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Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma

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Umanità Nova 19 febbraio 1972 – Comunicato stampa della F.A.I.

30 aprile 2011

Il 23 febbraio p.v. avrà inizio il processo contro Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Emilio Bagnoli, Enrico Di Cola, imputati della «strage di Stato».

L’accusa, costruita secondo un piano prestabilito dal sistema, con strumenti polizieschi e giudiziari di matrice fascista, tendeva e tende a reprimere tutto un movimento che, avendo acquistato maggior coscienza e forza e soprattutto volontà di muoversi autonomamente e fuori dalle direzioni di partito e delle varie confederazioni sindacali, con le lotte dell’autunno caldo del ’69 aveva ed ha costretto l’organizzazione capitalistica ad utilizzare 1’«escalation» della violenza culminata con la strage di piazza Fontana per tentare un colpo di Stato.

Il sistema per difendersi non ha esitato a ricorrere al terrore di Stato, alla strage, al massacro di decine di cittadini e, conseguentemente, alla calunnia, incolpando chi con le bombe di Milano non c’entrava per niente.

Gli accusati sono innocenti.

Il processo di Roma dovrà dimostrare non solo la estraneità degli attuali imputati ai delitti loro contestati, fatto questo ormai acquisito nella coscienza di tutti i lavoratori, ma soprattutto la responsabilità dei veri colpevoli e dei loro mandanti, che non possono essere se non coloro ai quali giovava e giova la strategia della tensione e la conservazione dell’attuale regime fondato sulla ingiustizia e sullo sfruttamento.

Commissione di Corrispondenza della F.A.I.

A rivista anarchica n 17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 Una vittoria nostra – La Redazione

12 aprile 2011

Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi! Non abbiamo molto da aggiungere, a questo proposito, a quanto abbiamo già scritto. Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averli mossi noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, ad indignarsi. In secondo luogo perché nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo di democraticità.

Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (ma, al limite, anche nella resa a discrezione d’un esercito c’è il disegno di salvare almeno le chiappe), ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato ed una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutare l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. La scarcerazione è solo un episodio (importante, però, e che riguarda la vita di tre compagni) della battaglia per la verità sulla strage di Stato, che a sua volta è solo un episodio della guerra rivoluzionaria. Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquanta anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti, ci saremmo forse iper-criticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riconquistare credibilità?

Certo, perché la vittoria conservi significato politico e l’episodica sconfitta del sistema non finisca nella notte della disinformazione e dell’indifferenza in cui tutti i gatti sono bigi e gli opposti si confondono, è necessario tutto il nostro impegno, bisogna che la campagna di contro-informazione continui e non si spenga soddisfatta del primo risultato. In un comunicato stampa congiunto del 29 dicembre, la Federazione Anarchica Italiana ed i Gruppi Anarchici Federati sottolineano che la scarcerazione dei compagni “non è un atto di giustizia, ma il risultato della campagna di controinformazione e di lotte che fin dal primo momento gli anarchici ed il movimento rivoluzionario hanno intrapreso per smascherare la montatura politico-poliziesco-giudiziaria. Allo stato, unico responsabile della strage, – continua il documento delle due organizzazioni anarchiche – non rimaneva che ricorrere ad un comodo disegno di legge per liberarsi di un “affare” ormai troppo scomodo e tentare di salvare se stesso dal definitivo discredito. Oggi più che mai sotto accusa e lo stato, e la liberazione dei compagni dovrà dare maggiore impulso alla lotta contro la prepotenza del potere fino al suo abbattimento. Nel momento in cui Gargamelli, Borghese e Valpreda vengono scarcerati, noi non dimentichiamo – conclude il comunicato stampa – che i responsabili della manovra reazionaria e dell’assassinio del compagno Pinelli sono tutti in servizio e promossi od in attesa di promozioni”.

 

A rivista anarchica n 17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 – La libertà di Valpreda e la nostra di Giuliano Spazzali

12 aprile 2011

L’autore di questo articolo, l’avvocato Spazzali del collegio di difesa dei compagni imputati per la strage di stato, non è anarchico e lo si avverte in più punti, per un certo taglio e la scelta di taluni termini tipicamente marxisti. Tuttavia i lettori noteranno, sul tema specifico della scarcerazione dei compagni e del “dopo-Valpreda”, una sostanziale convergenza tra quanto scrive Spazzali ed il giudizio espresso dalle organizzazioni anarchiche (cfr. “Una vittoria nostra”, su A 17) e da questa stessa rivista (cfr. “Se Valpreda esce”, su A 16).

Si tratta di una mossa calcolata del nostro nemico o di una nostra vittoria? Né l’una cosa soltanto, né l’altra soltanto: ma l’effetto combinato d’entrambe.

Che cosa porta fuori dal carcere Valpreda, Borghese e Gargamelli? Indubbiamente il lavoro politico incessantemente intessuto dai rivoluzionari. Esso è stato diretto contro lo stato della borghesia, contro l’apparato politico della borghesia, contro gli strumenti di repressione e di controllo della borghesia. Ha avuto, all’inizio, come soggetti attivi i quadri militanti del movimento: un pugno di uomini. Ma presto migliaia e migliaia di operai e studenti si sono impadroniti della questione, l’hanno fatta propria, ne hanno corretto il tiro e l’hanno utilizzata nelle loro lotte.

Questo fatto ha indotto importanti modificazioni di quella che era all’inizio una “campagna di opinione”: essa infatti si è trasformata in un terreno di lotta stabile della classe operaia e dei suoi alleati. In sostanza: non “argomenti” in più, o “fatti” in più per giustificare i nostri slogans (giudici e poliziotti servi dei padroni, l’unica giustizia è quella proletaria ecc.), ma obiettivi in più, più coscienza di classe, più insubordinazione, meno paura, più chiari gli ostacoli da superare, più evidente la natura e le funzioni di quello stato in cui i riformisti ci esortano a penetrare dolcemente e senza rompere le cristallerie.

È stata, questa la fase in cui il movimento è stato più colpito, gli attacchi velenosi dei riformisti si sono sprecati, la stampa democraticista e per bene non ci ha risparmiato gli insulti e il disprezzo. Quanti sono stati i compagni che hanno pagato in carcere per questo lavoro politico? Chi fa i conti dei giorni di tormento di Valpreda e dei suoi compagni, deve aggiungere ai mille e cento ben noti alla “presse du coeur” altri mille e mille di operai, intellettuali e studenti che hanno offerto il loro tributo alla lotta, coscienti che essa non sarebbe stata né legale né democratica, ma violenta e aspra come lo è sempre la lotta di classe. Riformisti in galera per Valpreda non ne abbiamo visti: e non perché essi siano i più furbi o più forti, ma solo perché essi questa lotta non l’hanno mai fatta veramente, e quando ci sono entrati lo hanno fatto aggiungendo le loro voci stonate al coro dell’opinione pubblica illuminata, gareggiando in forza e decisione con il Corriere della Sera.

Ma il lavoro di propaganda e di agitazione dei rivoluzionari ha superato gli attacchi, il disprezzo e la galera. E costruendo pezzo a pezzo la storia della strage di stato, non ha mancato di fornire, questa volta sì, “argomenti” e “fatti” ai settori moderati ed incerti della pubblica opinione, che invece di proseguire l'”adoremus” del governo in carica e dell’ordine costituito, ha visto sotto gli occhi le atrocità segrete della macchina dello stato, le furiose violenze dei fascisti, le luride connivenze dei funzionari al di sopra di ogni sospetto, il volto autentico dei democristiani “antifascisti” e dei loro ministri-che-hanno-fatto-la-resistenza. E sebbene in mano a queste candide coscienze l’obiettivo politico si trasformasse ancora in accorati appelli (fate questo, fate luce, salvate quell’uomo, salvatemi anche voi) ciò è stato ugualmente un bene e non un male, un frutto giusto della nostra iniziativa rivoluzionaria.

Abbiamo, a quel punto, accerchiato il nostro nemico. Il “caso” Valpreda da un lato diventava sempre più diffusamente una questione politica della classe operaia, tanto che nemmeno agli amletici sindacalisti combattuti dal dilemma “dobbiamo o non dobbiamo infastidire Andreotti”, tanto che perfino essi si sono messi ad usare parole grosse nelle assemblee di fabbrica, se non volevano essere presi a fischi e a sassi. Dall’altro, i moderati e gli incerti si sono visti ad un tale mal passo che hanno accolto con vivo senso di soddisfazione la innaturale conversione del loro portavoce: la “bestia umana” divenne così un “brav’uomo” iellato da un meccanismo giudiziario riprovevole, da un sistema carcerario antiquato e da errori “colposi” di funzionari scriteriati.
Ma allora che fare? Quel che si era ottenuto sul piano politico, s’era ottenuto: non c’era purtroppo da sperare di più. Liquidare la faccenda al più presto, contando sulla smemoratezza “degli italiani”; liquidarla prima che si facesse talmente grossa da annegare tutti. Questo doveva essere fatto. Ma questo non è stato fatto perfettamente, perché ormai ogni copertura giungeva e giunge troppo in ritardo. Ci fu anche fra noi, all’interno del movimento, chi si dispiacque che nel marzo del ’72 lo strumento politico del processo si perdesse. Ma costoro non pensarono abbastanza che quel processo o non ce lo avrebbero fatto fare comunque allora, o allora avrebbe votato all’ergastolo Valpreda e i suoi compagni. In ogni caso il successo non ci avrebbe arriso.

È stato invece proprio allora che il primo disegno di “liquidazione” nostro e di Valpreda è invece naufragato miseramente: non solo tutti videro che cos’era quell’istruttoria, ma a quel punto videro chiaro anche come e perché il processo il governo Andreotti non lo voleva affatto. E ciò che era stato studiato come una interruzione, se non addirittura una condanna, logica ed esclusivamente dovuta alle bestie feroci assetate di sangue come siamo tutti noi con la classe operaia, apparve invece per quel che era: come il pericoloso diversivo di ben altre autentiche bestie, nel senso ferino e cioè intellettuale della parola. Così il clamore democraticista assediò Andreotti e la lotta degli operai continuò a minarlo alle radici.

Escluse, a contarsi i voti, le truppe “choc” e d’assalto dei padroni, ridotto Almirante a fare il moralizzatore-paglietta, sgonfiandosi il terribile colpo di coda che ci fu tirato a metà marzo e in aprile, sul “caso” Valpreda il movimento dettò ancora legge. Ed e dunque certamente da assegnare ad una vittoria del movimento rivoluzionario se Valpreda, Borghese e Gargamelli sono oggi liberi, perché questa libertà è il risultato di un forte e deciso lavoro politico fra le masse e con le masse, di una abile e importante campagna di opinione pubblica. Ma tuttavia questa libertà è anche una mossa calcolata del nostro nemico che non poteva concederla, ma che tuttavia concedendola vorrebbe con ciò saldare ogni suo debito.

Dobbiamo comprendere che i riformisti hanno già dato in questo senso la loro firma per quietanza; dobbiamo capire che si aprirà una fase di incensamento della saggezza seppur tardiva di tanti ottimi giudici, ottimi governanti, ottimi letterati e poliziotti. E sotto a tutto questo, e confuso con questo, già ci si dice che il “processone” non si farà, che bisogna attendere il destino di Freda, e si dimentica che però sappiamo quale è stato il destino di Fiasconaro e di Stiz.

Dovremo promuovere nuove celebrazioni per D’Ambrosio, dopo quelle che abbiamo fatto, o meglio non abbiamo fatto, per i pretori del lavoro di Milano, allontanati di forza dalle loro responsabilità perché la loro giurisprudenza non è gradita ai padroni? Dovremo accontentarci di Valpreda libero, e non considerare, nell’entusiasmo generale, che, come ieri De Peppo, oggi Trimarchi, giudica inagibile la sede di Milano per i lavoratori? È vero: i nostri tre compagni non patiscono più la galera, ma il Questore Allitto sospende la costituzione, Allegra è promosso, la polizia invade le scuole e le fabbriche e ancora oggi gli effetti per i quali ci fu la strage di stato agiscono sempre anche se apparentemente la causa principale che li determinò ha perduto ogni capacità di produrli e giustificarli. Scivola via anche la legge per gli “sfruttatori di prostitute”, come con macabro umorismo Andreotti chiama la legge sul “fermo di polizia”.

