Posts Tagged ‘Enrico De Peppo’

1969 12 16 Paese Sera – Scarcerati a Milano i «fermati» per la strage

21 ottobre 2015

1969 12 16 Paese Sera - Scarcerati a Milano i fermati per la strage

 

Scarcerati a Milano i «fermati» per la strage

 

Milano, 16. — Poco dopo mezzogiorno il Procuratore capo della repubblica dott. Enrico De Peppo ha accettato l’invito di incontrarsi con i giornalisti ricevendoli nel suo studio dove erano anche il procuratore aggiunto dott. Isidoro Alberici ed il sostituto procuratore della repubblica dott. Paolillo. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il dott. De Peppo ha detto innanzi tutto di essere stato informato tempestivamente, la notte scorsa, personalmente dal questore di Milano, del suicidio del Pinelli. Sul tragico episodio è infatti in corso una indagine della magistratura, come sempre avviene per tutti i casi di suicidio. «Ho dato quindi le prime disposizioni, affidando tra l’altro l’incarico al sostituto procuratore dott. Caizzi, di interrogare stamane nel suo ufficio a Palazzo di giustizia le persone che stavano interrogando il Pinelli. Tutte le indagini della polizia giudiziaria, come sempre del resto, sono seguite direttamente da noi senza intermediari né delegazioni».

«Quali sono le opinioni della procura – ha chiesto un giornalista – sulle tracce seguite dalla polizia per far luce sugli attentati?». «La procura – ha risposto il dott. De Peppo – non ha opinioni fino a quando non avrà ricevuto il rapporto della polizia. Non si può comunque ora esprimere un qualunque giudizio sulla base di informazioni frammentarie. Posso dire che tutti i fermi compiuti dalla polizia sin dall’inizio delle indagini ci sono stati regolarmente notificati».

Il difensore del Pinelli – ha chiesto un giornalista – afferma che la morte del suo assistito è avvenuta in uno stato di illegittimità poiché il fermo del ferroviere non sarebbe stato comunicato alla autorità giudiziaria né da quest’ultima convalidato».

«Tutto si è svolto nella massima regolarità», ha risposto il dott. De Peppo. «Tutti i termini previsti dalla legge ha proseguito – sono stati rispettati. Proprio oggi il dott. Paolillo ha disposto la scarcerazione di 21 fermati; altri quattro sono stati invece arrestati ma per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la strage. Il loro arresto è avvenuto in occasione delle indagini in corso ma al di là di questo non ci sono altre connessioni. Attualmente – ha aggiunto il magistrato – ci sono altri fermati per i quali ci sono pervenuti i verbali di fermo da parte della polizia. In particolare ce ne sono due che erano assieme al Pinelli, e che si trovano attualmente a San Vittore. Il dott. Paolillo procederà quanto prima al loro interrogatorio»

 

1970 04 9 l’Unità p7 – Perché è lecito dubitare che Pinelli si sia ucciso di Pierluigi Gandini

15 ottobre 2015

1970 04 9 Unità Perché è lecito dubitare che Pinelli si sia ucciso

Circostanziato documento dei patroni dei familiari dell’anarchico indirizzato alla Procura di Milano

Perché è lecito dubitare che Pinelli si sia ucciso

Sottolineate le carenze e le ambiguità dell’istruttoria in corso – Chiesti nuovi e precisi accertamenti e l’autorizzazione alla costituzione di parte civile

Pierluigi Gandini

 

L’atteggiamento sempre più sconcertante della Procura milanese nelle indagini sul caso Pinelli ha provocato una nuova iniziativa dei patroni della famiglia dell’anarchico. Si tratta di un documento che, criticando gli accertamenti già svolti, proponendone altri e più seri, chiedendo infine che venga data una risposta esplicita all’istanza di costituzione di parte civile, pone praticamente la Procura con le spalle al muro. Se questa, infatti, si trincererà nei dinieghi e nei ripieghi, tutti gli italiani avranno il diritto di pensare che in questura sia avvenuto qualcosa di diverso da un suicidio.

