che certi poliziotti e fascisti gli avevano assegnato nella trama contro gli anarchici. Egli doveva essere il principale teste d’accusa e si pretendevano da lui precise e circostanziate denunce che avvalorassero le vuote chiacchiere del poliziotto provocatore Ippolito e consentissero di arricchire l’inchiesta prefabbricata in fretta. Ma Merlino, dopo i primi bassi servizi resi alla polizia ha, per paura e per calcolo, un ripensamento, capisce di essere stato incastrato e rifiuta ogni ulteriore «collaborazione» con la «giustizia». Questo atteggiamento, imprevisto quanto ambiguo per i suoi camerati e per i poliziotti che già altre volte si erano serviti di lui, indurrà gli inquirenti a sbatterlo in galera nella speranza che si decida a dire quello che si vuole che dica. Invece Merlino non fa che dire la verità, e cioè che lui aveva solo funzioni di «informatore» ma basterà questo per mettere lo scompiglio nelle file fasciste e costringere molti alla fuga sotto gli occhi benevoli della polizia.

L’ultima clamorosa svolta dell’inchiesta su Freda e Ventura, costringendo a rivelare all’opinione pubblica la parte avuta da Catenacci Provenza ed Allegra nel coprire la pista nera e costruire così la montatura su Valpreda e compagni, ha rimesso in evidenza una serie di oscuri comportamenti delle squadre politiche di Roma e Milano per quanto riguarda la posizione di Merlino e quella di numerosi altri testimoni che furono a viva forza e con sfacciati sotterfugi, raggiri e ricatti, immessi nel calderone accusatorio insieme al falso teste Rolandi.

E’ ora di scavare fino in fondo nelle porcherie dell’inchiesta su Valpreda e compagni per smascherare definitivamente la montatura ed i suoi artefici, è perciò indispensabile che ognuno assuma le responsabilità per il ruolo svolto o che gli è stato imposto di svolgere.

Che oggi il fascista Merlino si renda conto di essersi cacciato in una situazione antipatica e scomoda è comprensibile, ed è giusto che il suo difensore, lo avvocato Armentano (socialista), si sia fatto interprete, in una conferenza stampa tenuta a Roma giovedì scorso, di questo suo stato d’animo e della sua volontà di non consentire a polizia e magistratura di rifarsi una verginità e di riconquistare la credibilità perduta sulle sue spalle e sulla scia di scandalistici ma lievi «indizi di reato» a carico di tre alti funzionari dello Stato, ma tutto questo non basta se non è seguito e suffragato da una precisa e chiarificatrice azione volta a smascherare la trama poliziesco-fascista alla quale, sia pure inizialmente, Merlino si è prestato.

L’interessante conferenza stampa aperta da un intervento dell’avv. Di Giovanni che ha sostenuto con fermezza ed abbondanza di argomentazioni e prove come «Provenza, Catenacci ed Allegra non sono stati dei cattivi funzionari, ma dei fedeli servitori dello Stato che hanno agito in osservanza alle disposizioni del potere politico il quale ha voluto costruire sulla strage e gestire per i suoi fini reazionari, la montatura sugli anarchici» si è conclusa con un chiaro e circostanziato discorso di Armentano che ha avuto, a nostro avviso, per quello che abbiamo precedentemente esposto, alcune lacune ed alcuni limiti che, se comprensibili per la diversa ed avversa matrice politica del suo cliente, che fascista era e fascista rimane, non sono compatibili con l’esigenza di chiarezza che l’azione politica e demistificatrice delle istituzioni ci impone.

Questo, ben inteso, vale per quel che riguarda il Merlino come individuo, come strumento più o meno incosciente dei suoi camerati e di funzionari della squadra politica di Roma, in quanto ci sembra inevitabile che costui, dal momento che accusa polizia e magistratura e rifiuta di far passare anche sulla sua testa la bassa macchinazione ordita contro gli anarchici, concretizzi e precisi le sue accuse con la denuncia di fatti e circostanze particolari ed inequivocabili, fatti e circostanze che si sono realmente verificate e che implicano precise e gravi responsabilità degli inquirenti.

Per quel che riguarda, invece, la difesa del Merlino, nulla da eccepire né sulla linearità giuridica delle azioni intraprese né sulla correttezza delle posizioni assunte, dobbiamo anzi darle atto di aver tempestivamente denunciati, con estrema energia, in due memorie ai magistrati inquirenti, le omissioni, le manomissioni, i falsi, le sottrazioni di prove di cui si stava infarcendo l’inchiesta: querele clamorose come quella per il famoso vetrino, falsi come quelli costruiti con le testimonianze di Ippolito e Maccoratti o con il verbale di Calabresi sulle cassette Juval trovate in possesso di Karanastassis, ed omissioni di indagini su borse, cassette, esplosivo, timers, ecc. sono opera della difesa di Merlino e ciò, a nostro avviso, dimostra che costui e di conseguenza i suoi avvocati sapevano perfettamente che tutta l’inchiesta non era altro che una spudorata montatura ed erano più di ogni altro in grado di sapere su quali imbrogli questa montatura si stava costruendo.

