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2014 12 14 Il Garantista – Il 12 dicembre 1969 Bombe su Roma. La testimonianza di Enrico Di Cola

8 gennaio 2015

(testo integrale, leggermente diverso da quello apparso sul giornale Il Garantista, per ragioni di spazio) 

2014 12 14 Il Garantista - Quel giorno fui torturato per incastrare Valpreda

Quella giornata del 12 dicembre 1969 era iniziata per me come una giornata qualsiasi. Avevo da poco compiuto i 18 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni) ero studente di un istituto tecnico industriale ma più impegnato a partecipare a riunioni, manifestazioni o incontrare i miei compagni di fede piuttosto che frequentare la scuola. Quella mattina non andai a scuola ma rimasi in casa fino al primo pomeriggio e poi – come ero solito fare – mi recai alla sede del nostro circolo, il 22 marzo, in via del Governo Vecchio.

Il giorno precedente un compagno mi aveva telefonato per avvertirmi che ci sarebbe stata una conferenza sulla storia delle religioni che inizialmente doveva tenersi al circolo Bakunin di via Baccina. Anche se la tematica non mi interessava andai comunque perché volevo incontrarmi con i miei compagni ed amici (diversi dei quali erano anche miei compagni di scuola).

Terminata la conferenza, assieme a Emilio Bagnoli e Amerigo Mattozzi, ci recammo alla sede della Lega dei diritti dell’Uomo, a Piazza SS. Apostoli, perchè volevamo fare una denuncia contro le persecuzioni a cui ci sottoponeva la polizia politica romana.

In molti di noi si erano accorti di essere seguiti, diverse volte eravamo stati fermati ed identificati mentre passeggiavamo per strada (a me era successo un paio di volte mentre mi trovavo assieme a Pietro Valpreda), il 19 novembre – giorno dello sciopero nazionale per la casa – in una decina di compagni venimmo fermati “preventivamente” e trattenuti in Questura per molte ore per impedirci di partecipare a quella manifestazione. Come noto la sera stessa, dopo essere stati rilasciati dalla Questura, fummo aggrediti a Trastevere e così io, Valpreda e Gargamelli finimmo la giornata dietro le sbarre di Regina Coeli. Qualche giorno dopo un altro giovanissimo compagno, Angelo Fascetti, viene fermato e interrogato dai carabinieri perché sospettato per un attentato ad una caserma dell’arma.

Già alla fine di ottobre, mentre io, Bagnoli, Muki e Valpreda ci stavamo recando a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ad alcuni compagni che dovevano essere processati, venimmo fermati dai carabinieri e – grazie al famigerato art.41 del TULPS – fummo perquisiti in cerca di armi o esplosivi.

Mi fermo qui perché sarebbe troppo lungo elencare i tantissimi episodi che dimostravano che subimmo il quel breve periodo di vita del nostro circolo quanto forte fosse “interessamento” degli apparati repressivi verso di noi e come non vi fosse un solo minuto della nostra vita che non venisse controllato e registrato. Tutte queste “attenzioni” ci avevano indotto a pensare che fosse necessario da parte nostra fare una qualche “contromossa” – cioè di denunciare la polizia – per portare alla luce di tutti questa continua persecuzione. Era questo il motivo per cui ci recammo, come detto, alla Lega per i diritti Umani quella sera.

Appena arrivati nei locali della Lega ci dissero subito che erano scoppiate alcune bombe a Roma e Milano e che c’erano dei morti e quindi, ovviamente, non era il momento giusto per sporgere la nostra denuncia.

Con Emilio e Amerigo ci precipitammo a comprare un giornale per capire meglio cosa fosse accaduto e tornammo in sede per avvertire i compagni che erano rimasti dopo la conferenza. Assieme decidemmo che l’unica cosa che potessimo fare fosse di tornare a casa e seguire in televisione cosa stesse succedendo. Ci lasciammo dandoci appuntamento al giorno seguente dopo esserci accordati che prima di andare in sede avremmo dovuto fare un giro di telefonate a tutti i compagni per sentire se qualcuno avesse avuto problemi.

Dato le persecuzioni che avevamo subito in precedenza davamo quasi per scontato che alcuni di noi sarebbero stati nuovamente “attenzionati” ma certamente non pensavamo che fosse già troppo tardi per evitare che la trappola, la tagliola, ci si conficcasse nella pelle.

Arrivato a casa, dopo aver visto il telegiornale, andai a letto a dormire. Il mio sonno non durò molto perché verso le 22,30 – 23 mi risvegliai con un mitra puntato in faccia (anche mio fratello subì lo stesso trattamento sebbene non avesse mai svolto attività politica in vita sua) e dopo la perquisizione fui condotto nei locali della Legione Territoriale dei Carabinieri. Per prelevarmi era stato predisposto uno spiegamento di forze davvero imponente: almeno una decina di agenti armati di tutto punto, appostati persino sulle scale di casa.

Il primo interrogatorio, che si svolse in maniera “normale” – per quello di normale può esserci un interrogatorio di polizia -, avviene alle 23,55 finto il quale vengo rinchiuso in una stanzetta vuota a parte alcune sedie.

Qui passo – senza ovviamente poter dormire – la notte. Ero convinto di dover essere rilasciato al più presto in quanto per l’ora delle bombe, quelle esplose a Roma avevo un alibi (la conferenza) . Ma mi sbagliavo.

La mattina seguente verso le 11, senza aver potuto bere un bicchiere d’acqua o mangiare qualcosa, mi vengono a prelevare e mi portano al secondo o terzo piano dove si trovava la porta che conduceva nei locali della squadra omicidi. Non ci sono i carabinieri che mi avevano interrogato la sera precedente e subito mi accorgo che ben diversa è l’aria che si respira.

Nel secondo verbale delle 11,10 compare per la prima volta il nome di Pietro Valpreda e mi si chiedono ragguagli su di lui. Anche nel terzo ed ultimo verbale che sarebbe iniziato alle 17,30 si parla di Valpreda, cioè mi viene chiesto di confermare l’indirizzo in cui abita a Roma.

Prima di procedere con queste mie memorie penso sia utile dire, ricordare, alcune cose soprattutto per i più giovani. Prima di tutto, come avrete notato, io ho citato solamente gli orari di inizio interrogatorio ma non quelli della loro fine. Infatti questi non venivano mai riportati. Per cui non è possibile sapere quanto un interrogatorio durava veramente. Altra cosa da non trascurare è che la verbalizzazione avveniva sotto la dettatura del funzionario che interrogava e quindi non erano le tue parole che poi comparivano ma l’interpretazione che questi faceva di quello che tu dicevi. Tu potevi solo rettificare il verbale che ti facevano vedere a fine interrogatorio o rifiutarti di firmarlo, nel qual caso ricominciava tutto da capo.

In realtà il mio fu un unico lunghissimo, ininterrotto, interrogatorio iniziato alle 11 del mattino e terminato verso le 19,30- 20, ora in cui venni rilasciato.

Durante questo interrogatorio-fiume dovevo stare seduto immobile mentre mi schiaffeggiavano, mi vennero tirati capelli e barba, mi puntarono un tagliacarte alla gola minacciandomi di morte… Il tutto avveniva al buio quasi completo tranne la lampada che mi veniva puntata in faccia per impedirmi di vedere quando partivano i colpi. Ogni tanto si davano il cambio entrava il carabiniere “buono” che cercavano di blandirmi con promesse di soldi e tranquillità per il resto della mia vita. Mi suggeriva di dargli qualcosa, qualcuno su cui buttarsi, se volevo evitare il peggio quando sarebbe rientrato il “cattivo”… e così via per molte ore.

Questo trattamento “speciale” aveva un unico scopo: quello di farmi firmare un verbale in bianco, oppure che mettessi a verbale di aver visto Valpreda partire per Milano con una scatola per scarpe piena di esplosivo. E badate bene che siano al 13 dicembre quando ancora, almeno ufficialmente, il nome di Valpreda non era ancora stato fatto da nessuno!