Ed ecco il testo del documento, indirizzato al Sostituto Procuratore dottor Caizzi, al Procuratore Capo della Repubblica dottor De Peppo e al Procuratore Generale dott. Riccomagno: «I sottoscritti prof. Carlo Smuraglia e procuratore Domenico Contestabile, difensori delle parti civili Rognoni Licia vedova Pinelli e Malacarne Rosa, sono costretti ad esprimere le più vive perplessità di fronte all’atteggiamento assunto dal magistrato inquirente. E’ vero che alcune istanze istruttorie delle parti civili sono state accolte; ma non si vuole ancora riconoscere la legittimità della costituzione di parte civile, ammettendo la difesa a prendere visione della relazione peritale depositata in atti.

«Attraverso due memorie si è illustrata, in termini rigorosamente giuridici, l’ammissibilità della costituzione di parte civile, sia perché non è dubbio che ormai trattasi di una vera istruttoria, sia perché la dottrina predominante ammette anche la costituzione di parte civile contro ignoti. Si può aggiungere oggi, sciogliendo una riserva fatta in una delle predette memorie, che, in altri casi, la costituzione di parte civile è stata ammessa proprio dalla Procura di Milano..».

E qui i legali recano due esempi. Poi il documento prosegue: «Questa disparità di trattamento e le resistenze del magistrato inquirente a consentire alla parte civile di svolgere il suo compito in un processo di tanta delicatezza, suscitano – lo ripetiamo – le più vive perplessità.

«A prescindere dall’infondatezza delle tesi giuridiche che il magistrato inquirente enuncia (a voce peraltro, perché non esiste alcun provvedimento scritto), quale danno potrebbe derivare alla giustizia dalla partecipazione effettiva della parte civile a questa istruttoria? Dobbiamo credere che sia molto maggiore il danno che deriva dalla sua esclusione, che può alimentare la perplessità e la sfiducia dei cittadini.

«E perché poi rifiutare il contributo che la parte civile può recare, se la preoccupazione è quella di ricercare la verità? Quanto più i processi sono delicati, tanto maggiori devono essere le garanzie della difesa di ognuna delle parti. La Procura milanese teme che, ammettendo la parte civile, si finisca per riconoscere che ci sono sospetti di reato.

«La verità è che tali sospetti circolano ampiamente nella opinione pubblica e sono stati abbondantemente accolti dalla stampa quotidiana e settimanale. E allora? Ci si può nascondere sotto l’ala, come lo struzzo, per ignorare una realtà che è dimostrata dallo stesso fatto che la Procura continua ad indagare al di là di ogni limite di tempo normale per gli altri casi di “suicidio”?

«Sottoponiamo questo considerazioni e queste perplessità all’attenzione delle SS. VV. affinché valutino se è opportuna (oltreché giuridicamente corretta), 1’insistenza di un atteggiamento come quello più sopra citato. Ad ogni modo il magistrato inquirente dice di essere pronto a compiere ogni indagine che tenda all’accertamento della verità. Ebbene, sottoponiamo alla sua attenzione alcuni accertamenti tecnici, sicuramente densi di rilievo:

1) Non risulta sottoposto specificamente ai periti il quesito se le circostanze e le modalità della morte del Pinelli si accordino con 1’ipotesi del suicidio e quello più generale relativo alle modalità con le quali a Milano almeno dal dopoguerra ad oggi, i suicidi si sono verificati. Abbiamo acquisito la certezza, attraverso informazioni direttamente assunte che “nessun” suicidio si è realizzato, negli ultimi 20 anni, con le caratteristiche di quello – preteso – del Pinelli. Un collegio peritale potrà esperire le opportune indagini anche presso l’obitorio di Milano per stabilire quali siano state le modalità dei suicidi e quali le lesioni presentate dai deceduti. Insiste particolarmente perché del collegio dei periti faccia parte anche uno specialista neurologo, dato che è in questo settore della medicina che il fenomeno del suicidio è stato particolarmente analizzato e studiato.

2) Non risulta sottoposto specificamente ai periti un quesito relativo alla personalità bio psicologica del Pinelli. Secondo i neurologi nessuno si suicida per caso; il suicida reca in sé, già da tempo le caratteristiche predisponenti, salvo i casi in cui sopravvengano fattori patologici degenerativi o vi siano circostanze di tale eccezionalità da indurre a tale atto un uomo normale. Un collegio di periti – esperto di neurologia, di psicologia, di psicoanalisi – potrà ricostruire la personalità del Pinelli attraverso tutte le opportune indagini, che il magistrato inquirente – nel conferire l’incarico – potrà espressamente autorizzare ai sensi dell’art. 317 del Codice di Procedura penale.

3) Non risulta che sia stata effettuata alcuna indagine tecnica relativa alle modalità della caduta e del decesso di Pinelli. Non si sa se siano state misurate le distanze, valutata la parabola di caduta, in rapporto alla presumibile spinta che il corpo ricevette per impulso proprio o altrui. Eppure si tratta di un dato estremamente importante per valutare l’attendibilità dell’ipotesi di caduta da suicidio o di quella del cosiddetto defenestramento. Si ritiene che questo elemento potrà essere agevolmente acquisito attraverso la nomina di un collegio peritale (di cui deve fare parte almeno un ingeniere), il quale accerti esattamente: il punto in cui cadde il corpo del Pinelli, la distanza dalla finestra, la parabola compiuta, la spinta necessaria e così via. Perché il collegio possa svolgere adeguatamente il suo lavoro, bisognerà che il magistrato inquirente lo autorizzi: a) a prendere cognizione degli atti dell’istruzione; b) ad accedere sul posto, compiendo tutti gli accertamenti occorrenti; c) ad assistere all’esperimento giudiziale di cui appresso, nonché a fornirvi il proprio contributo tecnico.

4) Appare non solo opportuno, ma necessario che il magistrato inquirente proceda ad esperimento giudiziale ai sensi degli articoli 312 e 313 C.P. per riprodurre le condizioni in cui si assume che il fatto si svolse. Basterà disporre la costruzione di un manichino, della statura e del peso del Pinelli, da gettare – con varie modalità di caduta e di spinta – dalla ben nota finestra, traendo poi tutti i rilevamenti del caso dalle modalità e dal luogo di caduta.

5) Risulta che finalmente si è deciso, su espressa istanza delle parti civili, di interrogare il medico di guardia all’ospedale Fatebenefratelli, che accolse Pinelli morente. Dopo la deposizione di questo medico sembra necessario disporre supplemento di perizia per stabilire se la descrizione delle condizioni in cui il Pinelli giunse in ospedale si accordi con quanto già opinato dai consulenti di ufficio.

6) Risulta infine che è stata disposta – sempre su istanza delle parti civili – l’audizione dei testi Malagugini, Bottarelli e Cederna, che ebbero un colloquio con il questore di Milano subito dopo il fatto. Se questi testi confermeranno quanto risulta dalla stampa (che cioè il questore avrebbe dichiarato che dai colloqui con il Pinelli nulla era stato verbalizzato) si confida che il magistrato inquirente vorrà accertare se per caso agli atti risulti un verbale sottoscritto dal Pinelli; in tale ipotesi vorrà disporre perizia grafica per accertare se la firma sia davvero del Pinelli, avvalendosi di scritture di comparazione che i familiari potranno all’occorrenza esibire»

Conclusione: come si vede, le questioni proposte sono serie e gravi. Ora la parola è alla Procura. L’opinione pubblica, sempre più preoccupata ed allarmata, attende una risposta chiara, precisa e che, soprattutto, dimostri, da parte della giustizia, la volontà di fare giustizia.

 

1971 04 29 Unità – La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito. di Pierluigi Gandini

7 giugno 2015

1971 04 29 Unità La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

Continua la deposizione della teste contestata al processo degli anarchici

La Zublena definì come fascisti i giudici che le dettero credito

La lettera accusatoria della donna – In difficoltà gli stessi magistrati che sinora non hanno sollevato dubbi sulla teste – In contraddizione anche il vice dirigente dell’ufficio politico della questura

 

Dalla nostra redazione. 28.

Al processo degli anarchici, la accusa sta subendo una debacle che investe anche quei magistrati che hanno accettato e avallato il delirio persecutorio di un personaggio come Rosemma Zublena. Proprio quei magistrati infatti vennero definiti dalla supertestimone «i peggiori di Milano, fascisti, responsabili di abusi per cui occorreva deferirli al consiglio superiore della magistratura!».

Gia l’inizio dell’udienza è significativo. La Zublena si è appena seduta di fronte alla corte che l’avv. Piscopo si alza: «Al fine di valutare l’attendilità della teste, chiedo che vengano citati don Guido Stucchi e il prof. Giuseppe Chillemi; il primo perchè riferisca come la Zublena, quand’era insegnante alla scuola di Cavenago, avesse accusato i suoi alunni di compiere atti immorali fra di loro: il secondo perchè dica se è vero che, avendo respinto le profferte della testimone, fu dalla stessa denunciato, con una lettera anonima al preside, come corruttore di alcuni allievi…».

La corte si riserva. Ma Piscopo insiste: «La testimone dichiarò alla polizia che probabilmente il Della Savia e il Braschi avevano rapporti omosessuali? Quali elementi aveva per lanciare tale accusa?».

ZUBLENA – Avevo notato fra i due una grande amicizia e così pensavo che ci fosse della simpatia… Fu solo un giudizio…

PISCOPO – Prego signor presidente di leggere il verbale reso dalla teste a Calabresi…

Il presidente inizia la lettura: «Il Della Savia preferiva i maschi e aveva soggiogato il Braschi a tal punto da renderlo totalmente succubo…».

A questo punto il magistrato si interrompe: «Avvocato. ritiene indispensabile leggere anche il seguito? Va bene, allora continui lei…».

E Piscopo salvando il pudore del presidente, conduce a termine la lettura: da un semplice disturbo del Braschi, la Zublena trasse deduzioni talmente oscene da non poter essere qui ripetute.

L’avvocato prosegue: «In una lettera al giudice Amati, lei accusò l’imputato Norscia di essere un confidente della polizia ed altri cinque anarchici di aver “cantato”?».

ZUBLENA – Fu il Pinelli a dirmi che i ragazzi erano in galera perché qualcuno aveva «cantato»; mi fece i nomi di due di Roma e di un certo Moi, che perciò erano stati rilasciati. Scandalizzata, riferii la cosa al commissario Allegra che si mostro molto sorpreso…

Si leva l’avv. Spazzali, agitando una lettera: «Vuol spiegarci il significato di questa cordiale missiva da lei inviata al dottor Calabresi?».

E la Zublena. più che mai sicura nel suo delirio: «Avevo chiesto al commissario Allegra di recarmi ad Amsterdam per cercare la copia del volantino che l’imputato Norscia aveva inviato appunto ad una società olandese ed all’editore Feltrinelli. Allegra non volle. Chissà. forse avrei scoperto qualcosa sull’organizzazione terroristica…».

Dal che è lecito dedurre che i poliziotti si erano resi perfettamente conto delle condizioni mentali della teste.

E’ la volta dell’avv. Di Giovanni: «Mi domando come il giudice Amati abbia rinviato a giudizio il Faccioli solo per aver scritto dei volantini da lasciare sui luoghi degli attentati. e non abbia invece incriminato la teste che pure, per sua stessa ammissione. ricopiò un manifestino pure destinato a “firmare” l’attentato alla casa discografica RCA… ».

La risposta della Zublena e impagabile: «Io non ero una anarchica!».

Intervienee l’avv.Dinelli : «E’ sua questa lettera, in cui afferma che, essendo il processo politico, gli ordini arrivavano da Roma e i magistrati incaricati (e cioè il procuratore capo della repubblica, De Peppo, il sostituto Petrosino, il giudice Amati e il presidente di questa corte) erano i peggiori di Milano, dei fascisti; che inoltre per porre termine agli abusi e alle irregolarità dell’istruttoria e strapparla dalle mani del dottor Amati, occorreva fare un esposto al consiglio superiore della magistratura? ».

E la Zublena imperterrita: «Certo, queste cose me le aveva dette il Pinelli e io le ripetei al dottor Amati »

Torna alla carica l’avv. Piscopo: «E’ vero che lei invitò il Braschi a licenziare il suo patrono perche di sinistra e ad assumere l’avv. Ungaro di Roma (attuale difensore del Valerio Borghese – N.d.R. ) e ciò per consiglio di un “volpone” della magistratura? Disse anche al Braschi che qualcuno di molto vicino a Saragat le aveva assicurato la scarcerazione?

