Posts Tagged ‘Ernesto Cudillo’

1970 01 6 Tempo – Settimana decisiva per l’inchiesta Valpreda. Per giovedì mattina è stato convocato dal magistrato il professor Paolucci, il quale smentisce in parte il tassista Rolandi

19 ottobre 2015

1970 01 6 Tempo - Settimana decisiva per l'inchiesta Valpreda

 

Settimana decisiva per l’inchiesta Valpreda

Per giovedì mattina è stato convocato dal magistrato il professor Paolucci, il quale smentisce in parte il tassista Rolandi

 

Stando al «calendario» degli interrogatori che il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha deciso di effettuare, quella che è cominciata ieri si annuncia come una settimana particolarmente intensa per l’istruttoria sugli attentati dinamitardi di Milano e di Roma. Già è stato scritto che il magistrato ha intenzione di vagliare ogni testimonianza, riascoltando tutte quelle persone già sentite dai carabinieri, dalla polizia e dai colleghi magistrati dalle due città.

Sabato scorso, è stata la volta di Rachele Torre, la zia del principale imputato Pietro Valpreda, e di Umberto Macoratti, il frequentatore del circolo anarchico «22 Marzo» dove sarebbero stati organizzati gli attentati. Alcuni dei testimoni, naturalmente, dovranno giungere da Milano. Tra essi spicca per la sua posizione il prof. Lionello Paolucci, direttore generale del patronato scolastico di Milano, convocato per giovedì mattina. Stranamente, il prof. Paolucci non è stato mai interrogato, benché in sostanza egli smentisca il principale accusatore di Valpreda, il tassista milanese Cornelio Rolandi.

«La mattina del 15 dicembre – dice il prof. Paolucci – salii su un taxi, il taxi, come seppi poi, di Cornelio Rolandi. Il conducente era molto agitato e sbagliò strada più volte. Ma perché non fa attenzione?, gli chiesi. Rolandi non sì fece pregare per rivelare “quello che si sentiva dentro”. Raccontò di essere stato proprio lui a portare in piazza Fontana, davanti alla banca dell’Agricoltura, quello che aveva messo la bomba. Io dissi al tassista che era suo dovere raccontare alla polizia quanto sapeva. Lui mi sembrò titubante; cosicché, quando scesi, annotai il numero della vettura, chiamai il 113 e riferii quanto avevo appreso ».

Intanto, il tassista, evidentemente convinto dalle parole del professore, si era presentato ai carabinieri e aveva raccontato dello strano cliente portato in piazza Fontana, sceso con una borsa di pelle s tornato al taxi senza più la borsa. Immediatamente, Rolandi fu accompagnato a Roma e messo a confronto con Valpreda, che riconobbe a quanto pare senza esitazione.

A questo punto cominciano le «discrepanze» tra il racconto di Rolandi e quello di Paolucci. Al magistrato, il tassista ha riferito d’aver accompagnato il cliente «all’angolo di via Santa Tecla» e non proprio «davanti alla banca» come il prof. Paolucci ricordava di aver sentito. Il professore disse ai giornalisti che la cosa gli sembrava strana; Rolandi replicò sostenendo di non aver mai conosciuto né accompagnato il prof. Paolucci, di non aver mai confidato a nessuno il suo «dramma». Il professore controreplicò proponendo un confronto con il tassista. E tutto lascia supporre che il suo desiderio venga esaudito. Se il prof. Paolucci ripeterà al dott. Cudillo quanto ha già detto ai cronisti e che abbiamo riportato, certamente il magistrato avvertirà l’esigenza di porlo a confronto con il tassista.

E’ evidente, comunque, che ai fini dell’istruttoria e in particolare ai fini dell’accertamento della responsabilità di Pietro Valpreda, la disputa tra tassista e professore ha un valore soltanto marginale; c’è chi dice che al massimo la ragione dell’uno o dell’altro servirà per rassegnazione della taglia di cinquanta milioni posta dal Ministero dell’Interno.