Quella sera stessa, improvvisamente e inaspettatamente, venni rilasciato ma prima di farlo si premunirono di farmi capire che qualsiasi cosa avrei raccontato nessuno mi avrebbe mai creduto (la tua parola contro la nostra) e che potevano in qualsiasi momento ammazzarmi e far passare la mia morte come un incidente, magari stradale.

Feci ritorno a casa facendo molta attenzione mentre traversavo la strada e guardandomi in continuazione dietro le spalle per vedere se ero seguito. La mattina seguente mi vennero a trovare 4 o 5 compagni a cui raccontai lo strano interrogatorio che avevo subito e il fatto che mi volevano far incastrare Valpreda.

Vi era un particolare che era sfuggito agli inquirenti durante l’interrogatorio che mi sembrava importante verificare. Mi diedero infatti dei particolari sulla partenza di Pietro da Roma che io non conoscevo. Parlarono dell’incontro avvenuto tra Valpreda e Emilio Borghese prima della sua partenza per Milano. Io non ero stato testimone e non sapevo nulla di questo incontro e quindi era evidente che qualcun altro lo aveva raccontato oppure che i carabinieri lo sapessero perché anche loro seguivano passo a passo i movimenti di Pietro.

I compagni mi dissero che avevano fatto un giro di telefonate e gli risultava che mentre alcuni erano stati rilasciati altri erano stati appena fermati per cui non era ancora possibile fare un bilancio di quanto stava avvenendo. Un aiuto per sapere queste cose ci venne dato dai quotidiani che pubblicarono, in quei giorni, gli elenchi con i nomi dei fermati. Decidiamo dunque di recarci al circolo perché eravamo sicuri che man mano che i compagni sarebbero stati rilasciati di li sarebbero passati.

La mattina del 16 dicembre, mentre mi trovo davanti scuola, vengo a sapere dell’assassinio di Pino Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano. La stessa sera, dopo essere stato al circolo, prendo l’autobus per tornare a casa. Appena seduto alzo lo sguardo di fronte a me e vedo un signore che sta leggendo un giornale della sera su cui troneggia un titolo a tutta pagina sull’arresto di Valpreda. Se già prima ero sconvolto, avevo avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Pinelli in un paio di occasioni, la notizia dell’arresto di Pietro mi lascia completamente disorientato e terrorizzato. Le voci che giravano da un po’ di tempo sulla preparazione di un colpo di stato mi sembrava stessero prendendo forma.

Appena rientrato in casa ricevetti la telefonata di una compagna che mi invitava a recarmi subito nella redazione di Paese Sera per parlare con un giornalista suo amico, visto che le notizie che circolavano su di noi nelle redazioni erano davvero ignobili e false. Mi recai a Paese Sera e mi accordai con il giornalista: io avrei raccontato la storia del 22 marzo e lui mi avrebbe permesso di rimanere nei locali del giornale sino al mattino. Io rispettai il patto, ma dopo qualche ora il giornalista mi disse che continuavano ad arrivare foto di Valpreda con me (quelle dello sciopero della fame) e quindi era troppo pericoloso farmi restare li e mi invitò a lasciare immediatamente i locali. Io con la compagna che mi aveva chiamato ed un altro compagno che era andato al giornale con lei lasciammo i locali. La mattina dopo, quando telefonai a casa, venni a sapere che era passata la polizia a cercarmi. E’ in questo momento che inizia la mia latitanza.

Sono stati mesi difficilissimi. Non potevo appoggiarmi agli anarchici che erano i più controllati mentre era molto difficile relazionarsi ai compagni della sinistra che erano troppo spaventati e molti avevano già iniziato ad essere intossicati dalla disinformazione ufficiale. Ho potuto contare solo nell’appoggio di pochi compagni che mi conoscevano da anni per il mio impegno con il movimento studentesco degli studenti medi.

Ho girato in moltissimi appartamenti di compagni sotto falsi nomi e raccontando storie sempre diverse per evitare di essere individuato, solo dopo parecchi mesi quando la repressione si era estesa e molti altri compagni erano costretti a nascondersi per aver preso parte a manifestazioni, scontri con la polizia o altre azioni di contestazione, cominciarono a riaprirsi altre porte. La maggior parte di quei mesi li passai in solitudine totale e senza mai poter uscire di casa durante il giorno e solo raramente potevo concedermi qualche passeggiata di notte per non rischiare di compromettere le persone che mi aiutavano. Ci sono voluti due anni prima che trovassi il modo di procurarmi un passaporto, fuggire dall’Italia e raggiungere la Svezia dove chiesi ed ottenni l’asilo politico.

In realtà la mia fuga dall’Italia non fu una scelta individuale. Avevo parlato in diverse occasioni con compagni anarchici, soprattutto della Crocenera, con il mio avvocato Eduardo Di Giovanni e con alcuni compagni impegnati nella controinformazione ed assieme a loro avevo valutato diverse opzioni.

Va ricordato che in quel momento la situazione era molto buia sia a livello generale – nell’arco di due anni si era creato un lungo elenco di testimoni scomodi morti in circostanze misteriose, di inizio di un processo contro di noi non se ne vedeva traccia, – sia a livello personale, inizialmente ero ricercato per associazione a delinquere, ma nell’aprile del 1970 dopo una perquisizione nella mia casa venne aggiunto un nuovo reato: quello di detenzione e possesso di materiale di cui è vietata la divulgazione (spionaggio) per aver scritto in un quaderno i nomi di alcune basi Nato in Italia tratti da un opuscolo diffuso …della FGCI! E come non bastasse a tutto questo si era aggiunta anche la renitenza alla leva.

E’ in questo contesto che decisi che la cosa migliore da fare era qualcosa che da un lato mi permettesse di alleggerire la mia situazione psicologica per qualche tempo, e cioè poter girare tranquillo per strada anche di giorno, poter fare le cose normali che tutti fanno, come poter andare in un ristorante o entrare in un negozio e dall’altra di poter fare qualcosa per aiutare i compagni in galera. Chiedendo asilo politico e inviando una lettera in cui sfidavo le autorità italiane a chiedere la mia estradizione, volevo stanarli di fronte ad un Tribunale svedese per far conoscere all’estero qual era la vera situazione della “democrazia” in italia. In realtà questa nostra ipotesi non si concretizzò per un beffardo scherzo del destino. Quando inviai alle diverse autorità italiane la lettera per comunicare che mi trovavo in Svezia e che le sfidavo a chiedere la mia estradizione, il primo processo Valpreda a Roma era iniziato e dopo poco terminato per essere rinviato alla sua sede naturale, cioè Milano. Ma come sapete Milano si rifiutò di tenerlo per timore di chissà quali presunti scontri di piazza e – con un colpo di genio – la Corte suprema di Cassazione decise di far tenere il processo nel luogo più lontano possibile dalla sua sede naturale spedendo tutto a Catanzaro.

Qui potevano essere sicuri che il lievitare a livelli astronomici dei costi economici gli avvocati della sinistra extraparlamentare non avrebbero potuto garantire una loro presenza costante e quindi una nostra adeguata difesa. E questo avvenne.

Comunque, come dicevo, il giudice istruttore di Roma che si trovò tra le mani la nota sulla mia presenza in Svezia non poteva più chiedere la mia estradizione perché la cosa non era più di sua pertinenza e si limitò a scrivere una nota per i giudici di Milano…che nel frattempo erano anche loro stati esautorati della pertinenza e tutto finì negli scatoloni inviati a Catanzaro. Per quanto ne so non arrivò mai nessuna richiesta di estradizione contro di me e io restai in quel paese per poter aiutare altri compagni che avessero avuto bisogno di trovare un rifugio tranquillo e per impegnarmi a far conoscere la nostra storia.

nota

Leggendo recentemente gli atti istruttori e quelli dei processi di Catanzaro posso azzardare un’ipotesi sul perchè i carabinieri furono costretti a rilasciarmi.

Il gioco dei fermi e arresti che era gestito dall’Ufficio Affari Riservati tramite la squadra politica romana, era in funzione di dare una parvenza di legalità agli atti processuali. Per cui il fermo di uno di noi, di un compagno del gruppo, non poteva essere fatto prima che qualcuno di noi facesse quel nome, magari per dire cosa aveva detto o fatto in qualche occasione e chi era presente in tale occasione. Solo a quel punto si poteva giustificare il fermo di un altro compagno.

