Posts Tagged ‘commissario Luigi Calabresi’

1972 02 19 Umanità Nova – Licia Pinelli chiede l’incriminazione di Lener

4 Mag 2015

1972 02 19 Umanità Nova - Licia Pinelli chiede l'incriminazione di Lener

 

In una istanza inviata alla magistratura, Licia Pinelli chiede che siano presi provvedimenti contro Lener, dopo aver rilevato una serie di manipolazioni dei fatti e della verità messe in atto dall’avvocato miliardario della polizia, che «mente sapendo di mentire» quando osa perfino sostenere che nella sua prima deposizione Licia avrebbe detto di credere alla tesi del suicidio o quando seguita a sostenere che alla ridicola perizia disposta da Caizzi partecipò un medico incaricato dalla famiglia Pinelli.

Lener mente sfacciatamente, insulta vilmente, denigra spudoratamente, senza che nessuno riesca a bloccarlo in questa incessante e pubblica opera di mistificazione della verità. Evidentemente tutto questo rientra nella vasta e bassa manovra tendente ad evitare indeterminatamente che gli assassini di Pinelli, oltre ad essere stati smascherati dall’opinione pubblica, lo siano anche in tribunale.

1971 12 4 Umanità Nova – Un processo che fa paura ai complici del sistema. Falsi della questura di Roma

1 Mag 2015

 1971 12 4 Umanità Nova - Un processo che fa paura ai complici del sistema. Falsi della questura di Roma (Di Cola)

 

 

Lacune, caos, collusioni, menzogne, infamie dell’inchiesta sulla strage di stato

Falsi della questura di Roma

Alla pubblicazione sul precedente numero di Umanità Nova della lettera del compagno Enrico Di Cola, la questura di Roma ha reagito con una velocità inusitata, ed a poche ore di distanza diramava un comunicato di smentita. Evidentemente l’argomento degli anarchici, sospettati pochi attimi dopo la strage di Stato, comincia a bruciare e, pur di salvare la faccia, questori e funzionari vari si vedono costretti a ricorrere con sempre maggior frequenza al falso, ed ha poca importanza se nelle vesti di pubblici ufficiali o di semplici e meschini conferenzieri occupati a scaricare le proprie responsabilità.

Il comunicato diramato dalla questura romana si permette di affermare: «Di Cola è stato fermato nella notte del 12 dicembre 1969 quando ancora non vi era alcun sospetto che Pietro Valpreda fosse responsabile della strage di Milano. I sospetti nacquero la sera di domenica 14 dicembre. Furono inoltre i carabinieri ad occuparsi del Di Cola e nel suo interrogatorio i carabinieri, che fino a quel momento ignoravano l’esistenza di Valpreda, non avrebbero potuto fare minacce a Di Cola per costringerlo a favorire l’incriminazione di Valpreda». Fino a qui la frettolosa ed impudente dichiarazione della questura romana per cercare di arginare le conseguenze delle denuncie che ormai si rovesciano a valanga contro le vergognose complicità a tutti i livelli con i responsabili materiali ed i mandanti della strage di Stato.

Le smentite a tale frettolosa dichiarazione sono state rilasciate dagli stessi inquirenti durante i giorni nei quali promozioni, telegrammi ed encomi solenni si riversavano a carrellate sulla «brillante polizia italiana». Il 7 aprile 1970, il nucleo investigativo dei carabinieri di Roma comunicava al magistrato Vittorio Occorsio: «Nella supposizione che le esplosioni erano da attribuire ad elementi di tendenza anarchica o quanto meno ad elementi appartenenti alle correnti politiche extra-parlamentari di tendenza estremista, le indagini venivano orientate in tal senso».

Da questa comunicazione, si viene quindi a sapere che «…le indagini vennero orientate in tale senso», subito dopo lo scoppio delle bombe di Stato. E’ superfluo ricordare che «le indagini orientate in tale senso», fecero di Valpreda l’accusato di Stato.

Il responsabile dell’ufficio stampa della questura di Roma, prima di rilasciare dichiarazioni sballate e spudoratamente false su ciò che i carabinieri sapevano o non sapevano, farebbe bene a leggersi gli atti del processo istruttorio per la strage di Stato.

A Milano il 16 dicembre 1969, l’ex questore Marcello Guida dichiarava: «E’ stata la questura di Roma a suggerire di cercare il Valpreda. Ci siamo quindi messi sulle sue tracce e per tutta la notte di domenica (dal 13 al 14) lo abbiamo cercato dove era solito bazzicare. Poi si è saputo che il mattino successivo doveva presentarsi in tribunale dal giudice istruttore Amati». La dichiarazione di Guida è precisa. «Ufficialmente» la questura di Milano venne informata dei sospetti su Valpreda dalla questura di Roma, il 13 dicembre e non il 14.