Altre notizie riguardano una riunione avvenuta questa mattina a Palazzo di Giustizia tra gli avvocati della difesa per concordare una linea comune sul piano procedurale e il protrarsi della latitanza del settimo imputato, lo studente diciannovenne Enrico Di Cola, accusato soltanto di associazione a delinquere.

 

Annunci

Lotta Continua 18 marzo 1971 Perchè il dott. Cudillo si rifiuta di conoscerlo? Stefano Galatà capo dei volontari del M.S.I. di Catania

4 ottobre 2012

Lotta Continua 18 marzo 1971 Stefano Galatà Sul numero scorso abbiamo scritto che era a disposizione del dott. Ernesto Cudillo, giudice istruttore del processo Valpreda, la foto dello squadrista fascista Stefano Galatà, responsabile dei «Volontari del MSI» per Catania e provincia.

Gli avevamo suggerito di chiedercene copia per mostrarla allo studente tedesco Udo Lemke: testimone volontario sugli attentati del 12 dicembre ’69; arrestato un mese dopo la deposizione in seguito alla provvidenziale scoperta, sotto il letto della sua stanza d’albergo, di 10 Kg. d’hascisch (per chi non lo sapesse il nucleo anti-droga dei carabinieri romani è diretto dal capitano Servolini, intimo amico di Giorgio Almirante); condannato senza la minima prova a tre anni di reclusione su richiesta del P.M. Vittorio Occorsio; inviato a Regina Coeli nella stessa cella di Mario Merlino e infine trasferito, nel settembre scorso, alla clinica neuropsichiatrica di Perugia.

Eravamo curiosi di sapere se il Lemke avrebbe riconosciuto nel Galatà il giovane catanese di nome Stefano che 15 giorni prima della strage gli aveva proposto, assieme ad altri tre, di depositare una borsa contenente un ordigno esplosivo in un posto affollato, e da lui rivisto, alcuni minuti dopo l’attentato all’altare della patria, in piazza Venezia a Roma.

Dato che sino ad oggi la foto in questione non ci è stata richiesta; abbiamo deciso di pubblicarla ben sapendo che il dotto Cudillo è un attento e affezionato lettore di Lotta Continua. Cogliamo anzi l’occasione per preannunciargli un articolo sul «suicidio di stato» del colonnello Renzo Rocca, regente S.I.F.A.R. addetto ai contatti tra la Confindustria e le organizzazioni fasciste. Il caso era stato affidato, evidentemente per un disguido burocratico, della Procura della Repubblica, ad un altro magistrato, Ottorino Pesce: dopo due giorni gli è stato tolto d’ufficio e consegnato, per l’archiviazione, al dottor Cudillo. Il protagonista dell’articolo è proprio lui

  

In crisi la politica giudiziara del P.C.I. .

Terracini difenderà Valpreda?

 

Nell’imminenza del processo per gli attentati fascisti alla Fiera di Milano del 25 Aprile ’69, tre degli imputati anarchici – Faccioli, Braschi e Della Savia – hanno improvvisamente revocato i propri difensori, vicini alle posizioni della sinistra extra-parlamentare, e nominato tre avvocati del P.C.I.: Malagugini, Maris e Salinari. Contemporaneamente, a Roma, l’avvocato Guido Calvi – difensore di Pietro Valpreda e dirigente del PSIUP – fa sapere in giro che nel processo per la strage si farà probabilmente affiancare dal presidente del gruppo parlamentare del P.C.I., avvocato Umberto Terracini.

Da molti mesi sono ormai esclusivamente militanti rivoluzionari a subire fermi, arresti, denunce e processi ed è molto imbarazzante, per i revisionisti, spiegare alla classe operaia il perché di un attacco repressivo così massiccio contro quegli stessi elementi che gli editoriali dell’Unità accusano sistematicamente di «collusione con il padronato». A questo si aggiunge il progressivo esautoramento degli avvocati del P.C.I. da processi che offrono sempre meno pretesti per ipocrite e paternalistiche esibizioni di «garantismo democratico» e si trasformano, ogni giorno di più, in occasioni per sputtanare la macchina giudiziaria borghese.

Le preoccupazioni dei revisionisti sono quindi più che giustificate  la manovra in atto a Roma e Milano rientra nel tentativo di assicurarsi la gestione dei due più importanti processi politici dell’anno; tanto più che – specialmente dal processo Valpreda – potrebbero venir fuori particolari imbarazzanti sulle collusioni tra P.C.I. e apparato statale nel coprire i veri responsabili della strage. Meglio quindi cercare di «starci dentro».

Lotta Continua 3 marzo 1971 Rapporto sullo squadrismo (sesta puntata)

4 ottobre 2012

Quando uscì il libro la “Strage di Stato“, l’Unità gli dedicò un commento su 4 colonne. Dopo l’omaggio di rito all’ampia documentazione in esso contenuta e agli «inquietanti interrogativi» che le circostanziate accuse ponevano «ad ogni democratico degno di questo nome», si passava al giudizio politico: «La controinchiesta – vi si leggeva in sintesi – fa il gioco dei padroni nella misura in cui attribuisce assurdamente al PCI un preciso ruolo di copertura nei confronti degli autori e dei mandanti della strage». A distanza di sette mesi la stessa Unità cita la «Strage di Stato», cui viene restituita improvvisamente ampia credibilità politica, ma a sostegno delle proprie tesi sulla presenza di provocatori fascisti in Lotta Continua. La cosa non ci indigna, ma ci induce alla riflessione e all’autocritica: vuol dire che la prossima volta staremo più attenti.

La seconda controinchiesta, che uscirà tra breve, documenterà tra l’altro in maniera inequivocabile l’uso fatto dal PCI di alcuni documenti giunti in suo possesso sin dal 16 gennaio 1970, sulla responsabilità del fascisti e della polizia nell’esecuzione materiale della Strage di Stato.

Forse allora per i revisionisti sarà più difficile cercare di strumentalizzare il nostro lavoro. Abbiamo deciso frattanto di anticipare parzialmente sul giornale alcuni degli argomenti trattati nel libro «Istruttoria per una Strage di Stato».

Un teste volontario

Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, un paio d’ore dopo le esplosioni all’altare della patria, un giovane tedesco si presentava al comando dei carabinieri in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, affermando di essere in possesso di informazioni relative agli attentati: veniva verbalizzato come UDO LEMKE, di 23 anni, studente in chimica. Con un italiano approssimativo, ma abbastanza comprensibile, raccontò di essere stato in Italia una quindicina di giorni prima, proveniente dalla Svizzera, e di essersi recato fino a Palermo in autostop. Qui aveva girovagato per un paio di giorni finché in un bar del centro, abituale luogo di raduno di hippies di passaggio e di sottoproletari, aveva fatto la conoscenza di tre giovani i quali si erano dimostrati particolarmente sensibili ai suoi problemi di turista squattrinato in cerca di espedienti per sbarcare il lunario. Lo avevano invitato a cena e nel corso della serata gli avevano promesso il loro interessamento. Erano in contatto con una persona residente in un’altra città che forse poteva aiutarlo. Attirato dalla prospettiva di un lavoro, il Lemke accettava il giorno successivo di recarsi in auto, la Fiat 124 bianca di uno dei suoi nuovi amici, a Catania per essere presentato alla persona in questione. Questi, un uomo di mezza età (che egli descrive con precisione), lo aveva accolto con molta cordialità: si era informato sulle conoscenze da lui fatte durante il viaggio in Italia, sulla durata del soggiorno futuro, e in particolare sulla sua disponibilità ad eseguire un lavoretto delicato, ma ben retribuito: si trattava, più in particolare, di portare un paio di borse nel posto che all’ultimo momento gli sarebbe stato indicato, un cinema o un supermercato, e di lasciarle li, andandosene alla svelta. Che cosa contenevano le borse? Nulla di particolarmente pericoloso, qualcosa che sarebbe esploso facendo molto rumore, ma nessun danno, alle persone, una specie di scherzo insomma, che però poteva fruttargli un bel po’ di soldi con i quali magari ritornarsene velocemente in Germania.

