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1970 04 23 Messaggero – Attentato dinamitardo. Depositati i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati.

2 novembre 2015

1970 04 23 Messaggero - attentato dinamitardo

Attentato dinamitardo

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo, che dirige l’inchiesta giudiziaria sugli attentati compiuti a Milano e Roma nel dicembre dello scorso anno, ha depositato in cancelleria i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati: Enrico Di Cola, Mario Merlino e Roberto Garbameli.

Gli accertamenti domiciliari, furono compiuti il 9 aprile scorso e solamente in casa di Enrico Di Cola, il quale è latitante fin dai primi giorni dell’inchiesta, fu compiuto un sequestro. Si tratta di un quaderno dalla copertina verde sulla quale è scritto «Quaderno di musica di Enrico Di Cola ». Su uno dei primi fogli è scritto «Le basi NATO in Italia… De Lorenzo». Poi, su otto fogli, sono state trascritte alcune poesie.

Prima che nella abitazione di Enrico Di Cola, gli investigatori -il commissario di pubblica sicurezza Umberto Improta, un sottufficiale e due agenti – si recarono in casa di Mario Merlino, il quale, come è noto, è in carcere perché accusato di concorso in strage e altri reati. Nell’appartamento di via Liberiana 9, gli agenti furono ricevuti dal padre del giovane anarchico, Aldo Merlino. Nel corso delle ricerche non fu trovato nulla di sospetto.

Dall’abitazione di Merlino gli inquirenti passarono in via Pescara, nell’abitazione del Di Cola, dove alla perquisizione fu presente la zia del giovane, Anna Maria Tumino.

Nella casa di Roberto Gargamelli, che è figlio di un funzionario della Banca Nazionale del Lavoro, in cui fu compiuto uno degli attentati, gli investigatori si recarono l’11 aprile, ma anche qui non trovarono nulla di compromettente.

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1970 01 11 Paese Sera – Bombe: senza volto il nuovo testimone. Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza»

19 ottobre 2015

1970 01 11 Paese Sera - Bombe senza volto il nuovo testimone

Bombe: senza volto il nuovo testimone

Riserbo assoluto sulla sua identità – L’accusa gli attribuisce «grande importanza» – Quali sarebbero le «ammissioni» fatte da Emilio Borghese e Roberto Mander. Una perizia collegiale sui reperti degli ordigni

 

Un nuovo testimone è entrato da ieri nella vicenda degli attentati di Milano e di Roma. E’ stato interrogato lungamente dal giudice istruttore, dott. Ernesto Cudillo, alla presenza anche del P.M., dott. Vittorio Occorsio (che peraltro si è limitato ad assistere alla verbalizzazione delle dichiarazioni fatte dal teste). Tutti i tentativi per cercar di dare un volto e un nome al personaggio sono riusciti vani. Manco a parlare, poi, di ciò che il testimone avrebbe detto. L’unica «indicazione» (se così può definirsi) raccolta negli ambienti giudiziari è una frase del P.M., il quale, pressato dalle insistenti richieste dei giornalisti si è limitato a dire che «si tratta di un testimone piuttosto importante». Tutto qui.

A disposizione i verbali

Qualche notizia più precisa su ciò che riguarda l’andamento dell’istruttoria si potrà, forse, avere domani. In mattinata, infatti – secondo quanto lo stesso giudice ha comunicato – saranno depositati, a disposizione dei difensori, i verbali d’interrogatorio, il che induce a ritenere che entro la prossima settimana gli avvocati potranno anche finalmente recarsi al carcere per prendere contatto con i propri assistiti.

Un’altra informazione appresa da fonti attendibili dà per certo che nei prossimi giorni il giudice istruttore disporrà una nuova perizia sui reperti degli ordigni. Si tratterà, stavolta, di un’indagine affidata a un collegio di periti e alla quale parteciperà anche la difesa con alcuni consulenti di parte.

Intanto, sia pure faticosamente, continuano a filtrare alcune indiscrezioni su ciò che gli inquirenti sarebbero riusciti a raccogliere interrogando i sei arrestati (il settimo imputato, Enrico Di Cola, è ancora latitante). Secondo queste notizie – peraltro ovviamente non ufficiali – due degli accusati, in particolare, avrebbero fatto delle ammissioni, che per l’accusa costituirebbero «elementi di notevole gravità e significato». I due sarebbero Emilio Borghese e Roberto Mander. Specialmente il primo – sempre stando alle voci – avrebbe in sostanza attribuito a Pietro Valpreda e al Mander di avere avuto nei giorni immediatamente precedenti il 12 dicembre (all’interno della sede del circolo «XXII marzo») molti «scambi di idee» non solo sull’opportunità di compiere delle azioni terroristiche, ma addirittura sulla «scelta» degli «obbiettivi».

Queste indiscrezioni hanno trovato qualche conferma anche negli ambienti della polizia, come quelle riguardanti Roberto Mander il quale, nell’apprendere da chi lo interrogava ciò che sarebbe stato dichiarato da Emilio Borghese, avrebbe replicato ritorcendo contro lo stesso Borghese e Valpreda la responsabilità dei «progetti» di attentato e della «designazione» dei luoghi in cui effettuarli.