Come sappiamo in realtà non avevano bisogno di fare questa sceneggiata perché avevano infiltrato un poliziotto tra di noi (anche se ci vorranno dei mesi perché il suo nome salti fuori ufficialmente) e quindi già sapevano i nostri nomi e tutto quello che gli serviva per incastrarci.

Comunque gli uomini dell’Ufficio politico della questura seguirono questo schema che probabilmente doveva servire per dimostrare che stavano svolgendo indagini a tutto campo ma che queste portavano sempre a noi.

All’interno di questo meccanismo avviene un errore. Vengo fermato troppo presto e non dalla polizia ma dai carabinieri e in quel momento il mio nome ancora non appare in nessun verbale.

Sarà il dirigente della Squadra politica romana Luigi Falvella, a confermarlo involontariamente durante l’udienza del processo di Catanzaro del 6 aprile 1974 dove chiamato a deporre affermò che “Non mi risulta se il capitano Valentini (dei carabinieri, mia nota) ci comunicò che avevano fermato il Di Cola perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti. È probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi essendosi aggravata la posizione del Di Cola facemmo invano ricerche.”

Il 6 giugno viene chiamato a deporre il colonnello dei carabinieri Pio Alferano che arrampicandosi sugli specchi dice: “Non fermammo il Di Cola ed altri ma l’interrogammo solamente ciò in quanto a carico degli stessi avevamo dei sospetti che potessero avere delle armi. Ciò avvenne, se mal non ricordo, la stessa sera del 12/12”

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Quaderno n 1 Iniziativa a Roma del 6 luglio 2011 per ricordare Pietro Valpreda

15 novembre 2011

(NOTA: le foto sono usate solamente a fine di illustrazione. Per accedere al testo integrale del documento – in formato PDF – bisogna CLICCARE al testo – LINK – sotto la foto.) 

Quaderno n 1 Memoria Resistente Pietro Valpreda e circolo 22 marzo COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quaderno n 1 (iniziativa 6 luglio 2011 per ricordare Pietro Valpreda)

A rivista anarchica n91 Aprile 1981 Avvocati nel mirino. Intervista a Francesco Piscopo di Paolo Finzi

28 ottobre 2011

Ciò che il potere vuole eliminare è la figura dell’avvocato difensore di fiducia, in qualche modo “schierato”, non disponibile a collaborare con l’accusa. Francesco Piscopo, marxista-leninista, da anni difensore di militanti di sinistra di ogni tipo, non ha incertezze. L’unico avvocato che ormai tollerano è quello “neutro”, d’ufficio. Tutto ciò è molto grave: attaccare la figura dell’avvocato significa attaccare uno strumento che riguarda in genere le classi subalterne. Chi, se non loro, finiscono in galera? Anche nell’ambito della malavita organizzata, sono i pesci piccoli, gli esecutori materiali quelli che vanno dentro: non certo i loro protettori politici.

Che l’analisi di Piscopo parta da fatti reali, è incontestabile. Negli ultimi tempi numerosi avvocati “schierati” sono stati colpiti da mandati di cattura: alcuni di loro sono in galera (Gabriele Fuga, Sergio Spazzali, Giancarlo Mattia, ecc.), altri vi sono stati rinchiusi per poi esser scagionati (Rocco Ventre, ecc.), altri ancora sono stati costretti a rifugiarsi nella latitanza (Luigi Zezza, Giovanni Cappelli). A decine si contano poi le comunicazioni giudiziarie ed in genere le intimidazioni di vario tipo che hanno colpito tutto il tessuto della difesa “schierata”. E un attacco gravissimo, che abbiamo denunciato come uno dei sintomi più indicativi delle tendenze evolutive del potere, della sua volontà di far piazza pulita dei suoi oppositori: ricordo – per inciso – che proprio su questo argomento erano incentrate le ultime due interviste con legali di sinistra che abbiamo pubblicato sulla rivista, precisamente con Gabriele Fuga (“A” n80) e con Luigi Zezza (“A” n85). Entrambi sono tra quelli criminalizzati: il nostro compagno Fuga, insieme con numerosi altri, sarà processato l’11 maggio prossimo presso il tribunale di Firenze.

È una situazione drammatica, che i pochi avvocati/compagni rimasti attivissimi, come Piscopo, vivono quotidianamente – anche per il crescente carico di impegni politico/professionali venuto a gravare sulle loro spalle. Unica recente eccezione in questo panorama fosco è forse l’assoluzione con formula piena degli avvocati Di Giovanni e Lombardi, arrestati in quanto redattori (con altri due) della rivista “Corrispondenza internazionale“, rea di aver pubblicato un lungo scritto dei militanti b.r. detenuti, dal titolo “L’ape e il comunista“. Che significato politico dai alla loro assoluzione?

Innanzitutto io dò un significato politico alla loro incriminazione e al loro arresto. Formalmente la loro questione è stata presentata in tribunale e all’opinione pubblica come nettamente diversa da quelle che vedono coinvolti altri avvocati: qui, apparentemente, siamo di fronte ad un processo alla libertà di stampa. In realtà, è stato un tentativo di raggiungere per altra strada il comune obiettivo di cancellare la figura dell’avvocato “schierato”.

Questo disegno del potere tendente ad azzerare gli spazi per la difesa politica si è già tradotto in una normativa specifica?

No. E qui sta la differenza, per esempio, con la situazione tedesca. Là hanno vietato all’avvocato di difendere più di un imputato, impedendogli anche di affrontare il tema dei processi politici e riducendolo così ad un difensore tecnico – quindi assolutamente inefficace in quel tipo di processi. In Italia una legge simile avrebbe suscitato resistenze e sarebbe stata abbastanza impopolare: qui da noi il potere utilizza un metodo più pratico, gli avvocati scomodi li mette dentro direttamente.

Vi è stata comunque un’evoluzione della repressione anche a livello legislativo.

Indubbiamente. L’aspetto più significativo è stata l’introduzione delle “leggi speciali”, che in realtà speciali non sono ed è errato continuare a definirle tali. Certo sono determinate da casi speciali, ma tendono ad essere “normali”: in altri termini, sono degli strumenti di cui lo Stato si dota per attaccare oggi alcune forme di conflitto, ma la tendenza è quella di utilizzarle in qualsiasi tipo di conflitto sociale. A Napoli, per esempio, sono stati recentemente spiccati dei mandati di cattura per “associazione sovversiva” contro i presunti organizzatori delle lotte dei disoccupati. Con queste leggi “speciali”, inoltre, anche il minimo di indipendenza riconosciuto alla magistratura è eliminato del tutto: oggi il tribunale è di fatto succube della polizia e dei carabinieri e la funzione della magistratura si limita all’erogazione della pena. Quando per esempio tutte queste leggi speciali aumentano a dismisura i termini della carcerazione preventiva, quando impediscono ai giudici di concedere la libertà provvisoria, in realtà impediscono al giudice di esercitare qualsiasi tipo di funzione minimamente indipendente dal potere esecutivo. Dal momento in cui uno finisce in galera, il giudice ha le mani legate…

C’è poi gente che in galera non ci finisce subito, ma resta “ospite” in qualche caserma dei CC per giorni o settimane.

Certo. Nella pratica avviene spesso che gli imputati (in particolare quelli che poi… si pentiranno) vengano trattenuti nella caserma dei CC, interrogati a lungo: quando poi andranno a deporre dal magistrato, non ci sarà alcuna possibilità di immediatezza. Non a caso molti “pentimenti” hanno origine in questa fase. È in questo momento, infatti, che l’imputato, pentito o meno, valuta la convenienza di parlare e in questo senso tutto è possibile. Quello che è grave, a mio avviso, è il tipo di inquinamento della verità politico-sociale che si determina attraverso questa forma di “pentimento”.

Sul ruolo svolto da quei giudici di “Magistratura democratica” che più sono legati al P.C.I. e sul significato politico del loro operato, Piscopo esprime concetti sostanzialmente identici a quelli espressi da Fuga e da Zezza nelle rispettive interviste (pubblicate su “A” 80 e 85).

Da quando è venuta fuori la strana teoria della classe operaia che si è fatta Stato, magistrati vicini al P.C.I. che questa teoria ha portato avanti hanno ritenuto di adottare, per quanto riguarda i processi, un modo di procedere di tipo staliniano, per cui si stabilisce qual è la linea politica corretta con riferimento alle forze di sinistra, dopodiché le linee giudicate “non corrette” non vengono contrastate e battute politicamente, ma criminalizzate. Nel momento in cui si avvicina al governo, o ritiene di poterci entrare, il P.C.I. decide che deve far piazza pulita alla sua sinistra. Piscopo cita il 7 aprile come indice di questo fenomeno e invita anche a riflettere su quanto è stato fatto in proposito. Per il movimento rivoluzionario – sostiene – è stata una sconfitta, perché a un intervento di tipo politico/giudiziario non si è risposto con un intervento politico altrettanto efficace. È prevalsa una linea puramente e semplicemente garantista e si è sbagliato laddove si è posto l’accento sull’innocentismo, non assumendosi invece la responsabilità politica dell’opera di trasformazione portata avanti da un intero movimento posto sotto accusa. Si è esagerato in questo senso, mentre era giusto difendere gli spazi di libertà conquistati, come giusto era e rimane il continuo richiamo al potere perché rispetti le sue leggi – spazi di libertà e leggi che sono anche il frutto delle lotte del movimento nel suo complesso. In concomitanza con il processo andava condotta una battaglia per rivendicare quanto di positivo era stato fatto in dieci anni, accanto ad aspetti negativi (che io individuo in particolare nella grave scelta della lotta armata fatta dalle “organizzazioni combattenti”).

Approfondiamo un attimo il discorso su innocenza, innocentismo, comportamento processuale, ecc..

Il problema è estremamente complesso. Io sono convinto che la strategia del processo politico sia naturalmente conseguente alle scelte di politica generale che l’imputato ha fatto a monte. Comprendo dunque il tipo di strategia che i brigatisti portano avanti, però ritengo che sia sbagliato non solo il loro modo di impostare il processo, ma l’analisi politica che loro fanno: i brigatisti volano infatti su tutte le contraddizioni del mondo e conseguentemente non tengono in conto quelle che il processo in sé presenta. Il processo, infatti, è un momento come tanti altri in cui ci si viene a scontrare con l’attuale assetto della società e come in ogni altro caso bisogna esser capaci di conoscere le contraddizioni, di usare i mezzi che si hanno a disposizione, di non subire il processo a tutti gli effetti. Ciò significa anche difendersi, non rivendicando aprioristicamente una propria generica responsabilità, o viceversa una propria generica innocenza, ma affrontare con realismo questo momento grave. L’avversario quando fa il processo ha bisogno di darsi una credibilità: affrontare fino in fondo il processo significa molto spesso anche dimostrare come non sia possibile per lui perseguire fino in fondo questo tipo di credibilità. L’avversario è così costretto a rivelarsi per quello che è, cioè un avversario che perseguita fino in fondo il suo avversario, colpevole di difendere interessi assolutamente contrastanti con quelli che il potere persegue. Il problema – ribadisce Piscopo – non è aprioristicamente vedere se siamo colpevoli o innocenti, ma affrontare fino in fondo il momento del processo. Se da una parte si deve esser coscienti che il processo è comunque predisposto in una logica che deve favorire la classe dirigente, dall’altra parte è anche vero che qualsiasi classe dirigente deve riconoscere tutta una serie di spazi che l’altro si è conquistato e non li può soffocare se non screditandosi. Da qui nuovamente la necessità di richiamare l’avversario all’osservanza delle sue leggi quando le viola, di contestare il soffocamento degli spazi di libertà. Io non sono del parere di coloro che si ritengono soddisfatti solo se dimostrano che il potere è sempre e comunque cattivo: tanto più cattivo è, tanto più ci si sente rivoluzionari.

Piscopo cita la grande campagna dei primi anni ’70 contro la “verità di Stato” sulla strage di piazza Fontana e giudica un successo l’esser riusciti a costringere l’avversario a riconoscere la natura statale di quella strage. Certo che poi il potere cercò di darsi, anche grazie a quella parziale ammissione, nuova credibilità, ma il solo fatto di averlo costretto a ripiegare fino al punto di far propria una parola d’ordine del movimento fu una vera e propria vittoria.

Anche secondo te, dunque, va sfatato quel mito secondo il quale chi rifiuta il processo è “più rivoluzionario” di chi lo accetta?

Certamente. Io rifiuto questa distinzione tra chi rifiuta il processo (e perciò stesso sarebbe rivoluzionario) e chi lo accetta (e dovrebbe esser considerato connivente con il potere). Per me, quando un qualsiasi elemento delle classi subalterne si trova ad essere giudicato ed è in grado, usando gli strumenti che il processo gli consente anche attraverso un corretto rapporto con i suoi difensori, di portare a quel livello la voce delle classi subalterne, ciò è un fatto positivo. Bisogna naturalmente aver chiaro che in qualsiasi processo, contro qualunque imputato, il potere non ha mai in testa di perseguire solo quell’imputato, bensì di lanciare un messaggio a chi in qualche modo non si riconosce nell’attuale stato di cose. Al contempo bisogna aver la capacità di sfruttare, una volta portati in giudizio, tutti i possibili strumenti perché venga fuori il reale scontro di interessi, non quello formale. Una delle ragioni per cui gli avvocati “schierati” vengono perseguiti è proprio questa: il potere ha bisogno che qualsiasi imputato, per qualsiasi ragione venga chiamato in giudizio, appaia sempre come individuo isolato dagli altri e come colui che ha commesso dei reati assolutamente comuni. La volontà del potere è quella di spoliticizzare il processo: d’altra parte la politicità del processo viene fuori non da una rivendicazione aprioristica di opposizione allo Stato, ma attraverso la capacità di farla emergere anche attraverso una battaglia che va condotta a livello processuale.

Piscopo osserva come uno dei modi più perfidi per stroncare i difensori politici sia quello di bollarli come “gli avvocati della lottarmata”, quando non addirittura – com’è il caso di Fuga, Spazzali, Zezza, ecc. – “lottarmatisti” essi stessi. Il fatto è che questi avvocati, per niente disposti a chiudere un occhio e magari tutti e due, si sono dimostrati troppe volte scomodi per il potere. Piscopo cita il “caso Torreggiani” e l’importanza del ruolo svolto appunto dagli avvocati nel denunciare le torture della polizia e nel portare avanti quella battaglia (battaglia ampiamente civile, sottolinea). E precisa che se lui ed altri hanno assunto la difesa dei “lottarmatisti” è perché si rendono conto che c’è la necessità di far fronte ad un attacco che non colpisce solo i diretti interessati, ma pone in essere una situazione (restrizione degli spazi, violazione delle norme ecc.) che finisce per colpire qualsiasi tipo di opposizione.

D’accordo, ma non c’è bisogno pur sempre di un minimo di interesse e di collaborazione da parte degli imputati?

Per la necessaria conseguenza del comportamento processuale dall’analisi politica di fondo (cui ho accennato prima), debbo risponderti in termini generali, a monte. Io credo che uno dei più grossi problemi che la sinistra ha in questo momento è quello di confrontarsi e dibattere politicamente tutte quelle tendenze che portano alla precipitazione dello scontro. La necessità è invece quella di ricostruire un’opposizione la più allargata possibile che rilanci lotte anticapitaliste e ricostruisca un movimento rivoluzionario non revisionista e non riformista, che è poi il modo reale per battere quelle scelte perdenti di cui ho parlato.

