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1969 12 17 Messaggero – Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Il drammatico confronto di Paolo Matricardi

Il drammatico confronto

di Paolo Matricardi

 

Il destino di Pietro Valpreda si è deciso in venti minuti. Tanto, infatti, è durato ieri il drammatico confronto tra il ballerino accusato come uno dei principali responsabili della strage di Milano e Cornelio Rolandi, il tassista milanese che lo accompagnò alla Banca Nazionale dell’Agricoltura poco prima dello scoppio della bomba.

Sono stati venti minuti di ansia e di tensione, decisivi, appesantiti dall’aria di mistero e dall’imponente schieramento di sicurezza predisposto dalle autorità per prevenire qualsiasi incidente. Al Palazzo di Giustizia, all’interno dello ufficio del sostituto procuratore della Repubblica che dirige l’indagine, dottor Vittorio Occorsio, il Valpreda è stato introdotto per primo dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco. Lo attendevano quattro persone che avevano la sua stessa statura e che fisicamente gli assomigliavano. L’indiziato è stato messo loro accanto e, successivamente è stato fatto entrare il tassista. Cornelio Rolandi ha osservato a lungo le cinque persone di fronte a lui, allineate lungo il muro. Poi, senza alcuna esitazione, ha indicato il ballerino al magistrato. A questo punto, la scena si è fatta intensamente drammatica. Pietro Valpreda, a stento trattenuto da alcuni carabinieri, ha tentato di scagliarsi contro il suo accusatore ed ha ripetutamente protestato la sua innocenza, mentre il tassista, dal canto suo, continuava ad additarlo ai funzionari, indicandolo come la persona che aveva usufruito del suo automezzo nel tragico venerdì milanese.

Terminato il confronto, tutti sono stati fatti uscire dall’ufficio del magistrato, tranne l’indiziato, che vi è rimasto ancora a lungo per essere interrogato. L’avvocato Pietro Calvi, difensore del Valpreda, è apparso visibilmente emozionato ed ha subito con stanchezza l’assedio dei giornalisti presenti.

«Non chiedetemi nulla – ha detto il legale. – Il fatto è così grave che non posso rilasciare alcuna dichiarazione senza rivelare il segreto istruttorio. Posso solo dire che c’è stata una ricognizione in mezzo ad altre quattro persone. Io finora ho fatto il mio dovere e tutto ciò che la legge mi consentiva. Ora mi riservo di accettare definitivamente l’incarico di difendere Pietro Valpreda, che è già stato mio cliente qualche tempo fa, non appena avrò esaminato le prove raccolte dal magistrato e non appena avrò parlato con lui».

A questo punto è stato chiesto all’avvocato Calvi perché il ballerino, arrestato a Milano, sia stato accompagnato a Roma insieme con il tassista. «Questo è per me ancora un mistero – ha risposto. – So che Valpreda era stato a Milano perché doveva essere interrogato in merito a un procedimento in corso a suo carico. So che risiede abitualmente a Roma e che saltuariamente si sposta nella città lombarda, dove ha la madre ed alcuni parenti».

Ancora più enigmatico è stato Cornelio Rolandi alla sua uscita dall’ufficio del procuratore Occorsio. Accompagnato dal tenente colonnello dei Carabinieri Salvano e dal comandante del reparto investigativo Brunelli, ha resistito senza scomporsi al fuoco di fila dei flashes dei fotografi ed alle domande dei giornalisti. Il tassista non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione e non ha voluto neppure dire il suo nome. Sempre seguito dai suoi accompagnatori, è salito su un’automobile e si è dileguato nel traffico intenso del Lungotevere.

Ultimo ad uscire è stato Pietro Valpreda. Erano esattamente le 23,10. Vestito di un cappotto marrone, una vistosa sciarpa al collo, si difendeva dai lampi dei fotografi coprendosi il volto con i polsi ammanettati. Fatto salire su un’auto dei Carabinieri, è stato accompagnato a Regina Coeli.

Prima di entrare nel carcere l’ex ballerino ha pronunciato quella che gli è forse sembrata una frase storica: «Mi sono illuso fino all’ultimo! – ha detto in tono tragico. – Pinelli si è ucciso, io vado in carcere! L’anarchia è definitivamente finita!». Oggi sarà nuovamente interrogato.

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1970 01 6 Tempo – Settimana decisiva per l’inchiesta Valpreda. Per giovedì mattina è stato convocato dal magistrato il professor Paolucci, il quale smentisce in parte il tassista Rolandi

19 ottobre 2015

1970 01 6 Tempo - Settimana decisiva per l'inchiesta Valpreda

 

Settimana decisiva per l’inchiesta Valpreda

Per giovedì mattina è stato convocato dal magistrato il professor Paolucci, il quale smentisce in parte il tassista Rolandi

 

Stando al «calendario» degli interrogatori che il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha deciso di effettuare, quella che è cominciata ieri si annuncia come una settimana particolarmente intensa per l’istruttoria sugli attentati dinamitardi di Milano e di Roma. Già è stato scritto che il magistrato ha intenzione di vagliare ogni testimonianza, riascoltando tutte quelle persone già sentite dai carabinieri, dalla polizia e dai colleghi magistrati dalle due città.

Sabato scorso, è stata la volta di Rachele Torre, la zia del principale imputato Pietro Valpreda, e di Umberto Macoratti, il frequentatore del circolo anarchico «22 Marzo» dove sarebbero stati organizzati gli attentati. Alcuni dei testimoni, naturalmente, dovranno giungere da Milano. Tra essi spicca per la sua posizione il prof. Lionello Paolucci, direttore generale del patronato scolastico di Milano, convocato per giovedì mattina. Stranamente, il prof. Paolucci non è stato mai interrogato, benché in sostanza egli smentisca il principale accusatore di Valpreda, il tassista milanese Cornelio Rolandi.

«La mattina del 15 dicembre – dice il prof. Paolucci – salii su un taxi, il taxi, come seppi poi, di Cornelio Rolandi. Il conducente era molto agitato e sbagliò strada più volte. Ma perché non fa attenzione?, gli chiesi. Rolandi non sì fece pregare per rivelare “quello che si sentiva dentro”. Raccontò di essere stato proprio lui a portare in piazza Fontana, davanti alla banca dell’Agricoltura, quello che aveva messo la bomba. Io dissi al tassista che era suo dovere raccontare alla polizia quanto sapeva. Lui mi sembrò titubante; cosicché, quando scesi, annotai il numero della vettura, chiamai il 113 e riferii quanto avevo appreso ».

Intanto, il tassista, evidentemente convinto dalle parole del professore, si era presentato ai carabinieri e aveva raccontato dello strano cliente portato in piazza Fontana, sceso con una borsa di pelle s tornato al taxi senza più la borsa. Immediatamente, Rolandi fu accompagnato a Roma e messo a confronto con Valpreda, che riconobbe a quanto pare senza esitazione.

A questo punto cominciano le «discrepanze» tra il racconto di Rolandi e quello di Paolucci. Al magistrato, il tassista ha riferito d’aver accompagnato il cliente «all’angolo di via Santa Tecla» e non proprio «davanti alla banca» come il prof. Paolucci ricordava di aver sentito. Il professore disse ai giornalisti che la cosa gli sembrava strana; Rolandi replicò sostenendo di non aver mai conosciuto né accompagnato il prof. Paolucci, di non aver mai confidato a nessuno il suo «dramma». Il professore controreplicò proponendo un confronto con il tassista. E tutto lascia supporre che il suo desiderio venga esaudito. Se il prof. Paolucci ripeterà al dott. Cudillo quanto ha già detto ai cronisti e che abbiamo riportato, certamente il magistrato avvertirà l’esigenza di porlo a confronto con il tassista.

E’ evidente, comunque, che ai fini dell’istruttoria e in particolare ai fini dell’accertamento della responsabilità di Pietro Valpreda, la disputa tra tassista e professore ha un valore soltanto marginale; c’è chi dice che al massimo la ragione dell’uno o dell’altro servirà per rassegnazione della taglia di cinquanta milioni posta dal Ministero dell’Interno.

Altre notizie riguardano una riunione avvenuta questa mattina a Palazzo di Giustizia tra gli avvocati della difesa per concordare una linea comune sul piano procedurale e il protrarsi della latitanza del settimo imputato, lo studente diciannovenne Enrico Di Cola, accusato soltanto di associazione a delinquere.

 

1970 04 9 l’Unità – Ecco quello che devi riconoscere. Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

15 ottobre 2015

1970 04 9 Unità p7 - Ecco quello che devi riconoscere

Dal verbale del tassista una carta preziosa per la difesa di Pietro Valpreda

«Ecco quello che devi riconoscere…»

Parola per parola il confronto – Depositati anche altri atti giudiziari – Il ballerino faccia a faccia con l’ex comandante del suo plotone e con due testi che affermano di averlo visto all’Ambra Jovinelli il 13 e il 14 – «Non mi sono mosso da Milano» – Una nuova ombra sulle indagini

 

Rolandi al giudice: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere». Ecco come si è svolto il confronto tra il tassista di Corsico e Pietro Valpreda! Una cosa scandalosa, incredibile, tale da far saltare in aria il castello costruito dall’accusa, e che rende ancor più inquietanti tutti gli interrogativi avanzati sul «come» sono state condotte le indagini. Un verbale che avrebbe dovuto indurre la magistratura ad aprire una inchiesta per accertare chi ha detto al tassista che Valpreda «doveva» essere la persona che lui «doveva» riconoscere.

Invece questo «processo verbale di ricognizione di persona» è rimasto per quasi quattro mesi tra le carte segrete degli inquirenti. Quale valore può avere, adesso, il riconoscimento? Non soltanto al tassista è stata mostrata «una sola foto», ma – per sua ammissione – gli è stato detto che «doveva» riconoscerlo; senza contare il «buffetto del questore» e l’assicurazione: «Bravo Rolandi, hai finito di fare il tassista». Insomma si può davvero dire che la difesa del ballerino si trova ora con una carta formidabile in mano, costituita proprio da uno dei primi atti giudiziari compiuti dal PM Occorsio.

Il verbale, depositato insieme ad altri confronti (mancano ancora però gli interrogatori dei vari testi), consta di due scarne paginette. Cornelio Rolandi pronuncia il giuramento di rito, «in piedi e a capo scoperto», e quindi come vuole la prassi il magistrato gli chiede se gli è mai stata indicata la persona da riconoscere o se ha veduto immagini ritratte in fotografia. Infatti le norme di legge considerano l’eventuale «visione» fotografica della persona da riconoscere come un elemento che può inficiare il riconoscimento stesso.

La risposta di Rolandi, comunque, è sbalorditiva: «L’uomo di cui ho parlato è alto 1 metro e 70, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza baffi e senza barba. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre fotografie di altre persone. Non sono mai stato chiamato allo stesso esperimento».

Quindi, dietro una precisa domanda dell’avvocato difensore Calvi, che assiste insieme al PM Occorsio al confronto, il tassista nega di ave letto i giornali del pomeriggio (infatti in alcuni di questi già si dava per avvenuto il confronto e il riconoscimento di Valpreda da parte del Rolandi).

A parte un errore, forse di trascrizione (infatti non furono i carabinieri, bensì i poliziotti a mostrare la foto di Valpreda al tassista) nella sincera risposta di Rolandi si intravede una scena aberrante quel dovevo del tassista non hanno davvero bisogno di altri commenti.

Comunque, terminata la breve premessa, il Rolandi esce dalla stanza mentre vengono introdotti insieme a Valpreda quattro agenti (Vincenzo Graziano, Marcello Pucci, Antonio Serrao e Giuseppe Rizzello) della questura romana. E ci sarebbe qui da aprire una breve parentesi per illustrare il diverso abbigliamento degli agenti con quello di Valpreda, ma basta ricordare le parole di Rolandi, il quale sosteneva che erano vestiti in modo completamente differente. Appena i cinque si sono schierati torna nella stanza il tassista e dichiara che: «la persona che occupa il secondo posto da sinistra è la stessa che usò il taxi il giorno 12 dicembre tra le ore 16 e le 16,15. Invitato a dichiarare se vede qualche differenza tra la persona che gli è mostrata e quella che utilizzò il taxi (Rolandi, ndr), dichiara che è diverso l’abbigliamento. Si dà atto che la persona riconosciuta si rivolge al teste invitando a guardarlo meglio». E con questa autodifesa di Valpreda si conclude il confronto.

Gli altri tre confronti depositati sono, ovviamente di minore interesse. Il primo, del 28 dicembre, è tra Valpreda e Michele Cicero, ufficiale dell’esercito alle cui dipendenze era sotto le armi il ballerino. Il PM, dopo aver ricordato a Valpreda che Cicero afferma che nel ‘55 il ballerino ha seguito il corso di addestramento teorico-pratico al 114 reggimento di Gorizia III battaglione, chiede a Valpreda se insiste a negare di aver conosciuto esplosivi e in particolare tritolo.

Valpreda: «Ricordo, lei era l’ufficiale che si era appena sposato e che stava a Gorizia».

Cicero: «Siamo usciti diverse volte insieme. Io ero comandante del plotone pionieri e quando si andava fuori si faceva addestramento; si parlava degli esplosivi, l’uso che se ne deve fare e per dimostrare la teoria si eseguivano dei brillamenti».

Valpreda: «Tenente, sono passati 18 anni, io ricordo che abbiamo fatto un pattugliamento e io stavo davanti alla pattuglia con la bussola. Non mi ricordo di aver fatto brillare qualcosa».

Cicero: « Non hai mai visto una saponetta di tritolo? Ricordati che sei venuto al poligono con me».

Valpreda: «Non è che sto mentendo; forse su all’armeria al secondo o terzo piano ho visto il tritolo. Ma non l’ho mai usato».

E i due restano sulle rispettive posizioni. L’ufficiale a dire che Valpreda ha frequentato i corsi e partecipato ad esperimenti pratici; il ballerino a ripetere di non aver mai usato tritolo. Anche gli altri due confronti si concludono con un nulla di fatto. Riguardano entrambi l’alibi del giorno dopo, vale a dire il 13 e 14 dicembre. Il primo è tra Valpreda e Armando Gaggegi, il quale esordisce dicendo di aver visto il ballerino la sera del 13 o del 14 seduto a un tavolino del bar-Jovinelli.

Valpreda ribatte sostenendo che l’episodio è avvenuto il 3 o 4 dicembre: dice che aveva alla sinistra un «travestito» e alla destra Angiolino Fascetti; aggiunge che il «travestito» faceva parte della compagnia di Gigi Rafles, che si era sciolta da pochi giorni, e che dopo avergli fatto vedere delle fotografie vestito da donna gli disse che sarebbe partito per Milano. Il ballerino conclude dicendo che forse quella stessa sera vide Gigi Rafles e Toni Ruth, altro personaggio del mondo dello spettacolo.

Gaggegi però conferma la sua dichiarazione. Ricorda che la compagnia di Rafles si è sciolta il 27 novembre e che lo stesso Rafles è subito ripartito per Genova.

Dice di non aver visto insieme a Valpreda il «travestito», bensì un altro giovane (che potrebbe benissimo essere Fascetti). C’è ancora un breve scambio di battute: Valpreda sostiene che Gaggegi si sbaglia in buona fede e che lo ha visto il 3 4 dicembre, l’altro si dice sicuro di averlo notato il 13-14. Il verbale si chiude con una affermazione del ballerino: «Non è vero, mi trovavo a Milano».

Anche l’ultimo confronto calca lo stesso cliché. Stavolta è Enrico Natali a dire di aver visto Valpreda sul marciapiede antistante l’Ambra Jovinelli, alle 23.15 circa del 13 o del 14. Il ballerino ancora una volta, dice che lo episodio e avvenuto alla fine di novembre o ai primi di dicembre e ricorda al Natali che lui stesso gli chiese il significato della «A» che portava al collo e, inoltre, se aveva partecipato allo sciopero della fame al Palazzo di Giustizia.

Natali ammette che l’episodio può essere avvenuto, e comunque per dare credito alla sua testimonianza tira in ballo la Ermanna River. Dice infatti che Valpreda è stato due volte allo Jovinelli per incontrare Ermanna, e nella seconda occasione si era rivolto alla cassieraa Letizia Bollanti per sapere l’ora dell’uscita: la cassiera però, visto che il Natali li guardava, fece allontanare Valpreda perché è vietato al personale parlare con estranei. Fu in questa occasione – dice sempre Natali – che parlai con Valpreda: me lo ricordo perchè dopo due giorni la River si ammalò. La risposta di Valpreda, comunque, non cambia: tutto è avvenuto alla fine di novembre o ai primi del mese successivo, 13 e 14 era a Milano.

Insomma da questi ultimi atti non viene fuori nulla che non fosse già ben noto. La grossa sorpresa è, come si vede, nel confronto tra Rolandi e il ballerino. Una nuova ombra che pesa sull’indagine: e non si possono non ricordare tutte quelle domande che abbiamo avanzato fin dai primi giorni e che continueremo a porre fino a quando non ci sarà una risposta. A che punto è l’inchiesta? quali sono le prove? chi sono i mandanti? chi era la spia della PS allo interno del «22 marzo»? perché la polizia non vuole che sia interrogata? gli elementi raccolti dal controspionaggio sono stati consegnati o no al magistrato? ci sono dei «motivi politici» che si frappongono al raggiungimento della verità?

Lotta Continua 11 marzo 1970 n 7 L’angolo di Calabresi «Guardatevi dai falsi profeti»

24 settembre 2012

 

La scoperta del ruolo avuto dai fascisti nella strage di Milano fa tornare ancora alla ribalta l’ineffabile Luigi Calabresi, funzionario dell’Ufficio Politico della Questura, famoso per la superba interpretazione nel film «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto». Le rivelazioni fatte dal fascista Fappanni (informatore della polizia e confesso attentatore su ordinazione) a «Panorama» ripropongono nuove interessanti coincidenze. Con sicurezza e ricchezza di particolari vengono indicati in Chiesa e Di Luia (un ex legionario e un picchiatore fascista) gli autori degli attentati ai treni dell’agosto ’69; e guarda caso, sono stati proprio questi attentati a segnare il lancio di Luigi Calabresi nel firmamento degli investigatori tra Tom Ponzi e Maigret. La sua prontezza e il suo acume si rivelò infatti nell’indicare immediatamente negli anarchici i colpevoli degli attentati. Dopo alcuni mesi Calabresi ci riprova. Tre ore dopo l’attentato della Banca dell’Agricoltura ha già pronta la sua versione dei fatti. Come lo scolaretto primo della classe che tenta di risolvere il problema prima che la maestra abbia finito di dettarlo, è lì sul luogo dell’attentato che muore dalla voglia di parlare.

