Posts Tagged ‘Enrico Maltini’

26 luglio 1973 “Anna Bolena” su campeggio anarchico in Francia e su Gianfranco Bertoli (da Squadra 54 di Milano a Russomanno)

3 Mag 2013

Silvano Russomanno era il riferimento diretto di Enrico Rovelli “Anna Bolena” con l’Ufficio Affari Riservati. La Squadra 54 era formata da un gruppo di agenti – che rispondevano direttamente all’Uff. AARR – che lavorava all’interno della Questura di Milano.  L’esistenza della Squadra 54 sarà rivelata solamente moltissimi anni dopo. Da tenere presente che era Russomanno  (inviato a Milano la sera stessa del 12 dicembre) a dirigere le indagini sia della Squadra 54 che dell’Ufficio Politico della Questura milanese.

 

 

26 luglio 1973 Anna Bolena su campeggio anarchico in Francia e su  Gianfranco Bertoli  COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26 luglio 1973 Anna Bolena su campeggio anarchico in Francia e su Gianfranco Bertoli

Recensioni Libri

14 gennaio 2012

Recensioni

Recensioni al libro “Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli

Libertaria anno 11 n 3 2009 La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

“Il segreto di Piazza Fontana” e il dibattito sul doppio stato: un intervento di Fabio Cuzzola, insegnante di italiano e latino nei licei

19 giugno 2009 Un’occasione persa. “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari

 10 febbraio 2010 Osservatorio democratico Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari 

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

A rivista anarchica n45 Marzo 1976 Lotta politica e criminalità. Europa 1976: la repressione si accentua di Enrico Maltini

23 ottobre 2011

L’assurda equiparazione tra delitti contro lo Stato e delitti contro l’uomo alla base della “nuova” filosofia repressiva nella Germania Occidentale – Il caso Spazzali-Salvati – È possibile oggi per il movimento operaio e rivoluzionario una lotta legale?

Un dibattito su questo tema si è svolto il 22 febbraio al circolo De Amicis a Milano, con una partecipazione eterogenea di oratori che andavano dal P.S.I. (L’ex ministro Zagari) alla sinistra estrema. Un dibattito difficile, che solo pochi hanno affrontato con coerenza, mentre maggior parte degli interventi ha rivelato la poca chiarezza che anche nella sinistra regna su questi argomenti o la volontà di eludere il problema o la capacità di mistificarlo.

Gli interventi che hanno affrontato il tema del dibattito senza “svicolare”, ne hanno messo in luce i nodi fondamentali:

– come agisce e cosa è, oggi, “la repressione”?

– quale è e come si stabilisce il limite fra legalità e criminalità? e soprattutto chi lo stabilisce?

– esiste la possibilità di una lotta “legale”?

– esiste, di fronte a tutto questo una strategia nella sinistra?

La nuova repressione, ha detto l’avvocato Groenewold (ex difensore di membri della RAF, meglio conosciuta come gruppo Baader-Meinhof), oggi incriminato e radiato dall’ordine degli avvocati. È un’operazione pianificata, organizzata e “pensata” a fondo, difficile da descrivere in poche righe.

Alla base sta un enunciato innovatore; i diritti dell’uomo non sono “contro” lo stato, non sono diritti dei cittadini “nei confronti” dello stato, ma sono “nello” stato. Lo stato, cioè l’autorità, è il cittadino e il cittadino è lo stato; ogni atteggiamento contrario allo stato è perciò contrario ai diritti dell’uomo. Chi si pone contro i diritti dell’uomo, cioè contro lo stato e la sua costituzione, non può a sua volta avanzare pretese di diritto; chi si pone contro lo stato, quindi, come uomo, non ha diritti.

È una logica aberrante e sottile, non del tutto nuova (c’è qualcosa di molto simile nella definizione dei rapporti tra popolo e partito, nel marxismo) ma è comunque una logica che venti milioni di tedeschi hanno accettato senza fiatare. Perché fiatare, oggi in Germania, è un reato. Così nella Repubblica Federale Tedesca sono state spazzate via le cosiddette garanzie costituzionali, ed ecco alcuni dei risultati:

1) Gli avvocati difensori della RAF sono stati estromessi dal processo perché pretendevano di difendere i loro assistiti sulla base di reati effettivamente commessi, non sulla base della sola appartenenza ad un gruppo dichiarato “eversivo” o anarchico.

2) Gli imputati della RAF non possono presenziare al loro processo se non per poche ore alla settimana, per le loro condizioni di estrema debolezza psichica e fisica, confermate da una perizia di ufficio.

Tuttavia il processo prosegue in loro assenza perché, come hanno dichiarato i giudici, sono essi stessi che comportandosi da criminali costringono il sistema a rinchiuderli per anni nelle celle di isolamento, causa della loro debolezza psicologica, sono quindi essi stessi responsabili internazionali del loro stato di salute. E la corte non cade in questo tranello…, con una legge speciale (articolo 231 CCP del 1-1-’75 *) sistema tutto.

3) Le opere politiche o letterarie che spingono a combattere la costituzione sono vietate (anche Marx), a meno che il testo non contenga una critica di questi insegnamenti.

4) Chi ha partecipato ad una manifestazione per il VietNam non può insegnare in una scuola. È il “Berufsverbot“, il divieto di esercitare impieghi pubblici di ogni tipo, dal ferroviere al magistrato, per chi è sospetto di criticare la costituzione (il che è implicito in chiunque abbia partecipato o sottoscritto una qualsiasi manifestazione di sinistra).