Quasi contemporaneamente a Roma il questore Parlato alla domanda di un giornalista «altri indiziati hanno fatto il nome di Valpreda?», rispondeva: «Può darsi. Comunque noi sapevamo già che Valpreda aveva la coscienza sporca. Gli abbiamo fatto il vestito addosso, ora mancano le rifiniture».

Il vice questore Provenza aggiungeva: «La sera del 12 dicembre, ho pensato a Valpreda come al responsabile della strage».

Tali dichiarazioni vennero riportate da tutta la stampa nazionale. Al cumulo delle dichiarazioni rilasciate dai funzionari ad alto livello, debbono poi aggiungersi le affermazioni dell’ex commissario aggiunto Luigi Calabresi il quale, due ore dopo lo scoppio della bomba di Milano, sapeva già che Valpreda era il dinamitardo.

Ogni commento all’impudente comunicato della questura romana è pertanto superfluo, e sarebbe opportuno che il ministro interessato intervenisse per proibire ai suoi dipendenti di dire fregnacce che si ritorcono, come un boomerang, su coloro che le pronunciano. Il processo per la strage di Stato si farà, e non con Valpreda come accusato, ma con i vari Allegra, Provenza e Calabresi sul banco degli imputati.

Se questi signori insistono nel voler parlare a sproposito, noi siamo dell’idea che farebbero meglio a risparmiare il loro fiato per tale occasione. Ne avranno bisogno.

 

7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.

2013 dicembre A Rivista anarchica Ancora bufale su piazza Fontana. Quando la smetteranno? Enrico Maltini

18 dicembre 2013

Aveva iniziato Paolo Cucchiarelli con Il segreto di piazza Fontana (Ponte alla Grazie, 2009), un testo infarcito di invenzioni su Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Un ponderoso volume (700 pagine) costruito su una serie di falsità, con infiltrati fascisti (Mauro Meli) nel Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa mai esistiti, con presunti stragisti (Claudio Orsi) che il 12 dicembre 1969 si trovavano a centinaia di chilometri da Milano, per finire con l’accusa all’attuale direttore di “A” Rivista anarchica di essere l’anarchico (in realtà mai esistito) che non avrebbe allora confermato l’alibi di Pinelli. Accusa che gli costò una ritrattazione a pagamento sul Corriere della sera e su La Stampa.

Nella richiesta di archiviazione inoltrata al gip, nel maggio 2012 dai pm di Milano, e accolta nell’ottobre scorso, circa l’ultimo stralcio di indagini sulla strage di piazza Fontana, le tesi di Cucchiarelli relative all’esistenza di una “doppia bomba” e al coinvolgimento di Valpreda e Pinelli sono state definite di “assoluta inverosimiglianza”, così come “le dichiarazioni della fonte anonima in questione, utilizzate dal giornalista, palesemente prive di fondamento”. Non è dunque mai esistito il fantomatico mister X citato dallo stesso autore come fonte delle proprie “scoperte”.

L’ossessione del doppio

Nello stesso solco Stefania Limiti che ha invece teso, con alcune sue pubblicazioni, a rivisitare la storia di questo secondo dopoguerra producendosi in evidenti forzature della realtà. Illuminante l’introduzione de Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK (Nutrimenti, 2012), con postfazione del solito Cucchiarelli, in cui si ipotizza che lo “schema operativo” approntato per assassinare nel 1963 il presidente americano sia stato utilizzato anche per la strage di piazza Fontana, con Valpreda al posto di Lee Oswald, mero burattino nelle mani di fascisti e servizi segreti (la stessa tesi de Il segreto di piazza Fontana). Emerge in questi due autori un’autentica ossessione per il “doppio” (le doppie bombe, le doppie identità), per cui tutti i protagonisti, loro malgrado, si palesano unicamente come marionette nelle mani degli apparati o dell’estrema destra. E non solo, siccome l’appetito vien mangiando, dal “doppio” si passa ora al “quadruplo”. A quando il raddoppio?