Ma proprio per questo è ora necessario, se si vogliono sventare ulteriori manovre e speculazioni, smascherare e colpire senza tentennamenti e senza viltà, tutti i responsabili della precostituita macchinazione politico- giuridico-poliziesca.

2013 dicembre A Rivista anarchica Ancora bufale su piazza Fontana. Quando la smetteranno? Enrico Maltini

18 dicembre 2013

Aveva iniziato Paolo Cucchiarelli con Il segreto di piazza Fontana (Ponte alla Grazie, 2009), un testo infarcito di invenzioni su Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Un ponderoso volume (700 pagine) costruito su una serie di falsità, con infiltrati fascisti (Mauro Meli) nel Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa mai esistiti, con presunti stragisti (Claudio Orsi) che il 12 dicembre 1969 si trovavano a centinaia di chilometri da Milano, per finire con l’accusa all’attuale direttore di “A” Rivista anarchica di essere l’anarchico (in realtà mai esistito) che non avrebbe allora confermato l’alibi di Pinelli. Accusa che gli costò una ritrattazione a pagamento sul Corriere della sera e su La Stampa.

Nella richiesta di archiviazione inoltrata al gip, nel maggio 2012 dai pm di Milano, e accolta nell’ottobre scorso, circa l’ultimo stralcio di indagini sulla strage di piazza Fontana, le tesi di Cucchiarelli relative all’esistenza di una “doppia bomba” e al coinvolgimento di Valpreda e Pinelli sono state definite di “assoluta inverosimiglianza”, così come “le dichiarazioni della fonte anonima in questione, utilizzate dal giornalista, palesemente prive di fondamento”. Non è dunque mai esistito il fantomatico mister X citato dallo stesso autore come fonte delle proprie “scoperte”.

L’ossessione del doppio

Nello stesso solco Stefania Limiti che ha invece teso, con alcune sue pubblicazioni, a rivisitare la storia di questo secondo dopoguerra producendosi in evidenti forzature della realtà. Illuminante l’introduzione de Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK (Nutrimenti, 2012), con postfazione del solito Cucchiarelli, in cui si ipotizza che lo “schema operativo” approntato per assassinare nel 1963 il presidente americano sia stato utilizzato anche per la strage di piazza Fontana, con Valpreda al posto di Lee Oswald, mero burattino nelle mani di fascisti e servizi segreti (la stessa tesi de Il segreto di piazza Fontana). Emerge in questi due autori un’autentica ossessione per il “doppio” (le doppie bombe, le doppie identità), per cui tutti i protagonisti, loro malgrado, si palesano unicamente come marionette nelle mani degli apparati o dell’estrema destra. E non solo, siccome l’appetito vien mangiando, dal “doppio” si passa ora al “quadruplo”. A quando il raddoppio?

Il mutante

È infatti la volta de L’infiltrato di Egidio Ceccato (Ponte alle Grazie, pp. 324, € 14,00, introduzione di Paolo Cucchiarelli), di genere fantastico, se non avesse la pretesa di considerarsi un lavoro storico. Il libro è infarcito di frasi del tipo: “Un elemento cardine di questa strategia è l’infiltrazione…”; “…a un certo punto l’anello anarchico si agganciò a quello dei gruppi marxisti-leninisti e nazimaoisti e ambedue finirono manovrati da menti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale….”; “…l’Andreola metteva a segno la sua infiltrazione…nel gruppo rivoluzionario di Feltrinelli e in quello anarchico….”; “…Chittaro Giuseppe aveva nel corso del 1969 infiltrato i circoli anarchici milanesi…”; “ …viene infiltrato tra i gruppuscoli anarchici e dell’estrema sinistra…”; “E lo stesso Feltrinelli fu un ingenuo strumento nelle mani dei servizi e della destra, che lo fecero saltare letteralmente in aria mettendo in mano all’editore-bombarolo dei timer difettosi preparati appunto da quel Gunter che si era conquistato la fiducia tanto incondizionata quanto malriposta dell’imprenditore…” E via di questo passo, tra anarcomarx-lenin-nazimaoisti (???), infiltrati, traditori e vittime ignare.