5) I quartieri urbani “infetti” dalla guerriglia, possono essere perquisiti in blocco, senza mandato. Secondo la proposta della Procura Generale (luglio ’75) sarebbe opportuno evacuarli, ma poiché questo comporterebbe difficili problemi logistici (dispendio di forze, alloggiamento degli evacuati.) La soluzione è recintare i quartieri infetti.

6) Gli immigrati italiani, turchi, greci e spagnoli sono fonte di infezione. Se nel quartiere abitano già il 7-10% di immigrati, è vietato affittare a loro altri alloggi.

Gli esempi, sempre più allucinanti, potrebbero continuare per pagine e pagine. L’ultimo caso è quello di un’avvocatessa cui viene negata l’assunzione nel Servizio superiore di Giustizia, perché iscritta all’Associazione dei Giuristi Democratici (ufficialmente rappresentata all’ONU e all’UNESCO). Una delle prove che questa associazione è contraria allo spirito della costituzione è l’aver “partecipato a manifestazioni di solidarietà col Cile”.

Così la Repubblica Federale Tedesca si difende dalle infezioni, e con questi metodi cerca di infettare il resto dell’Europa; la RFT ha proposto la centralizzazione e l’internazionalizzazione dei suoi metodi repressivi, ma poiché questo non è possibile nell’ambito dell’ONU, propone almeno la creazione di un Ufficio Criminale Centrale in Europa, con sede naturalmente in Germania. Nel frattempo, sono in corso trattative tra Italia e RFT per limitare il diritto di asilo politico.

Ma l’Italia per nostra fortuna (è un modo di dire, non di fortuna si tratta ma di cento anni di lotte), non è la Germania, certe interpretazioni del “diritto”, per ora, non passano. Ma passano altri rimedi.

Per anni, la magistratura, la polizia e i manipolatori dell’informazione hanno tentato di colorare di rosso tutti i crimini, politici e non, che avvenivano nel paese, poi è venuta la famigerata teoria degli “opposti estremismi”, oggi c’è la “criminalizzazione”: il dissenso politico di sinistra, nelle forme che esulano di poco o di tanto dalla “legalità” non è lotta politica ma attività criminosa, e come tale entra nel drammatico martellamento quotidiano con cui i mezzi di informazione portano al panico l’opinione pubblica. L’accusa di “criminalità” da parte della borghesia si confonde spesso con quella di “provocazione” da parte della sinistra opportunista. Su questo modo parecchi compagni vengono abbandonati alla diffamazione più selvaggia e processati, quando non si è presentata l’occasione di ammazzarli durante la cattura, da un tribunale speciale con un giudice speciale che applica leggi speciali e disapplica le leggi del codice. È così che Massimo Maraschi è stato condannato a 30 anni per un omicidio commesso quando già si trovava in carcere. Dall’altra parte, invece, i fascisti vengono “politicizzati”, delinquenti si, ma sempre fascisti o neo-fascisti sono. Ed è su questa base che, per fare un esempio, la democrazia Svizzera concede l’asilo politico a Giancarlo Rognoni, Angelo Angeli, Luciano Bonocore, e altri camerati mentre estrada in Italia il “criminale” Pietro Morlacchi e consegna ai tedeschi la compagna Elisabeth Van Dik.

L’arresto di Spazzali e Salvati, sulla base di testimonianze raccolte all’estero che vengono ritenute prive di valore solo quando testimoniano sulle ladrerie di Gui o Tanassi, ha messo bruscamente davanti ai nostri occhi l’esistenza di un preciso piano politico di collaborazione delle forze di polizia e dei ministri degli Interni (Conferenza di Strasburgo nel maggio ’75), guidato come sempre dai nazisti della RFT. Il ruolo predominante della Germania, sia economico (controllo del mercato finanziario) che politico (gendarme europeo contro il comunismo) non lascia molto spazio alle illusioni sugli obiettivi di questi accordi. I modelli repressivi sono diversi, ma tutti ben lontani dalla “legalità”: tortura dell’isolamento in RFT, campi di concentramento in Irlanda, licenza di uccidere in Italia, per non parlare della Spagna…

L’istituzione di fatto della pena di morte in Italia è il terzo “rimedio” fondamentale contro la dilagante criminalità. La legge Reale ha solo dato veste ufficiale ad un comportamento generalizzato a livello di “uso e consuetudine”. Gli assassinii di polizia ormai sono quotidiani, quasi sempre si tratta di ragazzi e ultimamente perfino di bambini, definiti “rapinatori tredicenni”. Quasi sempre le vittime sono colpite alle spalle, mentre aggrediscono le forze dell’ordine, evidentemente camminando all’indietro, oppure poliziotti “scivolano”, “cadono”, “inciampano” e le pistole sparano, da sole con mira infallibile. Per Margherita Cagol e Annamaria Mantini non è stato nemmeno necessario scivolare, sono state semplicemente giustiziate.

Ora, per tornare al tema centrale del dibattito di cui stiamo parlando, questi stati, con questi metodi, parlano di criminalità, di legalità e illegalità, dei “confini” della legalità. La conclusione è stata una sola, e i vari rappresentanti dei partiti parlamentari presenti al dibattito non hanno trovato una sola parola per contestarlo: i confini della legalità sono dettati dalla legge, e la legge è la regolamentazione, da parte di chi detiene il potere, del suo potere. La legge e la legalità non hanno nulla a che fare non solo con il movimento rivoluzionario, ma neppure con il movimento operaio, con il popolo, con tutti quelli che non detengono il potere ma lo subiscono.

* L’art. 231 permette la celebrazione del processo in assenza degli imputati in caso che essi provochino dolosamente la loro incapacità processuale.

Enrico Maltini

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini