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Carancini e Cucchiarelli provocatori e bugiardi. di Enrico Di Cola e Roberto Gargamelli

28 marzo 2014
Si fa disinformazione, inoculando false informazioni, screditando informazioni che possono essere dibattute o conflittuali, proponendo false conclusioni, oppure, proponendo visioni plausibili basate su informazioni singolarmente vere ma la cui unione rende assolutamente falso l’assunto.

Probabilmente il nome di Andrea Carancini ai più non dirà niente, e anche a noi non diceva nulla fino a non molto tempo fa. Abbiamo cercato di sapere qualcosina di più su questo signore ma non siamo riusciti trovare quasi nulla. Tranne un breve accenno (vedi http://www.fascinazione.info/2010/10/carancini-e-lanima-cattolica-del.html), ma francamente possiamo dire che quello che traspare dal suo blog è più che sufficiente per poterlo etichettare come negazionista e revisionista storico. Anche lui, come il famigerato Archivio Guerra Politica, sembra avere predilezione nel pubblicare le menzogne del terrorista fascista e assassino Vinciguerra contro gli anarchici ed in special modo contro Pietro Valpreda.

Se abbiamo deciso di buttare un po’ del nostro tempo dietro a questo personaggio ciò è dovuto al fatto che abbiamo trovato sul suo blog un articolo del 13 agosto 2013 sulla strage di Piazza Fontana e sul Circolo 22 marzo (http://andreacarancini.blogspot.co.uk/2013/08/da-ambrogio-fusella-mario-merlino.html). Articolo che merita attenzione ed una adeguata risposta.

L’articolo di Carancini inizia con un sensazionale “ scoop”: egli ci rivela che un suo amico, un “noto giornalista d’inchiesta”, gli ha inviato le foto – fino ad allora inedite su internet, dice – dei locali del “famigerato Circolo 22 Marzo, quello dei finti anarchici Merlino e Valpreda” dicendogli che era un regalo e che poteva anche pubblicarle sul suo sito. Suggerimento al quale il Carancini ha immediatamente dato seguito pubblicando su Scribd queste sensazionali foto (http://www.scribd.com/doc/124329752/Le-foto-inedite-del-Circolo-22-marzo-Valpreda-fascisti).

L’argomento e le foto, gli hanno fatto, guarda il caso, tornare alla mente che tempo prima aveva ricevuto un articolo di Vinciguerra che riguardava proprio quel circolo, e quindi decide di pubblicare anche questo scritto.(http://andreacarancini.blogspot.it/2013/02/vincenzo-vinciguerra-una-diversione.html)

Guardando con più attenzione le foto, racconta di essere stato colpito in particolare da un disegno: è un lampo di genio, può anche lui fare uno scoop come i suoi amichetti di merende.

Sorge spontanea una domanda: perchè mai un “noto” giornalista d’inchiesta avrebbe regalato a Carancini delle foto ancora inedite in internet? Un giornalista che regala, getta via, uno scoop ancora non ci era capitato! Purtroppo Carancini non dice esplicitamente il nome di questo magnanimo “donatore sano” di scoop, anche se più avanti nel suo scritto, parlando proprio del disegno che lo aveva colpito, ci racconta che il giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli gli avrebbe rivelato che tale disegno era opera, nientepopodimeno che di “Anna Bolena, il famigerato informatore/provocatore dell’epoca”.

A questo punto non è difficile immaginare chi sia stato a fargli quel ghiotto “regalo” fotografico.

Ormai siamo abituati a questo tipo di attacchi: quando si scrivono infamie su di noi, quando uno scritto imbastisce ignobili menzogne su di noi e sulla nostra storia, si può essere certi che dietro – per un verso o per l’altro – troviamo il nome di Paolo Cucchiarelli.

Come è noto noi siamo per la libera circolazione e diffusione di tutti i documenti, i materiali, che mettiamo in rete. Proprio perchè vogliamo verità e chiarezza stiamo facendo questo lavoro sul nostro blog, per consentire a tutti – non solo ai così detti esperti – di conoscere gli atti originali del nostro processo e di formarsi un’opinione in base agli atti e non per aver letto elucubrazioni dei vari “esperti” che scrivono sulla base delle loro supposizioni complottiste e sporche fantasie invece di attenersi a quanto gli atti processuali, verificati e certi, dicono e dimostrano senza ombra di dubbio. E naturalmente ci sono anche le nostre testimonianze dirette, di chi quella esperienza ha vissuto sulla sua propria pelle, e non per sentito dire!

