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1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 Mag 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

1972 02 5 Umanità Nova – Assassinato dalla polizia il compagno Georg Von Rauch

8 Mag 2015

1972 02 5 Umanità Nova - Assassinato dalla polizia il compagno Georg Von Rauch

 

Il 4 dicembre 1971 la polizia tedesca ha assassinato proditoriamente il compagno Georg Von Rauch (ndr – i particolari sulla criminale azione poliziesca sono stati pubblicati su «Umanità Nova» n. 45 del 25 dicembre 1971).

Solo ora la Schwarz Kreuz (Crocenera Tedesca) ha sciolto le riserve sul caso ed ha comunicato che Georg Von Rauch faceva parte di questa organizzazione di cui era stato uno dei fondatori. Il silenzio della Crocenera era motivato dalla necessità di compiere indagini sull’episodio.

Dopo l’assassinio di Pinelli, uno dei fondatori della Crocenera in Italia, dopo la incarcerazione per «cospirazione» di Stuart Christie, fondatore della Crocenera a Londra, Von Rauch è il terzo compagno della Crocenera contro cui si scagliano gli scagnozzi dello Stato.

Il continuo contatto con le vittime politiche, l’agire in situazioni in cui la repressione si manifesta nelle sue forme più brutali, espone i compagni di questa organizzazione a divenire essi stessi vittime della repressione.

Ma ciò che accade ai compagni della Crocenera è anche una misura del valore dell’aiuto reciproco e di quanto la polizia e padroni temano il formarsi di una rete di solidarietà internazionale.

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La Crocenera è una organizzazione di assistenza e solidarietà internazionale per le vittime politiche anarchiche. Oltre all’assistenza diretta essa pratica un costante lavoro di controinformazione (raccolta e diffusione di notizie relative alle vicende repressive) di promozione di campagne di appoggio, ecc.

(da A. rivista anarchica n. 10)

2014 12 14 Il Garantista – Il 12 dicembre 1969 Bombe su Roma. La testimonianza di Enrico Di Cola

8 gennaio 2015

(testo integrale, leggermente diverso da quello apparso sul giornale Il Garantista, per ragioni di spazio) 

2014 12 14 Il Garantista - Quel giorno fui torturato per incastrare Valpreda

Quella giornata del 12 dicembre 1969 era iniziata per me come una giornata qualsiasi. Avevo da poco compiuto i 18 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni) ero studente di un istituto tecnico industriale ma più impegnato a partecipare a riunioni, manifestazioni o incontrare i miei compagni di fede piuttosto che frequentare la scuola. Quella mattina non andai a scuola ma rimasi in casa fino al primo pomeriggio e poi – come ero solito fare – mi recai alla sede del nostro circolo, il 22 marzo, in via del Governo Vecchio.

Il giorno precedente un compagno mi aveva telefonato per avvertirmi che ci sarebbe stata una conferenza sulla storia delle religioni che inizialmente doveva tenersi al circolo Bakunin di via Baccina. Anche se la tematica non mi interessava andai comunque perché volevo incontrarmi con i miei compagni ed amici (diversi dei quali erano anche miei compagni di scuola).

Terminata la conferenza, assieme a Emilio Bagnoli e Amerigo Mattozzi, ci recammo alla sede della Lega dei diritti dell’Uomo, a Piazza SS. Apostoli, perchè volevamo fare una denuncia contro le persecuzioni a cui ci sottoponeva la polizia politica romana.

In molti di noi si erano accorti di essere seguiti, diverse volte eravamo stati fermati ed identificati mentre passeggiavamo per strada (a me era successo un paio di volte mentre mi trovavo assieme a Pietro Valpreda), il 19 novembre – giorno dello sciopero nazionale per la casa – in una decina di compagni venimmo fermati “preventivamente” e trattenuti in Questura per molte ore per impedirci di partecipare a quella manifestazione. Come noto la sera stessa, dopo essere stati rilasciati dalla Questura, fummo aggrediti a Trastevere e così io, Valpreda e Gargamelli finimmo la giornata dietro le sbarre di Regina Coeli. Qualche giorno dopo un altro giovanissimo compagno, Angelo Fascetti, viene fermato e interrogato dai carabinieri perché sospettato per un attentato ad una caserma dell’arma.

Già alla fine di ottobre, mentre io, Bagnoli, Muki e Valpreda ci stavamo recando a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ad alcuni compagni che dovevano essere processati, venimmo fermati dai carabinieri e – grazie al famigerato art.41 del TULPS – fummo perquisiti in cerca di armi o esplosivi.

Mi fermo qui perché sarebbe troppo lungo elencare i tantissimi episodi che dimostravano che subimmo il quel breve periodo di vita del nostro circolo quanto forte fosse “interessamento” degli apparati repressivi verso di noi e come non vi fosse un solo minuto della nostra vita che non venisse controllato e registrato. Tutte queste “attenzioni” ci avevano indotto a pensare che fosse necessario da parte nostra fare una qualche “contromossa” – cioè di denunciare la polizia – per portare alla luce di tutti questa continua persecuzione. Era questo il motivo per cui ci recammo, come detto, alla Lega per i diritti Umani quella sera.

Appena arrivati nei locali della Lega ci dissero subito che erano scoppiate alcune bombe a Roma e Milano e che c’erano dei morti e quindi, ovviamente, non era il momento giusto per sporgere la nostra denuncia.

Con Emilio e Amerigo ci precipitammo a comprare un giornale per capire meglio cosa fosse accaduto e tornammo in sede per avvertire i compagni che erano rimasti dopo la conferenza. Assieme decidemmo che l’unica cosa che potessimo fare fosse di tornare a casa e seguire in televisione cosa stesse succedendo. Ci lasciammo dandoci appuntamento al giorno seguente dopo esserci accordati che prima di andare in sede avremmo dovuto fare un giro di telefonate a tutti i compagni per sentire se qualcuno avesse avuto problemi.

Dato le persecuzioni che avevamo subito in precedenza davamo quasi per scontato che alcuni di noi sarebbero stati nuovamente “attenzionati” ma certamente non pensavamo che fosse già troppo tardi per evitare che la trappola, la tagliola, ci si conficcasse nella pelle.

Arrivato a casa, dopo aver visto il telegiornale, andai a letto a dormire. Il mio sonno non durò molto perché verso le 22,30 – 23 mi risvegliai con un mitra puntato in faccia (anche mio fratello subì lo stesso trattamento sebbene non avesse mai svolto attività politica in vita sua) e dopo la perquisizione fui condotto nei locali della Legione Territoriale dei Carabinieri. Per prelevarmi era stato predisposto uno spiegamento di forze davvero imponente: almeno una decina di agenti armati di tutto punto, appostati persino sulle scale di casa.

Il primo interrogatorio, che si svolse in maniera “normale” – per quello di normale può esserci un interrogatorio di polizia -, avviene alle 23,55 finto il quale vengo rinchiuso in una stanzetta vuota a parte alcune sedie.

Qui passo – senza ovviamente poter dormire – la notte. Ero convinto di dover essere rilasciato al più presto in quanto per l’ora delle bombe, quelle esplose a Roma avevo un alibi (la conferenza) . Ma mi sbagliavo.

La mattina seguente verso le 11, senza aver potuto bere un bicchiere d’acqua o mangiare qualcosa, mi vengono a prelevare e mi portano al secondo o terzo piano dove si trovava la porta che conduceva nei locali della squadra omicidi. Non ci sono i carabinieri che mi avevano interrogato la sera precedente e subito mi accorgo che ben diversa è l’aria che si respira.

Nel secondo verbale delle 11,10 compare per la prima volta il nome di Pietro Valpreda e mi si chiedono ragguagli su di lui. Anche nel terzo ed ultimo verbale che sarebbe iniziato alle 17,30 si parla di Valpreda, cioè mi viene chiesto di confermare l’indirizzo in cui abita a Roma.

Prima di procedere con queste mie memorie penso sia utile dire, ricordare, alcune cose soprattutto per i più giovani. Prima di tutto, come avrete notato, io ho citato solamente gli orari di inizio interrogatorio ma non quelli della loro fine. Infatti questi non venivano mai riportati. Per cui non è possibile sapere quanto un interrogatorio durava veramente. Altra cosa da non trascurare è che la verbalizzazione avveniva sotto la dettatura del funzionario che interrogava e quindi non erano le tue parole che poi comparivano ma l’interpretazione che questi faceva di quello che tu dicevi. Tu potevi solo rettificare il verbale che ti facevano vedere a fine interrogatorio o rifiutarti di firmarlo, nel qual caso ricominciava tutto da capo.

In realtà il mio fu un unico lunghissimo, ininterrotto, interrogatorio iniziato alle 11 del mattino e terminato verso le 19,30- 20, ora in cui venni rilasciato.

Durante questo interrogatorio-fiume dovevo stare seduto immobile mentre mi schiaffeggiavano, mi vennero tirati capelli e barba, mi puntarono un tagliacarte alla gola minacciandomi di morte… Il tutto avveniva al buio quasi completo tranne la lampada che mi veniva puntata in faccia per impedirmi di vedere quando partivano i colpi. Ogni tanto si davano il cambio entrava il carabiniere “buono” che cercavano di blandirmi con promesse di soldi e tranquillità per il resto della mia vita. Mi suggeriva di dargli qualcosa, qualcuno su cui buttarsi, se volevo evitare il peggio quando sarebbe rientrato il “cattivo”… e così via per molte ore.

Questo trattamento “speciale” aveva un unico scopo: quello di farmi firmare un verbale in bianco, oppure che mettessi a verbale di aver visto Valpreda partire per Milano con una scatola per scarpe piena di esplosivo. E badate bene che siano al 13 dicembre quando ancora, almeno ufficialmente, il nome di Valpreda non era ancora stato fatto da nessuno!

Quella sera stessa, improvvisamente e inaspettatamente, venni rilasciato ma prima di farlo si premunirono di farmi capire che qualsiasi cosa avrei raccontato nessuno mi avrebbe mai creduto (la tua parola contro la nostra) e che potevano in qualsiasi momento ammazzarmi e far passare la mia morte come un incidente, magari stradale.

Feci ritorno a casa facendo molta attenzione mentre traversavo la strada e guardandomi in continuazione dietro le spalle per vedere se ero seguito. La mattina seguente mi vennero a trovare 4 o 5 compagni a cui raccontai lo strano interrogatorio che avevo subito e il fatto che mi volevano far incastrare Valpreda.

Vi era un particolare che era sfuggito agli inquirenti durante l’interrogatorio che mi sembrava importante verificare. Mi diedero infatti dei particolari sulla partenza di Pietro da Roma che io non conoscevo. Parlarono dell’incontro avvenuto tra Valpreda e Emilio Borghese prima della sua partenza per Milano. Io non ero stato testimone e non sapevo nulla di questo incontro e quindi era evidente che qualcun altro lo aveva raccontato oppure che i carabinieri lo sapessero perché anche loro seguivano passo a passo i movimenti di Pietro.

I compagni mi dissero che avevano fatto un giro di telefonate e gli risultava che mentre alcuni erano stati rilasciati altri erano stati appena fermati per cui non era ancora possibile fare un bilancio di quanto stava avvenendo. Un aiuto per sapere queste cose ci venne dato dai quotidiani che pubblicarono, in quei giorni, gli elenchi con i nomi dei fermati. Decidiamo dunque di recarci al circolo perché eravamo sicuri che man mano che i compagni sarebbero stati rilasciati di li sarebbero passati.

La mattina del 16 dicembre, mentre mi trovo davanti scuola, vengo a sapere dell’assassinio di Pino Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano. La stessa sera, dopo essere stato al circolo, prendo l’autobus per tornare a casa. Appena seduto alzo lo sguardo di fronte a me e vedo un signore che sta leggendo un giornale della sera su cui troneggia un titolo a tutta pagina sull’arresto di Valpreda. Se già prima ero sconvolto, avevo avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Pinelli in un paio di occasioni, la notizia dell’arresto di Pietro mi lascia completamente disorientato e terrorizzato. Le voci che giravano da un po’ di tempo sulla preparazione di un colpo di stato mi sembrava stessero prendendo forma.

Appena rientrato in casa ricevetti la telefonata di una compagna che mi invitava a recarmi subito nella redazione di Paese Sera per parlare con un giornalista suo amico, visto che le notizie che circolavano su di noi nelle redazioni erano davvero ignobili e false. Mi recai a Paese Sera e mi accordai con il giornalista: io avrei raccontato la storia del 22 marzo e lui mi avrebbe permesso di rimanere nei locali del giornale sino al mattino. Io rispettai il patto, ma dopo qualche ora il giornalista mi disse che continuavano ad arrivare foto di Valpreda con me (quelle dello sciopero della fame) e quindi era troppo pericoloso farmi restare li e mi invitò a lasciare immediatamente i locali. Io con la compagna che mi aveva chiamato ed un altro compagno che era andato al giornale con lei lasciammo i locali. La mattina dopo, quando telefonai a casa, venni a sapere che era passata la polizia a cercarmi. E’ in questo momento che inizia la mia latitanza.

Sono stati mesi difficilissimi. Non potevo appoggiarmi agli anarchici che erano i più controllati mentre era molto difficile relazionarsi ai compagni della sinistra che erano troppo spaventati e molti avevano già iniziato ad essere intossicati dalla disinformazione ufficiale. Ho potuto contare solo nell’appoggio di pochi compagni che mi conoscevano da anni per il mio impegno con il movimento studentesco degli studenti medi.

Ho girato in moltissimi appartamenti di compagni sotto falsi nomi e raccontando storie sempre diverse per evitare di essere individuato, solo dopo parecchi mesi quando la repressione si era estesa e molti altri compagni erano costretti a nascondersi per aver preso parte a manifestazioni, scontri con la polizia o altre azioni di contestazione, cominciarono a riaprirsi altre porte. La maggior parte di quei mesi li passai in solitudine totale e senza mai poter uscire di casa durante il giorno e solo raramente potevo concedermi qualche passeggiata di notte per non rischiare di compromettere le persone che mi aiutavano. Ci sono voluti due anni prima che trovassi il modo di procurarmi un passaporto, fuggire dall’Italia e raggiungere la Svezia dove chiesi ed ottenni l’asilo politico.

In realtà la mia fuga dall’Italia non fu una scelta individuale. Avevo parlato in diverse occasioni con compagni anarchici, soprattutto della Crocenera, con il mio avvocato Eduardo Di Giovanni e con alcuni compagni impegnati nella controinformazione ed assieme a loro avevo valutato diverse opzioni.

Va ricordato che in quel momento la situazione era molto buia sia a livello generale – nell’arco di due anni si era creato un lungo elenco di testimoni scomodi morti in circostanze misteriose, di inizio di un processo contro di noi non se ne vedeva traccia, – sia a livello personale, inizialmente ero ricercato per associazione a delinquere, ma nell’aprile del 1970 dopo una perquisizione nella mia casa venne aggiunto un nuovo reato: quello di detenzione e possesso di materiale di cui è vietata la divulgazione (spionaggio) per aver scritto in un quaderno i nomi di alcune basi Nato in Italia tratti da un opuscolo diffuso …della FGCI! E come non bastasse a tutto questo si era aggiunta anche la renitenza alla leva.

E’ in questo contesto che decisi che la cosa migliore da fare era qualcosa che da un lato mi permettesse di alleggerire la mia situazione psicologica per qualche tempo, e cioè poter girare tranquillo per strada anche di giorno, poter fare le cose normali che tutti fanno, come poter andare in un ristorante o entrare in un negozio e dall’altra di poter fare qualcosa per aiutare i compagni in galera. Chiedendo asilo politico e inviando una lettera in cui sfidavo le autorità italiane a chiedere la mia estradizione, volevo stanarli di fronte ad un Tribunale svedese per far conoscere all’estero qual era la vera situazione della “democrazia” in italia. In realtà questa nostra ipotesi non si concretizzò per un beffardo scherzo del destino. Quando inviai alle diverse autorità italiane la lettera per comunicare che mi trovavo in Svezia e che le sfidavo a chiedere la mia estradizione, il primo processo Valpreda a Roma era iniziato e dopo poco terminato per essere rinviato alla sua sede naturale, cioè Milano. Ma come sapete Milano si rifiutò di tenerlo per timore di chissà quali presunti scontri di piazza e – con un colpo di genio – la Corte suprema di Cassazione decise di far tenere il processo nel luogo più lontano possibile dalla sua sede naturale spedendo tutto a Catanzaro.

Qui potevano essere sicuri che il lievitare a livelli astronomici dei costi economici gli avvocati della sinistra extraparlamentare non avrebbero potuto garantire una loro presenza costante e quindi una nostra adeguata difesa. E questo avvenne.

Comunque, come dicevo, il giudice istruttore di Roma che si trovò tra le mani la nota sulla mia presenza in Svezia non poteva più chiedere la mia estradizione perché la cosa non era più di sua pertinenza e si limitò a scrivere una nota per i giudici di Milano…che nel frattempo erano anche loro stati esautorati della pertinenza e tutto finì negli scatoloni inviati a Catanzaro. Per quanto ne so non arrivò mai nessuna richiesta di estradizione contro di me e io restai in quel paese per poter aiutare altri compagni che avessero avuto bisogno di trovare un rifugio tranquillo e per impegnarmi a far conoscere la nostra storia.

nota

Leggendo recentemente gli atti istruttori e quelli dei processi di Catanzaro posso azzardare un’ipotesi sul perchè i carabinieri furono costretti a rilasciarmi.

Il gioco dei fermi e arresti che era gestito dall’Ufficio Affari Riservati tramite la squadra politica romana, era in funzione di dare una parvenza di legalità agli atti processuali. Per cui il fermo di uno di noi, di un compagno del gruppo, non poteva essere fatto prima che qualcuno di noi facesse quel nome, magari per dire cosa aveva detto o fatto in qualche occasione e chi era presente in tale occasione. Solo a quel punto si poteva giustificare il fermo di un altro compagno.

Come sappiamo in realtà non avevano bisogno di fare questa sceneggiata perché avevano infiltrato un poliziotto tra di noi (anche se ci vorranno dei mesi perché il suo nome salti fuori ufficialmente) e quindi già sapevano i nostri nomi e tutto quello che gli serviva per incastrarci.

Comunque gli uomini dell’Ufficio politico della questura seguirono questo schema che probabilmente doveva servire per dimostrare che stavano svolgendo indagini a tutto campo ma che queste portavano sempre a noi.

All’interno di questo meccanismo avviene un errore. Vengo fermato troppo presto e non dalla polizia ma dai carabinieri e in quel momento il mio nome ancora non appare in nessun verbale.

Sarà il dirigente della Squadra politica romana Luigi Falvella, a confermarlo involontariamente durante l’udienza del processo di Catanzaro del 6 aprile 1974 dove chiamato a deporre affermò che “Non mi risulta se il capitano Valentini (dei carabinieri, mia nota) ci comunicò che avevano fermato il Di Cola perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti. È probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi essendosi aggravata la posizione del Di Cola facemmo invano ricerche.”

Il 6 giugno viene chiamato a deporre il colonnello dei carabinieri Pio Alferano che arrampicandosi sugli specchi dice: “Non fermammo il Di Cola ed altri ma l’interrogammo solamente ciò in quanto a carico degli stessi avevamo dei sospetti che potessero avere delle armi. Ciò avvenne, se mal non ricordo, la stessa sera del 12/12”

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico ai compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

18 Mag 2013

Quello che segue è un documento particolarmente interessante per capire come le varie componenti del movimento anarchico si organizzarono e le condizioni che posero per assumere la difesa dei compagni del gruppo 22 marzo. Torneremo su questo tema in maniera più approfondita quando tratteremo la questione dei “diritti e garanzie” alla difesa nello svolgimento del processo di Catanzaro. (Consigliamo di rileggere sul blog l’articolo “5 settembre 1977 Lettera dell’avvocato Luca Boneschi a Valpreda di autocritica su conduzione processo di Catanzaro“)

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969 COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

7 Mag 2013

Velina MOLTO interessante, costruita sulla base di almeno due o tre informatori (I nomi sono cancellati, appare in chiaro solo un certo “Ciro”). Le confidenze sono frutto dell’attivazione delle fonti dopo gli attentati fascisti dell’8 agosto ai treni.  Si parla del Gruppo della “Casa dello Studente” (FAGI),  del Gruppo Kronstadt (ex La Comune FAGI critico), del Ponte della Ghisolfa (indipendenti).  Si punta quindi su una doppia pista per trovare gli attentatori: quella del gruppo Pinki (Kronstadt) e quella del Ponte della Ghisolfa.  Ci sono tutti gli ingredienti per capire il perchè della persecuzione poliziesca contro Valpreda e Pinelli che culminerà dopo la strage del 12 dicembre.  

 

 

1 settembre 1969 SID su attentati e ambienti anarchici  COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 settembre 1969 SID confidenti su attentati ai treni e ambienti anarchici

 

 

 

 

 

 

 

Lotta Continua 24 marzo 1970 Contro le “autorevoli” calunnie La Crocenera anarchica (comitato vittime politiche) dichiara quanto segue

24 settembre 2012

«La Crocenera anarchica (comitato vittime politiche), in accordo con i compagni del gruppo Ponte della Ghisolfa (gruppo di cui faceva parte Giuseppe Pinelli), dichiara quanto segue:

Voci diffuse in ambienti prossimi alla Questura lasciano intendere che, in concomitanza con la chiusura dell’inchiesta giudiziaria sulla morte del compagno Pinelli, si intenda porre in atto una manovra per diffamarne la memoria e giustificare la tesi del suicidio.

Tali voci, già messe in circolazione nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli ed ora rimesse in giro arricchite di nuovi fantasiosi particolari, vorrebbero implicare il compagno Pinelli in un trasporto di esplosivo destinato alla Grecia. Tale esplosivo sarebbe stato poi in qualche modo (magari anche all’insaputa dello stesso Pinelli) deviato e utilizzato per gli attentati di Milano e Roma.

Noi neghiamo nel modo più reciso che tale traffico di esplosivo sia mai avvenuto tramite i gruppi anarchici di Milano e ancor più recisamente che in tale traffico potesse in alcun modo essere implicato il compagno Pinelli. Affermiamo questo con la massima certezza, in quanto militanti anarchici ed in quanto compagni di gruppo di Pinelli. Dichiariamo che, disposti a dare la nostra solidarietà alla Resistenza greca, non abbiamo a tutt’oggi mai avuto richieste specifiche di aiuto degli antifascisti ellenici né come individui né come gruppi».

 

Comitato di difesa e di lotta contro la repressione

«I parenti di Pietro Valpreda, le cui deposizioni nel processo per gli attentati del 12 dicembre contrastano l’accusa fin dai primissimi giorni, sono stati incriminati per falsa testimonianza.

Gli imputati di falsa testimonianza, secondo alcuni, possono riacquistare la qualità di testimoni nel processo a Valpreda soltanto dopo una sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste.

Fino ad allora e anche nel caso in cui essi venissero assolti per insufficienza di prove, l’accusa avrebbe ottenuto il risultato di privare il processo contro Valpreda di una serie di testimonianze importanti, tutte quelle che per un verso o per l’altro non rientrano nel quadro semplicistico di un Valpreda organizzatore ed esecutore squilibrato degli attentati.

Quand’anche così non fosse, i testimoni si porterebbero comunque addosso la veste di imputati assunta proprio per la testimonianza che hanno resa, e la conservazione della capacità di testimoniare servirebbe essenzialmente a consentire loro la ritrattazione».

Martedì 24 in piazza Mercanti, processo pubblico contro gli assassini di Pinelli e i diffamatori di Valpreda.

da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Testimonianza di Sergio Ardau

22 novembre 2011

Verso le ore 16,30, di venerdi 12 dicembre, l’interno della Banca dell’Agricoltura, di Piazza Fontana, a Milano, viene sconvolto da una spaventosa esplosione. Agli occhi di coloro che accorrono, si presenta uno spettacolo terrificante: brani di corpi umani straziati, sparsi un pò dappertutto, in un lago di sangue, fra cumuli di macerie. Il primo bilancio è di 14 morti ed un numero impressionante di feriti, più o meno gravi. Mentre le autoambulanze, vanno e vengono, senza sosta, si fanno le prime congetture sulla sciagura; in un primo momento, circola la voce che siano esplose le caldaie del riscaldamento, poi, subito dopo si manifesta, senza più ombra di dubbio, l’atroce realtà: si è trattato di un attentato, una bomba collocata all’interno della banca ha provocato la strage, seminando la morte, fra quanti ignari della terribile minaccia in agguato, si trovavano sul posto.

Poche ore dopo, polizia e carabinieri, si scatenano in una forsennata caccia all’anarchico.

Il sottoscritto, quel giorno, si trovava all’interno del nuovo circolo anarchico di via Scaldasole 5, recentemente aperto, quando, verso le ore 19 circa, irrompe nel medesimo la squadra politica al completo, che si mette immediatamente «al lavoro», buttando tutto all’aria, frugando mobili e rovesciando cassetti, senza come al solito, trovare alcunchè, salvo ciclostilati, giornali, manifestini ed altri stampati, dei quali-in mancanza d’altro, viene fatto abbondante saccheggio. Alle proteste del sottoscritto, circa la mancata esibizione di un regolare mandato di perquisizione, si risponde, con seccata sufficienza, che «non è necessario, stato di emergenza» (?). Il sottoscritto viene «cortesemente» invitato «a favorire in questura» al seguito dei succitati messeri, onde fare una chiacchierata con il «dottore». Sono presenti il Dr. Calabresi, il Dr. Zagari, il Brig. Panessa ed altri ancora di cui non conosco il nome. In quel momento, mentre il sottoscritto si accinge a chiudere il locale, giunge il compagno Pinelli, al quale viene immediatamente esteso l’invito a «favorire» anche lui al solito posto.

Ci assicurano che non credono assolutamente che noi due si possa essere implicati in qualsivoglia maniera, negli attentati di poche ore fa, sanno benissimo che siamo due brave persone non hanno intenzione alcuna di fermarci, nè tantomeno di arrestarci, vogliono solamente avere con noi, «un amichevole e leale scambio di vedute». Stranamente mi trovo preso sottobraccio (sarà una dimostrazione d’affetto?), piuttosto saldamente direi, da due poliziotti, che mi «aiutano» a salire su una 850 Fiat blu, dove mi ritrovo ben stretto fra il brig. Panessa ed il dr. Zagari, mentre il dr. Calabresi, prende posto accanto all’autista. Gli altri poliziotti rimangono appostati nei pressi, in speranzosa attesa di qualche altro incauto pellegrino.

Pinelli che è venuto con il suo motociclo, segue a bordo dello stesso, noialtri in macchina, alla volta della questura centrale. Durante il tragitto, sia il dr. Calabresi, che il brig. Panessa, suo solerte scudiero (novelli don Chisciotte e Sancho Panza!), mi parlano indignati di «una sicura matrice anarchica negli attentati», «di certi pazzi criminali che si sono infiltrati tra noi, tra cui il Valpreda» (?) a proposito del Valpreda, mi chiedono se ultimamente l’ho visto e se frequenta il circolo. Tornano a ripetere «voialtri due siete due bravi ragazzi (Pino ed io), ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda, con il suo codazzo di ragazzini (Aniello D’Errico, Leonardo Claps, conosciuti come Cap e Steven, più gli altri), con la loro esaltazione criminale (?) ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, poichè ora non possiamo più tollerare, ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato (?!), dovete rendervi conto che ora ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri che sono stati i fascisti, questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio (beato lui!) e voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora, perchè sono delle belve assetate di sangue. La vostra propaganda anarchica, anche se voi di una certa età, la fate in buona fede, da filosofi idealisti, come te e Pinelli (???!!!) può generare in menti esaltate, l’odio e la violenza ed ecco in quanto è successo, il frutto inumano di quello che avete seminato e di cui siete anche voi (Pino ed io), se non forse materialmente,·credo però che non c’entriate (bontà sua), sicuramente moralmente responsabili, a meno che non collaboriate con noi, per assicurare alla giustizia quei mostri!». Alla mia domanda sul chi è o chi sono, a suo parere «i mostri», mi risponde che ancora non sono del tutto sicuri, comunque di certo c’è che sono stati gli anarchici e che sarebbero «ben curiosi di sapere dove si è cacciato il Valpreda, che nelle dimostrazioni gridava bombe, sangue, anarchia!».

Finalmente arriviamo in questura e, giunti al quarto piano (sez. politica) abbiamo la sorpresa di ritrovarci noi due soli, in uno stanzone pieno di poliziotti, ci fanno sedere uno di fronte all’altro, ad una certa distanza, con un agente seduto fra noi. Calabresi comunica a Pino, che è stata fatta una perquisizione a casa sua, Pino risponde sorridendo che come al solito non hanno trovato nulla. Calabresi e gli altri, fra cui Panessa, si rivolgono a me, chiamandomi sarcasticamente con il solito titolo: «il malfattore» e sia io che Pino, ci mettiamo a ridere. Dottori e brigadieri, si ritirano nei loro covi a cogitare, dato che per il momento, dicono, non hanno tempo di occuparsi di noi. Freneticamente, il folto nugolo di agenti, a gruppetti di quattro cinque per volta, dopo essere entrati ed usciti dall’ufficio di Calabresi, con un foglio in mano e dopo aver consultato la carta topografica della città, appena alle mie spalle, escono di volata, dallo stanzone, chiamando a gran voce gli autisti. Sento fare un sacco di nomi, ogni tanto sento il nome di questo o quel compagno e posso immaginare che stanno andando ad «invitare» anche loro a «favorire». Lo stanzone si svuota, restiamo solo noi due, oltre al nostro angelo custode. Pino mi strizza l’occhio e dice: «mi sa che si tratta di un invito piuttosto lungo, peccato che siamo solo noi due se no, si potrebbe fare un po’ di baldoria», rispondo che presto saremo in folta compagnia; il poliziotto protesta e si agita, dicendo che non possiamo comunicare tra di noi. Passano delle ore, lunghe e monotone, Pino ogni tanto alza la testa (sta facendo dei disegnini su dei foglietti di carta che arraffa sui tavoli vicini) e mi strizza l’occhio sorridendo. Arriva un altro poliziotto, molto meno «formale», che dà il cambio all’altro e si mette dapprima a chiaccherare con me, sulla Sardegna e poi con Pino, sul modo di cucinare le anitre selvatiche, le lepri e la selvaggina in genere. Pino, discute molto interessato e altre ore passano più in fretta.

E’ quasi mezzanotte, cominciano ad arrivare i primi scaglioni di fermati. I compagni anarchici, arrivano a frotte, giovani e vecchi assieme agli m.l. (marxisti-lennisti) di tutte le linee e gruppi. Lo stanzone è ben presto pieno, non tutti possono accomodarsi le altre stanze sono piene anch’esse. Ci scambiamo, fra compagni, le prime impressioni. Viene interrogato Pino, a lungo, poi è la mia volta, seguito a ruota dagli altri. Ci richiamono più volte, Pino ed io, per interrogarci di nuovo e, cosa molto strana, a seguito degli interrogatori, sia miei che di Pino, stendono un sacco di verbali molto generici, circa i nostri movimenti del pomeriggio e ogni volta non si curano di farceli firmare (e fino a sabato mattina, sia io che Pino, non abbiamo firmato, non essendone stati richiesti, alcun verbale). Nei «colloqui confidenziali» (così hanno definito gli interrogatori) Panessa e Zagari continuano a dirci che non credono assolutamente che Pino. ed io abbiamo a che fare con gli attentati, ma che «fra noi ci sono dei “pazzi criminali” (e dagli!) e dobbiamo aiutarli a fermarli, prima che colpiscano ancora, mi chiedono con petulante insistenza, notizie sul «pazzo» Valpreda (se ho idea di dove si trovi, che rapporti ho avuto con lui e che rapporti penso intercorrano fra lui e Pino). Mi chiedono inoltre di G…, F .., di un certo. G … «pazzo» anche lui e di un certo U… R …, che non ho mai sentito nominare prima (mi fanno. capire che gli attribuiscono molta importanza, poi verrò a sapere che si trova a S. Vittore, non so bene perchè). Alludono anche ad Ivo Della Savia e ad una centrale del terrorismo anarchico a Bruxelles, dove è a loro conoscenza che il suddetto si sia rifugiato. Hanno accanto alla scrivania, una borsa di pelle o similpelle, nera, il Dr. Zagari, la apre e ne tira fuori un sacchettino di cellophan, contenente dei frammenti metallici di colore argenteo ed un dischetto, che mi fa vedere invitandomi a prenderlo in mano, al che io decisamente rifiuto (boh??!); un po’ seccato, il funzionario, rimette il tutto nella borsa e riporta la stessa al suo posto. Finito l’interrogatorio, mi ritrovo in mezzo alla babele del famigerato stanzone. Domando a Pino. come è andata per lui e scopriamo che ci hanno chiesto le medesime cose, ovvero notizie sul «pazzo» Valpreda e Pino pensa che fra poco, dovrebbero mandarci a casa.

