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1969 12 20 Messaggero – Roma Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura di Fabrizio Menghini

28 ottobre 2015

1969 12 20 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura 

di Fabrizio Menghini

 

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura nei confronti di altrettanti complici di Pietro Valpreda, ritenuti responsabili di strage continuata, di associazione per delinquere, pubblica intimidazione col mezzo di materie esplodenti, di violazione della legge sulle armi e gli esplosivi. L’accusa è uguale per tutti, dal momento che il piano criminoso fu ideato, preparato e attuato con la partecipazione di un ben individuato nucleo del gruppo anarchico «XXII Marzo», con sede in via del Governo Vecchio. Le persone colpite dal provvedimento del magistrato, sono: Emilio Borghese, di 18 anni, studente dell’Istituto tecnico di via dei Colli Portuensi: il padre è il noto magistrato di Cassazione Sofo Borghese; Mario Merlino, di 25 anni, quarto anno della Facoltà di lettere; è uno dei fondatori del gruppo anarchico «XXII Marzo»; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente del terzo anno alla Facoltà di architettura: la madre, vedova di un ingegnere del Genio Civile, è nipote di un senatore del Regno; fu arrestato lunedì nella sua abitazione e gli agenti trovarono nella sua stanza solo un Vangelo, una storia dell’America e «Topolino»;. Roberto Gargamelli, 19 anni, studente, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro, Tiberio Gargamelli: il padre lavora alla cassa assegni e vaglia dell’Istituto di credito in via San Basilio, dove esplose uno degli ordigni; infine Roberto Mander, 17 anni, minorenne rinchiuso al «Gabelli», figlio del compositore di musica.

Gli ordini di cattura sono stati smessi quasi allo scadere del fermo di polizia che era stato peraltro autorizzato dallo stesso magistrato istruttore e successivamente prorogato quando i sospetti a carico di ciascun indiziato avevano acquistato maggiore consistenza. Quanto agli altri fermati, accertata la loro estraneità alle delittuose imprese, il dottor Occorsio ha disposto l’immediato rilascio.

Ora, dunque, il bilancio della situazione è questo: considerato che i fermati erano, in tutto, quattordici, e che di questi il Valpreda e gli altri cinque anarchici sono stati colpiti dall’ordine di cattura, sarebbero otto le persone indiziate rimesse in libertà. Naturalmente questi calcoli non sono definitivi, perché anche a Milano, dove le indagini sono in pieno sviluppo, ci sono dei fermati (alcuni anarchici del gruppo «Bakunin», i quali erano in stretti rapporti con i loro colleghi romani.

Inchiesta formale

L’inchiesta giudiziaria, che sarà a breve scadenza devoluta al giudice istruttore, seguirà cioè il rito «formale», rimarrebbe affidata a Roma, nonostante la netta presa di posizione del procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Milano, che l’altro ieri rivendicava al suo ufficio la competenza territoriale ad occuparsi della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Parliamo al condizionale, perché ancora non è arrivata la risposta alla «informativa» con cui il magistrato romano ha reso edotto il suo collega del capoluogo lombardo che procede anche per i fatti di Milano (cioè per la strage e per la deposizione di una seconda bomba da dieci chili nei locali della Banca Commerciale di via Caserotte 1).

A questo punto sarà opportuno precisare che la strage è continuata in quanto per la norma penale, che la punisce con l’ergastolo, è indifferente se viene cagionata la morte di più persone o di una sola persona. Anche se l’attentato causa solo feriti, o nessun ferito, ma si ritiene che poteva causarli, l’accusa di strage rimane. Per tale motivo, rispondono di strage anche gli attentatori della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, dove, per fortuna, si sono avuti soltanto dei feriti. Per i due attentati al Milite Ignoto, invece, essendo apparso evidente che mancava negli attentatori il fine di uccidere, è scattato l’articolo 420 che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque, al solo fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine, fa scoppiare bombe, mortaretti o altre macchine o materie esplodenti».

Per concludere il discorso sulla competenza, occorre attendere la decisione del P.M. di Milano: se anche lui dovesse attribuirsi la competenza a istruire il processo, allora sorgerebbe un «conflitto di competenza attiva» che la Cassazione dovrà risolvere.

I problemi della competenza, ma soprattutto quelli relativi ai nuovi ordini di cattura emessi ieri sera, erano stati discussi, in mattinata, nel corso di una riunione nell’ufficio del procuratore capo della Repubblica Augusto De Andreis, con l’intervento del procuratore aggiunto Alberto Antonucci del sostituto Vittorio Occorsio. Al termine della riunione, il dottor Occorsio, avvicinato dai giornalisti, ha dato questo annuncio: «Alcuni degli ultimi fermati saranno immediatamente rilasciati. Per quanto riguarda gli altri non posso fare anticipazioni. Posso solo dire che nelle prossime ore saranno emessi altri ordini di cattura». Successivamente il magistrato inquirente ha ricevuto nel proprio ufficio il prof. Guido Calvi, difensore di fiducia dell’anarchico Pietro Valpreda, ritenuto l’esecutore materiale della strage di Milano, il quale ha chiesto un permesso di colloquio con il suo patrocinato. Il permesso è stato negato, nella considerazione che l’imputato non era stato ancora interrogato dopo la contestazione formale dell’accusa, notificatagli l’altra sera al carcere di Regina Coeli dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco, latore, per incarico del magistrato, dell’ordine di cattura. Il difensore, allora, ha raccomandato al magistrato ogni cautela, in quanto l’anarchico Valpreda è affetto dal morbo di Bürger o «tromboangioite obliterante», da una malattia, cioè, che provoca dolori atroci. Si tratta di un male caratterizzato da una infiammazione delle tuniche delle arterie, che si estende progressivamente a diversi livelli del sistema vascolare. La causa dell’affezione, che colpisce prevalentemente le persone in giovane età – la si può considerare una malattia caratteristica dei giovani – è ancora, come si è detto, sconosciuta. Vari elementi portano a pensare a cause di origine infettiva: si parla addirittura di un’infezione dovuta ai funghi (i miceti) che si annidano fra le dita dei piedi. Infezione che poi risalirebbe lungo i vasi linfatici per andarsi a localizzare nelle pareti arteriose.

