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A rivista anarchica n100 Aprile 1982 Cronache sovversive a cura della Redazione

29 ottobre 2011

Milano. Scarcerato Anacleto

Due anni e sei mesi di carcere (ma, in attesa del processo d’appello, è stato scarcerato il giorno stesso) sono stati inflitti al tribunale di Milano all’anarchico Agostino “Anacleto” Mariotti, al termine del processo contro la “Brigata Lo Muscio“. Arrestato lo scorso giugno nella sua abitazione, Anacleto si è sempre proclamato estraneo alle numerose imputazioni addebitategli (tutte, poi, cadute per strada, eccezion fatta per la partecipazione ad una rapina: prove, le contraddittorie testimonianze di alcuni pentiti). La sentenza è stata emessa il 6 marzo.

Carrara. perquisizioni antianarchiche

Lunedì 15 marzo, a Carrara, un centinaio di carabinieri hanno effettuato numerose perquisizioni negli ambienti anarchici: oltre alle case di militanti anarchici, sono stati perquisiti i locali della Cooperativa Tipolitografica, del Circolo Culturale Anarchico e della fotoincisione EffeElle. Contemporaneamente, a Milano veniva perquisita la residenza di uno dei compagni della tipografia. I risultati delle perquisizioni, motivate con le indagini in corso sul “Comitato Toscano delle Brigate Rosse” sono stati naturalmente nulli.

In un loro comunicato, i Gruppi Anarchici Riuniti di Carrara hanno denunciato l’assurdità e la provocatorietà dell’accostamento del nostro movimento a ideologie, organizzazioni e metodi che ci sono assolutamente estranei ed antitetici, quali appunto le Brigate Rosse. Nell’associarsi alla denuncia dei compagni di Carrara, anche le redazioni di “A”-Rivista Anarchica, Autogestione e Volontà hanno diffuso a Milano un loro comunicato, in cui si sottolinea “la gravità dell’attacco portato contro strutture e militanti impegnati, alla luce del sole come sempre, nella propaganda delle idee di libertà e giustizia”. Analoghi comunicati sono stati emessi dalla redazione di Umanità Nova, dalla Federazione Anarchica Italiana e dalla Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

Catania.  arrestato Valastro

Orazio Valastro, il giovane anarchico catanese di cui abbiamo pubblicato sullo scorso numero la dichiarazione di rifiuto del servizio militare, è stato arrestato il 4 marzo nella sua città, nei pressi del cinema Mirone. Qui avrebbe dovuto tenersi una pubblica assemblea, organizzata dal gruppo anarchico “Rivolta e Libertà“, dal partito radicale e dal partito comunista internazionalista (con l’adesione della L.O.C., di Lotta Continua e di altri), nel corso della quale Valastro avrebbe letto la sua dichiarazione di rifiuto. Due agenti in borghese, però, lo hanno arrestato, mentre si dirigeva verso la sala, con tale violenza da provocare la reazione di alcuni compagni presenti, uno dei quali – Roberto Fuzio – è stato subito arrestato. Altri sei anarchici (Alfredo Bonanno, Melina Di Marca, Salvo Marletta, Turi Oteri, Nerina Scuderi e Jean Weir), fermati poco dopo e condotti in caserma, sono stati denunciati a piede libero per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, tentata procurata evasione, favoreggiamento, oltraggio a pubblico ufficiale. Anche l’avvocato Saro Pettinato è stato denunciato.

Una settimana dopo, i sei sono stati improvvisamente arrestati, rinchiusi in carcere, per poi venir scarcerati tutti un po’ alla volta. Valastro, dal canto suo, è stato trasferito nel carcere militare di Palermo, in attesa del processo per diserzione. Come si ricorderà, Valastro, dopo un breve periodo di naja, abbandonò il servizio militare. Arrestato a Catania una prima volta il 12 gennaio, era stato poi scarcerato il 20 con l’obbligo di presentarsi al battaglione “Mameli” di Vacile di Spilimbergo, in Friuli. Obbligo che Valastro non ha assolutamente rispettato, commettendo così nuovamente il reato di “diserzione”.

Roma. il c.d.a. informa

Il C.D.A. (Centro di Documentazione Anarchica) informa di aver ripreso in pieno l’attività. Tra breve sarà disponibile anche il nuovo Bollettino su cui verranno riportate anche le modalità di abbonamento. Il C.D.A. dispone al momento di una fornitissima libreria di testi anarchici e non, ed è in grado (su richiesta) di reperire qualsiasi pubblicazione. Per informazioni, scrivere a: C.D.A. – Via dei Campani, 69 – 00185 ROMA.

Ginevra. riaperto il CIRA

Dopo due anni dedicati a classificare e riorganizzare la biblioteca, il Centre International de Recherches sur l’Anarchisme di Ginevra ha riaperto ai lettori ed ai ricercatori dal mese di marzo 1982, il martedì ed il venerdì dalle 17 alle 20 e su appuntamento.

Il CIRA possiede oltre 15.000 libri ed opuscoli in 27 lingue diverse ed una vasta collezione di periodici anarchici; è inoltre disponibile a soddisfare tutte le richieste di informazioni bibliografiche e ad inviare i libri in prestito anche all’estero. Il centro è finanziato dai suoi lettori (la quota annuale di iscrizione è di 25 Franchi svizzeri, da versare sul c.c.p. 12-17750, Ginevra, o tramite vaglia internazionale intestato al CIRA) e da qualche donazione, ed è gestito da un comitato locale. Le sue collezioni provengono in maggioranza da donazioni e lasciti. Il CIRA fa parte, da quando è stata costituita, della Federazione Internazionale dei Centri Studi e degli Archivi Libertari (FICE-DL) ed è inoltre membro dell’International Association of Labour History Institutions (IALHI). L’indirizzo è: CIRA, 14 rue des Cèdres, Case postale 51, CH-1211 GENEVE 13, Svizzera.

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A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Cronache sovversive a cura della Redazione

29 ottobre 2011

Il processo ad Anacleto

Lunedì 15 febbraio è iniziato, presso la corte d’assise di Milano, il processo contro una trentina di aderenti o presunti tali alla “Brigata Lo Muscio“. Tra gli imputati vi è Agostino Mariotti, anarchico, noto con il soprannome di “Anacleto“, attivo militante a Milano da un decennio. Anacleto si è sempre dichiarato estraneo ai fatti addebitatigli: va in proposito ricordato che le accuse iniziali (banda armata, detenzione di armi, tentativo di sovversione violenta dello stato, ecc.) sono cadute tutte, meno quella di aver partecipato ad una rapina: contro di lui vi sarebbe la “testimonianza” di qualcuno dei numerosi pentiti e semi-pentiti, a vario titolo imputati in questo processo. Mentre questo numero va in stampa, il processo è ancora alle prime udienze.

Assemblea di “A”

Colla partecipazione di oltre 80 compagne e compagni provenienti da tutte le province del Triveneto (esclusa Gorizia), nonché da quelle di Milano, Mantova, Forlì, Roma e Palermo, si è svolta domenica 7 febbraio la XXIII assemblea della nostra rivista. Hanno relazionato sullo stato delle rispettive pubblicazioni anche le redazioni di Umanità Nova, Volontà, Senzapatria, Germinal e Friuli libertario. Come di consueto, il dibattito – più che svolgersi organicamente ed arrivare a specifiche conclusioni – ha soprattutto permesso di mettere in luce le carenze ed i difetti, a seconda degli intervenuti, di questa o quella pubblicazione: al centro dell’attenzione è risultata, questa volta, Umanità Nova, anche se in effetti la discussione si è allargata all’intero panorama della stampa anarchica, alla sua funzione nell’attuale difficile situazione, ai consueti problemi della diffusione, ecc.. Da segnalare, a quest’ultimo proposito, l’intenzione espressa da compagni del Trentino di acquistare un furgone e di utilizzarlo quale “centro sociale” mobile, per poter così raggiungere capillarmente i compagni ed i simpatizzanti dispersi nelle valli, permettendo al contempo una penetrazione della nostra propaganda e della nostra stampa, tanto più efficaci perché supportate dal contatto umano diretto. Un’idea, questa, che giustamente i compagni del Trentino intendono rilanciare, perché altri la concretizzino altrove, in simili condizioni di dispersione geografica.

Nel pomeriggio si è anche parlato della manifestazione antimilitarista anarchica, promossa su scala nazionale a Livorno sabato 13 marzo.

Conferenza Castoriadis

Cornelius Castoriadis (alias P. Cardan, alias P. Chalieu) è stato fondatore e animatore della rivista “Socialisme ou Barbarie“, su cui sono apparse lucidissime analisi della natura sociale dell’URSS e in genere della burocrazia. È autore di numerosi libri, purtroppo assai più noti in Francia che in Italia: ricordiamo tra gli altri “La società burocratica” (SugarCo, Milano 1978), “L’istitution imaginaire de la société” (Seuil, Parigi 1975) e “Le Carrefour du labyrinthe” (Seuil, Parigi 1978).

Di questi temi Castoriadis parlerà nel corso di una conferenza pubblica che terrà sabato 27 marzo, alle ore 21, nella sala di Palazzo Dugnani, via Manin 2, a Milano. Promotore dell’iniziativa (e del seminario che si terrà all’indomani, come di consueto “a numero chiuso”: per informazioni e iscrizioni, rivolgersi al C.S.L.) è il Centro Studi Libertari “G. Pinelli” – viale Monza 255, 20126 Milano.