Così alla stampa rivela che il colpevole «deve essere cercato tra l’estrema sinistra, tra gli anarchici». Poi, dopo alcuni mesi, l’alibi di Valpreda è ancora in piedi e si viene a sapere che a Milano, all’ora dell’attentato, erano convenuti fascisti da Modena, da Roma, da Rimini. Particolare divertente: quando a Cornelio Rolandi, il taxista (a proposito, anche questo è soggetto a «conversioni»; prima DC, poi MSI; ora PCI), viene mostrata la foto di Antonio Sottosanti, detto «Nino il fascista», Rolandi per mezz’ora insiste: è Valpreda, lo riconosco. Ma in fondo, data la sua disponibilità, potrebbe anche dire – è Sottosanti – o – è D’Auria; – l’importante è non smentire la vecchia, comoda versione …

Così ancora una volta a Calabresi sta per andare male; la sua profezia rischia di risultare infondata e il suo prestigio negli ambienti della questura crolla ogni giorno di più.

E poi c’è sempre quel Pinelli caduto dal quarto piano …

Lotta Continua 01 vignette contro Calabresi

Lotta Continua 02 vignette contro Calabresi

Lotta Continua 03 vignette contro Calabresi

A rivista anarchica nr 235 Aprile 1997 La madre di tutte le stragi di Luciano Lanza

28 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/235/235_07.htm

Esce in queste settimane per i tipi di Eleuthéra “Bombe e segreti”, un agile volume dedicato alla ricostruzione della strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre ’69), degli attentati, dei protagonisti, della repressione, dei processi, ecc. Ne pubblichiamo in anteprima due dei diciannove capitoli

La furia della bestia umana

“La macchina del terrore è saltata, ormai si tratta soltanto di raccoglierne le schegge. La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata: la sua faccia è qui, su questa pagina di giornale, non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere, ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore e della rabbia. Ora si comincia a respirare, si comincia a tirare la somma della diabolica avventura. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta o sotto le strade del centro. E’ approdato anche al palcoscenico della rivista musicale, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grossa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette che scende o precipita da una scala crepitante di luci al neon: che mestiere corto, infelice, di pochi soldi a parte tutto. Di più questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe, è il morbo di Burger una feroce morsa che blocca e che alla lunga può dare l’embolo e la morte. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda s’avvia a diventare la bestia”. Così comincia l’articolo, intitolato La furia della bestia umana, in prima pagina del “Corriere d’informazione” di mercoledì 17 dicembre 1969, firmato da Vittorio Notarnicola, direttore responsabile Giovanni Spadolini, che assomma questa carica a quella di numero uno del “Corriere della sera“. Sopra l’articolo campeggiano due grandi foto: quella del tassista Cornelio Rolandi e di Pietro Valpreda. In alto, titolo a caratteri cubitali: Valpreda è perduto.

Formalmente più asettici i giornali del mattino, pur con alcune sfumature, ma ovviamente la linea è chiara: accettazione senza riserve della colpevolezza di Valpreda. “Corriere della sera“: L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano. “La stampa“: Anarchico arrestato per concorso in strage. Inchiesta sul suicidio alla Questura di Milano. “Il giorno“: Incolpato di strage. “L’unità“: Un arresto per la strage. “Avanti“: Arrestato per concorso in strage. “Il resto del Carlino“: Un anarchico arrestato per la strage. “Il Messaggero“: Arrestati i criminali. “Il tempo“: L’assassino arrestato: è l’anarchico Pietro Valpreda. “Paese sera“: Denunciato per concorso in strage l’uomo riconosciuto dal tassista. “Il popolo“: Arrestato un anarchico per la strage di Milano. “L’avvenire“: Nella rete i dinamitardi. “Il secolo d’Italia“: Arrestato un comunista per la strage di Milano. “Il mattino“: Catturato il terrorista che ha compiuto la strage. “Roma“: Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato. La televisione non è da meno. Il giornalista Bruno Vespa, in diretta dalla Questura di Roma, afferma: “Pietro è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma”.

La partita sembra quindi chiusa: la polizia ha scovato in tempi da record i responsabili. Ma la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi è l’unico puntello su cui si fonda l’accusa. Per di più è al limite del credibile.

Alle ore 16 Rolandi è in piazza Beccaria con la sua Seicento multipla. Sale un cliente che gli chiede di accompagnarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera. Dopo pochi minuti ritorna e si fa lasciare in via Albricci. Per chi conosce il centro di Milano la cosa appare pazzesca. Il parcheggio di piazza Beccaria dista 135 metri dall’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Da via santa Tecla alla banca ci sono 117 metri. Quindi Valpreda, per risparmiarsi 135 metri, ne ha compiuti tra andata e ritorno al tassì 234. Con in più il rischio di farsi riconoscere da un tassista insospettito da un cliente che gli chiede una corsa così breve. Così Rolandi ha rievocato quel pomeriggio: “In piazza Beccaria sul mio tassì salì quel tipo con la borsetta, che aveva in mano una borsa nera. Lo guardai attraverso lo specchietto retrovisore e notai subito che aveva delle lunghe basette come si usano oggi. Mi disse di accompagnarlo in via Albricci passando per via Santa Tecla. Era un percorso piuttosto breve, ma in via Albricci ci sono molte compagnie aeree e pensai che fosse un viaggiatore in partenza. In via Santa Tecla, come mi aveva ordinato il cliente, mi fermai. Gli feci presente che la via Albricci non era molto distante, che avrebbe potuto andare a piedi. Mi disse di aspettarlo, che aveva fretta. Scese con la borsa. Ritornò poco dopo: la borsa nera non l’aveva più. Lo accompagnai in via Albricci: lui pagò l’importo della corsa, 600 lire, e quindi se ne andò”. (Franco Damerini, Intervista a Milano con il teste-chiave, “Corriere d’informazione” del 17 dicembre).

A parte il fatto che secondo le tariffe dell’epoca quel viaggio con la sosta doveva costare poco più della metà di quanto dichiarato da Rolandi, c’è una testimonianza che getta ombre su quella ricostruzione dei fatti. É di Liliano Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano. Paolucci con la figlia Patrizia prende il tassì 3444, quello di Rolandi, la mattina del 15 dicembre, si accorge che il tassista è strano, sbaglia continuamente le strade, poi, dopo che la figlia è scesa, Rolandi si confida con Paolucci. Ecco quanto Paolucci ha registrato al magnetofono domenica 21 dicembre affinché restasse traccia certa di quel suo strano incontro e che cosa gli ha detto il tassista: “Erano circa le 16 di venerdì 12 dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: “Alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana”. Parlava un italiano perfetto senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’agricoltura è qui a due passi, a 50 metri. Fa prima a piedi. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’agricoltura, cinque-sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati 40, 50 secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassì e mi disse…”. A questo punto Paolucci interviene nel discorso e gli domanda perché quell’uomo veniva dalla galleria del Corso. La risposta di Rolandi è esemplare: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Affermazione che ripete per tre volte.

Ma fatto ancora più misterioso Rolandi negherà di aver trasportato Paolucci e di aver parlato con lui. E soprattutto polizia e magistratura non metteranno mai a confronto Rolandi e Paolucci per verificare le diverse versioni dei fatti. Ma questa non è l’unica stranezza come fa rilevare lo stesso Paolucci al giornalista Enzo Magrì che lo intervista per il settimanale “L’europeo” del 9 marzo 1972: “Lunedì mattina alle 9,15 io, un cittadino denuncio un fatto grave. … Racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene la polizia come reagisce? Non mobilita due gazzelle, non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo, ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare … Ebbene a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della Questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice :’Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca nazionale dell’agricoltura?’ “.

Ma non ci sono soltanto le contraddizioni rilevate da Paolucci, c’è anche un altro testimone molto importante perché sostiene che Valpreda il 12 dicembre era a letto ammalato. Chi è? La prozia di Valpreda, Rachele Torri che abita a Milano. La prozia così ricorda quel pomeriggio: “Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni dalle Bande nere una signora ha aperto “La notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato “La notte“. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale” (Intervista a Rachele Torri pubblicata su “A-rivista anarchica” del febbraio 1971)

Il giorno dopo Valpreda incontra l’avvocato Mariani, con lui va dal giudice Amati. Non lo trova, lascia un biglietto per informarlo che sarebbe tornato lunedì 15. Poi raggiunge la casa dei nonni, Olimpia Torri in Lovati e Paolo Lovati. E vi resta fino alla mattina del famoso 15 dicembre. Lo vanno a trovare la sorella Maddalena e un’amica d’infanzia, Elena Segre, 33 anni, impiegata come traduttrice, vive con la madre in zona Corvetto. Al terzo abitano i genitori di Valpreda. Segre passa a salutare l’amico Pietro la domenica 14 verso le ore 18. In un’intervista a Giampaolo Pansa sulla “Stampa” del 18 febbraio 1970, afferma: “Pietro era qui dai nonni. Ho suonato il campanello e mi hanno aperto. Quel ragazzo era lì, sul divano messo contro la parete di sinistra, indossava un pigiama forse azzurro, si è alzato dal sofà per venirmi incontro …”. Pansa la interrompe per ricordarle che è già stata sentita da Ernesto Cudillo, il giudice istruttore, e Vittorio Occorsio, pubblico ministero, per ricordarle che se mente la possono arrestare. Segre risponde: “Senta, domenica quel ragazzo era qui! Che cosa posso farci se l’ho visto? Mi ha salutato, era da molto tempo che non ci vedevamo. Si è seduto sul divano-letto, anch’io mi sono seduta, lui era alla mia destra, di fronte c’erano i due nonni. Abbiamo cominciato a parlare …”. A questo punto Valpreda ha alibi per i giorni che vanno dal 12 al 15 dicembre. Alibi che contraddicono la sua presenza in piazza Fontana e il suo incredibile tragitto in tassì. Ecco allora spuntare, ai primi del febbraio 1970, alcuni testimoni romani per i quali Valpreda era nella capitale nei giorni 13 e 14 dicembre. Se i familiari di Valpreda mentono per quei due giorni hanno mentito anche per il 12 dicembre e così si salverebbe la testimonianza del tassista Rolandi.

Chi sono questi testimoni? Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, Enrico Natali, Gianni Sampieri, Armando Gaggeggi e sua moglie, Benito Bianchi tutti personaggi dell’ambiente dell’avanspettacolo che spesso si esibiscono al teatro Ambra-Jovinelli di Roma. Ma nei confronti che Valpreda ha con alcuni di questi, il 6 marzo, si assiste alla contrapposizione di due ricostruzioni dei fatti. I testi romani affermano di aver incontrato il 13 o il 14 Valpreda a Roma, Valpreda sostiene che quegli incontri si sono svolti circa dieci giorni prima. E cioè poco tempo dopo che Valpreda è uscito, il 25 novembre, dal carcere di Regina Coeli. Valpreda è stato infatti arrestato il 19 dopo una rissa con alcuni fascisti nel quartiere Trastevere. Altro particolare: alla visita medica prima di entrare in carcere, Valpreda presenta un’ecchimosi all’occhio sinistro. Livido che non ha più quando viene fermato il 15 dicembre. Alcuni testimoni ricordano quel livido quando sostengono di aver incontrato Valpreda dopo la strage di piazza Fontana. É un’altra contraddizione che non crea dubbi in Cudillo e Occorsio che incrimineranno per falsa testimonianza i parenti di Valpreda.

E a aumentare i capi d’accusa Beniamino Zagari, della Questura di Milano, il 7 febbraio dichiara che nella borsa in cui c’era la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana, è stato trovato anche un vetrino colorato simile a quelli che Valpreda usava per fabbricare lampade liberty. Una imperdonabile distrazione dell’anarchico attentatore. La scoperta di quella prova risale alle ore 14 del 14 dicembre. Però fino a febbraio nessuno l’ha visto. Così il difensore di Valpreda, Guido Calvi, può con facilità mettere in dubbio quel “provvidenziale” ritrovamento.

Per i giudici Valpreda è arrivato a Milano il 12 dicembre con la sua Cinquecento. Alle 16 ha preso un tassì per andare a depositare la bomba in piazza Fontana. La mattina del 14 va con l’avvocato Mariani dal giudice Amati. Non lo trova e lascia un biglietto per informarlo che tornerà il 15 dicembre. Poi parte, sempre con la sua scassatissima Cinquecento, per Roma. Incontra in serata la ballerina Ughetto e va a cena con lei. Domenica 14 gira ancora per i bar vicino all’Ambra-Jovinelli si fa vedere da altri che potranno smentire il suo alibi. Alle ore 21 è ancora a Roma. Alle otto del mattino successivo è già dal suo avvocato milanese. Tecnicamente, forse con un’altra macchina, è possibile. Ma non si capisce perché Valpreda fornisca un alibi così fasullo, che molti possono smentire. Neppure si capisce perché i parenti di Valpreda e l’amica Segre, con i quali non ha parlato dal momento del suo arresto, confermino quanto Valpreda ha dichiarato. Per Cudillo e Occorsio la verità è un’altra: Valpreda è colpevole. Mente. E mentono i suoi parenti. Soprattutto dice la verità Rolandi che così potrà incassare la taglia di 50 milioni del ministero dell’interno. Una verità che il 2 luglio 1970 Cudillo e Occorsio provvederanno a registrare in un interrogatorio “a futura memoria”, forse prevedendo che Rolandi morirà il 16 luglio 1971.

Vi giuro: non l’abbiamo ucciso noi

L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? E’ concitato o disteso? L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa o spalancata? A queste domande contrastanti non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte. Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi di Carrara.

Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al quarto piano della Questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.

É la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell'”Unità“, Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della Questura. É nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. É mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? É già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla Questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che risolve Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del 27 ottobre 1975, quella del “malore attivo” che manda tutti assolti o perché non hanno commesso il fatto o perché il reato è estinto essendo intervenuta un’amnistia (detenzione illegale di Pinelli a carico di Antonino Allegra), ma riabilita pienamente Pinelli e dichiara che non si era suicidato perché corresponsabile della strage, ma caduto dalla finestra per un malore attivo. Scrive D’ambrosio: “Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto”. Tutto qui.

E le precedenti dichiarazioni? Pinelli che grida: “É la fine dell’anarchia”. I poliziotti che accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido? Panessa che riesce ad afferrare Pinelli e rimane con una scarpa in mano? E i giornalisti accorsi vicino al moribondo che lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi? Il fatto che Pinelli non presentasse ferite sulle mani e sulle braccia che in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa? La mancanza di lesioni esterne, perdite di sangue dal naso, dalla bocca che si registrano in questi casi? Contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza.

Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in Questura con il suo motorino. A mezzanotte viene interrogato per la prima volta. Gli chiedono notizie su quel “pazzo di Valpreda”. Sabato 13 Ardau viene trasferito al carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: “Signora dica in ferrovia che suo marito è malato e non andrà a lavorare”. Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno. Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: “Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato”. Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: “Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito”. Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci minuti Licia Pinelli telefona in Questura: ha trovato il libretto. Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili dei sette attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto di quell’anno (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: “Perché non mi avete avvertito?”. Risposta del commissario: “Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare…”. Nel frattempo il corpo di Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: “Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco”. Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per “un fatto del tutto accidentale”. Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amato, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Guida.

Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida, che nel 1942 era direttore del confino di Ventotene, con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lo Grano. É circa l’una del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara: “Era fortemente indiziato di concorso in strage … era un anarchico individualista … il suo alibi era crollato … non posso dire altro … si è visto perduto … è stato un gesto disperato … una specie di autoaccusa, insomma”. “Il suo era un fermo prorogato dall’autorità”. Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di “L’unità“. Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: “Innanzitutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Mentre Guida la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi era stato interrogato e aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato.

Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: “Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa … posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare”. Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il giudice incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella Questura di Milano e nel tribunale di Roma.

 

Luciano Lanza (Milano, 1945), giornalista, è stato nel 1971 tra i fondatori e per dieci anni un redattore del mensile “A-rivista anarchica”. Dal 1980 è responsabile del trimestrale teorico “Volontà”.

A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

9 marzo 1972 Il tassista Rolandi non ha detto la verità Sensazionale intervista con un testimone-chiave L’EUROPEO

14 agosto 2011

Sensazionale intervista con un testimone-chiave

Il tassista Rolandi non ha detto la verità

di Enzo Macrì

Il professor Paolucci, che per primo raccolse il racconto del tassista Rolandi, registrò i fatti di cui fu protagonista su un nastro. Ora ci ha concesso di ascoltare quel documento e di trascriverlo. Ne risultano profonde e, forse, decisive discrepanze con la versione che Cornelio Rolandi sostenne poi in istruttoria

Corneli Rolandi «inventò» una sua verità sul caso Valpreda. Ed è su questa verità «inventata» dal tassista milanese che poggia tutto il processo che si sta celebrando a Roma. Questa dichiarazione, questa gravissima dichiarazione, viene da uno dei più importanti, forse dal più importante, testimonio vivente del processo Valpreda. Questo testimonio è Liliano Paolucci, il professionista milanese al quale, per primo, il tassista Cornelio Rolandi confidò di avere trasportato il presunto responsabile della strage di piazza Fontana.

Afferma Paolucci: Cornelio Rolandi aveva già in mente la parte politica alla quale attribuire l’attentato.

Afferma Paolucci: Cornelio Rolandi era stato probabilmente in questura lo stesso giorno dell’attentato in piazza Fontana.

Afferma, infine, Paolucci: Cornelio Rolandi negò, per giorni, di avermi incontrato perché temeva che io lo inchiodassi alla vera verità.

