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1971 02 28 l’Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

10 novembre 2015

1971 02 28 l'Unità - Senza un perché le accuse agli anarchici. interrogato Calabresi

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande.

 

Milano. 27. Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perché l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, parti in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’Interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI — No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO — Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI — Alcuni fatti si, altri no… ad esempio non sapevamo dei rapporti fra la donna e il Braschi…

DOMINUCO — In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI — Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso… non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini   “anarchici”?».

CALABRESI   —   No…

DI GIOVANNI — E allora quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI — Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI — Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI — Si. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI — Non ricordo… Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI — No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI — Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI — No, era una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

 

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1970 06 7 Paese Sera – Il magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino”. La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Il magistrato rifiuta di intervenire sull'accusa Calabresi assassino

Dopo un esposto della squadra politica della questura milanese

II magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino,,

La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi» Il commissario in seguito ha querelato il direttore responsabile del settimanale

di M. Sass.

 

Clamoroso: la magistratura milanese si è rifiutata di denunciare e di prendere provvedimenti contro il settimanale milanese «Lotta Continua» che aveva scritto nei suoi due ultimi numeri degli articoli a nove colonne dal titolo «Calabresi sei tu l’accusato» e «Calabresi è un assassino». In questo modo la magistratura milanese dimostra chiaramente di non credere alla «innocenza» del commissario aggiunto Luigi Calabresi, nel cui ufficio l’anarchico Giuseppe Pinelli subì un interrogatorio e poi precipitò nel vuoto.

L’interesse della Procura milanese è stato attirato sui due clamorosi articoli da un esposto della squadra politica della questura, reparto a cui appartiene il commissario Calabresi, nel quale si chiedeva l’incriminazione del direttore responsabile del periodico. La Procura della Repubblica ha esaminato il breve esposto ma lo ha archiviato immediatamente affermando che il testo degli articoli in questione e che gratificavano, come abbiamo già detto, il commissario Calabresi della qualifica di «assassino», mettevano unicamente in causa l’onorabilità del predetto dott. Calabresi.

E’ estremamente importante e qualificante questa decisione: Calabresi, all’interno della magistratura milanese, sembra trovarsi isolato. Vogliamo sperare che questo isolamento venga ulteriormente accentuato dalla decisione del giudice istruttore dott. Amati che sta esaminando il fascicolo dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, di respingere l’archiviazione del «caso» richiesta senza alcuna motivazione e logica dal Sostituto Procuratore della Repubblica dott. Caizzi, tenendo per di più presente che il PM non ha affatto sostenuto la tesi del suicidio dell’anarchico ma ha affermato che la sua morte è «stato un fatto accidentale» (!).

Calabresi, in seguito alla decisione della Magistratura si è trovato, dunque costretto a presentare una denuncia «in proprio» contro «Lotta Continua» nella persona del suo direttore responsabile Pio Baldelli.

Il procedimento è stato affidato al sostituto procuratore dott. Guicciardi, che subito dopo le elezioni emetterà i mandati di comparizione e fisserà il processo per la metà di luglio.

La difesa di Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», ha intenzione di utilizzare il processo originato dalla querela di Calabresi per tentare di fare luce su tutta la vicenda che ha portato alla mostruosa morte di Pinelli. Ma oggi dobbiamo riprendere anche un altro discorso che avevamo iniziato nei giorni scorsi e che riguardava le denunce che colpiscono, per fatti diversissimi, molti dei testimoni a difesa nei due procedimenti Pinelli-Valpreda. Il fatto nuovo di ieri, che ci costringe a ritornare su questo argomento è l’incriminazione di quattro testimoni dell’inchiesta su Pinelli, tra cui l’Ardau e Valitutti.

Gli anarchici sono stati mandati sotto processo in seguito ad una manifestazione che si svolse a Milano il 25 aprile, intitolata «Processo allo Stato», e che riguardava in particolare la morte di Pinelli. Le imputazioni sono: di aver diffuso notizie false e tendenziose e manifestazione non autorizzata.