La storia narrata, incentrata sulla figura di un diabolico pluri-infiltrato di nome Berardino Andreola, è completamente campata in aria, come dimostriamo in queste brevi note. Avremmo potuto anche lasciar perdere, ma non possiamo accettare la presunzione – non solo di Ceccato – di poter tranquillamente affermare, senza prova alcuna, che gli anarchici sono perennemente preda di infiltrati e manipolatori, in balia di ogni burattinaio di passaggio e che così fu anche a Milano al tempo della strage di piazza Fontana.

L’infiltrato sarebbe tale Berardino Andreola, già coinvolto nel 1975 nel fallito sequestro in Sicilia dell’ex senatore democristiano Graziano Verzotto. Un delinquente comune, figlio di un maresciallo dell’Ovra e lui stesso fascista, più volte condannato per truffa, traffico d’armi e altri reati comuni, ma dipinto da Ceccato come abile spia di un oscuro servizio tedesco. Ebbene, ai tempi di piazza Fontana e negli anni seguenti, questa stessa persona si sarebbe “trasformata”, a fini di provocazione, assumendo nel tempo le generalità di ben altri quattro personaggi, variamente infiltrandosi tra gli anarchici e non solo.

I personaggi via via interpretati, realmente esistiti, sono: un confidente di Allegra e Calabresi di nome Giuseppe Chittaro Job, poi un tale Giuliano De Fonseca, in seguito tale Umberto Rai e infine un uomo chiamato Gunther. Tutti costoro sarebbero la stessa persona, ovvero l’Andreola. Fin qui si potrebbe trattare di fantasie innocue, di cui il Ceccatosi assume la responsabilità.

Ma l’autore dà anche per certo che il Chittaro si sarebbe davvero infiltrato fra gli anarchici, insistendo sui: “…contatti di Chittaro/Andreola con gli anarchici milanesi…” (ma quando mai?). Ma non solo, perché lo stesso Andreola sarebbe poi entrato in relazione, questa volta con il nome di Umberto Rai, ancora con “noti anarchici” e con Giangiacomo Feltrinelli, ed è con il nome di Gunther, sotto il traliccio di Segrate nel 1972, che l’Andreola/Gunther ne avrebbe volontariamente causato la morte, grazie alla manipolazione del timer che l’editore stava maneggiando. Il tutto senza fornire il minimo riscontro o una prova. Sarebbe invero stata sufficiente qualche verifica per evitare figuracce e rendersi conto che si tratta di persone del tutto diverse tra loro. Una verifica sull’età ci dice che Andreola nacque a Roma nel 1928; Chittaro, come da rapporti di polizia e da certificato anagrafico di nascita, a Udine nel 1940; Rai nasce a Milano nel 1923, come da documentazione della questura di Milano e dal mandato di fermo del 15 dicembre 1969, mentre il Gunther risulta nato fra il 1927 e il 1931. Quanto alle morti, si sa di Andreola nel 1983, a 55 anni e di Gunther nel 1977.

Da altre verifiche si apprende anche che nel 1975 l’Andreola, dal carcere di Palermo, si propose come informatore sulle Br ai giudici di Torino, che dopo averlo sentito lo bollarono per “manifesta inattendibilità” e “calunnia”. Berardino Andreola, condannato per tentato sequestro a scopo di estorsione, rimarrà in carcere dal 1975 fino alla sua morte, nel carcere di Fossombrone, nel 1983.

Chi erano?

Ma chi erano nella realtà storica questi personaggi? Per ragioni di spazio, riportiamo solo alcuni elementi, ma molti altri ve ne sarebbero: Chittaro, di corporatura media, era un mezzo mitomane che nel 1969 bazzicava (a suo dire) l’ex hotel Commercio e l’allora casa dello studente occupati, nonché i gradini del Palazzo di Giustizia di Milano, dove l’anarchico Michele Camiolo faceva lo sciopero della fame. Uno che viveva di espedienti, non troppo alfabetizzato, (nelle sue lettere si legge ad esempio l’aradio, la scuadra politica…), più volte condannato per truffa, sostituzione di persona e anche traffico di armi (due fucili), ma che godeva di strani agganci in Francia e Svizzera presso questure e consolati. Con questo tizio aveva stretti rapporti il capo dell’ufficio politico della questura milanese Antonino Allegra, che sperò fortemente di trarre da lui confidenze determinanti per accusare gli anarchici, tanto da inviare il commissario Calabresi a Basilea, per un incontro con lui presso il consolato, addirittura il 13 dicembre, giorno dopo la strage. Una trasferta che si rivelerà del tutto infruttuosa. Anni dopo, nel 1980 – si noti che Andreola era in carcere – il Chittaro fu oggetto di numerosi articoli sul quotidiano Lotta continua, su l’Unità e altri giornali, perché coinvolto in una complicata e oscura storia di falsi documenti e depistaggi sulla morte di Feltrinelli. Chi lo incontrò allora ricorda che il Chittaro si vantava sempre di grande dimestichezza con l’editore.