Riguardo le cosiddette “foto inedite in internet”, possiamo affermare senza tema di essere smentiti che tali foto non erano affatto inedite, ma che erano state pubblicate nel nostro blog fin dal 17 gennaio 2012 (quindi quasi un anno prima di Carancini!) e più volte rilanciate anche nelle nostre pagine di FB oltre che in quelle di tanti altri compagni che ci seguono. Quindi possiamo tranquillamente affermare che Carancini su questo punto ha scritto una notizia falsa. Così come è falso e parto di pura fantasia (malata) quello che gli avrebbe detto il suo amico Cucchiarelli: ossia che il nome all’autore dell’opera sarebbe “Anna Bolena” cioè Enrico Rovelli, la spia dell’Ufficio Affari Riservati. Il disegno si trovava nella sede del circolo 22 marzo di Roma e non certo a Milano dove vive(va) Rovelli, il quale non ha mai messo piede della sede del 22 marzo! Ma come si sà per certa gente se i fatti non tornano…tanto peggio per i fatti!

D’altronde la disinformazione e la menzogna funzionano così: si dicono cose false tanto si è certi che nessuno si prende la briga di smentirle e poi, comunque vada, le smentite non hanno mai la stessa forza e circolazione per farle tornare nella spazzatura da dove provengono e il tarlo del dubbio, gettato nella rete, rimane.

Dobbiamo riconoscere che Carancini è sicuramente un vero genio perchè vede cose (chi sarà il suo spacciatore?) che le persone normali non vedono, e neppure riescono ad immaginare. La sua musa ispiratrice è stata questa foto.

 GV10

“L’emblematico “murales” del Circolo 22 marzo”

Lasciamo quindi parlare il nostro genio:

“Riguardo alle foto inedite, una su tutte mi colpisce: l’ultima, quella col disegno sul muro di quello strano personaggio sul cui cappello è stampata la lettera A (anarchia) e che reca in mano una bomba. Quello accompagnato da un fumetto con il seguente messaggio: “NO ALLA CULTURA”. Un particolare, soprattutto, non cessa di intrigarmi: il fatto che il detto personaggio indossi, oltre al poncho, anche una gorgiera [1], il tipico colletto pieghettato indossato dagli aristocratici del ‘500-‘600. Che c’entra la gorgiera con un bombarolo (presuntamente) anarchico? Ne riparleremo tra breve.”.

Per non tenervi troppo sulle spine quale sia il finale di tali alte riflessioni, salto alcuni paragrafi e torno alla citazione del racconto:

Torniamo ora all’enigmatico disegno di cui parlavamo all’inizio: Paolo Cucchiarelli mi dice essere opera di “Anna Bolena”, un famigerato informatore/provocatore dell’epoca.” [….]

La sua caratteristica [quella del disegno. Ndr] è quella di essere composto di elementi eterogenei solo all’apparenza, ma che in realtà costituiscono una sorta di ideogramma del perfetto provocatore: il poncho, la gorgiera e il cappello.

Il poncho, indumento tradizionale dell’America latina, è da sempre emblema dei colonizzati e degli sfruttati del medesimo continente (e, per estensione, dei poveri di tutto il mondo): in questo caso costituisce l’apparenza di “sinistra” del provocatore.

La gorgiera invece sta a significare: a parole stiamo con gli sfruttati, ma nei fatti lavoriamo per mantenere (e per estendere) i privilegi dei dominanti.

Certo, è curioso che i neofascisti dell’epoca abbiano pensato proprio alla Spagna coloniale, come simbolo del potere (anche se è noto che la Spagna di Franco fu un punto di riferimento per tutti costoro): non escludo che “Anna Bolena” si sia ispirato proprio allo sceneggiato di Bolchi, che in quegli anni ebbe un enorme successo!