Paolucci sarà interrogato

Naturalmente riferiamo tutto questo con le dovute riserve che la gravità del caso impone, anche se ci sembra opportuno sottolineare – come del resto facciamo in altra parte del giornale – che «discorsi» e «progetti» non sembrano oggettivamente sufficienti a dimostrare una diretta partecipazione agli attentati.

La settimana prossima, comunque, dovrebbe permettere di tracciare un quadro abbastanza esatto della situazione. Il giudice istruttore, come si è detto, depositerà domani i verbali d’interrogatorio, e presumibilmente martedì si recherà a Milano, con il pubblico ministero, per procedere – si è dichiarato negli ambienti giudiziari – ad alcuni «importanti accertamenti». Fra l’altro il magistrato procederebbe, nella città lombarda, anche all’interrogatorio del prof. Liliano Paolucci, direttore generale del Patronato Scolastico, che con ripetute dichiarazioni alla stampa ha smentito talune asserzioni fatte dal tassista Cornelio Rolandi.

Un’ultima notizia riguarda un personaggio il cui nome è venuto più volte alla ribalta in margine all’inchiesta sugli attentati. Si tratta di Ivo Della Savia, amico di Pietro Valpreda, che gli inquirenti vorrebbero interrogare perché, si dice, qualche volta sarebbe stato in possesso di esplosivi. Il Della Savia, renitente alla leva, si troverebbe però da qualche tempo in Belgio.

 

1970 01 4 l’Unità – Spiccato un altro ordine di cattura. (ma non c’entra con gli attentati)

4 settembre 2015

1970 01 4 Unità Spiccato un altro ordine di cattura Di Cola

Il giovane accusato si è reso irreperibile dopo essere stato interrogato dalla PS

Spiccato un altro ordine di cattura (ma non c’entra con gli attentati)

Enrico Di Cola incriminato per associazione a delinquere – Interrogata la zia di Pietro Valpreda: ha confermato l’alibi del nipote Nuova deposizione anche del superteste Macoratti

 

Un nuovo ordine di cattura è stato spiccalo dal giudice Cudillo che dirige l’istruttoria sugli attentati di Roma e Milano. L’accusato è Enrico Di Cola 19 anni, frequentatore del «22 marzo» nell’ordine di cattura si parla di «associazione per delinquere». Di Cola che non è stato ancora rintracciato non è quindi accusato della strage di Milano o delle esplosioni di Roma ma forse soltanto di aver «saputo» pur non partecipando direttamente alle azioni terroristiche.

Enrico Di Cola che frequenta l’istituto tecnico «Severi» di via Casale De Merode e abitava fino a qualche giorno fa con la madre in via Pescara al Tuscolano era un amico di Pietro Valpreda. Anzi insieme al ballerino era stato arrestato il 19 novembre per rissa a Trastevere. Il pomeriggio degli attentati comunque era il giovane era al circolo «22 marzo» anche lui ad ascoltare la conferenza di Antonio Serventi sulle religioni così come Umberto Macoratti, Emilio Bagnoli ed Emilio Borghese.

Subito dopo l’arresto di Valpreda anche Di Cola era stato fermato e portato a San Vitale ma dopo 24 ore di interrogatorio i poliziotti lo hanno rilasciato, ritenendo più che valido evidentemente il suo alibi. Probabilmente il giovane si è allontanato per evitare altre «grane» certo è che quando dopo qualche giorno gli investigatori sono tornati in via Pescara per chiedere altri chiarimenti al Di Cola il giovane era scomparso.

Poi il magistrato ha spiccato l’ordine di cattura per associazione a delinquere si possono soltanto avanzare ipotesi riguardo a questa imputazione. E’ evidente comunque che gli inquirenti non ritengono che il Di Cola sia stato fra gli autori degli attentati altrimenti anche per lui l’accusa sarebbe stata di concorso in strage. Forse lo sospettano di aver sentito qualcosa riguardo alla preparazione degli atti terroristici e di non essersi opposto. Ma al limite è stata avanzala l’ipotesi che una simile imputazione può essere estesa a tutti i membri del «22 marzo» se il magistrato ritiene che la associazione di via del Governo Vecchio avesse uno scopo criminoso non necessariamente gli attentati ma una qualsiasi «attività sovversiva» come ad esempio distribuire volantini «atti a turbare l’ordine pubblico».

Ieri mattina il magistrato ha interrogato due fra i personaggi principali della vicenda. Alle 10 è entrata nell’ufficio del giudice Cudillo la zia di Valpreda Rachele Torre la deposizione si è protratta fino alle 12.15 poi la donna è uscita attraverso una porta secondaria per sfuggire all’assedio dei fotografi. E’ stata quindi la volta di Umberto Macoratti il cosiddetto «super teste». Anche lui è stato interrogato per due ore e quando è uscito dall’ufficio è apparso molto turbato con gli occhi rossi. Naturalmente non si sa cosa i due abbiano detto al magistrato ma c’è da credere che entrambi abbiano confermato le precedenti dichiarazioni.

Rachele Torre così dovrebbe aver ripetuto che quel pomeriggio dell’esplosione Pietro Valpreda non si è mosso dal letto perché febbricitante. Tuttavia quasi a parare il colpo più o meno mentre la donna veniva interrogata dal giudice in questura qualcuno si preoccupava di far filtrare delle voci secondo le quali nell’alibi del Valpreda vi sarebbe un «vuoto» di circa tre ore.