Il mutante

È infatti la volta de L’infiltrato di Egidio Ceccato (Ponte alle Grazie, pp. 324, € 14,00, introduzione di Paolo Cucchiarelli), di genere fantastico, se non avesse la pretesa di considerarsi un lavoro storico. Il libro è infarcito di frasi del tipo: “Un elemento cardine di questa strategia è l’infiltrazione…”; “…a un certo punto l’anello anarchico si agganciò a quello dei gruppi marxisti-leninisti e nazimaoisti e ambedue finirono manovrati da menti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale….”; “…l’Andreola metteva a segno la sua infiltrazione…nel gruppo rivoluzionario di Feltrinelli e in quello anarchico….”; “…Chittaro Giuseppe aveva nel corso del 1969 infiltrato i circoli anarchici milanesi…”; “ …viene infiltrato tra i gruppuscoli anarchici e dell’estrema sinistra…”; “E lo stesso Feltrinelli fu un ingenuo strumento nelle mani dei servizi e della destra, che lo fecero saltare letteralmente in aria mettendo in mano all’editore-bombarolo dei timer difettosi preparati appunto da quel Gunter che si era conquistato la fiducia tanto incondizionata quanto malriposta dell’imprenditore…” E via di questo passo, tra anarcomarx-lenin-nazimaoisti (???), infiltrati, traditori e vittime ignare.

La storia narrata, incentrata sulla figura di un diabolico pluri-infiltrato di nome Berardino Andreola, è completamente campata in aria, come dimostriamo in queste brevi note. Avremmo potuto anche lasciar perdere, ma non possiamo accettare la presunzione – non solo di Ceccato – di poter tranquillamente affermare, senza prova alcuna, che gli anarchici sono perennemente preda di infiltrati e manipolatori, in balia di ogni burattinaio di passaggio e che così fu anche a Milano al tempo della strage di piazza Fontana.

L’infiltrato sarebbe tale Berardino Andreola, già coinvolto nel 1975 nel fallito sequestro in Sicilia dell’ex senatore democristiano Graziano Verzotto. Un delinquente comune, figlio di un maresciallo dell’Ovra e lui stesso fascista, più volte condannato per truffa, traffico d’armi e altri reati comuni, ma dipinto da Ceccato come abile spia di un oscuro servizio tedesco. Ebbene, ai tempi di piazza Fontana e negli anni seguenti, questa stessa persona si sarebbe “trasformata”, a fini di provocazione, assumendo nel tempo le generalità di ben altri quattro personaggi, variamente infiltrandosi tra gli anarchici e non solo.

I personaggi via via interpretati, realmente esistiti, sono: un confidente di Allegra e Calabresi di nome Giuseppe Chittaro Job, poi un tale Giuliano De Fonseca, in seguito tale Umberto Rai e infine un uomo chiamato Gunther. Tutti costoro sarebbero la stessa persona, ovvero l’Andreola. Fin qui si potrebbe trattare di fantasie innocue, di cui il Ceccatosi assume la responsabilità.

Ma l’autore dà anche per certo che il Chittaro si sarebbe davvero infiltrato fra gli anarchici, insistendo sui: “…contatti di Chittaro/Andreola con gli anarchici milanesi…” (ma quando mai?). Ma non solo, perché lo stesso Andreola sarebbe poi entrato in relazione, questa volta con il nome di Umberto Rai, ancora con “noti anarchici” e con Giangiacomo Feltrinelli, ed è con il nome di Gunther, sotto il traliccio di Segrate nel 1972, che l’Andreola/Gunther ne avrebbe volontariamente causato la morte, grazie alla manipolazione del timer che l’editore stava maneggiando. Il tutto senza fornire il minimo riscontro o una prova. Sarebbe invero stata sufficiente qualche verifica per evitare figuracce e rendersi conto che si tratta di persone del tutto diverse tra loro. Una verifica sull’età ci dice che Andreola nacque a Roma nel 1928; Chittaro, come da rapporti di polizia e da certificato anagrafico di nascita, a Udine nel 1940; Rai nasce a Milano nel 1923, come da documentazione della questura di Milano e dal mandato di fermo del 15 dicembre 1969, mentre il Gunther risulta nato fra il 1927 e il 1931. Quanto alle morti, si sa di Andreola nel 1983, a 55 anni e di Gunther nel 1977.

Da altre verifiche si apprende anche che nel 1975 l’Andreola, dal carcere di Palermo, si propose come informatore sulle Br ai giudici di Torino, che dopo averlo sentito lo bollarono per “manifesta inattendibilità” e “calunnia”. Berardino Andreola, condannato per tentato sequestro a scopo di estorsione, rimarrà in carcere dal 1975 fino alla sua morte, nel carcere di Fossombrone, nel 1983.

Chi erano?