Mentre l’intervista volge al termine, entra nello studio di Piscopo un altro avvocato e riferisce che un compagno da lui difeso, arrestato per “terrorismo” e poi rilasciato, gli ha appena raccontato che al momento dell’arresto e per varie ore numerosi funzionari dell’ufficio politico della questura lo avevano tartassato di domande per sapere come mai avesse scelto proprio quell’avvocato difensore. Volevano fargli ammettere che anche l’avvocato prescelto faceva parte della medesima “banda armata”: “se no, perché hai nominato proprio lui?” – hanno continuato a chiedergli con logica questurinesca.

A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

A rivista anarchica n 4 maggio 1971 – Gli imputati accusano di E. M.

12 aprile 2011

Mentre il giornale va in macchina, il processo agli anarchici sta diventando, com’è giusto, un processo degli anarchici ed il castello d’accuse costruito dal giudice Amati sta crollando: i poliziotti “non ricordano”, il metronotte non riconosce Pulsinelli 1, la “superteste” della polizia viene smascherata come calunniatrice e mitomane recidiva…

Al “processo agli anarchici” iniziato il 22 marzo a Milano, si sono concluse le deposizioni degli imputati ed è iniziata la sfilata dei testimoni. Le intemperanze iniziali di una parte del pubblico sono cessate dopo una dura critica da parte dei gruppi anarchici milanesi. Non potendosi dunque appellare alla “legittima suspicione” (e trasferire tutto all’Aquila come al solito) né proseguire le udienze a porte chiuse, il processo si svolge davanti ad un pubblico attento di compagni, parenti degli imputati, persone diverse e poliziotti, molti dei quali travestiti da “anarchici”.

Prima di poter entrare in aula i poliziotti controllano i documenti e le borse delle compagne, ovunque navigano flotte di carabinieri agli ordini del Vice Questore Vittoria in persona.

Presidente del Tribunale è Paolo Curatolo, di destra; si vanta di “non leggere i giornali” e infatti, ha scoperto con stupore l’esistenza del “dossier” sui documenti greci relativi agli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale. Il Giudice a latere è Danza (già P.M. al processo Trimarchi), estrema destra; il P.M. è Scopelliti, giovane e dinamico accusatore, noto per aver permesso che il processo ai carabinieri torturatori di Bergamo andasse in prescrizione e specializzato in interventi dilatori per salvare i testi di accusa in difficoltà. Una composizione, come si vede decisamente monocolore.

Un muro di gomma

Contro questo “muro di gomma” si battono gli imputati, affiancati da un collegio di difesa che lascia poco spazio ai “non ricordo”, “non c’ero” e “non ho visto” dei testi poliziotti dell’accusa.

Le testimonianze degli imputati e dei testi al processo hanno confermato quel che da tempo i compagni sapevano: il processo per le bombe del 25 aprile, il processo Calabresi-Lotta Continua, il prossimo processo a Valpreda, sono diverse fasi di un’unica vicenda, la vicenda sanguinosa della “strage di stato”, della strategia della tensione e della repressione. E allora, com’è naturale, un processo indiziario si trasforma in un pesante atto di accusa contro lo Stato, le sue manovre, le sue connivenze e le istituzioni che le proteggono.

Gli imputati divengono accusatori e gli inquirenti si difendono con deposizioni stereotipate sui fatti accaduti, annaspando in un mare di “non so”, “non ricordo”, ad ogni domanda imprevista.
A differenza degli inquirenti gli imputati hanno descritto con precisione i fatti, ricordano tutto e in particolare il clima di minacce, violenza e intimidazioni in cui i verbali contenenti le famose “parziali ammissioni” furono loro estorti.

Le loro accuse sono precise: contro le falsificazioni di Amati, i metodi fuorilegge di Calabresi, i brutali maltrattamenti di Panessa. Alle spalle di questi ragazzi sono due anni di carcere, di accuse infamanti, di calunnie al movimento cui alcuni di loro appartengono.

Dalle deposizioni

Dalle deposizioni dei testimoni altre verità sono emerse:

1) dalla cava nel bergamasco non fu mai rubato esplosivo, lo dichiarano il consigliere delegato, i dirigenti e i guardiani della cava; ma il Tribunale mette in dubbio la veridicità dei testi (i rappresentanti della Giustizia non possono tollerare testimonianze contrarie alla loro ricostruzione dei fatti)!

2) Il commesso del negozio dove sarebbero state acquistate le miscele per gli esplosivi non riconosce negli imputati gli acquirenti del materiale, mentre Amati asserisce che lo stesso commesso ne riconobbe le fotografie (ma quali fotografie gli furono mostrate durante le indagini?).

3) Non si vuol credere alle dichiarazioni di Faccioli sulle percosse subite perché nessuno ne ha visto i segni. Ma, ironia della sorte, il medico di S. Vittore dichiara che, per motivi mai chiariti, Faccioli non fu sottoposto alla visita medica (obbligatoria) al momento del suo ingresso nel carcere.

4) Allegra dichiara in aula che in questura non si è mai picchiato nessuno (ma che faccia tosta! proprio mentre in una aula vicina, al processo Calabresi-Lotta Continua, l’avvocato Lener, degno difensore di Calabresi, si oppone furiosamente alla riesumazione del corpo di Pinelli!)

5) la superteste Rosemma Zublena (che offre un’immagine grigia e dimessa) fa discorsi confusi, frammentari o troppo precisi, zeppi di “Amati mi disse”, “ne parlai col Dr. Amati”, fu il Dr. Amati a dirmi”, “andai subito a cercare il Dr. Amati.”

6) Nonostante le ripetute richieste nessuno della polizia sa spiegare perché sin dall’inizio le indagini siano state indirizzate verso gli anarchici; risulta inutile anche la ricerca di qualche verbale che documenti un orientamento degli inquirenti anche verso i gruppi di destra.

7) E ancora si scopre che il foglietto con la descrizione di un ordigno esplosivo (prova fondamentale a carico di Faccioli) è stato trovato in ben due luoghi diversi (Milano e Pisa) in momenti differenti, e questo significa, come minimo, che uno dei verbali di reperimento è falso.

Calabresi

La deposizione di Calabresi è ancora più grave, se possibile; infatti in un momento di difficoltà egli dice che durante gli interrogatori non tutte le domande e le risposte del teste venivano verbalizzate, ma “solo ciò che si voleva fosse verbalizzato”. Come dire che si voleva verbalizzare “qualcosa”; ma allora già si sapeva cosa verbalizzare? Poco dopo, per giustificare queste sue infelici ammissioni, Calabresi ammette che uno degli imputati durante un interrogatorio si addossò più attentati di quelli che gli venivano contestati, anzi si dichiarò colpevole di attentati che (parole di Calabresi) “sapevamo che non poteva aver fatto”!

Dal canto suo, il Tribunale non ha certo tenuto un comportamento meno “irregolare”: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite; quando poi la difesa ha chiesto di riascoltare i nastri si è scoperto che il registratore non c’era! Per fortuna un giornalista ha registrato tutto per conto suo e le frasi resteranno agli atti, chiare e lampanti come sono.

A Calabresi è succeduto Panessa, detto il “Gorilla”, che, da interrogato, si è dimostrato meno abile che non quando è lui ad interrogare gli altri. Infatti il neo-maresciallo, messo a confronto con la Zublena, smentisce, cerca di confondere le sue precedenti affermazioni circa una fotografia di Pulsinelli ed i suoi contatti (prima negati poi confessati) con la Zublena. A questo punto, quando la situazione per il poverino si sta facendo insostenibile, il presidente lo licenzia!

“Inquietanti dubbi”

Dopo queste udienze perfino l'”Avanti” parla di “inquietanti dubbi sulla regolarità di questo processo”, ed i difensori di Braschi e Pulsinelli hanno inviato alla stampa un documento che attacca i giudici per il loro comportamento, che tende solo a “cercare conferme e rendere verosimili le accuse precostituite nei verbali di polizia”, e la prassi ormai abituale che tende a interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa o a suggerire ai testi in difficoltà le risposte più adatte.

Il gioco ora è scoperto e alla Magistratura e alla Polizia non resta altro che difendere accanitamente le loro tesi perché se un solo punto della montatura dovesse cedere sarebbe il crollo di tutto.