Più difficile intuire quale sia stato il racconto del Macoratti. Da un lato il ragioniere viene indicato come uno dei principali punti di forza dell’accusa, dall’altro l’uomo parlando con i giornalisti ha sempre ripetuto di considerare innocenti gli arrestati e di non ritenerli assolutamente capaci di compiere atti così mostruosi. Macoratti può indubbiamente aver riferito agli investigatori dettagli sulle riunioni al «22 marzo» o sui movimenti degli incriminati ma sembra improbabile che sia proprio il personaggio che si è voluto far credere e cioè il «superteste» che con schiaccianti rivelazioni avrebbe «inchiodato» i giovani accusati.

Dopo aver concluso i primi interrogatori il giudice istruttore ha disposto che la salma di Calogero Galatioto il pensionato morto in seguito all’esplosione nella banca di piazza Fontana sia sottoposta ad autopsia. L’incarico è stato affidato al dottor Antonio Ratucci che sostituisce il prof Franco Ritucci. L’esame necroscopico avrà luogo domani

1973 03 31 Umanità Nova – Sospesa l’estradizione di Ivo Della Savia

20 maggio 2015

(Nostra nota: mancano alcune righe nella parte finale)

 

1973 03 31 Umanità Nova - Sospesa l'estradizione di Ivo Della Savia

 

Come annunciammo, dopo aver accolto la richiesta di estradizione di Ivo Della Savia, di fronte alla decisa opposizione degli avvocati e delle forze dell’estrema sinistra, la magistratura tedesca fu costretta ad accettare che il caso fosse dibattuto alla presenza della difesa e di testimoni da questa convocati.

Giovedì 22 scorso all’università di Francoforte si è tenuto un teach-in nel corso del quale hanno parlato gli avvocati Di Giovanni e Dominuco e diversi compagni tedeschi.

Venerdì il processo, al quale sono stati ammessi come testimoni il giornalista inglese Finer, i compagni Mander e Di Cola e gli avvocati Di Giovanni e Dominuco. La testimonianza di Valpreda era stata accettata ma le autorità tedesche, con una inqualificabile azione, hanno bloccato per quattro giorni il telegramma che gli avrebbe consentito di recarsi all’estero.

Mentre all’esterno del tribunale centinaia di compagni improvvisavano una manifestazione di solidarietà e premevano per essere ammessi in aula, Della Savia è stato portato di peso all’interno del tribunale dove ha chiesto che il pubblico fosse ammesso al dibattito; ciò non è stato concesso ed egli si è rifiutato di assistere al processo. E’ stato portato via ed alcuni compagni hanno visto degli agenti che lo picchiavano brutalmente.

L’avvocato Di Giovanni ha svolto una dettagliata relazione sulla strage di Stato mettendo in luce le varie fasi della montatura poliziesco-giudiziaria ed il tribunale, per non assumere direttamente la responsabilità di una qualsiasi decisione, ha rinviato ad altra seduta in attesa di ricevere una copia autenticata della sentenza di Cudillo perché, qualora il Della Savia non risulti implicato per «concorso» nella strage, dovrebbero rimetterlo in libertà, altrimenti rimetterebbero la pratica alla corte costituzionale lavandose dovrebbero rimetterlo in cedura segue il caso di Angelo Della Savia.

 

1972 04 1 Umanità Nova – Concesso in Svezia l’asilo al compagno Di Cola

29 aprile 2015

Nostra nota

Dopo la concessione dell’asilo umanitario concesso dalla Svezia il compagno Enrico Di Cola fece richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato politico che ottenne un paio di anni dopo, con il rilascio del passaporto Nansen.

Il passaporto Nansen era un passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni a profughi e rifugiati apolidi. Il principio del passaporto Nansen è stato ripreso dal documento di viaggio descritto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati.

 

1972 04 1 Umanità Nova - Concesso in Svezia l'asilo politico a Di Cola

Con una dichiarazione resa pubblica giovedì 23 marzo il governo svedese ha concesso l’asilo al compagno Enrico Di Cola rifugiatosi in Svezia ai primi di novembre dello scorso anno.

La decisione presa dal governo svedese riveste un valore politico che non può essere in alcun caso sottovalutato.

Di fronte al netto rifiuto della magistratura italiana di richiedere l’estradizione di Di Cola, e di fronte al rifiuto dell’ambasciatore italiano a Stoccolma di ricevere il 23 febbraio la delegazione di compagni che richiedeva giustizia per Pinelli e libertà per i compagni arrestati, il governo svedese è stato costretto a riconoscere ufficialmente che in Italia non esiste nessuna garanzia di libertà politica e sociale, e che la tanto decantata amministrazione della giustizia è una volgare pagliacciata della quale non si può tenere alcun conto.

Al riguardo va precisato che in Svezia l’unico diritto di asilo esistente è quello concesso al compagno Di Cola, l’asilo umanitario. Va inoltre precisato, ad uso dei pennaioli italiani di stretta osservanza fascista, che il reato imputato al compagno Di Cola non è di carattere politico, ma di volgare associazione a delinquere. Tale precisazione è necessaria perché, riportando la notizia di agenzia sulla decisione adottata dal governo svedese, certi pennaioli italiani si sono affrettati a dichiarare che l’estradizione di Di Cola non era tecnicamente possibile perché il reato del quale Di Cola era accusato è di carattere politico. Ciò è falso. E’ vero invece che l’estradizione di Di Cola non poteva essere richiesta per evitare che i falsi di Cudillo e di Occorsio divenissero di dominio internazionale.

 

 

1972 03 11 Umanità Nova – Stoccolma Corteo per la strage

28 aprile 2015

 

1972 03 11 Umanità Nova - Stoccolma Corteo per la strage

 

 

 

Stoccolma: Corteo per la strage

Da Sergelstorg, un corteo si è diretto verso l’ambasciata italiana scortato da considerevoli forze di polizia.

Alcuni grossi striscioni «Valpreda libero. Pinelli vendicato» e «Pinelli Lambrakis la mano è la stessa» e «Operai fermiamo il fascismo internazionale», numerose le bandiere nere dei gruppi anarchici e nel mezzo si notava la bandiera della L.S. dalla SAC (sindacato anarchico)

Giunti dinanzi all’ambasciata italiana è stata letta una risoluzione che afferma come fosse gratuito dire che gli anarchici mettono le bombe e come si fosse raggiunta la certezza che le bombe sono state messe dai fascisti. Veniva quindi accusata la polizia italiana dell’assassinio di Pinelli e si denunciava tutto lo apparato statala (polizia, magistratura, governo, partiti) di obiettiva collaborazione nella strage e di aver arrestato degli innocenti. Si aggiungeva che il Comitato Pinelli, promotore della manifestazione, avrebbe iniziato una forte campagna par far conoscere anche in Svezia la verità sulla strage di Stato.

Letta la risoluzione, prendeva la parola un compagno italiano che, dopo un breve discorso annunciava che sarebbe andato a parlare con l’ambasciatore per consegnargli, per la seconda volta, la lettera del compagno Di Cola in cui sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione. La prima lettera era stata spedita un mese prima ma non aveva avuto risposta, la seconda è stata respinta con la scusa che l’ambasciatore non vuole che qualcuno passi il cancello. Alla risposta negativa dal gruppo si sono levate grida di protesta.

La manifestazione si è conclusa dopo un sit-in, dandosi l’appuntamento tra una settimana per coordinare il lavoro del Comitato Pinelli.

1972 01 15 Umanità Nova – Il settimanale Arbetaren (SAC) dà notizia che l’anarchico Enrico Di Cola si trova in Svezia

27 aprile 2015

1972 01 15 Umanità Nova - Il settimanale Arbetaren (SAC) dà notizia che l'anarchico Enrico Di Cola si trova in Svezia

 

 

 

Stoccolma 31-12-1971 – Il settimanale «Arbetaren», organo ufficiale degli anarco sindacalisti svedesi, dà notizia che l’anarchico italiano Enrico Di Cola si trova in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico. E’ in corso la traduzione in svedese degli atti del processo istruttorio per la strage di Stato per obbligare il governo svedese a prendere una posizione politica non solo sulla richiesta di asilo avanzata dal compagno Di Cola ma su tutta la tragica farsa messa in atto dalla magistratura italiana dopo la strage di Stato.

MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

27 aprile 2015

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

21 settembre 2013 Le ignobili menzogne che Vinciguerra ha scritto su di noi e Valpreda di Enrico Di Cola (22 Marzo)

13 gennaio 2015
NOTA: Essendo il blog ioSo.info scomparso, il relativo link a cui facevamo riferimento è con lui sparito. Per questo motivo e per rispondere a chi ci ha scritto in merito al contenuto della nostra nota, riteniamo utile pubblicare il testo sul nostro blog.

21/09/2013 Diritto di risposta Articolo 22, Di Cola, Strategia della tensione, Valpreda, Vincenzo Vinciguerra ioSo.info

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo messaggio di Enrico Di Cola, ex militante del gruppo anarchico 22 Marzo e compagno di Pietro Valpreda. Il neofascista Vincenzo Vinciguerra – di cui abbiamo pubblicato un vecchio articolo dal titolo “Noi in galera e loro al governo” – è effettivamente credibile?

«Caro Andrea, ho letto e leggo attentamente tutto quello che Vinciguerra scrive (oltre a molti dei suoi interrogatori) e che viene pubblicato in vari siti della destra estrema. Da alcuni anni vi è stato una specie di sdoganamento da parte di alcuni settori democratici e questo fatto mi ha allarmato. Capisco il meccanismo mentale che porta alcuni ad apprezzare le sue farneticazioni quando colpiscono persone molto compromesse e che anche noi disprezziamo e detestiamo. Ma proprio in questo vedo il rischio di fare un favore alla disinformazione. Perché se noi diamo credito a questo automaticamente siamo portati a credere che possa dire la verità anche quando parla di altre cose. Credo di averti già detto che io, con il mio lavoro, non aspiro a fare il “pistarolo” (non è mio compito nè vocazione di supplire alle “mancanze” – per essere buoni! – di polizia e magistratura) ma cerco solamente di di-mostrare alcune falsificazioni e portare a galla la verità Storica (consentimi il parolone). E per fare questo mi attengo solamente a cose da me conosciute in prima persona o a testimonianze e documentazioni che possono provare inequivocabilmente quanto vado sostenendo. In questo mio percorso, anche grazie al romanzo di Cucchiarelli e agli atti processuali, non potevano sfuggirmi le ignobili menzogne e sozzerie che Vinciguerra ha scritto su di noi e in particolar modo sulla figura di Valpreda. Cose scritte su veline dei vari servizi e rigorosamente provenienti da fonti anonime o da fascisti. Alcune di queste veline le ho già trovate ma aspettavo di aver spulciato tutte le pagine processuali (circa 800mila) prima di scrivere in modo particolareggiato su Vinciguerra. Evidentemente ho sottovalutato la portata della sua opera di devastazione storica rimanendo in silenzio in attesa di avere tutti i tasselli al loro posto. Forse lo hai (avete) già fatto ma ti/vi invito a rileggere alcune perle di questo signore su di noi e poi alcuni accenni a questa figura da noi scritti o riportati. Come risulterà evidente le cose scritte da questo verme sono una mescola di verità, bugie e veri e propri atti di disinformazione: è questo mix che rende il tutto pericoloso e allo stesso tempo difficile da confutare perché richiederebbe scrivere decine e decine di pagine solo per smascherare ogni singola menzogna. Con rinnovata stima per il vostro lavoro. Enrico.»