1971 03 30 Unità – «Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio». La deposizione di un anarchico al processo di Milano

9 giugno 2015

1971 03 30 Unità Calabresi mi picchiava durante l'interrogatorio

 

La deposizione di un anarchico al processo di Milano

«Calabresi mi picchiava durante l’interrogatorio»

L’episodio sarebbe avvenuto nei locali della questura. Il calderone dell’istruttoria – Una strana «supertestimone» – La figura di Giuseppe Pinelli

 

Milano, 29. – Al processo degli anarchici, l’interrogatorio degli imputati (rientrati al completo in aula), comincia a sollevare il coperchio di quel calderone che fu l’istruttoria; un calderone in cui finirono i più disparati ingredienti: incoscienza giovanile e infantilismo politico, «giri » pseudo-artistici e pseudo-intellettuali, vendette di donna, e infine, sotto varie forme, la provocazione. Il fatto più impressionante è che già dall’udienza di stamane, emergono nomi noti e comuni ad altre vicende: il commissario Calabresi e il brigadiere Panessa dell’ufficio politico della questura, l’anarchico Pinelli, che legherà il primo alla sua morte, il ballerino Valpreda, principale imputato della strage di piazza Fontana, e persino il presidente Saragat e il ministro Restivo, tirato in ballo dalla «supertestimone» Rosemma Zublema.

Ma ascoltiamo Paolo Braschi, un ragazzo livornese, che dimostra molto meno dei suoi ventisei anni ed ha alle spalle una famiglia povera e solo la quinta elementare. Deve rispondere di associazione a delinquere, furto di esplosivi da una cava di Grone (Bergamo) nel novembre ‘68, fabbricazione di ordigni esplosivi, quattro episodi di tentata strage.

Il Braschi, che già aveva ritrattato in istruttoria, nega tutto, ammettendo solo di aver trovato casualmente nei pressi di Livorno dell’esplosivo, che nascose per evitare guai, e che fu rinvenuto dalla polizia. Se la sua difesa non sembra troppo convincente su alcune circostanze, appare invece sincera su certe singolari vicende dell’istruttoria.

Conobbe dunque la «fatale» Zublema nella casa milanese dei coimputati Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti; e la donna mostrò subito uno spiccato interesse nei suoi confronti. Lui non se la sentiva di corrispondere («bastava guardarla per capire che non potevo avere una relazione con lei!»). Ma per compassione, e per evitare scene, la vide varie volte.

Il presidente, dottor Curatolo, lo interrompe: «Ma per quale ragione la Zublema dovrebbe accusarla falsamente?».

Braschi: «E chi la capisce! Io non sono né uno psicologo né uno psicanalista. E’ una donna molto contraddittoria come risulta dalle lettere che produrranno i miei avvocati: da un lato afferma di volermi bene e di credere alla mia innocenza; dall’altro sembra odiarmi e mi lancia accuse non solo false ma ripugnanti…».

Il presidente insiste: «E come spiega le accuse di suo fratello Carlo, del Della Savia davanti al giudice svizzero quando fu arrestato in quel paese, infine le sue stesse ammissioni, circostanziate almeno su alcuni episodi?».

Braschi: «Il Della Savia spiegherà lui quel che ha detto. Mio fratello ha ritrattato. Per quanto mi riguarda, occorre tener presente l’atmosfera di violenza in cui fui precipitato fin dal primo momento. Mi arrestarono a Livorno; subito mi portarono a Pisa, dove volevano attribuirmi gli attentati commessi in quella città e sapere l’indirizzo del coimputato Pulsinelli; alla mattina ero a Milano dopo una notte di interrogatori. A San Vittore a appena terminata la rivolta del 1969 e le guardie si sfogavano sui detenuti. Durante gli interrogatori, Panessa mi teneva fermo e Calabresi picchiava, minacciava di gettare in galera mia madre, di mettermi della droga in tasca».

Presidente e PM contestano: «Ma perché non parlò di questi maltrattamenti ai due PM e al giudice istruttore, davanti ai quali pure ritrattò almeno parzialmente le ammissioni?».

Braschi: «Perché non distinguevo fra magistrati e poliziotti. Infatti fra il primo e il secondo interrogatorio del PM. Calabresi venne in carcere e mi avvertì che se avessi parlato dei maltrattamenti, mi avrebbe imputato anche di calunnia. Inoltre mi sconsigliò dallo scegliere avvocati politici. Poi ci si mise anche la Zublema, che, ottenuto un permesso di colloquio in carcere, tentò di convincermi ad accusare gli altri imputati, dicendo che lei in Vaticano e nei ministeri era di casa, che avrebbe parlato con Saragat e con Restivo, infine che avrebbe testimoniato anche il falso per salvarmi poiché ormai c’era di mezzo il Sifar; ma dovevo prendere avvocati indipendenti lasciando i miei e diffidando anche di Pinelli, che si occupava di me. Il bello è che la Zublema si mostrava al corrente di circostanze che persino il mio difensore ignorava».