Costituito l’archivio Borghi

Per iniziativa di alcuni militanti e storici del movimento anarchico, si è costituito a Castelbolognese (dove Borghi nacque) l’Archivio Armando Borghi, che si propone la raccolta, la conservazione e la sistemazione a fini di studio di tutti gli scritti esistenti, editi e inediti, del noto anarchico romagnolo. “Si tratta – si legge nel comunicato stilato dai promotori – di salvare dalla dispersione, e spesso dalla probabile futura irreparabile distruzione, un patrimonio documentario di notevole valore storico e politico, indispensabile per una corretta e il più possibile esauriente comprensione dell’attività e del pensiero di una delle figure che più hanno inciso nell’anarchismo italiano del nostro secolo (…) L’Archivio Armando Borghi intende collegarsi e mantenere rapporti organici di collaborazione e di scambio con tutti gli organismi che nascono da esigenze e con prospettive affini, senza alcuna pretesa di sostituirsi ad essi o di entrare in concorrenza, rischio che viene del resto escluso dalla stessa caratterizzazione delimitata e settoriale dell’iniziativa (…)”.

Naturalmente i promotori fanno appello alla collaborazione di tutti coloro che possono fornire all’Archivio originali o fotocopie di lettere e altri scritti di Borghi, invitandoli a mettersi in contatto con Giampiero Landi, via Emilia Levante 225, 48014 Castelbolognese (RA).

A rivista anarchica n94 Agosto Settembre 1981 Cronache sovversive a cura della Redazione

28 ottobre 2011

Condannata Monica Giorgi

Lunedì 13 luglio si è concluso a Livorno il processo contro una quindicina di imputati per fatti di “terrorismo”, in gran parte detenuti da oltre un anno: tra di loro ricordiamo gli anarchici Gabriele Fuga e Monica Giorgi. Sette imputati sono stati assolti, compreso il compagno Fuga, avvocato milanese attivissimo nella difesa dei detenuti politici: la sua scarcerazione ha subito però un ritardo di qualche giorno, perché nel frattempo era stato colpito da un altro mandato di cattura in seguito alle dichiarazioni del “pentito” Michele Viscardi (mandato di cattura che è poi stato revocato, su istanza dei difensori di Fuga). Complessivamente sono stati inflitti 38 anni di carcere.

La condanna più dura ha colpito Monica Giorgi: 12 anni e 6 mesi (dei quali 2 anni condonati), interdizione dai pubblici uffici, 3 anni di libertà vigilata dopo la scarcerazione. Questa condanna ha sorpreso un po’ tutti per la sua palese infondatezza: il lungo processo (iniziato l’11 maggio) aveva infatti messo in luce l’assoluta inconsistenza delle “prove” dell’accusa, frutto delle dichiarazioni di due “collaboranti” (Enrico Paghera e Vincenzo Oliva) la cui credibilità è stata definitivamente affossata durante il loro interrogatorio in aula. Sottoposto ad una pressante richiesta di chiarimenti e di precisazioni, Paghera preferiva chiudersi in uno sdegnato silenzio rifiutandosi di proseguire nella sua “collaborante” testimonianza: meschina figura, messa in risalto anche dalla stampa locale (La Nazione, Il Tirreno) costretta a sottolineare la labilità del castello accusatorio. Paghera si beccava anche una denuncia per calunnia da parte di alcuni imputati ed avvocati. Peggiore ancora la prestazione di Oliva, le cui dichiarazioni erano talmente contraddittorie che lo stesso presidente della corte lo faceva tacere e lo invitava ad andarsene. Anche i riscontri e i riconoscimenti erano risultati a favore dell’innocenza di Monica, coerentemente con quanto da lei proclamato fin dal suo arresto nell’aprile dello scorso anno e successivamente ribadito con lettere ai compagni, pubblicate anche sulla nostra rivista.

Nonostante tutto ciò, nonostante le “rivelazioni” di Paghera non si riferissero ad altro che a quanto avrebbe sentito dire da Salvatore Cinieri (assassinato quasi due anni fa in carcere), contro qualsiasi evidenza ed ogni senso di giustizia, Monica Giorgi è stata condannata. È una condanna politica, che ha tutto il sapore della vendetta del potere. Monica è stata infatti un’attiva militante anarchica dai primi anni ’70 fino al ’78, impegnata nella solidarietà e nelle campagne di difesa dei detenuti politici, oltreché in altre attività sociali, nell’organizzazione di dibattiti, nella propaganda anarchica. Chi – come noi – la conosce da anni, sa bene con quanta generosità ed entusiasmo, al di là di differenti opinioni e valutazioni, abbia portato avanti questa sua attività.

Da segnalare anche l’attentato commesso e rivendicato dai fascisti, che la notte del 23 giugno (quando il processo volgeva al termine) hanno incendiato gli appartamenti della madre di Monica e di un vicino di casa, mandando inoltre in frantumi i vetri dell’intero edificio. Più grave ancora dell’attentato appare la mancata risposta da parte delle forze di sinistra (tradizionalmente in maggioranza a Livorno), che pure in un recente passato erano scese compatte in piazza dopo che i fascisti avevano bruciato una bacheca del PCI. L’attentato contro l’appartamento di una donna anziana, vedova, malata, colpevole di essere la madre di un’anarchica processata per “terrorismo”, evidentemente, non vale quanto una bacheca bruciacchiata.

Contro la sentenza di condanna di Monica Giorgi si sono pubblicamente espressi a Livorno, oltre al “Comitato di solidarietà per Monica Giorgi e per gli altri detenuti politici“, la Federazione Anarchica Livornese, Democrazia Proletaria, il Circolo politico-culturale “La Comune – Rosa Luxemburg” ed il periodico locale Livornocronaca. Anche i quotidiani locali, pur istituzionalmente allineati con il potere, hanno mostrato la loro sorpresa (Hanno creduto al pentito Paghera titolava a tutta pagina Il Tirreno del 14 luglio). Sconvolta per la sentenza, Monica non si è alimentata per vari giorni, dopo la condanna: in stato di debilitazione, all’insaputa di avvocati e familiari, è stata trasferita nel supercarcere femminile di Messina.

Rivolglio la mia libertà

Ecco la dichiarazione pronunciata da Monica, prima che la Corte si ritirasse per emettere la sentenza.

La mia attività politica, di propaganda di idee libertarie ed egualitarie, sin dal 1975 a tutt’oggi, è stata inquisita e costantemente seguita dalla questura e dagli uffici giudiziari di Livorno e zone vicine.

Basterebbe questo dato per poter dire che è incredibile che qualcuno possa aver pensato di avvicinarmi per preparare un fatto come quello di cui mi si accusa.

L’altro dato – che non è stato sufficientemente sottolineato dai miei difensori – è che, nonostante i sospetti e le inquisizioni su di me, proprio in ordine al tentativo di sequestro, io ho continuato a fare la mia vita normale, di sempre, salvo un parziale disimpegno di carattere politico che spero di aver sufficientemente chiarito durante la mia deposizione in quest’aula e che può essere compreso da tutti, dati i precedenti di inquisita e minacciata. Ma non sono né fuggita, né mi sono nascosta. Ma ho continuato il mio lavoro-studio-sport. Pertanto ribadisco la mia totale estraneità alle imputazioni rivoltemi.

Non ho partecipato a nessuna banda armata. Ho partecipato invece a dibattiti, a discussioni politiche, a problemi sociali del nostro tempo, sempre pubblicamente. Ho insegnato quanto nocivi siano lo sfruttamento e l’oppressione, usando la ragione, con critica accesa e polemica rivoluzionaria, che non sono strumenti illegali.

Non ho mai terrorizzato nessuno, sono stata io, invece, minacciata in continui e svariati modi, sono stata io terrorizzata anche recentemente con un attentato rivolto contro la mia persona e i miei familiari. Non ho architettato né concepito nessun sequestro. Sono stata io, invece, sequestrata per più di un anno in base ad inique misure di carcerazione preventiva.

Sono stata io rinchiusa in un buco di pochi metri quadrati di spazio e di aria, davvero ristretto rispetto alle mie sei ore di sport agonistico che svolgevo quotidianamente. Sono stata io rinchiusa in una gabbia, come un animale feroce, che feroce non è, come la gabbia vorrebbe far credere.

Non ho ferito nessuno, né con armi, né con atti, né con parole. Sono stata io invece ferita nel mio più intimo, nella mia dignità, attraverso ignobili mistificazioni sulla mia persona, umiliata dalle calunnie, dai sospetti, dalle criminalizzazioni preventive.

Non ho mai rapinato nessuno e di niente. Sono stata io, invece, rapinata di tutto, cioè dei miei affetti, dei miei sentimenti, dei miei rapporti umani, della mia esperienza e della mia esistenza.

Sono stata io derubata del diritto alla vita.

Rivoglio la mia libertà.

Monica Giorgi

Arrestato Anacleto

Martedì 16 giugno è stato arrestato a Milano, nella sua abitazione, il compagno Agostino Mariotti, 26 anni, conosciuto con il soprannome di “Anacleto“. Tra le imputazioni a suo carico, spicca quella per appartenenza alla “Brigata Lo Muscio“. In una lettera ai compagni inviata dal carcere milanese di San Vittore, Anacleto respinge tutte le accuse mossegli e sottolinea l’assurdità del solo accostamento tra lui, militante anarchico da molti anni, ed una “banda armata” di esplicita matrice marxista.

Armata Rossa – No grazie

Sempre frammentarie sono le notizie relative all’opposizione libertaria nell’Unione Sovietica, che riescono a filtrare ed a giungere fino a noi. L’ultima ad esserci pervenuta riguarda il giovane ucraino V. Sitkcho, che è stato arrestato nel dicembre scorso per il suo rifiuto di indossare la divisa dell’Armata Rossa. Ora si trova di sicuro in uno dei numerosi lager dell’Arcipelago Gulag: in quale non si sa. Numerosi suoi coetanei si trovano invece sepolti sottoterra nel lontano Afghanistan, uccisi dalle popolazioni locali in lotta contro gli occupanti comunisti.

Utopia 3 chiude

A causa di un’insostenibile situazione economica, la libreria Utopia 3 di Trieste è costretta a chiudere entro settembre. I compagni che hanno inviato del materiale e sono in attesa di pagamenti possono mettersi in contatto con il Gruppo Germinal, via Mazzini 11, 34121 Trieste. Ogni martedì e venerdì dalle 17 alle 20 sarà svolto un servizio libreria per la stampa anarchica e libertaria.

Questo il comunicato che ci hanno telefonato i compagni di Trieste, al momento di andare in stampa. Mentre l’Utopia di Milano e l’Utopia 2 di Venezia sembrano essersi abbastanza assestate, pur tra le solite mille difficoltà, e mentre da tempo si preannuncia a Roma l’apertura dell’Utopia 4, purtroppo giunge da Trieste questa brutta notizia. È un vero peccato, perché, dal dicembre ’78 ad oggi l’Utopia 3 ha rappresentato un preciso punto di riferimento libertario, anche grazie all’intensa attività culturale esplicatasi in dibattiti, conferenze, presentazioni di libri, ecc.. Resta la speranza che in futuro Trieste possa ancora avere una sua libreria anarchica.

Fuori i nomi!

L’elenco degli iscritti e soprattutto i nomi dei capi“: questo si sono sentiti chiedere dal commissario di polizia della zona Greco/Turro i due responsabili dell’affitto della sede anarchica di viale Monza 255 a Milano, convocati appunto in commissariato. È successo lunedì 22 giugno, nel pieno della vicenda P2. La risposta che ha ricevuto (Iscritti non ce ne sono, e capi nemmeno: se ce ne fossero, saremmo noi i primi a buttarli fuori) l’ha sconcertato. Forse da quel giorno lo tormenta un dubbio: saranno più o meno di 953 gli anarchici segretamente iscritti alla loggia anarchica di viale Monza 255? E chi saranno i compagni venerabili?

L’ordine dei pennivendoli

Tra le corporazioni al contempo più assurde e più chiuse della nostra società, un posto tutto particolare spetta all’Ordine dei Giornalisti. Che si tratti di un’istituzione liberticida, antidemocratica, istituzionalmente nemica di quella “libertà d’espressione” che pure è formalmente garantita dalla Costituzione, è un dato di fatto assodato e più volte riconosciuto dagli stessi giornalisti più democratici. Tant’è vero che quando la ventata libertaria del ’68 mise in discussione tante istituzioni fino ad allora intoccabili, anche l’OdG sembrò vacillare. Poi tutto passò e l’OdG è ancora qui a regolamentare, cioè a limitare la libertà di stampa: vere e proprie forche caudine attraverso le quali devono cercare di passare gli aspiranti “responsabili” di qualsiasi pubblicazione.

Per chi non lo sapesse, sinteticamente le cose funzionano così. Ogni pubblicazione deve avere per legge un responsabile: non basta però che sia un cittadino maggiorenne, deve risultare iscritto ad uno dei tre “elenchi” dell’OdG (professionisti, pubblicisti o speciale). Al primo sono iscritti coloro che esercitano il giornalismo come professione, al secondo coloro che collaborano con giornali e riviste venendone retribuiti (per essere ammessi all’OdG debbono presentare anche le ricevute di pagamento relative agli ultimi due anni). Al terzo elenco, quello “speciale”, sono ammessi indistintamente tutti i cittadini maggiorenni che assumono la responsabilità legale di un determinato tipo di pubblicazioni (professionali, scientifiche, ecc.). Ora, dal momento che siamo in Italia, l’OdG ha generalmente risolto le cose all’italiana. Da una decina di anni, ove più ove meno (l’OdG ha infatti una struttura decentrata regionale e interregionale), l’evidente barriera all’accesso della libertà di stampa è stata attenuata permettendo l’iscrizione agli elenchi pubblicisti e speciale di un notevole numero di richiedenti, senza sottilizzare troppo sulla completezza della documentazione presentata. È così potuto accadere che molti, pur senza esser in grado di presentare le ricevute dei compensi ricevuti (appunto perché non ne avevano ricevuti), sono stati accettati come pubblicisti. Al pari testate forse non esattamente rientranti nei criteri fissati per l’elenco speciale sono state considerate idonee. Ciò ha permesso di aggirare un po’ le forche caudine, all’italiana appunto. Ma esse restano, tenute in piedi dallo spirito corporativo dei giornalisti e dall’assenza di una mobilitazione tendente a smantellare l’Ordine.

Sono sempre loro, i consigli regionali dell’OdG a stabilire in maniera insindacabile chi può e chi non può essere definito un giornalista, avendo così potere di vita o di morte sull’esistenza stessa delle testate. Un ultimo esempio ci viene dalla Sicilia, dove con una delibera in data 28 maggio 1981, il consiglio regionale dell’OdG ha deciso la cancellazione dall’elenco speciale del compagno Alfredo Bonanno, direttore responsabile di Anarchismo e di altre testate anarchiche che escono come supplementi di Anarchismo. In un comunicato-stampa della redazione forlivese di Anarchismo si denuncia il valore repressivo della delibera, che mette in difficoltà l’esistenza stessa (legale) di testate, e al contempo si ribadisce l’impegno a proseguire comunque la pubblicazione “con qualsiasi mezzo, sotto qualunque forma ci sarà possibile”.

Lettera aperta al ministero della difesa

Io sottoscritto Piromalli Salvatore, obiettore di coscienza non riconosciuto, autodistaccato e attualmente in Servizio Civile all’interno del Centro Comunitario Agape, via Pellicano 21/H, 89100 Reggio Calabria, presso la casa-famiglia “Comuneria” di Prunella di Melito Porto Salvo, avendo il 29/10/1984 presentato regolarmente domanda di obiezione di coscienza e non avendo finora avuto alcun riscontro in merito al riconoscimento della stessa, intendo con la presente dichiarare quanto segue:

1) personalmente, non dipendo in nessun modo dal riconoscimento di codesto ministero e mi ritengo obiettore di coscienza a tutti gli effetti, in quanto fermamente convinto delle mie motivazioni e idee, che sono e restano valide qualunque sia il giudizio che ne dà la commissione o lo stesso ministro;

2) ritengo che l’atteggiamento che il ministero della difesa sta adottando nei confronti degli obiettori sia assolutamente “illegale” e nasconda la ormai troppo evidente politica ostruzionistica “volutamente” portata avanti nel tentativo di screditare la scelta alternativa degli obiettori e col preciso e biasimevole tentativo di boicottare il Servizio Civile, testimonianza concreta della fondatezza e legittimità di tale scelta alternativa;

3) mi impegno a lottare apertamente contro tale assurda e deprecabile politica, denunciandola in qualsiasi modo e in qualunque occasione come la prova che testimonia quanto l’obiezione di coscienza sia una scelta contrastata e condannata dai “signori del potere e della guerra”, da coloro che portano avanti la logica del “sistema”, di un sistema che è radicalmente violento e oppressivo, un sistema che io apertamente condanno e contro il quale mi impegno a lottare affinché venga abbattuto, affinché si realizzi finalmente una società a misura d’uomo, una società libera di uomini liberi, una società anarchica.

Ribadisco ancora una volta il carattere prettamente politico e antimilitarista della mia obiezione.

No a tutti gli eserciti! Per una società di liberi e di uguali!

Piromalli Salvatore

A rivista anarchica n93 Giugno Luglio 1981 Cronache sovversive a cura della Redazione

28 ottobre 2011

Processo Livorno e altri

L’11 maggio è iniziato a Livorno il processo contro presunti appartenenti ad Azione Rivoluzionaria, ritenuti responsabili – tra l’altro – del ferimento del dott. Mammoli (il medico del carcere di Pisa che rifiutò nel maggio ’72 le cure necessarie all’anarchico Franco Serantini, morto poco dopo) e del tentato fallito rapimento del figlio dell’industriale livornese Neri. Nelle prime udienze è stata respinta la richiesta del compagno Gabriele Fuga, avvocato, di autodifendersi. Mentre scriviamo queste note, si è appena concluso l’interrogatorio della compagna Monica Giorgi che – confermando quanto dichiarato al giudice istruttore e quanto scritto nelle due lettere ai compagni pubblicate su “A” (n.85 e 87) – ha ribadito con forza la sua estraneità ad Azione Rivoluzionaria e a tutte le imputazioni mossele. Con altrettanta chiarezza Monica ha rivendicato la sua convinzione anarchica e la validità del suo impegno militante libertario, soprattutto in difesa dei detenuti politici. Già da questa prima fase del processo è emersa l’inconsistenza e al contempo l’importanza (per l’accusa) delle “rivelazioni” fatte dai collaboranti di turno. Enrico Paghera e Vincenzo Oliva, con il loro contributo di menzogne non certo disinteressate. Perfino la stampa locale (La Nazione, Il Tirreno), che segue con ampio risalto il processo anche per la notorietà a Livorno di Monica (attivissima militante fino al ’78 ed ex-campionessa nazionale di tennis), ha finora dovuto sottolineare più volte la labilità del castello di accuse e la serena fermezza di Monica nel rispondere ai magistrati.