Links segnalati da Enrico Di Cola:

«Su o di Vinciguerra:»

http://www.fondazionecipriani.it/12_dicembre.htm

http://andreacarancini.blogspot.co.uk/2013/02/la-prima-apparizione-di-valpreda-nella.html

http://www.brogi.info/2012/03/meli-laltro-ferroviere-anarchico-orsi-il-sosia-di-valpreda-le-storie-che-non-stanno-in-piedi-nel-libro-di-cucchiarelli-gia-noto-per-la-bufala-su-rostagno-purtroppo-consulente-di-tullio-gio.html

http://www.archivioguerrapolitica.org/wp-content/uploads/2012/08/18-linfiltrato.pdf

http://andreacarancini.blogspot.it/2013/08/da-ambrogio-fusella-mario-merlino.html

http://fncrsi.altervista.org/Piazza_Fontana_L_unica_verita.htm

http://www.archivioguerrapolitica.org/wp-content/uploads/2013/02/una-diversione-strategica-il-circolo-22-marzo.pdf

«Vinciguerra visto da noi o da altri di sinistra:»

https://stragedistato.wordpress.com/2011/05/12/settembre-2010-la-collaborazione-tra-la-fondazione-cipriani-e-vincenzo-vinciguerra/

https://stragedistato.wordpress.com/2013/04/08/cucchiarelli-su-antifascismo-anarchici-e-gerarchia-militare-di-enrico-di-cola/

https://stragedistato.wordpress.com/2011/02/21/pietro-valpreda-anarchico-a-milano-ancora-su-valpreda-e-presunti-rapporti-con-i-fascisti-prima-della-nascita-del-circolo-22-marzo-a-roma/

https://stragedistato.wordpress.com/2010/03/28/pietro-valpreda-testimonianza-di-un-compagno/

http://www.carmillaonline.com/2012/04/02/il-segreto-di-piazza-fontana-unoccasione-persa/

2014 12 14 Il Garantista – Il 12 dicembre 1969 Bombe su Roma. La testimonianza di Enrico Di Cola

8 gennaio 2015

(testo integrale, leggermente diverso da quello apparso sul giornale Il Garantista, per ragioni di spazio) 

2014 12 14 Il Garantista - Quel giorno fui torturato per incastrare Valpreda

Quella giornata del 12 dicembre 1969 era iniziata per me come una giornata qualsiasi. Avevo da poco compiuto i 18 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni) ero studente di un istituto tecnico industriale ma più impegnato a partecipare a riunioni, manifestazioni o incontrare i miei compagni di fede piuttosto che frequentare la scuola. Quella mattina non andai a scuola ma rimasi in casa fino al primo pomeriggio e poi – come ero solito fare – mi recai alla sede del nostro circolo, il 22 marzo, in via del Governo Vecchio.

Il giorno precedente un compagno mi aveva telefonato per avvertirmi che ci sarebbe stata una conferenza sulla storia delle religioni che inizialmente doveva tenersi al circolo Bakunin di via Baccina. Anche se la tematica non mi interessava andai comunque perché volevo incontrarmi con i miei compagni ed amici (diversi dei quali erano anche miei compagni di scuola).

Terminata la conferenza, assieme a Emilio Bagnoli e Amerigo Mattozzi, ci recammo alla sede della Lega dei diritti dell’Uomo, a Piazza SS. Apostoli, perchè volevamo fare una denuncia contro le persecuzioni a cui ci sottoponeva la polizia politica romana.

In molti di noi si erano accorti di essere seguiti, diverse volte eravamo stati fermati ed identificati mentre passeggiavamo per strada (a me era successo un paio di volte mentre mi trovavo assieme a Pietro Valpreda), il 19 novembre – giorno dello sciopero nazionale per la casa – in una decina di compagni venimmo fermati “preventivamente” e trattenuti in Questura per molte ore per impedirci di partecipare a quella manifestazione. Come noto la sera stessa, dopo essere stati rilasciati dalla Questura, fummo aggrediti a Trastevere e così io, Valpreda e Gargamelli finimmo la giornata dietro le sbarre di Regina Coeli. Qualche giorno dopo un altro giovanissimo compagno, Angelo Fascetti, viene fermato e interrogato dai carabinieri perché sospettato per un attentato ad una caserma dell’arma.