La Zublena è recidiva

Mentre il giornale va in macchina apprendiamo che la “supertestimone” Rosemma Zublena non è alle prime armi ed è anzi una calunniatrice incallita. Nell’udienza del 26 aprile, la credibilità della Zublena è stata ufficialmente e definitivamente distrutta dagli avvocati difensori. Essi hanno reso noto che la “professoressa” è già stata incriminata nel 1967 per calunnia e assolta solo per insufficienza di prove “sul dolo”. Il giudice, cioè, l’aveva trovata colpevole dei fatti (una serie di folli lettere anonime inviate a sindaci, prefetti, ministri, arcivescovi), ma riconoscendo in lei un’anormale psichica non s’era pronunciato sulla sua mala fede (necessaria perché si configuri il reato). Il giudice l’aveva dichiarata “persona affetta da componente nevrotica di tipo isterico; basta parlare una sola volta per convincersene, anche senza avere una preparazione specifica sull’argomento.”
Questi gli arnesi della polizia. Questi i capisaldi dell’istruttoria del dottor Amati.

E. M.

1) Il 30 marzo 1969 la guardia notturna Fasano vide un giovane biondo fuggire alla sua vista, in corso magenta a Milano, abbandonando un pacco contenente dell’esplosivo. Per questo Pulsinelli, biondo e anarchico, fu arrestato a Rimini nell’agosto successivo. Il 28 aprile di quest’anno il Fasano, messo a confronto per la prima volta con Pulsinelli, dopo le contestazioni della difesa e una diffida, dichiara “No, sono sicuro che non è lui”. Pochi minuti prima aveva dichiarato di riconoscerlo per via dei capelli! Fra l’altro, pochi giorni dopo l’attentato, lo stesso metronotte aveva “riconosciuto” l’attentatore in un giovane studente marxista-leninista della “Statale” che, in base al suo “riconoscimento” era stato fermato e poi rilasciato perché per fortuna sua aveva un alibi di ferro. Di questi elementi è fatta l’istruttoria del giudice Amati: di “riconoscimenti” come quello del metronotte e di “testimonianze” come quella della psicopatica Zublena che già un magistrato, nel 67, dichiarò isterica e indegna di fede.

 

Il movimento studentesco est al vostro fianco

Il movimento studentesco est al vostro fianco contro le manovre della borghesia che vorrebbe far ricadere su di voi ingiustamente detenuti le responsabilità delle bombe messe dai suoi stessi agenti stop contro questa classica manovra della borghesia il movimento studentesco habet già condotto et condurrà sempre una lotta incessante et un’opera di chiarificazione stop contro questo tentativo di portare confusione tra le masse popolari un tentativo logoro et che già mostra la corda tutti i compagni sono chiamati a fare la più ampia opera di propaganda saluti comunisti

Movimento studentesco statale

Lettera aperta di Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli in risposta al telegramma di solidarietà del movimento studentesco dell’università statale di Milano.

Compagni,

Non basta una presa di posizione a smentire un atteggiamento che per due anni è stato di disinteressamento, confusione, opportunismo. Non si tratta di mettersi a posto la coscienza. L’apologo degli anarchici “pulce sulla schiena dell’elefante che è il proletariato” è servito a sostenere che le bombe – e la repressione suscitata dalle bombe – erano “fatti privati” degli anarchici. Ma, se cercare una copertura di fronte alla repressione borghese, prendendo le distanze dagli anarchici, è solo opportunismo, quando si arriva a dire che gli anarchici sono “storicamente avventuristi” – subito dopo Piazza Fontana – il confine fra confusione politica e provocazione è solo una sfumatura.

Gli attentati del 25 aprile, avvenuti in un momento in cui per i padroni era ancora pensabile di cavalcare la tigre delle lotte proletarie col sindacato e con le riforme, dovevano servire a isolare e colpire tutte le avanguardie (e non solo gli anarchici); a collaudare gli strumenti della repressione (provocazione, montatura, ecc.), a colpire indirettamente tutto il proletariato (stava per essere discussa alla Camera la legge sul disarmo della polizia). Grazie alla mancanza di un intervento tempestivo i padroni, collaudato il terrorismo, hanno messo la strage all’ordine del giorno come arma contro le lotte proletarie; si è arrivati cioè al 12 dicembre.

Il carcere preventivo, la montatura poliziesca, il segreto istruttorio, ecc., da strumenti di controllo sociale, sono diventate armi politiche “normali”. E quando si è arrivati a questo, tutto quello che avete saputo fare è stato piangere sulla morte del compagno Pinelli per mettervi in pace la coscienza, quando invece si trattava di vendicarlo, di scoprire e denunciare i suoi assassini, le vostre manifestazioni interclassiste contro una mitica e astratta “repressione” sono state un alibi per rinunciare alla lotta pratica contro i fatti concreti in cui la repressione si è manifestata, offrendo così una copertura ai padroni.

Non vi parliamo interessatamente, “per noi”. Infatti pensiamo di poter prevedere quello che sarà l’esito del nostro processo: sentenza di condanna (per salvare la sostanza politica della montatura), e scarcerazione per noi, grazie a condoni, pena già espiata, ecc. (per contentare la sinistra ufficiale – che in effetti ha ampiamente pompato il nostro carcere preventivo – e garantirsene la copertura). Vi parliamo invece perché mai come in questo momento la verità è rivoluzionaria: in questo momento in cui si utilizza Borghese per dare una garanzia di credibilità alle istituzioni e si cerca di squalificare, colpire ed emarginare le avanguardie – sfruttando episodi tipo Brigate Rosse, rapina di Genova, ecc. – ma soprattutto si cerca di “prendere tempo – guadagnare spazio” per quella che è la posta più grossa: Pietro Valpreda.

Noi non crediamo nella giustizia borghese, ma proprio perché non ci crediamo, pensiamo che il modo con cui – nella fase attuale – il proletariato può cominciare a “fare” giustizia sia quello di un intervento attivo, diretto a condizionare e costringere i giudici dei padroni ad esautorarsi e far fallire – sul piano politico – i piani reazionari della borghesia, in modo che risulti chiaro che le bombe le mettono i padroni perché servono gli interessi dei padroni.

25 aprile, bombe sui treni, Piazza Fontana, Catanzaro, sono le tappe di un unico disegno criminoso dei padroni; se il 25 aprile è stata la prova generale per il 12 dicembre, il nostro processo è ugualmente la prova generale per il processo a Valpreda. Cominciare a far fallire già da oggi con noi la montatura poliziesca, significa dare un importante contributo, vincere la prima battaglia di una unica guerra: quella contro la strage di stato!

Un documento dei difensori

Milano, 24 aprile. Gli avvocati Di Giovanni, Piscopo e Spazzali difensori dei giovani anarchici Braschi e Pulsinelli hanno tenuto una conferenza stampa al Palazzo di Giustizia, al termine della quale hanno diffuso un documento in cui denunciano il modo vistosamente parziale con il quale i giudici stanno conducendo il processo. Il documento dice:

“La seconda Corte di Assise di Milano, ad avviso dei due comitati conduce il dibattimento in violazione delle norme della legge processuale e penale che disciplinano l’istruttoria dibattimentale. I giudici togati dimostrano in continuità di ricercare nell’istruttoria dibattimentale solo ciò che possa confermare o rendere verosimili le accuse inizialmente precostituite nei verbali di polizia e trasfuse puramente e semplicemente negli atti di istruttoria formalmente compiuti dal giudice Amati”.
“Quali esempi di questo comportamento illegittimo gli avvocati ricordano la protezione accordata ai testi di accusa che vengono ‘costantemente schermati’, anche con continui e intempestivi riferimenti all’istruttoria scritta e con richiamo, nei momenti di contestazione di espressioni che finiscono di fatto con l’essere assunte dai testi in difficoltà, come modello di risposta possibile”.

Durante la conferenza stampa è stata ricordata “la prassi oramai instaurata di interrompere nei momenti caldi le deposizioni dei testimoni di accusa e il continuo appiattimento e svuotamento delle contraddizioni ormai numerose in cui sono caduti finora, tutti i principali testi di accusa fin dal primo loro apparire”.