Un confronto con Paghera, per metterne in luce l’inattendibilità per ciò che concerne specificatamente Gabriele Fuga, era già stato chiesto in febbraio da Angelo Monaco, Vito Messana e Horst Fantazzini, in occasione di un processo alla Spezia. Ma la loro richiesta era stata respinta dalla corte.

Un altro processo contro Azione Rivoluzionaria si è svolto a Milano tra il 4 ed il 26 maggio. Gli imputati sono stati tutti condannati: Angelo Monaco a 10 anni, Sandro Meloni e Pasquale Valitutti a 9 anni ciascuno, Roberto Gemignani a 4 anni, Silvana Fava a 11 mesi.

Sempre in maggio si è aperto a Cosenza il processo contro presunti aderenti all’Autonomia calabrese, tra i quali Giancarlo Mattia, anarchico, procuratore legale. Anche in questo processo gioca un ruolo centrale il pentito-collaborante di turno.

Antimilitaristi

Per motivi procedurali (nella fattispecie, perché le autorità giudiziarie militari non avevano lasciato trascorrere i 5 giorni di rito tra la citazione e l’effettuazione del processo) è stato subito sospeso e rinviato il processo al compagno Sergio Cattaneo, arrestato il 16 aprile scorso perché renitente alla leva. Nonostante il processo fosse appunto comunicato solo il giorno prima, 25 compagni (in gran parte provenienti da Lecco, la città di Sergio) si sono ritrovati nell’aula del tribunale militare di Padova per testimoniare la loro solidarietà. Nel carcere militare di Peschiera del Garda si trovano ora con Sergio (in attesa che venga fissata la nuova data del processo) altri obiettori totali, tra i quali Aldo Ignazio Virzi (di Trapani) e Andrea Taddei (di Verona). Nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma, è detenuto per lo stesso reato Ettore Sanità. A parte Sergio Cattaneo, che ha rifiutato il servizio militare rifiutandosi al contempo di far domanda per il servizio civile, gli altri sopra citati avevano tutti fatto domanda per il servizio civile, ma una volta vistasela respinta si sono rifiutati di indossare la divisa e hanno preferito pagare di persona la loro scelta antimilitarista.

Il pisello anarchico

Sul numero di maggio di Salve (il mensile della “salute” del Corriere della sera) un dotto servizio firmato da Bice Cairati presenta l’N.P.T.M., alias Nocturnal penis tumescence monitoring, ribattezzato prosaicamente in italiano “il penimetro”. In poche parole, un apparecchio per verificare durante il sonno il funzionamento del pene. Un anello viene collocato alla base e uno al vertice dell’organo fannullone – si legge nel servizio -. Nell’interno dei cerchietti di gomma passa una colonna di mercurio e corrente elettrica. La corrente elettrica trasmette al “penimetro” l’entità e la durata del risveglio. L’erezione viene documentata dal pennino opportunamente sollecitato che traccia un inconfutabile diagramma. Mentre il giovanotto dorme il pennino riferisce al diagramma la notturna, autonoma e sostanzialmente inutile attività dell’anarchico “pisello”.

Dunque, “l’organo fannulone” sarebbe un “anarchico pisello. Francamente, ci sembra un ragionamento del cazzo.

Zurigo

“Libertà e luce del sole per Giorgio Bellini”: questa la scritta che i telespettatori svizzeri si sono visti all’improvviso sui loro teleschermi, mentre era in onda l’edizione principale del telegiornale (in tedesco) delle 7.30 di sera. La clamorosa irruzione negli studi televisivi zurighesi è stata realizzata da alcuni giovani del movimento di lotta dei giovani la sera del 3 maggio ed ha avuto un’eco eccezionale in tutta la Confederazione Elvetica. Tanto più che i giovani, spiritosamente mascherati, non hanno potuto essere né identificati né catturati dalle pur solerti forze dell’ordine zurighesi. Se la sono svignati in un battibaleno, eludendo i vari sistemi di sicurezza ultramoderni.

Giorgio Bellini è un militante dell’estrema sinistra, ticinese, attivo nelle lotte zurighesi dell’ultimo anno e responsabile dellEisbrecher (“Il rompighiaccio”), il principale foglio di lotta a Zurigo. Qualche mese fa è stato arrestato in Germania, dove è tuttora detenuto. In sua difesa è in atto una campagna, alla quale partecipano anche gli anarchici.

Israele

L’11 febbraio scorso il tribunale militare israeliano ha confermato in appello la condanna contro Gady Algazy. Insieme con altri 26 suoi compagni, Algazy si era rifiutato per motivi di coscienza di prestare qualsiasi servizio nei territori occupati: al momento del trasferimento in un campo della Cisgiordania, era stato imprigionato. Nonostante gli ampi dissensi espressi dall’opinione pubblica, dai giornali e dallo stesso presidente della corte suprema israeliana, Algazy è stato condannato ad un anno di carcere. Fin qui, francamente, niente di speciale: Algazy non è stato il primo ne sarà l’ultimo a finire dentro per il suo rifiuto di sottostare agli ordini dei signori della guerra.

Ciò che val la pena di essere sottolineata è la motivazione addotta dai giudici militari: in nessun caso motivi di coscienza possono consentire al cittadino di sottrarsi alla legge (così riporta Ha Keillah, il bimestrale ebraico torinese). Obbedendo a questa stessa logica, i criminali nazisti di ogni ordine e grado hanno sempre cercato di allontanare da sé qualsiasi responsabilità nel genocidio del popolo ebraico e delle altre vittime passate per il camino: “abbiamo solo eseguito ordini” hanno ripetuto al processo di Norimberga. Per i giudici militari israeliani, a quanto pare, avevano ragione.

A rivista anarchica n92 Maggio 1981 Cronache sovversive a cura della Redazione

28 ottobre 2011

Processo a Livorno

L’11 maggio a Livorno (e non a Firenze, come erroneamente indicato sullo scorso numero) si aprirà il processo contro presunti appartenenti ad Azione Rivoluzionaria, ritenuti responsabili – tra l’altro – del tentato fallito rapimento del figlio dell’industriale livornese Neri, del ferimento del dott. Mammoli (il medico del carcere Don Bosco di Pisa che rifiutò le cure necessarie all’anarchico Franco Serantini, morto poco dopo) e del furto di alcune auto a Massa. Dopo le pesanti condanne erogate dal tribunale di Firenze ai 27 imputati nel processo conclusosi il 20 marzo, questo viene presentato come il 2° processo contro A.R.; tra i compagni imputati vi sono l’avvocato Gabriele Fuga, attivissimo nella difesa dei detenuti politici e per questo particolarmente “scomodo”, e Monica Giorgi, di cui abbiamo pubblicato sui numeri 85 e 87 di “A” due lettere in cui tra l’altro rivendica la sua estraneità ai fatti per i quali da ormai un anno è detenuta.

Ridotte le pene

Pene ridotte ai compagni del “collettivo carceri” di Parma e al compagno Horst Fantazzini, condannati in primo grado (con altri due detenuti che invece non avevano fatto ricorso) a 38 anni complessivi. Erano accusati di essere i mittenti ed i destinatari di pacchi postali contenenti esplosivo, al fine di realizzare una fuga dal carcere nuorese di Badu e Carros. Cancellando l’aggravante “per fini di terrorismo”, i giudici bolognesi hanno condannato Horst Fantazzini a 5 anni, Valeria Vecchi e Ivan Zerlotti a 4 anni e 6 mesi ciascuno, Nella Montanini a 2 anni e 6 mesi con la condizionale (peraltro inutile, dal momento che Nella, Valeria e Ivan sono appena stati pesantemente condannati al processo di Firenze).

Arrestato un obiettore

Giovedì 16 aprile, nella sua abitazione a Lecco, è stato arrestato il compagno Sergio Cattaneo, renitente alla leva dal dicembre ’79. Un altro obiettore totale è così ospite del carcere militare di Peschiera del Garda. La data del processo non è ancora stata fissata.

Campagna Valpreda

Poco dopo l’assoluzione per insufficienza di prove al processo di Catanzaro, il compagno Pietro Valpreda è stato formalmente incriminato dalla magistratura milanese in relazione al suo intervento ad un’assemblea degli studenti del liceo linguistico Manzoni di Milano – nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato anarchico Valpreda nelle settimane precedenti la sentenza al processo per la strage di stato.

La magistratura di Trieste ha nel frattempo incriminato un compagno della “commissione di corrispondenza” della Federazione Anarchica Italiana per il reato di “vilipendio delle istituzioni“, in relazione al contenuto del manifesto (“Lo stato processa Valpreda. Processiamo lo stato“) redatto dal Comitato anarchico Valpreda e pari pari ripubblicato con la firma della c.d.c. della F.A.I. sul settimanale anarchico Umanità Nova. Altri procedimenti giudiziari più o meno analoghi pare siano in corso in varie altre località.

Continua intanto la mobilitazione, promossa per lo più dal movimento anarchico, contro la sentenza di Catanzaro e tutto ciò che essa rappresenta. I mass-media, naturalmente, non danno notizie delle numerose manifestazioni, dibattiti, conferenze che si stanno tenendo in molte località. I partiti di sinistra, poi, giungono a volte ad operare un vero e proprio sabotaggio, come è accaduto l’11 aprile a Savona: appena saputo che Valpreda avrebbe parlato in una sala cittadina, P.C.I. e P.S.I. hanno tempestivamente promosso una manifestazione in solidarietà con El Salvador, oratore ufficiale il catto-comunista Raniero La Valle. Era già successo a Biella ed in altre località, nel corso della campagna Valpreda. Il black-out dei mass-media, evidentemente, non pare loro sufficiente.

Antimilitarismo in Olanda

A Rotterdam (Olanda), l’11 marzo, un centinaio di antimilitaristi fanno irruzione negli uffici della Rotterdamse Droogdok Maatschappij (RDM) che produce, fra l’altro, dei sottomarini. La RDM fa parte del trust Rijn-Schelde-Verolme (RSV), importante produttore di materiale militare. I manifestanti riescono a penetrare negli uffici della direzione e a “sparpagliare” gli archivi. Alcune bandiere vengono esposte, perfino sopra un sottomarino in costruzione. Dopo qualche ora gli occupanti vengono evacuati dalla polizia. Bilancio: una trentina di arresti: tra i manifestanti vi sono 12 obiettori totali, di cui 3 francesi che vengono immediatamente condotti alla frontiera olandese-belga. Gli altri 9 sono olandesi e vengono da varie città. Otto di questi vengono portati alla Maréchaussée (Gendarmeria) e messi agli arresti per obiezione totale. Il caso della nona persona è particolare, poiché si tratta di una persona che pur essendo anagraficamente di sesso maschile desidera diventare donna. Nello stesso giorno vi sono varie manifestazioni in diverse città olandesi e belghe.

Gli otto obiettori si sono fatti arrestare volontariamente per sottolineare la loro radicale opposizione al militarismo. Per militarismo essi non intendono solamente l’esercito, bensì tutto il complesso militare-industriale: per questo, l’azione contro RDM/RSV. Inoltre è chiaro che tale lotta non deve essere limitata ad un solo paese, per cui la manifestazione aveva un carattere internazionalista. L’obiezione totale nei Paesi Bassi è punita con 18 mesi di detenzione: detratto 1/3 per condono, resta un anno di carcere.

La solidarietà viene organizzata attivamente, varie manifestazioni si sono già svolte nei pressi della prigione militare dove si trovano rinchiusi attualmente i compagni. In Zelandia – paese originario di uno degli arrestati – si è già formato un comitato di difesa che si occupa di mantenere i contatti con gli obiettori nell’attesa di conoscere esattamente il luogo definitivo di detenzione.

A rivista anarchica n35 Febbraio 1975 Cronache sovversive a cura della Redazione

23 ottobre 2011

Sindacato sbirri

Noi anarchici siamo proprio incontentabili. Siamo sempre i primi a sottolineare quanto il nostro Paese sia culturalmente arretrato rispetto alla grande maggioranza degli altri paesi europei e poi, quando almeno in un campo si affianca ai più moderni e “progressisti”, ecco che continuiamo a lamentarci. Sarà, ma in effetti il fatto che gli sbirri della P.S. stiano per costituire un loro sindacato (come già accade appunto in tanti altri Stati) non ci trova proprio entusiasti. Con la sindacalizzazione della sbirraglia è lo stesso concetto sindacale che tocca il fondo, dimostrandosi in tutto e per tutto slegato da qualsiasi ideale di emancipazione sociale.

Francamente, noi anarchici non ci guadagneremo ne ci perderemo niente. Ed altrettanto le altre forze rivoluzionarie. A meno che non si consideri più simpatico esser picchiato, bastonato, magari defenestrato da uno sbirro con tanto di tessera unitaria CGIL-CISL-UIL piuttosto che, come ora, da uno sbirro… autonomo. Ma noi non sappiamo cogliere simili sfumature!

Una considerazione si impone all’attenzione di tutti ed è il fatto che, con questo ulteriore passo… indietro (sulla via dell’emancipazione proletaria), il sindacato si dimostra sempre più una struttura corporativa al servizio di un razionale funzionamento del sistema. In questo caso, comunque, i bonzi sindacali possono stare tranquilli: sappiamo che lasciamo più che volentieri a loro il controllo sindacale sugli sbirri. La nostra propaganda rivoluzionaria è sì diretta a tutti gli uomini e le donne, ma soprattutto (da sempre) agli sfruttati. Certo non agli sbirri, alle spie.

Pedrini

Belgrado Pedrini, l’anarchico di Carrara in carcere fin dai tempi della Resistenza (vedi A 33, pag.18), è stato “graziato” dal presidente della repubblica ed è quindi stato dimesso dal carcere di Parma in cui aveva quasi terminato di scontare le pene cui era stato condannato. Non è però stato rimesso in libertà, bensì immediatamente trasferito alla casa di lavoro di Castelfranco Emilia dove dovrebbe scontare altri tre anni. Mirabile risultato di una “grazia” presidenziale!

In nome della legge

Tempo di processi. Il giorno 20 si celebrerà (forse) il primo processo contro il nostro primo direttore responsabile, Marcello Baraghini (radicale). In effetti il processo doveva svolgersi il 12 dicembre scorso, ma è stato rinviato perché Pio D’Auria (il noto fascista che ci ha querelato perché abbiamo avuto… l’impudenza di scrivere che lui con la strage di piazza Fontana qualcosa a che fare ce l’ha) non si è presentato; anzi Pio D’Auria, proprio lui che ha sporto querela contro di noi, aveva dato alla magistratura un indirizzo presso il quale non è stato possibile reperirlo. Mentre noi, i querelati, eravamo presenti in aula in un centinaio a sostenere Baraghini e a testimoniare la nostra decisione a smascherare la trama tricolore. Il 20 febbraio, al Palazzo di Giustizia (sic!) di Milano, saremo di nuovo là ad aspettare che Pio D’Auria, uscito dalla sua fogna, venga in aula a recitare la parte dell’offeso.

Il 27 gennaio, è iniziato a Catanzaro e dopo poche battute è stato sospeso, il processo contro i presunti responsabili della strage di piazza Fontana: secondo il desiderio di chi sta in alto (ma la cui onestà e dignità è sempre più in basso) dovrebbero sedere allo stesso banco degli imputati i neo-nazisti Freda e Ventura con Valpreda e gli altri giovani del gruppo “22 marzo”. Anarchici e nazisti uniti nel processo: quale miglior trionfo per la teoria tricolore degli opposto estremismi! A più di cinque anni dalla strage di stato, però, l’innocenza di Valpreda e dei suoi compagni è fuori discussione per chiunque, di qualsiasi idea, abbia un minimo di buona fede. E già fin d’ora i giovani del “22 marzo” hanno dichiarato che mai e poi mai accetteranno di essere giudicati insieme con i neo-nazisti Freda e Ventura. Dal momento che ormai risulta lampante che vari funzionari del S.I.D. (cioè del servizio segreto statale) sono implicati nelle trame tricolori, perché non viene chiamato al banco degli imputati anche il senatore Saragat, che nel ’69 era la massima autorità dello Stato? Così, almeno, la squallida e infame buffonata del processone “anarco-fascista” sarebbe completa.

Se continua così

Lotta Continua, uno dei più noti movimenti extra-parlamentari, ha tenuto tra il 7 e l’11 gennaio il suo primo congresso nazionale. Preceduto da congressi provinciali non privi di contestazioni tipicamente pratiche (ad esempio discussioni sulle deleghe dei congressisti, sul diritto delle minoranze ad essere rappresentate al tavolo della presidenza…) l’assise nazionale ha sancito il perfezionamento formale di quella trasformazione in partito del movimento in atto da tempo (a occhio e croce dal primo convegno nazionale). In partito leninista, naturalmente. Cioè, fra le altre cose, “centralista democratico”. In omaggio al centralismo democratico non troviamo traccia sul quotidiano di Lotta Continua delle forti opposizioni in seno al neonato partitino in merito a temi non marginali: la posizione ufficiale (cioè dei dirigenti nazionali) di Lotta Continua sui rapporti con la cosiddetta “autonomia operaia” (dai mille significati), sul compromesso storico, sulla lotta armata, sui decreti delegati, ecc. Opposizioni che pare abbia portato all’uscita da Lotta Continua di alcune sezioni importanti (ma non ne troviamo traccia sul quotidiano). Un’opposizione che ha segnato le ultime fallimentari resistenze interne verso un progressivo spostamento a destra (sia in termini organizzativi che tattico-strategici) di un gruppo che presentava all’inizio tanti spazi (o meglio ambiguità) libertarieggianti da catturare la simpatia o addirittura la collaborazione e la militanza di alcuni elementi ai margini del movimento anarchico.

Anche Lotta Continua (come più in genere tutta la sinistra extra-parlamentare) è andata “maturando” la sua ribellione di tipo edipico verso papà P.C.I.. Non senza logica (e secondo quanto avevamo facilmente previsto fin dall’inizio, i “figli ribelli” dopo aver inutilmente privilegiato l’aggettivo (ribelli) vanno ora privilegiando il sostantivo (figli) scoprendo a poco a poco tutta l’importanza del legame di parentela che li lega al potentissimo rappresentante ufficiale del socialismo autoritario.

Se continua così la sua lotta leninista contro quel po’ di genuino, di spontaneo, di quasi (o pseudo) libertario che forse ha ancora in sé, Lotta Continua potrà presto fondersi con il neonato partito-fronda (che raccoglie cioè in modo istituzionale e funzionale al P.C.I. ciò che tende a sfuggire alla sua sinistra): il P.D.U.P.-Manifesto.

Il guaio di questi marxisti-leninisti è che starebbero benissimo nel P.C.I. come corrente di sinistra, se il P.C.I. (ed il “centralismo democratico” che essi stessi condividono) consentisse correnti al suo interno.

A rivista anarchica n36 Marzo 1975 Cronache sovversive a cura della Redazione

22 ottobre 2011

G.A.R.I.

Venerdì 7 febbraio 1975, nel carcere parigino della Santé, sette membri (o presunti tali) dei G.A.R.I. (Gruppi di Azione Rivoluzionaria Internazionalista, che dopo la morte di Puig Antich, hanno rivendicato il rapimento del banchiere spagnolo Balthazar Suarez e hanno compiuto una serie di attentati antifranchisti in Francia e in Belgio, soprattutto a Bruxelles, Toulouse, Parigi, Lourdes, Perpignan, cfr. A n. 35) hanno sospeso lo sciopero della fame che avevano iniziato il 27 dicembre 1974 chiedendo di essere considerati prigionieri politici.

In effetti il Guardasigilli ha loro accordato dei miglioramenti nelle condizioni di detenzione (anche se ufficialmente lo Statuto Politico non è stato loro riconosciuto, questi miglioramenti raggiungono quasi tutti i punti dello statuto: diritto quotidiano di riunione fra loro dalle ore 11 alle 18, di ricevere visite più lunghe e più frequenti, di ricevere informazioni non censurate, ecc.) dopo un primo rifiuto del Ministero della Giustizia francese, il 16 gennaio 1975, che aveva dichiarato: “Queste pretese sono incompatibili con le prescrizioni della legge; esse non possono, di conseguenza, che essere rifiutate”. Ricordiamo i nomi degli accusati di appartenere ai G.A.R.I. imprigionati nel carcere della Santé di Parigi: Michel Camilleri; Mario Ines-Torres; Victor Manrique; Jean Marc Rouillan; Raymond Delgado; Jean Michel Martinez; Floreal Cuadrado.

Essi sono fra l’altro accusati di “detenzione e trasporto di armi e di munizioni di guerra” e di “avere commesso, individualmente e collettivamente, fatti tendenti a sostituire una autorità dello stato”. Essi dipendono tutti dalla Corte di Sicurezza dello Stato, tribunale eccezionale dipendente direttamente ed esclusivamente dal governo, composto da un presidente nominato dal Consiglio dei Ministri assistito da quattro “assesseurs” di cui due ufficiali militari. Nella prigione St. Michel di Toulouse sono detenuti: Pierre Roger, José Maria Codom Bofill. Saranno giudicati, contrariamente agli altri 7, dalla Corte d’Assise.

Avendo ottenuto miglioramenti di condizioni di vita in quanto detenuti comuni essi hanno dichiarato di voler continuare la loro azione nella prigione della Santé dichiarando che: “Ora vi è un precedente. Gli altri detenuti conosciuti o sconosciuti che lottano alla Santé devono ottenere le stesse cose che abbiamo ottenuto noi”.

Il voto ai diciottenni

Fra qualche tempo (e pare questione di mesi) anche in Italia, come in molti altri Stati, sarà abbassata da 21 a 18 anni l’età minima per il voto. Dopo lunghi tentennamenti dei partiti “di centro”, timorosi dell’estremismo giovanile, dopo sondaggi d’opinione tranquillizzanti sul paventato “potenziale esplosivo” del voto minorile, un disegno di legge in merito sta infine passando in Parlamento, con l’approvazione ufficiale di tutti i partiti.

Placata la paura, prevale ora la speranza, in tema di voto ai diciottenni: la speranza partitica (ognuno per sé e tutti insieme nell’interesse del sistema) di incanalare nell’ambito istituzionale la tensione politica giovanile. La speranza dei politici è che la carica di ribellione dei giovani possa essere incatenata negli ambiti tradizionali ed in tal modo esorcizzata. Staremo a vedere se hanno ragione quei sociologi del sistema che riconducono sostanzialmente il fenomeno della contestazione giovanile (o quanto meno la sua pericolosità) all’assenza di canali istituzionali di partecipazione.

Intanto, ci giunge una notizia dagli U.S.A. che sembra indicare come i politicanti nostrani dopo aver nutrito eccessivi timori per il voto ai diciottenni, nutrano ora eccessive speranze. Il Time del 10 febbraio scorso dà notizia dei risultati di un’indagine campionaria (fatta dall’Ufficio Federale statistico) sulle elezioni “mid-term” americane dello scorso novembre. Risulta che mentre ha votato, globalmente, il 45% degli elettori (una percentuale molto bassa, ma abbastanza normale per gli U.S.A.) solo il 21% dei giovani tra i 18 ed i 20 anni s’è recato alle urne! I diciottenni statunitensi hanno così snobbato il diritto di voto loro concesso nel ’72 dopo una lunga campagna di agitazione.

I padroni sono soddisfatti

Credo sinceramente, da industriale, che il giudizio complessivo (sull’accordo per la contingenza) debba essere positivo“. Così ha concluso una sua relazione letta il 13 febbraio al Rotary Club di Milano Nord-Ovest, Guido Isolabella, vicepresidente dell’Assolombarda. L’aveva iniziata con l’affermazione che l’accordo sulla contingenza “può contribuire a fornire il salto qualitativo necessario nei rapporti tra imprenditori e sindacati dei lavoratori” e ad “allentare una conflittualità che per anni è stata veramente permanente“, “nel quadro più ampio di auspicabili nuove forme di relazioni industriali“. L’Isolabella ha espresso, inoltre, parole di soddisfazione sulla clausola dell’accordo tra Confindustria e sindacati secondo la quale i padroni si consultano con i rappresentanti sindacali prima di aprire la procedura per la cassa integrazione e altre parole di soddisfazione ha speso sull’accordo F.I.A.T. per “corresponsabilizzare i lavoratori nella fase di produzione e di vendita”.

Nella relazione dell’alto dirigente confindustriale c’è, a grandi linee, la filosofia della graduale “cogestione all’italiana” che, paradossalmente ma non illogicamente, si va sviluppando (per ora) come cogestione della crisi. E’ risultata evidente, nella vertenza sulla contingenza, la disponibilità all’accordo delle due “parti”. Addirittura esemplare l’atto finale della contrattazione: i sindacati chiedono un recupero forfettario di 20.000 ed i padroni offrono 5.000, presto i primi scendono a quindici ed i secondi salgono a otto, per ritrovare infine (e prevedibilmente, come in una recita) l’accordo esattamente a metà strada fra le posizioni iniziali! Sull’unificazione ai livelli superiori, entrambi i protagonisti della cogestione si sono mostrati altrettanto ragionevoli: gli industriali hanno accettato l’unificazione ed i sindacalisti hanno accettato di diluirla in oltre due anni.

“Naturalmente” né gli aumenti immediati né quelli futuri bilanciano la svalutazione, ma è evidente che cogestire la crisi con i padroni non può significare altro che far pagare la crisi ai lavoratori. Né, d’altro canto, è possibile ad un moderno sindacato riformista, che accetta la logica del sistema capitalistico-tecnoburocratico, altro ruolo se non quello di cogestore.

A rivista anarchica n34 Dicembre 1974 Cronache sovversive a cura della Redazione

22 ottobre 2011

Fioravanti

Con una ripassata di vernice ai camioncini che cancellata la denominazione-slogan “Cooperativa diritto al lavoro”, tornano ad esibire il marchio Fioravanti, è stata conclusa la vertenza della ditta alimentare milanese requisita dal sindacato e “quasi-autogestita” dai lavoratori per alcuni mesi (cfr A 32). E’ difficile dire se la conclusione della vertenza abbia segnato una vittoria od una sconfitta dei lavoratori. A nostro avviso un po’ dell’una e un po’ dell’altra, con prudenza degli elementi negativi. Ecco i termini essenziali dell’accordo. La gestione della ditta sarà assunta da una nuova società, la Ilpago (la cui maggioranza azionaria è del vecchio padrone Fioravanti). La nuova gestione assicura il mantenimento del posto ai lavoratori attualmente riuniti in cooperativa (quelli che hanno tenuto duro per tutti questi mesi sono una novantina, cioè meno di un terzo dei dipendenti totali all’inizio della vertenza, quando FIORAVANTI voleva chiudere la baracca e licenziare tutti). Un risultato un po’ “alla LIP”. Certo, resta dell’amaro nel vedere un episodio di autogestione concludersi con una ristrutturazione padronale.

D’altro canto, il fatto che il padrone sia alla fine dovuto scendere a patti dimostra che l’azione diretta rende. E’ inoltre ragionevole ritenere che la parentesi autogestionaria abbia lasciato tracce di maggiore consapevolezza nei lavoratori che sono stati protagonisti e forse anche in quelli che ne sono stati spettatori.

Processo ad “A”

Sul n. 9 di A (gennaio 1972) pubblicammo un inserto speciale sulla strage di stato in cui, tra l’altro, riportavamo un ampio riassunto delle note dichiarazioni dell’ex deputato comunista Stuani. Stuani raccolse dalla viva voce dell’avvocato Ambrosini (un vecchio fascista, amico e padrino di Restivo) e rese pubblico il resoconto di una riunione tenutasi a Roma il 10 dicembre 1969 cui l’Ambrosini aveva partecipato e nel corso della quale il missino Caradonna consegnò a Pio D’Auria (uno dei tanti “sosia” di Valpreda emersi nel corso dell’istruttoria e delle controindagini) tre pacchi di biglietti da diecimila con l’ordine di andare a Milano a buttare tutto per aria.

Il D’Auria prese il treno per Milano delle 23,40. Il 13 dicembre, il giorno dopo la strage, Ambrosini ricollega i fatti alla riunione del 10 e scrive due lettere, in cui testimonia quanto sopra, una all’ufficio controllo del P.C.I. ed una al ministro degli interni Restivo. Nessun seguito alle lettere.

Il 24 ottobre 1971 Ambrosini diventa il fu Ambrosini. Si butta (o viene buttato) dal 7° piano di una clinica romana. Questo in breve, il contenuto dell’articolo “Ambrosini, Stuani, Restivo, Longo” pubblicato, come dicevamo, sul n. 9 della rivista.

Per quell’articolo siamo stati imputati dalla Procura della Repubblica di Milano per aver offeso la reputazione del sunnominato fascista Pio D’Auria. Con uno strano (forse involontario) senso dell’umorismo, il Procuratore della Repubblica ha fissato il processo per il 12 dicembre prossimo. Nel quinto anniversario della strage fascista (quanto a esecutori) e di stato (quanto a mandanti, complici e protettori), la giustizia di stato si occuperà della onorabilità offesa di un fascista.

Sarà un caso… Un caso comunque che merita una risposta adeguata.

Marini

Il processo a Marini e all’ex direttore de l’Espresso, già fissato per l’11 ottobre e rinviato al 29 novembre è stato nuovamente rinviato, questa volta al 21 febbraio. Come i lettori ricorderanno, questo è uno della dozzina di processi “minori” che il coraggioso anarchico salernitano dovrà affrontare per la sua fiera presenza politica in aula e nelle patrie galere.

Il nuovo quotidiano

Dal 26 ottobre è in edicola un nuovo quotidiano comunista extraparlamentare. Si tratta del giornale dell'”Organizzazione comunista Avanguardia Operaia”, che si chiama (dopo una baruffa legale persa con i trozkisti per l’uso del titolo “bandiera rossa”) quotidiano dei lavoratori. Con questo, i quotidiani extraparlamentari pubblicati in Italia salgono a tre (quasi quattro se ci aggiungiamo lo sfortunato “liberazione“, radicale).

Un indubbio primato, poiché, a quanto ci risulta, un solo altro quotidiano extraparlamentare viene stampato, al mondo, il francese Liberation. Poiché a nostra avviso la libertà di stampa significa concretamente soprattutto possibilità di esprimersi per le opposizioni al regime (le realtà sociali e subalterne e periferiche, le forze politiche extra-istituzionali, ecc., cioè le voci più libere vale a dire meno manipolate dal potere economico-politico-culturale), vediamo con soddisfazione (ed una punta di invidia) l’uscita del nuovo quotidiano. Il che non ha nulla da vedere con un giudizio politico sul quotidiano in sé. La linea politica del nuovo giornale, infatti è quella della organizzazione madre, marxista-leninista, ben lontana dunque dalle posizioni anarchiche od anche solo libertarie (quelle espresse, anche autonomamente, da piccole ma significative minoranze di lavoratori negli ultimi dieci anni). Anche la natura extra-istituzionale (extraparlamentare, extrasindacale ecc.) del quotidiano e dell’organizzazione che lo edita è molto relativa. Nelle lotte operaie ad esempio A.O. tramite i suoi, C.U.B. si pone come una corrente di sinistra della C.G.I.L. Sul secondo numero del quotidiano, è un altro esempio, si parla di lanciare una campagna per il voto a diciott’anni…

Il quotidiano dei lavoratori, tecnicamente, si presenta bene, graficamente pregevole, con otto pagine abbastanza ricche di notizie e commenti. Resta da vedere se lo spazio di lettori che certo si guadagnerà lo eroderà agli altri concorrenti diretti (lotta continua ed il manifesto, il primo soprattutto) ed in quale misura.

L’editoriale del primo numero proclama programmaticamente che la verità è rivoluzionaria. Ottimo assunto ed ottimo programma. La tradizione marxista-leninista cui si richiama il quotidiano, tuttavia, ci fa presumere che l’affermazione vada ridimensionata mettendo la “verità” tra virgolette, intendendola cioè come “verità di partito”. Il quale partito, naturalemente, rappresenta il proletariato cha a sua volta è il soggetto della storia, sarebbe il portavoce del divenire storico, “cioè” della verità.

A rivista anarchica n33 Novembre 1974 Cronache sovversive a cura della Redazione

22 ottobre 2011

A Batalha

Dopo quasi mezzo secolo, il 21 settembre scorso ha finalmente ripreso ad uscire in Portogallo A Batalha (La battaglia). Si tratta della vecchia gloriosa testata del quotidiano della Confederacao General do Trabalho (Confederazione generale del lavoro), che uscì finchè nel 1926 i reazionari impossessatisi del potere non ne vietarono la pubblicazione. A quell’epoca A Batalha vendeva 25.000 copie ed era perciò il terzo quotidiano del Portogallo.

All’indomani del golpe militare anti-fascista dello scorso 25 aprile e della conseguente ripresa della vita politica democratica gli anarchici ed i sindacalisti libertari portoghesi si sono posti il preciso obiettivo della ripresa delle pubblicazione del vecchio organo della C.G.T. A tal fine è stata costituita già da alcuni mesi una cooperativa editoriale apposita, che ha curato l’uscita (per ora solo come settimanale) di A Batalha. In un comunicato appello diffuso in Portogallo ed all’estero la Commissione di Relazioni del Movimento Libertario Portoghese informa che la tiratura attuale del settimanale A Batalha è di 50.000 copie ed invita gli anarchici ed i rivoluzionari a contribuire al raggiungimento del nuovo obiettivo che i compagni portoghesi si sono posti: A Batalha quotidiano. Ai compagni portoghesi vadano i migliori auguri per il raggiungimento di questo importante obiettivo.

Brigate Rosse

Grazie alla delazione del “frate-guerrigliero” padre Leone (o Lenone) lo stato italiano ha messo le mani su un certo numero di “brigadieri rossi” (o di ritenuti tali). Oltre ad esprimere il nostro dispiacere per gli arresti (tra stato e “ribelli rossi” la nostra solidarietà non può non andare istintivamente ai ribelli, anche se di strategia ed ideologia, e tattiche diverse dalle nostre) vogliamo cogliere l’occasione per un paio di osservazioni.

La prima osservazione è rivolta alle Brigate rosse. Pochi mesi fa una loro intervista (non smentita e grosso modo attendibile, quindi probabilmente autentica) definiva il movimento anarchico come aperto alle infiltrazioni (dimenticandosi certo del loro Pisetta). Ebbene ora si sono addirittura lasciati infiltrare da un frate! Forse cercavano di sperimentare una via “rivoluzionaria” al compromesso storico tra cattolici e comunisti.

La seconda osservazione è rivolta alla stampa di sinistra e di ultra-sinistra che da oltre un anno continuavano a parlare di “sedicenti” B.R., di falsi rivoluzionari, di provocatori fascisti, ecc. (si veda in proposito anche l’editoriale “Non giudicate…” di A 30).

Ebbene ora che un certo numero di brigatisti (o supposti tali) è stato catturato e nuovi nomi si sono aggiunti alla lista – qualche decina di nomi – di quelli già ritenuti militanti delle Brigate Rosse o ad essi collegati, chiediamo a questi “sinistri” ed “ultra-sinistri” dalla calunnia facile, di indicarci un nominativo, anche uno solo, degli arrestati e dei latitanti che risulti essere fascista. Ma già vediamo che il linguaggio di quei giornalisti va mutando. Il ministro di polizia Taviani indica la nuova versione ufficiale: si tratta di individui provenienti dall’ambito della sinistra che però, non avendo con i partiti storici della sinistra alcun legame e neppure con i principali movimenti extraparlamentari in via di istituzionalizzazione, sono classificabili come delinquenti comuni. O forse diventeranno per la stampa anarchici o anarcoidi, come è avvenuto per la tedesca Rote Arme Fraktion (Baader-Meinhof) e come ha suggerito frate Lenone.