Già alla fine di ottobre, mentre io, Bagnoli, Muki e Valpreda ci stavamo recando a Reggio Calabria per portare la nostra solidarietà ad alcuni compagni che dovevano essere processati, venimmo fermati dai carabinieri e – grazie al famigerato art.41 del TULPS – fummo perquisiti in cerca di armi o esplosivi.

Mi fermo qui perché sarebbe troppo lungo elencare i tantissimi episodi che dimostravano che subimmo il quel breve periodo di vita del nostro circolo quanto forte fosse “interessamento” degli apparati repressivi verso di noi e come non vi fosse un solo minuto della nostra vita che non venisse controllato e registrato. Tutte queste “attenzioni” ci avevano indotto a pensare che fosse necessario da parte nostra fare una qualche “contromossa” – cioè di denunciare la polizia – per portare alla luce di tutti questa continua persecuzione. Era questo il motivo per cui ci recammo, come detto, alla Lega per i diritti Umani quella sera.

Appena arrivati nei locali della Lega ci dissero subito che erano scoppiate alcune bombe a Roma e Milano e che c’erano dei morti e quindi, ovviamente, non era il momento giusto per sporgere la nostra denuncia.

Con Emilio e Amerigo ci precipitammo a comprare un giornale per capire meglio cosa fosse accaduto e tornammo in sede per avvertire i compagni che erano rimasti dopo la conferenza. Assieme decidemmo che l’unica cosa che potessimo fare fosse di tornare a casa e seguire in televisione cosa stesse succedendo. Ci lasciammo dandoci appuntamento al giorno seguente dopo esserci accordati che prima di andare in sede avremmo dovuto fare un giro di telefonate a tutti i compagni per sentire se qualcuno avesse avuto problemi.

Dato le persecuzioni che avevamo subito in precedenza davamo quasi per scontato che alcuni di noi sarebbero stati nuovamente “attenzionati” ma certamente non pensavamo che fosse già troppo tardi per evitare che la trappola, la tagliola, ci si conficcasse nella pelle.

Arrivato a casa, dopo aver visto il telegiornale, andai a letto a dormire. Il mio sonno non durò molto perché verso le 22,30 – 23 mi risvegliai con un mitra puntato in faccia (anche mio fratello subì lo stesso trattamento sebbene non avesse mai svolto attività politica in vita sua) e dopo la perquisizione fui condotto nei locali della Legione Territoriale dei Carabinieri. Per prelevarmi era stato predisposto uno spiegamento di forze davvero imponente: almeno una decina di agenti armati di tutto punto, appostati persino sulle scale di casa.

Il primo interrogatorio, che si svolse in maniera “normale” – per quello di normale può esserci un interrogatorio di polizia -, avviene alle 23,55 finto il quale vengo rinchiuso in una stanzetta vuota a parte alcune sedie.

Qui passo – senza ovviamente poter dormire – la notte. Ero convinto di dover essere rilasciato al più presto in quanto per l’ora delle bombe, quelle esplose a Roma avevo un alibi (la conferenza) . Ma mi sbagliavo.

La mattina seguente verso le 11, senza aver potuto bere un bicchiere d’acqua o mangiare qualcosa, mi vengono a prelevare e mi portano al secondo o terzo piano dove si trovava la porta che conduceva nei locali della squadra omicidi. Non ci sono i carabinieri che mi avevano interrogato la sera precedente e subito mi accorgo che ben diversa è l’aria che si respira.

Nel secondo verbale delle 11,10 compare per la prima volta il nome di Pietro Valpreda e mi si chiedono ragguagli su di lui. Anche nel terzo ed ultimo verbale che sarebbe iniziato alle 17,30 si parla di Valpreda, cioè mi viene chiesto di confermare l’indirizzo in cui abita a Roma.

Prima di procedere con queste mie memorie penso sia utile dire, ricordare, alcune cose soprattutto per i più giovani. Prima di tutto, come avrete notato, io ho citato solamente gli orari di inizio interrogatorio ma non quelli della loro fine. Infatti questi non venivano mai riportati. Per cui non è possibile sapere quanto un interrogatorio durava veramente. Altra cosa da non trascurare è che la verbalizzazione avveniva sotto la dettatura del funzionario che interrogava e quindi non erano le tue parole che poi comparivano ma l’interpretazione che questi faceva di quello che tu dicevi. Tu potevi solo rettificare il verbale che ti facevano vedere a fine interrogatorio o rifiutarti di firmarlo, nel qual caso ricominciava tutto da capo.

In realtà il mio fu un unico lunghissimo, ininterrotto, interrogatorio iniziato alle 11 del mattino e terminato verso le 19,30- 20, ora in cui venni rilasciato.

Durante questo interrogatorio-fiume dovevo stare seduto immobile mentre mi schiaffeggiavano, mi vennero tirati capelli e barba, mi puntarono un tagliacarte alla gola minacciandomi di morte… Il tutto avveniva al buio quasi completo tranne la lampada che mi veniva puntata in faccia per impedirmi di vedere quando partivano i colpi. Ogni tanto si davano il cambio entrava il carabiniere “buono” che cercavano di blandirmi con promesse di soldi e tranquillità per il resto della mia vita. Mi suggeriva di dargli qualcosa, qualcuno su cui buttarsi, se volevo evitare il peggio quando sarebbe rientrato il “cattivo”… e così via per molte ore.

Questo trattamento “speciale” aveva un unico scopo: quello di farmi firmare un verbale in bianco, oppure che mettessi a verbale di aver visto Valpreda partire per Milano con una scatola per scarpe piena di esplosivo. E badate bene che siano al 13 dicembre quando ancora, almeno ufficialmente, il nome di Valpreda non era ancora stato fatto da nessuno!

Quella sera stessa, improvvisamente e inaspettatamente, venni rilasciato ma prima di farlo si premunirono di farmi capire che qualsiasi cosa avrei raccontato nessuno mi avrebbe mai creduto (la tua parola contro la nostra) e che potevano in qualsiasi momento ammazzarmi e far passare la mia morte come un incidente, magari stradale.

Feci ritorno a casa facendo molta attenzione mentre traversavo la strada e guardandomi in continuazione dietro le spalle per vedere se ero seguito. La mattina seguente mi vennero a trovare 4 o 5 compagni a cui raccontai lo strano interrogatorio che avevo subito e il fatto che mi volevano far incastrare Valpreda.

Vi era un particolare che era sfuggito agli inquirenti durante l’interrogatorio che mi sembrava importante verificare. Mi diedero infatti dei particolari sulla partenza di Pietro da Roma che io non conoscevo. Parlarono dell’incontro avvenuto tra Valpreda e Emilio Borghese prima della sua partenza per Milano. Io non ero stato testimone e non sapevo nulla di questo incontro e quindi era evidente che qualcun altro lo aveva raccontato oppure che i carabinieri lo sapessero perché anche loro seguivano passo a passo i movimenti di Pietro.

I compagni mi dissero che avevano fatto un giro di telefonate e gli risultava che mentre alcuni erano stati rilasciati altri erano stati appena fermati per cui non era ancora possibile fare un bilancio di quanto stava avvenendo. Un aiuto per sapere queste cose ci venne dato dai quotidiani che pubblicarono, in quei giorni, gli elenchi con i nomi dei fermati. Decidiamo dunque di recarci al circolo perché eravamo sicuri che man mano che i compagni sarebbero stati rilasciati di li sarebbero passati.

La mattina del 16 dicembre, mentre mi trovo davanti scuola, vengo a sapere dell’assassinio di Pino Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano. La stessa sera, dopo essere stato al circolo, prendo l’autobus per tornare a casa. Appena seduto alzo lo sguardo di fronte a me e vedo un signore che sta leggendo un giornale della sera su cui troneggia un titolo a tutta pagina sull’arresto di Valpreda. Se già prima ero sconvolto, avevo avuto la fortuna ed il piacere di conoscere Pinelli in un paio di occasioni, la notizia dell’arresto di Pietro mi lascia completamente disorientato e terrorizzato. Le voci che giravano da un po’ di tempo sulla preparazione di un colpo di stato mi sembrava stessero prendendo forma.

Appena rientrato in casa ricevetti la telefonata di una compagna che mi invitava a recarmi subito nella redazione di Paese Sera per parlare con un giornalista suo amico, visto che le notizie che circolavano su di noi nelle redazioni erano davvero ignobili e false. Mi recai a Paese Sera e mi accordai con il giornalista: io avrei raccontato la storia del 22 marzo e lui mi avrebbe permesso di rimanere nei locali del giornale sino al mattino. Io rispettai il patto, ma dopo qualche ora il giornalista mi disse che continuavano ad arrivare foto di Valpreda con me (quelle dello sciopero della fame) e quindi era troppo pericoloso farmi restare li e mi invitò a lasciare immediatamente i locali. Io con la compagna che mi aveva chiamato ed un altro compagno che era andato al giornale con lei lasciammo i locali. La mattina dopo, quando telefonai a casa, venni a sapere che era passata la polizia a cercarmi. E’ in questo momento che inizia la mia latitanza.

Sono stati mesi difficilissimi. Non potevo appoggiarmi agli anarchici che erano i più controllati mentre era molto difficile relazionarsi ai compagni della sinistra che erano troppo spaventati e molti avevano già iniziato ad essere intossicati dalla disinformazione ufficiale. Ho potuto contare solo nell’appoggio di pochi compagni che mi conoscevano da anni per il mio impegno con il movimento studentesco degli studenti medi.

Ho girato in moltissimi appartamenti di compagni sotto falsi nomi e raccontando storie sempre diverse per evitare di essere individuato, solo dopo parecchi mesi quando la repressione si era estesa e molti altri compagni erano costretti a nascondersi per aver preso parte a manifestazioni, scontri con la polizia o altre azioni di contestazione, cominciarono a riaprirsi altre porte. La maggior parte di quei mesi li passai in solitudine totale e senza mai poter uscire di casa durante il giorno e solo raramente potevo concedermi qualche passeggiata di notte per non rischiare di compromettere le persone che mi aiutavano. Ci sono voluti due anni prima che trovassi il modo di procurarmi un passaporto, fuggire dall’Italia e raggiungere la Svezia dove chiesi ed ottenni l’asilo politico.

In realtà la mia fuga dall’Italia non fu una scelta individuale. Avevo parlato in diverse occasioni con compagni anarchici, soprattutto della Crocenera, con il mio avvocato Eduardo Di Giovanni e con alcuni compagni impegnati nella controinformazione ed assieme a loro avevo valutato diverse opzioni.

Va ricordato che in quel momento la situazione era molto buia sia a livello generale – nell’arco di due anni si era creato un lungo elenco di testimoni scomodi morti in circostanze misteriose, di inizio di un processo contro di noi non se ne vedeva traccia, – sia a livello personale, inizialmente ero ricercato per associazione a delinquere, ma nell’aprile del 1970 dopo una perquisizione nella mia casa venne aggiunto un nuovo reato: quello di detenzione e possesso di materiale di cui è vietata la divulgazione (spionaggio) per aver scritto in un quaderno i nomi di alcune basi Nato in Italia tratti da un opuscolo diffuso …della FGCI! E come non bastasse a tutto questo si era aggiunta anche la renitenza alla leva.

E’ in questo contesto che decisi che la cosa migliore da fare era qualcosa che da un lato mi permettesse di alleggerire la mia situazione psicologica per qualche tempo, e cioè poter girare tranquillo per strada anche di giorno, poter fare le cose normali che tutti fanno, come poter andare in un ristorante o entrare in un negozio e dall’altra di poter fare qualcosa per aiutare i compagni in galera. Chiedendo asilo politico e inviando una lettera in cui sfidavo le autorità italiane a chiedere la mia estradizione, volevo stanarli di fronte ad un Tribunale svedese per far conoscere all’estero qual era la vera situazione della “democrazia” in italia. In realtà questa nostra ipotesi non si concretizzò per un beffardo scherzo del destino. Quando inviai alle diverse autorità italiane la lettera per comunicare che mi trovavo in Svezia e che le sfidavo a chiedere la mia estradizione, il primo processo Valpreda a Roma era iniziato e dopo poco terminato per essere rinviato alla sua sede naturale, cioè Milano. Ma come sapete Milano si rifiutò di tenerlo per timore di chissà quali presunti scontri di piazza e – con un colpo di genio – la Corte suprema di Cassazione decise di far tenere il processo nel luogo più lontano possibile dalla sua sede naturale spedendo tutto a Catanzaro.

Qui potevano essere sicuri che il lievitare a livelli astronomici dei costi economici gli avvocati della sinistra extraparlamentare non avrebbero potuto garantire una loro presenza costante e quindi una nostra adeguata difesa. E questo avvenne.

Comunque, come dicevo, il giudice istruttore di Roma che si trovò tra le mani la nota sulla mia presenza in Svezia non poteva più chiedere la mia estradizione perché la cosa non era più di sua pertinenza e si limitò a scrivere una nota per i giudici di Milano…che nel frattempo erano anche loro stati esautorati della pertinenza e tutto finì negli scatoloni inviati a Catanzaro. Per quanto ne so non arrivò mai nessuna richiesta di estradizione contro di me e io restai in quel paese per poter aiutare altri compagni che avessero avuto bisogno di trovare un rifugio tranquillo e per impegnarmi a far conoscere la nostra storia.

nota

Leggendo recentemente gli atti istruttori e quelli dei processi di Catanzaro posso azzardare un’ipotesi sul perchè i carabinieri furono costretti a rilasciarmi.

Il gioco dei fermi e arresti che era gestito dall’Ufficio Affari Riservati tramite la squadra politica romana, era in funzione di dare una parvenza di legalità agli atti processuali. Per cui il fermo di uno di noi, di un compagno del gruppo, non poteva essere fatto prima che qualcuno di noi facesse quel nome, magari per dire cosa aveva detto o fatto in qualche occasione e chi era presente in tale occasione. Solo a quel punto si poteva giustificare il fermo di un altro compagno.

Come sappiamo in realtà non avevano bisogno di fare questa sceneggiata perché avevano infiltrato un poliziotto tra di noi (anche se ci vorranno dei mesi perché il suo nome salti fuori ufficialmente) e quindi già sapevano i nostri nomi e tutto quello che gli serviva per incastrarci.

Comunque gli uomini dell’Ufficio politico della questura seguirono questo schema che probabilmente doveva servire per dimostrare che stavano svolgendo indagini a tutto campo ma che queste portavano sempre a noi.

All’interno di questo meccanismo avviene un errore. Vengo fermato troppo presto e non dalla polizia ma dai carabinieri e in quel momento il mio nome ancora non appare in nessun verbale.

Sarà il dirigente della Squadra politica romana Luigi Falvella, a confermarlo involontariamente durante l’udienza del processo di Catanzaro del 6 aprile 1974 dove chiamato a deporre affermò che “Non mi risulta se il capitano Valentini (dei carabinieri, mia nota) ci comunicò che avevano fermato il Di Cola perché in quei giorni nulla quasi risultava nei suoi confronti. È probabile che non gli abbia detto che ci interessava il suo fermo. Nei giorni successivi essendosi aggravata la posizione del Di Cola facemmo invano ricerche.”

Il 6 giugno viene chiamato a deporre il colonnello dei carabinieri Pio Alferano che arrampicandosi sugli specchi dice: “Non fermammo il Di Cola ed altri ma l’interrogammo solamente ciò in quanto a carico degli stessi avevamo dei sospetti che potessero avere delle armi. Ciò avvenne, se mal non ricordo, la stessa sera del 12/12”