Da notare anche il cappello, che assomiglia proprio al tipico cappello a punta del mago: ecco, tra i corsi e i ricorsi della storia, proprio la magia e l’esoterismo potrebbero essere visti come l’elemento – il valore aggiunto – che differenzia i moderni agenti provocatori dal manzoniano Fusella. È ben noto infatti, seppur solo agli addetti ai lavori, l’importanza dell’esoterismo nella formazione dei neofascisti atlantici “di servizio” (come li ha definiti Vinciguerra).

Quanto al messaggio “NO ALLA CULTURA”, è chiaro che uno degli strumenti per mantenere (e estendere) i privilegi dei dominanti è proprio quello di impedire la crescita culturale complessiva della nazione, che renderebbe evidenti (e insopportabili) a tutti i detti privilegi.

Questo è, purtroppo, il lascito più persistente dei vecchi arnesi della strategia della tensione, come si vede dalla politica dei tagli alla cultura dei governi degli ultimi decenni, anche dei più recenti.

Scusate se abbiamo riportato quasi tutto l’articolo, ma lo meritava davvero! Riuscire a vedere, a “leggere”, tanti particolari e significati in quel disegno non è certo cosa da tutti.

Abbiamo già detto che “Anna Bolena” non ha nulla a che fare con il disegno e abbiamo deciso di fare anche noi uno scoop, rivelando il nome del vero autore di quel disegno sul muro del 22 marzo: fu eseguito materialmente dal nostro compagno Emilio Bagnoli, ispirato da alcuni disegni già da anni circolanti in volantini e stampe anarchiche. Anche due emeriti cretini come Cucchiarelli e Carancini avrebbero potuto fare una semplice ricerca in internet per sapere la storia di quel personaggio raffigurato.

Ad esempio andando a http://anarchicipistoiesi.noblogs.org…leggiamo questa storia:

Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d’immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt…soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell’immagine e nello spirito.

Anarchik è forse il primo tentativo di dare alla propaganda anarchica un tono meno paludato e serioso di quello tradizionale, almeno dal dopoguerra in poi. Sua madre quindi è certa, l’anarchia. Il disegnatore è Roberto Ambrosoli, anarchik nasce all’epoca del depliant “Chi sono gli anarchici”, prodotto nel 1966 dal gruppo Gioventù Libertaria di Milano. Qui, a corredo dello scritto, compare un tizio già dotato di quegli elementi che poi caratterizzeranno il personaggio, cappellaccio a falda larga e ampio mantello, il tutto rigorosamente nero, come nera è la mise (non chiaramente definita) che sta sotto.

Lo stile del disegno è di evidente derivazione fumettistica, sintetico ed essenziale nel tratto, molto contrastato, un po’ “americano” ma ancora tendenzialmente “naturalistico”, nel drappeggio del mantello, nei pantaloni spiegazzati, nelle scarpe deformate da piedi fuori misura. L’approccio è comunque caricaturale, e ironizza sullo stereotipo anarchico della vulgata reazionaria: sotto il cappellaccio il tizio esibisce un nasone e una barba mal curata (altri elementi destinati a rimanere, in seguito) e guarda il lettore con un sorrisetto complice, estraendo dal mantello parzialmente aperto il gadget tipico dell’anarchicità banalizzata, la bomba. Una bomba “classica” e dunque antiquata, sferica, anch’essa nera, con tanto di miccia già pericolosamente accesa e relativo filo di fumo.Dopo l’esordio su Il Nemico dello Stato, Anarchik, vive nel 1968 e nel 1969 una vita precaria su volantini e opuscoletti (ma anche su manifesti seriografati), per approdare poi, nel 1971, sulle pagine di A-Rivista anarchica, dove rimane più a lungo, con una presenza all’inizio relativamente stabile e la funzione, nelle intenzioni del disegnatore, di fare del semplice “umorismo libertario”. L’impostazione del fumetto si fa leggermente più complessa, evolvendo dalla singola striscia al modello a nove vignette (tre file di tre) e grazie alla maggiore disponibilità di spazio le storie diventeranno meno verbali e più dinamiche. Vi compare, a volte, un tipico “antagonista-vittima”, il prete, grasso e un po’ patetico (niente a che vedere con gli omoni grotteschi e bestiali de L’Asino), che fugge con la tonaca alzata di fronte alla minaccia della bomba di Anarchik.