 

1971 04 23 Unità – Un anarchico confessò attentati mai commessi. Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi. di Pierluigi Gandini

9 giugno 2015

1971 04 23 Unità Un anarchico confessò attentati mai commessi

Incredibile deposizione del poliziotto Calabresi

«Un anarchico confessò attentati mai commessi»

Non sono attendibili i verbali della questura di Milano – Errori e dimenticanze – Uno strano sopralluogo a Parabiago – Confidenze di Valpreda

 

Milano, 22 – In Italia gli imputati, e in particolare i politici, o confessano tutto, anche quel che non hanno commesso, o si buttano dalla finestra. Tesi incredibile? Eppure essa è sostenuta da un esperto in materia, il commissario dottor Luigi Calabresi, indiscussa «vedette» delle due ultime udienze del processo degli anarchici.

Eccolo con la sua aitante figura, salire sul pretorio e rispondere alle domande dei giudici e avvocati. Sissignore, interrogò a diverse riprese gli imputati Braschi, Faccioli, Pulsinelli e la supertestimone Zublena. Maltrattamenti ai primi? Assolutamente no. Il Faccioli ne uscì con un labbro spaccato? Nemmeno per sogno, era l’imputato che si toccava continuamente una piccola pustola sopra la bocca. E il nostro commissario si preoccupò persino di procurargli dei libri in galera…»

A questo punto, il Faccioli, un ragazzino biondo, esplode «Ma se quando ti ho detto che gli altri detenuti di San Vittore volevano farmi la festa, mi hai riso in faccia!».

Interviene il P.M. dottor Scopelliti: « E’ vero che Braschi disse di aver confidato al Valpreda di essere stato lui l’autore dell’esplosivo e di due attentati?».

Calabresi: «Certo. Il 12 dicembre ’69 (e cioè lo stesso giorno della strage di piazza Fontana – n.d.r.), perquisendo la casa di Giuseppe Pinelli, trovammo le copie di due lettere indirizzate da quest’ultimo a due anarchici in cui comunicava che si sarebbe recato a Roma per sondare il Valpreda sull’episodio…»

L’avvocato Barchi, uno dei difensori del Faccioli, incalza: «E’ vero che la notte dal 29 al 30 aprile ’69, portaste il mio assistito fuori Milano per riconoscere una località?».

Calabresi: «Sì. Il Faccioli ci aveva detto una cosa che non sapevamo, e cioè che il Della Savia aveva un domicilio a Parabiago».

Il Della Savia dalla gabbia: «Ma se eravate già venuti a cercare mio fratello!».

Il commissario prosegue: «Così io e due sottufficiali accompagnammo il Faccioli in macchina a Parabiago. Ad un certo momento, lui chiese di scendere per orientarsi meglio, ma non riuscì a ritrovare la casa».

Barchi: «L’imputato dice invece che l’avete fatto scendere e correre sulla strada, minacciando di investirlo… Comunque, per ritrovare una casa, non era meglio andare di giorno?».

Calabresi: « C’era urgenza…».

Barchi: «Ma se l’avete trattenuto fino alla sera del 30! Comunque perchè di questo sopralluogo non vi è traccia negli atti?».

La risposta è incredibile: «Perchè diede esito negativo».

Barchi: «E lei disse che il Faccioli si era lasciato andare a confessioni ed accuse evidentemente false? Come mai di queste non vi è traccia nel verbale?».

Calabresi: «Beh, non ricordo esattamente quel che disse l’imputato. Il fatto è che ad un certo momento volle addossarsi episodi che per circostanze di tempo e di luogo, non poteva aver commesso. Così queste dichiarazioni non vennero messe a verbale».

Salta su l’avvocato Spazzali: «E, scusi, questo in base a quale norma del codice? Il verbalizzante ha l’obbligo di scrivere tutto!».

Calabresi: « Cosi facendo, la lettura diverrebbe difficile. Se un imputato dice di aver fatto saltare il duomo….».

Barchi: «Ma qui non si trattava di affermazioni cervellotiche bensì di precisi riferimenti ad attentati. Di che attentati parlò il Faccioli? Se non debbo concludere che il verbale è monco… ».

Calabresi: «Beh. non ricordo. Comunque ebbi l’impressione che il Faccioli, esagerando, volesse rendere incredibile tutta la sua confessione. Ma alla fine firmò il verbale così com’è».

1971 04 28 Unità – Senza un perché le accuse agli anarchici. Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

7 giugno 2015

1971 04 28 Unità Senza un perché le accuse agli anarchici

Al processo di Milano per gli attentati interrogato il commissario Calabresi

Senza un perché le accuse agli anarchici

Le indagini presero subito un preciso orientamento ma senza nessuna prova – Il riconoscimento di una guardia notturna che vide e non vide – Confronto in aula – Fuoco di fila di domande

 

Milano. 27 -Dopo le clamorose rivelazioni che ieri hanno ridotto a mal partito la supertestimone Rosemma Zublena e con lei l’intera accusa, l’udienza di oggi al processo degli anarchici è stata praticamente interlocutoria. Eppure il testimone di turno, commissario Luigi Calabresi, era di primo piano, e le spiegazioni a lui richieste, di grande importanza. Si trattava infatti di sapere come e perchè l’ufficio politico della questura, all’indomani degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, partì in quarta contro gli anarchici.

Purtroppo, la tattica di uno dei patroni del Della Savia, avvocato Giuseppe Dominuco, di porre una serie di domande tanto generiche e confuse da non poter neppure essere verbalizzate dal cancelliere Papa, ha impedito l’interrogatorio di recare tutti i suoi frutti.

Primo testimone sul pretorio, la guardia notturna Adriano Fasano.

Ed ecco nuovamente sulla pedana il commissario Calabresi in un distintissimo soprabito blu. L’avvocato Dominuco interroga: «Lei svolse indagini sui precedenti della Zublena?».

CALABRESI – No. (Eppure, a prescindere anche dalla personalità isterica della donna, si tratta pur sempre di una amante piantata e quindi di una teste da prendersi con le molle).

DOMINUCO – Quando sentì la Zublena, era già a conoscenza dei fatti su cui la interrogava?

CALABRESI – Alcuni fatti sì, altri no…ad esempio non sapevamo dei rapporti tra la donna e il Braschi…

DOMINUCO – In base a quali precisi elementi, la polizia decise di perquisire il domicilio dei coniugi Corradini e di fermare il Della Savia, il Braschi e il Faccioli?

CALABRESI – Quando io tornai da fuori Milano, le indagini erano già avviate in un certo senso…non sapevo che i giovani erano già sospettati prima…

Interviene lo avvocato Di Giovanni: «Ma il suo diretto superiore, commissario Allegra, ci ha detto che i fermi degli imputati, all’indomani del 25 aprile, furono la conclusione di una indagine già avviata sulla base di manifestini “anarchici” rinvenuti sui luoghi degli attentati… ora sui luoghi degli attentati del 25 aprile, furono ritrovati manifestini “anarchici”?».

CALABRESI – No..

DI GIOVANNI – E a quali altri elementi avevate contro gli imputati?

CALABRESI – Chiedetelo al dottor Allegra…

DI GIOVANNI – Ma lei personalmente non indagò su un certo Aniello D’Errico?

CALABRESI – Sì. Il D’Errico si riconobbe autore, insieme con tale Klaps e col Valpreda di una pubblicazione «Terra e Libertà» in cui alcuni attentati venivano attribuiti agli anarchici… Il D’Errico ci rivelò anche nomi, fatti e confidenze ricevute a Brera…

DI GIOVANNI – Dunque lei sapeva che le indagini erano indirizzate verso gli anarchici! Lei stesso lo ha riconosciuto in altra sede!

CALABRESI – Non ricordo …Si senta il dottor Allegra…

DI GIOVANNI – In quella occasione fu fermato anche il Valpreda?

CALABRESI – No, fu solo accompagnato in questura ed interrogato…

DI GIOVANNI – Nel corso del processo da lei intentato al giornale «Lotta Continua» e tuttora in corso, il dottor Allegra disse di aver ricevuto una confidenza che indicava come responsabile dell’attentato alla stazione centrale milanese del 25 aprile, l’anarchico Pinelli, al quale infatti lo stesso dottor Allegra aveva contestato la circostanza poco prima del noto volo dalla finestra. Può dirci chi era lo informatore?

CALABRESI – No, a una persona conosciuta soltanto dal dottor Allegra…

1971 04 30 Unità – Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli. di p.l.g.

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Calabresi ricusa il tribunale non vuole la perizia su Pinelli

 

Colpo di scena al processo di Milano

Calabresi ricusa il tribunale: non vuole la perizia su Pinelli

Il commissario aveva querelato il settimanale «Lotta continua» che l’aveva accusato di aver ucciso l’anarchico – Adesso l’avvocato difensore del poliziotto sembra contestare la decisione dei giudici di effettuare una nuova indagine in merito a quell’oscuro episodio

 

 

Dalla nostra redazione. 29.

Il commissario Luigi Calabresi ha ricusato il tribunale che giudicava il processo fra lui e il giornale Lotta continua. Del nuovo clamoroso episodio, si è avuta conferma ufficiale oggi nell’aula della I. sezione del tribunale

Come si ricorderà, il funzionario aveva querelato per diffamazione il periodico che l’aveva accusato di essere uno dei responsabili della morte di Giuseppe Pinelli. Dopo una lunga serie di udienze, il tribunale ordinò una perizia medico-legale sulle modalità della morte dell’anarchico, sospendendo quindi il dibattimento e disponendo l’invio degli atti al giudice istruttore.

Il Calabresi ricorse immediatamente contro l’ordinanza dei giudici, sollevando un primo «incidente di esecuzione» che però fu respinto dal tribunale. Ma il Calabresi tornò alla carica sollevando un secondo incidente che avrebbe dovuto essere discusso appunto oggi. Senonchè. nel frattempo, il legale del funzionario, avvocato Lener, ha presentato istanza di ricusazione del presidente della I. sezione del tribunale, dottor Carlo Biotti. Così oggi, invece di quest’ultimo l’udienza è stata presieduta dal dottor Mario Usai, il quale ha disposto che la discussione avvenisse in camera di consiglio e cioè praticamente in segreto presenti solo gli avvocati delle due parti. Dopodiché il dottor Usai ha dato conferma ufficiale della richiesta di ricusazione e ha rinviato l’udienza al 26 maggio prossimo.

Gli avvocati Gentili e Bianca Guidetti Serra, difensori del professor Pio Baldelli, già direttore responsabile di Lotta continua, hanno immediatamente depositato in cancelleria una istanza in cui esprimono il loro «enorme stupore» per la richiesta del Calabresi; sottolineano che questa è stata presentata solo dopo che il tribunale aveva ordinato la perizia medico-legale, utile non solo all’imputato ma, in generale, all’accertamento della verità.

La ricusazione è un mezzo eccezionale che viene raramente usato (a Milano si ricorda il bancarottiere Felice Riva a che tentò inutilmente di ricusare il presidente Luigi Bianchi D’Espinosa). L’art. 64 del codice di procedura penale prevede tutta una serie di motivi per cui il giudice può essere ricusato, motivi quasi tutti inerenti ad interessi o contrasti personali che possono esistere fra il giudice stesso e i suoi parenti da un lato, e una delle due parti dall’altro.

La notizia ha suscitato grande scalpore negli ambienti del palazzo anche per i buoni rapporti che da anni correvano tra l’avvocato Lener e il presidente Biotti.

Ma queste sono solo questioni di forma, la sostanza è un’altra. Il patrono del Calabresi si era ferocemente opposto alla perizia richiesta con insistenza dai difensori di lotta continua, invocando due motivi principali: l’accertamento non sarebbe servito a nulla; il processo sarebbe stato rinviato di due o tre mesi. Ora ci si domanda: se la perizia davvero non serviva a nulla, perchè allora rifiutarla con tanta ostinazione? Calabresi teme forse qualcosa? Secondariamente, prima a causa degli «incidenti di esecuzione» e adesso della ricusazione, il processo subirà un ritardo ben più lungo. E allora, Calabresi non ha più fretta di restaurare il suo onore? O per caso le contraddizioni emerse appunto dal processo contro il prof. Baldelli e lo sfaldamento dell’accusa in atto in questi giorni al processo contro gli anarchici (accusa alla quale il funzionario aveva  dato notevole contributo) hanno indotto o stesso funzionario a ricorrere a mezzi estremi? L’opinione pubblica attende al più presto una risposta

 

1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

7 giugno 2015

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

1971 04 1 Unità – Un anarchico: «Il brigadiere mi spaccò le labbra». Drammatica deposizione al processo di Milano. di p.l.g.