Viene introdotto una sparuto drappello di «estremisti di destra», visibilmente spaesato in mezzo a tanti «sinistri». Qualcuno di loro, protesta per «l’inaudito affronto», di confondere dei «galantuomini» come loro, con «certa gente»: segue risata generale.

Un vecchietto, il compagno D. L., del «Sacco e Vanzetti», mostra agli agenti un foglio attestante il bisogno di ricovero urgente in ospedale; gli viene risposto in malo modo di stare zitto. Si sono fatte le nove di mattina, il salone si è quasi completamente svuotato e ci ritroviamo accanto io e Pino, e ci scambiamo qualche facezia. Pino sempre del solito umore, ride e scherza, dice che ora dovrebbero lasciarci andare e che non vede l’ora di farsi una bella dormita, poichè sono due giorni che non dorme. Alle dieci circa, le nostre strade si dividono: arriva un agente e mi dice di andare giù con lui, mentre Pinò viene nuovamente chiamato, per un ennesimo interrogatorio. Ci salutiamo e mi dice, credendo che io venga rimesso in libertà, di aspettarlo giù nella strada, fuori dalla questura, che dovrebbero mandare fuori anche lui. Purtroppo, quella è stata la ultima volta che ci siamo visti, perchè io, giunto dabbasso, mi sono ritrovato assieme ad altri compagni, in camera di sicurezza (il compagno D… L… , invitato anche lui, che reclamava per il mancato ricovero in ospedale, ad accomodarsi per cinque minuti in camera di sic., rispose che l’ultima volta che lo fecero entrare in cella, dicendogli trattarsi di cinque minuti, ci vollero degli anni, per venirne fuori!), dalla quale sono uscito; la notte di sabato, per prendere la strada di S. Vittore, mentre Pino si è trovato a dovere prendere, non so fino a che punto di sua volontà (ho i miei dubbi), la strada di una finestra al quarto piano, che lo ha portato a schiantarsi, nel pieno vigore della sua vita, nel sottostante squallido cortile della questura centrale.

Certa gente che troppo bene conosciamo, non contenta di avere, col suo comportamento ed i suoi metodi, fin troppo noti anch’essi, stroncato la vita serena e laboriosa del nostro compagno, cerca ora di infierire su di lui, anche dopo la sua misteriosa morte, mettendo in opera tutte le insinuazioni e gli artifizi di cui è capace, uniche arti in cui ha una non certo invidiabile bravura, al fine di infangare anche il uome onesto ed intemerato di Giuseppe Pinelli. Chi, come me, ha avuto modo di conoscerlo personalmente ed ha potuto constatare ed apprezzare la sua modestia, la sua generosità verso chiunque avesse bisogno di lui, il suo carattere franco e leale, alieno da ogni animosità e da ogni forma di violenza, foss’anche verbale, sente il dovere di difenderlo dalle basse ed ignobili accuse di quanti, approfittano del fatto che egli non può più parlare in sua difesa, per lanciare contro di lui, insulti bavosi, il cui scopo, probabilmente, è quello di coprire la propria finta o reale incapacità, a scoprire i veri responsabili della mostruosa strage di Piazza Fontana, dei quali egli è, assieme alle altre, una vittima innocente, poichè tali belve, sono ancora in circolazione, a dispetto di tanti roboanti e trionfanti comunicati, di certi autorevoli personaggi, con relativo vociante e schiamazzante codazzo di certa stampa di «informazione». Gli sputi, gettati in alto, come dice il noto proverbio, finiscono sempre per ricadere addosso a chi li ha lanciati.

ARDAU Sergio 

Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata 

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Giuseppe Pinelli: militante anarchico di Franco Schirone

9 novembre 2011

“Pino” Pinelli nel 1944 ha 16 anni quando partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta nel battaglione “Franco” e, a stretto contatto con un gruppo di partigiani anarchici di quella formazione, apprende le prime idee libertarie (1). Nato nel popolare quartiere di Porta Ticinese, dopo le scuole elementari fa il garzone e il magazziniere, ma non tralascia la passione che lo accompagnerà per tutta la sua vita: la lettura e lo studio.

Nel biennio 1954-55 viene assunto in ferrovia; frequenta un corso serale di Esperanto per poter comunicare con gli anarchici di tutto il mondo, incontra Licia Rognini che frequenta lo stesso corso, si sposano ed avranno due figlie. Negli anni cinquanta e sessanta, dopo aver impiantato una bacheca pubblica in Piazza Selinunte, nel quartiere popolare di San Siro, Pinelli (che abita nelle vicinanze) si dedica alla propaganda del pensiero libertario attraverso l’esposizione settimanale di “Umanità Nova”.

Nella prima metà degli anni sessanta si costituisce un gruppo di giovani anarchici (“Gioventù Libertaria”) a cui aderisce il trentacinquenne Pinelli. E’ il più vecchio tra i giovani e, allo stesso tempo, il più giovane tra i pochi, vecchi anarchici che continua a frequentare: con questi ultimi nel 1965 apre una sede in uno scantinato di Viale Murillo 1, il “Sacco e Vanzetti”, che diviene subito luogo di incontri e dibattiti. Qui viene organizzato alla fine del 1965 il primo incontro cittadino sul tema dell’antimilitarismo con due obiettori di coscienza, un anarchico (Della Savia) e un cattolico (Viola), che spiegano e rivendicano pubblicamente le loro motivazioni al rifiuto di indossare la divisa militare.

Quella dell’antimilitarismo è una tematica che inizia ad avere nuova linfa in Italia negli anni 1966/67, sull’onda della contestazione globale che vede i giovani di tutto il mondo scendere nelle piazze contro la guerra nel Vietnam, e in generale contro tutte le guerre. Nel nostro paese i primi sintomi di un risveglio giovanile si avvertono con i “capelloni”, i Beat ed i Provos. Pinelli entra in contatto con il nuovo movimento, si trova benissimo tra questi novelli contestatori che pensano anche di fondare un giornale di strada per spiegare alla pubblica opinione le loro idee sulla società, sulla libertà, sulla necessità del pacifismo e della nonviolenza. Nasce così “Mondo Beat” e l’idea viene pianificata proprio a casa di Giuseppe Pinelli dove si riuniscono i primi tre redattori del giornale e sarà lo stesso Pinelli a ciclostilare il primo numero (numero zero) di “Mondo Beat” nella sede del “Sacco e Vanzetti”, ormai divenuto punto d’incontro per i contestatori impegnati nel milanese.

Con “Gioventù Libertaria” sperimenta un circolo “Wilhelm Reich” e organizza la “Conferenza Europea della Gioventù Anarchica” nei giorni di natale del 1966, un incontro a cui partecipano diversi gruppi giovanili italiani ed europei, oltre ai Provos olandesi di cui tutta la stampa scrive per le loro azioni “provo-catorie” messe in atto ad Amsterdam. Subito dopo anche a Milano si formano alcuni gruppi Provo e vengono redatti quattro numeri di un bollettino. Sempre Pinelli è tra i promotori di un camping internazionale a Colico (luglio 1967); si attiva coi suoi giovani compagni nel tentativo di far uscire un periodico anarchico dal titolo “Il nemico dello Stato” di cui esce un solo numero ciclostilato (aprile 1967).