Dichiarazioni come queste, in un momento come questo, fatte da un teste come Paolucci, sono di una gravità, ma anche di una importanza, eccezionale. Liliano Paolucci non è una persona qualsiasi. Cinquanta anni, sposato con tre figli, a Milano è un’autorità: è direttore del patronato scolastico e, come lui stesso afferma, «dichiaratamente democristiano con responsabilità politiche». Perché Paolucci sta parlando adesso? La sua risposta è questa: «Perché le verità di oggi, messe a confronto con quelle che registrai dopo il mio incontro con Rolandi, non combaciano. Anzi, divergono notevolmente». Di che tipo di registrazione si tratta? Risponde Paolucci: «Per evitare travisamenti e anche per lasciare genuini e intatti, in caso di morte, avvenimenti, fatti e sensazioni di quel momento, cinque giorni dopo il mio incontro con Rolandi mi attaccai al magnetofono e registrai ogni cosa». Un testamento? Risponde: «Un memoriale».

Liliano Paolucci non ha mai parlato con nessuno di tutto questo. Dice che sono la prima persona alla quale l’ha confidato. E sarò anche la prima persona che sentirà questo memoriale dettato il 2l dicembre 1969. Liliano Paolucci mette a posto il registratore e, dopo una serie di fruscii, la sua voce ci parla. Eccone il testo.

ECCO IL DOCUMENTO

MEMORIALE DEL PROFESSOR LILIANO PAOLUCCI DETTATO DA LUI STESSO AL MAGNETOFONO ALLE 8 DEL MATTINO DI DOMENICA 21 DICEMBRE 1969

«Sono circa le otto del mattino di lunedì 15 dicembre 1969, quando Patrizia, mia figlia di quattordici anni, mi dice: “Papà, come vedi, stamattina non sono andata a scuola alle otto come avrei dovuto. Però c’è ginnastica, esco da una influenza e, quindi, ho preferito saltare l’ora di ginnastica e andare a scuola alle 9”. In effetti Patrizia usciva da una influenza, che aveva colpito anche me: sarebbe stato, quindi, giusto ritardare di un’ora e andare a scuola alle 9.

«Di solito noi prendiamo la macchina: accompagno Patrizia a scuola e, poi, mi reco in ufficio. Quella mattina ci accordammo, d’altra parte anche altre volte lo avevamo fatto, di prendere un tassì. I tassì, che di solito si chiamano da via Berna 11/4, dove noi abitiamo, sono tassì dei posteggi di piazza delle Bande Nere, di piazzale Siena, al massimo al massimo di piazza Frattini. Ma quella mattina, iniziando il richiamo del tassì alle otto e cinque minuti, otto e sei minuti, trovammo o i numeri dei posteggi occupati oppure liberi, ma non rispondeva nessuno. Tanto è vero che verso le otto e dieci, otto e dodici, avendo perduto ogni speranza di trovare un tassì, stavo già accostandomi all’idea di prendere la macchina anche quella mattina. Ma feci l’ultimo tentativo. Chiamai il posteggio di piazza Tirana, che dista un po’ di più degli altri posteggi, e fui fortunato perché mi rispose la voce del tassista al quale dissi: “Venga in via Berna 11/4”. Ci preparammo, scendemmo e, dopo sei, otto minuti, il tassì fu davanti alla nostra abitazione.

«Salimmo in tassì e diedi l’indicazione: “Via Corridoni”. Non notai niente di particolare in quel momento. Mi sembrava il solito tassista, con la solita cappottina di pelle. Lui fece la conversione di marcia, si fermò sulla strada grande, quella prospiciente all’ospedale militare di via Berna, e si diresse verso il semaforo di via Primaticcio. Non gli indicai la strada da fare. Infatti, è mio costume lasciare ai tassisti la libertà della scelta. Giunti al semaforo di via Primaticcio, mi misi a considerare quale direzione avrebbe preso: forse sarebbe andato diretto in piazza Giovanni delle Bande Nere; forse avrebbe girato a destra per andare in piazza Tripoli, sulla circonvallazione esterna. Invece, arrivati al semaforo, girò sulla sinistra. Tanto è vero che dissi a Patrizia: “Patrizia, questa mattina impareremo una strada nuova, forse una strada diversa e più breve di quella che, normalmente, noi facciamo”.

«Il tassista continuò la sua strada; arrivò al semaforo di via Forze Armate, non girò a destra, continuò verso piazzale Perrucchetti. In piazzale Perrucchetti un grosso camion con rimorchio stava girando sulla destra. Sulla destra avrebbe dovuto andare anche il mio tassista. Infatti, mise la freccia, e si accostò al camion. Ma, quando stava per imboccare quella direzione, tolse la freccia e continuò avanti. Sbucò in via Rembrandt, completamente fuori da qualsiasi indicazione, da qualsiasi direzione, verso via Corridoni. A questo punto, temendo di fare troppo tardi e, pensando di non aver dato una indicazione chiara al tassista, dissi: “Signore, forse non mi sono spiegato bene: noi dobbiamo andare in via Corridoni”. Lui mi guardò e in quel momento vidi un certo sguardo assente. Disse: “Mah, questa mattina sono un po’ così. Un po’ fuori di me. Non riesco a connettere bene. Mi scusi, signore. Sì, sì, vedrà che adesso andrà tutto bene”. Intanto, mentre il tassista faceva la sua strada, avevamo incominciato, Patrizia e io, un commento su quelli che erano stati gli avvenimenti di quello sciagurato venerdì: insomma, il disastro di piazza Fontana. Patrizia mi chiedeva come queste cose potevano avvenire; Patrizia voleva sollecitare da me un giudizio. Un giudizio morale, un giudizio politico, quasi un giudizio storico su questo avvenimento. Ma soprattutto si fermava sulle vittime innocenti e, in modo particolare, sul ragazzo di dodici anni, Pizzamiglio.

«Patrizia mi chiedeva se gli avevano tagliato la gamba; se avrebbe perduto anche l’altra gamba; e come avrebbe affrontato la vita. D’altra parte ci sembrava così ingiusto che fosse capitata una cosa simile al ragazzo, che era il più innocente di tutti. Il viaggio continuava, Patrizia parlava, io cercavo di dare quelle spiegazioni che, per una ragazzina di quattordici anni, è sempre difficile trovare per dare un giudizio sugli avvenimenti che capitano. Quando il tassista arrivò alla circonvallazione esterna, anche qui continuò una corsa strana, quasi una corsa allucinante. Girò ancora a destra, prese la prima a sinistra e ci trovammo in piazza Sicilia. In piazza Sicilia, io mi rivolsi ancora al tassista e dissi: “Signore, io penso che lei non stia troppo bene. Guardi, al primo posteggio si fermi. Prendiamo un altro tassì, anche perché Patrizia avrebbe dovuto essere alle nove a scuola”. Il tassista ripeté che non si sentiva bene, disse che quella mattina era come frastornato e che avrebbe finalmente tenuto la strada giusta. Al prossimo semaforo, che divide via Washington da via Costanza, girò a sinistra e io pensai che, veramente, in quel momento avesse scelto la strada giusta. Ma, invece di recarsi direttamente nella direzione di viale Papiniano andò a sbucare in via Foppa.

Ho visto l’uomo delle bombe

«A questo punto non è che persi la pazienza. Io cominciavo a considerare che quell’uomo poteva avere addosso una pena, forse una pena familiare, una pena di una disgrazia che gli era capitata. E allora dissi: “Guardi, signore, faccia in questo modo: le do io le indicazioni. Lei ora si dirige verso viale Papiniano. Poi fa corso Genova, prende via De Amicis, Francesco Sforza, Visconti di Modrone, via Mascagni…”. «Intervenne il tassista: “Poi via Conservatorio?…”. «E io: “Poi via Conservatorio e siamo arrivati in via Corridoni”. «Fu come se al tassista fosse capitato, veramente, qualcosa più forte di lui. Perché da questo istante seguì le indicazioni come un automa. Non sbagliò più. Continuò direttamente la sua strada. E, infatti, verso le nove meno dieci ci trovammo in via Corridoni, al 15, là dove c’è il liceo scientifico Da Vinci. Io salutai Patrizia, le dissi: “In bocca al lupo”: era una settimana che non andava più a scuola e temeva di essere interrogata in geografia, dove non aveva ancora avuto il voto. E nient’altro.

«Il tassista non pensava che io rimanessi nel tassì. E disse: “Lei, signore?”. “Ah”, dissi, “io ho bisogno di recarmi in banca, per fare un’operazione, brevemente. Mi faccia la cortesia di accompagnarmi in via Cesare Correnti”. Il tassista riprese stancamente la macchina, percorse molto lentamente il tratto che divide via Corridoni dal semaforo di largo Augusto e, quando fu al semaforo di largo Augusto, egli tirò un sospiro di sollievo, come se avesse avuto dentro qualcosa di non immaginabile. Io, allora, in quel momento, rivolgendomi a lui, dissi ancora: “Signore, guardi, lei, veramente, questa mattina si sente male. Qui ci sono dei tassì. Si fermi. Si fermi per cortesia”. Il tassista si fermò. Ma non per farmi scendere. Mi disse: “Signore, se lei sapesse che cosa mi è capitato!”. Io, pensando a una disgrazia di famiglia, dissi: “A tutti capitano cose veramente dolorose, cose, qualche volta, inimmaginabili”. Dissi: “Anche a me, qualche mese fa, è morto il padre. E, quindi, per me è inimmaginabile che mio padre potesse essermi rapito”.

«Il conducente mi disse: “No, no. Qualche cosa di più grosso”. E tutto di un fiato mi rivelò: “L’uomo che ha fatto saltare la Banca dell’Agricoltura l’ho accompagnato io”. Io rimasi sereno di fronte a questa ammissione. Perché in quel momento volevo creare le condizioni psicologiche adatte perché l’uomo si liberasse dal segreto e fosse indotto, poi, a riferirlo alla polizia. Non avendomi sorpreso, non vedendomi meravigliato, mi disse: “Ma non dice niente?”. Dico: “No. Non dico niente. Sono cose che capitano. Uno può avere paura, può aver timore”. E allora il tassista interviene: “Sì, veramente, è stato un grosso terrore. Io non lo so. Non so che cosa fare. Ho paura. Ho tanta paura. Ho un figlio di diciassette anni. Ho famiglia. Che cosa mi potrebbe capitare?”. Anch’io dissi: “Ho tre figli. Lei ha notato. Patrizia è la più grande: quattordici anni. Ma ne ho altri due: Gianni di dodici anni e Paola di sette. Però, per me, non c’è dubbio alcuno su quello che dovrei fare: andare subito, immediatamente, alla polizia e raccontare tutto, per filo e per segno, quello che mi è capitato”. Io non sapevo ancora che cosa fosse capitato in realtà al tassista. Il tassista, dopo queste parole, disse: “Mah, lei mi ispira fiducia. Guardi voglio dirle come…”.

«Ed ecco il racconto, il più fedele possibile, che il tassista mi ha fatto: “Erano circa le sedici di venerdì dodici dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando, dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: ‘Alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana’. Parlava un italiano perfetto, senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’Agricoltura è qui a due passi, a cinquanta metri. Fa prima a piedi’. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì. In quel momento, mentre saliva sul tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una borsa, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’Agricoltura, cinque, sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’Agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati quaranta, cinquanta secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassi e mi disse…”.

«A questo punto intervenni io: “No, no, guardi, non voglio sapere dove lo ha condotto. Non mi interessa”. Anche perché io non sapevo che lui collegasse il fatto, come lo collegò dopo. Continuai ad ascoltare il tassista. Diceva: “Quest’uomo era molto scuro in volto. Aveva un volto scuro”. Il tassista me lo ripeté tre volte. Poi gli osservai: “Ma perché quest’uomo veniva dalla galleria del Corso?”. E lui: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Me lo ripeté due o tre volte: “il famoso covo della galleria del Corso”. Proseguendo nel racconto il tassista mi riferì: “Io continuai a fare il trasporto dei passeggeri, quando, dopo che il passeggero aveva lasciato il tassì da un quarto d’ora, venti minuti, seppi dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Allora mi venne in mente. Io collegai i fatti e mi ricordai che quando il passeggero era entrato nella Banca dell’Agricoltura aveva la valigetta nera e quando ne era uscito non l’aveva più”.

«Qui finisce il racconto del tassista. Eravamo arrivati al semaforo che divide via Cesare Correnti da via Circo. Gli dissi di fermarsi un attimo. Gli dissi che, maggiormente, ero convinto che lui dovesse compiere il proprio dovere. Mi ripeté che non sapeva che cosa fare. Mi disse che la sera precedente, e per tutta la notte, avevano tenuto consiglio di famiglia lui, la moglie, il figlio, e che non sapevano come agire in questa circostanza. La moglie lo aveva invitato a recarsi da un sacerdote a consigliarsi, a vederci chiaro. Io gli dissi che qualsiasi sacerdote, ma anche qualsiasi uomo che sentisse il dovere morale di difendere i cittadini del suo stesso paese, gli avrebbe dato l’unico consiglio possibile: andare subito, non fare trascorrere un istante di tempo, per raccontare tutto alla polizia. Al momento di pagare mi accorsi di avere diecimila lire. Lo pregai di attendere un attimo. E, nel timore che lui scappasse via, lasciai i libri sul sedile. Entrai in banca, cambiai diecimila lire, tornai precipitosamente da lui. Il tassametro segnava 1520 lire. Gli lasciai duemila lire. Gli dissi: “Adesso lei va in un bar, e si prende un bel grappino”

«La situazione tra noi si era ormai sgelata. Lui era diventato un chiacchierino. Come dicevo, gli dissi: “Si trovi un bar, si prenda un bel grappino e poi, subito, di corsa, senza mettere tempo in mezzo, vada alla polizia”. Lui mi guarda e dice: “Signore, sa che lei quasi mi ha convinto! Be’, guardi, devo pensarci ancora un momentino. Però, se andrò alla polizia, parleranno di me la televisione e i giornali”. Io attraversai ancora la strada. In quel momento ero il custode di un segreto veramente pesante. Volevo fare un’operazione di banca. Entrai in banca ma non feci quell’operazione. Chiamai un amico e gli dissi che avevo bisogno, urgentemente, di dirgli qualcosa. Volevo mettere subito al corrente qualcuno di questa cosa. Raccontando a quest’uomo, per filo e per segno, quanto mi era capitato, gli chiesi consiglio. E per la verità, proprio per la verità, il consiglio fu dei più convincenti. Mi disse che avrei avuto noie, che, forse, non era il caso, essendo io un funzionario statale, di fare questo; che, se proprio avessi voluto farlo, era meglio farlo da un telefono pubblico non dando il mio nome. Perché? Perché se avessi dato il mio nome, dopo cinque, dieci minuti sarebbero arrivate le “gazzelle” a sirene spiegate. Infine, mi disse: “Forse l’unica soluzione immediata sarebbe quella di prendere un tassì, andare in via Fatebenefratelli e raccontare tutto”.

«Io non avevo tempo da porre in mezzo. D’altra parte non potevo prendere un tassì per andare in via Fatebenefratelli perché dovevo preparare un consiglio d’amministrazione urgentissimo. Andare in via Fatebenefratelli avrebbe significato aspettare una, due, tre ore prima di essere ricevuto. Così, andai di corsa nel mio ufficio che dista pochissimo da via Cesare Correnti. La prima cosa che feci entrando in ufficio fu questa: dissi alla mia segretaria: “Signorina, venga qui, venga qui”. Ecco, io avevo ancora bisogno di mettere qualcuno al corrente della cosa. Cosi dico alla mia segretaria: “Venga qui e senta quello che dirò”. Faccio il 113 e al centralinista che mi risponde dico: “Ho una notizia importante in merito all’attentato alla Banca dell’Agricoltura. Ma prima di dirvi i particolari prendete questo numero: 3444”. Mi ero dimenticato di dire che, nello scendere dal tassì, avevo fotografato nella mia mente il numero dell’auto pubblica. Appunto il numero 3441. E continuando il discorso col centralinista della questura dico: “Rintracciate il tassì che porta questo numero. Perché il conducente di questo tassì ha, probabilmente, il segreto dell’attentato di piazza Fontana”.

Rolandi negò d’avermi visto

«Il centralinista del 113 mi passò immediatamente la Volante. Alla Volante faccio lo stesso racconto che ho registrato in questo memoriale. E ripetei che dovessero fare in fretta, in fretta. La mia preoccupazione era che a quell’uomo potesse capitare qualcosa, che l’uomo potesse scomparire; che l’uomo non avesse voluto assolutamente dire quel segreto che possedeva e che, probabilmente, rappresentava la chiave dei fatti di piazza Fontana.

«Dopo circa mezz’ora la mia segretaria annunciò: “La Volante al telefono”. Era il centralinista della questura. Mi disse: “Sono io che ho raccolto mezz’ora fa la sua denuncia. Mi dica: lei ha chiesto al tassista com’era vestito il passeggero?”. Io dissi che il mio non era stato un interrogatorio; che la mia era stata una conversazione distesa per mettere il tassista in condizioni psicologiche adatte; che il tassista mi raccontò tutto quello che voleva raccontare e che, quindi, io non avevo chiesto come era vestito il passeggero. Erano circa le dieci di lunedì. A partire da quel momento io vissi momenti di trepidazione. Anche per me. Anche per la mia famiglia. Ma, soprattutto, mi preoccupava sapere se la polizia aveva rintracciato il tassista; sapere se il tassista, fortunatamente, fosse andato dalla polizia. Nulla durante tutta la giornata di lunedì. Nulla per tutta la mattinata del martedì. Col telegiornale dell’una e mezzo del martedì, io seppi che il tassista era stato rintracciato, che, forse, era andato dalla polizia e, quindi, fui liberato da quella pena di sapere come fosse andata la indicazione data alla polizia.

«Dopo le quattordici e trenta di quel martedì, poiché il tassista era stato rintracciato e io volevo dare i particolari affinché non cadesse in contraddizione e raccontasse tutto, mi misi in contatto col dottor Castellino della Notte. Dissi se poteva mandarmi un cronista al quale avrei raccontato qualcosa di molto intèressante in merito ai fatti di piazza Fontana. Mi disse che me lo avrebbe mandato verso le tre e mezzo. In questa attesa, io telefonai a un mio carissimo amico, veramente caro, l’avvocato Domenico Bellantoni. Volli che fosse presente al colloquio col cronista della Notte. Lo raccontai anche al mio presidente, l’avvocato Ogliari. Dissi che cosa mi era capitato. Non dissi niente prima, neppure in famiglia. Anzi, in famiglia lo racconterò, addirittura, martedì sera. Perché non volevo che eventuali indiscrezioni potessero intralciare il corso della giustizia.