6 giugno 2015

1971 04 1 Unità - Drammatica deposizione al processo di Milano

Milano 31 – Grazie ad una udienza relativamente tranquilla, il dramma umano, giudiziario e politico che sta al fondo del processo contro gli anarchici, ha cominciato a prender forma.

L’apertura dell’udienza vede di nuovo sul pretorio il Della Savia, che vuole ancora spiegarsi. «Quando ieri ho parlato di fascisti, non mi rivolgevo alle persone, ma all’istituto della giustizia che difende la proprietà privata dei mezzi di produzione… Non sono stato estradato, sono stato rapito dalla Svizzera (e proprio qualche settimana prima della strage di piazza Fontana) per accuse che non erano contestate nel primo mandato di cattura… Quella pazza della Zublena che io avevo visto una sola volta, è andata anche in Svizzera a cercare i miei presunti amici. Vorrei sapere chi la muove: il poliziotto Calabresi, il giudice istruttore Amati o altre persone? Dopo la rivolta del ‘70 a San Vittore, sono stato deportato a Porto Azzurro fra delinquenti comuni che non sono più uomini, ma bestie, capaci solo di andare su e giù… ».

Ed ecco accendersi una battaglia per la presenza in aula di tutti gli imputati: battaglia che vede la corte ritirarsi per ben tre volte in camera di consiglio. Qual è la sostanza? Come si ricorderà, dopo gli incidenti di ieri, il presidente aveva deciso di interrogare ogni singolo imputato, escludendo dall’aula gli altri. Gli avvocati giustamente sostengono che questo nuoce alla difesa; per evitare eventuali intemperanze basterà allontanare di volta in volta il responsabile. Dal punto di vista pratico, l’assenza degli imputati costringe poi, ad ogni nuovo interrogatorio, a rileggere il verbale di quel che hanno detto gli altri, con una perdita di tempo facilmente immaginabile. Ma la corte, su conforme parere del PM, respinge le istanze, affermando appunto che la rilettura del verbale garantisce il diritto alla difesa.

Ed ecco sulla pedana Paolo Faccioli, un biondino ventunenne con gli occhi azzurri, il viso ancora infantile, indurito dalle sofferenze. Pesano su di lui ben 12 accuse. Il presidente interroga: «Lei è già stato condannato dal Tribunale di Bolzano a 20 giorni di arresto e 15 mila lire di ammenda (pena poi cancellata dall’amnistia) per una bomba carta fatta esplodere nella cattedrale di quella città?».

Faccioli: «E’ vero e rivendico quel gesto proprio per dimostrare la mia estraneità agli altri attentati… Adesso, quando ci penso, sorrido perchè quello era un gesto dimostrativo, corrispondente all’immaturità delle lotte di massa in una zona arretrata… Non sono un pacifista, ma sono anche contrario alla violenza contro gli individui. L’unica violenza a cui credo, è quella delle masse proletarie per instaurare uno stato socialista liberiano… ».

E qui si arriva ad un primo mistero. In tasca al Faccioli, fu rinvenuto un foglio con lo schema di un ordigno uguale, secondo la polizia e il perito, a quelli usati per le esplosioni di Milano. Ma un foglio identico risulta sequestrato anche al coimputato Braschi. Ci furono dunque due fogli oppure uno solo che «trasmigrò» dal fascicolo Braschi a quello Faccioli? L’imputato che aveva all’inizio indicato il foglio come proveniente da un quaderno del Braschi e poi da un giovane torinese sconosciuto, ora sostiene che queste sono versioni false, la prima imposta dalla polizia, la secondo suggerita da altri detenuti.

E qui si apre il solito capitolo degli interrogatori polizieschi. «Mi lasciarono tre giorni senza mangiare e senza dormire, picchiandomi e minacciandomi: erano il commissario Zagari, i gorilla Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi» (i tre ultimi sono gli stessi protagonisti dell’ultimo interrogatorio del Pinelli – n.d.r.).