Ma chi erano nella realtà storica questi personaggi? Per ragioni di spazio, riportiamo solo alcuni elementi, ma molti altri ve ne sarebbero: Chittaro, di corporatura media, era un mezzo mitomane che nel 1969 bazzicava (a suo dire) l’ex hotel Commercio e l’allora casa dello studente occupati, nonché i gradini del Palazzo di Giustizia di Milano, dove l’anarchico Michele Camiolo faceva lo sciopero della fame. Uno che viveva di espedienti, non troppo alfabetizzato, (nelle sue lettere si legge ad esempio l’aradio, la scuadra politica…), più volte condannato per truffa, sostituzione di persona e anche traffico di armi (due fucili), ma che godeva di strani agganci in Francia e Svizzera presso questure e consolati. Con questo tizio aveva stretti rapporti il capo dell’ufficio politico della questura milanese Antonino Allegra, che sperò fortemente di trarre da lui confidenze determinanti per accusare gli anarchici, tanto da inviare il commissario Calabresi a Basilea, per un incontro con lui presso il consolato, addirittura il 13 dicembre, giorno dopo la strage. Una trasferta che si rivelerà del tutto infruttuosa. Anni dopo, nel 1980 – si noti che Andreola era in carcere – il Chittaro fu oggetto di numerosi articoli sul quotidiano Lotta continua, su l’Unità e altri giornali, perché coinvolto in una complicata e oscura storia di falsi documenti e depistaggi sulla morte di Feltrinelli. Chi lo incontrò allora ricorda che il Chittaro si vantava sempre di grande dimestichezza con l’editore.

Gunther era il soprannome di Ernesto Grassi, che non era un traditore né un assassino e non ha manipolato alcun timer, ma era operaio in una fabbrica di Bruzzano, con un’esperienza di partigiano in Valtellina, faceva parte dei Gap di Feltrinelli e la tragica sera del maggio 1972 era davvero con l’editore, ma doveva occuparsi del traliccio di Gaggiano e non di Segrate. Chi lo ha conosciuto descrive fisicamente Gunther come molto piccolo e minuto.

Umberto Rai era al contrario molto alto e robusto, ex pugile ed ex partigiano, di professione pittore, con lievi precedenti per reati comuni, fermato a Milano dopo la strage perché in precedenza indicato da “fonte confidenziale” (Anna Bolena) come implicato nelle bombe sui treni dell’agosto ’69. Rai frequentava allora, come molti “alternativi”, anarchici compresi, i locali di Brera e anche a lui furono chieste da parte di Allegra e Calabresi e, ancora una volta invano, confidenze sugli anarchici (su Paolo Braschi in particolare), come si ricava da un lungo interrogatorio in data 13 dicembre 1969. Il Rai lavorò un paio di settimane per Feltrinelli, pare come guardiaspalle di Rudi Dutsche, ospite dell’editore. Nel 1969, testimoniò in Germania al processo per la strage nazista di ebrei del settembre 1943 a Meina sul Lago Maggiore, ma fu ritenuto inaffidabile dalla corte. Dal canto suo l’Andreola, nell’unica foto pubblicata nel libro e scattata nel 1977, appare un tipo normale e un po’ sovrappeso.

Anche Pinelli e Calabresi

Ma le sorprese del nuovo libro non finiscono qui: l’autore non dà nulla per certo, ma lascia intendere che anche la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi sarebbero in larga misura riconducibili al ruolo del Chittaro/Andreola: ruolo di confidente “infiltrato negli ambienti anarchici”, che Pinelli avrebbe smascherato quella notte in questura, condannandosi così a morte. Mentre per Calabresi, oltre a ritenere che: “… si fosse troppo avvicinato a verità delicate in materia di traffici di armi ed esplosivi, non è da escludere neppure che egli stesse indagando sulla vera identità e sulla reale collocazione politica del soggetto incontrato a Basilea il 13 dicembre 1969 e presentatosi col nome di Giuseppe Chittaro”, dunque anche lui colpevole di aver scoperto il ruolo o i ruoli giocati dall’Andreola, di cui era prima all’oscuro.

Il contenuto di fondo del libro è che la strategia della tensione fu opera della parte più retriva della destra italiana, con la complicità di Cia & co e il ruolo chiave dell’Ufficio Affari Riservati, e fino a qui e senza entrare in dettagli, siamo alla versione ormai accettata da tutti. Ma la tesi che ci sta dentro è sempre quella degli anarchici sprovveduti e infiltrati, del Feltrinelli ingenuo e manipolato e, come nel libro si suggerisce, dandone per scontata la responsabilità, anche degli “eterodiretti” militanti di Lotta continua condannati per l’uccisione di Calabresi, che come burattini tirati da fili malefici eseguivano i calcolati disegni delle forze oscure della destra eversiva. Come Cucchiarelli, Ceccato non riesce a concepire che Pinelli, Valpreda e gli anarchici non c’entrassero assolutamente nulla con la bombe del 12 dicembre e che quello di Feltrinelli sia stato un incidente.