Tale periodo spensierato termina presto. Il maggio ’68, la strage di Stato e tutto ciò che ne segue, impongono un atteggiamento più consapevole e il nostro si dedica, sempre a modo suo, a commentare o sottolineare aspetti considerati importanti di quanto va accadendo. Si sveglia da un incubo in cui alcuni leader rivoluzionari svelano le proprie intenzioni autoritarie (allusione a certe componenti marx-leniniste delle lotte studentesche e operaie), oppure si presenta alla polizia munito di certificato medico, per giustificare con motivi di salute l’esigenza di essere interrogato a finestre chiuse (allusione al volo di Pinelli dalla finestra della Questura milanese).

E’ la fase certamente più intensa della vita pubblica di Anarchik, durante il quale l’accresciuto impegno politico determina la scomparsa della bomba, dimenticata in giro, o nascosta nell’attesa di tempi migliori, come preferite. In un momento segnato dalla ricorrente presenza di altre bombe, non anarchiche e assolutamente non umanitarie, l’uso di un simile strumento per scopi ludici appare inopportuno.”

Nel nostro blog abbiamo anche pubblicato l’opuscolo “Chi sono gli anarchici” di cui si parla nel pezzo, essendo parte del materiale sequestrato a casa di alcuni nostri compagni, la cui copertina qui vi riproponiamo:

 Chi sono gli anarchici

Carancini sembra ignorare anche che i contadini italiani usassero indossare un ampio tabarro con il cappello di feltro. Anche qui una semplice ricerca avrebbe aiutato il nostro eroe a non sparare cazzate sul presunto… poncho latinoamericano! :

http://it.wikipedia.org/wiki/Tabarro_(abbigliamento)

Nel campo dell’abbigliamento, la parola tabarro indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro, solitamente nero, ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

In Italia, durante il fascismo, viene considerato un elemento d’ispirazione anarchica, e soprattutto in città è praticamente proibito portarlo. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

Credo che anche il lettore più distratto guardando il disegno possa intuire che la famosa gorgiera di cui farnetica Carancini non è altro che una banale… barba. E ci vuole una bella fantasia o tanto vino per trovare una somiglianza tra il cappello indossato da Anarchik con “il tipico cappello a punta del mago”!!

Ultimo appunto. Il “No alla cultura” per noi ragazzi del ’68 aveva solamente un significato ben preciso, quello di dire No alla cultura dei Padroni! Siamo convinti che la conoscenza, la cultura generale siano – ieri come oggi – delle armi necessarie per la liberazione dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Così come siamo altrettanto convinti che ci sia una una cultura di Classe, cultura usata dai potenti per perpetuare il loro dominio. E ci permettiamo anche di dubitare – in base agli scritti di questi signori – che la cultura abbia trovato spazio nel cervello dei vari Cucchiarelli, Carancini o Vinciguerra.

Dire anarchici non basta… e infatti l’Espresso andò molto oltre nel confondere le acque di Enrico Di Cola (vedi articolo de L’Espresso 28 dicembre 1969)

6 aprile 2013

L’articolo dell’Espresso, che riportiamo per intero in altra pagina del Blog, dimostra come la stampa borghese, anche quella considerata democratica e liberal, contribuì sin dai primi  giorni – in modo vergognoso – a costruire l’immagine degli anarchici del 22 marzo come “ambigui” e “mostri”, aiutando così la magistratura a coprire le tracce dei veri colpevoli della strage di stato.

L’articolo, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja, è esemplare nel mostrare come la stampa dell’epoca si fece complice del potere riportando solo le tesi colpevoliste e cassando invece ogni voce che venisse dall’interno del 22 marzo tendente a gettare luce sulla nostra breve esperienza politica.

Faccio subito una premessa: la mia è una testimonianza diretta dei fatti e non un sentito dire. Infatti il “Giacometto” di cui quei signori giornalisti parlano sono in realtà io. All’epoca dell’intervista ero già attivamente cercato dalla polizia (il mandato di cattura arriverà però solo nel gennaio del ’70) e avevo assunto come nome convenzionale da usare con gli estranei, Giacomo (Giacomino o Giacometto). Gli autori dell’articolo sapevano che ero un militante del 22 marzo (i compagni che mi avevano portato li garantivano questo) e si erano impegnati a non rivelare la mia vera identità.