Il documento conclude affermando che quanto succede in aula “impedisce la verifica del materiale processuale e finisce col coprire le vere responsabilità per gli attentati alla Fiera e all’ufficio cambi punto d’inizio dell’istruttoria e primo atto della manovra provocatoria ed eversiva della destra, culminata nelle bombe della ‘strage di Stato’ e tuttora in pieno svolgimento”.

 

 

Commento n. 4 – La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni del libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli sul compagno Enrico Di Cola

5 marzo 2010

La nostra risposta alle diffamatorie affermazioni di Paolo Cucchiarelli su Enrico Di Cola.

Il nome Enrico Di Cola compare in sei delle 700 pagine del libro ‘’Il segreto di Piazza Fontana’’di Paolo Cucchiarelli.

A pag. 45 si riferisce che, come gli anarchici Nardella e Ardau, anche Di Cola andò  in Svezia.

A pag. 393 compare nell’elenco dei membri del circolo 22 marzo fornito dall’infiltrato di p.s., Salvatore Ippolito, ai suoi superiori.

A pag. 396 si segnala la presenza del Di Cola alla riunione durante la quale – secondo quanto scrive Cucchiarelli – si sarebbe consumata la “rottura definitiva fra Valpreda ed il circolo di Rossi”.

A pag .423 il nome compare nell’elenco degli imputati al processo di Catanzaro.

La citazione più lunga ed articolata avviene nelle pagine 399-400 (+ nota 78 a pag. 671) che – data la loro importanza – riportiamo integralmente qui sotto:

“Gli anelli della catena

L’11 dicembre, quando Valpreda lasciò la capitale, ci fu una telefonata – il ballerino lo sosterrà in uno scritto filtrato dalla censura carceraria – che avvertì qualcuno a Milano di agire per il giorno dopo. Chi fu a passare la voce? Merlino, Mander, Borghese, o anche Ivo Della Savia, Angelo Spanò, i già citati Claps ed Enrico Di Cola: che cosa sapeva ciascuno di loro del piano del 12 dicembre? Fino a che punto erano collegati i vari anelli?”

[….]

“Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale. La riprova del salvacondotto offertogli in cambio dalla polizia starebbe nel suo definitivo trasferimento in Svezia. (78) In effetti, Di Cola uscirà stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta.”

Nota 78 : Fu Di Cola ad orientare le indagini della polizia?, Paese Sera, 9 gennaio 1970

*****

Oltre alla sciatteria editoriale di collocare il rinvio alla nota in una posizione tale da indurre il lettore a pensare che nell’articolo di Paese Sera si facesse anche riferimento al ‘trasferimento’ di Di Cola in Svezia, in queste otto righe di testo Cucchiarelli ci offre un saggio del suo metodo di lavoro: prende una fonte (se un articolo non firmato pubblicato da un giornale a meno di un mese dalla strage si può definire una fonte), evita qualsiasi verifica, ci aggiunge una falsità o una speculazione frutto della sua fantasia e tira fuori la sua verità.

L’articolo di Paese Sera (che riportiamo integralmente in altra parte di questo blog), sia pure fra molti condizionali e cautele, di fatto raccoglie ‘’indiscrezioni’’ di polizia presumibilmente fatte circolare all’epoca per proteggere l’infiltrato della Ps nel circolo 22 Marzo, Salvatore Ippolito, la cui identità verrà svelata ufficialmente solo il 9 maggio 1970.

Talvolta capita ai giornalisti di cadere in queste trappole, soprattutto ‘a caldo’. Ma 40 anni dopo è imperdonabile, soprattutto se oltre ad ispirarsi ad un articolo del genere, lo si manomette per renderlo funzionale alle proprie teorie come ha fatto Cucchiarelli.

Mettendo a confronto il testo di Paese Sera con quello di Cucchiarelli, l’operazione diventa lampante.

Paese Sera scriveva: “Lo studente, arrestato il giorno successivo alla strage di Milano e agli attentati di Roma, fu rilasciato dalla polizia dopo 24 ore. Secondo alcune voci – che ovviamente riferiamo a puro titolo di cronaca – nei confronti del Di Cola la polizia avrebbe usato, per cosi dire, un trattamento di favore. Ma perche? Anche lui faceva parte dei componenti del circolo «XXII marzo» e il suo rilascio, in una simile prospettiva, apparve piuttosto singolare. Qualcuno, addirittura, sostiene che proprio dopo l’interrogatorio di Enrico Di Cola, la questura romana fu in grado di trasmettere a Milano l’ordine di arrestare Pietro Valpreda. Un particolare (che, se vero, dovrebbe quantomeno ritenersi «strano») spiegherebbe perché il P.M., Vittorio Occorsio, in contrasto con la polizia, ritenne che lo studente non poteva essere considerato un testimone (sia pure «importante») ma un imputato. Nei verbali contenuti nel rapporto che la questura inviò al magistrato dell’interrogatorio di Enrico Di Cola ci sarebbero soltanto degli «stralci», e questo costituirebbe, in certo qual modo, la dimostrazione che lo studente potrebbe avere avuto nella vicenda un ruolo diverso da quello di un teste qualsiasi. Tanto più la sua provata appartenenza al circolo «22 marzo» legittimava, secondo il PM, l’estensione a suo carico dell’accusa di associazione per delinquere contestata a tutti gli altri arrestati. Il giudice istruttore condivise il parere del dott. Occorsio e il 2 gennaio ordinò l’arresto del Di Cola, che però si era già reso irreperibile”

Cucchiarelli scrive: “Enrico Di Cola, rilasciato dopo ventiquattr’ore, fu al centro di uno scontro tra la polizia, che lo riteneva solo un testimone, e Occorsio, che lo riteneva un imputato. Sarebbe stato lui – si sostenne all’inizio del gennaio del ’70 – a indirizzare le indagini della polizia su Valpreda, con affermazioni fatte fuori verbale”

Gli ‘stralcidi verbale di cui parla Paese Sera diventano per Cucchiarelli ben più gravi e pesanti “affermazioni fatte fuori verbale”. Complimenti all’autore….

L’uscita dall’Inchiesta

Quanto poi all’affermazione di Cucchiarelli secondo cui Di Cola uscì stabilmente dall’Italia e dall’inchiesta, vale la pena ricordare che effettivamente uscì dall’Italia, ma non certo dall’inchiesta.

Per evitare questo ulteriore errore, a Cucchiarelli sarebbe bastato leggere il dispositivo della sentenza del 23 febbraio 1979 (processo di Catanzaro) in cui si afferma: (pag. 1044) “Visti gli artt. 483-488-489 c.p.p. Dichiara Valpreda Pietro, Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico colpevoli del delitto di associazione per delinquere come loro contestato al capo 1) della rubrica; …..condanna Gargamelli Roberto e Di Cola Enrico alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione ciascuno …condanna, ancora, tutti i suddetti imputati al pagamento delle spese processuali cui hanno dato causa e di quelle della rispettiva custodia preventiva; …dichiara non doversi procedere…contro Di Cola Enrico, in ordine al reato previsto dallo art. 260 p.p. n.3 C.P. – così modificata l’originaria imputazione a lui ascritta al capo 8 dell’epigrafe – e con la diminuente di cui all’art. 311 C.P. – perché estinto per prescrizione;

Questa seconda parte della sentenza si riferisce ad un’ulteriore incriminazione di Di Cola.  Qualche mese dopo la strage, il 9 aprile 1970 (p.1000 capitolo XLV) venne eseguita  una nuova perquisizione in casa Di Cola dove venne trovato un quaderno con un elenco di alcune basi della NATO. Il Sid, interpellato, affermò che era stato preparato da uno specialista per cui i magistrati romani emisero un secondo mandato di cattura per “procacciamento e detenzione di notizie di cui è vietata la divulgazione”, come dire spionaggio.

Infine per smentire la fantasiosa e diffamante narrazione che vedrebbe il Di Cola suggeritore della pista Valpreda, basta leggere quello che scrive nello stesso libro una quarantina di pagine prima lo sbadato Cucchiarelli.