ZUBLENA – Non posso dire chi fosse il «volpone» perchè occupa una carica nella magistratura. Quanto a Saragat. me l’ero inventato per invogliare il Braschi a dire la verità…

Il compagno Alessandro Curzi, allora direttore responsabile dell’«Unità», conferma poi che il nostro giornale ricevette il rapporto segreto dei colonnelli greci sugli attentati del 25 aprile, da fonti molto attendibili.

Ed ecco sulla pedana il vice-dirigente dell’ufficio politico, dottor Beniamino Zagari, che fa una magra figura. Infatti, dopo aver descritto l’ufficio politico come un padiglione di delizie, dove di percosse nemmeno si parla, e aver negato l’esistenza di uno schedario «politico» non riesce a spiegare come mai i suoi subordinati mostrassero foto degli imputati alla Zublena e ad altri testimoni.

2 settembre 1972 Il sostituto Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione Eliodoro Sullo accoglie le richieste di De Peppo e Gresti

11 aprile 2012

 

2 settembre 1972 Il sostituto Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione Eliodoro Sullo accoglie le richieste di De Peppo e Gresti

31 agosto 1972 Il Procuratore Generale della Repubblica di Milano Mauro Gresti concorda con De Peppo sulla rimessione del giudizio alla Corte di Assise di sede diversa

11 aprile 2012

I responsabili dello spostamento del processo per Piazza Fontana da Milano

31 agosto 1972 Il Procuratore Generale della Repubblica di Milano Mauro Gresti concorda con De Peppo sulla rimessione del giudizio alla Corte di Assise di sede diversa

Umanità Nova n7 27 febbraio 2000 Non ci sono poteri buoni. Milano: iniziato un nuovo processo per la strage di piazza Fontana di Luciano Lanza

3 ottobre 2011

Diciamocelo chiaramente: questo nuovo processo per la strage di piazza Fontana (l’ottavo senza contare due interventi della Cassazione) è importante perché, almeno nelle premesse, ribalta completamente la vergognosa realtà processuale uscita dalla lunga sequenza giudiziaria conclusasi nel 1991 con l’ultima assoluzione del capo di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie, ma se riflettiamo in modo disincantato dobbiamo ammettere che in sé il processo non ha un grande significato storico. E i motivi sono diversi. Qui cercherò di elencarne qualcuno.

Partiamo dagli imputati. I quattro neonazisti di Ordine nuovo sotto processo sono certamente di rilievo, ma appaiono subito insufficienti. Certo c’è Delfo Zorzi, capo del gruppo di Ordine nuovo di Venezia-Mestre (secondo l’accusa è l’autore materiale dell’attentato), ma se ne sta tranquillamente in Giappone di cui è diventato cittadino. Nessuno ha chiesto la sua estradizione e sicuramente non verrà mai estradato. Insomma un processo senza l’imputato principale. Ci sono invece Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio. Rognoni, ex capo del gruppo neonazista milanese La Fenice, avrebbe dato il supporto logistico a Zorzi nell’esecuzione della strage, Maggi era il capo di Ordine nuovo nel Triveneto, in pratica la mente organizzativa. Un discorso a parte merita Digilio. L’armiere del gruppo era anche un informatore dei servizi segreti delle basi Nato di stanza a Verona. Lui, quindi, rappresenta l’anello che unisce l’attività terrorista di Ordine nuovo con la strategia del terrorismo che doveva stabilizzare la situazione socio-politica in Italia. Vale a dire la strategia perseguita da Casa Bianca e Pentagono.

Ma l’aspetto più rilevante, sempre dal versante imputati, è chi non c’è. Alcuni non ci sono perché morti. Quattro nomi per tutti: Giuseppe Saragat, ex presidente della repubblica, Franco Restivo, ex ministro dell’Interno, Vito Miceli, ex capo del Sid e Mariano Rumor, presidente del consiglio all’epoca della strage. Sono personaggi di rilievo, ma i trent’anni che ci separano da quei fatti non potevano non fare qualche “vittima naturale”.E poi non ci sono sul banco degli imputati personaggi ancora vivi, ma divenuti ormai intoccabili, anzi santificati dopo assoluzioni in altri processi di mafia e di omicidi. Avete già capito tutti che il riferimento è al sempreverde Giulio Andreotti.