«Al cronista della Notte raccontai quanto mi era capitato. E, preoccupato che il discorso fosse riferito il più obiettivamente possibile, d’accordo col mio avvocato, alla sera. convocammo i cronisti del Giorno. Alle 20,30 di quello stesso martedì, io diedi ai cronisti del Giorno quel racconto che, poi, apparve esattamente il mercoledì mattina. Intanto, alle 18 del lunedì sera (un particolare, questo, che mi era sfuggito), avendo una riunione alla Charitas Ambrosiana, in via Ludovico Ariosto, con monsignor Giuseppe Bicchierai e con l’assessore all’educazione, dottor Lino Montagna, a loro avevo accennato della mia avventura, e avevo accennato anche a come mi ero comportato. Avevo avuto il conforto e di monsignor Bicchierai e del dottor Lino Montagna, che avevo fatto bene perché quello era il mio dovere. La mattina del mercoledì lessi la versione che avevo dato al Giorno. Andai in ufficio dove mi telefonò un redattore dell’ANSA dicendomi che il tassista Rolandi (solo in quel momento seppi il nome) aveva negato di avermi trasportato e persino incontrato e di avere avuto un colloquio con me. Non capivo perché lo negasse. Quel giorno vennero di nuovo i giornalisti della Notte, i quali cominciarono a farmi fotografie su fotografie e, anche loro, mi riferirono che Rolandi negava di avermi incontrato. Poi mi telefonò anche un redattore della Stampa di Torino dicendomi che aveva incontrato Rolandi e che Rolandi negava di avermi visto. Volle anche lui un racconto di quel giorno. Racconto che ripetei, nel pomeriggio, a un inviato, Giampaolo Pansa, dello stesso giornale. Alla sera, verso le 23, mi cercarono i cronisti della radiotelevisione svizzera che vollero anche loro un racconto di quel lunedì.

«A tutti ripetei quanto ho riferito oggi, domenica 21 dicembre 1969, in questo microfono. Ed è la verità. La verità vera.

«Io credo d’essere riuscito a convincere l’uomo ad andare alla polizia. Perché quella mattina, come lui stesso ebbe a dichiarare, era uscito di casa con questa raccomandazione della moglie, che lui mi riferì e che adesso mi sovviene. La raccomandazione era questa: “Stai attento, perché non è possibile quello che tu pensi”.

«Ho voluto ricordare questo perché penso che potrà servire. Sono le otto e quaranta di domenica 21 dicembre 1969 “.

Un poscritto: «Mi è sfuggito un particolare: durante il racconto del tassista, egli ebbe a insistere sulla paura che aveva avuto nel ripensare che sul suo tassì c’era la valigetta nera con l’esplosivo. Lo ripeté due o tre volte e disse: “Se fosse scoppiata in macchina, che cosa sarebbe stato di me? Che cosa sarebbe capitato durante la corsa?”»

Una precisazione: «Il tassì fu chiamato da via Berna 11/4 verso le otto e quindici minuti, otto e sedici di lunedì 15 dicembre. Ho chiamato il 113 alle nove e un quarto. Alle nove e quarantacinque il 113 mi chiamava chiedendomi alcuni particolari. Aggiungo che al 113 ho detto: “Qui parla Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano, che abita in via Berna 11/4 e il cui numero di telefono di casa è questo e che ha l’ufficio in via del Don numero 6, con telefono diretto numero… eccetera eccetera”.

«Questo è tutto».

L’INTERVISTA

COLLOQUIO COL PROFESSOR LILIANO PAOLUCCI REGISTRATO LA SERA DI DOMENICA 27 FEBBRAIO 72 NELLA SUA ABITAZIONE DI VIA BERNA, A MILANO

Professor Paolucci, per quale ragione, cinque giorni dopo il suo incontro con il tassista Cornelio Rolandi, lei decide di dettare al magnetofono questa sua memoria, questa specie di testamento?

Perché sono un pignolo. E, proprio perché sono un pignolo, mi accorsi, in quei giorni, che le «verità» su quell’incontro con Cornelio Rolandi stavano diventando tante: anzi troppe, con troppi elementi interpolati oppure taciuti. Elementi, badi bene, tali da modificare sostanzialmente la realtà dei fatti. Di quei fatti che erano avvenuti la mattina del 15 dicembre 1969.

Quali sono questi elementi?

Nel memoriale che ha sentito ce ne sono almeno tre.

Elenchiamoli, a uno a uno: il primo.

Il primo: Cornelio Rolandi, in quella settimana, ripeté parecchie volte di non avermi né visto e neppure trasportato.

Il secondo elemento.

Cornelio Rolandi diede ai carabinieri di via Moscova, dove si presentò oltre due ore dopo il mio incontro, una versione dei fatti del venerdì precedente assolutamente diversa da quella che aveva dato a me.

E il terzo elemento?

Il terzo elemento consiste nel fatto che Cornelio Rolandi, la mattina del 15 dicembre 1969 alla mia domanda: «Ma perché quell’uomo avrebbe dovuto saltare fuori proprio dalla galleria del Corso?», risponde: «Ma come, lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?».

Professor Paolucci, lei, dice, ed, è vero, che Cornelio Rolandi, negò dapprima di averla incontrata. Per quale motivo avrebbe dovuto negare quell’incontro con lei che, poi, fu fondamentale ai fini della determinazione del tassista di raccontare tutto ai carabinieri?

Perché ha inizialmente negato, lei si domanda. E me lo sono chiesto anch’io. E la spiegazione è evidente se lei tiene conto del secondo elemento: la diversità del racconto. A me, Rolandi, dice una cosa, dai carabinieri ne emerge un’altra. Cornelio Rolandi disse a me quella mattina: «Ho caricato quell’uomo in piazza Beccaria e l’ho portato davanti alla Banca dell’Agricoltura. Poi l’ho aspettato per quaranta, cinquanta secondi. Soltanto venti minuti dopo, quando ho saputo dell’esplosione avvenuta dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, mi sono ricordato che quell’uomo era sceso con una valigetta in mano, valigetta che non aveva quando è rientrato nel tassì» . Racconta, invece, alla polizia: «Ho portato quell’uomo in via Santa Tecla, l’ho aspettato per quattro o cinque minuti, l’ho visto nello specchietto retrovisore. È sceso con la valigetta ed è tornato senza valigetta sbattendo forte la porta». Perché Rolandi nega di avermi visto? Perché, anzi, dice a qualcuno che il giorno di lunedì non aveva neppure lavorato? Perché si rende conto che ci sono due verità che non combaciano e che, nei due racconti, ci sono delle differenze sostanziali. Una cosa è aver portato quell’uomo davanti alla Banca dell’Agricoltura il giorno di venerdì, quando c’è una ressa notevole e qualcuno, bene o male, avrebbe potuto ricordare quell’episodio, e un’altra cosa è l’avere accompagnato quell’uomo in via Santa Tecla, in un posto deserto, o quasi, dove quel passeggero e quel tassì che aspetta per quattro, cinque minuti non vengono assolutamente notati da nessuno. Io, ai fini della verità, ho sempre chiesto il confronto con Cornelio Rolandi. Questo confronto non è stato mai fatto. Non solo. Ma fui interrogato soltanto un mese dopo il fatto.

Professor Paolucci, lei afferma che Cornelio Rolandi quella mattina le parlò di covo. Che tipo di covo?

Rolandi non specificò il tipo di covo. Ma questo termine, «covo», rimase impresso nella mia mente. Ho sempre riflettuto su questo particolare. Ripeto, ancora, che avevo fatto una domanda precisa. Questa: «Ma, scusi, perché quest’uomo che lei ha caricato in macchina in piazza Beccaria doveva venire dalla galleria del Corso?». E lui, stia attento, dice: «Ma lei non sa che li c’è un covo? Un famoso covo?» E io ora, alla luce degli avvenimenti, dico: «Ma se tu, Cornelio Rolandi, pensi al covo, sai già che quella persona appartiene a un dato covo. Quindi, tu Cornelio Rolandi, quella mattina del 15 dicembre 1969, hai già la prefigurazione di chi sia quell’uomo che hai caricato. Dunque, a un certo momento ti sei ficcato in testa che quella persona appartiene a una determinata categoria, a un determinato settore della vita politica e di quella sociale. Perché mi parli di covo e mi metti in relazione le bombe alla Banca Nazionale dell’Agricoltura con quest’uomo che esce dalla galleria del Corso? Perché alla galleria dei Corso, come sostieni tu, tu Cornelio Rolandi, c’è un covo, un famoso covo. Chi te lo ha detto? Chi ti fa fare, a te tassista, questa relazione tra il covo e le bombe?». È una illazione, quella che fa Rolandi, di una gravità eccezionale perché egli ha già prefigurato di definire questa persona come appartenente al covo.

Il tassista ascolta e sbaglia strada

Professor Paolucci, finora abbiamo parlato di fatti. Adesso entriamo in quel terreno pericoloso che sono le illazioni. Ma secondo lei per quale ragione un uomo onesto come Rolandi avrebbe dovuto tirare queste conclusioni? Lei è un docente, ha studiato psicologia, ha conosciuto Rolandi. Perché, ripeto, Rolandi avrebbe dovuto comportarsi in questo modo?

Perché non è escluso che Rolandi fosse andato alla polizia la sera stessa di venerdì, il giorno delle bombe.

Che cosa vuole dire con questo?

Niente di offensivo per nessuno. Neppure per Rolandi. Anche l’illazione che Rolandi fosse andato alla polizia quel venerdì poggia su un dato di fatto. Deve sapere che mercoledì 17 dicembre 1969, quando uscì la mia intervista sul Giorno, mi telefonò un giornalista di un quotidiano che mi disse: «La tua intervista mi ha fatto passare uno dei momenti professionali più brutti della mia vita». Chiesi il perché e mi rispose: «Perché io avevo saputo da fonte primaria che Io stesso giorno di venerdì, dopo l’attentato, un tassista si era presentato in questura. Purtroppo non tenni conto di questo». Dunque, premesso questo e ammesso, solo per ipotesi, che Rolandi si sia recato in questura, io ho cercato di trarre una deduzione di carattere psicologico.

Che tipo di meccanismo sarebbe potuto scattare in Rolandi?

Dunque, Rolandi va alla polizia. Viene ascoltato? Non viene ascoltato? Non lo so. Sta di fatto che lui da quel momento comincia a meditare la costruzione della verità. Trovata questa verità, ha bisogno di presentarla alla verifica. E trova questa verifica in un passeggero che durante la corsa comincia a discutere con sua figlia in tono placido degli avvenimenti di piazza Fontana, un passeggero abbastanza comprensivo davanti a quel disastro, un uomo che cerca di trovare le cause per questa umanità che era stata sconvolta. E, infatti, Cornelio Rolandi era attentissimo al colloquio che avveniva tra me e mia figlia. Era per questo che cominciava a sbagliare le strade. Sbagliava le strade perché era più impegnato ad ascoltare la conversazione che a seguire la rotta. Dunque, se Rolandi aveva accompagnato quel passeggero, se veramente l’aveva detto alla polizia, se la polizia non gli aveva creduto subito, Rolandi ha bisogno di provare in qualcun altro che quello che lui aveva detto era vero.

Ma poteva Rolandi, un tassista con la terza media, elaborare un processo mentale così perfetto?

Rolandi aveva la terza media ma possedeva anche la classica intelligenza del contadino e, secondo me, una sorta di visione utilitaristica di certi avvenimenti. Certo non sapeva che c’era una taglia. Ma ci poteva essere la notorietà.

Allora, secondo. lei, Rolandi, si mise in mezzo a questo pasticcio anche per amore di notorietà?

Non dimentichi quello che ho registrato. Cornelio Rolandi, durante quella corsa in tassì, è turbato. Poi mi raccontò, ancora terrorizzato, l’avventura che aveva corso quel venerdì con tutte le implicazioni psicologiche del dopo: «la bomba poteva scoppiare in auto»; «che cosa sarebbe potuto accadere». Ci sono anche le implicazioni psicologiche del momento. Rolandi ha paura di parlare: pensa a sua moglie e a suo figlio. Questo terrore dura fino a quando non si accomiata da me. E, infatti, al momento di salutarmi, si trasforma. Sorride, sorride perché ha trovato un individuo che confortava la sua tesi? Non lo so. Sta di fatto che sorride e sorridendo mi dice: «Quasi quasi lei mi ha convinto ad andare alla polizia. Ma se andrò alla polizia parleranno di me i giornali e anche la televisione». Ora io dico: un uomo terrorizzato, veramente terrorizzato come appariva Rolandi prima del racconto di quell’avventura, fa altre considerazioni. Dice: «Speriamo che non mi capiti niente e speriamo che la polizia tenga il segreto. Per la mia sicurezza».

Be’, certo che questo mutamento di umore in Rolandi è ben strano. Però…

Di cose strane, quel lunedì mattina, lunedì 15 dicembre 1969, ce ne furono altre.

Quali altre cose strane ci furono?

Ha sentito la registrazione del mio memoriale. Ha sentito che ho telefonato alla polizia, ha sentito che cosa ha risposto la polizia mezz’ora dopo? Si ricorda?

Sì, ricordo che, secondo il suo memoriale, la polizia le chiedeva se…

Mi chiedeva se avevo chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che questo tassista aveva accompagnato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Dunque faccia mente locale a quel giorno. Eravamo tutti nazionalmente angosciati, turbati, da quello che era accaduto in quel terribile venerdì dodici di dicembre. Lunedì mattina alle nove e un quarto io, un cittadino, denuncio un fatto grave. Dico: «Prenda nota. Sono Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano che abita in via Berna 11/4 e il cui numero di telefono di casa è questo, e che ha l’ufficio in via del Don 6 con telefono diretto numero tale». Questo di primo acchito. Poi racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene, la polizia come reagisce? Non mobilita due «gazzelle», non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo. Bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare, bisogna cercarlo, soprattutto, prima che questo tassista, rientrato psicologicamente nel terrore, possa nascondersi, andar via. E, in quel momento, alle 9,15 di quel lunedì, io soltanto rappresento l’unico legame con quest’uomo. Ebbene, a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice: «Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta, lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura?». E se io in quel momento avessi detto che sì, avevo chiesto, e che il tassista mi aveva risposto che quell’uomo aveva la giacca rossa, le scarpe gialle e la cravatta viola?

Perché Rolandi diede due versioni. Perché dalla questura volevano sapere com’era vestito l’uomo che Rolandi aveva accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura?

Sono un testimone del processo di Roma. È meglio che io tenga dentro di me questa illazione.

Professor Paolucci, la chiave di tutto il processo che si sta celebrando a Roma sta in Rolandi. Ma Rolandi è morto, anche se ha lasciato una «memoria futura», un’ultima, estrema, testimonianza che accusa una certa persona. Lei crede che un uomo, un uomo sul letto di morte, possa scherzare con la vita dei vivi, possa accusare una persona senza pensare che potrebbe rendere conto di questo a Qualcuno?

Attenzione. Io non dico che Cornelio Rolandi era un bugiardo. Sono convinto che lui non ha pensato al fatto grosso, alle complicazioni. Non ha pensato che si trattava di un fatto storico, di una rilevanza eccezionale. E, siccome io lo ritengo una persona onesta, sono certo che oggi sarebbe arrivato alla conclusione che si era sbagliato. Non alla conclusione. Alla convinzione che si era sbagliato. Oggi, io avrei inchiodato Cornelio Rolandi alla verità vera. Avremmo avuto delle spiegazioni. Perché a me ha raccontato una versione? Perché ai carabinieri ne riferì un’altra? È probabile che queste spiegazioni ci sarebbero state. E queste spiegazioni sarebbero servite a trovare la verità.

Se ho capito bene, lei, dice che oggi Rolandi, messo a confronto con Lei, avrebbe ritrattato.

Questo è un termine giudiziario. Io le dico che, oggi, Rolandi, messo di fronte a una realtà da accertare, sarebbe stato disposto a dire qualsiasi altra verità.

Quale?

Una verità diversa da quella che, inizialmente, lui credeva

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma

A rivista anarchica n.7 ottobre 1971 Valpreda è innocente, liberiamo Valpreda, a cura della Crocenera anarchica

28 febbraio 2011

LA STRAGE DI STATO

12 dicembre 1969

Milano 12 dicembre 1969. Scoppia la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, la strage scuote il paese. La polizia assicura che presto il colpevole sarà trovato, che le indagini saranno svolte in tutte le direzioni ma intanto vengono fermati, interrogati e perquisiti 588 militanti della sinistra extra parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi).

Calabresi lo stesso giorno indica nei responsabili dell’attentato le forze della sinistra extraparlamentare, e agli anarchici arrestati Pinelli e Ardau chiede con insistenza notizie o rivelazioni su Valpreda. Calabresi (che bravo!) aveva già individuato i responsabili: “Questa non è opera di fascisti – aveva detto – vi si riconosce una sicura matrice anarchica”.

15 dicembre 1969

“La mattina del 15 dicembre, circa le ore 5,30, mi recai in via Orsini per rintracciare il Valpreda. Bussammo alla porta ove vi era la targhetta Valpreda-Torri, ci venne ad aprire una signora anziana che ci disse che Piero non c’era. Aggiunse che era arrivato da Roma, ma il mattino dopo se ne era andato, affermando che si sarebbe recato presso una sua amica e che comunque, avremmo potuto rintracciarlo nella stessa mattinata, presso il dottor Amati al Palazzo di Giustizia…”. Questo quanto dichiarato al Giudice Istruttore dott. Ernesto Cudillo, dai brigadieri Mainardi e Cusano dell’Ufficio Politico della questura di Milano, e dal brigadiere dei carabinieri Di Maiuta.