Continuando nella sua deposizione, Lemke affermava di aver rifiutato la proposta ritenendola rischiosa, e, per quanto superficiale fosse la propria conoscenza delle leggi italiane, decisamente illegale. L’uomo non aveva insistito e anzi aveva fasciato cadere il discorso, ma durante il viaggio di ritorno a Palermo i tre giovani erano tornati sull’argomento. Al nuovo e più deciso rifiuto da parte del tedesco, la loro gentilezza era improvvisamente venuta meno: gli avevano fatto capire che sarebbe stato molto più igienico interrompere il giro turistico e tornarsene al paese d’origine. Poiché gli sembrava che l’invito fosse stato espresso in forma ultimativa, egli si affrettava a lasciare la Sicilia, diretto ufficialmente in Germania. In realtà si era diretto a Roma dove contava di fare qualche amicizia meno compromettente. Aveva vivacchiato alla meglio contando sulla solidarietà di altri «capelloni» e dormendo con il sacco a pelo nei ruderi sottostanti le gradinate dell’Ara Coeli, uno dei tanti ricoveri per pellegrini sprovvisti di mezzi e di pretese. Era appunto nel suo alloggio di fortuna quando, verso le ore 17 del 12 dicembre, ad una settimana dal suo arrivo nella capitale, sentì esplodere, a breve distanza l’uno dall’altro, i due ordigni dell’attentato all’altare della patria. Uscito all’aperto vide alcuni passanti correre in preda al panico ed in piazza Venezia, accanto ad una delle fontane del monumento, tre giovani che riconobbe come coloro che lo avevano contattato «durante il suo breve soggiorno siciliano»; istintivamente si era avvicinato, ma questi, accortosi della sua presenza si dirigevano correndo verso un’auto parcheggiata al Centro della piazza, salivano a bordo e si allontanavano velocemente. L’auto era una Fiat 124 bianca, la stessa, gli era parso, con la quale aveva fatto il viaggio a Catania.

Fin qui i fatti raccontati da Udo Lemke ai carabinieri romani. C’è in più nel suo verbale d’interrogatorio la descrizione dettagliata degli altri protagonisti della storia: l’uomo della proposta e i tre giovani intermediari. Di questi ultimi egli è in grado di fornire anche alcuni particolari relativi ai loro nomi. Si tratterebbe di un certo Salvatore e di tal Nino Machino e di Stefano, soprannominato «Dente d’oro».

I primi accertamenti

Il colonnello Vitali, che dirige il comando C.C. in piazza S. Lorenzo in Lucina, è un uomo di temperamento. Non per nulla deve la promozione a un’entusiastica campagna di massa promossa dal quotidiano fascista Il Tempo, il quale, in occasione della cattura del famoso Cimino, magnificò le doti di tiratore del nostro eroe, definendolo «degno d’uno sceriffo del glorioso West». (Il colpo spezzo la spina dorsale e le speranze di fuga del rapinatore). Udo Lemke, molto sbrigativamente e con una procedura alquanto inedita, fu dichiarato «teste a disposizione» e trattenuto. Probabilmente non fu estranea a tale decisione la tradizionale signorilità dell’arma benemerita: anche se per soli 10 giorni, il disagiato Lemke ebbe la fortuna di essere ospitato gratuitamente nei locali del comando. Contrariamente al colonnello Vitali, il giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che a Mantova si fece un’esperienza sifaristica, a parte le indagini e relativa archiviazione del «caso Rocca», non dà eccessiva importanza alla testimonianza del tedesco. Inoltra la richiesta d’un rapporto informativo alla questura di Palermo, la quale dopo alcuni giorni comunica che «nulla è dato sapere su tali Salvatore e Nino Machino, che risultano sconosciuti a questo ufficio, mentre il nominato Stefano detto «Dente d’oro» risulterebbe essere, secondo la descrizione fisica pervenuta, tale Galatà Stefano, di anni 25, studente, abitante a Catania in Vico Carrata. Il dottor Cudillo non ritiene però opportuno sentirlo personalmente, né tantomeno disporre un confronto tra costui e Udo Lemke. Impegnato com’è con Valpreda e compagni, si limita a far citare il Galatà come teste dall’ufficio politico della questura di Palermo, affinché lo interroghino sulle circostanze riferite dal tedesco. La risposta è rassicurante: lo studente siciliano nega recisamente di aver mai conosciuto il Lemke o un qualsiasi altro turista tedesco. Aggiunge di non sapere chi siano Nino e Salvatore, e conclude affermando che il suo ultimo viaggio a Roma risale al settembre del ’69. Il dottor Cudillo passa e avanza, tanto più che non gli risulta che il «XXII marzo», abbia propaggini nell’isola. Ogni ulteriore indagine in questa direzione sarebbe senz’altro superflua.