Dopo lo sfratto alla sede del “Sacco e Vanzetti”, Pinelli ne trova un’altra, uno scantinato in Piazzale Lugano, nel quartiere operaio della Bovisa, e qui, il Primo Maggio del 1968, viene fondato il circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. L’apertura del circolo coincide col “Maggio Francese” e il vento della nuova e più radicale contestazione arriva anche in Italia. Fioriscono numerosi gruppi anarchici in ogni città, nei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole. A Milano Giuseppe Pinelli inizia una nuova attività libertaria su numerosi fronti: organizza un servizio libreria, tiene aperta la sede, organizza cicli di conferenze su diversi temi. Come ferroviere ha la possibilità di viaggiare gratis e questo gli permette di tenere contatti diretti con gli anarchici del centro-nord, senza differenze di appartenenza specifica, pur presente nel variegato mondo libertario. Si impegna in campo sindacale sia con i CUB (Comitati Unitari di Base) che stanno sorgendo in diverse importanti fabbriche di Milano, che con l’USI (Unione Sindacale Italiana), aprendo una delle due sezioni di Milano presso il circolo di Piazzale Lugano (l’altra sezione USI è organizzata da giovani anarchici presso la Casa dello studente e del lavoratore in Piazza Fontana, così ribattezzata dopo l’occupazione dell’Hotel Commercio. La costituzione di una sezione Usi-Bovisa ha lo scopo di stimolare e appoggiare criticamente le forme di azione diretta che i lavoratori stanno riscoprendo nella radicalizzazione delle lotte. Grazie all’attività di Pinelli, e sull’onda delle lotte radicali degli operai, nell’autunno 1969 il Cub-Tramvieri tiene le proprie riunioni nella sede dell’Usi-Bovisa.

La crescita tumultuosa dell’anarchismo milanese vede Pinelli di buon mattino davanti alle fabbriche e alle scuole a volantinare, affiggere manifesti serigrafati (collaborando sia alla stesura che alla serigrafia dei manifesti), diffondere la stampa anarchica e i documenti prodotti dai compagni. C’è, però, bisogno di altri spazi collettivi ed è così che si adopera a cercare un’altra sede per i gruppi in crescita, contribuendo all’apertura del circolo anarchico di Via Scaldasole nel vecchio quartiere Ticinese.

Nel 1969 inizia la stagione della strategia della tensione e lo Stato, attraverso la questura e il suo ufficio politico, tenta di addebitare agli anarchici le bombe del 25 Aprile a Milano arrestando sette anarchici: inizia in questo modo la campagna di criminalizzazione che si rinnova in agosto dello stesso anno con gli attentati sui treni e addebitati sempre agli anarchici. Ora l’impegno è quello di organizzare gli aiuti, la solidarietà concreta ai numerosi anarchici incarcerati. Viene creata la Crocenera Anarchica, inizialmente con lo scopo di diffondere informazione sulla repressione antianarchica nel mondo e organizzare l’aiuto alle vittime libertarie del fascismo spagnolo: vengono diffuse notizie sull’attività rivoluzionaria in Spagna e che superano la censura fascista, vengono raccolti fondi per aiutare gli incarcerati dalla dittatura franchista, vengono inviati pacchi di medicinali, aiuti in denaro e si sostengono spese per gli avvocati.

L’evoluzione della situazione italiana obbliga la Crocenera Anarchica ad intervenire in favore delle vittime della repressione in Italia, organizzando la difesa legale e politica per gli arrestati dal 25 aprile in poi e facendo controinformazione sulla manovra di provocazione/repressione: manovra puntualmente documentata e denunciata sui quattro numeri dell’omonimo bollettino usciti tra aprile e dicembre 1969. E’ sempre Pinelli tra i promotori degli aiuti e dell’assistenza medico-legale agli anarchici arrestati, è lui che chiede un obolo nelle manifestazioni della sinistra extraparlamentare e a tutti quelli con cui entra in contatto. Dà inizio alla raccolta di firme di protesta a sostegno degli scioperi della fame intrapresi dagli anarchici sulle scalinate del Palazzo di Giustizia di Milano e poi davanti alla vicina sede della Cgil, è il promotore di ogni interpellanza parlamentare partita da Milano in difesa del movimento anarchico e delle libertà democratiche di tutti, indistintamente, i cittadini.

Diventa l’anarchico più conosciuto dalla Questura di Milano: è lui che chiede le autorizzazioni per le diverse iniziative o che viene convocato in Questura dal commissario Luigi Calabresi, lo stesso che nel pomeriggio del 12 dicembre, subito dopo la strage di Piazza Fontana, si presenterà al circolo di Via Scaldasole per invitare Pinelli a recarsi in Questura: senza problemi Pinelli prende il suo motorino e segue l’auto della polizia. L’ultimo viaggio prima di morire!

Giuseppe Pinelli, oltre ad essere un anarchico, è un nonviolento. “…L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’anarchismo è ragionamento e responsabilità…”, scrive in una lettera ad un giovane compagno detenuto. E questo concetto della nonviolenza, che fa parte della personalità di Pinelli, lo testimonia anche un obiettore di coscienza cattolico, suo amico. Pinelli conosceva bene i movimenti e i gruppi che si ispiravano alla nonviolenza, il suo ideale era che diventasse strumento di azione politica e l’obiezione di coscienza uno stile di vita, un impegno sociale permanente.

Pinelli era comunicativo, dotato di un’inesauribile carica umana, cercava contatti con tutti, fuori e dentro il movimento, autodidatta cercava nella lettura la conoscenza e il sapere; “lui, ateo, aiutava i cristiani a credere” e lo possono testimoniare molti cattolici che l’hanno conosciuto; era interessato a quei nuovi movimenti di base che in quel periodo si sono moltiplicati nel paese e hanno contestato la gerarchia ecclesiastica, come era interessato alle innovative tesi di don Lorenzo Milani. Dava un aiuto a tutti e si fidava di tutti con una grande dose di ingenuità. Per i suoi legami giovanili con un vecchio anarchico (Rossini) cresce col mito dell’anarchia rigeneratrice, della giustizia, della libertà. Aveva un religioso rispetto per le idee degli altri ed era anche un moralista: non voleva sentir parlare di droghe e si inquietava se qualcuno faceva del sesso l’unico misuratore della realtà. Non si esibiva, non aveva barbe, collari o patacche addosso. Vestiva sempre un po’ trasandato, non certo per moda. Ha scritto di lui Pier Carlo Masini: “Aveva la pelle scura, la pelle scura dei ferrovieri che assorbono nei pori il pulviscolo di carbone. Era un semplice lavoratore del braccio con alcune idee nel cervello”(2).  Amante della cultura, dei libri, delle conferenze, dei dibattiti, dei gruppi di studio, e allo stesso tempo era assente, in lui, ogni forma di fanatismo.

Ha intrattenuto rapporti politici e di amicizia con anarchici di diverse tendenze, con gruppi consiliari o con chi (specie nel 68/69) non si riconosceva minimamente (dal punto di vista politico) col raggruppamento in cui lui militava. Ricercava un legame tra il vecchio e il nuovo movimento ed è indicativo che, contemporaneamente alla militanza nel gruppo “Ponte della Ghisolfa”, abbia aderito formalmente con una lettera di adesione ai Gruppi di Iniziativa Anarchica (GIA)(3). Allo stesso tempo, in un comunicato apparso su “Umanità Nova” ed a firma di Giuseppe Pinelli come riferimento per i contatti, dà vita ad una costituenda Federazione Anarchica Milanese.

Ha scritto di lui Adriano Sofri: “Pino Pinelli era quel che si dice un uomo normale”. E subito ha aggiunto: “Ammesso, naturalmente, che si possa applicare un aggettivo così impegnativo a un anarchico. Era dunque anarchico, e normale”(4).

Franco Schirone

1 In un documento inedito sulla storia delle “Brigate Bruzzi-Malatesta“, Germinal Concordia cita due volte Giuseppe Pinelli per aver condiviso la cella con lui ed altri due compagni nel carcere di S. Vittore a Milano durante la detenzione prima dell’insurrezione contro il nazifascismo, non sappiamo, però, se si tratta di un caso di omonimia (G. Concordia, Brigate Bruzzi-Malatesta, archivio Cavalli, Biblioteca A. Kulisciof, Milano; copia del documento presso l’Archivio Proletario Internazionale, Milano. Le citazioni su G. Pinelli alle pagg. 45-46).