Gunther era il soprannome di Ernesto Grassi, che non era un traditore né un assassino e non ha manipolato alcun timer, ma era operaio in una fabbrica di Bruzzano, con un’esperienza di partigiano in Valtellina, faceva parte dei Gap di Feltrinelli e la tragica sera del maggio 1972 era davvero con l’editore, ma doveva occuparsi del traliccio di Gaggiano e non di Segrate. Chi lo ha conosciuto descrive fisicamente Gunther come molto piccolo e minuto.

Umberto Rai era al contrario molto alto e robusto, ex pugile ed ex partigiano, di professione pittore, con lievi precedenti per reati comuni, fermato a Milano dopo la strage perché in precedenza indicato da “fonte confidenziale” (Anna Bolena) come implicato nelle bombe sui treni dell’agosto ’69. Rai frequentava allora, come molti “alternativi”, anarchici compresi, i locali di Brera e anche a lui furono chieste da parte di Allegra e Calabresi e, ancora una volta invano, confidenze sugli anarchici (su Paolo Braschi in particolare), come si ricava da un lungo interrogatorio in data 13 dicembre 1969. Il Rai lavorò un paio di settimane per Feltrinelli, pare come guardiaspalle di Rudi Dutsche, ospite dell’editore. Nel 1969, testimoniò in Germania al processo per la strage nazista di ebrei del settembre 1943 a Meina sul Lago Maggiore, ma fu ritenuto inaffidabile dalla corte. Dal canto suo l’Andreola, nell’unica foto pubblicata nel libro e scattata nel 1977, appare un tipo normale e un po’ sovrappeso.

Anche Pinelli e Calabresi

Ma le sorprese del nuovo libro non finiscono qui: l’autore non dà nulla per certo, ma lascia intendere che anche la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi sarebbero in larga misura riconducibili al ruolo del Chittaro/Andreola: ruolo di confidente “infiltrato negli ambienti anarchici”, che Pinelli avrebbe smascherato quella notte in questura, condannandosi così a morte. Mentre per Calabresi, oltre a ritenere che: “… si fosse troppo avvicinato a verità delicate in materia di traffici di armi ed esplosivi, non è da escludere neppure che egli stesse indagando sulla vera identità e sulla reale collocazione politica del soggetto incontrato a Basilea il 13 dicembre 1969 e presentatosi col nome di Giuseppe Chittaro”, dunque anche lui colpevole di aver scoperto il ruolo o i ruoli giocati dall’Andreola, di cui era prima all’oscuro.

Il contenuto di fondo del libro è che la strategia della tensione fu opera della parte più retriva della destra italiana, con la complicità di Cia & co e il ruolo chiave dell’Ufficio Affari Riservati, e fino a qui e senza entrare in dettagli, siamo alla versione ormai accettata da tutti. Ma la tesi che ci sta dentro è sempre quella degli anarchici sprovveduti e infiltrati, del Feltrinelli ingenuo e manipolato e, come nel libro si suggerisce, dandone per scontata la responsabilità, anche degli “eterodiretti” militanti di Lotta continua condannati per l’uccisione di Calabresi, che come burattini tirati da fili malefici eseguivano i calcolati disegni delle forze oscure della destra eversiva. Come Cucchiarelli, Ceccato non riesce a concepire che Pinelli, Valpreda e gli anarchici non c’entrassero assolutamente nulla con la bombe del 12 dicembre e che quello di Feltrinelli sia stato un incidente.

Chittaro è certamente un personaggio oscuro, manipolato e manipolatore, ma non aveva nulla a che fare con l’Andreola e se davvero tentò di infiltrarsi tra gli anarchici, proprio non ebbe successo. Ovviamente anche nelle pagine di questo libro, come in quello di Cucchiarelli, fa capolino un misterioso mister X, questa volta chiamato “Anonimo mafioso”, intento a raccontarci vicende tanto oscure quanto indimostrabili. Siamo, in ultima analisi, di fronte una forma di intossicazione, consapevole o no che sia, di un pezzo di storia negli anni della strategia della tensione. Ceccato ha detto in una intervista che: “ …su chi è stato (l’Andreola ndr) e su quanto ha fatto esistono riscontri ben precisi, capaci di riscrivere una nuova verità storica con cui la società, non solo italiana, dovrà per forza fare i conti”.