Chittaro è certamente un personaggio oscuro, manipolato e manipolatore, ma non aveva nulla a che fare con l’Andreola e se davvero tentò di infiltrarsi tra gli anarchici, proprio non ebbe successo. Ovviamente anche nelle pagine di questo libro, come in quello di Cucchiarelli, fa capolino un misterioso mister X, questa volta chiamato “Anonimo mafioso”, intento a raccontarci vicende tanto oscure quanto indimostrabili. Siamo, in ultima analisi, di fronte una forma di intossicazione, consapevole o no che sia, di un pezzo di storia negli anni della strategia della tensione. Ceccato ha detto in una intervista che: “ …su chi è stato (l’Andreola ndr) e su quanto ha fatto esistono riscontri ben precisi, capaci di riscrivere una nuova verità storica con cui la società, non solo italiana, dovrà per forza fare i conti”.

Trame e complotti contrassegnarono davvero quel periodo e la verità storica deve essere scritta. Ma un conto è studiarla, altro è inventarla.

Enrico Maltini

Questo articolo riprende, ampliandola, una recensione pubblicata su “il Manifesto” del 16 Ottobre 2013 a firma Saverio Ferrari, Enrico Maltini, Elda Necchi

 

11 luglio 1969 Questura Milano, Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

10 agosto 2013

Zublena, donna al servizio del commissario Calabresi e dell’Ufficio Affari Riservati, era stata la “supertestimone” al processo contro i compagni anarchici Eliane Vincileone, Giovanni Corradini, Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli ingiustamente accusati per aver messo le bombe fasciste del 25 aprile alla Fiera Campionaria e dell’8 agosto sui treni. Interessante notare – a parte le consuete “trame” anarchiche internazionali per le bombe -, la menzione di Enrico Rovelli come “esperto di dinamite e attentati” nonchè di detenere parte di esplosivo rubato (esplosivo che poi l’ufficio politico e Rovelli stesso cercheranno di “indirizzare” verso Pinelli e Valpreda).

 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi - dichiarazioni  della spia Rosemma ZUBLENA COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

11 luglio 1969 Questura Milano Calabresi – dichiarazioni della spia Rosemma ZUBLENA

30 agosto 1971 SID Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli

9 Mag 2013

Interessante vedere con quanta cura i vari servizi si interessassero a seguire gli sviluppi delle indagini sulla morte di Pino Pinelli in seguito alla denuncia di Licia Pinelli e le loro varie ipotesi sulla sentenza.

30 agosto 1971 SID su Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli COMP

30 agosto 1971 Incriminazione di funzionari di polizia da parte della Procura Generale della Repubblica in ordine al caso Pinelli

31 gennaio 2000 testimonianza in aula di Enrico Rovelli

3 Mag 2013

Testimonianza in aula di Rovelli informatore (oltre che di Russomanno) anche del commissario Luigi Calabresi (con i nomi in codice di Enrico, ER, ). Testimonianza su un passaporto falsificato forse per Bertoli.

31 gennaio 2000 testimonianza in aula di Enrico Rovelli COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

31 gennaio 2000 testimonianza in aula di Enrico Rovelli

Lotta Continua 1 maggio 1970 Torture alla questura di Milano – Ricordiamoci i loro nomi: Zagari, Panessa, Calabresi, Muccilli

26 settembre 2012

Lotta Continua 1 maggio 1970 foto 01

Quello che riportiamo è una parte del verbale di un compagno arrestato e tenuto in prigione da più di un anno, sotto l’accusa di aver partecipato agli attentati del 25 aprile al padiglione Fiat della Fiera. Pur non esistendo nessuna prova a carico e pur essendo emersa la responsabilità fascista degli attentati, 4 compagni hanno già fatto un anno di carcere preventivo. Per tenerli in galera si è tentato di costruire prove false; il modo viene denunciato dal verbale. Altro particolare interessante è che i poliziotti accusati di torture sono gli stessi presenti all’interrogatorio e al «suicidio» di Pinelli. Anche di queste violenze dovranno rispondere; ricordiamoci i loro nomi; gliela faremo pagare.

«Dichiaro i motivi per cui i verbali da me precedentemente firmati sono completamente falsi. Per 3 giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare; ho dovuto affrontare un viaggio di notte da Pisa a Milano, ero intirizzito perchè non avevo con me indumenti caldi. Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Era la prima volta che subivo violenza fisica. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli, e torti i nervi del collo. Rendeva più terribile le percosse il fatto che avvenivano all’improvviso dopo aver fatto chiudere le imposte, e venivo colpito al buio. In particolare ricordo di essere stato colpito dal dr. Zagari che mi accolse al mio arrivo da Pisa alle 3 di notte con una nutrita scarica di schiaffi, e dagli agenti Mucilli e Panessa.

Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a venti anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere da parte del dr. Calabresi. Non mi sono mai resto conto della gravità delle affermazioni false che ero costretto a sottoscrivere perché avevo coscienza che i fatti erano diversi e pensavo che la testimonianza di due persone adulte, quali l’architetto Corradini e la moglie non avrebbero lasciato dubbi. Questo perché pensavo che non mi credessero perché ero un ragazzo. Mi sono sempre fin dall’inizio dichiarato estraneo ai fatti.

L’ufficio dà atto che le predette dichiarazioni sono state dettate personalmente dall’imputato, ricavandole da un suo foglio scritto.»

Lotta Continua 1 maggio 1970 foto 02

Lotta Continua 17 gennaio 1970 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?

23 settembre 2012

Lotta Continua 17 gen1970 n1 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?  La mattina di lunedì scorso quando i giornalisti poterono finalmente vedere i verbali degli interrogatori dell’inchiesta sugli attentati, molti ci rimasero male. Le decine di cartelle dattiloscritte non davano le rivelazioni attese, non giustificavano neppure la permanenza in galera degli arrestati. Anzi, rivelavano meno di quel po’ che si sapeva già. Per quasi un mese la giustizia dello stato borghese ha tenuto isolati dal resto del mondo gli imputati. Nemmeno gli avvocati hanno potuto vederli. Solo ogni tanto scivolava tra le maglie del ‘segreto’ istruttorio qualche ‘clamorosa notizia’ ed era il Corriere della Sera, il figlio prediletto, a sparare sostenendo sempre la colpevolezza degli accusati: Ci sono le prove! Li hanno beccati! Tutto è chiaro! Ed ecco che al dunque il primo round del’inchiesta rivela un fondale di carta pesta. Non si vedono né prove, né confessioni, né spiegazioni, tutti gli imputati hanno degli alibi.

La testimonianza di un taxista (contraddetta, negata, corretta e già di per se strana) e le volonterose indicazioni di un fascista. Tutto qui. Questi i cardini dell’accusa contro Valpreda e gli altri. Da quattro settimane si ripeteva che gli accusati degli attentati del 12 dicembre erano inchiodati da chiare prove. Sembrava quasi a questo punto che ‘si sapesse’ sin dall’inizio come dovrà andare a finire l’inchiesta, solo che i pezzi del mosaico tardano a quadrare e spesso i tempi sono sbagliati come in una commedia in cui qualche attore sbaglia le ‘entrate’ scritte nel copione.

Valpreda avrebbe portato le bombe in taxi (centocinquanta metri in taxi per poi tornare indietro a piedi di cento metri!). Il taxista lo dice alla polizia la stessa sera di venerdi 12, ma la circostanza è passata sotto silenzio (troppo presto?). Lunedì 15, appena fermato Valpreda (nessuno lo sa ancora), il taxista va – questa volta – dai carabinieri, come da vecchi conoscenti. Racconta una versione diversa da quella raccontata al dottor Paolucci. (Questa versione subirà aggiustamenti nei giorni successivi per far quadrare l’imbarazzante contraddizione.).

Intanto Valpreda è spedito a Roma dove (prima ancora di aver sentito il taxista) già sanno che è lui l’uomo da cercare. Nel frattempo a Rolandi mostrano a Milano le foto di Valpreda e poi lo mandano a Roma. E’ arrivato da pochi minuti all’aeroporto che il Corriere sa già – e pubblica – del riconoscimento (non ancora avvenuto!). Poco dopo alla questura di Roma, si viene a sapere che il riconoscimento è avvenuto. Tutto bene. Però il riconoscimento avverrà quattro o cinque ore dopo.

Il fascista Merlino è l’altro cardine dell’accusa. Anche lui sa, sapeva, di dinamite, bombe, attentati. Però molti indicano Merlino come confidente della polizia e quindi quello che conosceva Merlino avrebbe dovuto conoscerlo pure la questura. Valpreda sapeva che quanto si diceva e faceva al circolo «22 marzo» di Roma era noto alla polizia. E avrebbe organizzato lo stesso gli attentati? Non solo, ma è confermato che la polizia giudicava da tempo Valpreda e i suoi  amici dei dinamitardi. In queste condizioni come avrebbero potuto preparare ordigni cosi complessi e piazzare cinque bombe senza che la questura si accorgesse di nulla?