2 P. C. Masini (ed altri), Pinelli. La diciassettesima vittima, BFS, 2006.

3 La lettera di adesione di Pinelli ai GIA è conservata presso l’Archivio Berneri-Chessa di Reggio Emilia.

4 A. Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio, 2009.

A rivista anarchica n89 Febbraio 1981 Crocenera anarchica a cura della Redazione

28 ottobre 2011

A Madrid, nel 1964, la polizia arresta un giovane scozzese, giunto appositamente dall’Inghilterra per organizzare un attentato contro il dittatore Franco. Il giovane ha solo 18 anni, essendo nato nel 1946 a Glasgow, ed è cresciuto nel clima di dura lotta proletaria esistente nel capoluogo scozzese, dove molti minatori continuano da decine di anni a tenere in vita le tradizioni del socialismo libertario. Stuart Christie – così si chiama il giovane anarchico – viene condannato a venti anni di galera dalla corte marziale sotto l’accusa di “banditismo e terrorismo”, prima ancora che l’attentato possa essere tentato. Dopo tre anni di detenzione al Carabanchel, il famigerato carcere madrileno, ed in altri reclusori franchisti, Christie viene liberato nel settembre del 1967, in seguito alle forti pressioni dell’opinione pubblica inglese. Tornato libero a Londra, insieme ad altri compagni fonda l'”Anarchist Black Cross” (Croce Nera Anarchica), un’organizzazione specifica per aiutare i detenuti politici anarchici nelle galere franchiste, tramite l’invio di generi di prima necessità, la pubblicazione dei loro documenti pervenuti clandestinamente, la costante attenzione a tutte le manovre repressive dell’apparato poliziesco del Caudillo. I precedenti storici non mancano.

Già nel 1907 i profughi politici russi avevano organizzato una Croce Rossa Anarchica (più tardi divenuta Croce Nera Anarchica) con lo scopo di aiutare i compagni imprigionati nelle carceri zariste. Dopo la rivoluzione russa del 1917, in cui ebbero tanta parte, gli anarchici si trovarono ad affrontare la repressione bolscevica, che certo non fu meno sanguinaria di quella degli zar deposti; così gli anarchici sfuggiti alle persecuzioni dei nuovi dittatori “rossi” cercarono in ogni modo di comunicare e di aiutare i militanti detenuti, a volte internati nei famigerati campi di lavoro siberiani. La solidarietà internazionalista degli anarchici raggiunse, nel periodo fra le due guerre mondiali, anche le vittime politiche in Italia, in Germania, e soprattutto in Spagna.

A Milano, nei primi mesi del 1969, con quasi involontaria tempestività, sorge la CROCE NERA ANARCHICA che mutua il nome della Black Cross ed intende affiancarsi ad essa ma che subito si trova a dover operare “in casa”. Infatti proprio in quell’epoca iniziava con gli attentati fascisti del 25 aprile (alla Fiera Campionaria ed alla Stazione Centrale di Milano) e con l’arresto di alcuni giovani libertari, la manovra anti-anarchica di provocazione-calunnia-repressione, che doveva culminare sempre a Milano il 12 dicembre dello stesso anno (con la “strage di stato” di Piazza Fontana). Così all’azione pro-Spagna dapprima si affianca, poi la sostituisce quasi completamente l’azione anti-repressiva in Italia, non solo con l’invio di denaro agli arrestati, ma anche e soprattutto con l’organizzazione di manifestazioni di vario genere per sensibilizzare l’opinione pubblica, con la pronta e precisa risposta data alle calunnie diffuse dalla polizia e dai suoi portavoce. La pubblicazione di un bollettino interno del movimento anarchico, di cui sono usciti 9 numeri, ha permesso periodicamente ai compagni interessati di conoscere notizie sulla repressione anti-anarchica e sulle attività della “Croce Nera Anarchica” stessa.

In questa diversificazione di attività (controinformazione interna ed esterna al movimento anarchico), oltre che in maggior dinamismo e tempestività, la “Croce Nera Anarchica” si differenziò dal “Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche” (CNPVP), con cui peraltro collaborò fraternamente; quest’ultimo organismo opera da una ventina d’anni in Italia, ma, per sua natura, si limita ad aiutare materialmente gli anarchici incarcerati.

Il lavoro specifico della “Croce Nera Anarchica” si è dimostrato particolarmente utile dopo gli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre 1969, che hanno provocato l’accentuarsi della repressione. Il contatto con gli avvocati difensori dei molti compagni incarcerati, i comunicati e le conferenze-stampa sono stati i principali momenti dell’attività “esterna” di questa organizzazione, che ha così contribuito, fra l’altro, a sconfiggere la campagna di calunnie contro Giuseppe Pinelli, scatenata dalla polizia e dalla stampa di regime subito dopo la sua morte. In questo contesto, la “Croce Nera Anarchica” ha bloccato sul nascere un tentativo poliziesco di coinvolgere Pinelli in un traffico d’Armi con la Resistenza greca, smentendo categoricamente, prima ancora che fossero diffuse ufficialmente, queste voci, cosicché questa ennesima provocazione fu subito fatta rientrare. Contemporaneamente la “Croce Nera Anarchica” ha curato la pubblicazione del libro “Le bombe dei padroni” (luglio 1970), organizzando anche la distribuzione, in molti centri grandi e piccoli, del filmato su Pinelli, realizzato dal Comitato dei cineasti contro la repressione; ha inoltre organizzato il viaggio e le conferenze tenute in molte città italiane dal compagno anarco-sindacalista Miguel Garcia Garcia (novembre-dicembre 1970), appena rilasciato dopo vent’anni trascorsi nelle carceri franchiste.

Dopo aver proseguito la sua opera per tutta la campagna di controinformazione e di lotta contro la “verità” di Stato e per la scarcerazione di Valpreda e compagni, proprio in prossimità del raggiungimento di questo obiettivo la CROCENERA ANARCHICA si scioglie, passando a tutti gli effetti la mano al movimento anarchico ed ai suoi organi. Nelle pagine che seguono ripercorriamo il ruolo svolto dalla C.N.A. soprattutto nel suo primo anno, il 1969, attraverso la riproposizione di brani dal suo bollettino – ormai introvabile anche negli archivi (una collezione completa è disponibile in lettura presso il Centro studi libertari “Giuseppe Pinelli”, viale Monza 255, 20125 Milano.

A rivista anarchica n89 Febbraio 1981 Crocenera Anarchica Correva l’anno 1969…a cura della Redazione

28 ottobre 2011

Ripercorrendo le pagine del bollettino della Crocenera Anarchica (di cui uscirono 9 numeri dal giugno 1969 all’aprile 1971) si ha solo un’idea parziale del notevole lavoro svolto da questo comitato. Nata con grande tempestività, la Crocenera dovette subito occuparsi della montante manovra antianarchica che proprio nei primi mesi del 1969 muoveva le prime mosse. Nel primo numero (giugno 1969) la C.N. prende le difese dei compagni anarchici arrestati per le bombe del 25 aprile alla Stazione centrale e alla Fiera Campionaria di Milano. Non si limita però solo a questo, ma con lucidità mette in guardia i compagni contro la manovra che si sta attuando e su quelle bombe abbozza una prima riflessione: “La tecnica usata in tale occasione ricorda con troppa precisione tutto quanto è stato commesso in passato per stornare l’attenzione dell’opinione pubblica da fatti ben più importanti. Nel 1945 la polizia creò a Roma il fascio clandestino romano per potersene servire il giorno che Roatta doveva sparire dalla sua cella d’ospedale. Ed a Milano le bombe scoppiano nel 1969 proprio…”.

I segni che qualcosa stava per accadere erano molteplici. Alcuni attentati compiuti a Palermo in aprile e in maggio da un gruppo di giovani fascisti contro una chiesa, contro stazioni di polizia e di carabinieri, contro una caserma dell’esercito, contro il carcere dell’Ucciardone, avvaloravano le tesi più pessimiste:

Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neo-fascisti non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano. Che dei fascisti colpiscano degli obiettivi “anarchici” si può spiegare solo con l’intento di: 1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria; 2) gettare discredito sugli anarchici (e, per estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo risultato e utile anche per il primo è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto.

Se l’idea sia venuta spontaneamente allo squallido gruppetto palermitano o se invece facesse parte di un piano più vasto, fascista o genericamente autoritario, non lo sappiamo ancora (ma da come vanno le cose da qualche tempo siamo propensi alla seconda).

