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Lotta Continua 24 marzo 1970 Un anno di bombe: Amati e Calabresi, sempre loro!

24 settembre 2012

Lotta Continua vignetta contro Calabresi 05

1968: alcune bombe-carta o bombe molto leggere firmate dagli anarchici con una funzione esclusivamente dimostrativa e propagandistica, poste all’esterno degli edifici. Su queste azioni si innesta l’intervento terroristico dell’estrema destra, con la complicità della polizia e della magistratura.

25 aprile: bombe al padiglione Fiat della Fiera e alla Stazione Centrale. Alcuni feriti.

Le indagini del giudice Amati vanno subito verso la sinistra: fermo di una trentina di persone a scopo diversivo, e poi l’arresto a colpo sicuro di 5 anarchici (è simpatico notare come sia sempre Luigi Calabresi a notificare i mandati di cattura); contro i coniugi Corradini non si trova il minimo indizio ma rimangono in carcere e il giudice Amati respinge 5 domande di scarcerazione. Poi la sezione istruttoria decide la scarcerazione degli anarchici. «Si rileva che gli interrogatori di Corradini, Vincileoni, e Pulsinelli si sono limitati alla semplice indicazione delle accuse, a richieste di chiarimenti circa le amicizie, i contatti, gli incontri con altri imputati, a delucidazioni su circostanze di secondaria importanza …va aggiunto che nei confronti dei coniugi Corradini nemmeno il capo d’accusa ha alcuna precisazione sulla modalità e sui termini coi quali si sarebbe effettuata la loro partecipazione agli attentati …pertanto i tre imputati devono essere scarcerati …L’ordinanza con la quale il giudice istruttore respinge l’istanza di scarcerazione dei difensori proprio sul punto essenziale delle indicazioni delle prove a carico, si risolve in un’affermazione apodittica e non fornisce alcuna giustificazione e spiegazione per le ragioni che determinavano il magistrato a respingere l’istanza stessa …il giudice non può tenere segreti gli elementi di colpevolezza raccolti o comunque esistenti agli atti del processo…». Nonostante questo il giudice Amati il 13 novembre spiccava i nuovi mandati di cattura «a seguito delle rivelazioni di una testimone segreta».

Dopo meno di un mese l’«Observer» e il «Guardian» pubblicavano un documento segreto greco in cui tra l’altro era scritto: «Le azioni che era stato previsto fossero realizzate prima non è stato possibile realizzarle che il 25 aprile. La modifica dei nostri piani ci fu imposta dal fatto che era difficile penetrare nel padiglione Fiat. Entrambi i fatti hanno prodotto effetti considerevoli». Certo per Amati e Calabresi era difficile accettare e vagliare questa ipotesi dal momento che sull’altra (responsabilità anarchica) avevano puntato tutto, tenendo in prigione per 7 mesi 2 compagni e rifiutando tuttora l’istanza di scarcerazione per altri 3. I coniugi Corradini vengono scarcerati, dopo 7 mesi, per mancanza di indizi; a Braschi non vengono nemmeno addebitati gli attentati del 25 aprile; Pulsinelli e Della Savia hanno un alibi. Nonostante questo rimangono ancora in prigione e nonostante esista un documento che afferma chiaramente la paternità fascista degli attentati.

8-9 agosto: attentati sui treni. Si cerca di attribuire la colpa agli anarchici; poi si preferisce tacere e l’inchiesta non va avanti; dopo molti mesi si cerca di coinvolgere Pinelli (ed è Guida che cerca di farlo in maniera maldestra). Senonché saltano fuori i nomi di due confidenti della polizia, Chiesa e Di Luia appunto.

12 dicembre: strage di Milano. Sappiamo tutti come vanno le cose, ma non è superfluo ricordare qualche particolare. Le indagini si dirigono subito verso l’estrema sinistra. Calabresi e Amati (sempre loro) accusano gli anarchici. Vengono fermati, interrogati e perquisiti 588 militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi). Giuseppe Pinelli viene fermato il venerdì pomeriggio. Domenica sera dovrebbe essere o rilasciato o portato a S. Vittore. Rimane in questura e solo il lunedì la magistratura viene avvisata del suo fermo. È durante un fermo illegale quindi che Pinelli viene suicidato (e di questo «suicidio» ne abbiamo già parlato). Vi ricordiamo i nomi dei presenti: Luigi Calabresi, Sabino Lo Grano, Vito Panessa, Mucillo e un altro di cui ancora non è certa l’identità. Il martedì (che combinazione!) suicidio di Pinelli e riconoscimento di Valpreda da parte di Rolandi. A Rolandi, a Milano, viene mostrata una sola foto, quella di Valpreda; poi a Roma durante il riconoscimento (un anarchico «confuso» tra una fila di poliziotti) Rolandi indica Valpreda, poi ci ripensa: «se non è lui, qua dentro non c’è ». La frase non Viene messa a verbale. Questa prassi scorretta viene seguita per tutto il resto dell’istruttoria. Le perizie, quelle sulla bomba e quelle sul vetrino, vengono prima fatte a casa in privato, senza avvisare la difesa, e poi solamente in un secondo tempo si fanno le perizie ufficiali. L’ultima perizia proposta è quella psichiatrica; il piano ora si delinea con maggiore chiarezza: un organizzatore di attentati che compie errori così grossolani non può essere che pazzo.

E questa versione può forse accontentare tutti; il sistema democratico, nonostante qualche elemento malato, è sostanzialmente sano. Il secondo corriere delle bombe, pian piano, lo si sta già individuando; Antonino Allegra (un gentiluomo così riservato, abitualmente) ipotizza e suggerisce un nome: chissà che non sia Sottosanti – dice. E intanto si cerca di far ritornare l’ipotesi Pinelli nella responsabilità degli attentati (o nella versione dell’ingenuo tradito o in quella dell’organizzatore e del capo; in definitiva quel viaggio a Roma l’ha davvero fatto).

Occorsio vigila e trova prove in continuazione. Occorsio, lo sanno tutti, è un uomo di Sargat, e Saragat è il Presidente; se ci si deve fidare del Presidente, ci si può fidare anche del suo uomo. Occorsio ha dietro di sé una bella carriera. Democratico ma non troppo, reazionario ma con moderazione. Fa il pubblico ministero nel processo SIFAR-Espresso e anche qua fa quello che gli dice il Presidente; ma forse travisa il senso di qualche parola ed esagera: chiede l’assoluzione dei giornalisti. Si rifarà brillantemente dopo parecchi mesi, sempre, contro un altro giornalista. Il Presidente, dopo la strage di Milano dice che «davanti alla magistratura giacciono numerose denunce» e Occorsio collabora a portarle avanti. Chiede una «severa condanna» per Tolin e l’ottiene. E bravo Occorsio! Anche il PCI ha fiducia in te; i suoi avvocati non fanno una grinza di fronte ai vizi dell’istruttoria; anche loro obbediscono al Presidente; sanno che le istituzioni sono fragili e bisogna averne rispetto.

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

30 novembre 2009

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2992&Class_ID=1003#top

19 giugno 2009

Un’occasione persa

“Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari – Osservatorio democratico

piazza fontana

Il segreto di Piazza Fontana, scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l’editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell’autore – che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto – e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla “madre di tutte le stragi”, come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

Le due bombe nella banca, quelle “scomparse” e “l’ingenuità” degli anarchici

Quel giorno, alla Banca nazionale dell’agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l’ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l’attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell’ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all’editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l’anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l’imbecillità che l’ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli… Gli attentati certi del 12 dicembre ’69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l’Altare della Patria. Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne “Il segreto di Piazza Fontana” si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista. E qui si torna alla “stupidità” degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l’autore è Giovanni Ventura a portare l’11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni “scomparsi”. Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un’accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l’imbecillità.

Il ruolo di Pinelli e la sua morte

Pure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell’interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese. Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte “incidentale” tra le ipotesi. Da sottolineare – anche se a livello di pura aneddotica – che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l’enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

Quando la dietrologia inganna

Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e – almeno per quanto riguarda la prima parte del libro – si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato “Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l’aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinchè fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola”. Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c’era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell’ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell’alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E’ in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del ’69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione – citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell’ANPI – di “colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna”, essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione.

In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore – formale ma di un certo rilievo – di Cucchiarelli. Ne Il segreto di Piazza Fontana l’autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l’artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull’esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l’interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l’unico colpevole processualmente accertato per la strage.

I finti scoop

In un’inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L’importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade Il segreto di Piazza Fontana. Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell’agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c’è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni? Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro (La notte che Pinelli), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del “riconoscimento” di quest’ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. E’ lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell’attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che neIl segreto di Piazza Fontana si affronta pure un’altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del “sosia di Valpreda”, ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l’attentato proprio per la sua somiglianza con l’anarchico.

Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l’attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l’altro attentatore doveva essere un sosia dell’anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l’operazione. Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant’anni si è parzialmente disgregata anche nell’ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell’inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti “camerati” hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell’eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull’intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell’ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l’agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni 70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell’immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un’uguale riservatezza in rivelazioni di trent’anni successive non paiono spiegabili.

Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili

Cucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l’operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull’intercambiabilità e sulla modificabilità dei “dischi orari”. Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale “attentatore in buona fede”, il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l’innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.

La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l’autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità. Se la bomba “anarchica” era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l’innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l’ipotesi – seppure remota – che l’attentatore potesse accorgersi della manomissione.

Inoltre, l’ipotesi di alterazione dell’orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell’ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze – etiche o semplicemente pragmatiche – di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage.

Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell’estrema destra, della “strage per errore”: pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell’ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la “bassa manovalanza” era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.

Cucchiarelli pare accorgersi dell’incongruenza, ma la liquida con poche parole: “con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica”. Un po’ poco per supportare la teoria.

Anche nel caso dei timer la ricostruzione de “Il segreto di Piazza Fontana” risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell’attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che – seppure concatenati razionalmente – rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d’intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l’anticipo di pochi minuti nell’entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L’autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che – affascinato da un solo percorso – abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

Le fonti e la loro attendibilità

Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l’approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all’origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell’ombra.

Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove “verità” di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c’è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli “un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”. In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell’epoca, che protetto dall’anonimato conduce il libro alle “scoperte” più eclatanti. E’ Mister X a confermare l’esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse… E’ dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l’attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.

Su Il segreto di Piazza Fontana l’impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l’uccisione di Mauro Rostagno (secondo l’autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l’omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto “il segreto”, da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti).

Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma “finalmente la verità sulla strage”, con un’enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. “Il segreto di Piazza Fontana” è, se non un depistaggio, un’occasione mancata. O forse un’operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l’innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.