PRESIDENTE – Ma perché non ne parlò ai pubblici ministeri e al giudice istruttore che l’interrogarono?

FACCIOLI – Era la prima volta che mi trovavo a contatto con quell’apparato mostruoso… Gli altri detenuti mi consigliavano… Creda pure, che a San Vittore, il mio aspetto efebico mi comprometteva… Pensi che un giorno il Calabresi e gli altri, col pretesto di farmi ritrovare la madre del Della Savia, mi portarono in macchina a Parabiaco, mi fecero scendere ordinandomi poi di correre davanti… Mi seguivano a fari spenti e dicevano: «Tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà… Possiamo romperti le ossa e dire che è stato un incidente». Comunque ne parlai subito al mio difensore avvocato Barchi, che mi consigliò di riferire al giudice.

E l’avvocato Barchi: E’ vero».

Faccioli prosegue: «Il gorilla Panessa mi spaccò le labbra con un pugno; ma all’ingresso di San Vittore non fui sottoposto ad alcuna visita medica…».

A questo punto, il secondo patrono, avvocato. Ramaioli, ed altri avvocati chiedono ed ottengono l’acquisizione dei registri delle visite e delle cartelle cliniche a San Vittore. Dopodiché il Faccioli respinge tutte le altre imputazioni. «Ci vennero attribuiti gli attentati del 25 aprile che poi risultarono commessi dai fascisti greci… ».

Il presidente sobbalza: «E chi l’ha mai detto? Agli atti non figura niente di simile!».

Il pubblico ride e l’udienza viene rinviata a domani.

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

1972 03 25 Umanità Nova – Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l’assurda istruttoria

13 maggio 2015

1072 03 25 Umanità Nova - Scoperte altre prove contro i fascisti ma Occorsio difende l'assurda istruttoria

 

Nel momento in cui, con l’assassinio di Feltrinelli, coloro che da anni accarezzavano il sogno di poterlo incastrare al loro posto come ideatore, mandante e finanziatore di tutte le azioni dinamitarde effettuate dal 1969 ad oggi (e costoro – non ci stancheremo di ripeterlo – sono agli ordini delle centrali eversive internazionali KYP e CIA che hanno in Italia migliaia di agenti specializzati), la controinformazione trovava altre prove per inchiodare i fascisti come esecutori della strage di Stato.

Questa volta si tratta addirittura di colui che, nel momento di assoluto e grave silenzio che seguì l’esplosione di piazza Fontana fu visto da un industriale bergamasco e dalla sua moglie fuggire dalla banca della Agricoltura e sfrecciar via dalla piazza a bordo di una veloce «Giulietta» rossa. L’uomo della «Giulietta» rossa è da identificarsi nel fascista N.C., la cui presenza sul luogo della strage è certa e potrà essere confermata da diversi testimoni, oltre il succitato industriale e sua moglie. Di questo N.C. esistono vistose tracce negli atti dell’inchiesta sulla strage.

Precisi riferimenti sui suoi andirivieni tra le varie città italiane in concomitanza con gli attentati e sui suoi collegamenti con ben noti fascisti, sono stati ovviamente, pubblicati su «La Strage di Stato». Ma Occorsio e Cudillo, nella loro mastodontica e defatigante inchiesta, sorvolano elegantemente tutte le tracce del genere (anche se a tutti era chiaro fin da allora che ognuna di esse avrebbe potuto condurre ad una delle tante «cellule nere» che operavano agli ordini della centrale terroristica) per correre dietro alle amene ed idiote chiacchiere del poliziotto provocatore Salvatore Ippolito.