Non ricordo se andai a casa di Mieli o di Scialoja per rilasciare quella lunga intervista. Ero accompagnato da un paio di compagni che conoscevano uno dei giornalisti dall’università e di cui si fidavano abbastanza per la sua correttezza.

Quello che posso dire con certezza è che nulla di quanto io dissi venne poi pubblicato. Non mantennero neanche la parola data di non rivelare il mio nome. Peggio ancora: non lo dissero ai lettori, ma lo fecero capire alla polizia! (…”Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata”).

Non affronterò tutti i punti controversi o falsi dell’articolo, ma mi limiterò a controbattere i più grossolani.

Come è noto, non è vero che Gargamelli partecipò alla riunione che si tenne nel nostro circolo quel 12 dicembre. Il suo alibi – di ferro – era ben altro: si trovava a chilometri di distanza dal nostro circolo, intento a riparare un motorino. Scrivere, come fece l’Espresso, che lui era presente alla riunione significava mettere in discussione il suo alibi, ed era esattamente quello che i magistrati si sforzavano di fare.

Va sottolineato che, a differenza di altri compagni del gruppo, io non potrei mai aver fatto confusione sulla presenza o meno di Gargamelli a quella conferenza. Infatti conoscevo Gargamelli da almeno tre anni, eravamo compagni di scuola, vivevamo a due passi l’uno dall’altro, eravamo molto amici e ci vedevamo o sentivamo tutti i giorni. E, quasi sempre, essendo vicini di casa ci incontravamo per andare al circolo assieme. Sapevo quindi che non sarebbe venuto al circolo quel giorno.

Il “Cobra” non partecipò mai a nessuna riunione del gruppo. Lui venne una sola volta al circolo per tenere una conferenza sulla storia delle religioni. Conferenza non da noi voluta o organizzata ma solamente ospitata per fare un favore a Roberto Mander, compagno del circolo anarchico Bakunin (nella cui sede in un primo momento si sarebbe dovuto tenere l’incontro). Di conseguenza è evidentemente falso che in quell’occasione – in cui erano presenti diversi ospiti da noi non conosciuti venuti per la conferenza – si fosse potuto parlare di “riforme organizzative” o di altro che riguardasse il gruppo.

Quanto sopra detto smentisce categoricamente la versione dei fatti da loro riportata che avrebbe visto Roberto Gargamelli e “Giacometto” (cioè io) recarsi allo studio dell’avv. Nicola Lombardi (in cui per altro non sono mai stato). Come i miei interrogatori dimostrano, fin dal 12 dicembre io affermai che finita la conferenza mi ero recato alla LIDU (Lega italiana dei diritti umani) assieme ad altri due compagni Emilio (Bagnoli) e Amerigo (Mattozzi) di cui feci solo il nome ma non il cognome.

Neanche la ragione per cui ci recammo alla LIDU corrisponde alla realtà dei fatti. Vero è che volevamo denunciare la polizia per le persecuzioni di cui eravamo da tempo oggetto, ma ovviamente ciò nulla aveva a che fare con l’aggressione che subimmo io, Valpreda e Gargamelli a Trastevere e che si concluse con una settimana chiusi nel carcere di Regina Coeli. L’episodio che volevamo denunciare avvenne la mattina del 19 novembre (stessa giornata ma prima della “rissa”), quando, assieme ad una decina di altri compagni, venimmo perquisiti e “arrestati preventivamente” dalla squadra politica dalla Questura romana. La ragione ufficiale di tale fermo sarebbe stata di impedirci di partecipare alle manifestazioni di piazza dove – secondo le loro malate fantasie – avremmo progettato di provocare incidenti. Fummo rilasciati dopo molte ore, quando le manifestazioni erano ormai concluse. In questa occasione alcuni di noi (tra cui io) vennero anche minacciati pesantemente dal commissario Improta (“a te ti teniamo d’occhio, attento, te la faremo pagare”).

L’articolo, così come impostato, sembra quindi puntare a distruggere l’alibi di Gargamelli invece di raccontare la verità di come si svolsero i fatti. Fa pensare a qualche voce interessata raccolta o “suggerita” in Questura che evidentemente, per i giornalisti, era considerata più attendibile della storia, quella vera, che io gli avevo raccontato.