È l’inizio di quella fatidica giornata di lunedì 15 dicembre 1969, quando la polizia, dopo aver cercato Valpreda dalla zia, l’ha poi trovato ed arrestato al Palazzo di Giustizia mentre usciva dall’ufficio di Amati e da qui, in fretta e furia, portato a Roma. Ci si domanda perché Valpreda, il cui nome era stato fatto a parecchi dei cinquecento più fermati la sera del 12, perché elemento pericoloso e “sospetto”, non fu mai cercato in casa dei nonni, dove spesso si recava (cosa ben nota alla polizia) (1). C’è anche da chiedersi perché Valpreda sia stato l’unico di quei cinquecento fermati in Questura a Milano ad essere trasferito a Roma, ancor prima che venissero fuori le fantasie del Rolandi. Quel giorno anche gli ultimi fermati venivano rilasciati, solo tre o quattro anarchici (tra cui Pinelli) venivano ancora trattenuti in Questura e a San Vittore.

È sempre in quella giornata di lunedì che compare sulla scena Rolandi. Vediamo come. Verso le ore 9 si presenta dai carabinieri (il prof. Paolucci aveva già telefonato in Questura e aveva raccontato quanto riferitogli dal tassista, ma la polizia non si curò di cercare Rolandi). Viene interrogato una prima volta, in attesa del comandante, col. Favali (il quale era impegnato in una riunione in Prefettura per discutere sull’opportunità di mettere una taglia, ipotesi già avanzata da alcuni giornali di destra), dal cap. Ciancio che mostra a Rolandi un migliaio di foto, e fra queste nessuna che corrisponda al passeggero da lui trasportato. Viene anche fatto l’identikit (che non assomiglia a Valpreda in alcun particolare). Il pomeriggio verso le ore 17, il col. Favali e il cap. Ciancio percorrono con Rolandi l’assurdo percorso di 200 metri da Piazza Beccaria a Via S. Tecla, descritto dal Rolandi stesso. Successivamente i due ufficiali dei carabinieri accompagnano Rolandi in Questura dove il dott. Zagari (dell’Ufficio Politico) gli mostra un’unica fotografia, quella di Valpreda. A dissipare i dubbi sul riconoscimento, è lo stesso dott. Zagari che gli fa presente che la fotografia non è recente. Verso le ore 19,30 Rolandi viene congedato. Giunto a casa trova due agenti di polizia che lo riportano in Questura. Qui è Guida, il Questore in persona, che dopo avere espresso ammirazione ed elogi nei suoi confronti e dopo aver commentato, battendogli la mano sulla spalla, “bravo Rolandi, hai finito di fare il tassista!”, lo invita a recarsi a Roma per riconoscere ufficialmente in Valpreda il passeggero che doveva aver trasportato tre giorni prima. Rolandi, col consenso della moglie presente, accetta l’invito e con l’occasione gli viene ammonito formalmente di “agire secondo coscienza”. Gli viene anche fatto presente che un suo atto assume un’enorme importanza e di non tenere presente che nel frattempo era stata pubblicata la notizia della taglia…

Il mattino dopo Rolandi verrà accompagnato a Roma dove in un confronto particolarmente “addomesticato” riconoscerà Valpreda, tra quattro inconfondibili poliziotti, ma con qualche dubbio: due frasi da lui pronunciate sono significative: “se non è lui, qui non c’è”, “a Milano mi hanno mostrato la foto della persona che dovevo riconoscere”.

Poco dopo la mezzanotte di quello stesso giorno Pinelli viene buttato dalla finestra dell’ufficio di Calabresi, al 4° piano della Questura di Milano. In stato di coma, morrà poco più di un’ora dopo all’Ospedale Fatebenefratelli, pullulante di poliziotti anche nella sala operatoria, dove il medico di turno dr. Fiorenzano tenta inutilmente di rianimarlo.

Le versioni dei poliziotti al medico dell’ospedale sono confuse e irreali: sembra che gli stessi stiano recitando una parte che hanno imparato poco prima. Solo dopo che il dr. Fiorenzano comunicherà che sono svanite le ultime speranze per salvare Pinelli, il sospiro di sollievo del Questore Guida, toglierà loro quello stato di ansia e di tensione che li aveva fin lì accompagnati.

Perché hanno ucciso Pinelli? Perché proprio il giorno di Valpreda e Rolandi? Le ipotesi sono diverse come diverse sono state costruite quelle assurde versioni del suicidio. Pinelli da parecchi anni militava nel movimento anarchico ed era molto esperto di interrogatori di polizia. Più volte era stato in Questura perché “invitato”, perché “convocato” o per un “libero scambio di vedute”; conosceva personalmente Allegra, Calabresi, Panessa e parecchi altri funzionario o sottufficiali dell’ufficio politico. Era lui infatti che consigliava, al Circolo Ponte della Ghisolfa, i compagni più giovani ed inesperti sul modo di comportarsi in caso di interrogatori. Era lui che metteva in guardia dai sorrisi e dal benevolo modo di fare degli inquisitori, dalle loro minacce velate o palesi, dalle loro promesse e dalle loro domande trabocchetto, dalle loro sicure affermazioni sulle altrui “confessioni”: ripeteva insomma che la polizia quel che sapeva lo sapeva solo perché qualche compagno ingenuamente raccontava qualcosa anche se questo sembrava completamente senza importanza.
Pinelli era stato “fermato” tre giorni prima, nel pomeriggio del 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, al Circolo di Via Scaldasole (ora Circolo Pino Pinelli).
Non si può neanche parlare di fermo di Pino. Ad alcuni compagni che la sera del 14 dicembre avevano telefonato in Questura a Calabresi per avere notizie sulla sua posizione, Calabresi seccamente aveva risposto: “Sta bene! È qui! Non è né dentro né fuori!”.

Tre giorni e tre notti Pinelli le aveva passate al 4° piano della Questura (non era stato portato neppure nelle camere di sicurezza perché – versione Calabresi – “almeno sopra era al caldo e poteva riposare più tranquillamente”, ma questo, data la sua eccezionale resistenza fisica ed abituato com’era per il suo lavoro di frenatore presso le FF.SS. ai turni più estenuanti non poteva certo influire notevolmente sulle sue condizioni fisiche e psichiche.

Pinelli quella mattina del 15 aveva visto la madre in Questura per consegnarle la tredicesima che aveva in tasca dal pomeriggio del giorno della strage. Era tranquillo, tutt’al più seccato dall’incomprensibile prigionia. La stessa comunicazione telefonica con la moglie, avvenuta un paio d’ore prima del defenestramento, era normale e tranquilla.

Gli agenti e sottufficiali che lo interrogavano come pure il dr. Calabresi non erano certo delle cime di intelligenza, come del resto hanno dimostrato al processo Baldelli-Calabresi e a quello contro gli anarchici del 25 aprile, confondendosi, cadendo in contraddizioni, incastrandosi da soli.
È possibile che Pinelli abbia capito troppo, sia stato più furbo di loro, (lo era certamente) o che abbia rifiutato di collaborare (se gli fu offerto rifiutò certamente). È certo comunque che Pinelli mise i bastoni tra le ruote a Calabresi, e fu ucciso. Non ci è dato di conoscere le modalità di esecuzione: d’altra parte le tre, quattro, cinque, sei o più persone (non sappiamo quante, abbiamo solo le “loro” versioni) presenti in quella stanza alla mezzanotte del 15 dicembre erano tutti poliziotti e da loro non verrà certo fuori la verità.

(1) Qualche mese dopo, quando Occorsio incriminerà per falsa testimonianza i parenti di Valpreda si capirà perché questo ritardo:

La polizia aveva bisogno di lasciare un po’ di tempo libero a Valpreda, proprio per aver poi spazio per confutare una qualunque delle sue mosse, e dimostrare così che mentendo su quanto aveva fatto dopo, mentiva anche sull’alibi.

L’ISTRUTTORIA

I primi arresti vengono compiuti il 16 dicembre 1969. La magistratura di Roma emette gli ordini di cattura contro Valpreda e altri 5 fermati: Emilio Bagnoli, 24 anni; Emilio Borghese, 18 anni; Roberto Gargamelli, 19 anni; Roberto Mander, 17 anni; Mario Merlino, 25 anni. L’accusa si basa su pochi elementi: il riconoscimento di Rolandi e la testimonianza di Mario Merlino (1), fascista infiltratosi nel 22 Marzo su ordine del “boss” Stefano delle Chiaie, come lui stesso dichiarerà durante gli interrogatori. Il 28 dicembre gli atti sono trasmessi al giudice Cudillo per la formalizzazione dell’istruttoria. Il giudice avrà due anni di tempo per concluderla.

In questi due anni la vicenda, seguita da tutta la stampa, assume un carattere allucinante. Quintali di piombo si sono rovesciati da allora sui giornali; abbiamo assistito a conferenze, dibattiti, dichiarazioni, volantini, discorsi, e contro gli arrestati sempre solo gli stessi elementi malfermi, zoppicanti, sempre meno attendibili, sempre più scarsi al punto che parlarne e ancor di più scriverne è diventato esasperante. Non si può scrivere nulla di nuovo, eppure la gravità dei fatti passati è tale che non si può smettere di ripeterli.

La polizia, dopo aver messo le mani su Valpreda, tronca ogni indagine in altre direzioni e qui appare una delle circostanze più sintomatiche. La polizia e la magistratura con i loro mezzi che a confronto dei nostri sono come cento “bulldozers” di fronte ad una paletta, non sono riusciti a scoprire nulla di quel cumulo di fatti, notizie, personaggi, che pochi compagni, senza alcun mezzo, hanno scovato e denunciato in libri come “La strage di Stato”, “Le Bombe dei Padroni” e in una lunga serie di articoli e denunce apparsi su molti giornali anarchici e della estrema sinistra. Ciò significa una cosa sola, che la polizia certe cose non solo non le ha volute vedere, ma ha tentato con ogni mezzo di nasconderle e proteggerle. Particolare illuminante: dopo Valpreda la P.S. ha troncato anche ogni indagine verso gli altri ambienti della sinistra e degli anarchici. Oggettivamente, anche agli occhi di un inquisitore fascista, contro Valpreda c’è ben poco. Ammettendo che, appunto essendo fascisti, volessero semplicemente incolpare la sinistra a priori, cosa del tutto ovvia, ancora non si spiega come mai non hanno cercato qualcosa di più probante e contro cui potessero accumulare più prove del 22 Marzo e di Valpreda. O meglio, si spiega in un modo solo, da qualunque parte si guardi la vicenda: Valpreda era stato prescelto, da molto tempo prima.

Nel loro piano (nessun delitto è perfetto) qualcosa o qualcuno non si assoggettò o non potè rientrare nel ruolo previsto. Per questo uccisero Pinelli, per questo la strada dell’istruttoria è costellata di morti.
Esiste un meccanismo psichico per cui l’uomo tende a credere ciò che gli viene continuamente ripetuto, anche se assurdo e contro ogni logica, basta che lo si ripeta ciecamente e continuamente. È quello che stanno cercando di fare con Valpreda. Hanno meno prove contro di lui ora di quando lo arrestarono il 15 dicembre 1969. Allora il suo arresto suscitò un’ondata di critiche e perplessità. Oggi Valpreda in carcere e primo responsabile della strage di Milano, è diventato un dato di fatto che non meraviglia più nessuno. Sta a noi continuare a ripetere per sempre la verità, con i mezzi che abbiamo e con quelli che la loro violenza ci farà adottare.

Due anni

Dopo l’arresto di Valpreda e degli altri, la polizia deve tappare alcuni vistosi buchi della sua fantasiosa ricostruzione. Anzitutto non vi sono i Mandanti: tutti i giornali, dalla destra alla sinistra, tuonano che non contano gli “stracci” bensì i MANDANTI, lo stesso dichiarano tronfi i poliziotti e i magistrati, dimostrando di non aver paura di nessuno e di essere decisi ad andare in fondo a questo orrendo crimine. Non solo: si cercano, e la P.S. garantisce che le indagini sono a buon punto, i MOVENTI, come è noto, conoscere i “moventi” significa aver risolto metà del caso. C’è ancora qualche lacuna, mancano i FINANZIATORI, non solo, ma gli ordigni erano opera di ESPERTI, lo garantisce Teonesto Cerri, il più abile esperto balistico (tralasciamo una facile ironia su questa parola) della magistratura. Manca ancora una “tessera del mosaico” come amano definirla i pennivendoli: manca l’uomo, o meglio l’anarchico, che ha collocato l’ordigno alla Banca Commerciale di Milano, quello fatto esplodere tempestivamente da Cerri, prima che potesse fornire qualche indizio utile. Questo mosaico, a dire il vero, di “tessere” ne aveva e ne ha una sola: Pietro Valpreda e i suoi compagni al centro di un quadrato vuoto.

Dopo due anni di tempo per noi e la gente e due anni di carcere per i compagni, Cudillo conclude l’istruttoria e nella sentenza di rinvio a giudizio del P.M. Occorsio si svelano i segreti custoditi per tanto tempo nei “dossiers” della polizia. Quelle ombre, quelle figure senza volto che avevano ordito la strage (quindici morti, settanta feriti, leggete le cronache di qualche giornale del 12 e 13 dicembre per ricordare; una strage non è un nome astratto ma è sangue, carne, dolore e disperazione senza speranza) vengono finalmente smascherate: Valpreda è il Mandante, Valpreda è il Finanziatore, Valpreda è l’Esperto in esplosivi, Valpreda è il Movente di se stesso, unica lacuna, del resto giustificabile, è l’attentatore della Banca Commerciale di cui non vi è traccia. Cudillo non ha voluto dire che Valpreda si sia sdoppiato e sebbene non di rado gli anarchici abbiano tre scarpe, come Pinelli, non riescono a dividersi in due. Un’altra considerazione: è difficile pensare che non fosse stata prevista una persona per la Banca Commerciale, quando tutto il resto era coperto. In realtà la persona c’era, probabilmente era Pinelli. Ma Pinelli si è fatto ammazzare piuttosto che stare al gioco.

Gli indizi…

Nei primi mesi che seguono l’arresto di Valpreda e degli altri componenti il 22 Marzo, esiste contro di essi un certo numero di indizi, che la polizia promette di trasformare presto il “prove certe”. Di sicuro non c’è molto, ma è quanto basta per tranquillizzare l’opinione pubblica assetata di “ordine” e di colpevoli.

1) Il tassista Rolandi ha riconosciuto nel Valpreda il passeggero che scese con una pesante borsa nei pressi della banca di P.zza Fontana e risalì dopo pochi minuti senza borsa. Il riconoscimento è avvenuto a Roma la mattina del 16 dicembre.

2) Il Valpreda, il giorno prima dell’eccidio, si fece prestare un cappotto elegante dal padre. Rolandi ricordava che il passeggero era “distintamente vestito”.

3) Nelle pieghe della borsa abbandonata alla Banca Commerciale fu rinvenuto un vetrino giallo-verde. Valpreda, com’era noto, usava vetrini colorati di questo tipo per la costruzione di lampade “Tiffany”.
4) Secondo Rolandi, il passeggero aveva preso il taxi per un percorso estremamente breve, di soli 135 metri se fatto a piedi. Valpreda non poteva camminare perché affetto dal “morbo di Burger” che gli procurava dolorosissimi crampi alle gambe. Per di più correva voce che gli mancasse un alluce.
5) Durante il servizio militare, Valpreda aveva frequentato un corso per “pionieri”, era quindi esperto in esplosivi.

6) Numerose persone hanno dichiarato di aver visto il Valpreda a Roma il giorno dopo la strage. Secondo le sue testimonianze invece non si era mosso da Milano. La zia, la madre, la sorella e un’amica che confermano questa versione vengono incriminate per falsa testimonianza.
7) Valpreda dichiara di aver visto la domenica 14 dicembre l’infermiera che si recava in casa dei nonni per fare un’iniezione. Interrogata, l’infermiera signora Galli smentisce.

8) Valpreda disponeva di un’ingente quantità di esplosivo, proveniente dal furto effettuato nella cava di Grone, nel bergamasco, da Braschi e Della Savia, gli anarchici allora detenuti a S. Vittore e in attesa di processo per le bombe del 25 aprile. Inoltre, sulla Casilina, il 22 Marzo tenevo un deposito di esplosivi.

Con questa forma “contabile” i giornali di destra e le dichiarazioni degli inquisitori enumerarono allora le “prove schiaccianti” contro il mostro.

… che non sono diventati prove

Vediamo ora cosa è rimasto di tutto questo e come gli indizi si sono tramutati in “prove certe”.

1) La storia di Rolandi è lunga da raccontare, (v. a fianco). Riportiamo solo alcune cose: Rolandi beveva, e molto, e a dire di quanti lo conoscevano, era tutt’altro che un tipo attendibile. Come è morto non sappiamo, non ci stupirebbe che fosse morto di paura, un poco alla volta. Sappiamo che non aveva più amici. Di come ha riconosciuto Valpreda abbiamo già detto.

2) Le indagini dimostreranno, a dispetto delle accuse, che la zia Rachele procurò il cappotto al nipote la sera del 12 e che quindi Valpreda non poteva indossarlo nel pomeriggio.

3) Il “vetrino” con cui si voleva inchiodare Valpreda, ha inchiodato Cudillo. Viene ritrovato il 14 dicembre nella borsa esplosa alla Commerciale di Milano dai dr. Zagari e Russomanno che, anziché trasmetterlo all’autorità giudiziaria come la borsa e ogni altro oggetto rinvenuto, lo consegnano alla polizia scientifica perché venga analizzato. Il vetrino verrà consegnato al magistrato solo tre mesi dopo. È un atto totalmente abusivo, ma non è questo che conta. La polizia sapeva benissimo che Valpreda e altri compagni costruivano lampade Tiffany con pezzi di vetro, non stupisce l’eccesso di zelo dei poliziotti. Stupisce invece il fatto che il 14 dicembre Rolandi non si era ancora fatto vivo e tanto meno aveva riconosciuto Valpreda. Come si spiega allora uno zelo così prematuro?

Comunque il vetrino analizzato risulta “simile ma non identico” a quelli usati da Valpreda. Simile ma non identico è un eufemismo per dire diverso.

Come se non bastassero tanti passi falsi, il P.M. fa anche l’ipotesi che il vetrino, che ormai scotta, sia finito “per caso” nella borsa, dopo lo scoppio; e così conclude con mirabile logica: “questa possibilità fa perdere alla circostanza in esame il valore di indizio grave nei confronti di Valpreda e pertanto il P.M. non intende utilizzarla come mezzo di prova contro l’imputato“. La difesa non è di questo avviso, la vicenda del vetrino è uno degli elementi più gravi a carico degli inquirenti.