Trame e complotti contrassegnarono davvero quel periodo e la verità storica deve essere scritta. Ma un conto è studiarla, altro è inventarla.

Enrico Maltini

Questo articolo riprende, ampliandola, una recensione pubblicata su “il Manifesto” del 16 Ottobre 2013 a firma Saverio Ferrari, Enrico Maltini, Elda Necchi

 

30 agosto 1971 SID Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli

9 Mag 2013

Interessante vedere con quanta cura i vari servizi si interessassero a seguire gli sviluppi delle indagini sulla morte di Pino Pinelli in seguito alla denuncia di Licia Pinelli e le loro varie ipotesi sulla sentenza.

30 agosto 1971 SID su Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli COMP

30 agosto 1971 Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli

Perché la campagna di Lotta Continua per l’accertamento delle responsabilità del commissario Calabresi nella morte del compagno Pinelli fu giusta

30 aprile 2012


Da qualche tempo hanno ricominciato a piovere – grazie anche al film fantasy di Marco Tullio Giordana – ingiurie e menzogne contro la campagna di stampa che Lotta Continua portò avanti per l’accertamento della verità  sulla morte del compagno Pino Pinelli e sulle responsabilità del commissario Luigi Calabresi. Oggi come ieri siamo convinti che quella campagna fu giusta e riteniamo che parlarne ora separandola dal contesto in cui avveniva significhi deformare la storia. Pensiamo quindi che sia necessario ricordare, sia pur brevemente, i fatti.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 il corpo del compagno Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano dalla stanza del commissario della squadra politica Luigi Calabresi. Sono presenti i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno.

Nelle prime ore del 16 dicembre, nell’ufficio del questore Guida (quello  che durante il fascismo aveva diretto il carcere-confino di Ventotene) si tiene una conferenza stampa. Sono presenti, oltre allo stesso Guida,  Allegra, Calabresi e Lograno. E’ il questore ad aprire la danza delle menzogne – puntualmente riferite dalla giornalista Camilla Cederna – dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato… non posso dire altro…si è visto perduto..è stato un gesto disperato…una specie di autoaccusa, insomma. ….il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

Un’altra giornalista, Renata Bottarelli, annota le parole di Allegra che dice che negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana.

Parla poi  Calabresi,  secondo quanto riferisce ancora Renata Bottarelli: “Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Poche ore più tardi è Guida a rincarare la dose con una sconcertante dichiarazione “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”.

Sono queste le parole false, vigliacche e infamanti con cui  dirigenti e funzionari della questura di Milano si inventarono il “mostro” Pinelli in un maldestro tentativo di coprire le proprie responsabilità per quella morte. Ma sarà proprio l’uccisione del compagno Pinelli a diventare “la sabbia” che bloccherà l’ingranaggio della provocazione messa in atto contro gli anarchici e che aprirà gli occhi ad ampi settori democratici del Paese su quella, che sarà purtroppo solo la prima, delle stragi di Stato.

Gli apparati giudiziari – dimostrando la loro totale sudditanza alla ragion di stato – cercheranno di chiudere il più rapidamente possibile il capitolo della morte di Pinelli per togliere dai carboni ardenti i solerti dirigenti milanesi.

Il 21 maggio 1970 il sostituto procuratore Giuseppe Caizzi chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli , trasmettendo il fascicolo con la richiesta di archiviazione al giudice Amati, sostenendo che non vi era stata nessuna “responsabilità penale” e che Pinelli era morto per “un fatto del tutto accidentale”.

Il 3 luglio Antonio Amati deposita il decreto di archiviazione sulla morte di Pino.

Il 17 luglio Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione, quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida per le sue dichiarazioni dopo la morte di Pino.

E’ in questo contesto, contro questo vergognoso tentativo di salvare coloro che si trovavano nella stanza con Pinelli,  coloro che lo detenevano illegalmente oltre i limiti consentiti dalla loro stesse leggi, coloro che lo stavano torturando fisicamente e mentalmente (minacce, tenuto senza dormire, senza quasi mangiare, tentativi di incastrarlo nella strage, ecc.)  che nasce e si sviluppa la campagna di stampa di Lotta Continua.

 Come ci racconta un testimone dell’epoca, un compagno di Crocenera anarchica, la “persecuzione” del giornale Lotta Continua contro Calabresi non fu una campagna di odio cieco, come si vuol oggi far credere, ma fu una strategia ben mirata e calcolata con gli avvocati (compreso Gentili, un cattolico convinto) e condivisa con noi anarchici, quando il giudice Caizzi stava per archiviare il caso Pinelli. L’obiettivo era ottenere la querela da parte di un pubblico ufficiale (cosa che implicava facoltà di prova) per riaprire un’istruttoria sulla morte di Pino. Cosa che avvenne. Senza gli articoli di Lotta Continua non avremmo mai avuto il processo Calabresi-Lotta Continua (cioè contro Pio Baldelli che ne era il direttore responsabile), e non sapremmo niente sulla morte di Pinelli.