Oggi all’opinione pubblica le cose ‘note’ vengono fatte arrivare una ad una, come in un film giallo molto dosato, attraverso fughe di notizie o rivelazioni del Corriere della Sera. Ma questo non fa che confermare che ci sia sempre qualcuno che sa già da prima le cose, anche al di là delle prove raggiunte. Per esempio Calabresi dell’Ufficio Politico della questura di Milano, la sera stessa degli attentati avrebbe detto (ma poi la frase – pubblicata – è stata smentita) che l’inchiesta si orientava verso i gruppi di estrema sinistra. Ma ancora prima, mezz’ora dopo la bomba di piazza Fontana, il magistrato milanese Amati (riferisce il Corriere della  Sera) consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici e lo stesso Amati ricevendo Valpreda prima ancora che sia  fermato dice: «Perché voi anarchici amate tanto il sangue? ». (Corriere)

Sapevano – in questura – che l’anarchico Pinelli non c’entrava per nulla (e l’hanno detto in questi giorni). Eppure dopo il volo dalla fìnestra il questore Guida disse che Pinelli era «fortemente indiziato». Disse anche che l’alibi dell’anarchico era crollato. Invece in questura sapevano che l’alibi c’era. Una fretta singolare di mettere in cattiva luce l’uomo che stava morendo all’ospedale. «Vi giuro – disse Guida – che non l’abbiamo ucciso noi». Perché questa discolpa non richiesta? Che cosa ancora sapeva il questore? È vero, come sembra in questo momento, che l’ambulanza per il Pinelli fu chiamata due o tre minuti prima che l’uomo volasse dal quarto piano della questura di Milano?

Anche a Roma si sapeva qualcosa, indubbiamente. Ad esempio si sapeva di voler mettere le mani su Valpreda. Prima che saltasse fuori la testimonianza del taxista, a Roma sapevano di volere Valpreda e – a quanto sembra – c’era chi sapeva già che l’inchiesta sarebbe stata condotta dalla magistratura romana. Perché a Roma? Forse lo potrebbe spiegare il sostituto procuratore Occorsio che oggi si occupa degli attentati. Questo magistrato romano è una persona in vista: fu Pubblico Ministero nel processo contro il compagno Tolin. Il compagno Tolin si prese 17 mesi per reati d’opinione.

Sicuramente c’è qualche gruppo che sa tutto: sapeva che le bombe stavano per essere messe, chi le aveva messe e chi doveva essere accusato. Qualche gruppo, e non qualche gruppetto di pseudo-anarchici o tanto meno di anarchici. Sarà utile – a questo proposito – rivedersi il settimanale Epoca in data 10 dicembre (due giorni prima delle bombe). Epoca lanciò una copertina tricolore e un incredibile articolo: «Colpo di stato: è possibile?» .. « L’Italia è senza dubbio ad una svolta nella sua storia». In una situazione eccezionalmente drammatica «le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana … nel giro di mezza giornata ».

Del resto quattro giorni prima due quotidiani inglesi si preoccupavano della possibilità di un colpo di stato in Italia. Tutto questo prima degli attentati.

Evidentemente, quindi, dietro le quinte qualcuno sapeva e ancor oggi sa chi ha messo le bombe o chi conviene accusare: giornali come La Notte (semifascista) e Sole-24 Ore (Confindustria) hanno indicato subito le sinistre. Il Corriere della Sera ha fatto e sta facendo il resto. Con la fragile inchiesta continua spudoratamente la campagna di attacco alle forze rivoluzionarie.

Se avevano in mente dalle prime ore Valpreda, se sapevano tutto del Circolo «22 marzo», perché polizia e magistratura hanno compiuto centinaia di fermi, denunce, perquisizioni, controlli telefonici, esami di documenti e schedari di compagni operai e studenti?

I colpi di stato si fanno in molti modi. Non sempre vanno bene i carri armati che possono dar fastidio a una parte della borghesia. I meccanismi della giustizia borghese – invece – vanno meglio, possono servire per colpire in modo massiccio e selezionato la classe operaia, soprattutto sotto la cortina fumogena di un’inchiesta giudiziaria.

Perché la campagna di Lotta Continua per l’accertamento delle responsabilità del commissario Calabresi nella morte del compagno Pinelli fu giusta

30 aprile 2012


Da qualche tempo hanno ricominciato a piovere – grazie anche al film fantasy di Marco Tullio Giordana – ingiurie e menzogne contro la campagna di stampa che Lotta Continua portò avanti per l’accertamento della verità  sulla morte del compagno Pino Pinelli e sulle responsabilità del commissario Luigi Calabresi. Oggi come ieri siamo convinti che quella campagna fu giusta e riteniamo che parlarne ora separandola dal contesto in cui avveniva significhi deformare la storia. Pensiamo quindi che sia necessario ricordare, sia pur brevemente, i fatti.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 il corpo del compagno Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano dalla stanza del commissario della squadra politica Luigi Calabresi. Sono presenti i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno.