“Ippolito almeno da fine novembre sapeva che il ballerino stava per andare nel capoluogo lombardo…[…]  …L’11 dicembre, Ippolito era nella sede del circolo «22 marzo» quando Emilio Bagnoli riferì a Umberto Macoratti che Valpreda era appena partito per Milano con la sua Fiat 500. Ippolito telefonò immediatamente al suo capo, il commissario Domenico Spinella. Che fosse lui la fonte della prima segnalazione lo dirà il questore di Roma, Parlato, durante la conferenza stampa dopo il riconoscimento di Valpreda, il 16 dicembre. Naturalmente senza rivelare che si trattava di un poliziotto infiltrato nel gruppo anarchico. La polizia seppe quindi da subito che quella testa calda di Valpreda era a Milano: non dovette attendere soffiate o indicazioni esterne.”

IL RACCONTO DI DI COLA

Sulla vicenda giudiziaria che ha devastato la vita di quello che nel 1969 era un ragazzo di 18 anni e sulle spregiudicate teorie di Cucchiarelli abbiamo raccolto una dichiarazione dello stesso Di Cola che aggiunge alcuni particolari inediti a quello che già aveva raccontato in interviste rilasciate all’epoca.

‘’E così secondo Cucchiarelli, io sarei stato l’infame suggeritore della pista Valpreda? Un vero scoop….

Il fermo

‘’Intanto va rilevato che sia Paese Sera (giustificato perché ancora non erano noti gli atti giudiziari) che Cucchiarelli (senza giustificazione perché la cosa appare agli atti) riportano un dato errato: io, insieme al compagno Amerigo Mattozzi, venni fermato la sera stessa del 12 dicembre dai carabinieri e non dalla polizia.

‘’Fui rilasciato il 13 sera e, appena rilasciato, provvidi ad informare i compagni del circolo su cosa vertevano gli interrogatori e quello che i carabinieri volevano farmi dire, cioè che Valpreda era partito per Milano con una scatola di scarpe piena di esplosivi (vedi anche interviste di Di Cola a Umanità Nova e A rivista anarchica del 1972 pubblicate su questo blog,ndr).

‘’Chiarito questo punto ben difficilmente rimane credibile la tesi che potesse esserci stato un contrasto (o uno “scontro” come suggerisce Cucchiarelli)  tra la polizia ed Occorsio sul ruolo da attribuirmi,  di “testimone” o di “imputato”, visto che non era la polizia responsabile del mio fermo e tantomeno del mio rilascio. Vorrei anche sottolineare che ero già attivamente ricercato fin dalle prime ore del 17 dicembre, anche se il mandato di cattura ufficiale sarà emesso solamente il 2 di gennaio (cioè una settimana prima dell’articolo di Paese Sera), e quindi lo “scontro” diviene davvero una teoria demenziale.

‘’Del resto polizia e carabinieri non mi cercavano come testimone, ma perché – anche questo si può evincere dalle carte giudiziarie – i magistrati inquirenti stavano cercando di incastrarmi come uno dei responsabili delle bombe all’altare della patria! Fallito miseramente questo tentativo, il mio nome rimase in secondo piano, tanto è vero che fui – almeno inizialmente – l’unico membro del circolo incriminato per il solo reato di “associazione per delinquere”.

La latitanza

‘’Quanto alla mia latitanza, cominciò del tutto casualmente. Tornando a casa la sera del 16 dicembre, e avendo visto i titoli cubitali di un giornale serale di destra, ero davvero sconvolto e spaventato. L’arresto di Pietro e soprattutto la morte di Pinelli avevano risvegliato in me l’eco delle minacce fattemi solo alcuni giorni prima dai carabinieri che mi interrogavano  (‘possiamo ucciderti senza che nessuno mai lo possa scoprire’). Non riuscivo proprio a capire cosa stesse succedendo.

‘’Pochi minuti dopo il mio rientro a casa ricevetti la telefonata di C.V, una compagna del Pci, che mi chiese di raggiungerla nella redazione di Paese Sera a via dei Taurini dove lei si trovava insieme a N.V. Entrambi li conoscevo dal ’68 e lavoravo con loro nel coordinamento degli studenti medi e universitari e quindi accettai l’invito ad incontrare un giornalista di Paese Sera (del quale purtroppo non ricordo il nome) per  dare un’intervista su chi era Valpreda e su quel che sapevo del circolo.. Raccontai   la nostra storia chiedendo in cambio di poter passare la notte nella redazione. Il giornalista in un primo momento acconsentì, ma dopo qualche ora mi disse che stavano arrivando moltissime foto che mi ritraevano (ovvio, erano quelle dello sciopero della fame!) assieme a Valpreda e quindi mi chiese di lasciare immediatamente i loro locali.

‘’Data l’ora tarda e la pesante atmosfera che regnava in quelle ore, N.V. mi invitò ad andare a casa sua a dormire per quella notte, cosa che accettai con piacere anche perché sentivo la necessità di parlare ancora con qualcuno per cercare di capire cosa stesse succedendo. La mattina dopo, quando telefonai a casa per dire che stavo tornando, mi avvertirono che la polizia mi aveva cercato all’alba. Da quel momento, e per i successivi due anni, rimasi latitante in Italia, prima di decidere di andare all’estero’’.

(Sulla latitanza vedi racconto di Gaetano Luciano, riportato in altra parte del blog, ndr)

L’uscita dall’Italia

‘’Per quanto riguarda la mia uscita dall’Italia non fu certo grazie ad un “salvacondotto” della polizia che arrivai in Svezia. Dopo tanti anni credo di poter rivelare che furono alcuni compagni anarchici di Roma (Fai) e Milano (Crocenera) che mi aiutarono a lasciare l’Italia verso la fine del 1971. Avevo discusso – separatamente – con Aldo Rossi, con Eduardo Di Giovanni che era il mio avvocato, e con un compagno di crocenera anarchica di Milano, spiegandogli che dopo due anni di latitanza avevo bisogno di un breve periodo di “libertà” o, se non altro, di un breve periodo di “vita normale” per riprendermi dallo stress a cui ero sottoposto.

‘’All’epoca era mia intenzione costituirmi all’inizio del processo, ma di questo non se ne vedeva ancora neanche l’ombra. L’idea era quindi di andare in Svezia per sollevare pubblicamente il “caso Valpreda” agli occhi di tutto il mondo. Pensavamo che l’Italia avrebbe chiesto l’estradizione e che avremmo potuto in questo modo far sapere a tutti quello che accadeva in Italia in un pubblico dibattimento. Insomma era un tentativo di fare all’estero quello che si aveva paura di fare in Italia: un processo per dimostrare che era in atto una mostruosa trappola contro delle persone innocenti.

‘’In Svezia fui intervistato da molti quotidiani e settimanali svedesi, organizzai la prima manifestazione degli anarchici e del sindacato rivoluzionario SAC davanti all’ambasciata italiana di Stoccolma, riuscii a sensibilizzare anche Amnesty International al “caso Valpreda” (Amnesty inviò due osservatori a seguire il primo processo di Roma ed in seguito scrisse una lettera di sostegno alla mia richiesta di asilo politico in Svezia), feci molti interventi in assemblee pubbliche – tra cui ne ricordo una alla quale prese parte anche Dario Fò – per raccontare quello che stava avvenendo in Italia e della persecuzione contro gli anarchici. Ma, nonostante tutto ciò e le mie lettere pubbliche inviate alla stampa e alla magistratura – per sfidarla a chiedere la mia estradizione -, l’Italia non fece mai questa richiesta.

‘’Una piccola “rivincita” la ottenni qualche anno dopo quando – dopo aver ottenuto l’asilo umanitario della Svezia – mi venne riconosciuto lo status di rifugiato politico e mi venne consegnato il passaporto Nansen – quello delle Nazioni Unite – che decretava formalmente ed ufficialmente che ero un perseguitato e rifugiato politico’’: sono stato il primo – ed unico – cittadino europeo ad ottenere tale riconoscimento. Anche questo sarebbe stato ottenuto grazie i favori della polizia italiana? Come direbbe Totò…ma mi faccia il piacere!