Quanto diciamo sull’uomo della «Giulietta» rossa è stato pubblicamente rivelato sabato scorso a Milano nel corso di una assemblea popolare svoltasi nella facoltà di Scienze ed ha destato enorme impressione. Ma la stampa, completamente frastornata dagli ultimi sconvolgenti avvenimenti culminati con lo assassinio di Feltrinelli, ha relegato la notizia in poche righe. Eppure si tratta di una delle tante «bombe» che erano destinate ad esplodere clamorosamente, giorno dopo giorno, nel corso del processo per la strage ed a far crollare l’equivoco castello dell’accusa. Se la difesa non avesse avuto armi sufficienti per ridicolizzare e stritolare l’istruttoria, il processo contro gli anarchici si sarebbe svolto da tempo e si sarebbe risolto con la condanna degli imputati innocenti. Nessuno ha smentito la notizia delle vergognose ed inammissibili pressioni di Andreotti sul procuratore De Andreis perché il processo venisse sospeso, notizia divulgata ben tre giorni prima della incredibile sentenza del tribunale presieduto da Falco con la quale, pur riconoscendo l’illegittimità della decisione di Occorsio e Cudillo di avocare a se stessi l’istruttoria strappandola al giudice di Milano, si è ritenuto di non poter sconfessare apertamente tutto il loro operato dichiarando nulla, come sarebbe stato logico e giusto, la sentenza istruttoria scaturita dall’inchiesta a senso unico condotta da due giudici «incompetenti».

Se gli strafalcioni, i cavilli procedurali ed i conflitti di competenza hanno caratterizzato il lunghissimo ed interminabile iter di questa sporca vicenda, a tal punto ingrovigliata che è lecito ogni dubbio sulla possibilità che il sistema riesca in qualche modo a risolverla, non poteva mancare, così come non è mancato per il caso Pinelli, un risvolto giudiziario che portasse in altra sede il dibattito sull’istruttoria

Nel caso Pinelli l’opportunità di mettere le mani nello scandalo fu imprudentemente offerta da quel Calabresi ormai a tutti noto con l’appellativo di assassinio. Calabresi denunciò Baldelli e Lotta Continua ed il processo si è rivelato un boomerang contro di lui ed i suoi accoliti.

Ora è la volta dell’istruttoria sulla strage ed è proprio uno dei suoi artefici, il giudice Occorsio, che, non riuscendo più a rimanere insensibile di fronte al dilagare delle accuse, con una denuncia a Camilla Cederna porta in tribunale un dibattito che, se non sarà «strozzato» da limiti ed opposizioni curialesche, potrà aprire grosse brecce e far saltare tutta la montatura dell’accusa a Valpreda e compagni.

Occorsio annunciando la sua decisione di denunciare la Cederna e L’Espresso ha ammesso che dovranno sedere sul banco degli imputati per aver rispettivamente scritto e pubblicato le stesse valutazioni sul suo operato che in precedenza erano state chiaramente ed energicamente espresse in tribunale dagli avvocati della difesa, ai quali aveva dovuto consentire, senza poter reagire, di dire tutto quello che dissero in virtù di un loro diritto sancito da un certo articolo del codice. Interessante, edificante, democratico!

Quando in aula Occorsio annunciò che avrebbe denunciato Valpreda perché lo aveva offeso rivolgendogli con linguaggio popolare giudizi simili a quelli espressi dagli avvocati, dicemmo che in questi casi la «giustizia» è una questione di «casta». Ora Occorsio, con questa brillante iniziativa ci spiega che è una questione di «ruolo», per cui esiste nel codice…fascista un preciso articolo di legge che discrimina i cittadini in barba all’assurda costituzione che sancisce la loro uguaglianza di fronte alla legge.

Ma che cosa ha scritto la Cederna per riuscire a scuotere il placido dott. Occorsio e strappargli una denuncia? Leggiamolo: «La accusa è stata messa con le spalle al muro, come schiacciata da 26 mesi di illegittimità, macchinazioni, falsificazioni, convinzioni ostinatamente preconcette, e lo accusatore, cioè il secondo grande personaggio del dramma, non ha saputo rispondere». Tutto qui, certo meno di quanto è stato detto contro l’operato dei giudici romani da ogni giornale non fascista. Dobbiamo quindi pensare che l’iniziativa di Occorsio si inquadri, forse involontariamente ma con sospetta puntualità e precisione, nella manovra che, con l’assassinio di Feltrinelli e con le continue e pressanti minacce al giudice Stiz, tendente ad accantonare e cancellare tutte le prove che inchiodano i fascisti e la CIA agli attentati ed alla strage per riaccreditare la balorda e insostenibile tesi di Valpreda pazzo dinamitardo?

Si, possiamo pensarlo ed abbiamo il dovere di dirlo; da una strage di Stato c’è da aspettarsi di tutto, c’è persino da supporre, con la convinzione che i fatti confermeranno ancora una volta le nostre previsioni, che Feltrinelli non sarà l’ultima vittima di questa tragica catena di delitti.