4) Quando Valpreda viene sottoposto a perizia medico legale, il referto dice che Valpreda è affetto dal morbo di Burger in forma atipica, rilevando che la malattia è in uno stato di quiescenza che non comporta particolari limitazioni alla funzione deambulatoria. Dopo averlo descritto come un relitto umano, si scopre che oltre ad avere cinque dita per piede, è in grado di camminare e correre a lungo senza nessun inconveniente) “come una gazzella” diranno i giornali). Non per nulla fa il ballerino ed è appena stato ingaggiato per un balletto a Cagliari. E allora perché il taxi? Ce lo spiega Occorsio a pag. 82 della S.I. “… a nulla serve indugiarsi sullo sterile interrogativo (sic!) (che sembra aver afflitto alcuni anche in sede extra processuale) del perché Valpreda ebbe ad usare il taxi. Nella realtà criminale ciò che vale sono i fatti così come sono accaduti e non per come dovevano verificarsi per realizzare un delitto perfetto“.

A nostro modesto parere questa, più che una argomentazione, è una idiozia.

5) È vero che Valpreda frequentò più di 15 anni fa un corso mensile del plotone pionieri a Gorizia. Se ammettiamo che ogni anno mille allievi partecipino a corsi del genere, in Italia ci sono 15.000 persone incriminabili su questa base. Stando a quanto riferisce l’istruttore del corso Michele Cicero le uniche prove pratiche tenute al corso a cui il Valpreda “almeno qualche volta prese parte” consistevano nel far brillare una saponette di 200 gr. di tritolo collegata ad un detonatore e ad una miccia a lenta combustione, il tutto in un buco scavato per terra. Siamo ben lontani dal tipo di esplosivi (gelignite-dinamite) e dal raffinato meccanismo di innesco (elettrico con “timer” a tempo) impiegati nelle bombe di Milano. Chi le ha costruite era un esperto a livello professionale, non una recluta di Michele Cicero.

6) Nella sentenza istruttoria Occorsio dichiara, con tracotanza, che “dalle univoche testimonianze dirette di Cageggi Armando, Benito Bianchi, Caraffa (in arte Sampieri) Giovanni e Zaccardi Palmira, risulta in modo inequivocabile che alle ore 20-21 della domenica 14 dicembre Pietro Valpreda era al bar “Jovinelli”. Ma tace che Caraffa e Zaccardi (sua moglie) con un’identica versione, riferiscono un episodio avvenuto almeno 15 o 20 giorni prima delle bombe, quando Valpreda andò al bar con Angelo Fascetti, era in quel periodo che, come affermano i due coniugi, Valpreda aveva un livido ad un occhio, residuo di una aggressione fascista. Dal verbale di Caraffa risulta che la sera di sabato 13 è seduto nella trattoria Ancora, vicino al cinema Jovinelli. Entra Valpreda con un giovane (dalla descrizione risulta essere l’anarchico Angelo Fascetti). Valpreda ha un occhio gonfio: ci scherzano sopra. Parlano un po’: Valpreda gli dice che tra qualche giorno partirà per Milano, dove spera di trovare lavoro. Poi escono insieme, lui, Valpreda e il giovane, e vanno nel bar vicino, all’angolo di via Turati. Ma Gorizia Palluzzi, proprietaria della trattoria Ancora, che conosce Valpreda da sei anni, ricorda perfettamente che l’anarchico è entrato nel suo locale per l’ultima volta il 3 o 4 dicembre, in compagnia di un certo Angelino, cioè Angelo Fascetti. E il suo racconto concorda perfettamente con quanto Valpreda ha dichiarato durante uno dei primi interrogatori. La donna per 4 volte ha ripetuto la sua testimonianza al giudice ma non è stata creduta.
Occorsio tace che la moglie di Cageggi riferisce che fu il solo Benito Bianchi a ricordare di aver visto Valpreda al bar, e fu lui a dirlo a Cageggi, con cui lavora come macchinista. Tace anche che Cageggi ha dichiarato di aver visto Valpreda seduto al tavolo del bar con un certo Leonetto Rossellini, e che Rossellini ha smentito recisamente questa circostanza.

Un’altra testimonianza uscita dallo squallido ambiente del bar Jovinelli è quella di Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River: il 28 gennaio 1970 il settimanale Gente, sotto il titolo “Le amiche raccontano la vita amorosa di Valpreda”, pubblica un’intervista con Ermanna Ughetto nella quale la ragazza afferma di averlo incontrato l’ultima volta una ventina di giorni prima della strage di Piazza Fontana. Valpreda l’aveva aspettata al termine dello spettacolo nel cinema varietà Ambra-Jovinelli, l’aveva accompagnata prima in trattoria e poi sino alla porta della pensione dove inutilmente le aveva chiesto di poter passare la notte con lei.

È lo stesso episodio che Ermanna Ughetto, due settimane più tardi, riferisce al magistrato. Ma stavolta con la data spostata: non più “una ventina di giorni prima” della strage, ma all’indomani di essa, la sera del 13 o 14 dicembre, lei si è incontrata con Valpreda. La mascherina del cinema-varietà Letizia Bollanti, sostiene che l’incontro tra Pietro Valpreda e Ermanna Ughetto è avvenuto verso gli ultimi giorni di novembre ma il magistrato non le dà retta.

Troppe cose tace il P.M. A suo avviso, i testi dello Jovinelli hanno fornito testimonianze “univoche” e “inequivocabili” mentre nel capitolo intitolato con mirabile equità di spirito “Le false dichiarazioni dei familiari di Valpreda” definisce “pietose menzogne” le testimonianze della zia (68 anni), della sorella (35 anni) della nonna (80 anni) e della madre di Valpreda (58 anni), che coincidono a puntino con quelle che Pietro fornì nel più assoluto isolamento. Strana questa polizia che costringe a confessare i più incalliti criminali con abili trucchi e “saltafossi” e non riesce a mettere in castagna una vecchia di 80 anni. Ma si sa, le nonne degli anarchici sono terribili. Come è noto tutti i familiari di Valpreda sono stati incriminati per essersi messi d’accordo col nipote dinamitardo nel fornirgli un alibi. Per quanto riguarda Elena Segre, l’amica che andò a trovare Valpreda a Milano la domenica pomeriggio, “essa è del tutto inattendibile perché legata da rapporti sentimentali con Valpreda“. Così, semplicemente, se la cava il P.M. Oltre a tutto questo, rimane un mistero. Cosa sarebbe andato a fare Valpreda a Roma? E se veramente Valpreda fosse andato a Roma, che motivo aveva di negarlo? Che motivo aveva di dichiarare un alibi falso che implicava pericolosamente tutta la sua famiglia? Anche questo è uno degli “sterili interrogativi” che non affliggono Occorsio?

Non vogliamo parafrasare nessuno, ma sembra che nella realtà poliziesca ciò che vale sono i fatti così come ha deciso il Pubblico Ministero e non per come si sono verificati nella realtà.

7) L’infermiera infatti ha smentito la circostanza. Si tratta di una vecchia donna, trascinata a Roma terrorizzata e tornata in lacrime e ancor più spaventata. Speriamo non finisca come Rolandi.

8) Il furto non è mai esistito. È stato smentito dai proprietari e dai guardiani della cava di Grone al processo di Milano contro Braschi e gli altri. Al deposito sulla Casilina non è stato trovato niente, perfino le spiate di Salvatore Ippoliti parlano solo di qualche detonatore e un po’ di miccia. Nessuno ha mai dichiarato di aver visto un solo candelotto di dinamite.

Sulla base di queste prove Valpreda e i compagni sono stati rinviati a giudizio, e da due anni attendono il processo.

Isolare gli imputati

L’obiettivo principale ora continua ad essere quello di isolare politicamente gli imputati. Era nelle loro intenzioni fin dall’inizio, quando dopo la morte di Pinelli, fecero un precipitoso “distinguo” fra Pinelli e Valpreda, fra anarchici veri e anarchici falsi. Come se polizia, magistratura e borghesia avessero mai fatto distinzione tra anarchici buoni e anarchici cattivi. Valpreda doveva essere isolato all’interno dello schieramento politico della sinistra, anarchici ed extra parlamentari compresi, ma sarebbe rimasto un “sovversivo di sinistra” agli occhi dell’opinione pubblica attonita e ignorante, quella su cui il potere fascista si regge. Se anche questa manovra riuscì in qualche misura per l’ottusità di qualcuno e la paura in parte (ma solo in parte) giustificabile nel clima di terrore dei giorni dopo la strage, la sua durata fu di pochi giorni. Alla fine di dicembre, tutti i gruppi politicamente più attivi della sinistra avevano capito la provocazione ed erano consci della manovra contro Valpreda. In quel momento, e nei mesi che seguirono, furono inventati gli “indizi” e le “prove” di cui abbiamo parlato, dosate con abilità a poco a poco, notizie fatte trapelare a bella posta con la compiacenza di giornalisti tipo Zicari, nonché con mezzi e metodi molto più sotterranei.

Che tutte queste cose non avessero una base concreta o fossero apertamente false (v. vetrino) era poco importante dal momento che si trattava solo di prender tempo, di reagire prontamente alle critiche che da più parti si levavano, inventando nuove fandonie. Col tempo le cose si sarebbero sistemate altrimenti e le prove e gli indizi avrebbero perso importanza di fronte all’elemento politico.

Sulla testa di Valpreda

La strategia del “lasciar tempo al tempo” adottata dalla magistratura, si è rivelata purtroppo indovinata. Se oggi consideriamo quello che sarà il prossimo processo, dobbiamo ammettere che l’elemento giudiziario, la dialettica delle prove e delle controprove, ha perso gran parte della sua importanza. Il destino di Valpreda e degli altri compagni, con tutto quello che implica, dipende da altri fattori.

Diciamo subito una cosa, questa volta, e non è per fare della retorica anarchica; ci troviamo di fronte allo Stato, come organismo, come struttura esistente che deve continuare ad esistere e a difendersi. Lo Stato in tutte le sue componenti, lo Stato che è responsabile della “sua” strage.
All’interno dello Stato, Valpreda e con lui l’intera vicenda delle bombe, è oggetto di contrattazione politica. Dal momento che tutti gli elementi dello Stato vi sono implicati (polizia, magistratura, esercito (2), servizi segreti (3), partiti (4)) la verità non può essere accettata da nessuno. Dal momento che ogni partito è compromesso con tutti gli altri e che questa situazione è attualmente immutabile, e poiché gli attentati hanno una sicura matrice politica, nessuno, salvo gli anarchici, può essere dichiarato responsabile. Questo discorso vale anche se gli organizzatori e gli esecutori fossero veramente i fascistelli tradizionali (ipotesi peraltro quantomai improbabile).

Allora le soluzioni sono due: o Valpreda (e gli anarchici) colpevoli e all’ergastolo (eventualmente con la prospettiva velata di lasciarvelo per un po’ di anni, riaprendo poi l’istruttoria e trovando il modo di liberarlo) o una soluzione di compromesso del tipo “insufficienza di prove” o simili che lasciasse le cose più o meno irrisolte.

La scelta dipenderà dalla forza e dalla tenacia con cui i militanti delle forze rivoluzionarie extraparlamentari, ma soprattutto la base realmente democratica popolare e antifascista dei partiti di sinistra saprà imporre la sua volontà nella contrattazione, rifiutando ogni soluzione autoritaria.
Esiste poi una terza soluzione, assassinare Valpreda. Non facciamo commenti, ma una cosa è certa, se Valpreda muore prima del processo, hanno ammazzato anche lui.

Al di sopra di questa cruda realtà, esistono invece dei livelli di contrattazione possibili: le implicazioni fasciste, le coperture del PCI, le responsabilità degli inquirenti, le connivenze della polizia, la tutela del Servizio Informazioni della Difesa, le implicazioni dei grossi industriali con i fascisti del M.A.R., di Ordine Nuovo, ecc. In più qualche pressione esterna da parte della Grecia, della CIA, di Mosca o del Vaticano. Non dimentichiamo che le bombe del 12 dicembre sono state definite il fatto più grave accaduto in Italia dalla fine della guerra in poi. Tutte queste notizie, che si possono dire, o non dire, o lasciar capire, vendere, comprare o barattare, saranno la merce di quel mercato di vacche che lo stato e i suoi fedelissimi servi vorrebbero organizzare sotto il nome di processo per la strage.

(1) Mario Merlino è un provocatore fascista “incastrato” dal suo stesso gioco. Era del tutto all’oscuro delle bombe in quanto la sua funzione era solo quella di “provocare incidenti” di poco conto e di spifferare alla Polizia e a Delle Chiaie i movimenti del 22 Marzo.

(2) A parte i noti rapporti fra esponenti dell’Esercito e colonnelli greci (leggi CIA), l’Esercito è direttamente coinvolto nella faccenda attraverso l’Arma dei Carabinieri. Il tenente dei C.C. Sabino Lo Grano è uno dei presenti nella stanza di Calabresi. Il Capitano Ciancio dei C.C. è il primo a interrogare Rolandi.

(3) Il S.I.D. ha compiuto almeno due indagini di estrema importanza, una sul MAR e una sui fascisti romani, di cui nessuno ha saputo nulla e i cui risultati non sono stati allegati agli atti dell’istruttoria.

(4) PSI e PCI compresi: il primo per il suo comportamento ipocrita e bifronte: mentre sull’Avanti la posizione del PSI sembra coraggiosa e tesa alla scoperta della verità, in sede governativa i suoi esponenti favoriscono condiscendenti la copertura dei responsabili. Per il PCI il discorso è ancora più grave: a) per aver taciuto importanti notizie in suo possesso (v. la vicenda di Achille Stuani e Gaspare Ambrosini), b) per essersi servito dell’omicidio di Pinelli a puro scopo propagandistico e solo in momenti particolari (ad es. prima e durante le elezioni del ’70), c) per il fatto di favorire apertamente la tesi di comodo socialdemocratica della responsabilità anarco-fascista, cioè Valpreda strumento di Merlino, d) perché conta di entrare al Governo.

IL SUPERTESTIMONE

Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute erano decisamente migliorate, soffriva solo di una piccola insufficienza epatica. La cirrosi – presumibilmente conseguenza dell’alcolismo – per la quale Cudillo si precipitò a raccogliere la sua testimonianza “a futura memoria”, non è stata la causa, neanche remota, nella sua immatura ed inattesa fine. Aveva appena 49 anni. Senza la squallida storia della taglia sarebbe vissuto a lungo.

Lo scorso anno fu costretto a farsi ricoverare in ospedale per una colica epatica ed il primario medico che lo ebbe in cura, prof. Luchelli, dovette preoccuparsi molto di più delle sue condizioni psicologiche che non dei malanni fisici, infatti dichiarò: “Era moralmente abbattuto, potevano aver influito sul suo fisico anche situazioni emotive, aveva una situazione di coscienza non perfetta”.
Questa sconcertante, e sotto certi aspetti, rivelatrice diagnosi psichica del prof. Luchelli, trova molteplici conferme nelle dichiarazioni di quanti ebbero la possibilità di avvicinarono. Rolandi appariva a tutti un “uomo distrutto”, in due mesi aveva perso oltre sette chili di peso e continuava a dimagrire, per un nonnulla si abbandonava a crisi di pianto, appariva angosciato, era ossessionato al solo sentir nominare il taxi. Insomma, la sua situazione di coscienza non era normale e troppi sproporzionati isterismi, troppe ingiustificate esasperazioni diedero l’impressione che anche le sue facoltà mentali vacillassero da tempo.

Un bevitore smodato

Stando a quanto si dice di lui negli ambienti che frequentava, era uno smodato bevitore, un fanfarone, un ex pugile “incassatore” rintronato dai pugni ricevuti.

Inoltre, malgrado la tessera del PCI, che doveva servirgli, evidentemente, da copertura politica, non nascondeva i suoi sentimenti fascisti, lo scrittore Sergio Solmi ricorda che un giorno in piazza S. Babila, avendo espresso il suo sdegno per una gazzarra fascista, in quel momento in pieno svolgimento, si era sentito rispondere dall’autista che lui condivideva in pieno “l’intenzione di quei ragazzi di mettere un po’ d’ordine in città”.

Questi i sentimenti politici dell’uomo la cui testimonianza il G.I. Cudillo definisce assolutamente sincera, disinteressata, insospettabile, dal momento che risultava iscritto al Partito Comunista.

La “supertestimonianza”.

In questo stramaledetto affare tutto è “super”, persino l’assurda, incredibile, testimonianza di Rolandi.

Pur prescindendo dal comportamento folle e suicida del presunto passeggero del taxi e sorvolando su certe macroscopiche contraddizioni del Rolandi che vergognosamente non sono state rilevate o prese in considerazione dagli inquirenti, cerchiamo di esaminare alcuni aspetti di questa testimonianza.

1) Rolandi decide di raccontare la sua storia solo il giorno 15 dicembre, cioè solo dopo aver appreso che la proposta avanzata il 13 e 14 dalla stampa fascista (la stampa da lui preferita) di stanziare una forte taglia, è stata accolta.

2) La tabella di marcia compilata il giorno della strage è grossolanamente falsificata. Il percorso che interesserebbe la strage è visibilmente scritto su di un altro percorso precedentemente cancellato; altre corse effettuate dopo non vi sono, inspiegabilmente, annotate ed anche la corsa precedente non corrisponde affatto ad un itinerario realmente effettuato ma è stata annotata solo per far risultare il taxi alle 16 in piazza Beccaria.

3) Il prof. Paolucci diede una versione assolutamente diversa della corsa in taxi che Rolandi dice di aver effettuato quel 12 dicembre, ma non fu presa in considerazione, malgrado dovesse far sorgere fondati sospetti il fatto che Rolandi in un primo momento negò persino di aver parlato con Paolucci. Perché? Da notare che Rolandi aveva detto a Paolucci di aver rilevato il passeggero a piazza Napoli dove, a quell’ora esatta, si trovava Sottosanti.

4) La prima descrizione che Rolandi fa del passeggero si attaglia perfettamente a Sottosanti il fascista: circa 40 anni, tipo bruno, capelli neri, alto 1,74, connotati regolari, cappotto marrone scuro, camicia, cravatta, voce baritonale, con accento straniero o meridionale contraffatto.