Pietro Valpreda, al quale sono già state amputate due dita del piede destro, era ed è un accanito fumatore. E’ questo uno degli elementi-chiave del morbo della malattia di Bürger che è stata anche detta «artrite da nicotina». Il tabagismo, infatti, favorisce l’insorgenza della malattia, che colpisce per prime le arterie delle gambe ostruendole progressivamente con la formazione di coaguli. La nicotina, con la sua azione vasocostrittrice, viene considerata come il principale elemento causale del morbo, il quid che fa scattare tutta una serie di meccanismi di spasmi arteriosi, la chiusura delle piccole arterie delle dita e poi, in un secondo tempo, la compromissione di tratti arteriosi più importanti.

Condizioni psichiche

Se il paziente, alle prime avvisaglie (formicolii, intorpidimento, deambulazione difficoltosa nelle crisi del male con claudicazione intermittente) smette immediatamente di fumare, ha delle speranze di salvare il piede e la gamba. Altrimenti, se insiste nel suo vizio, la malattia si accende con sempre maggior violenza assumendo un carattere così maligno, da provocare cancrena, e quindi amputazioni sempre più estese.

Il prof. Calvi dopo aver illustrato tutto ciò al magistrato, ha sollecitato un accertamento sanitario per controllare le condizioni psichiche dell’imputato il quale, in passato, sarebbe stato curato con sostanze medicamentose a base di morfina. Calvi ha poi detto al dott. Occorsio di aver associato, nella difesa di Pietro Valpreda. il collega prof. Giuseppe Sotgiu che ha accettato. Incontrato dai giornalisti a Palazzo Giustizia, il prof. Sotgiu, nel confermare di aver accettato il mandato difensivo, ha detto: «Tanto più grave è il delitto, più scrupolosa e serena deve essere la raccolta e la valutazione delle prove, e tanto più alta e nobile appare la funzione del difensore, garantire per tutti gli imputati dalla Costituzione e dalla civiltà giuridica del nostro Paese.

«E’ mio intendimento contribuire e collaborare, quale difensore, e nel solco della gloriosa tradizione dell’avvocatura penale italiana, a un’opera di giustizia e ad impedire deformazioni e debordamenti probatori e processuali, che potrebbero determinare un tragico errore giudiziario».

Sotgiu e Calvi, nella giornata
di oggi, avranno copia dell’ordine
di cattura emesso contro Valpreda, ma fin da ieri hanno avuto
conferma dei reati contestati: concorso «con altri» in strage continuata; associazione per delinquere; pubblica intimidazione col
mezzo di materie esplodenti; violazione della legge del 1967 sulle
armi; recidiva specifica infraquin
quennale.

Nella tarda serata, si sono conosciuti i nominativi di alcuni fermati che, riconosciuti estranei ai fatti, sono stati rimessi in libertà. Fra i rilasciati sono il ragioniere Umberto Macoratti e Antonio Serventi. In particolare, è stato accertato che il Serventi, nel pomeriggio del 12 dicembre, quando furono compiuti gli attentati, stava tenendo una conferenza nel circolo «XXII Marzo» in via del Governo Vecchio.

La pena prevista per i reati contestati al Valpreda. come per quelli contestati agli altri cinque presunti correi è la stessa: l’ergastolo. Ne erano tutti consapevoli quando ieri, a Regina Coeli, al carcere dei minorenni di Porta Portese e a Rebibbia il capitano dei carabinieri Antonio Varisco ha notificato gli ordini di cattura.

Il dott. Sturniolo. direttore dell’Istituto per i minorenni di Porta Portese, ha preso ogni precauzione quando Varisco è giunto al carcere con l’ordine di cattura. Ha chiamato Mander nel suo ufficio, ha conversato per un poco con lui su problemi filosofici e sociali, senza però parlare dei motivi dell’arresto. Roberto Mander ha dimostrato una notevole preparazione culturale per la sua età ed ha accettato un contraddittorio su alcune teorie filosofiche con il dott. Sturniolo.

Il giovane ha detto anche di non condividere le idee della propria famiglia, né sul piano politico né su quello sociale; non ha manifestato particolari esigenze, sul piano pratico. Ha chiesto soltanto al direttore di poter leggere e tra i libri della biblioteca del «Gabelli » ha scelto due volumi di Shakespeare e i «Corsi e ricorsi storici» del Vico. Quando gli è stato poi notificato l’ordine di cattura non ha battuto ciglio. Ha chiesto soltanto se il documento era stato consegnato anche ai suoi difensori, avvocati Nicola Lombardi e Giuliano Vassalli (psiuppino, il primo; deputato socialista per il PSI, il secondo). Roberto Mander è stato informato che il padre, il noto direttore d’orchestra Francesco Mander, rientrerà a Roma il 24 dicembre da Amsterdam, dove il giorno prima terrà l’ultimo concerto di una «tournée» fatta nei Paesi Bassi.

L’altro minorenne incriminato per la strage, Emilio Borghese, figlio del magistrato, quando gli hanno letto e notificato l’ordine di cattura era in condizioni di estrema prostrazione. Sia lui, sia Mander sono rinchiusi in cella di isolamento e sono guardati a vista ventiquattrore su ventiquattro.

 

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1969 12 17 Messaggero – Gli anarchici di papà di Giancarlo Del Re

23 ottobre 2015

1969 12 17 Messaggero - Gli anarchici di papà di Giancarlo Del Re

Gli anarchici di papà

di Giancarlo Del Re

 

Ineccepibile a scuola, insopportabile a casa: questo abbiamo sentito dalla madre e dal fratello maggiore di Roberto Mander, lo studente diciassettenne che si trova fra gli anarchici fermati dalla polizia nel corso delle indagini sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma. Del gruppo fanno parte altri due teen-agers: una ragazza tedesca di 19 anni, che si chiama (o è soprannominata) Muky, e lo studente Emilio Borghese, di 18 anni, figlio del magistrato Soffo Borghese. Nessuno dei tre ragazzi è stato ancora incriminato, ci ha detto stanotte il questore di Roma, ma la polizia ha motivo di trattenerli in stato di fermo per completare gli accertamenti sul loro conto e vagliare gli indizi già raccolti.

Roberto Mander è figlio del musicista Francesco Mander che si trova attualmente in tournée in Olanda. La famiglia abita al viale Gorizia 25, in un appartamento arredato con quei mobili, quei quadri e quei tappeti che sono rivelatori di un gusto borghese solido e opulento. In questa casa, così improbabile per un anarchico, lo studente fu preso dalla polizia domenica mattina, cioè trentasei ore dopo quel tragico venerdì che fece inorridire il Paese. La polizia perquisì la stanza di Roberto e sequestrò alcuni manoscritti e certi manifesti ciclostilati. Anche la madre e il fratello del giovane furono interrogati prima a casa e poi in Questura. «Molto cortesemente – precisa la signora Anna Maria Mander, una donna dai grandi occhi azzurri e malinconici. – Gli agenti furono comprensivi e discreti. Procedettero rapidamente, badando a non mettere disordine. Ci raccomandarono di non riferire alla stampa le domande che ci avevano fatte».

Roberto qualche anno fa: eccolo in una fotografia incorniciata in tartaruga su una consolle che è sulla parete di fronte al divano. Un ragazzino biondo, pettinato con la riga da una parte, con gli occhi sgranati e la bocca che non riesce a sorridere. Adesso Roberto è un giovanotto con i capelli lunghi e la barba fluente, trasandato nel vestire fino a sembrare uno straccione. In casa, sono due anni che non parla se non per chiedere «a che ora si mangia?». Per lui suo padre è «l’oppressore», la madre «una cattolica che non capisce niente», il fratello Pietro «un socialdemocratico comodamente integrato nel sistema». A scuola è un altro. Frequenta il secondo liceo, sezione M. al «Giulio Cesare», e non c’è materia che non gli piaccia o nella quale non riesca. Pochi giorni fa, la madre andò a parlare con la professoressa di latino e greco di Roberto e le manifestò le sue preoccupazioni per questo figlio così taciturno e ostile. «Ma lei non esagera?». chiese l’insegnante, incredula.

Il più adorabile dei figlioli

Fino a due anni fa, il giovane era per sua madre il più adorabile dei figlioli. «Le madri dei suoi compagni si complimentavano con me per l’educazione e la gentilezza di Roberto. Alle feste fra ragazzi, per esempio, non è che lui non si divertisse come gli altri, ma era l’unico che non si scalmanava mai. Poi, non so precisamente quando e come, cambiò atteggiamento. Troncò tante amicizie, se ne fece delle nuove, diventò cupo, cominciò a esprimersi con termini complicati e per me incomprensibili. Ma chi ti ha insegnato a parlare così?, gli chiedevo, figlio mio non ti riconosco più. Forse fu quando cominciò a frequentare la libreria Feltrinelli, ma forse fu a scuola che incontrò chi me lo doveva portare via. Ci deve essere qualcuno che va nelle scuole a diffondere idee rivoluzionarie tra i giovani. Posso dirlo? Questo è plagio ».

Pietro Mander, il fratello maggiore di Roberto, «il socialdemocratico comodamente integrato», ha ventiquattro anni e studia orientalismo (lettere). In famiglia, Pietro fu l’ultimo ad avere un dialogo con Roberto, poi anche fra i due fratelli calò il mutismo. «Ultimamente, però, aveva ricominciato a parlare un po’ con me. S’era appassionato di religioni orientali e mi chiedeva informazioni e libri. Voleva trovare notizie sul dio Mitra, il dio testa d’asino, il dio dei poveri. Diceva che la Chiesa e lo Stato ancora lo considerano pericoloso, questo dio degli schiavi romani. S’era appassionato anche di speleologia e si era iscritto a una associazione che sta in via Varese. Studiava le caverne, andava con i suoi amici ad esplorarle. E’ un lettore insaziabile di Nietzsche: secondo me, è stato Nietzsche che lo ha fatto diventare anarchico. Io. invece, sono per Kierkegaard. Questa è la profonda differenza tra la sua e «la mia scelta».

Un giorno tornò e non disse nulla

Nell’ottobre scorso, Roberto si allontanò da casa. «Si allontanò», dice il fratello, non «scappò». Per due o tre settimane, i suoi non seppero niente di lui, poi un giorno tornò e non disse a nessuno dove era stato. In quel periodo, Pietro Mander andò a cercare notizie del fratello al circolo anarchico «Bacunin» in via Baccina. «Non riuscii a sapere niente, non mi fecero neppure salire nella stanza superiore che è una specie di “sancta sanctorum” degli anarchici. Debbo dire che mio fratello aveva stretto amicizia con gentaglia di infimo ordine e che si compiaceva di letture che io giudico idiote, ma debbo anche dire che si è sempre dichiarato contrario alla violenza. Un giorno, quando ancora ci parlavamo, mi portò a una conferenza sul libro di Masini. “La storia degli anarchici italiani”. Seguì una discussione e Roberto era fra quelli che più animatamente contestarono il sistema della violenza. Non sono mai riuscito a capire come un ragazzo intelligente come lui, uno che legge Nietzsche, potesse leggere anche certa robaccia grossolana che portava a casa e conservava gelosamente: opuscoli, libercoli, cose davvero ridicole».

Era ormai parecchio tempo che Roberto non frequentava più la libreria Feltrinelli: disprezzava quell’ambiente, lo giudicava «fasullo». La sua vita si svolgeva fra casa e scuola. Marinò le lezioni solo il giorno della manifestazione dei metalmeccanici a Roma, ma non lo nascose né ai genitori né agli insegnanti. Andò a scuola anche venerdì e sabato scorsi. Quando ieri sera abbiamo detto alla madre che Roberto è indiziato, lei non ha battuto ciglio. «Ma per la bomba al Vittoriano», ha aggiunto Pietro Mander. «E’ grave lo stesso», ha ribattuto la signora Anna Maria. Sia lei che il figlio Pietro non riescono tuttavia a credere che Roberto possa essersi macchiato di tanta vigliaccheria. «Conosce un sacco di gentaccia, conosce anche Valpreda, ma non è il tipo che si mette in imprese del genere», pensa il fratello.

1970 01 11 Paese Sera – Bombe: senza volto il nuovo testimone. Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza»

19 ottobre 2015

1970 01 11 Paese Sera - Bombe senza volto il nuovo testimone

Bombe: senza volto il nuovo testimone

Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza» – Quali sarebbero le «ammissioni» fatte da Emilio Borghese e Roberto Mander. Una perizia collegiale sui reperti degli ordigni

 

Un nuovo testimone è entrato da ieri nella vicenda degli attentati di Milano e di Roma. E’ stato interrogato lungamente dal giudice istruttore, dott. Ernesto Cudillo, alla presenza anche del P.M., dott. Vittorio Occorsio (che peraltro si è limitato ad assistere alla verbalizzazione delle dichiarazioni fatte dal teste). Tutti i tentativi per cercar di dare un volto e un nome al personaggio sono riusciti vani. Manco a parlare, poi, di ciò che il testimone avrebbe detto. L’unica «indicazione» (se così può definirsi) raccolta negli ambienti giudiziari è una frase del P.M., il quale, pressato dalle insistenti richieste dei giornalisti si è limitato a dire che «si tratta di un testimone piuttosto importante». Tutto qui.

A disposizione i verbali

Qualche notizia più precisa su ciò che riguarda l’andamento dell’istruttoria si potrà, forse, avere domani. In mattinata, infatti – secondo quanto lo stesso giudice ha comunicato – saranno depositati, a disposizione dei difensori, i verbali d’interrogatorio, il che induce a ritenere che entro la prossima settimana gli avvocati potranno anche finalmente recarsi al carcere per prendere contatto con i propri assistiti.

Un’altra informazione appresa da fonti attendibili dà per certo che nei prossimi giorni il giudice istruttore disporrà una nuova perizia sui reperti degli ordigni. Si tratterà, stavolta, di un’indagine affidata a un collegio di periti e alla quale parteciperà anche la difesa con alcuni consulenti di parte.

Intanto, sia pure faticosamente, continuano a filtrare alcune indiscrezioni su ciò che gli inquirenti sarebbero riusciti a raccogliere interrogando i sei arrestati (il settimo imputato, Enrico Di Cola, è ancora latitante). Secondo queste notizie – peraltro ovviamente non ufficiali – due degli accusati, in particolare, avrebbero fatto delle ammissioni, che per l’accusa costituirebbero «elementi di notevole gravità e significato». I due sarebbero Emilio Borghese e Roberto Mander. Specialmente il primo – sempre stando alle voci – avrebbe in sostanza attribuito a Pietro Valpreda e al Mander di avere avuto nei giorni immediatamente precedenti il 12 dicembre (all’interno della sede del circolo «XXII marzo») molti «scambi di idee» non solo sull’opportunità di compiere delle azioni terroristiche, ma addirittura sulla «scelta» degli «obbiettivi».

Queste indiscrezioni hanno trovato qualche conferma anche negli ambienti della polizia, come quelle riguardanti Roberto Mander il quale, nell’apprendere da chi lo interrogava ciò che sarebbe stato dichiarato da Emilio Borghese, avrebbe replicato ritorcendo contro lo stesso Borghese e Valpreda la responsabilità dei «progetti» di attentato e della «designazione» dei luoghi in cui effettuarli.

Paolucci sarà interrogato

Naturalmente riferiamo tutto questo con le dovute riserve che la gravità del caso impone, anche se ci sembra opportuno sottolineare – come del resto facciamo in altra parte del giornale – che «discorsi» e «progetti» non sembrano oggettivamente sufficienti a dimostrare una diretta partecipazione agli attentati.

La settimana prossima, comunque, dovrebbe permettere di tracciare un quadro abbastanza esatto della situazione. Il giudice istruttore, come si è detto, depositerà domani i verbali d’interrogatorio, e presumibilmente martedì si recherà a Milano, con il pubblico ministero, per procedere – si è dichiarato negli ambienti giudiziari – ad alcuni «importanti accertamenti». Fra l’altro il magistrato procederebbe, nella città lombarda, anche all’interrogatorio del prof. Liliano Paolucci, direttore generale del Patronato Scolastico, che con ripetute dichiarazioni alla stampa ha smentito talune asserzioni fatte dal tassista Cornelio Rolandi.

Un’ultima notizia riguarda un personaggio il cui nome è venuto più volte alla ribalta in margine all’inchiesta sugli attentati. Si tratta di Ivo Della Savia, amico di Pietro Valpreda, che gli inquirenti vorrebbero interrogare perché, si dice, qualche volta sarebbe stato in possesso di esplosivi. Il Della Savia, renitente alla leva, si troverebbe però da qualche tempo in Belgio.

 

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 maggio 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

27 aprile 2015

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

8 maggio 1974 Catanzaro – interrogatorio in aula di Salvatore Ippolito (poliziotto infiltrato nel 22 marzo)

6 dicembre 2013

8 maggio 1974 Catanzaro - Salvatore Ippolito DR: Ebbi incarico dal dott. Spinella, nonostante che in un primo tempo avessi cercato di non accettare l’incarico, di avvicinare il gruppo degli anarchici in occasione della annunciate venuta a Roma dell’anarchico Ivo Della Savia.

Riuscii ad entrare nel circolo Bakunin avendo conosciuto e fatto amicizia con Mander, Borghese ed altri giovani che frequentavano tale circolo. Mander, Valpreda ed altri furono i provocatori della scissione, benché poi il Mander continuò a frequentare il Circolo Bakunin.

La posizione di Merlino era quella di uno fra i più assidui frequentatori, anche per la sua preparazione. Il Merlino fu accusato che faceva parte di altro gruppo “il 22 marzo” . Dopo alcuni episodi (fermo degli appartenenti al gruppo sito nel negozio di Ivo Della Savia) cominciarono a predisporsi riunioni particolari alle quali non ho mai partecipato e che si svolgevano in Trastevere in una casa che mi era stato detto era stata presa in affitto dal Macoratti, ma non credo che questi vi abitasse.

DR: Non sono in grado di dire chi partecipasse a queste riunioni, certamente Di Cola, Valpreda, Borghese e lo stesso Macoratti; non sono in grado di ricordare altri nomi perchè queste erano notizie che mi venivano riferite.

DR: Talvolta vi erano delle riunioni anche in via del Boschetto (negozio del Della Savia e Valpreda) ed a queste qualche volta ho partecipato anche io.

DR: Non so se vi erano altri luoghi di riunione particolari e non sono in grado di riferire la frequenza di tali riunioni.

DR: Frequentavo con una certa assiduità la sede del 22 marzo, ma non quotidianamente.

DR: Ebbi dei sospetti di essere sospettato prima della scissione in quanto tale Antonelli, moglie di Coari Raniero, che era una delle responsabili del Bakunin mi fece delle strane domande specifiche, quanto la polizia mi dava, se mi pagava ecc… Ma successivamente ricevetti comunicazioni del Borghese che mi tranquillizzarono.

DR: La sera dell 18/11 partecipai ad una riunione nel Circolo 22 marzo ed in quell’occasione, presenti Valpreda e Bagnoli, arrivò Merlino il quale ci chiese cosa bisognava fare il giorno successivo. Egli disse:«Avete preparato della roba?» il Valpreda R:«Caso mai ci si pensa domattina»; il Borghese aggiunse :«La benzina la si può prelevare nelle macchina di Piero o di Andrea». Oltre me vi erano: Merlino, Valpreda, Borgese e Bagnoli, a questa riunione; non ricordo che vi erano presenti anche altri ma non lo escludo.

DR: La sede di via del Governo Vecchio non era arredata nel senso che non vi erano comodità, ma solo un tavolo, una brandina e qualche sgabello ed anche la luce l’avevamo derivata da uno scantinato accanto.

In un secondo tempo, per incarico del Valpreda portai altra brandina e dei materassi cioè della roba che aveva nel quartiere di Prato rotondo

DR: L’unico contatto con l’Ufficio Politico della Questura era telefonico, non ho mai redatto rapporti.

DR: Parlavo sempre con dott. Spinella, due volte parlai col dott. Giacchi ed una col dott. Improta, anzi prima telefonai e poi ci incontrammo, altra volta parlai col dott. Provenza ed altra ancora col dott Noce

DR: In occasione di una protesta davanti carcere di Regina Coeli, Mander mi diede due fiaschi vuoti con uno straccio che dovevano essere riempiti di benzina ed usati come bombe molotov. Al di fuori di tali materiali esplodenti non ho mai visto altro in possesso degli appartenenti al gruppo, però come ho riferito nelle deposizioni alle quali mi riporto e che confermo, ne ho sentito parlare.

DR: Il gruppo doveva partecipare alla manifestazione per la casa ma fu bloccato dalla polizia, come ho riferito in precedenza; partecipò alla manifestazione per il Vietnam, a quella dei metalmeccanici, ma per per ogni particolare mi riporto a quanto dichiarato in precedenza.

DR: Non andai al convegno degli anarchici di Carrara né ricordo quali del gruppo vi andarono

DR: A quanto mi risulta non posso affermare che Gargamelli ha partecipato alle azioni programmate dal gruppo 22 marzo; certamente non ricordo di averlo visto, se si eccettua una sola volta, ma neppure sono sicuro, ho il dubbio se poteva essere lui o Di Cola.

DR: Mi trovai per caso presente alla conferenza del Cobra e mi ci trattenni dal principio alla fine, ma non sono in grado di dire quali degli appartenenti al gruppo 22 marzo sia stato presente dal principio alla fine: certamente fu sempre presente Bagnoli e Macoratti che però si allontanò poco prima della fine.

DR: Io ero in fondo alla sala, quasi vicino al conferenziere, lateralmente ad esso, ma comunque non sono stato sempre fermo allo stesso posto; mi era facile vedere l’ingresso e, come ho riferito, ricordo che vidi arrivare il Mander e andar via il Macoratti.

A questo punto, sull’accordo delle parti si procede alla lettura delle deposizioni rese dal teste in fase istruttoria.

DR: Aggiungo che in occasione della manifestazione dei metalmeccanici (fal. 103 retro) io la sera mi accompagnai sino alla sede del Messagero non solo col Bagnoli ma anche col Borghese.

Ricordo l’episodio in quanto nell’occasione mi congedai temporaneamente da loro per andare in una toilette di un bar. In effetti io dal bar stesso telefonai in ufficio.

A domanda dell’avv. Martorelli: Durante la suddetta manifestazione io mi limitavo a seguire il gruppo senza apportare alcun contributo

A domanda dell’avv.Gargiulo: Parlando di lavoro saltuario a proposito delle lampade, intendevo dire che Valpreda e Della Savia lavoravano poche ore al giorno e non tutti i giorni.

Successivamente alla partenza del Della Savia mi sono recato altre volte nel locale di via del Boschetto: nel locale vi erano delle cassette contenenti vetri, qualche lampada, qualche sedia e di più non sono in grado di precisare, anche perchè non c’era la luce.

A mia domanda Bagnoli rispose che la conferenza del Cobra si teneva nella sede del 22 marzo dicendo che aveva cambiato idea.

Valpreda lasciò il Bakunin, a quanto ricordo, per dissenzi avuti con alcuni dirigenti della FAI con i quali, se non erro, venne a vie di fatto

A domanda del PM:  Valpreda aveva contatti anche con altri gruppi della sinistra e ciò posso affermare in quanto egli mi disse che aveva bisogno di soldi per mantenere collegamenti con gruppi anche al di fuori di Roma. Posso aggiungere che la sera del 10/12 prima di partire per Milano si incontrò con rappresentanti di un gruppo di sinistra che non so precisare. Ero presente quando egli parlò con alcune persone, ma non sentii cosa dicessero.

Ciò avvenne in una specie di teatro nei pressi di Piazza Navona ove io mi recai col Valpreda, col Fascetti e col Bagnoli. Qui incontrarono quattro-cinque persone tra cui una donna. Non sentii nulla di quello che dicevano.

Nel pomeriggio il Valpreda disse che si doveva avere questo incontro con elementi di sinistra e fummo designati Fascetti ed io. All’ultimo momento, dopo la cena, si aggiunse anche Valpreda. Prima di recarci alla riunione ebbi una telefonata di Fascetti che mi invitò nella pizzeria ove trovai Rossana Rovere, Valpreda, Bagnoli, Fascetti e forse qualche altro. Dopo aver mangiato la pizza il Fascetti ed io, col Valpreda, ci recammo alla riunione.

Contestata la circostanza al Valpreda lo stesso R: E’ vero con Fascetti ed Ippolito ci siamo recati in un teatro nei pressi di Piazza Navona anche con la Rossana Rovere ed altre persone per incontrare l’avv Di Giovanni ed altri componenti del Comitato di controinformazione, che ha sede presso la Lega dei Diritti dell’Uomo.

Il teste dichiara: Conoscevo di vista l’avv. Di Giovanni e non ricordo se fosse o meno lui la persona con la quale si parlò.

A domanda del PM il teste R: “Ho frequentato il Bakunin che, a mio avviso, era più moderato come discorsi e come programmi rispetto al 22 marzo.

Alle manifestazioni di cui ho fatto cenno (metalmeccanici, casa, ecc.) ad eccezione del Mander rimasto fedele al Circolo, non partecipava nessuno dei frequentatori del Bakunin.

L’unico episodio in merito a scontri con fazioni opposte fu quello che poi non avvenne per intervento della polizia ed al quale seguì l’episodio di Colle Oppio.

Il Macoratti pur essendosi allontanato, nel senso che non frequentò più il circolo 22 marzo, rimase in buoni rapporti con gli aderenti al 22 marzo.

I componenti del 22 marzo non mi chiesero mai di procurare loro dell’esplosivo.

In mia presenza non si è mai parlato di assalto alle Banche ad eccezione di quanto ho riferito in merito al colloquio col Borghse.

Comunicai al dott. Spinella che doveva tenersi una conferenza al Circolo Bakunin, ma poiché in questo circolo vi erano persone per lo più anziane e poiché io non lo frequentavo più la cosa non ebbe un seguito.

Ricordo che tale conferenza era stata in un primo tempo fissata per qualche giorno prima rispetto a quello in cui fu poi effettuata, con cambiamento di sede di cui ho fatto cenno.

DR: La bottiglia molotov depositata sul davanzale della seda di via Colle Oppio non esplose in mia presenza, seppi successivamente che era esplosa, che aveva fatto pochi danni, che aveva cioè rotto solo qualche vetro, e tali furono i commenti che sentii fare nel circolo Bakunin.

A domanda dell’avv. Calvi: Incominciai ad occuparmi dei gruppi anarchici poco dopo il mio arrivo alla Questura di Roma e cioè verso la fine del 1968.

Se non ricordo male cominciai a frequentare il Bakunin nel luglio 1969 cioè poco tempo prima dell’arrivo del Della Savia a Roma.

Potrebbe anche darsi che abbia frequentato il circolo Bakunin nell’aprile 1969 nel senso che in passato sia entrato nello stesso.

Per quanto riguarda la data degli episodi nulla posso modificare o aggiungere a quanto già riferito.

Fu poco prima di partire per Milano che Valpreda mi disse di portare la sua roba dalla baracca di Prato rotondo alla sede del 22 marzo ed io tanto feci col Bagnoli. Non sono in grado di precisare la data.

La sera del 14 riferii telefonicamente al dott Spinella tutta la discussione che avevo avuto col Borghese ed i particolari da questi riferitemi in merito al fatto che Valpreda si trovava già all’estero e quanto altro riferitomi.

Ho appreso delle riunioni particolari, da componenti del gruppo stesso e ne avevo sentore nelle discussioni che tra di loro avvenivano, non sono quindi in grado di fare un nome specifico. A queste riunioni particolari partecipava anche il Borghese.

Ricordo che quando il 19 novembre fu fermato dalla polizia, il Valpreda, aveva un occhio tumefatto e tanto era dovuto, come mi fu riferito dagli amici, a seguito di uno scontro avvenuto in Trastevere in conseguenza del fatto che il gruppo di Valpreda, che commentava favorevolmente un attentato avvenuto a Madrid, ebbe uno scontro con altro gruppo di idee contrarie.

Fui chiamato dall’Ufficio Politico e mi fu detto che dovevo deporre pochi giorni prima della deposizione stessa e cioè nel maggio 70.

DR: Non ho nulla da aggiungere a quanto riferito nella deposizione in merito agli esplosivi da me fatti prevenire mediante tempestivo avviso alla polizia.

A domanda dell’avv Boneschi: la sera del 12/12 sono uscito dal Circolo 22 marzo verso le ore 18 ma mi intrattenni nelle vicinanze fino alle ore 19 con Cristus, poi presi l’autobus ed andai in pensione ma prima di arrivare seppi dell’attentato, mi fermai, telefonai in ufficio e mi si disse di tenermi a disposizione nella pensione. Nella telefonata dissi al dott Spinella se era vero ciò che avevo sentito in merito agli attentati, mi rispose di si e mi disse di tenermi a disposizione nella pensione che mi mandava a prendere. Non mi chiese se sapessi qualcosa in merito agli attentati. Sapevo che vi erano altre riunioni dai discorsi che sentivo fare dagli altri i quali con me parlavano soltanto di cose insignificanti ed è stato questo il motivo per cui, negli ultimi tempi, frequentavo di meno la sede del 22 marzo, anche per evitare che avessero dei sospetti su di me.

Non andavo alle riunioni di via del Boschetto anche per timor mio, a parte il fatto che evidentemente si riunivano e non mi facevano sapere niente; io per insistenza dell’ufficio ho continuato ad andare diversamente se fosse stato per idea mia, non sarei andato più per niente. Per questo ho tentato di allontanarmi e farmi vedere disinteressato all’attività del gruppo, per evitare che ci fossero dei sospetti sul mio conto perchè se io domani dovevo ritirarmi non sapevano che io ero ben sotto, per lo meno non avevano la certezza.

A domanda dell’avv Martorelli: Non so se i sospetti si appuntarono su di un solo od anche su altri appartenenti al gruppo. Voglio però aggiungere che anche sul conto del Merlino vi erano dei sospetti come fu affermato, se mal non ricordo, dal Borghese e dal Bagnoli.

Il Borghese si ricredette sul mio conto in modo particolare dopo che ero stato fermato dalla Questura e perciò nuovamente si confidò con me, come ho avuto modo di riferire.

Non ho mai avuto notizie che il gruppo fosse in possesso di timers, cassette juwall, borse né  se ne è mai parlato.

Continuai a frequentare, sia pure non con assiduità, il gruppo degli anarchici, fino all’aprile 70, e mi allontanai quando mi fu detto, mi pare da Mattozzi ma non sono sicuro, che dovevo presentarmi da un avvocato per parlare ed eventualmente per prepararmi la difesa.

Nessuna notizia di particolare rilievo raccolsi sul conto degli anarchici.

A domanda dell’avv. Armentano Conte: Ho conosciuto tutte le donne che frequentavano i circoli Bakunin e 22 marzo, ma non erano molte e non so precisare il numero.

Non è esatto che abbia cercato di avere od abbia avuto con alcuna di esse rapporti intimi.

14 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin

28 novembre 2013

14 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin. (in realtà ci sono persone che non appartengono a nessuno dei due circoli.) Divertente anche l’accenno a Di Cola – che secondo la nota risulta “ancora non rintracciato”. Di Cola infatti si trovava, dal 12 dicembre, fermato in una caserma dei carabinieri.

 

14 dicembre 1969 Questura Roma – elenco fermati 22 marzo e Bakunin

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico ai compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

18 maggio 2013

Quello che segue è un documento particolarmente interessante per capire come le varie componenti del movimento anarchico si organizzarono e le condizioni che posero per assumere la difesa dei compagni del gruppo 22 marzo. Torneremo su questo tema in maniera più approfondita quando tratteremo la questione dei “diritti e garanzie” alla difesa nello svolgimento del processo di Catanzaro. (Consigliamo di rileggere sul blog l’articolo “5 settembre 1977 Lettera dell’avvocato Luca Boneschi a Valpreda di autocritica su conduzione processo di Catanzaro“)

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969 COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 ottobre 1969 Questura di Roma Uff. Pol. Appunto Spinella su scissione FAGI del Bakunin di Roma (fonte Salvatore Ippolito)

23 aprile 2013

Questa velina è particolarmente interessante perchè vi si trovano i germi delle menzogne che successivamente saranno utilizzate sia da destra che da sinistra per etichettarci e isolarci. La “scissione” della FAGI (come abbiamo già detto in altra parte nessuno di noi “aderiva” alla FAI o alla FAGI per cui non potevamo certo “scinderci” da un’organizzazione che non era nostra) viene attribuita al fascista Merlino che – addirittura – ci avrebbe fatto “aderire” al “movimento 22 marzo” (in realtà con le lettere romane XXII marzo) di cui era stato uno degli animatori.  All’epoca noi, essendo un gruppo di individualità anarchiche, firmavamo le nostre azioni o volantini in modi diversi a seconda del nostro estro. Il volantino antimilitarista, ad esempio, lo firmammo come Gruppo Durruti, mentre e il volantino dello sciopero della fame con un anonimo “Gli Anarchici”, così come lasciammo delle semplici  A-cerchiate sulle pareti dell’immobiliare dove costruimmo un muretto. Ci definimmo “22 marzo” con la rivista Ciao2001 solamente per poter ottenere le 40mila lire che ci servivano per le nostre attività. Solo alcune settimane dopo decidemmo di mantenere la sigla 22 marzo come nostro nome.  Da notare anche che la Questura già era al corrente di dove si fosse rifugiato Ivo Della Savia per evitare il militare.

 

 

27 ottobre 1969 appunto Spinella su scissione FAGI del Bakunin di Roma (fonte Ippolito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27 ottobre 1969 appunto Spinella su scissione FAGI del Bakunin di Roma (fonte Ippolito)

Umanità Nova 16 ottobre 1971 Lo Stato è accusato di strage continuata Vogliamo subito il processo per le bombe Comitato Politico-Giuridico di Difesa

2 settembre 2011

La Costituzione è servita

Il ricorso presentato dai legali di Emilio Borghese, tendente ad annullare, in base ad una sentenza della Corte Costituzionale, la applicazione dell’amnistia per il reato di danneggiamento disposta dal giudice istruttore per tutti gli imputati, è stato respinto.

La Cassazione non ha ritenuto vincolante la decisione della Corte Costituzionale e con un sottile quanto incomprensibile preziosismo giuridico ha distinto tra dichiarazione di illegittimità costituzionale ed interpretazione di una norma.

La giustizia, è noto, si amministra sulla base del cavillo giuridico. Un gioco estremamente difficile, zeppo di sotterfugi e di intrigate sottigliezze interpretative, per cui una norma perfettamente rispondente ai dettami della costituzione repubblicana è applicata ad un imputato ma non si ritiene possibile applicarla ad un altro. Il trattamento che subiscono i due imputati in un caso del genere è assolutamente diverso, ma ciò non toglie che la legge è uguale per tutti. E se lo dicono i sapienti addetti ai lavori i sudditi non possono metterlo in dubbio.

Anche quello di essere giudicati in un pubblico dibattimento prima di essere condannati è un diritto sancito dalla Costituzione, ma i codici non contemplano il diritto di ribellarsi alla magistratura che ti tiene lunghi anni in galera prima di processarti e di riconoscere la tua innocenza, per cui il solo diritto di cui effettivamente gode l’imputato è quello di… aver fede nella «giustizia».

Indagini ed esperimenti giudiziari espletati

Se un giudice perviene, per oscuri ed imprevedibili motivi alla convinzione che un ..indiziato di reato in 10 minuti è riuscito da solo a sistemare la cupola di San Pietro, pietra su pietra, sulla cima di un cipresso del camposanto e se l’indiziato non riuscirà a dimostrare con i propri mezzi che lui era nella impossibilità materiale di portare a termine la impresa, verrà condannato per trafugamento di monumento nazionale e per disturbo alla quiete dei defunti.

Non è un paradosso, il regime accusatorio su cui si basa il meraviglioso sistema giuridico italiano consente e spessissimo rende inevitabili aberrazioni del genere.

E’ il caso capitato a Roberto Mander, indiziato, perchè anarchico, di aver partecipato al complotto che provocò la strage del 12 dicembre 1969 e di aver collocato, in meno di dieci minuti partendo da via del Governo Vecchio, una bomba al monumento del milite ignoto, più enfaticamente chiamato altare della patria.

I difensori di Mander, condannato senza processo e senza possibilità di appello a tre anni di carcere per minorenni (lo chiamano diversamente, ma è una galera) dal giudice dott. Cudillo che non ha trovato il tempo di eseguire neanche un esperimento giudiziario che confortasse la sua convinzione, hanno fatto effettuare privatamente una prova del tempo strettamente necessario per percorrere il tragitto attribuito a Mander ed è risultato che non è possibile impiegare meno di quaranta minuti.

Chi, come diversi giornalisti e gente della strada, ha assistito all’esperimento, ha avuto parole di sdegno per «l’assurda accusa di concorso in strage mossa ad un ragazzo senza specificare i tempi ed i modi della partecipazione al presunto diabolico piano».

Ma ancor piùassurdo sarà il comportamento della magistratura che, chiamata a risolvere il caso da una energica e documentata memoria presentata all’ufficio istruzione del tribunale dall’avv. Nicola Lombardi, molto probabilmente se la caverà… stralciando dal procedimento il caso Mander, se non addirittura dichiarando inammissibile l’istanza della difesa.

Lo Stato sul banco degli accusati

Bisogna iniziare subito una vivace campagna per costringere il potere a non rinviare ulteriormente il processo se vogliamo che il caso non si risolva con la morte di qualcuno degli imputati. Le condizioni di Valpreda e di Gargamelli peggiorano di giorno in giorno e due anni di carcere in attesa di essere giudicati innocenti sono troppi, soprattutto per un reato di Stato, per una strage effettuata freddamente per sporchi fini politici da chi guazza nel pantano del potere statale e vive del sangue spremuto o strappato dalla carne dei lavoratori.

Nel momento in cui questo articolo sarà impaginato un gruppo di anarchici, compagni degli anarchici detenuti, starà preparando uno sciopero della fame in una piazza di Roma. La iniziativa è stata presa per impedire al troppo debilitato Valpreda di effettuare il minacciato sciopero della fame che potrebbe avere troppo gravi conseguenze per la sua salute e sbarazzare lo Stato di un sempre più scomodo imputato.

Vogliamo subito il processo, non perchè crediamo nella giustizia della legge, ma perchè siamo convinti che in questo infame caso sarà sufficiente l’angusto spazio concesso alla difesa dal pubblico dibattimento per lasciar passare finalmente quella verità sulla strage di Stato che l’inchiesta preordinata e addomesticata ha fino ad ora strangolato.

Bisognerà centuplicare i nostri sforzi, unire tutte le energie, coordinare le iniziative, dare maggiore impulso al lavoro di controinformazione, assistere la difesa, preparare ed agitare l’opinione pubblica, ma riusciremo a portare lo Stato sul banco degli accusati e dovrà rispondere del reato di strage continuata, per i 16 morti di piazza Fontana, dell’assassinio di Pinelli e di questi lunghi anni di galera, di vita rubata a dei giovani con l’intento di far pagare a loro per i suoi crimini. «La strage di Stato» non è solo il titolo di un libro ma è anche, soprattutto, l’intestazione di un fascicolo che conterrà gli atti e la sentenza del processo popolare contro lo Stato per i suoi più infami delitti.

 

Comitato Politico-Giuridico di Difesa