Calabresi tardò molto a querelare perchè voleva giustamente che lo facesse il Ministero, il quale invece non ne volle sapere. Fu così che gli articoli e le vignette divennero sempre più aspri.

Il commissario Calabresi – al di fuori che possa essere provata o meno la sua presenza nella stanza – era il più alto in grado a dirigere l’interrogatorio, sapeva cosa avveniva in quella stanza anche quando non era presente, sapeva che il fermo prolungato di Pinelli era illegale, e quindi il commissario era e rimane il principale responsabile di quella morte.

Coloro che oggi cercano di riabilitare la figura di Calabresi sono soltanto dei falsi e degli ipocriti. Falsi perché negano le sue responsabilità oggettive .  Ipocriti perché se anche si potesse provare, e non è ancora stato fatto, che non era presente in quella stanza nulla cambierebbe rispetto alla sua “complicità morale” con quella morte. Ricordiamo che con la formula  “complicità morale” in questo presunto stato di diritto sono stati comminati ai militanti dei gruppi armati decine e decine di ergastoli  senza che nessun  paladino dei diritti battesse ciglio.

Per questo motivo noi non rinneghiamo nulla di quella campagna di stampa e non ci vergogniamo di averla sostenuta. Era giusta ieri come lo sarebbe oggi. A distanza di 43 anni dai fatti noi ci battiamo ancora per la verità sulla morte di Pino Pinelli.

7 febbraio 1978 Gli avvocati di Pietro Valpreda denunciano l’ex Questore di Milano, Marcello Guida, per falsa testimonianza

7 luglio 2011

PRETURA DI CATANZARO

ATTO DI DENUNCIA PER FALSA TESTIMONIANZA

I sottoscritti avvocati Guido Calvi, Marco Janni e Domenico Torchia, anche a nome degli avvocati Nadia Alecci e Fausto Tarsitano, difensori di Pietro Valpreda e altri nel processo per la strage di Piazza Fontana

 DENUNCIANO

Marcello Guida, ex questore di Milano, per il delitto di falsa testimonianza commesso nell’udienza del 18 gennaio 1978 avanti la corte d’assise di Catanzaro, ed

ESPONGONO

Nell’udienza del 18 gennaio 1978 il dott. Marcello Guida, all’epoca questore di Milano, deponendo quale testimone ha dichiarato ripetutamente di non ricordare alcuni atti da lui compiuti nella giornata del 15 dicembre 1969: atti che trovano il loro momento centrale e più significativo nella esibizione al tassista Cornelio Rolandi, il quale affermava di avere trasportato una persona che poteva essere l’attentatore della banca dell’Agricoltura, di una fotografia, quella di Pietro Valpreda. Il testimone, la cui deposizione è una sequela di “non ricordo” se non addirittura di affermazioni smentite dai fatti, come quella relativa alla taglia di 50 milioni che egli non può non ricordare essere stata comunicata alla stampa nella stessa giornata del 15 dicembre, a proposito della fotografia di Pietro Valpreda ha detto: “Ripeto quanto ho già detto nell’udienza del 24 maggio 1974, che non ricordo se a Rolandi fu mostrata una foto di Valpreda. Dato il superlavoro a cui ero stato assegnato in quei giorni sono dettagli che mi sfuggivano nel 74 e a maggior ragione mi sfuggono ora”.

L’esibizione della fotografia di Valpreda, però, non appartiene ai dettagli di quella giornata; al contrario, essa appare strettamente collegata a una meditata decisione del vertice della questura milanese e, del resto, ne sono attenti e memori testimoni il col. Favali e il magg. Ciancio dei carabinieri, oltre al dott. Zagari dell’ufficio politico della questura.

Col. Aldo Favali (udienza del 18/1/78): “Prima che al Rolandi venisse mostrata la fotografia di Valpreda, io giungendo dal gabinetto del questore avevo detto al questore che quello era l’autista che si era presentato, lo aveva reso edotto della ricognizione che avevo fatto e lo ho ragguagliato di quanto Rolandi aveva riferito. Al termine di questo discorso il questore prese dal tavolo la foto e la mostrò a Rolandi dicendogli: “E’ questa la persona che lei ha accompagnato?” E il Rolandi disse: “sì, però era più magro” (nella deposizione istruttoria del 12 gennaio 1970 il col. Favali aveva aggiunto: “Il dr Zagari rispose che la fotografia non era recente”).