Nessuno di questi dati può essere attribuito a Valpreda, che è alto 1,68, decisamente biondo-castano, mai avuto una camicia e cravatta, nessun cappotto marrone ed ha una inconfondibile voce chioccia con spiccato accento milanese.

5) Contraddittorie e false le descrizioni che Rolandi farà, in più riprese, della famosa borsa che ebbe modo di “notare attentamente”.

6) La sera del 15 dicembre Rolandi fu condotto in questura e gli furono mostrate le foto di Valpreda e gli fu detto: “questo è l’uomo che devi riconoscere”, come risulta dal verbale.

7) Rolandi fu portato immediatamente a Roma in aereo, era fuori di sé dalla gioia, non pensava che alla taglia e non parlava d’altro, il questore Guida lo aveva incoraggiato e rassicurato: “bravo Rolandi, ti sei sistemato, hai finito di fare il tassista”, durante il viaggio gli accompagnatori, che evidentemente non si fidavano delle capacità mentali dell’uomo, lo esortavano continuamente: “non pensare alla taglia, per il momento, ma pensa a riconoscere Valpreda”; infatti lo riconobbe, stanco, malmesso, frastornato, tra quattro poliziotti che anche un cieco avrebbe scartati per il sentore di polizia che emanavano a distanza, ma non fu, nonostante tutto, troppo sicuro e lo si sentì persino balbettare fra i denti: “chissà se è proprio lui”.

8) In quelle condizioni di spirito, con la mente sconvolta dalla visione di una montagna di ghiotti milioni, qualunque fotografia gli avessero mostrata dicendogli che quello era “l’uomo che doveva riconoscere”, una foto di Sottosanti, di Colombo, di Restivo o di Gesù e gli avessero messo davanti, tra quattro poliziotti l’originale in carne e ossa, Rolandi avrebbe riconosciuto in chiunque, anche in un Cristo in croce, il suo cliente del 12 dicembre.

9) Il miraggio dell’ingente taglia lo aveva stregato, evidentemente gli aveva finito di scombussolare il cervello già intronato dai pugni. Nella euforia malsana per tanto danaro che gli sarebbe piovuto così facilmente nelle tasche non si rendeva conto della situazione in cui si cacciava. Rigettava la testimonianza di Paolucci nel timore di dover dividere la taglia, incoraggiato a ciò dall’atteggiamento benevolo e rassicurante degli inquirenti, e parlava e parlava della taglia.
La supertestimonianza di Rolandi non si regge in piedi, frana da tutte le parti, viene ridicolizzata da tutta la stampa. La psiche del Rolandi vacilla sempre di più, è irriconoscibile ed incomprensibile, sempre più preda di angosce e di crolli nervosi; ride, piange, si abbandona a strane dichiarazioni, come quando disse: “non ce la faccio più con il taxi, ma dovranno pensarci loro”. E la “giustizia” effettivamente ci penserà, Cudillo si precipiterà in ospedale per fargli sottoscrivere con mirabile intuito un inutile verbale “a memoria futura”, da usare “postmortem”. Non è morto di cirrosi o per una colica epatica, ma è comunque morto, i calcoli della “giustizia” tornano sempre.

Il peso della testimonianza

Indubbiamente Rolandi è stato stroncato dal peso enorme della vicenda in cui si era cacciato. La sua morte apparentemente mette nelle mani dell’accusa una testimonianza che non potrà essere smentita in sede dibattimentale dall’interessato ma che, giuridicamente, deve essere ritenuta irrilevante, non potrà assolutamente servire di puntello alla infame e mostruosa macchinazione, perché oltre alle madornali assurdità ed incongruenze fin qui rilevate, altre ce ne sono che emergeranno durante il processo e la magistratura non potrà continuare a calpestare tutte le norme procedurali avvallando il comportamento inammissibile con il quale Occorsio e Cudillo hanno calpestato ogni diritto della difesa, anche nel raccogliere il verbale “a memoria futura” per cui questo cinico ed imperfetto documento dovrà essere estromesso dagli atti del processo.

Con la morte Rolandi si è sottratto ad una vicenda processuale ben più pesante, debilitante, avvilente, di quella che gettò nel ridicolo e coprì di vergogna la “superteste” Rosemma Zublena.

 

PERCHÉ LE BOMBE

Il 12 dicembre 1969 le forze di sinistra “scoprono” che in Italia c’è la repressione.
È infatti da quella data che i cortei e le manifestazioni gridano lo slogan tardivo “la repressione non passerà” mentre purtroppo era già passata e le bombe ne erano l’apice.

La repressione era già iniziata in modo chiaro, inequivocabile, ma i sedicenti rivoluzionari delle varie chiesuole marxiste-leniniste erano troppo intenti ad analizzare i pensieri del “libretto rosso” e non si curavano di quanto accadeva in Italia.

Gli anarchici, colpiti per primi dalle manovre reazionarie con gli arresti dei compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile 1969, avevano capito cosa stava accadendo.

Già nel giugno 1969 sul n.1 del bollettino dell’organismo assistenziale per le vittime politiche “Crocenera anarchica” scrivevano che lo scopo delle bombe fasciste camuffate da anarchiche era di:

“1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria; 2) gettare discredito sugli anarchici (e, per estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo risultato e utile anche per il primo è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto“.

Nel numero di agosto, approfondendo l’analisi, la Crocenera si domandava: “Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della visita di qualche importante uomo di stato vengono effettuati dei controlli particolari, teste calde, sediziose ed anarchici vengono trattenuti dalla polizia chi per accertamenti, chi per pretesi crimini.

Ci si domanda allora, in questo terribile 1969 chi diavolo sta arrivando in Italia?”.

La risposta era una sola: “Non ragioniamo certo come coloro che pensano (e spargono la voce) ad un colpo militare alla greca. I sostenitori di questa teoria, apologeti dello stato di fatto, paiono non temere e non prendere in considerazione con più modestia cose ed avvenimenti che chiariscono come in Italia il “colpo di stato” è già stato attuato in maniera più italiana e consona allo stato di cose”.
Ma il discorso si spingeva più a fondo e coerentemente all’analisi sviluppata coglieva, purtroppo, nel segno indicando l’unica alternativa che restava alla classe dominante: “… creare la situazione di emergenza, la situazione intollerabile e lo stato di necessità in cui qualsiasi nefandezza è legale; creare la disperazione che faccia salutare come liberazione la perdita della libertà”.

Queste parole si persero però nell’indifferenza e sempre sul bollettino della Crocenera anarchica, subito dopo le bombe, gli anarchici scrivevano: “La strage di piazza fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l’esecrazione pubblica ci voleva del sangue. E il sangue c’è stato”.

Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica” tutela dell’ordine contro gli opposti estremismi ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene.
Per mesi abbiamo gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l’inizio. E sulle piazze ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai marxisti-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia, magistratura e stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con migliaia di denunce ad operai, centinaia di fermi, perquisizioni, ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano sempre stati dispersi brutalmente)… Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no.

Eccoli a gridare – facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata – che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese sta succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della Questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extra-parlamentari vengano incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista… Come se fosse normale routine democratica che per gli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto Dr. Calabresi) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto!) militanti della sinistra extra-parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)… A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini” marxisti riconoscono la repressione e il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente).

Le bombe avevano quindi “gelato” l’autunno caldo, la lotta per il predominio tra la nuova classe tecnoburocratica in ascesa verso il potere e la classe capitalistica più reazionaria era entrata nella fase cruciale, la grande industria oligopolistica accettava di vedersi frenare temporaneamente il processo di razionalizzazione economica in atto pur di far rientrare gli “scioperi selvaggi”, permettendo alla piccola e media industria di riprendere fiato e di continuare ancora la sua funzione sfruttatrice fino a momenti più favorevoli.

È infatti in questo quadro (ed è stato ormai ripetuto in tutte le salse) che si colloca questo ennesimo crimine dei padroni ai danni degli sfruttati di sempre.

 

 

La strage continua

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in Piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre fascisti siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.
14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato, nella sede romana del gruppo fascista di “Ordine Nuovo”, alla riunione preparatoria della strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli assassinato nella questura di Milano, cade dalla finestra del commissario Calabresi (oggi promosso). Presente il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa (tutti promossi).

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo dentro un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. È certo che fu ucciso.

16 gennaio ’70 – Udo Lemke, il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei Volontari del MSI di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Attualmente ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 ottobre ’70 – Muoiono in un “incidente” stradale 5 anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono stati importanti testi a discarico dell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo una importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca fermata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo consigliava di non lasciar partire il figlio.

16 luglio ’71 – Muore Cornelio Rolandi, il “super-testimone” della polizia. Il decesso viene ufficialmente attribuito a “broncopolmonite”.

 

 

 

14 Aprile 1970 Carcere di Regina Coeli Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova”

19 dicembre 2009

Giacomo Pacini http://www.facebook.com/profile.php?id=1507934871

Ricercatore Storia Contemporanea. Ha appena pubblicato per PROSPETTIVA EDITRICE, il suo primo libro dal titolo “Le organizzazioni paramilitari segrete nell’Italia Repubblicana”.

Ha scritto:

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Di Cola, se posso permettermi una domanda; ma perchè Valpreda, anche a Catanzaro, ha sempre continuato a difendere Merlino?

Ieri alle 0.15 ·

La mia risposta:

da Strage di Stato, APPENDICE I

1) lettera di Pietro Valpreda dal carcere

Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova” (85)

Carcere di Regina Coeli

14 Aprile 1970

Cari compagni,

vi accludo queste note che credo vi potranno servire, anche perché‚ vedo da “Umanità Nuova” che dovete spulciare notizie da altri giornali… Fatene l’uso che credete meglio. In carcere per ora, malgrado la grande repressione, vedo solo anarchici.

Saluti e anarchia.

Pietro

A più di cinque mesi dall’inchiesta precostituita dagli organi del sistema nei nostri riguardi, vorrei puntualizzare alcuni punti e renderne noti altri alla parte più sensibile e cosciente dell’opinione pubblica, anche se credo doveroso aggiungere che diversi organi di stampa, che ci hanno affiancati e che potrei chiamare innocentisti, hanno abbracciato tale tesi più ai fini di una certa strumentalizzazione politica che per amore di verità o di giustizia. Ed è un certo settore della stampa, che il buon senso ed il pudore mi impediscono di chiamare organi di informazione, servi obbedienti dei vari gruppi di potere più reazionari del sistema, che hanno gettato il fango, il livore, la menzogna, l’odio, la diffamazione, con articoli da trivio, diretti contro i morti, contro di noi ed i nostri familiari, amici e compagni, onde screditare, con noi, il movimento anarchico in modo specifico e di riflesso tutta la sinistra in generale; vista fallita la loro manovra di manipolazione e di discredito, con l’infantilismo politico che li ha sempre contraddistinti, da bravi servi striscianti e obbedienti, tacciono.

Dove la strumentalizzazione politica è stata subito palese, fu nel cercare di provare nell’insinuazione che il nostro “gruppo anarchico 22 Marzo” era un gruppo ibrido, con elementi di destra. Si avanzò addirittura l’ipotesi di una… simbiosi fra anarchici e fascisti (si scrisse che gli estremi si toccano) come se si potessero fondere e conciliare la libertà e la dittatura. Tutta questa strumentalizzazione, solo ed esclusivamente per la premessa che un componente del gruppo, di provenienza fascista, frequentava ancora, a nostra insaputa, i suoi ex camerati: pertanto la tanto decantata simbiosi si risolve ad un contatto che era a noi tutti sconosciuto.

Dove la strumentalizzazione politica è ancora più evidente, è nei termini in cui si attaccano gli organi inquirenti che conducono (inteso nel senso di… manovrare) l’istruttoria nei nostri riguardi: attacchi portati non nel senso che l’accusa cercherebbe ogni mezzo legale e illegale per incriminare degli innocenti, ma che agirebbe in questa maniera per tendere a colpire i mandanti; è una disquisizione sottile, ma di importanza fondamentale; si passa perciò sulle nostre teste (con una chiara manovra politica) ipotizzando che potremmo anche essere colpevoli, ma, che saremmo solo dei semplici… pazzi esecutori.

Questa istruttoria, precostituita ad arte, copre non solo i mandanti, ma gli esecutori, i finanziatori, gli artificieri ed altri palesi interessati e… interessi. Perché se si sostiene e si scrive che su tutta l’inchiesta vi sono dubbi, ombre che fu quantomeno affrettata, unidirezionale, precostituita dall’inizio, condotta avanti stancamente con il riconoscimento falso, la delegazione di spie, l’intimidazione di testi, e pure con un buon margine di illegalità; ora essendo gli organi inquirenti autori di tutto questo, essendo pertanto i medesimi perfettamente al corrente di aver potuto incriminare degli innocenti, ricorrendo all’artifizio, non vedo come possano risalire ai mandanti partendo da noi. Mi sembra perciò abbastanza palese e logico che stiamo facendo solo da capro espiatorio: non si è voluto arrestare questi… per non risalire a quelli; tranne che non sia un nuovo metodo di indagine arrestare degli innocenti per risalire ai colpevoli.

Tutti sono unanimi nel sostenere la necessità di fare luce completa… sulla oscura morte del compagno Pinelli: tutti concordi che il nocciolo, che il marcio della questione sta là, che non si saprà mai la verità sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma se prima non si saprà la verità sulla caduta di Pino. Ma i responsabili… della caduta, sono ancora ai loro posti, nessuna misura è stata presa nei loro confronti, l’omertà è stata tale da dare dei punti alla stessa mafia; si è praticamente permesso che i sospettati svolgessero una specie di indagine su loro stessi. Non solo, si è pure permesso, e si permette tutt’oggi, che i medesimi partecipassero all’indagine nei nostri confronti (ora si sa come) proprio a loro, che allontanare da sé i pesanti dubbi e indizi che li devono dimostrare a qualsiasi costo e con ogni mezzo che sia Pinelli sia noi siamo colpevoli; solo provando questo troverebbe un certo credito la tesi del suicidio di Pinelli. Se Pino è innocente, loro sono colpevoli, non esiste alternativa, e in tal senso hanno agito, hanno diffamato e accusato un morto, con dichiarazioni e comunicati che si sono dimostrati, alla prova dei fatti, completamente falsi; hanno costruito la falsa deposizione e il falso riconoscimento di Rolandi nei loro uffici, ed in seguito caduti e scoperti i loro falsi, hanno gettato, levandoselo di tasca, un vetrino il quale avrebbe dovuto apporre la mia firma sugli attentati; ma anche il sunnominato vetrino, come è stato ampiamente dimostrato era in loro possesso da molti mesi prima degli attentati, anzi avevano chili di vetrini colorati, con ampie libertà di scelta. Si vede che di fronte alla legge democratica, uguale per tutti, i nostri integerrimi poliziotti sono più uguali degli altri cittadini italiani: perché se nella loro identica situazione con le prove, gli indizi, le contraddizioni e le assurdità che vi sono state nel loro operato e nelle loro dichiarazioni si fossero invece trovati quattro impiegati o quattro metalmeccanici sarebbero stati immediatamente incriminati e incarcerati.

Ma forse il passato di sbirro al servizio della dittatura fascista, in quel di Ventotene, dei camerata Guida e e le specializzazioni, acquisite nelle scuole dei gorilla della C.I.A del socialdemocratico Calabresi, sono una garanzia sufficiente, tale da sollevare loro ed i loro accoliti da ogni ulteriore sospetto. Forse la nostra situazione può anche dipendere in parte dal fatto che nè dietro, nè sopra di noi, abbiamo o notabili, o gruppi o altro che ci appoggino.

Nell’incriminare tutti i familiari miei, hanno veramente toccato il fondo, incriminazione effettuata in spregio ad ogni obiettiva valutazione, valutazione mai applicata nei nostri confronti, ma tale prassi nazista non è stata usata neppure nei processi imbastiti dai colonnelli fascisti greci, nemmeno loro erano arrivati ad un tale grado di efferata infamia. Prima di incriminare, avrebbero dovuto appurare l’unica prova reale, la mia macchina, prima di dare credito a delle chiacchiere da caffè, ed assurgerle a dogma, avrebbero dovuto effettuare la perizia sulla macchina ed avrebbero avuto la dimostrazione tecnica che il mezzo meccanico non avrebbe potuto effettuare un tragitto così lungo e nel tempo addebitatomi (due periti della FIAT si sono rifiutati di partecipare alla loro commedia). Il mio meccanico di Roma, ha dichiarato che la mia 500 si trovava in pessimo stato, che la coppa dell’olio perdeva, che non aveva il motore truccato. Se a loro non bastavano le circostanziate e precise deposizioni dei miei familiari, per onestà professionale avrebbero dovuto, prima di prendere una decisione, effettuare tale perizia e possiamo essere certi che se avessero avuto solo una probabilità che tale perizia potesse risultare a loro favorevole, l’avrebbero richiesta subito e non avrebbero atteso cinque mesi. Non hanno tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni a loro contrarie, e cioè testimonianze di diversi miei colleghi del Jovinelli, i quali deposero o di non avermi visto, il giorno in cui l’accusa mi contesterebbe il viaggio a Roma, o di avermi notato in epoca poco precedente, come io sostenevo e sostengo. Angelo Fascetti si recò due volte per testimoniare a mio favore, davanti al giudice Cudillo, ma non riuscì a farsi ricevere.(86) Il Fascetti sarebbe il giovane moro, notato con me al bar Jovinelli, il 13 o il 14 dicembre ’69. Egli perciò voleva testimoniare quanto io sostenevo, che tale incontro avvenne diversi giorni prima di tale data, che i testimoni dell’accusa si erano sbagliati di data. A titolo di cronaca, debbo anche dire che uno dei tre testi dell’accusa, aveva alcuni contatti con la polizia, contatti che derivavano dal fatto che egli si interessava a procurare a terze persone, con una certa facilitazione e celerità, passaporti ed altri documenti.(87) Ermanna Ughetto, altro loro super teste (chissà poi perché tutti i testi dell’accusa sono super, quelli a difesa, o non sono credibili, o mentono, o vengono incriminati), colei che io avrei accompagnato a cena, in macchina, sempre la sera del 13 o del 14: dunque il loro ennesimo super teste, dopo gli attentati ai treni dell’agosto 1969. essendo una mia conoscente, fu interrogata diverse volte dalla polizia di Roma, subì diverse pressioni, fu minacciata che se non avesse collaborato e detto tutto ciò che sapeva su di me, le avrebbero reso la vita difficile tramite la squadra del buon costume.