Ci vendono per alta conquista legislativa il provvedimento che consente ai giudici di dare la libertà provvisoria anche quando il mandato di cattura è obbligatorio, e intanto però sentiamo dire con insistenza che la giustizia funzionerebbe meglio e più spedita se solo si restituisse agli organi di polizia il diritto di interrogare almeno un po’ gli indiziati di reato giusto come ai tempi neri del ’68. La mossa calcolata del nostro avversario si compendia in questo: piagnoni democratici e cortesi riformisti quanto sono disposti a pagare per la libertà di Valpreda e per servirsene come cosa loro in prima persona? Quanto sono disposti a concedere purché sembri che la resa avvenne nelle loro mani?
La nostra attenzione si sposta ora su questo terreno, su queste domande. Il movimento rivoluzionario non mancherà di capire come e perché la liberazione dei nostri tre compagni è stata un grande successo politico nostro: non prenderà per sconfitta ciò che è una vittoria, ma non prenderà per vittoria totale ciò che non è resa senza condizioni. Oggi incomincia in realtà la fase più dura e complessa della nostra battaglia sul “caso” Valpreda: oggi tutte le questioni sono completamente sul tappeto, tutti i giochi sono stati fatti, e mai come oggi ci toccherà un lavoro e un impegno infinitamente pazienti e costanti. Per controllare sul piano organizzativo e politico l’influenza e il consolidamento fra le masse popolari dell’impegno e del lavoro precedenti, avremo bisogno di nuovi strumenti, di nuove forme di lotta e anche di nuovi livelli di unità.

Per riconvertire il fronte di opinione pubblica, distratto da tanta larghezza di vedute di Andreotti, e riportarlo a ragionare sui nuovi orrori che hanno coperto i vecchi, per contrastare sul piano dei fatti l’insabbiamento di tutto e la totale confusione delle “piste” di vari colori, avremo bisogno di nuove forme di propaganda e di agitazione. Dovremo cambiare opinione su tante cose, e sarà un guadagno. Ma insomma: chi credeva che liberando Valpreda ci avrebbe tolto un buon motivo di fare la rivoluzione, è un perfetto reazionario e come tale è anche un perfetto stupido. Liberando Valpreda, ciascuno di noi si è al contrario liberato da una enorme quantità di problemi ineliminabili fino a che i nostri tre compagni erano in galera. Ora abbiamo le mani doppiamente sciolte: abbiamo perduto ogni timore di giocare sulla pelle degli altri, abbiamo acquistato maggiore fiducia nella nostra forza.
Si apre la nuova stagione di caccia.

Presto capiremo noi e capiranno le masse popolari che prezzo è stato pagato sulle nostre teste perché la vittoria di oggi si tramuti in una mossa utile per il nostro avversario. E poiché sappiamo chi sono coloro che hanno già pagato o stanno per pagare questo prezzo, ma non abbiamo però debiti né verso i potenti né verso i riformisti, avremo allora buone cartucce e buona mira per gli uni e per gli altri.

D’altronde abbiamo già capito e capiscono già le masse popolari, che l’unica pista buona da battere nel “caso” Valpreda è quella democratico-cristiana e quella dei buoni ministri, dei buoni poliziotti, dei buoni giudici, dei buoni agenti segreti, che hanno nelle mani le chiavi delle patrie galere e tante altre chiavi.

Giuliano Spazzali

 

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35) – La Strage di Stato voluta dai padroni -DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

28 marzo 2011

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35)

Milano e Roma – 12 dicembre 1969

La Strage di Stato voluta dai padroni

DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

 

copertina strage di stato voluta dai padroni Premessa

Prossimamente avrà luogo il processo contro gli anarchici ingiustamente accusati di essere gli ideatori, organizzatori, esecutori della serie di attentati terroristici avvenuti il 12 dicembre 1969 a Roma (Altare della Patria: 2 feriti – Banca Nazionale del Lavoro: 13 feriti) e a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura: 16 morti, 90 feriti).

Coloro che hanno una sia pur minima conoscenza degli anarchici, della loro storia, della loro lotta di ogni giorno per la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e da ogni forma di autoritarismo, sanno che essi respingono ogni atto di violenza che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai fascisti durante il loro ventennale regime e dai nazisti nelle cento «Marzabotto» d’Europa.

Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà mai impedir loro di essere gli accusatori di un sistema basato sulla sopraffazione e che volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.

Questo documento, scritto da militanti anarchici, ha per obiettivo:

 

1) informare l’opinione pubblica di come il «potere costituito» abbia voluto costruire una mostruosa ed enorme montatura addosso a dei compagni solo perché anarchici;

2) spiegare come questa montatura sia stata concepita per colpire non solamente gli anarchici, ma faccia parte di un piano più vasto volto soprattutto a stroncare la tendenza libertaria e rivoluzionaria che andava sviluppandosi nella coscienza delle masse, a reprimere tutta la sinistra extraparlamentare e il movimento autonomo degli operai, spaventando l’uomo della strada per preparare e giustificare un radicale spostamento a destra dell’asse politico italiano, in nome del ristabilimento dell’«ordine»;

3) spiegare come questo piano sia stato attuato trovando i suoi naturali alleati e i suoi complici nella piccola, media e grande borghesia;

4) spiegare perché l’iniziale manovra abbia fallito nei suoi obiettivi principali (stato forte, repubblica presidenziale, colpo di stato fascista, cioè ulteriori limitazioni della libertà di stampa, di associazione, di opinione, di sciopero, ecc.) e come si sia «evoluta» nella repressione che oggi colpisce il movimento rivoluzionario.

Le ragioni economico-politiche della repressione

A partire dal ’68 si acuisce in Italia il conflitto tra capitalismo arretrato (media e piccola industria, grossi industriali legati ad interessi USA) e il capitalismo «avanzato» di tipo monopolistico, statale (FIAT, Pirelli, ENI, IRI, Montedison ecc.).

Quest’ultimo minaccia direttamente il monopolio americano in campo internazionale, entrando in concorrenza diretta con essi (la FIAT con la FORD, la Pirelli con la Firestone e le grosse petrolifere) e creando la condizione per il graduale assorbimento della piccola e media industria nei grossi trust economici, pena il fallimento e la chiusura.

Il contrasto, dapprima sotterraneo, diventa ben presto uno scontro senza esclusione di colpi. Dopo l’allontanamento di Costa dalla Confindustria, i due schieramenti cominciano a delinearsi con più chiarezza: da una parte i «reazionari», servi dell’imperialismo USA e alleati della Grecia fascista; dall’altra i «riformisti», stufi della dipendenza da un capitale straniero che li costringe a pagare le spese delle sue guerre (Vietnam, Medio Oriente), delle competizioni spaziali e la conseguente svalutazione ed inflazione, desiderosi di aprire centrali di sfruttamento in proprio con sistemi apparentemente più democratici ma sostanzialmente più razionali.

In questo quadro nasce il PSU, agente della CIA (centrale di spionaggio del governo americano), alleato della piccola e media industria.

In questo quadro il PCI abbandona definitivamente ogni atteggiamento pseudo rivoluzionario per farsi garante della continuità del sistema, dell’aumento della produttività, dell’emarginazione dei centri economici di potere USA e dello sviluppo in senso tecnoburocratico delle strutture socio economiche italiane.

Mentre è in pieno svolgimento questa lotta di potere ad alto livello, nello spazio che il PCI lascia vuoto alla sua sinistra, nasce e si sviluppa un movimento che da una fisionomia settoriale ed episodica passa ad assumere caratteri sempre più chiaramente libertari cercando piattaforme organizzative autonome e che non ostante le sue deficienze e i suoi limiti – inesperienza, dilettantismo, settarismo, spontaneismo, dogmatismo, verticismo – minaccia di rendere impossibile la «pace sociale», il rafforzamento dell’ordine autoritario, necessarie alla realizzazione dei piani riformistici.

La scadenza dei contratti collettivi di lavoro mobilita vasti strati popolari e serve come base di lancio per richieste più avanzate e meno recuperabili dal sistema.

Di fronte alle scadenze contrattuali e alle masse operaie che stanno prendendo coscienza del fatto che il vero obiettivo delle lotte è la fine dello sfruttamento, il padronato e la classe dirigente sono internamente divisi e il loro contrasto si riflette anche in parlamento, tra i riformisti ed i reazionari.

Le soluzioni dei riformisti appaiono inadeguate alle esigenze del momento; il movimento rivoluzionario spinge in continuazione costringendo sindacati e PCI a continui recuperi per evitare di essere definitivamente e irrecuperabilmente scavalcati.

Il progetto di unificazione sindacale è, almeno per il momento, ancora insufficiente ad esercitare un pieno controllo sulla situazione.

Questo stato di cose, oggettivamente pericoloso per il capitalismo, induce i grandi industriali a lasciare che sia la parte più reazionaria della borghesia a comandare il gioco:

– iniziano a verificarsi una serie di attentati, di chiara matrice fascista, che culmineranno nella tentata strage del 25 aprile ’69 alla Stazione Centrale e alla Fiera di Milano. Attentati di cui verranno accusati gli anarchici (nessuno di loro oggi è in prigione perché la stessa magistratura, di fronte all’evidenza dei fatti, non è riuscita a sostenere le accuse);

– la Borsa ha degli artificiosi spostamenti, rialzi, ribassi, che spaventano la piccola e media borghesia;

– si verifica un’altra serie di attentati sui treni (agosto 1969) di cui verranno ancora incolpati gli anarchici (anche il compagno Pinelli, come anarchico e come ferroviere, verrà accusato di questi attentati: oggi è stato appurato che furono attentati fascisti ma i responsabili, i neonazisti di Treviso, Ventura, Freda e Trinco sono stati, guarda caso, messi in libertà provvisoria).

– La polizia assume atteggiamenti sernpre più provocatori contro picchetti e manifestazioni operaie.

I casi più gravi sono quelli che finiranno a Torino con gli scontri di corso Traiano e a Milano con la morte dell’agente Annarumma.

Quest’ultimo episodio fu vergognosamente sfruttato per esasperare lo spirito reazionario della piccola borghesia, giustificare l’allarme contro il progetto di disarmare la polizia, scatenare ulteriormente la repressione e preparare il clima per la strage del 12 dicembre. Annarumma rimase ucciso durante uno scontro tra due gipponi e malgrado ciò risultasse inequivocabilmente da precise testimonianze e da un reportage filmato dalla televisione francese, le autorità diedero una falsa versione attribuendo la morte di Annarumma ad un’aggressione dei dimostranti. I responsabili del potere costituito si affannarono per fomentare risentimenti ed odio contro i «vili aggressori», contro i «teppisti», i «sanguinari anarcoidi».

Saragat, che quale presidente della repubblica non possiamo ritenere disinformato, si prestò a sostenere la montatura poliziesca con il seguente telegramma di invettive:

«Il barbaro assassinio del giovane ventiduenne agente di pubblica sicurezza Antonio Annarumma, nato da una famiglia di braccianti, in una delle più povere province d’Italia, quella di Avellino, ed ucciso a Milano mentre faceva il suo dovere di difensore della legge democratica, non soltanto offende la coscienza degli italiani ma è una sfida assurda e selvaggia alle manifestazioni dei lavoratori per la soluzione umana dell’angoscioso problema della casa. Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare e mettere in condizione di non nuocere i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita, e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà di coloro che difendono la legge e le comuni libertà. Con questi sentimenti, voglia, onorevole ministro, far giungere ai familiari del caduto, così tragicamente colpiti nei loro affetti più cari, l’espressione del mio profondo cordoglio e di quello di tutta la nazione».

– il PSU e tutta la destra parlamentare si abbandonano ad isterici appelli all’ordine.

– Esplodono le bombe del 12 dicembre a Milano e Roma. Ne segue un clima da «caccia alle streghe», di linciaggio morale, di «terrore bianco», ottimamente orchestrato da tutta la stampa borghese e della sinistra ufficiale.

In questo clima Pinelli, dopo tre giorni di fermo illegale nella questura di Milano, viene scaraventato dalla finestra del quarto piano della stessa. E subito dopo i «mostri» le «belve» gli «assassini» gli «anarchici» vengono assicurati alla giustizia.

Per la grande industria questa strategia comportava un rischio: vedersi frenare il processo di razionalizzazione economica in atto. Ha accettato di correre questo rischio anzi, essa stessa ha dato l’esempio con le sospensioni, i licenziamenti, le denunce, facendosi complice del terrorismo e della strage. Aveva le carte in regola per poter sopportare una sosta obbligata, dolorosa ma necessaria, dei suoi piani di sviluppo. Essa, proprio per la sua complicità, ha potuto tenere tutto sotto vigile controllo e, al momento opportuno, riprendere in mano la situazione.

Nella manovra reazionaria complessiva, orchestrata dalla CIA attraverso i neofascisti nostrani e lo spionaggio greco si tendeva perciò a due scopi: 1) da una parte frenare il processo di razionalizzazione economica che la grande industria, grazie all’appoggio della sinistra ufficiale, stava attuando, evitando così la sconfitta della media e piccola borghesia nazionale; 2) dall’altra parte colpire il movimento rivoluzionario che in quei mesi stava sempre più rafforzandosi.

Il primo scopo è chiaramente mancato per motivi di sviluppo economico, storici, di logica; i grandi monopoli (anche se mascherati in modo sempre diverso) hanno buon gioco sui piccoli industria lotti boriosi e presuntuosi. Oggi questi piccoli capitalisti, ufficialmente usciti (ma in realtà sbattuti fuori) dalla Confindustria e riuniti nella CONFAPI, vanno a piangere miseria dal ministro dell’industria, ricevendo elogi («voi siete la spina dorsale dell’economia italiana») e promesse che non saranno mantenute (o che, se mantenute, rientreranno nel programma generale di sviluppo del sistema).

Per il secondo obiettivo il discorso è diverso: i padroni, sempre in lotta fra loro per ragioni di interesse, di dominio, di conquista di mercati, nei momenti di crisi (è dall’autunno ’69 che la economia italiana è «in crisi», che la produttività non sale e così via) ritrovano l’unità contro i comuni nemici, quegli estremisti che non discutono sulla forma migliore, più «umana» di sfruttamento ma combattono e vogliono abolire lo sfruttamento stesso. Ecco come grande e piccola industria e apparato statale si sono trovati affratellati nel sostenere l’assurda montatura contro i compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile e 12 dicembre ’69.

Le bombe alla Fiera di Milano: 25 aprile 1969

Il 25 aprile 1969 scoppiano a Milano due bombe, una al padiglione FIAT della Fiera, una all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Diversi feriti gravi, nessun morto: ma poteva essere una strage.

Dopo Avola, dopo Battipaglia, la gente comincia ad avere dei dubbi sul fatto che la violenza venga davvero sempre da sinistra. Il 28 aprile ci sarebbe dovuto essere alla Camera il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico: adesso, questa proposta fa sorridere.

Per le bombe vengono arrestati subito degli anarchici; indagini in direzione diverse, che erano state intraprese, vengono arenate per ordine del giudice Amati che immediatamente indica gli anarchici quali colpevoli. Amati, per inciso, avrà un ruolo dí primaria importanza nelle indagini per le bombe del 12 dicembre e nell’incriminazione di Valpreda e compagni.

Due degli arrestati, i coniugi Corradini, saranno rilasciati per mancanza di indizi dopo sette mesi di carcere, malgrado già da tempo si fossero occupati del caso i giornali stranieri e il tribunale per i diritti dell’uomo. Gli altri compagni restano dentro: Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti.

Finalmente, dopo due anni di carcere, il 22 marzo 1971 comincia il processo contro di loro, che si conclude il 29 maggio con una sentenza il cui significato è subito chiaro se si esamina ciò che è emerso dal processo stesso. Infatti, a dispetto dei giudici e del P.M. sono affiorati dal processo elementi sufficienti per permetterci di ricostruire, fin nei particolari, la vera storia di tutta la vicenda.

1) L’unico teste d’accusa, Rosemma Zublena, dopo essere caduta in innumerevoli contraddizioni, è stata riconosciuta dallo stesso P.M. un’isterica mitomane. Nel ’67 la Zublena era stata processata per calunnie, per aver denunciato con una serie di lettere anonime sindaci, prefetti, vescovi e altra gente. Il giudice, cui era affidato il procedimento, l’aveva in quell’occasione definita «un’anormale psichica». Il commissario Calabresi – quello che il 15 dicembre «suiciderà» Pinelli dal IV piano della questura di Milano – ha avuto buon gioco nel servirsi di simile personaggio, mettendole in bocca tutte le accuse che voleva. I difensori hanno chiesto l’incriminazione di Calabresi per subornazione di testimone (indurre a deporre il falso) e della Zublena per falsa testimonianza.

2) L’accusa si basava inoltre su tutta una serie di «confessioni» degli imputati. Se si pensa che Faccioli ne ha avuto un labbro spaccato non è difficile capire come queste confessioni siano state ottenute. In particolare, Faccioli denuncia le torture subìte da parte de1 commissario Calabresi e dei brigadieri Mucilli e Panessa: sono gli stessi che «interrogheranno» il compagno Pinelli. Panessa, interrogato, cade in contraddizioni: corre in suo aiuto il presidente del tribunale – che è, guarda caso, Paolo Curatolo, «uomo di destra», famoso per il processo per i morti di Reggio Emilia – allontanandolo dall’aula.

Si mette in dubbio la verità delle affermazioni degli imputati circa le violenze subìte: ma poi risulta che Faccioli a S. Vittore non è stato sottoposto alla regolamentare visita medica, obbligatoria all’ingresso in carcere.

Visti i metodi, non stupisce che gli imputati «confessino» una serie interminabile di reati, alcuni dei quali semplicemente inesistenti: ad es. il furto di esplosivo da una cava nel bergamasco (uno dei capi d’accusa contro i compagni) non è mai avvenuto. Ciò risulta dalla testimonianza di tutti i dirigenti e guardiani della cava. Naturalmente il tribunale «mette in dubbio» la veridicità di questi testi – ma non li incrimina, come dovrebbe, per falsa testimonianza.

Questo furto inesistente è stato inventato, fin nei minimi particolari, dal perito balistico della polizia Teonesto Cerri. Un’ennesima «coincidenza»: Cerri è lo stesso perito che il 12 dicembre darà parere favorevole perché sia fatta brillare la bomba inesplosa alla banca Commerciale, distruggendo quello che poteva essere un indizio determinante per risalire agli autori della strage: forse, era un indizio troppo determinante…

Bombe del 25 aprile, bombe sui treni, bombe del 12 dicembre: implicati nella montatura contro gli anarchici troviamo sempre gli stessi magistrati e gli stessi sbirri. Fra l’altro, Cudillo, giudice istruttore nel processo contro Valpreda, a pag. 109 della sua incredibile sentenza istruttoria, ipotizza che parte dell’esplosivo rubato alla cava sia stato usato per la strage del 12 dicembre. Su simili «decisivi» indizi si regge infatti anche questo processo.

Vi sono poi altre «confessioni» molto scomode per l’accusa, visto che si riferiscono a attentati i cui autori sono noti già da tempo o che comunque gli imputati non avevano la possibilità materiale di fare. Troppe confessioni: a questo assurdo si può arrivare solo con la tortura. E’ ancora Calabresi ad aggiustare le cose, mettendo a verbale durante gli «interrogatori» solo le dichiarazioni che facevano comodo alla accusa, come egli stesso finisce per ammettere in tribunale. Dal canto suo il tribunale non è da meno: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite. Per fortuna, un giornalista presente al processo ha registrato tutto e le dichiarazioni restano agli atti.

3) Il 7 dicembre ’69 i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il famoso rapporto segreto del ministero degli esteri greco all’ambasciata dei colonnelli fascisti greci a Roma, nel quale si rivela che gli attentati del 25 aprile sono stati progettati dal governo greco e messi in atto da fascisti italiani direttamente collegati con i colonnelli. Il rapporto ha una vasta eco su tutta la stampa internazionale ma non viene nemmeno preso in considerazione dal famigerato giudice istruttore Amati, che rifiuta persino di allegarlo agli atti.

Il giornalista inglese Leslie Finer ha ribadito al processo, nella sua clamorosa testimonianza, I’autenticità del documento e la sua assoluta rispondenza alla realtà delle trame dei colonnelli greci e della CIA in Italia. Nel documento si fa ampia dettagliata relazione di contatti ed accordi raggiunti con esponenti dell’esercito, della polizia e dei carabinieri italiani, accordi che miravano (e mirano) a costituire in seno a queste forze armate «organizzazioni segrete» che assumessero il ruolo reazionario, provocatorio, dinamitardo, svolto «dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione dei colonnelli».

Nel secondo capitolo del documento, consistente in una relazione sulle «azioni concrete» già effettuate, è detto tra l’altro, con esplicito riferimento agli attentati del 25 aprile ’69 al padiglione FIAT di Milano ed alla stazione: «Le azioni non hanno potuto essere realizzate che il 25 Aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto».

Al processo, malgrado gli sforzi riuniti di polizia e magistratura, la montatura che si è cercato di costruire è crollata tanto clamorosamente che persino la parte civile (la famiglia di un ragazzo rimasto mutilato) si è ritirata, persuasa dell’assoluta estraneità degli imputati.

Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti si sono fatti due anni di carcere preventivo, con gravissime accuse fra cui 12 episodi di strage, che avrebbero comportato l’ergastolo. Ora i compagni sono stati tutti scarcerati. Dal processo è emerso un cumulo enorme di arbitrii procedurali, falsificazioni di verbali e di prove, abusi di potere; attraverso violenze, pressioni o ricatti sono stati fatti sottoscrivere certi verbali incredibili al punto che lo stesso P.M. ha preferito non servirsene.

Bisogna dire che P.M. e tribunale hanno fatto il possibile per arginare lo scandalo nei limiti sopportabili dal sistema: sono riusciti ad evitare l’incriminazione di tutti i falsi testi d’accusa; a mantenere in piedi contro ogni evidenza quel poco che gli consentisse di emettere 3 condanne per i reati minori, per salvare la sostanza politica della montatura, evitare l’incriminazione dei magistrati e degli sbirri che I’hanno messa in atto, ma soprattutto per insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che effettivamente gli anarchici sono dei dinamitardi e far passare così la montatura ordita contro i compagni per la strage di Stato.

Braschi, Della Savia, Faccioli, sebbene siano stati scarcerati, ricorreranno in appello. Non certo perché hanno fiducia nella giustizia borghese, strumento di quegli stessi padroni che sono i mandanti degli attentati; lo fanno per mostrare a tutti che ormai lo «Stato democratico» si sente tanto forte da non curarsi più di salvare, nelle sue criminose montature, nemmeno un’apparenza di quella «legalità» di cui si proclama custode.

Da tutta la sporca montatura poliziesca e giudiziaria imbastita contro questi compagni per attribuirgli la responsabilità delle bombe fasciste del 25 aprile e conclusa con il farsesco processo che si è detto, è emerso un aspetto vergognoso che indica chiaramente come il tentativo di «linciaggio» politico e morale del movimento anarchico non abbia trovato opposizione adeguata non solo da parte della sinistra ufficiale ma anche da parte delle forze extraparlamentari.

Intendiamo riferirci al disonesto comportamento di tutti i raggruppamenti e partiti di sinistra che con tutta la loro stampa, senza nessuna eccezione, per mesi e mesi fecero coro con la stampa fascista e reazionaria nel parlare di «processo agli anarchici» per accollare così, di fronte all’opinione pubblica, ogni eventuale responsabilità che l’accusa fosse riuscita subdolamente a lasciare in piedi, a militanti del movimento anarchico.

Gli anarchici, per non venir meno ai principi di «solidarietà rivoluzionaria» per non isolare politicamente gli imputati, si sono astenuti da ogni precisazione in merito alla loro militanza politica. Ebbene ora che la vicenda giudiziaria e risolta è necessario abbandonare ogni riserva e chiarire che due soltanto (Pulsinelli e Braschi) degli otto imputati erano e sono anarchici; gli altri militano in gruppi extraparlamentari e due di essi (Norscia e Mazzanti) erano addirittura iscritti al PCI.

Le bombe di Milano e Roma: l2 dicembre 19ó9

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. Gli operai non si sono fatti abbindolare dalle accuse e dai discorsi così palesemente falsi. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia: «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con g1i avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», scatenata con il chiaro proposito di bloccare i fermenti studenteschi ed il ben più pericoloso esplodere delle rivendicazioni proletarie, è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Siamo alla vigilia del 12 dicembre. Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una sua eloquente dichiarazione: «…1a decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato…e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: l’esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia».

La sensazione che solo il ricorso alla forza possa risolvere la situazione, si fa sempre più marcata, diviene sensazione generale.

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «…organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… ».

La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: «Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine…».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica…le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità… poniamoci il problema della repubblica presidenziale… ».

Negli ambienti interessati, tra chi «fa politica» e chi segue, per interessi economici o di potere, le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i fascisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dall’esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro per incontrarsi con funzionari della questura. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati, in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, l’uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce. Dapprima si prova ad ingannarlo, si passa poi alle minacce ed ai ricatti e infine, vista la sua solidità morale, si tenta di fiaccarlo nel fisico. Nei lunghi ed estenuanti interrogatori, durante i quali gli aguzzini della squadra politica milanese si avvicendano, si urla, si tentano ricatti, si fanno dei nomi. ed è a questo punto che il compagno Pinelli comincia a vederci chiaro; qualcosa, un nome gridatogli da un questurino è il tassello che manca al mosaico. Al limite ormai della sopportazione umana (si protraeva da tre giorni l’interrogatorio) sconvolto da ciò che aveva capito, in un moto spontaneo di rabbia grida in faccia ai suoi assassini la verità. Nell’ufficio politico milanese c’è un momento di smarrimento, sanno di non poter trattenere ancora a lungo Giuseppe Pinelli ma sanno anche che lasciarlo andare significherebbe la fine. La soluzione viene trovata in un colpo di karaté che stroncherà la vita di Pinelli.

I questurini hanno perso la testa. Qualcuno chiama un’ambulanza poi, nell’estremo tentativo di nascondere la verità, Pinelli viene scaraventato dalla finestra. In seguito risulterà paradossalmente che la ambulanza è stata chiamata prima di farlo precipitare dal IV piano della questura.

Un giornalista, teste oculare, registrerà l’ora e constaterà che, contrariamente alle affermazioni del brigadiere Panessa, Pinelli precipitato a terra calzava entrambe le scarpe (Panessa dichiarò che, nell’atto di impedire a Pinelli di suicidarsi, avendolo afferrato per una gamba, gli era rimasta in mano una scarpa). Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dello anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe e che il suo alibi era crollato. In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura dei suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Post bombe

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andata rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia in tutti i centri di potere economico che avevano perfezionato l’organizzazione di piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», sinistre ufficiali comprese, accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare, in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi nè nell’opinione pubblica nè nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinio delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissimi, legato ad emissari della CIA e dell’ESESI (servizio segreto greco) alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dell’esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dai gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano precise informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura, che ha avuto per mesi il compito di preparare false prove atte a rendere credibili le incriminazioni dei compagni. Il nome e l’operato di questo individuo non verrà mai rivelato dalla polizia, anche se le false confidenze, più che le scempiaggini della deficiente Zublena, sono servite ad Amati per tenere due anni in galera sei innocenti.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc. sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove.

Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentare per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito alla unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto; riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura, anche in questo caso, tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta; e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

Non si vuole con questo affermare che il poliziotto-spia-provocatore Salvatore Ippolito fosse in qualche modo al corrente di quanto si stava tramando. Come non si è mai inteso sostenere che il fascista Mario Merlino (per sua stessa ammissione entrato nel gruppo di Valpreda e compagni per riferire sulle attività degli anarchici ai suoi «camerati») fosse a conoscenza di quanto doveva poi avvenire.

Merlino è fascista ma è ben noto come delatore anche di fascisti alla polizia. E’ indubbiamente intelligente ma psichicamente debole. Più volte ha giustificato ai fascisti le sue delazioni dicendo che soffre di frequenti attacchi epilettici durante i quali è assolutamente incapace di mantenere un qualsiasi segreto. Un individuo simile non può, obiettivamente, essere considerato il «cervello» di un’organizzazione clandestina e terroristica ed in effetti, come risulta chiaramente da inequivoche testimonianze, da circostanze precise e dall’esame degli atti processuali, egli non ha avuto altra funzione che quella di riferire ogni minimo particolare di quanto si diceva e si faceva nel gruppo ai suoi amici politici.

Chi gli aveva affidato l’incarico di «spia» allo interno del gruppo non poteva certo tenerlo al corrente di quello che si stava tramando anche alle sue spalle. Infatti egli si è trovato coinvolto senza un alibi prefabbricato, costretto ad ammettere che il giorno della strage era andato a cercare, senza trovarlo, Stefano Delle Chiaie, al quale passava le informazioni, mentre avrebbe potuto recarsi dal suo professore, noto antifascista, che lo attendeva quel giorno, costituendosi cosi un alibi perfetto. Qualora avesse saputo o solo immaginato che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa, non sarebbe stato così scemo da andarsi a cacciare in casa della Minetti, con il bel risultato di compromettere il fascista Delle Chiaie che, per questa inutile e imprevista visita di Merlino nel suo covo, fu costretto alla latitanza per non correre il rischio di dover rivelare il nome di chi riceveva da lui le informazioni che gli passava Merlino.

Sta di fatto però che le informazioni sugli spostamenti, sulle abitudini e sulle innocue chiacchiere dei giovani del gruppo 22 Marzo fornite alla questura da Salvatore Ippolito furono utilizzate per attuare gli attentati su misura del gruppo.

Stabilito poi che, con assoluta certezza, «i camerati» a cui Merlino passava le informazioni erano in contatto diretto con gli organizzatori del piano eversivo e quindi con i funzionari dello apparato statale, (poliziesco, giudiziario e militare) in esso compromessi, si può con fondatezza sostenere che tutte e due le fonti di informazione, ad insaputa degli stessi informatori, siano state utilizzate per realizzare gli attentati in modo che potessero essere poi attribuiti a Valpreda e compagni.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si spiega, non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perché non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo là strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

A che serve stabilire, almeno in questa sede, che contro Valpreda e compagni non c’è ombra di prova o di indizi nelle 20.000 pagine degli atti processuali? A che serve ribadire che tutti hanno degli alibi di ferro? Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità, che li avrebbe portati al «dovere» di incriminare un folto gruppo di reazionari, anche altolocati che, per superiori disposizioni , vanno protetti.

La loro montatura fa acqua da tutte le parti, ma poco importa: dio è con noi – possono dire i padroni, ed evidentemente hanno ragione visto che tutti i testimoni «scomodi» scompaiono uno dopo l’altro, in circostanze «misteriose»:

12 dicembre 1969 – Strage di Milano.

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre giovani siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.

14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato nella sede romana di Ordine Nuovo, alla riunione preparatoria della Strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli, assassinato dai questurini di Milano, viene gettato dalla finestra del commissario Calabresi. Presenti il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa,.Mainardi e Caracuta.

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo in un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. E’ certo che fu ucciso.

16 gennaio 1970 – Udo Lemke – il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei volontari del MSI, di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Con una «brillante» azione che puzza lontano un miglio di macchinazione poliziesca. Attualmente è ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 settembre ’70 – Muoiono in un «incidente» stradale cinque anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono importanti testi a discarico nell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo un’importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca frenata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo sconsigliava di lasciar partire il figlio.

E tanti altri testimoni a favore vengono arrestati in occasione di manifestazioni, picchiati e poi ad arte denunciati per violenza a pubblico ufficiale e imputati senza alcun fondamento nello stesso procedimento contro Valpreda e successivamente prosciolti, ma ciò è sufficiente per non permetter loro di testimoniare.

Ma non sono scomodi soltanto i testimoni a difesa. Anche i testimoni d’accusa possono esserlo (vedi Zublena) quando sono individui psichicamente deboli, che in aula potrebbero dimenticarsi la lezione.

E’ così che il 16 luglio 1971 muore il supertestimone Cornelio Rolandi, il tassista, quello che, per una taglia di 50 milioni, ha «riconosciuto» il Valpreda – di cui aveva per altro già visto la foto: «questo è l’uomo che devi riconoscere» – gli avevano detto, come risulta dai suoi stessi verbali. La sua morte prematura (aveva 49 anni) arriva imprevista per tutti tranne che per il giudice Cudillo, che il 23 giugno ’70 (un anno prima) gli ha fatto rilasciare una «deposizione a futura memoria» da usarsi appunto in caso di morte.

C’è speranza, insomma, di arrivare al processo senza testimoni, e possibilmente senza imputati: l’11 luglio la stampa dà notizia di un tentato suicidio di Valpreda e Gargamelli. La notizia risulta assolutamente falsa: ma chi e perché l’ha comunicata? Forse qualcuno che vuole cominciare a preparare la gente all’idea che anche Valpreda (come Pinelli!) potrebbe «suicidarsi»? E’ bene segnalare che da qualche tempo sia Valpreda che Gargamelli sono ricoverati in infermeria, l’uno per disturbi circolatori, l’altro per asma allergica. Il processo, che si doveva svolgere nell’autunno ’71, non è stato ancora messo a ruolo e non potrà quindi essere fissato che per la primavera del ’72. Si intende aspettare I’occasione di fargli fare la fine di Pisciotta?

Intanto il processo viene rinviato di giorno in giorno. Nel frattempo Calabresi, Lo Grano, Panessa, Mucilli, Mainardi e Caracuta, gli assassini del compagno Pinelli, vengono tutti promossi. Evidentemente il sistema si sente molto sicuro per fare così scopertamente il suo sporco gioco. Ma questo gioco sarà forse più pericoloso del previsto.

Valpreda, Gargamelli, Mander, Emilio Borghese sono assolutamente estranei alla strage di Stato così come Braschi, Pulsinelli e compagni erano e sono risultati estranei alle bombe fasciste del 25 aprile.

Strapperemo Valpreda e compagni alla canagliesca montatura che vuole sacrificare degli innocenti per colpire tutto il movimento rivoluzionario e per coprire, al tempo stesso, gli assassini al soldo della reazione.

Non sarà facile, sarà necessaria una dura lotta per schiacciare l’apparato sotto il peso delle sue responsabilità, ma i suoi delitti, le sue prevaricazioni, i suoi arbitrii sono così numerosi e spudorati che provocheranno la mobilitazione, la sollevazione dell’opinione pubblica.

Il sistema ha messo in atto, con cinica spregiudicata premeditazione, tutti i mezzi leciti ed illeciti del potere pur di sopraffare l’opposizione della sinistra extraparlamentare coinvolgendola a tutti i costi nella macchinazione.

Ciò è dimostrato con impressionante evidenza dalle vicende emerse nel corso del processo Baldelli-Calabresi e dagli inauditi e clamorosi scandali che ne sono seguiti.

Uno degli assassini di Pinelli, il commissario allievo della CIA e socialdemocratico Calabresi – che aveva denunciato Pio Baldelli quale direttore di Lotta Continua – che lo aveva apertamente accusato per la morte di Pinelli – si oppone vigliaccamente ad ogni ulteriore accertamento dei fatti e, quando il tribunale ordinerà una completa perizia sulle vere cause della morte dell’anarchico, scatterà l’inconsueta procedura della ricusazione contro il presidente del tribunale Biotti.

Da tutto ciò risulta che nello scandalo sono implicati tutti i più alti gradi della polizia e dell’apparato giudiziario fino al consiglio superiore della magistratura. Stupore e disorientamento sembrano per un attimo travolgere nel fango i responsabili. Ma ancora una volta la protervia degli assassini e la complicità dell’apparato statale riescono a tener testa all’ondata d’indignazione, a fronteggiare 1o scandalo: per tutta risposta Calabresi viene promosso.

La promozione di Calabresi a confermare che il commissario è effettivamente lo strumento della destra democristiana fascisteggiante, della socialdemocrazia e di quella parte della polizia e della magistratura che hanno messo in atto tutto l’affare culminato con la strage di Stato. Tra costoro vanno ricercati i potenti protettori dî Calabresi che può infischiarsene di tutto e di tutti e far persino carriera, anche dopo aver ridicolizzato la magistratura perché i suoi altolocati complici debbono proteggerlo per evitare di essere a loro volta travolti dalle stesse responsabilità.

Ma il caso Pinelli, affossato con la ricusazione di Biotti – che arenerà il processo Baldelli-Calabresi – è riaperto inaspettatamente dall’ultima iniziativa di Licia Pinelli. La fiera compagna di Pino ha presentato alla Procura generale una circostanziata denuncia contro Calabresi, Panessa, Lo Grano, Mucilli, Allegra, Caracuta, Mainardi per omicidio volontario, violenza privata, sequestro dì persona, abuso di ufficio, abuso di autorità.

L’accusa di Licia Pinelli chiama in causa tutti coloro che con il proprio comportamento contribuirono più o meno direttamente alla morte del compagno.

Dopo una serie di sfacciati tentativi per impedire a tutti i costi che la denuncia di Licia Pinelli fosse accolta, dopo che l’avvocato miliardario della polizia, Lener, è giunto fino all’assurdo di denunciare per diffamazione il prof. Smuraglia, legale di Licia Pinelli, la magistratura è stata costretta ad indiziare per il reato di omicidio volontario i sei poliziotti che erano nella stanza con Calabresi quando il compagno Pinelli fu gettato dalla finestra.

L’inchiesta – che fino ad ora non era stata neanche iniziata, perché l’archiviazione del caso disposta dai giudici Caizzi ed Amati fu un provvedimento messo in atto senza nessuna, sia pur formale, garanzia di serietà – è aperta e teoricamente dovrebbe portare all’incriminazione dei responsabili, ma si hanno fondati motivi per pensare che non si approderà a nulla, che tutto sarà incanalato su un prestabilito binario diretto verso una definitiva archiviazione del caso.

A due anni di distanza il tempo ha certamente cancellato ogni prova dal corpo ormai in avanzato stato di decomposizione ed è per questo che si permetterà la perizia necroscopica fino ad ora negata. Inoltre, le prove che non ha distrutto il tempo sono state distrutte dagli uomini. Infatti gli abiti che Pinelli indossava quando fu ucciso sono stati bruciati perché, si è detto, la magistratura non ha disposto diversamente, eppure è proceduralmente indispensabile, in casi di morte violenta, provvedere ad accurate perizie di tutto ciò che può nascondere qualche prova e gli abiti di un assassinato, è ben noto, quasi sempre rivelano prove schiaccianti.

Altri cavilli procedurali ed impedimenti di ogni genere saranno escogitati per ostacolare il normale corso di questo nuovo procedimento, ma siamo tutti fermamente decisi a non desistere dal proposito di perseguire fino in fondo la verità, il riconoscimento definitivo dell’innocenza dei compagni arrestati.

Il caso Pinelli, i motivi che hanno indotto i suoi aguzzini ad assassinarlo, sono strettamente legati alla strage di Stato. Fare luce sulle circostanze della sua morte significa squarciare il velo di complicità intrighi complotti dai quali sono scaturiti gli attentati. E’ per questo che tutto lo apparato poliziesco, politico e giudiziario da due anni si dibatte in un groviglio di contraddizioni, di infamie, di vergogne e di ridicolo pur di evitale che l’opinione pubblica venga a conoscenza della verità.

Moltiplicheremo l’energia e l’impegno perché il caso Pinelli e la strage di Stato divengano motivi di mobilitazione di massa contro la reazione, imprimano un decisivo orientamento alle lotte che dovranno far cadere la maschera democratica che nasconde il vero volto fascista del sistema.

La repressione oggi

Dopo iI 12 dicembre, dopo un primo momento di sbandamento e di «ordine», dopo crisi governative varie, le provocazioni riprendono su vasta scala. Continua la serie di attentanti fascisti in tutta Italia. Gli episodi più gravi sono la bomba fascista alla stazione ferroviaria di Verona nell’estate ’70 che solo per un errore non ha provocato una strage; la serie di attentati fascisti a Reggio Calabria, i cui responsabili, i noti fascisti Schirinzi e Pardo (vedi «La Strage di Stato») sono stati prosciolti dall’accusa di tentata strage; il criminale attentato contro la folla a Catanzaro, che è costata la vita al compagno operaio socialista Giuseppe Malacaria (gli autori di quest’ultima azione sono tutti scarcerati!).

«Parallelamente» ai suddetti attentati se ne sono verificati altri con firme di gruppi extraparlamentari, ma che perseguono lo stesso fine provocatorio. Rientrano in detto quadro gli attentati a caserme a Rieti, L’Aquila e quello a Vibo Valentia. Sono tutti firmati «brigate rosse» ma nulla hanno a che vedere con esse.

I citati attentati datano a pochi giorni prima del 2 giugno c.a. Contemporaneamente erano girate insistenti voci che per quel giorno i fascisti avessero intenzione di attuare una grossa manovra provocatoria e il settimanale fascista «Lo Speechio» da alcune settimane stava conducendo una campagna sulla «sovversione contro l’esercito» parlando di «bombe contro il tricolore». A puro titolo informativo ricordiamo che, poco prima della strage del 12 dicembre, si era abbandonato ad una isterica campagna contro la sinistra, asserendo di aver scoperto «le centrali della sovversione rossa».

Altro fatto rilevante: si è molto parlato in questi ultimi tempi di movimenti di «roba» (leggi bombe e armi da guerra). Alcuni depositi eccezionalmente forniti sono stati scoperti in Calabria, Piemonte, in Liguria e altrove. Movimenti di armi e depositi fanno capo sempre ad elementi fascisti. I camerati hanno tutti il pallino del collezionismo, così infatti ha riconosciuto la magistratura.

All’escalation del terrorismo «nero» corrisponde l’escalation della repressione legalizzata:

– i metodi della polizia sono sempre più scientifici: fermi illegali prima di manifestazioni di piazza; cariche improvvise, candelotti tossici e bombe offensive durante le manifestazioni di piazza; lo studente Saverio Saltarelli è stato ucciso il 12 dicembre 1970 da un candelotto sparato ad altezza d’uomo – rastrellamenti metodici dopo – 53 compagni di «Lotta Continua» arrestati a Torino.

– La polizia interviene sempre più duramente contro i picchetti – 4 compagni di «Potere Operaio» arrestati davanti alla FIAT a viale Manzoni a Roma -; contro chi lotta per il diritto alla casa – 19 anarchici arrestati a Roma nel quartiere di Centocelle «dopo» lo sgombero di uno stabile occupato dai baraccati.

Al comportamento della polizia corrisponde con perfetta coerenza quello della «indipendente» magistratura. Stanno diventando famose l’Aula IV del tribunale di Roma e l’Aula V del tribunale di Torino, vere e proprie Sezioni Speciali come ai tempi del fascismo.

La provocazione continua incessantemente. La repressione poliziesca si fa sempre più dura, con la complicità di una magistratura sulla cui «indipendenza» anche il cittadino comune comincia a nutrire seri dubbi. Eppure, almeno per ora, i gruppi cosiddetti extraparlamentari non sono «pericolosissimi» per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni «democratiche» soprattutto perché si presentano come «avanguardie» legate alla logica dei «quadri politici», logica che li porta a ritenere indispensabile ed irrinunciabile la funzione di gestire il movimento di massa, frenandone la presa di coscienza libertaria, ritardando così la sua abilitazione a gestire in prima persona le sue lotte e la sua emancipazione sociale.

Il piano «reazionario» culminato negli attentati del 12 dicembre è parzialmente fallito in quanto non ha raggiunto quegli obiettivi che i fascisti si erano dati (stato forte, eventualmente giunta militare al potere). Evidentemente non rientrava nei disegni della grande industria, la quale ha ripreso sotto il suo controllo la situazione politica ed ha impedito un ulteriore svicolamento a destra dell’asse politico italiano. Però i «padroni del vapore» non hanno «tutto» sotto controllo: la produttività non accenna a salire. Si va incontro ad un periodo di congiuntura economica e forse verso l’inflazione perché le agitazioni operaie continuano sempre più arrabbiate. A niente servono gli appelli all’ordine e alla produttività del governo.  A niente serve il terrorismo padronale in fabbrica (licenziamenti e sospensioni).

Ciò è molto pericoloso per il capitalismo perché da queste lotte non nasce solo la crisi economica – mn sarebbe la prima, non sarà l’ultima – e comunque il grande capitale ha la capacità di riassorbirla senza subire gravi danni – ma «potrebbe» nascere – se non addirittura «sta» già nascendo – l’alternativa al riformismo e quindi al sistema borghese.

Per riprendere il pieno controllo della situazione gli industriali hanno cercato e trovato l’accordo con le forze riformiste. Mentre da un lato il PCI e il nuovo sindacato unitario si fanno garanti della pace sociale, i padroni offrono al primo un posto al governo, al secondo le mini riforme (fumo negli occhi per le masse lavoratrici).

Vediamo concretamente la politica dei riformisti:

– per quanto riguarda l’atteggiamento verso i suoi interlocutori borghesi il PCI dopo le bombe di Milano, dopo un momento di comprensibile sbandamento e perplessità, ha saputo sfruttare il piano che nella mente degli esecutori era diretto principalmente contro di lui, ed ha ritorto l’arma della provocazione contro chi l’ha usata, a livello elettorale, facendosi partito dell’ordine e della legalità repubblicana.

– Per quanto riguarda iI sindacato è interessante notare come con la unificazione esso abbia acquistato in potere e forza, ma non a vantaggio dei lavoratori. Infatti è il sindacato che impone se stesso come unico interlocutore valido con il governo e il padronato, boicottando sistematicamente tutte le iniziative spontanee e di base. Ai lavoratori non viene riconosciuto il diritto di rappresentarsi da sé ma devono forzatamente ricorrere ai «professionisti», ai burocrati sindacali e, in altre parole, ai padroni stessi.

La provocazione, le bombe, la repressione hanno dunque 3 obiettivi:

– spaventare la borghesia per spingerla verso i «partiti della paura e dell’ordine»;

– frenare le lotte operaie e permettere il rilancio della produttività;

– sospingere la sinistra extraparlamentare nella clandestinità per emarginarla e sopprimerla definitivamente.

Questa situazione è, secondo noi, estremamente pericolosa. Abbiamo mostrato come la borghesia usi l’arma della provocazione e della repressione per liberarsi di coloro che possono o potrebbero ostacolare i suoi disegni. Abbiamo visto come questa manovra trovi complici tutti i partiti del parlamento e come questi si facciano solerti esecutori dei «dettagli» di questo piano diffamando e conseguentemente isolando le punte più avanzate che portano il discorso dell’autonomia operaia. Nel momento in cui venisse meno la spinta rivoluzionaria e libertaria al movimento popolare potremmo dire che la manovra borghese ha realizzato pienamente i suoi fini. La rivoluzione è il prodotto di un movimento di massa cosciente della propria forza e della propria volontà di auto-emanciparsi. La rivoluzione come mutamento radicale della convivenza sociale è piena attuazione dell’autogestione libertaria.

Oggi la risposta a questa manovra, alla provocazione e alla repressione deve essere quanto mai dura e unitaria. Unitaria però non in senso generico, sul tipo di comitati antifascisti costituiti dai partiti borghesi. L’unità deve essere un dato di fatto ben più profondo e radicato, poggiante sulla reale partecipazione del proletariato cosciente alle lotte sociali tenendo ben presente che la risposta alla repressione deve riprendere ed acutizzate queste lotte, che sono state la causa prima di essa, fino alla liquidazione dello Stato.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Una di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo. Soprattutto per questo motivo il potere si oppone ad ogni tentativo di far emergere la verità, cerca di far dimenticare a tutti la strage di piazza Fontana.

Chi dimentica la strage, chi dimentica

che dei compagni innocenti sono in galera

da anni, chi vuole uno «stato forte»,

chi – per paura o menefreghismo – preferisce

«allinearsi» con le tesi ufficiali,

«è di fatto complice dei veri assassini».

 

 

Il presente documento è stato elaboralo in un convegno di delegati di gruppi della FAI (Federazione Anarchica Italiana); dei GAF (Gruppi Anarchici Federati); del GIA (Gruppi Iniziativa Anarchica); di gruppi non federati, tenutosi a Carrara il 24-7-71 e successivamente aggiornato.