Mag. Giampietro Ciancio (udienza del 13/1/78: “Giunti nel gabinetto del questore il col. Favali riferì quanto il Rolandi aveva a noi dichiarato ed a un certo momento il questore prese dal tavolo una fotografia che si trovava con la parte bianca verso l’esterno e la esibì al Rolandi dicendo all’incirca: “E’ questa la persona da lei trasportata?” Il Rolandi rispose: “Sì, però la persona da me trasportata era più scarna e più stempiata”.

Dott. Beniamino Zagari (udienza del 18/1/78): “Io ricordo che mi fu chiesto per telefonò di reperire a foto di Valpreda e mi pare che tale richiesta fu fatta dopo che il Rolandi fu accompagnato nel gabinetto del questore ove io mi trovavo”. E nell’udienza del 30 maggio 1974 (deposizione confermata e allegata al verbale del 18/1/78): “Non ricordo a che ora fui chiamato, tramite centralino, non ricordo da quale funzionario di reperire una fotografia del Valpreda che era stato accompagnato a Roma un paio d’ore prima. Attraverso gli schedari, le carte d’identità o (di) altri documenti, non so quali, recuperai questa fotografia che portai nella stanza del questore”.

Di questi fatti, il cui accadimento è fuori discussione, il dott. Guida è stato, prima che testimone, protagonista principale, e non è assolutamente credibile che egli non ne abbia conservato alcun ricordo. Senza entrare nel merito, in questa sede, delle implicazioni processuali dell’atto compiuto dal questore, è cero che fu lui, nell’ambito del coordinamento delle indagini,che gli spettava, a chiedere o a far chiedere da funzionari del suo ufficio che gli fosse portata una fotografia di Valpreda, fu lui a tenere la foto presso di sé, posata sulla sua scrivania, fu lui, personalmente, a mostrarla a Rolandi, accompagnando il gesto con la frase: “è questa la persona da lei trasportata?”.

E se un dubbio dovesse rimanere sul carattere non occasionale, non di routine, non di dettaglio, dell’atto compiuto dal questore, basta aggiungere che, subito dopo, egli fu attivo protagonista di una comparazione tra la fotografia di Valpreda e l’identikit tracciato dai carabinieri sulla scorta della descrizione fornita da Rolandi. Il col. Favali (sempre nell’udienza del 18/1/78) a domanda risponde: “La comparazione tra lo identikit e la fotografia fu fatta dalle persone che si trovavano nell’ufficio del questore e cioè il questore, io, il cap. Cima e Ciancio. Tra i presenti vi era Rolandi. Ma il giudizio che vi fosse una certa rassomiglianza fu espresso dal questore e da me”. E il magg. Ciancio aggiunge “Sia l’identikit che la foto fu messa sul tavolo del questore e dall’esame fu fatta una comparazione”.

L’ex questore, naturalmente, ha dovuto negare anche il ricordo di questa comparazione e del giudizio di somiglianza che egli stesso, sostituendosi a Rolandi, ritenne di manifestare.

Ma non basta. Non si può credere alla mancanza di memoria del dott. Guida, anche se molti erano i suoi impegni e molti sono gli anni trascorsi da allora, perchè sappiamo indubitabilmente che Rolandi venne accompagnato a Roma (la ricognizione è del 16 dicembre) per iniziativa della questura milanese, la quale era appena giunta alla conclusione che il passeggero descritto dal tassista corrispondesse ai connotati di Valpreda. E non si tratta di nostre induzioni, per quanto logiche e ineccepibili, perchè di ciò esiste una conferma documentale, della quale il dott. Guida ha avuto lettura. In un rapporto del dott. Zagari alla procura della repubblica di Milano, in data 15 dicembre (vol. I, parte II, foglio 407) si legge: “Poiché dalla descrizione fornita dal tassista sui connotati del medesimo, appare che essi si presentano pressappoco identici a quelli del Valpreda, nella mattinata di domani il commissario Capo dr. Antonino Allegra si porterà, con il Tenente dei CC. Sig. Giampietro Ciancio e col tassista, in aereo, a Roma per le urgenti ricognizioni e contestazioni del caso, alla presenza di Magistrati romani”.

Dunque: l’esibizione della fotografia di Valpreda e il successivo giudizio di comparazione tra la fotografia e l’identikit del passeggero di Rolandi, costituiscono addirittura l’antefatto, la premessa della decisione di far accompagnare Rolandi a Roma per una ricognizione di persona su Valpreda.

E fu personalmente il questore, come dichiara il col. Favali nella deposizione istruttoria del 12 gennaio 1970 (vol. III, parte II, foglio 90) a occuparsi di questo trasferimento: “Verso le ore 20 ebbi a ricevere una telefonata dal questore con cui mi diceva che il Rolandi doveva essere accompagnato a Roma urgentemente. Dopo circa un quarto d’ora, mi telefonò nuovamente il questore, affermando che il Rolandi a seguito di una telefonata fatta da un certo prof. Paolucci alla questura, era stato ricondotto in questura da agenti che si trovavano ad attenderlo presso la sua abitazione, non essendo a conoscenza degli ulteriori sviluppi delle indagini. Mi portai nuovamente in questura ed assieme al questore pregai il Rolandi di recarsi a Roma per un atto di riconoscimento. Il Rolandi aderì con il consenso della moglie presente ed in tale circostanza io l’ammonii formalmente di agire secondo coscienza, di non farsi influenzare, se era sicuro del riconoscimento doveva dire si, se era incerto esprime i suoi dubbi, se non lo riconosceva dire apertamente di no. Aggiunsi pure che il suo atto assumeva una enorme importanza e di non tener conto che nel frattempo era stata pubblicata la notizia della taglia”.

Ripetiamoci. Fu proprio quell’esame fotografico a permettere alla questura di Milano di supporre che Pietro Valpreda e il passeggero del taxi di Rolandi potessero essere la stessa persona e, quindi, a far maturare la decisione di procedere alla ricognizione di persona davanti alla procura della repubblica di Roma.

Se dunque la reticenza è provata in modo evidente, non meno evidenti appaiono i motivi che hanno indotto il dott. Marcello Guida a commettere il delitto di falsa testimonianza.

L’ex questore di Milano, ammettendo i fatti riferiti da funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri, avrebbe dovuto rendere ragione di un comportamento a prima vista inspiegabile.

La polizia milanese aveva fermato Pietro Valpreda verso le ore 11 del 15 dicembre a seguito di una specifica richiesta del dott. Provenza, capo dell’ufficio politico della questura di Roma.

Nella sua deposizione del 21 gennaio 1978 e in quella, confermata, del 18 aprile 1974, il dott. Provenza ha dichiarato: 1) che verso le 22,30 – 23 del 14 dicembre 1969 egli richiese alla questura di Milano il fermo e il trasferimento a Roma di Pietro Valpreda; 2) che tale richiesta era giustificata dalle dichiarazioni di Merlino e dell’agente Ippolito alla polizia romana; 3) che egli non comunicò alla questura di Milano né il contenuto di quelle dichiarazioni né le ragioni della sua richiesta; 4) che in ogni caso la Polizia romana non aveva raccolto alcun indizio, anche soltanto per sospettare una partecipazione di Valpreda all’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Milano, cui si riferiva la testimonianza del tassista Rolandi.

Il questore, perciò, non disponeva di alcun elemento, neppure indiziario, che collegasse la persona di Pietro Valpreda all’attentato alla Banca dell’Agricoltura; ciononostante, nel pomeriggio del 15 dicembre, egli aveva sul suo tavolo una sola fotografia, quella appunto di Pietro Valpreda, e la mostrò a Rolandi.

Un gesto gravissimo, con cui egli dava a intendere di reputare, senza ragione, fortemente compromessa la posizione di Pietro Valpreda (tanto è vero che nel verbale di fermo si legge, e nessuno ha mai spiegato perchè: “gravemente indiziato del reato di strage”).

Il dott. Guida, dunque, ha mentito perchè, altrimenti, avrebbe dovuto riferire alla corte d’assise le ragioni, tuttora non documentate nel processo ma certamente esistenti, della decisione di mettere i ricordi di Rolandi a confronto privilegiato con le sembianze di Pietro Valpreda, ponendo le premesse e nello stesso tempo ipotecando l’esito della ricognizione di persona. Egli non può aver dimenticato una iniziativa che lo ebbe protagonista e che valse il 15 dicembre 1969, a collocare Valpreda al centro delle indagini: e con tale deliberata insistenza che nel corso di quella stessa sera, in quella stessa questura, proprio una confessione di Valpreda, che questi non aveva mai resa, sarà brutalmente rinfacciata ad un altro fermato, Giuseppe Pinelli.

 

Allegati

1) verbale udienza dibattimentale 18 gennaio 1978 e relativi allegati;

2) verbale udienza dibattimentale 21 gennaio 1978;

3) verbale deposizione istruttoria 12 gennaio 1970 del col. Favali;

4) rapporto 15 dicembre 1969 del dott. Zagari;

5) verbale udienza dibattimentale 18 aprile 1974.-

 

Catanzaro, lì 7 febbraio 1978