Nelle prime ore del 16 dicembre, nell’ufficio del questore Guida (quello  che durante il fascismo aveva diretto il carcere-confino di Ventotene) si tiene una conferenza stampa. Sono presenti, oltre allo stesso Guida,  Allegra, Calabresi e Lograno. E’ il questore ad aprire la danza delle menzogne – puntualmente riferite dalla giornalista Camilla Cederna – dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato… non posso dire altro…si è visto perduto..è stato un gesto disperato…una specie di autoaccusa, insomma. ….il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

Un’altra giornalista, Renata Bottarelli, annota le parole di Allegra che dice che negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana.

Parla poi  Calabresi,  secondo quanto riferisce ancora Renata Bottarelli: “Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Poche ore più tardi è Guida a rincarare la dose con una sconcertante dichiarazione “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”.

Sono queste le parole false, vigliacche e infamanti con cui  dirigenti e funzionari della questura di Milano si inventarono il “mostro” Pinelli in un maldestro tentativo di coprire le proprie responsabilità per quella morte. Ma sarà proprio l’uccisione del compagno Pinelli a diventare “la sabbia” che bloccherà l’ingranaggio della provocazione messa in atto contro gli anarchici e che aprirà gli occhi ad ampi settori democratici del Paese su quella, che sarà purtroppo solo la prima, delle stragi di Stato.

Gli apparati giudiziari – dimostrando la loro totale sudditanza alla ragion di stato – cercheranno di chiudere il più rapidamente possibile il capitolo della morte di Pinelli per togliere dai carboni ardenti i solerti dirigenti milanesi.

Il 21 maggio 1970 il sostituto procuratore Giuseppe Caizzi chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli , trasmettendo il fascicolo con la richiesta di archiviazione al giudice Amati, sostenendo che non vi era stata nessuna “responsabilità penale” e che Pinelli era morto per “un fatto del tutto accidentale”.

Il 3 luglio Antonio Amati deposita il decreto di archiviazione sulla morte di Pino.

Il 17 luglio Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione, quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida per le sue dichiarazioni dopo la morte di Pino.

E’ in questo contesto, contro questo vergognoso tentativo di salvare coloro che si trovavano nella stanza con Pinelli,  coloro che lo detenevano illegalmente oltre i limiti consentiti dalla loro stesse leggi, coloro che lo stavano torturando fisicamente e mentalmente (minacce, tenuto senza dormire, senza quasi mangiare, tentativi di incastrarlo nella strage, ecc.)  che nasce e si sviluppa la campagna di stampa di Lotta Continua.

 Come ci racconta un testimone dell’epoca, un compagno di Crocenera anarchica, la “persecuzione” del giornale Lotta Continua contro Calabresi non fu una campagna di odio cieco, come si vuol oggi far credere, ma fu una strategia ben mirata e calcolata con gli avvocati (compreso Gentili, un cattolico convinto) e condivisa con noi anarchici, quando il giudice Caizzi stava per archiviare il caso Pinelli. L’obiettivo era ottenere la querela da parte di un pubblico ufficiale (cosa che implicava facoltà di prova) per riaprire un’istruttoria sulla morte di Pino. Cosa che avvenne. Senza gli articoli di Lotta Continua non avremmo mai avuto il processo Calabresi-Lotta Continua (cioè contro Pio Baldelli che ne era il direttore responsabile), e non sapremmo niente sulla morte di Pinelli.

Calabresi tardò molto a querelare perchè voleva giustamente che lo facesse il Ministero, il quale invece non ne volle sapere. Fu così che gli articoli e le vignette divennero sempre più aspri.

Il commissario Calabresi – al di fuori che possa essere provata o meno la sua presenza nella stanza – era il più alto in grado a dirigere l’interrogatorio, sapeva cosa avveniva in quella stanza anche quando non era presente, sapeva che il fermo prolungato di Pinelli era illegale, e quindi il commissario era e rimane il principale responsabile di quella morte.

Coloro che oggi cercano di riabilitare la figura di Calabresi sono soltanto dei falsi e degli ipocriti. Falsi perché negano le sue responsabilità oggettive .  Ipocriti perché se anche si potesse provare, e non è ancora stato fatto, che non era presente in quella stanza nulla cambierebbe rispetto alla sua “complicità morale” con quella morte. Ricordiamo che con la formula  “complicità morale” in questo presunto stato di diritto sono stati comminati ai militanti dei gruppi armati decine e decine di ergastoli  senza che nessun  paladino dei diritti battesse ciglio.

Per questo motivo noi non rinneghiamo nulla di quella campagna di stampa e non ci vergogniamo di averla sostenuta. Era giusta ieri come lo sarebbe oggi. A distanza di 43 anni dai fatti noi ci battiamo ancora per la verità sulla morte di Pino Pinelli.