É arcinoto che il 22 marzo da noi anarchici fondato nel novembre del ’69 nulla avesse a che fare con il XXII marzo fondato dai fascisti nel ’68 e morto pochi mesi dopo. Se vogliamo poi dirla tutta, altro fatto noto anche all’epoca  il XXII marzo dei fascisti e di Merlino si rifaceva alle lotte del movimento studentesco francese di Nanterre, ma non si era mai definito “anarchico”. Questi figuri volevano infatti infiltrarsi nel movimento studentesco e non tra gli anarchici, che peraltro all’epoca neanche avevano un luogo fisico dove incontrarsi! Non a caso prima di arrivare ad infiltrarsi tra agli anarchici, Merlino si era infiltrato ed aveva fatto opera di provocazione  – senza alcuna difficoltà – in almeno due dei gruppuscoli di sinistra dell’epoca.

E’ quindi totalmente falso e depistante parlare di “travasi” o passaggi tra il 22 marzo anarchico e il XXII marzo fascista. Noi non “emigrammo” dal Bakunin al 22 marzo, noi semplicemente abbandonammo il Bakunin (che faceva riferimento alla FAI, mentre nessuno di noi vi aveva aderito). Per questo motivo è anche sbagliato parlare di scissione. In un primo momento infatti, a dispetto di tutta la storiografia imperante, non avevamo ancora deciso niente. Non ci andava di convivere con i compagni del Bakunin ma non avevamo ancora neanche deciso se strutturarci o meno in gruppo! Tra noi “fuoriusciti” vi erano infatti sia organizzatori che antiorganizzatori, individualisti e comunisti anarchici, chi tendeva verso la Fai e chi per i Gia e così via. Vorrei che qualcuno ci spiegasse come sia possibile fare una “scissione” da qualcosa al quale non si è mai “aderito”!!

Detto ciò è evidente che non ci stava ne poteva esserci nessun altro “ex fascista” che conoscesse bene l’attività del nostro gruppo, come l’articolo vuol far intendere. L’unica cosa che si può ricavare da quell’articolo è che vi era già una verità di stato – meglio detto una menzogna di stato – che doveva essere raccontata , e a questa “verità” anche molti “onesti” giornalisti si assoggettarono senza vergogna alcuna.

Perché le spiegazioni di Paride Leporace sulla sua partecipazione al dibattito con Delle Chiaie non mi convincono di Enrico Di Cola

12 ottobre 2012
Per leggere lo scritto di Paride Leporace:  http://www.ilquotidianocalabria.it/news/il-quotidiano-della-calabria/353034/Io-al-dibattito-con-Delle-Chiaie–Vi-spiego-perche-ci-sono-andato.html

Caro Paride,

Siamo in tanti, giornalisti o meno, a cercare notizie in archivi spariti o meno, o da testimoni in punto di morte (o in buona salute che sia), ma non tutti pensiamo che dialogare con i mestatori e disinformatori di professione possa essere utile.

Nessuno mette in dubbio che tu, come giornalista possa avere interesse a fare un’intervista a quel lugubre figuro in camicia nera. Ma questo è cosa totalmente differente che il partecipare ad un “dibattito” seduto al suo fianco nello stesso tavolo.

Sapevi da giorni che vi sarebbero state manifestazioni per impedire a quel “signore” di parlare per esaltare il suo “glorioso” passato al servizio di vari assassini, torturatori e dittatori. E quindi non vedo perché ti stupisci e indigni per quello che è successo.

Ovviamente sei liberissimo di fare ciò che ritieni giusto e in cui credi. Mi pare però profondamente ingiusto che per difendere la tua partecipazione all’evento tu sia ricorso a metafore – si fa per dire – che sanno di demonizzazione (ritengo che “oggi l’antifascismo militante una pericolosa guerra in trappola di cui beneficia il Potere” ecc.) coloro i quali volevano esercitare quella stessa tua libertà di espressione, sia pur su posizioni diverse dalla tua. Il loro dissenso verso l’iniziativa, il fatto che tu creda ad una cosa, non vuol dire automaticamente che tutti gli altri abbiano torto!