Tale circostanza, l’affermò l’Ughetto medesima, in presenza di alcuni nostri comuni colleghi di teatro, i quali sicuramente potranno testimoniare in tal senso.(88)

Tralascerò di accennare alle pressioni che dovetti subire io. E’ però abbastanza sintomatico che tale teste abbia deposto quello che faceva comodo all’accusa ed in più ad oltre due mesi di distanza. Chiamai altri testimoni che potevano confermare le mie affermazioni, ma non mi risulta che siano stati citati. Accantonando le loro valutazioni sempre pregiudiziali, un fatto è positivo, io a Roma sarei stato visto prima in un bar e poi a un ristorante, questo è tutto, niente altro mi è stato contestato: pertanto il 13 e 14 dicembre scorso, io ero completamente libero di andare dove e con chi avessi voluto, non avrei commesso nessun reato a ritornare a Roma, con relativa cenetta a due, non sarei stato incriminato per questo; per quale assurda ragione avrei dovuto negare? (sono pure scapolo), che motivo avrei. avuto di crearmi un alibi a Milano in tal senso? Se mi fossi comportato come sostiene l’accusa. l’avrei dichiarato dall’inizio, era tutto nel mio interesse non dare adito a dubbio o altro. Invece tutto questo è solo un’altra prova che dimostra che ai miei moderni inquisitori non interessa per nulla la verità e la giustizia, ma solo riuscire a puntellare ad ogni costo con macroscopici indizi, le loro tesi da fantascienza. La loro manovra è servita solo ed esclusivamente ad incriminare un teste a mia difesa che diceva la verità, e cioè mia zia Torri Rachele.

Non potendo assassinare la verità di fronte, l’hanno colpita alle spalle, come è loro abitudine, questo e il loro contorto e viscido disegno cercano di dimostrare che i familiari di Valpreda possono aver mentito nei giorni 13 o 14 e di conseguenza potremmo sostenere che possono aver mentito anche il 12. Perché bisogna tener presente che mia zia conferma il mio alibi per il giorno 12, il quale non è per nulla in contrasto con le dichiarazioni dei testimoni del Jovinelli che riguardano invece il 13 o il 14… Anche qui l’accusa si è mostrata perfettamente coerente con i suoi metodi.

Passiamo ora al fantomatico deposito sulla via Tiburtina.(89) Deposito che consisterebbe in un buco. lo non sono responsabile di un sentito dire, o di una semplice dichiarazione fattami a voce che potrebbe risolversi solo in una chiacchiera, come in effetti avvenne. Sulla scorta di tale aleatoria affermazione, la polizia effettuò in mia presenza, un sopralluogo all’ottavo chilometro della via Tiburtina, nella notte dei 15 dicembre 1969. Tale sopralluogo dette esito negativo, ed in tale senso firmai un verbale negli uffici della questura politica: a tale riguardo vorrei precisare che la polizia affermò, abbastanza seccamente, che li avevo presi per i fondelli, che li avevo fatti girare a vuoto di notte, che li avevo condotti in un luogo dove io sapevo a priori che non vi era nulla, che loro non erano dei cretini e le solite frasi di circostanza che dicono tutti i poliziotti in tali situazioni. Poi invece diramarono ed allegarono agli atti un verbale di un commissario che aveva partecipato al sopralluogo notturno, in cui dichiarava di aver trovato un buco (allegata relativa foto del buco). Ora si cade nel ridicolo: sulla Tiburtina vi erano diversi buchi, me ne ricordo un paio, di cui uno quasi colmo di bottiglie vuote e di cocci di vetro. Sic.

La perizia balistica effettuata sui resti delle bombe, ha dimostrato che i congegni erano a tempo, con una specie di accensione a molla e per nulla a miccia: ma l’accusa strombazza su un pezzo di miccia reperito nell’abitazione di un compagno indiziato, e richiesta di perizia sulla medesima; (90) come dire che trovando un uomo colpito da una pallottola sparata da una rivoltella… effettuerebbe una perizia su di un coltello.

Ha fatto pure capolino lo spionaggio finché anche questo ennesimo bluff si è risolto con l’acclusione agli atti di… alcune poesie ed alcuni indirizzi di caserme, senz’altro reperibili su ogni guida telefonica.(91) Come sempre. l’insinuazione falsa è stata pubblicata a caratteri cubitali in prima pagina, e chiamiamola la smentita… due righe nelle pagine interne.

E vediamo per ultima la loro ulteriore scaltrissima mossa, che avrebbe dovuto, in parte, riuscire a puntellare e colmare in parte i loro vuoti e le loro ipotesi scaturite su premesse assurde: la cosiddetta perizia psico fisica nei miei, riguardi, onde appurare in primo luogo le mie capacità deambulatorie ed eventualmente giustificare l’assurdo… con la pazzia. Detta perizia è stata a me favorevole ed ha confermato la mia integrità psico-fisica: per cui eventualmente di tarate rimangono le sopraddette ipotesi e le loro origini. Ed è nuovamente sintomatico conoscere chi sia l’individuo che anche in questa circostanza avrebbe dichiarato che io soffrivo di crampi alle gambe.(92) Io frequentavo il sindacato ballerini e le regolari lezioni giornaliere di danza classica: decine di miei colleghi studiavano con me; il mio maestro da oltre un anno era Sabino Riva. Ebbene, tale dichiarazione l’accusa non l’ottenne da nessuno di loro, ma da un certo Andres, che aveva sostituito temporaneamente, negli ultimi tempi, il mio maestro. effettivo. Ora il sunnominato Andres è un profugo dell’Est, un rumeno il quale si trovava in Italia in una situazione precaria sia finanziariamente che legalmente, ed attendeva, fra l’altro, il visto d’ingresso negli Stati Uniti; ed è abbastanza strano che una parvenza di dichiarazione a loro favorevole sia stata rilasciata da un individuo che per la situazione sopraddetta, era idoneo ad essere maneggiato, a subire pressioni senza poter dire no, ed eventualmente ad altro. Un fatto è certo, che se il killer che effettuò la strage di P.zza Fontana usufruì veramente del taxi del super teste Rolandi, lo fece sapendo a priori che sarebbe stato ben coperto da alcuni organi, che non aveva nulla da temere a farsi riconoscere, perché un altro sarebbe stato riconosciuto e identificato al suo posto. Infatti si è dimostrato, con il suo comportamento, cinico, freddo, spietato, fors’anche paranoico… ma non un mongoloide mentale come a loro farebbe comodo.

Al rimanente dei compagni incriminati ingiustamente, non hanno potuto nemmeno contestare uno dei loro indizi fasulli; li hanno incriminati con delle supposizioni costruite su ipotesi: i compagni hanno alibi che li scagionano, non un solo indizio è emerso a loro carico: ma sono stati incarcerati perché così era stato deciso dall’alto, perché erano e sono anarchici. E gli organi inquirenti si sono affannati a indagare su chi pagava la pizza, su chi aveva contatti sessuali con una certa donna, su chi partecipava alle manifestazioni, come facevamo a pagare l’affitto della sede, in quale trattoria ci si recava a bere a Trastevere, chi scriveva sui muri, perché il tale non si è recato a un dato appuntamento, quanti gettoni occorrevano per telefonare a Milano. Non esisteva più la proporzione nè dei fatti, nè degli oggetti. A me personalmente sono arrivati a contestare pure due nomi di organi sessuali che avevano trovato scritti sul taccuino magnetico della mia macchina (era palese lo scherzo, non era nemmeno la mia grafia), sostenendo convinti che erano nomi convenzionali con cui si denominava… l’esplosivo. Qui siamo addirittura nella neurosi da sogno. Ma su tutti i loro interrogatori, che ho subito (credo di aver passato le 100 ore) dominava un interrogativo, la domanda sempre presente, ciò a cui premevano, perché si è ammazzato Pinelli? Sempre Pinelli… gli ipocriti.

Che la polizia avesse una spia nel gruppo, l’avevo non solo detto ma pure scritto diversi giorni prima degli attentati, però nè i compagni nè io eravamo riusciti ad individuarla.(93) Almeno su questo fatto assodato, non dovrebbero esistere speculazioni politiche di sorta, anche se ne sono state ventilate alcune. La spia non poté riferire nulla ai suoi degni padroni perché nulla vi era da riferire. La spia non riferì nulla, non perché non ne era al corrente, ma perché non vi era nulla di cui essere al corrente. Agì in seno al gruppo senza venire scoperta, fino al nostro arresto (e pure dopo) la polizia fu sempre al corrente di tutto, non solo dei nostri gesti, ma pure dei nostri discorsi: era al corrente della ragione di tale viaggio; e questo mi fu confermato da Improta, braccio destro di Provenza, lunedì 15 dicembre, quando fui tradotto da Milano a Roma, mediante un sequestro di persona. Appena giunto in questura mi interpellò con queste parole “Sapevamo, Pietro, che stamattina a Milano saresti andato al palazzo di giustizia per farti interrogare dal giudice Amati”. Non vi era proprio niente che loro non sapessero sul nostro gruppo.

Da quanto mi risulta, la polizia ebbe informazioni ben precise su quali erano le forze politiche da sorvegliare. La sinistra extraparlamentare era al corrente che vi era stata una riunione ad alto livello di estremisti di destra per azioni ben programmate, io ne accennai in una lettera all’avvocato Boneschi per cui un fatto del genere non potevano assolutamente ignorarlo.

Credo inutile ripetere a chi servivano le bombe, chi aveva interesse a gettare il discredito sulla sinistra, chi voleva spezzare le contestazioni, le rivendicazioni salariali, ecc., sono ormai argomenti detti, scritti e riscritti.

Come l’opinione pubblica ha potuto intravedere attraverso la cortina fumogena di falsità creata deliberatamente all’inizio dell’inchiesta, almeno una parte della verità, ne ha tratte subito le debite e logiche conclusioni: gli organi inquirenti di tali verità (e di molte altre) ne erano in possesso subito dopo i fatti di Roma e Milano, e poco tempo dopo. Hanno proseguito e proseguono in una direzione che sanno sbagliata. Perché?

NOTE:

(85) Chi è Pietro Valpreda? Per il “Secolo d’Italia” (19 dicembre) “una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista”; per “il Messaggero” (17 dicembre) “una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”; per “La Nazione” (18 dicembre) “un mostro disumano”; per l’organo del PSU, L'”Umanità” (18 dicembre) “uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori”; per “Il Tempo” (18 dicembre) ” un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle”; ecc. Questo per la stampa di destra.

Per l'”Avanti!” (18 dicembre) è invece “un individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”; per “l’Unità” (19 dicembre) “un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento”.

Va detto, a parziale giustificazione dei due quotidiani di sinistra, che, subito dopo il suo arresto, da ambienti anarchici qualificati fu diffusa la notizia che da tempo si dubitava di lui: sul finire dell’estate al circolo Bakunin era giunta da Milano la segnalazione di tenerlo d’occhio. A quell’epoca alcuni anarchici milanesi del “Ponte della Ghisolfa” erano venuti a conoscenza del verbale d’interrogatorio di un loro compagno accusato degli attentati del 25 Aprile. Tra le varie domande rivoltegli dagli inquirenti una suonava presso a poco così: “E’ vero, come ci ha detto Valpreda, che una volta gli hai chiesto degli esplosivi?”. La cosa – con l’aggravante di una sospetta provocazione dovuta all’assoluta estraneità dell’anarchico ai fatti addebitatigli – venne segnalata a Roma. Solo a molti mesi di distanza, nel gennaio del ’70, gli anarchici milanesi – venuti a conoscenza di un secondo verbale – scopriranno che si era trattato di un equivoco. Il verbale si riferiva all’interrogatorio di A.D.E., svoltosi subito dopo gli attentati del 25 Aprile. Vi compariva la frase: “Valpreda una volta mi disse che x gli aveva chiesto se conosceva il modo di procurarsi degli esplosivi”. La dichiarazione di A.D.E., personaggio ambiguo che già gli anarchici consideravano con sospetto, venne attribuita dagli inquirenti, nel corso delle contestazioni mosse da x, a Pietro Valpreda, ed iscritta a verbale. Un vecchio trucco della polizia, che comunque, in questo caso, fece nascere sul conto di Valpreda una “voce” che, mai efficacemente smentita, ha ingenerato equivoci anche tra i militanti di sinistra. Alcuni dei quali sono tuttora convinti che egli, opportunamente “manovrato” dall’apparato, sia davvero l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.

Chi è Pietro Valpreda non sta a noi giudicare. In una vicenda che coinvolge profondamente la classe operaia e i militanti rivoluzionari del nostro paese di lui c’interessa il ruolo che occupa nel disegno reazionario complessivo: e, più in particolare – come già per Giuseppe Pinelli nel contesto dell’inchiesta e dell’istruttoria, che di esso sono parti organiche e inalienabili. Per questo, dal momento che si tenta – con un’ultima grottesca scappatoia – di farlo passare per pazzo, ci sembra opportuno allegare a questa contro-indagine un documento da cui – se non altro si può evincere che le facoltà mentali di Pietro Valpreda – come del resto le sue capacità deambulatorie – sono in perfette condizioni.

Questa lettera è uscita da Regina Coeli clandestinamente, scavalcando la censura carceraria.

(86) Angelo Fascetti, nell’Aprile del ’70, è stato arrestato e incarcerato al termine di una manifestazione di solidarietà con Valpreda. I poliziotti lo hanno “selezionato” tra una ventina di altri anarchici presenti.

(87) Allude probabilmente a Armando Gageggi, un vecchio attore d’avanspettacolo che svolge questa attività per arrotondare la pensione.

(88) Esistono quattro testimonianze al proposito.

(89) L’esistenza del deposito di esplosivi fu segnalata alla polizia da Mario Merlino, il quale affermò di averne sentito parlare da Roberto Mander ed Emilio Borghese.

(90) La “miccia”, rinvenuta in casa di Roberto Mander durante una requisizione, è in realtà una di quelle cordicelle cerate che si usano per i “botti” di Capodanno.

(91) Allude al “quaderno musicale” sequestrato in casa di Enrico Di Cola, l’anarchico del 22 Marzo che, imputato di “associazione a delinquere”, ha preferito rendersi latitante. Su una pagina del quaderno erano stati segnati i nomi di alcune notissime basi NATO in Italia.

Quando la notizia fu comunicata alla stampa il quotidiano di sinistra “Paese-Serapubblicò un titolo a quattro colonne in prima pagina in cui si preannunciava, come probabile, un’inchiesta del S.I.D. in merito alla scoperta. Il 4 Gennaio 1970, dopo l’annuncio da parte del magistrato inquirente dott. Occorsio dell’incriminazione del Di Cola, il quotidiano dei M.S.I “Il Secolo d’Italia” scrisse: “Il passato criminale di Enrico Di Cola può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1) andava spesso con Valpreda in pizzeria;

2) partecipò ad uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia per protestare contro l’arresto di alcuni anarchici;

3) il pomeriggio dei 12 Dicembre ascoltò una conferenza nel circolo 22 Marzo.

Con simili prove il Di Cola può essere incriminato senza ombra di dubbio di concorso in strage o almeno di associazione a delinquere”.

(92) Com’è noto, subito dopo l’arresto di Valpreda e l'”uscita” del taxista Rolandi che dichiarò di averlo accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura con la valigetta dell’esplosivo, fu diffusa immediatamente la voce dagli ambienti polizieschi che il ballerino era afflitto dal “morbo di Burger”. La malattia. che comporta la necrosi progressiva degli arti inferiori, lo avrebbe costretto a percorrere in taxi i 147 metri che separano l’edificio della banca dal punto dove Cornelio Rolandi afferma di averlo preso a bordo. I giornali scrissero che le malattia era “all’ultimo stadio”, che egli aveva già subito. “l’amputazione di varie dita dei piedi”, che di notte, in cella, “si rotolava gridando per il dolore agli arti inferiori”. Il 17 Dicembre “Il Messaggero” scrisse: “… minato dal morbo di Burger, che aveva stroncato le sue ambizioni di ballerino, Valpreda era un disperato che ha finito per trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i compagni più giovani e inesperti”. Due persone – un anarchico che aveva partecipato con lui ad una marcia della pace di 70 km ed una, sua amica che aveva avuto occasione di osservarne poco tempo prima le dieci dita dei piedi – si recarono in questura per testimoniare ma gli dissero di ripassare. Un commissario della squadra politica, in vena di confidenze, disse ad un suo conoscente: “E’ una storia ridicola! Gli agenti che lo pedinavano tornavano in questura sfiancati”.

(93) Quando VaIpreda ha scritto la lettera, il nome dei poliziotto Salvatore Ippolito “in arte” anarchica Andrea Politi non era ancora stato reso noto. In varie occasioni, parlandone con il proprio avvocato o nelle lettere spedite dal carcere ai compagni, egli aveva espresso il dubbio che all’interno dei “22 Marzo” si fosse infiltrata una spia anche se non era in grado d’identificarla. L'”anarchico di Stato” dirà invece di non esser stato in grado di segnalare i preparativi della strage perché Valpreda e C., sospettando di lui, lo avevano emarginato e tenuto all’oscuro. In realtà egli continuerà a frequentare il circolo fino alla vigilia degli attentati ed anche in seguito. Quanto alle sue dichiarazioni relative all’incontro del 14 dicembre con Emilio Borghese, durante il quale questi gli avrebbe “confessato” la propria responsabilità, va messo in rilievo il comportamento improvviso dei giovane che, dopo aver tramato stragi alle sue spalle, una volta placata la sete di sangue si sarebbe affrettato a restituirgli piena fiducia. In realtà l’Ippolito era riuscito a mimetizzarsi egregiamente, e, semmai l’unica cosa che i suoi superiori potrebbero imputargli è l’eccesso di zelo. Infatti – a parte le proposte di attentati che, spesso e volentieri, rivolgeva ai “compagni” del 22 Marzo – il 15 novembre, nel corso della manifestazione antimperialista che si svolse a Roma, due militanti del Movimento Studentesco lo disarmarono mentre. impugnando una sbarra di ferro, si accingeva a sfasciare la vetrina di un negozio di abbigliamento.