 

23 ottobre 1971 Umanità Nova – Processo subito – Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

28 marzo 2011

23 ottobre 1971 Umanità Nova

Roma – Sciopero della fame a Porta S. Giovanni

Processo subito

Una decina di giorni fa la stampa ha dato la notizia che i compagni Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli ed Emilio Borghese stavano per cominciare uno sciopero della fame per chiedere la fissazione del processo.

Noi eravamo contrari a questo gesto che, viste le loro precarie condizioni di salute, avrebbe soltanto fatto il gioco di quella «giustizia» di Stato che, da due anni a questa parte, non fa che rinviare la fissazione del processo (si spera evidentemente in una quanto mai opportuna scomparsa di questi scomodi imputati).

Abbiamo quindi deciso di prevenire l’azione dei compagni detenuti e il 13 ottobre abbiamo cominciato a Porta S. Giovanni uno sciopero della fame a oltranza, per chiedere pubblicamente che sia fissata la data del processo contro i compagni incriminati per le bombe del 12 dicembre ’69.  Fare in modo che la gente parli del processo Valpreda, che si domandi soprattutto perché, a due anni dalle bombe, a sei mesi dal deposito della sentenza istruttoria (che ha a sua volta richiesto mesi di «meditazione» al dott. Cudillo, mentre avrebbe potuto essere pronta in due giorni, non essendo altro che una fedele riproduzione della requisitoria di Occorsio) non sia ancora stato fissato il processo, ci sembra infatti, in questo momento, particolarmente importante.

In questi due anni molti testimoni sono morti in circostanze «misteriose». Ultimo della serie, quel supertestimone Rolandi che in aula avrebbe fatto la fine della Zublena e a cui (guarda caso) Cudillo aveva fatto firmare una «deposizione a futura memoria» da usarsi in caso di morte.

Se a questo si aggiungono le condizioni di salute dei compagni detenuti e soprattutto le false notizie su presunti tentativi di suicidio di Valpreda e Gargamelli, fatte circolare per ben due volte (forse per preparare l’opinione pubblica all’idea di un nuovo «suicidio»?), è evidente che si vuole arrivare al processo senza testimoni ma anche senza imputati.

Le ragioni di ciò sono, per noi, chiarissime. Questo processo fa paura ai padroni, fa paura agli assassini di piazza Fontana che invocano, in nome delle vittime che loro stessi hanno fatto, l’«ordine» o la pace sociale.

I fascisti hanno messo le bombe, ma i fascisti non sono che i sicari: i veri responsabili sono quei «padroni» di cui lo Stato non è, per sua natura, che l’espressione organizzata e il comodo strumento.

Per questo chiedere «il processo subito» non vuol dire solo lottare per salvare dei compagni innocenti che sono in galera. Far capire allo sfruttato che il processo Valpreda e lo sfruttamento cui è sottoposto non sono due realtà estranee l’una dall’altra ma, al contrario, due aspetti strettamente connessi di una stessa logica (la logica del potere) vuol dire renderlo più cosciente anche della sua situazione, meno disponibile al gioco di chi spera di tenerlo buono con lo spauracchio degli «anarchici estremisti che fanno le stragi».

Chiedere «il processo subito» vuol dire, in questo momento, impegnarsi in una battaglia a fondo contro il sistema e le sue istituzioni.

Il processo contro gli anarchici dovrà essere un processo contro il sistema, contro il fascismo vecchio e nuovo; contro lo Stato.

Vogliamo il processo subito, perché gli anarchici non saranno gli accusati ma gli accusatori. Vogliamo il processo subito per impedire che un altro delitto di Stato sia portato a termine.

Così è scritto, fra l’altro, in uno dei quarantamila volantini distribuiti, insieme a molte migliaia di copie di giornali ed opuscoli, in questi primi sette giorni di sciopero della fame.

Due compagni si sono dovuti oggi ritirare per ordine del medico, restiamo in tre, due compagni di Milano e uno di Roma. I compagni dei gruppi di Roma si sono organizzati per una presenza continua, necessaria per far fronte alle numerose domande della gente che si ferma per discutere e documentarsi, per la massiccia distribuzione di volantini e di stampa anarchica, per i comizi volanti,

Vogliamo continuare, finché possiamo, questo lavoro di controinformazione; vogliamo continuare lo sciopero della fame per costringere tutti a domandarsi che cosa ci sia dietro il «caso Valpreda».

 

23 ottobre 1971 Umanità Nova – I compagni imputati precisano

28 marzo 2011

Comunicato-Stampa

I compagni imputati precisano

«L’Avanti» di oggi 14 ottobre, pubblica copia di una dichiarazione scritta di proprio pugno da Valpreda circa venti giorni or sono per annunciare uno sciopero della fame. Il testo di tale lettera fu vergato in più copie e fatto circolare nell’interno di Regina Coeli allo scopo di raccogliere l’adesione degli altri compagni e la solidarietà dei carcerati. Quando ormai Valpreda, dietro le pressioni dei difensori e dei compagni – che lo informarono dello sciopero della fame che sarebbe stato effettuato in sua vece date le sue gravi condizioni di salute – decise di non dar corso alla protesta, una delle copie fatte circolare all’interno del carcere veniva sottoscritta dal fascista Mario Merlino e rimessa alla stampa.

Valpreda, Gargamelli ed Emilio Borghese, venuti a conoscenza della stupida e provocatoria iniziativa di Merlino, ci hanno immediatamente fatto pervenire, tramite i loro avvocati la precisa e responsabile presa di posizione che trascriviamo qui di seguito integralmente:

«Cari compagni ed avvocati,

le notizie apparse sui giornali e le voci interessate fatte circolare sul nostro conto con una distorta interpretazione di episodi che ci riguardano, avevano creato in noi, innocentemente detenuti da quasi due anni nella inutile attesa della fissazione del processo, una situazione di incertezze che ormai è superata.

Siamo infatti d’accordo che il modo con il quale sarà processualmente trattata la posizione di Merlino, la decideremo insieme a voi al momento opportuno: ma sin da ora deve essere chiaro che la conoscenza degli atti processuali e la valutazione del suo comportamento precedente e successivo agli episodi del dicembre ’69, ci ha confermato il convincimento che la nostra azione di difesa non può essere comune a quella di Merlino come non è comune la nostra impostazione politica ed ideologica.

Noi siamo vittime di una chiara e ben organizzata macchinazione della destra economica e politica e subiamo, con la nostra lunga ed inumana detenzione, anche un danno fisico crescente, e questo proprio mentre le vere responsabilità politiche e materiali vanno sempre più emergendo e concretizzandosi come risulterà nel corso del processo, durante il quale ribadiremo la comune volontà di lottare oltre che per la nostra innocenza anche per la estraneità degli anarchici ai sanguinosi attentati».

Saluti fraterni.

 

firmato:

Valpreda Pietro

Gargamelli Roberto

Borghese Emilio

 

libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

16 dicembre 2010

libertaria anno 11 n 4  2009

Due del 22 marzo

di Giulio D’Errico,Martino Iniziato,Fabio Vercilli e Matteo Villa


Parlano Roberto Gargamelli, 59 anni, che si occupa di fotografia e grafica scientifica all’università La Sapienza di Roma, e Roberto Mander, 57 anni, psicologo. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio

Come sei diventato anarchico?

Roberto Mander. Durante il ‘68, intorno a «vecchi» anarchici come Aldo Rossi e la moglie Anna, che gestivano il settimanale Umanità Nova, iniziammo a radunarci noi ragazzi (all’epoca ero minorenne), sempre nella sede di via Baccina dove c’era anche la Fagi. Eravamo spinti da un grande fermento, una voglia di fare, di cambiare, di aiutare. Sono gli anni dell’immigrazione dal Meridione, e tra i primi interventi ci sono quelli a sostegno degli edili (aumentati in maniera vertiginosa all’ombra dei palazzinari romani, vivevano in pessime condizioni) e l’organizzazione di un doposcuola per i ragazzini. Dopo un po’ di tempo, andai a Reggio Calabria con Emilio Borghese (anche lui inquisito per la strage) a incontrare Luigi Casile e Gianni Aricò, due compagni che stavano facendo un prezioso lavoro in quella lontana città, e che poi moriranno in quello strano incidente stradale nel settembre 1970, mentre venivano a Roma a consegnare il risultato delle indagini sulle commistioni tra fascisti, ‘ndrangheta e politica durante la rivolta dei «boia chi molla».

Roberto Gargamelli. Frequentavo ancora le scuole superiori quando, insieme ad alcuni amici, andai a una manifestazione. C’era una vitalità impressionante, si parlava con tutti. Tra le centinaia di bandiere rosse scorgiamo un gruppo di bandiere nere. Ci incuriosiamo, ci avviciniamo e chiediamo chi fossero gli anarchici, cosa facevano; iniziamo così a leggere i testi fondamentali dell’anarchia e a frequentare la sede di via Baccina, dove si facevano sempre riunioni (ma non solo lì, ovviamente) e si discuteva di tutti i sogni, le speranze di ognuno.

Com’era il clima politico e sociale nell’anno della strage?

Mander. Il ’69 è un anno particolare. C’è una situazione molto mobile, tante cose in ballo, vogliamo intervenire come giovani in quello che succede, specialmente nel sociale, ed essere «protagonisti» del cambiamento. Il ‘69 è anche l’anno dell’arrivo di Pietro Valpreda a Roma.

Intorno a lui si coagulano nuove persone, tra Fai, Fagi e il laboratorio di via del Boschetto (quello dove costruiva le lampade liberty che renderanno possibile la montatura dei vetrini colorati trovati nella borsa rinvenuta alla Comit). Io non aderisco al 22 marzo, ma il nostro era un ambiente più che contiguo e ci si conosceva tutti. Resta comunque il ricordo di un entusiasmo, di un andarivieni di persone, di idee che non ho mai più incontrato. Pensa: un entusiasmo e un’apertura tali da permettere a un ex fascista (o meglio, questo è ciò che dichiarava) come Mario Merlino di entrare a far parte del Circolo 22 marzo.

Gargamelli. Si viveva davvero in modo aperto, affrontando tutto nell’ottica del miglioramento. Addirittura, c’era anche collaborazione tra noi e i vecchi militanti del Pci, in particolare con quelli della sede di Alberone, che aveva le porte aperte a tutti, ma nell’estate del ‘69 arriva la decisione del Pci di “chiusura” ai movimenti. Tra l’altro c’erano degli screzi con i vecchi anarchici della Fai: noi volevamo fare lavoro sul territorio, nelle scuole, nei quartieri, coinvolgere le persone, parlare di idee, sogni da realizzare, vedevamo un momento di apertura. Però ci scontriamo sempre più con i vecchi che non vogliono muoversi, vogliono restare al di fuori di certi interventi, vogliono partecipare solo alle manifestazioni più grandi, mentre noi siamo anche in quelle più piccole. Tutto finisce con una rottura insanabile. Perciò ci trovammo a dover ricominciare tutto da capo: nacque così il Circolo 22 marzo.

Dov’eri il 12 dicembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Mander. Beh, quel giorno lo ricordo bene. Attorno all’ora delle bombe (tra le 16,30 e le 17,30) ero proprio al 22 marzo, in una saletta di non più di 30 metri quadri, con vicino un certo Andrea. Personaggio che ci farà un brutto scherzo: era in realtà un agente di pubblica sicurezza infiltratosi tra noi, testimone diretto della nostra completa estraneità alle bombe romane e a qualsiasi progetto terrorista. Ma la sua mancata testimonianza a nostro favore converge con la nostra tesi, che ci fosse cioè un progetto predeterminato, costruito a tavolino, per far compiere a noi un determinato percorso al termine del quale sarebbe stato facile additarci come responsabili.

Gargamelli. Io invece stavo riparando la Vespa di un mio amico in piazza Re di Roma, molto lontana dalla Banca nazionale del lavoro e dall’Altare della patria. L’avevo rotta io, la Vespa, e mentre ero in questa piazza con metà dei pezzi sparsi per terra, mi accorgo di un elicottero dell’aeronautica militare che è costretto a fare ben tre giri sopra la piazza, prima di poter proseguire. Durante l’istruttoria cercai di far valere questa questione. Furono interrogati i tre comandanti di elicottero che quel giorno avevano sorvolato Roma. Due avevano orari incompatibili, il terzo invece affermò proprio di avere dovuto fare tre giri sulla piazza poiché aveva incontrato un vuoto d’aria e allora aveva dovuto aspettare prima di poter proseguire in linea retta. Ma questa testimonianza sparì materialmente dal rinvio a giudizio del sostituto procuratore Ernesto Cudillo… Inoltre, vengo accusato di avere materialmente deposto la valigia con l’ordigno nel sottopassaggio della Bnl. Perché? Mio padre lavora in quella banca, e io ero quindi il colpevole perfetto. Lui dichiarò la mia estraneità, ma ci fu poco da fare. Un altro episodio è significativo: anch’io, come Valpreda, vengo posto a confronto per permettere il riconoscimento da parte di un supertestimone. Nel mio caso, questi era un giovanissimo impiegato della Bnl che, vedendomi con indosso i vestiti del carcere tra quattro poliziotti con la cravatta, fiutò subito la trappola in cui stava per cadere e dichiarò che colui che pensava di aver visto in banca non era tra quei cinque soggetti. Altrimenti Valpreda sarebbe stato il mostro di Milano e io il mostro di Roma.

Oggi, a quarant’anni da piazza Fontana, che senso ha ricordare e continuare a studiare una pagina della nostra storia iniziata il 12 dicembre 1969?

Mander. Credo che dobbiamo impegnarci per impedire che certe notizie false vengano diffuse ancora oggi. Non si sono fatti i conti con quella pagina così ancora oggi dobbiamo parlare di elicotteri e infiltrati, quando la verità si sarebbe potuta trovare molto tempo prima. Per questo è importante studiarla: per evitare che tutta quella vicenda venga sepolta nell’oblio e nell’indeterminatezza.

Gargamelli. Sicuramente è importante ricordare, tenendo presente che l’attuale governo è legato a doppio filo a quel periodo, alla strategia delle stragi, sia perché frutto di quel periodo così cupo e devastane della nostra storia recente sia perché varie figure-chiave di questa legislatura sono state esponenti del «no alla libertà, sì al colpo di stato».

Ha ancora senso pensare a un’ennesima riapertura delle indagini, o a una sorta di «commissione di riconciliazione» che tenti di ricostruire le responsabilità storico-politiche?

Mander. Penso che ancora oggi sussista un infido gioco di ricatti e complicità. A quarant’anni dai fatti, parliamone in termini politici. Ognuno dica quello che sa, perché mi sembra che ci siano sempre dei «non detti». In Italia non si riesce a chiudere quella stagione, Come non si chiuse il periodo fascista in maniera definitiva dopo il 1945. Basta con la dietrologia che non fa altro che confondere. Raccontiamo e parliamo tutti.

Gargamelli. Secondo me bisogna lavorare su un piano di verità storico-politica, non giudiziaria. Processualmente ritengo la vicenda chiusa, ma si potrebbe fare molto per scoprire l’area grigia in cui si è sviluppata la vicenda.

A Rivista Anarchica n. 9 1972 – Parla l’ultimo latitante Intervista con Enrico Di Cola

27 novembre 2009

A Rivista Anarchica n. 9 1972

Parla l’ultimo latitante


a cura della Crocenera anarchica

Intervista con Enrico Di Cola – “I carabinieri mi minacciarono di morte: volevano che accusassi Valpreda”

Amsterdam, 26 novembre. In piazza Spui, sotto il “Lieverdje”, luogo famoso per gli happenings dei Provos, incontro l’unico anarchico latitante coimputato di Valpreda per la strage di stato.
A prima vista non riconosco il giovane biondo che si avvicina, ha una corta barba e l’aspetto timido, un po’ smarrito, non assomiglia affatto alla fotografia di Enrico Di Cola che i giornali del dicembre ’69 gettarono in pasto ad un pubblico assetato di colpevoli e di vendetta. Mi stringe la mano sorridendo, ci scambiamo qualche frase di circostanza e fatti pochi passi entriamo in un self-service. Il locale è pieno di gente e caldo: fuori ci sono cinque gradi sotto zero.
Dilettante di queste situazioni, mi guardo attorno, incapace di credere che dietro a noi, camuffato da cameriere o da divoratore di wurster, non si acquatti Zicari, il noto intervistatore dei più inafferrabili contumaci. Pare incredibile, eppure il giornalista poliziotto del Corriere della Sera, dopo Della Savia e Di Luia, non è riuscito a completare con Di Cola la sua collezione. Sollecitato dalle mie domande Enrico racconta la sua vicenda.

Il settimanale anarchico Umanità Nova nel suo numero del 27 novembre pubblica una tua lettera in cui accusi Fabri, Catello e Vasco marescialli dei carabinieri, di averti minacciato di morte il 13 dicembre del ’69. Che cosa è successo esattamente quel giorno nella caserma dei CC?
La sera del 12 dicembre quando dopo la perquisizione a casa, vengo portato nella caserma dei CC, vengo interrogato in modo molto “cordiale” almeno per quanto è possibile, poi vengo trasferito in attesa di essere rilasciato, almeno così mi si dice. Verso le otto di mattina vengo portato nella sezione criminali, squadra omicidi, qui le cose prendono una piega non certo piacevole, però altamente significativa. Vengo interrogato tutto il giorno e non mi viene permesso di bere, cominciano ad usarmi violenze morali (ricatti) e fisiche. In casa erano stati rinvenuti dei bossoli vuoti della guerra 15-18 e loro volevano che dicessi che erano stati sparati da me e Valpreda quando andavamo in baracca.

“… ci serve qualcuno per la strage…”
Poi cercarono di comprarmi, esasperati si lasciarono sfuggire alcune frasi “… insomma lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage…” e ancora “… noi ti diamo un verbale in cui è scritto che hai visto partire Valpreda da Roma con una scatola da scarpe piena di esplosivo, per andare a fare la strage…”.
Tra l’altro sapevano che Pietro era partito, che era stato accompagnato da Borghese per un pezzo di strada, il 13 dicembre queste cose non si sapevano ancora e Borghese non era ancora stato fermato. Si ritorna quindi alle minacce “… ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa è veramente successo… possiamo sempre dire che è stato un incidente, che noi ti avevamo rilasciato… chi vuoi che non ci creda?
Perché ti sei reso latitante? Contro di te non ci fu, se ben ricordo, nessun mandato di cattura fino al gennaio ’70.
La sera in cui fui rilasciato i poliziotti mi diedero un avvertimento “… adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro…”.
Il 16 dicembre Pino Pinelli veniva assassinato nella questura di Milano, la sera stessa apprendo l’arresto di Valpreda; a questo punto non mi restava che un’unica possibilità: rendermi irreperibile.
I CC di Roma sono stati più intelligenti dei loro colleghi milanesi, mentre questi ultimi sono stati costretti ad uccidere l’anarchico Pinelli, che aveva capito chi realmente aveva compiuto la strage e chi erano i complici, i CC di Roma, che del Di Cola l’unica cosa che si sapeva allora era che ero un “anarco-fascista” del “22 marzo” (è loro e di tutti i giornali, sinistra compresa, tale definizione). Ero quindi un teste poco credibile, hanno preferito darmi la possibilità, anzi, mi hanno suggerito e costretto a fuggire. Sarei stato un testimone scomodo in meno, un altro da aggiungere con Ardau e Della Savia all’elenco dei morti vivi di stato e dei morti ufficiali e non della strage di stato. Il 17 dicembre la polizia mi cercava a casa.

Due anni di latitanza
Come sono stati questi due anni? Gli chiedo a bruciapelo. Fa una faccia scura, come se la domanda non gli piacesse.
Difficili, dice. Ho dovuto dimenticare il mio nome, chi ero e da dove venivo. Ho passato tanto tempo nell’isolamento più totale: non volevo che si corressero rischi né per me né per i compagni che mi aiutavano. Poi ho cominciato ad abituarmi a non essere io. Sono riuscito per qualche periodo anche a fare una vita quasi normale, anche con qualche ragazza.”.
Una volta sono persino riuscito, in Abruzzo, a fare il bagno in una spiaggia riservata ai poliziotti! Mi ci sono trovato involontariamente, dapprima spaventato, poi divertito, portato dal mio ospite di turno ignaro della mia vera identità. In questi due anni ho girato quasi tutta l’Italia, non fermandomi mai a lungo in un posto per ridurre il rischio per me e per i miei ospiti spesso all’oscuro della mia natura di “pericoloso terrorista del 22 marzo”!
Hai mai pensato di costituirti?
Sì, diverse volte, soprattutto nei primi tempi, ma vedevo che il processo era sempre più lontano e sapevo che in carcere non sarei servito a niente. Intanto le “morti” dei testimoni si susseguivano, Pinelli non era stato che il primo. Preferii restare latitante, anche i pochi compagni con cui ero in contatto erano d’accordo.
Quanto rischi se ti arrestano?
Tra una cosa e l’altra cinque anni di galera al netto di detrazioni e condoni. Ma è chiaro che se mi prendessero, aumenterebbero i capi di imputazione. Poi c’è il servizio militare, la renitenza. È stato un motivo in più per non costituirmi: non ho alcuna intenzione di fare il servizio militare, né in Italia né altrove.
E il 22 marzo? E Merlino?
Per spiegare che cosa era e che cosa accadeva al 22 marzo, posso fare una panoramica su quello che successe nel periodo di attività (di inattività sarebbe più giusto) del gruppo, cioè dal 25 settembre al 12 dicembre ’69. Il 25 settembre io, Valpreda ed altri compagni iniziammo uno sciopero della fame a favore dei compagni allora detenuti per gli attentati del 25 aprile ’69. Una mattina verso l’alba fui svegliato da alcuni rumori vicino a me (dormivamo anche sulle scale del palazzo di giustizia di Roma) aprii gli occhi e vidi un carabiniere (graduato) che stava frugando tra i manifesti e le nostre cose, prendendo appunti. Appena si rese conto di essere visto, senza una parola si girò e corse sulla pantera che lo aspettava a motore acceso, partendo immediatamente. La cosa mi sorprese anche perché i cartelloni erano visibili a tutti, ed erano anche fotografati e pubblicati sui giornali; non diedi molto peso alla cosa, ritenendo trattarsi di un controllo per la nostra manifestazione.

Il poliziotto distribuiva catene e manganelli
Alcuni giorni dopo giunse voce che stavano venendo dei fascisti per attaccarci (ma era una falsa voce) e il solerte Andrea Politi o Salvatore Ippolito o 007, come si preferisce chiamarlo, ci disse che lui aveva la macchina piena di sbarre di ferro e catene, anzi ci propose di armarci e di andargli incontro, cosa che però rifiutammo. Finito lo sciopero della fame assieme a Valpreda, Bagnoli e Borth (la compagna uccisa con Casile ed Aricò in un “incidente” stradale) ci recammo a Reggio Calabria, per il processo farsa che si doveva tenere contro Casile, Aricò ed altri. A Nocera Inferiore, ci diede un passaggio un tizio che noi pensammo matto, costui prima ci fece proposte per far prostituire la Borth, è poi si disse disposto ad accompagnarci fino a Reggio dato che non aveva niente da fare; noi accettammo.
Saliti in macchina si offerse di pagarci il caffè, si diresse verso la stazione, l’unico locale aperto a quell’ora. Arrivati sullo spiazzo della stazione, vedendo parcheggiata una macchina della polizia, premette l’acceleratore e cominciò a scappare, con il logico risultato di farsi rincorrere dalla polizia, che ci sbarrò la strada costringendoci a fermare. Quel tipo disse alla P.S. di non avere documenti, né patente con sé, che la macchina era di un suo cugino che gliela aveva prestata, ma senza che questi lo sapesse. Poi cominciò a tirar fuori tessere di partiti di destra e di sinistra intestate a lui, santini e e madonne varie. Noi mettemmo subito in chiaro che non lo conoscevamo, ma ci controllarono i documenti e chiesero via radio informazioni sul nostro conto, col risultato che grazie all’art. 41 ci perquisirono “… alla ricerca di armi o esplosivi” come ci dissero. Poi fummo accompagnati alla stazione e obbligati a prendere il treno. Mentre stavamo salendo vedemmo che il tizio del passaggio, adesso chiacchierava beatamente con i carabinieri, poi, dopo averli salutati, risalì in macchina e se ne andò. Alla prima fermata scendemmo perché non avevamo i soldi per il viaggio in treno fino a Reggio, qui ci dividemmo in due gruppi.