I contro accertamenti

Chi è questo Stefano Galatà, identificato come «studente venticinquenne», senz’altre qualifiche o aggettivazioni, dall’ufficio politico della questura di Palermo? Se il dottor Cudillo è ancora interessato alla cosa può servire il metodo che abbiamo usato noi: è poco faticoso e dà ottimi risultati. E’ sufficiente che la stessa domanda, anziché alla polizia, la rivolga a un qualsiasi cittadino catanese, in possesso di licenza elementare, requisito fondamentale per la lettura di un giornale. Si tratta infatti di personaggio assai noto alle cronache locali. Responsabile dei «volontari del MSI» di Catania. e provincia, organizzatore di innumerevoli azioni squadristiche,  accoltellatore di uno studente di sinistra nell’estate del 1968, Stefano Galatà ha avuto l’onore di essere più volte citato dalla stampa fascista come «valente camerata» e di beneficiare nel novembre del 1969 di un «premio» di 50.000 lire da parte del soccorso tricolore, il fondo di incentivazione e promozione dello squadrismo istituito dal direttore del Borghese, l’ex-repubblichino di Salò Mario Tedeschi. Quello stesso soccorso tricolore, guarda caso, che fino al dicembre distribuiva soldi ai fascisti meritevoli su segnalazione di Giancarlo Cartocci, dirigente di Ordine Nuovo, intimo di Mario Merlino, indicato nella Strage di Stato come l’esecutore materiale degli attentati all’altare della patria. Se poi il dottor Cudillo volesse approfondire, a scopi puramente accademici, la ricerca su Galatà, basterebbe rivolgersi anziché al semplice lettore di giornali a qualcuno che sia anche superficialmente a conoscenza dell’ambiente politico catanese. Scoprirebbe che Stefano «Dente d’oro», in prima linea fino al dicembre del 1969, ha improvvisamente dato segni di stanchezza ritirandosi dalla militanza attiva, anzi sparendo addirittura dalla circolazione dopo la comparsa in libreria della Strage di Stato. C’è chi dice che si trova a Pronte, una cittadina della provincia e che mantenga contatti saltuari soltanto con alcuni conoscenti, casualmente impiegati all’ufficio politico della questura di Catania, tra i quali il commissario capo dottor Riggio. Se il dottor Cudillo fosse davvero intenzionato a cercarlo, potremmo persino fornirgli delle foto, scattate col teleobiettivo, ma sufficientemente chiare. Sono a sua disposizione, magari potrebbe mostrarle a Udo Lemke.