Martin Sostre

Il numero del 27/X/74 del settimanale L’Espresso riferisce sommariamente della vicenda di Martin Sostre, un militante libertario negro-americano in carcere da cinque anni sotto l’accusa di spaccio di stupefacenti. Nonostante il tipo di imputazione, il caso Sostre è un caso pienamente politico, emblematico per comprendere la pesante repressione contro le minoranze rivoluzionarie negli U.S.A.. Martin Sostre, dopo essere uscito di galera nel ’69 (ove aveva soltanto una condanna per reati comuni), aveva iniziato l’attività politica costituendo una libreria, l’Afro-american Bookshop, che era presto diventata un centro culturale e militante per le minoranze (etniche e politiche) non integrate. Particolarmente odiato dalla polizia, che fra l’altro lo considerava uno dei promotori dei disordini avvenuti a Buffalo nel 1967, Sostre fu accusato appunto di spaccio di stupefacenti e arrestato: da cinque anni è in galera, con la prospettiva di altri 26 anni da passare dietro le sbarre. Tutta l’accusa contro di lui si basava sulla testimonianza di un tale Williams, che affermò in tribunale di aver acquistato da Sostre l’eroina che gli fu trovata addosso. Ora però il Williams, riparato in un altro stato americano, ha pubblicamente riconosciuto di aver testimoniato il falso contro Sostre perchè ricattato dalla polizia per la sua condizione di drogato. Nonostante questo clamoroso fatto nuovo, Sostre resta in carcere e non si profila per ora nemmeno una revisione del processo. L’Amnesty International (una organizzazione autonoma che si occupa dei detenuti politici vittime di qualsiasi regime) ha deciso di occuparsi anche del caso Sostre, per la lampante tragica ingiustizia che viene commessa nei suoi confronti.

La prova-cesso

Dei nove anarchici e libertari arrestati per il rapimento a fini politici del banchiere spagnolo Suarez (si vedano le “Cronache” di A 32), sei sono stati messi in libertà provvisoria. Rimangono in carcere Octavio Alberola, il supposto “cervello” dell’operazione, e le compagne Gransac e Weir. Gli indizi già labili su cui si sosteneva l’accusa sono stati ulteriormente sfrondati da un nuovo sopralluogo di Suarez nella casa in cui secondo la polizia sarebbe stato tenuto prigioniero. Sedutosi sulla tazza del cesso, il banchiere non ha ritrovato l’atmosfera (?) della sua prigionia… Gli avvocati difensori, confortati dalla prova-cesso hanno presentato istanza di scarcerazione anche per i tre compagni ancora detenuti.

A rivista anarchica n32 Ottobre 1974 Cronache sovversive a cura della Redazione

22 ottobre 2011

Marini

L’11 ottobre, se non ci saranno rinvii, Giovanni Marini sarà processato a Roma, insieme a Livio Zanetti (direttore responsabile de l’Espresso), per “oltraggio e calunnia”, su denuncia della Procura della Repubblica relativa ad una intervista dell’anarchico salernitano pubblicata sul settimanale.

Per lo stesso giorno era stato fissato (ed è stato rinviato per ovvi motivi) un altro processo a Marini per “oltraggio” (ad uno sbirro del carcere di Matera). Altre otto imputazioni, per oltraggi alla Corte (tribunali di Salerno e di Vallo della Lucania) e per partecipazione a rivolte carcerarie.

Si rivela più che mai necessario un appoggio del movimento anarchico al coraggioso militante.

Frattanto sono state rese note le motivazioni della sentenza con cui Marini è stato condannato a 12 anni di galera. Secondo il signor Fienga, presidente della Corte che ha condannato Marini ed estensore materiale della sentenza il Marini voleva uccidere ed uccise; uccise in stato d’ira pervaso allora dal cosiddetto “raptus emotivo a valanga”. Il fatto che Marini abbia proclamato la sua innocenza viene spiegato con il fatto che egli era, schiavo come è dei gruppi politici ai quali apparteneva ed ai comitati che in suo favore si sono costituiti, non esprime la sua vera personalità, ma invece una personalità alterata quasi al limite tra la sanità e l’insanità mentale. Gli squadristi fascisti Falvella (l’ormai fu Falvella) ed Alfinito, d’altro canto, sono leggiadramente descritti come giovani soddisfatti della loro vita, dei loro studi compresi ed ammirati nell’ambito familiare ed in quello più vasto del loro ambiente sociale, pieni di speranze per l’avvenire che si profilava per loro radioso.

Qualora non ce l’avesse ancora, ci sembra doveroso segnalare il signor Fienga al fucilatore Almirante per una tessera Honoris Causa al M.S.I.. Ma, francamente, ci sembra proprio strano che non ce l’abbia ancora.

Heil Fienga!

Cile

Nel primo anniversario del golpe militare cileno, fiumi di lacrime (d’inchiostro) ipocrite sono stati versati, nelle rotative di tutto il mondo sedicente “democratico”, sull’efferatezza del regime militare. Di fatto, però, l’Italia è rimasta l’unico Paese occidentale che non ha riallacciato i rapporti diplomatici con i sanguinari golpisti (nonostante le continue pressioni di migliaia di borghesi e piccolo-borghesi italo-cileni fascistizzanti). Una volta tanto meritevolmente in coda.

La Repubblica Popolare Cinese, invece, non li ha mai interrotti i rapporti diplomatici con il Cile. Misteri orientali dell’internazionalismo leninista.

E, a proposito di rapporti con il Cile, un altro paese della sedicente “area socialista” viene alla ribalta: la Romania che ha recentemente offerto ai militari un prestito di 100 milioni di dollari (“solo” 70 miliardi di lire, ma è il pensiero che conta). Misteri balcanici dell’internazionalismo di sinistra.

Esperantisti a congresso

Si è riunito a Bergamo, ai primi di agosto, il congresso della Sennacieca Asocio Tutmunda (S.A.T.), una delle organizzazioni internazionali esperantiste, la cui denominazione significa “Associazione Mondiale Anazionale”. Non si tratta di una semplice associazione di individui dediti allo studio ed all’uso dell’esperanto. Obiettivo dichiarato dalla S.A.T. è infatti quello di “utilizzare praticamente l’idioma internazionale Esperanto e porlo al servizio del proletariato mondiale; facilitare le relazioni fra i suoi membri e creare fra di loro un sentimento di vera solidarietà umana, informare ed educare i suoi aderenti affinché essi divengano i più capaci e i più perfetti fra coloro che si definiscono internazionalisti”. La S.A.T., come appare evidente, rifiuta il cosiddetto “neutralismo”, cioè la concezione che vede l’esperanto come un semplice idioma, slegato da una qualsiasi visione della società ed esigenza di lotta. La S.A.T., infatti, è nata in occasione del 10° congresso esperantista di Parigi (1914) per opera degli esperantisti rivoluzionari, decisi appunto a fare dell’esperanto uno dei momenti (per loro di primaria importanza) della lotta di emancipazione delle classi sfruttate. Nel 1931 la S.A.T., a sua volta, conobbe una scissione: gli esperantisti marxisti-leninisti, guidati dagli stalinisti, abbandonarono l’organizzazione e fondarono l’I.P.E. (Internazionale dei proletari esperantisti) che ebbero però breve vita.

Ancora oggi la S.A.T. ha un orientamento rivoluzionario libertario e razionalista, come dimostrano i titoli dei volumi dei quali ha curato la traduzione in esperanto e la ripubblicazione (L’etica di Kropotkin, Ai giovani di Kropotkin, La società libertaria di Bastien, Cristianesimo e patriottismo di Tolstoy, Faust di Goethe, ecc.).

Umanità Nova torna a Milano

Alla fine dello scorso mese di settembre la redazione di Umanità Nova è passata da Roma a Milano. Ciò è avvenuto in ottemperanza ad un preciso deliberato dell’undicesimo congresso della Federazione Anarchica Italiana (F.A.I.) tenutosi a Carrara nel dicembre 1973, che decise di affidare al gruppo “Lotta anarchica” di Milano l’incarico redazionale del settimanale. Tale decisione è stata perfezionata nei suoi particolari pratici da un apposito convegno della F.A.I., tenutosi a Carrara a metà settembre.

Contemporaneamente al trasferimento della redazione sono state annunciate novità tipografiche e grafiche. Innanzitutto Umanità Nova comincerà ad essere stampato dalla cooperativa “Il Seme“, recentemente costituitasi a Carrara per iniziativa di due giovani anarchici. Il giornale sarà anche rinnovato nella sua veste grafica, in modo da presentarsi più vivace e moderno. Il prezzo per una copia è stato aumentato, a parità di formato e di pagine, da 100 a 150 lire.

Va infine rilevato che, dopo cinquantatre anni, la redazione di Umanità Nova torna a Milano, dove il giornale fu fondato (quotidiano) il 26 febbraio 1920. Il 23 marzo dell’anno successivo, subito dopo l’attentato del Diana, la redazione fu devastata dalle squadracce fasciste e pertanto fu trasferita a Roma, dove riprese le pubblicazioni due mesi dopo per poi interromperle definitivamente nel dicembre del 1922, in seguito a ripetuti attacchi armati delle camice nere. Durante la Resistenza Umanità Nova riprese ad uscire (clandestinamente) a Firenze ed a Roma: le pubblicazioni regolari ripresero solo all’indomani della “Liberazione”, a Roma, prima come organo della Federazione Comunista Libertaria laziale, poi come settimanale della F.A.I.. Da allora non ha mai interrotto le pubblicazioni.

Alla nuova redazione di Umanità Nova i nostri migliori auguri di proficuo lavoro e l’auspicio di una fraterna collaborazione.