Così come non ci saranno gli agenti dei servizi segreti americani coinvolti nella faccenda e non ci sarà nemmeno Gianadelio Maletti, capo dell’Ufficio D del Sid. Se ne sta in Sudafrica e nessuno lo scomoderà dal suo “esilio dorato”. Ma non ci saranno nemmeno i famosi Giovanni Ventura e Franco Freda, perché assolti con sentenza definitiva. Non è un caso che il giudice Giancarlo Stiz, il primo che imboccò la pista nera che ridicolizzava quella seguita dai magistrati romani Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo (accusatori degli anarchici nonostante l’inconsistenza e assurdità delle prove), si sia recentemente espresso con toni rassegnati e disgustati su quanto è successo nelle aule giudiziarie italiane.

Processo ieri e oggi. Altro elemento non certo esaltante. Se il processo si fosse celebrato a Milano nel 1972 avrebbe sicuramente avuto altri effetti sulla situazione politica. Ma allora il processo non iniziò nemmeno nella città dove era avvenuta la strage (dopo che i giudici di Roma avevano buttato la spugna visti gli esiti disastrosi per l’accusa sin dalle prime battute del dibattimento) perché il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo, sostenne che quel dibattimento avrebbe scatenato qualcosa di molto vicino alla guerra civile: il palazzo di giustizia sarebbe stato ostaggio della “contestazione rossa”. Così il dibattimento fu trasferito a Catanzaro. E con gli esiti voluti da chi non voleva la verità sulla strage e sulla strategia della tensione: tutti assolti, anarchici e nazisti.

Ebbene un processo a Milano nel 1972 non avrebbe scatenato la guerra civile, ma sicuramente sarebbe stato l’occasione per una grande mobilitazione che avrebbe messo in evidenza le contraddizioni di un processo gestito in modo da occultare la realtà. Sarebbe stato l’occasione per mettere sotto accusa il sistema politico, giudiziario, poliziesco. Insomma il procuratore generale di Milano nel richiedere il trasferimento da Milano del processo per motivi di ordine pubblico aveva fatto solo il suo lavoro (sporco) di servitore dello Stato, cioè dello Stato che aveva fatto mettere le bombe e che non voleva essere processato nelle piazze oltre che nelle aule dei tribunali.

Ma adesso, se diamo retta a un recente sondaggio, la maggioranza degli studenti medi milanesi non sa chi è Pietro Valpreda (66,2 per cento) e nemmeno di Giuseppe Pinelli (70 per cento). Mentre la maggioranza crede che ad aver compiuto quell’attentato siano state le Brigate Rosse, che all’epoca nemmeno esistevano, 43 (per cento), la mafia (39), gli anarchici (25) o i fascisti (23). E allora a che cosa serve questo nuovo processo? A stabilire anche in tribunale che i neonazisti erano la manovalanza di questa strategia? Qualcuno può pensare che questo sia un passo importante? Personalmente ne dubito perché ormai a livello storico (perché dopo trent’anni soltanto di storia si tratta) è un fatto assodato che in quella strage gli anarchici sono serviti come capri espiatori, come è assodato che in questa faccenda criminale sono coinvolti i più alti livelli dello stato, della politica, della magistratura, della polizia, dei servizi segreti. Il tutto sotto la direzione della CIA e dei servizi NATO. Cioè gli esecutori delle direttive della Casa Bianca e del Pentagono.

Inoltre il nuovo processo avrà sicuramente tempi lunghissimi (come vuole un copione collaudato) visto che la difesa di Delfo Zorzi ha deciso di chiedere l’audizione di centinaia di testi: dai capi della CIA ai presidenti degli Stati Uniti, dagli ambasciatori Usa in Italia ai capi delle forze armate americane e poi, per gli italiani, presidenti del consiglio, ministri dell’Interno e della Difesa, ministri degli Esteri, agenti dei servizi segreti.

Però! Se tutto sembra volersi risolvere in un nuovo processo all’italiana non sarebbe male che gli anarchici e tutti coloro che amano la verità facciano qualcosa. Non solo per rinfrescare la memoria (corta) su quanto è avvenuto, ma per far capire che certe cose non sono successe su Marte, ma qui e che se quella fu una strage di stato bisogna anche (come cantava Fabrizio De André) non “diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.

Luciano Lanza