ci controllavano ad ogni passo
A qualche chilometro da Reggio mi accorsi che sull’altra carreggiata, nascosta dietro un cartellone pubblicitario, c’era la stessa macchina di polizia di Nocera Inferiore. Ma le sorprese non finiscono qui, perché la mattina, quando ci recammo al tribunale assieme ad altri compagni venuti da diverse parti d’Italia, mi si avvicinò un uomo (che Casile mi disse essere della squadra politica di Reggio) e indicando Valpreda e Bagnoli mi disse: “voi tre siete i tre anarchici venuti da Roma, vero?). Poi senza attendere la mia risposta si allontanò. Finito il processo coll’assoluzione dei compagni andammo a Carrara ed Empoli, dove conobbi Pino Pinelli, poi tornammo a Roma. Qui la notte del 1 novembre, ricevetti una telefonata di un tizio qualificatosi “compagno” che voleva sapere dove ci riunivamo la mattina dopo; io gli diedi un indirizzo falso (più per istinto che per altro), questi continuò a parlare, scoprendosi mi chiese perché la notte prima non ero rincasato, mentre quella sera ero tornato a casa presto e perché avevo fatto provocare una scissione in seno al gruppo. Naturalmente non risposi e riattaccai. La mattina mi recai in Via del Boschetto dove c’era l’appuntamento, vidi una macchina civetta della questura ferma vicino al negozio di Pietro, all’angolo della strada c’era un altro tipo che leggeva “indifferente” un giornale ingiallito vecchio di tre mesi.
Mentre raccontavo la telefonata ricevuta, arrivarono altri compagni, che ci dissero che c’erano auto civetta anche davanti al “Bakunin” e a via del Governo Vecchio, benché fosse ancora inabitabile. Appena arrivò Valpreda, altre due o tre macchine si fermarono davanti alla porta del negozio impedendoci d’uscire, e senza mandato di perquisizione ispezionarono la sede, “invitandoci” poi a salire in macchina ed andare in questura. Qui dopo essere stati schedati per l’ennesima volta, fummo “ricevuti” dal dott. Improta, che ci disse che sapeva che volevamo creare incidenti (in realtà non sapevamo ancora se partecipare o meno alla manifestazione) e ci disse che saremmo stati rilasciati una volta finiti tutti i cortei.

l’aggressione a Trastevere
Dopo essere stati rilasciati, io Valpreda e Gargamelli ci recammo a Trastevere, dove avevamo un appuntamento, ma qui venimmo aggrediti e picchiati da oltre una ventina di fascistelli. Io ricevetti un calcio alle palle e svenni. Gargamelli si era ripiegato per proteggersi meglio dalle botte che gli arrivavano da tutte le direzioni, mentre Valpreda, in disparte, stava cercando di far ragionare il caporione di quei fascisti. Quando intervenirono due agenti in borghese, Valpreda e Gargamelli mi sollevarono e mi portarono a una vicina fontanella. Ma quei bravi ragazzi invece di fermare qualcuno degli aggressori, si dirigono da noi, e ci arrestano? Mentre ci portano alla vicina stazione di polizia ci dicono che hanno visto tutto, anzi già da giorni sapevano che doveva succedere qualcosa. Ci proposero di dire che eravamo immischiati in un giro della droga, così “ci avrebbero rilasciato”!? Naturalmente rifiutammo; così finimmo a Regina Coeli. Una settimana dopo, quando ci rimisero in libertà provvisoria, venimmo a sapere che Fascetti era stato fermato dai C.C. come sospetto per un attentato ad una caserma dell’arma. La notte andammo a dormire in baracca a Pratorotondo, ma appena entrati in casa sentimmo avvicinarsi una macchina. Spegniamo la luce e rimaniamo fermi. La macchina si ferma davanti alla baracca, ne scendono due tipi che, dopo aver bussato a lungo, cercano di entrare forzando la finestra ma poi rinunciano, tornano in macchina ed aspettano lì. Qualche ora dopo gli dà il cambio un’altra macchina. La mattina uscendo non vedemmo nessuno. La sera incontrammo Fascetti che era stato rilasciato. Egli ci disse che l’avevano minacciato e poi tentato di comprare, e che gli avevano contestato addirittura parole dette in pizzeria. Frattanto tutti i compagni ricevevano telefonate, in ore in cui erano assenti, e veniva chiesto a che ora sarebbero rincasati, se sapevano dove si trovavano e così via. La sera prima della manifestazione dei metalmeccanici un agente in borghese si presentò a casa mia alcuni minuti dopo che io ero arrivato. Avevo avvertito mio fratello di dire che non ero in casa a persone che lui non conosceva, almeno di vista, come miei amici e compagni. Questi se ne andò senza lasciar detto chi era, e appena mio fratello chiuse la porta di casa, io corsi alla finestra per cercare di vedere chi fosse, ma l’altezza (abitavo al 5° piano) e l’oscurità, non mi permisero di vederlo in faccia; però dal portone uscirono due persone e non una: l’altra aspettava sotto la tromba delle scale.
La descrizione del mio “amico” è questa: statura media, biondino, capelli corti ben curati, glabro, giacca e cravatta. Due o tre giorni dopo Valpreda abbandonava definitivamente la baracca perché anche quella notte la polizia era stata a cercarlo ma lui era riuscito a nascondersi. La descrizione di uno di quelli che lo cercavano è identica a quella del tizio presentatosi a casa mia. Questo era l’ambiente in cui si muoveva il 22 Marzo.

merlino
Per quanto riguarda Merlino era ed è un fascista, così come Andrea è un poliziotto. Noi siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate fra di noi.
Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici.
Sai bene che quello che rischi non è solo qualche anno di galera, ma qualcosa di molto peggio. Che cosa intendi fare ora?

lontano dalle finestre
Cerco di tenermi ben lontano da finestre e ben coperto, con una buona dose di aspirine varie per evitare malattie ai bronchi e ai polmoni; non dimentico neanche di stare solo in case che hanno cucine elettriche e non a gas, ed evito accuratamente di viaggiare in automobile per paura di incidenti stradali. Per adesso sto ancora bene ma non si sa mai quali possano essere le eventuali nuove varianti di morte di stato. Approfitto dell’occasione per salutare i compagni detenuti (non Merlino naturalmente) e invitandoli a stare bene in salute per quello che gli è possibile; sarebbe troppo comodo ai veri autori della strage se anche loro sparissero o arrivassero al processo come delle larve umane. La nostra è una lotta che si può condurre anche fra quattro luride pareti, e sul banco degli imputati bisogna mettere lo stato, non noi.

12 dicembre 1969 – 12 dicembre 1971
12 dicembre 1969 – Scoppiano le bombe a Roma e Milano. 16 morti. Caccia all’anarchico e all’estremista. Violenta repressione antioperaia. Tredicimila denunce.
14 dicembre 1969 – L’avv. Ambrosini confida a Stuani e al ministro Restivo i suoi fondati e documentati sospetti su Ordine Nuovo.
15 dicembre 1969 – Entra in scena Rolandi: cattura del “mostro” Valpreda. Pinelli non sta al gioco e viene ammazzato.
25 dicembre 1969 – Armando Calzolari, fascista di O.N. rifiuta di collaborare. Calzolari viene ammazzato.
16 gennaio 1970 – Udo Lemke identifica in due missini siciliani gli autori di un attentato. Pochi giorni dopo Lemke “trovato in possesso di droga” e “ricoverato” sparisce. Di lui non si ha più traccia.
gennaio-aprile 1970 – Si accumulano gli indizi contro Valpreda: è anarchico, è riconosciuto da Rolandi, è esperto di esplosivi, nella borsa viene reperito un “vetrino” uguale a quelli da lui usati; ha il morbo di Burger e non può camminare, era a Roma al bar Jovinelli il giorno dopo la strage, l’infermiera non conferma il suo alibi, aveva un arsenale sulla via Casilina.
aprile 1970 – Rolandi depone a “futura memoria”. La deposizione è illegale mancando gli avvocati della difesa.
aprile-ottobre 1970 – Si appura che: Valpreda è anarchico, il riconoscimento di Rolandi è viziato, non è esperto in esplosivi, il vetrino è diverso da quelli da lui usati, corre come una lepre ed il morbo di Burger è in forma atipica e latente, i testi di Jovinelli si contraddicono l’un l’altro, l’infermiera è stata terrorizzata, l’arsenale sulla Casilina non esiste.
3 luglio 1970 – Caizzi archivia l’istruttoria sulla morte di Pinelli.
27 ottobre 1970 – Gli anarchici Casile e Aricò compiono un importante indagine di controinformazione. Mentre tornano a Roma, muoiono con altri due compagni, in uno strano incidente automobilistico. Uccisi prima di comunicare quanto hanno saputo.
12 dicembre 1970 – Primo anniversario della strage, Saltarelli ucciso a Milano dai carabinieri.
26 marzo 1971 – Il giudice Biotti chiede la riesumazione della salma di Pinelli.
9 aprile 1971 – L’editore fascista Giovanni Ventura con Freda e Trinco viene incriminato per le bombe sui treni dell’8 agosto ’69. Il portinaio coinvolto nella vicenda Juliano-Ventura precipita e muore nella tromba delle scale.
29 aprile 1971 – Il giudice Biotti viene ricusato dall’avvocato di Calabresi, Lener, e sospeso dalle sue funzioni. Si ferma il processo Baldelli.
29 giugno 1971 – Licia Pinelli denuncia Calabresi e gli altri per omicidio volontario.
16 luglio 1971 – Rolandi muore improvvisamente. Polmonite secca e cirrosi epatica.
26 agosto 1971 – Avviso di reato a Calabresi, Allegra ecc. per omicidio colposo.
22 settembre 1971 – Lener denuncia l’avvocato di Licia Pinelli, Smuraglia per plagio e calunnia.
5 ottobre 1971 – Avviso di reato per omicidio volontario contro calabresi e gli altri. Manca Allegra.
21 ottobre 1971 – Viene riesumata la salma di Pinelli.
24 ottobre 1971 – Ambrosini deve uscire il giorno dopo dalla clinica ma viene ammazzato e buttato dal 7° piano della clinica.
30 ottobre 1971 – Angelo Fascetti, testimone a favore di Valpreda, viene investito da una automobile e si sveglia in stato di choc non ricordando nulla.
novembre 1971 – Autopsia della salma di Pinelli. Si riscontra la frattura di una vertebra cervicale fino ad allora taciuta. La famosa “macchia ovalare” coincide con un’altra frattura vertebrale.
22 novembre 1971 – Il latitante Di Cola comunica in una lettera di aver ricevuto minacce di morte dalla polizia.
12 dicembre 1971 – Il Questore di Milano vieta la manifestazione degli anarchici e quelle della sinistra extra-parlamentare.
Una smentita che conferma
Le dichiarazioni di Enrico Di Cola sulle minacce ricevute sono state rese note il 22 novembre durante una conferenza stampa tenuta al circolo “Ponte della Ghisolfa” dall’OAM.
Il giorno seguente la Questura di Roma con un comunicato ufficioso, si è precipitata a precisare che non furono funzionari di P.S. ad interrogare Di Cola, ma Carabinieri. Questo scaricabarile non ci interessa molto. Lo stesso comunicato definisce assurde le accuse di Di Cola dal momento che di Valpreda, il 13 dicembre, non si parlava ancora in quanto solo il 15, in seguito alla testimonianza del tassista Rolandi, nacquero i sospetti su Valpreda e questi fu arrestato.
Invece è noto che:
– il 12 dicembre a Milano, Calabresi aveva già addossato la responsabilità al Valpreda, tanto è vero che su Valpreda vertevano gli interrogatori di quasi tutti gli anarchici fermati, fra cui quelli di Pinelli ed Ardau.
– oltre a Di Cola, altri anarchici romani, il 12 dicembre, furono interrogati sui movimenti di Valpreda.
– sabato mattina 13 dicembre, i funzionari di P.S. Mainardi e Cusano e il brigadiere dei C.C. Di Maiuta si erano già recati nella casa di Valpreda a Milano, senza però rintracciarlo.
Dal momento che tutto questo risulta agli atti del processo, quanto comunicato dalla questura è da considerarsi falso.