Dici che volevi rappresentare il tuo punto di vista, e certamente lo hai fatto, ma in quel contesto e con quel tipo di “pubblico” di nostalgici, credi davvero che sia stato sentito o possa aver fatto breccia in alcuno? E soprattutto, credevi davvero che uno scaltro come il famigerato “er caccola” si sarebbe lasciato blandire dalle tue parole e avresti potuto “raccogliere elementi preziosi” e nuovi per le tue “valutazioni e conoscenze”? Se questo è avvenuto non lo hai ancora scritto e quindi aspettiamo che tu ce lo renda noto quanto prima, seppure io mi permetto di dubitarne.

Il mio disagio, la mia frustrazione e rabbia –a fatica repressa – per l’episodio non riguarda la tua persona (ti conosco solo per quello che dici e scrivi. Sono un tuo attento lettore e, almeno fino a ieri, ero anche un tuo estimatore). No, quello che mi colpisce di più è oggettivamente che ti sei prestato, ti sei aggiunto, a quel sempre più nutrito gruppo di persone con un passato di sinistra che vorrebbero “pacificare”( ritiene oggi l’antifascismo militante una pericolosa guerra in trappola di cui beneficia il Potere), far dialogare tra loro (“…credo nella soluzione sudafricana della guerra che combattemmo da punti opposti; chi sa parli e dica tutto) assassini e vittime, torturatori e torturati. No, a tutto questo io non credo, contro tutto questo io mi oppongo. La “soluzione sudafricana” che tu caldeggi, è già in atto da tempo (l’abbraccio – voluto da Napolitano – tra Licia Pinelli con la vedova di Calabresi cioè l’assassino di Pino tanto per citare il caso più famoso), oppure l’apertura di credito alle “rivelazioni” spesso false e allucinanti di un fascista e assassino del calibro di Vincenzo Vinciguerra (vedi la collaborazione tra la fondazione Cipriani e Vincenzo Vinciguerra) oppure il libro di fantascienza politica scritto del magliaro Paolo Cucchiarelli (area PDS-Pd) infarcito di depistaggi provenienti essenzialmente da due fascisti – uno è il solito viscido mentitore Vinciguerra, l’altro un fantomatico Mister X – e il Depistatore per eccellenza (e già condannato per questo suo vizietto): il bugiardo di stato, vicecapo degli Affari Riservati all’epoca dei fatti e inviato fin dal 12 dicembre a Milano per nascondere le piste che portavano al suo padrone e indirizzarle invece contro gli anarchici, al secolo Silvano Russomanno.

I “testimoni” come i Delle Chiaie o i Mario Merlino (vedi sue testimonianze su Valle Giulia o su i suoi rapporti con noi) o fascistucoli simili, non sono altro che gli stessi personaggi che da anni, e soprattutto negli ultimi, sono tra i più impegnati – attraverso scritti e interviste – nella riscrittura della storia del nostro paese. Vorrebbero far credere che siamo tutti uguali e che tutti, in un modo o nell’altro siamo ugualmente colpevoli. Che destra e sinistra si toccavano e confondevano senza difficoltà alcuna. Tutto questo per pulire le loro mani grondanti di sangue innocente e per aiutare l’opera dei loro “nipotini” che cercano ancora oggi di uscire dalle fogne, di provocare e intorpidire gli animi e le menti dei più giovani e dei più indifesi (cacca Puond et similia docet!)

Caro Paride, anche se gli anni passano, le menzogne di questi personaggi non cambiano. Le verità restano le stesse di ieri e così le menzogne.

Finché avrò un filo di energia mi batterò affinché tali personaggi sia sempre smascherati e isolati politicamente e fisicamente da ogni contatto con i compagni in lotta. Non può esservi pacificazione con il nemico, né quello di ieri né quello di oggi, almeno finché la GIUSTIZIA (e non intendo quella dei tribunali borghesi) e la VERITÀ (una volta si diceva quella rivoluzionaria) non avranno trionfato e ogni tipo di oppressione dell’uomo sull’uomo non sia terminata.

Io non dimentico, io non perdono.

Enrico Di Cola

(ex circolo 22 marzo di Roma)

P.S.

Io sono testimone e non proprio in buona forma, ma non ricordo che tu mi abbia cercato per raccogliere le mie memorie. E’forse perché la mia testimonianza non provocherebbe scalpore o interesse da parte dei tuoi colleghi? No scoop, no party?