Comunque i fascistelli hanno probabilmente, com’è loro esibizionistico costume, cominciato a vantarsi in giro delle loro gesta un po’ troppo così che, dopo un po’ di tempo erano in tanti a saperlo a Palermo, che anche la Questura non ha più potuto fingere di non saperlo e ha dovuto, per salvare la faccia, smettere di “cercare” i colpevoli tra gli anarchici ed arrestare i miserabili provocatori fascisti. Così il gioco a Palermo non è riuscito.

I giornali pubblicarono un trafiletto il primo giorno (che differenza dal rilievo dato ai fatti di Milano!).

Quanto è successo a Palermo, conferma quello che dicevamo subito dopo gli odiosi attentati del 25 aprile a Milano (Fiera e Stazione): gli attentatori non sono tra noi. E l’insistenza della polizia ad arrestare e affermare gli anarchici ci fa sospettare cose gravi.

Nel numero 2 di agosto l’analisi si spinge più a fondo:

Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della venuta di qualsiasi importante uomo di stato vengono effettuati dei controlli particolari, teste calde, sediziosi ed anarchici vengono trattenuti dalla polizia chi per accertamenti, chi per pretesi crimini: tutti per precauzione.

Ci si domanda allora, in questo terribile 1969, chi diavolo sta arrivando in Italia.

Non ragioniamo certo come coloro che pensano (e spargono la voce) ad un colpo militare alla greca. I sostenitori di questa teoria, apologeti dello stato di fatto, paiono non temere e non prendere in considerazione con più modestia cose ed avvenimenti che chiariscono come in Italia il “colpo di Stato” è già stato attuato in maniera più italiana e consona allo stato di cose.

Costoro, pronti ad appoggiare governi del tipo di quello che ha sulla coscienza Battipaglia, con falso pericolo cercano di stornare l’attenzione dai veri problemi; problemi che attendono ed esigono un chiarimento immediato e nella logica e nel fatto.

Né, d’altronde, il buonsenso, la logica ed il sapere politico dicono che “un colpo di stato si aspetta”: ma è con l’attenzione, la tenacia ed il lavoro quotidiano che lo si evita. (…)

In concreto, se la vita politica italiana, soprattutto in quest’ultimo anno, non è un universo di oggetti ed avvenimenti l’uno esterno all’altro, dobbiamo considerare come particolarmente grave e significativo l’arresto dei quattro anarchici accusati di aver messo il 25 aprile (!) due bombe, l’una alla Fiera, l’altra alla Stazione Centrale.

I fatti sono noti: il 25 aprile esplodono due bombe in luoghi affollati contro obiettivi e con una tecnica che neppure l’imbecille più sfrenato potrebbe definire “da lotta sociale”.

Gli anarchici hanno subito pensato: “attentati da manuale del perfetto provocatore”; altri hanno visto addirittura la mano di un corpo speciale della polizia.

Nessuno ha pensato seriamente agli anarchici o alla sinistra extraparlamentare.

Ma la polizia e la stampa parevano ed erano preparate ad un avvenimento del genere; un avvenimento del genere era caldeggiato da un governo i cui problemi di introspezione non commuovevano più nessuno, doveva essere utilizzato come degna conclusione che durava da mesi, campagna di odio, false notizie, false fotografie, deformazioni e provocazioni. Da troppi mesi si parlava di teppismo anarcoide, di violenze inaudite in piazza, di manifestazioni che degeneravano nel sangue per colpa di elementi anarcoidi o neoanarchici. Si parlava anche, non senza indignazione, della povera polizia indifesa, di distruzione dei beni nazionali, della patria e della famiglia.

Governo e stampa affine ricominciavano a parlare della violenza della piazza; di questa violenza voluta da pochi e dalla quale anche i buoni sudditi si stavano facendo traviare.

Questo governo che aveva Avola, Battipaglia e l’Italia tutta sulla coscienza parlava ancora di violenza senza chiarire da dove questa violenza venisse.

Battipaglia non era lontana: l’assassinio di due innocenti da parte della “inerme” polizia doveva essere controbilanciato da nefandezze di stampo anarchico”.

Proprio pochi giorni prima delle bombe del 12 dicembre nel n.4 del bollettino la Crocenera accentua i suoi appelli, purtroppo rimasti inascoltati: “La repressione si allarga, dagli anarchici a tutta l’opposizione extra-parlamentare (per ora). Chissà se adesso i dilettanti della rivoluzione si accorgeranno di quanto andiamo dicendo da mesi: l’arresto degli anarchici era solo una delle prime mosse di una più vasta manovra repressiva?“.

Ed è così che purtroppo si compie la prevista strage:

“La strage di Pz. Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l’esecrazione pubblica ci voleva del sangue. E il sangue c’è stato. Purtroppo avevamo visto giusto. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica” tutela dell’ordine contro gli opposti estremismi ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene. Per mesi abbiamo gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l’inizio. E sulle piazze ci ritrovavamo soli, manganellati, picchiati, denunciati e per di più ignorati dai marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia magistratura stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con migliaia di denunce a operai, centinaia di fermi, perquisizioni ecc.. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano sempre stati dispersi brutalmente…. Ma anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no. Eccoli a gridare – facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata – che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese sta succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati della polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista…. Come se fosse normale routine democratica che per degli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cf. dichiarazione del poliziotto dr. Calabrese) e fermati, interrogati 588 (cinquecentoottantotto!) militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)…. A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini” marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente)”.

Da quel momento la Crocenera intensifica la sua attività di controinformazione fornendo un valido appoggio alla campagna politica per la liberazione di Valpreda e per accusare gli assassini di Giuseppe Pinelli. Nel n.6 del maggio 1970 il bollettino registra i progressi di questa campagna:

“Milano, 24 marzo: due-tremila persone in piazza a manifestare per Pinelli e Valpreda. Tremila persone alla manifestazione degli anarchici, nonostante le minacce fasciste e la vigliaccheria del movimento studentesco. 25 aprile: due-tremila persone alla manifestazione-processo popolare contro lo stato italiano. È un bel successo, un successo insperato: la prova che, per lo meno a Milano, la provocazione, la calunnia, la persecuzione non sono riuscite a screditarci ed intimorirci. In settembre-ottobre eravamo poche decine a manifestare sulle piazze. Oggi, dopo la più grave delle provocazioni – le bombe del 12 dicembre – siamo molte centinaia. La nostra risposta immediata ed energica ha saputo ritorcere la situazione contro i veri responsabili, contro i mandanti, contro i complici, contro fascisti e socialdemocratici, poliziotti e magistrati. Superando l’angoscia, la paura, lo sgomento, abbiamo saputo ritorcere contro lo stato l’assassinio, la diffamazione, la repressione. Il merito, naturalmente, non è stato solo nostro, ma anche e soprattutto della fermezza con cui il movimento operaio ha respinto la provocazione, della paura che ha preso PCI e PSI spingendoli ad intervenire ad alto livello, ecc.. Cioè il clima politico non è stato quello sperato dagli infami provocatori e la repressione non è potuta proseguire fino alle sue estreme conseguenze. La manovra che si spinge tanto avanti (piazza Fontana, Pinelli) ed è poi costretta a fermarsi a metà strada può essere ritorta contro i provocatori-repressori”.

Gran parte del lavoro della Crocenera da quel momento viene ripreso e ampliato dal movimento anarchico, anche le notizie pubblicate sul bollettino trovano spazio nei giornali del movimento: “Questo bollettino Crocenera (n.9) esce con un certo ritardo e, come si vedrà, un po’ ridotto nel contenuto e meno curato nella forma. Questo poiché la divulgazione di fatti e notizie di carattere più generale possono trovare un maggiore spazio e tempestività sui nostri giornali (Umanità Nova, L’Internazionale, A-Rivista Anarchica) e rende quindi superfluo l’impiego di questo bollettino per tali scopi”.

Esaurita dunque la sua funzione di stimolo, la Crocenera decide, nell’ottobre 1972, di sciogliersi mentre la continuazione dell’attività antirepressiva viene gestita in prima persona da organismi di diretta emanazione del movimento anarchico organizzato.