Il teste sfortunato

Già, che fine ha fatto Udo Lemke, testimone volontario nell’indagine sugli attentati del 12 dicembre? La sua è una storia sfortunata, anche se senza confronto con quella di Armando Calzolari, il fascista del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, trovato annegato in 80 centimetri d’acqua, dodici giorni dopo la strage; con quella di Casile e Aricò, i due compagni anarchici di Reggio Calabria, testi a discarico di Valpreda, schiantatisi contro un camion all’altezza della tenuta agricola di Valerio Borghese e con quella degli altri testimoni misteriosamente scomparsi, dei quali parleremo più diffusamente in un’altra occasione. Date le circostanza c’è da concludere che, tutto considerato, al giovane tedesco poteva andare anche peggio. Dopo 10 giorni di ospitalità forzata nel comando dei carabinieri di San Lorenzo in Lucina, il Lemke, nonostante il suo breve soggiorno italiano si fosse rivelato così emozionante, decise di cambiare aria. Il dicembre si aggrega ad una comitiva di «cappelloni» e parte per Creta. Ritornerà dopo una quarantina di giorni, esattamente l’8 febbraio del 1970. Benché qualcuno gli avesse ancora «consigliato» di partire, forse pensava che ormai, passato il peggio, l’aria romana fosse tornata respirabile. S’ingannava.

Tre giorni dopo il suo rientro nella capitale Udo Lemke viene avvicinato, in un bar di piazza di Spagna, da un giovane austriaco male in arnese, un certo Wolfang, che gli chiede se può ospitarlo per un paio di notti, finché, gli dice, non saranno arrivati i soldi che stava, aspettando da casa. Al momento dell’approccio è presente anche una ragazza canadese di 17 anni che Udo ha conosciuto durante il viaggio. I due si consultano e decidono di dare una mano all’austriaco. C’è un solo problema. Al «Sole», l’alberghetto scalcinato dove sono alloggiati, fanno delle difficoltà. Non avevano voluto affittare alla coppia una camera matrimoniale, perché la ragazza è minorenne e oltrettutto non permettono che una stanza singola venga usata da più persone. Udo non ce la fa a pagare, l’affitto di tre stanze e decide di cambiare albergo; vanno all’Hotel Flora, dove per 1.300 lire affittano una stanza a tre letti. La mattina successiva verso le 9 il tedesco esce lasciando Wolfang e la ragazza ancora addormentati. Dopo mezz’ora quest’ultima si sveglia ed esce per fare delle compere, lasciando il suo orologio. Tornerà in albergo dopo un’ora circa, trovando l’austriaco ancora sdraiato sul letto. A mezzogiorno bussano alla porta della stanza, la ragazza va ad aprire e si trova davanti due brigadieri del commissariato di PS Castro Pretorio, i quali le esibiscono un mandato di perquisizione. Nel frattempo sopraggiunge Lemke; nell’atrio dell’albergo qualcuno lo avverte che su c’è la polizia, ma lui scrolla le spalle, è convinto di non avere problemi del genere. Ancora una volta si sbagliò. Da un comodino della stanza, durante la perquisizione, salta fuori un sacchetto di cellophane contenente 10 chilogrammi di hascisc. I brigadieri invitano Udo, la ragazza e Wolfang a seguirli in questura. I primi due, pur dichiarandosi all’oscuro dell’esistenza della droga, li seguono; il terzo, giunto nell’atrio, chiede di risalire per soddisfare un bisogno fisiologico. Incredibilmente, trattandosi di un fermato per un reato del genere, il permesso viene concesso. Solo dopo un quarto d’ora il brigadiere Pedini fa mostra d’insospettirsi e va a scuotere la maniglia del gabinetto: l’austriaco Wolfang, l’occasionale compagno della coppia, si è eclissato. A questo punto la storia di Udo Lemke, testimone volontario dell’attentato del 12 dicembre, assume le caratteristiche dell’incubo. Contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per detenzione di stupefacenti e viene associato alle carceri di Regina Coeli. Il suo nuovo compagno di cella è Mario Merlino. Dopo quattro mesi viene celebrato il processo. Il pubblico ministero è Vittorio Occorsio, lo stesso che ha «inchiodato» Valpreda alle sue responsabilità. Sul banco degli imputati Udo Lemke e la ragazza canadese protestano la propria innocenza, l’austriaco Wolfang (si chiamerà davvero così?) è scomparso nel nulla. Udo Lemke viene condannato a tre anni per detenzione a scopo di spaccio di sostanze stupefacenti; la ragazza viene prosciolta per insufficienza di prove. Due mesi più tardi il giovane studente tedesco vien trasferito nella clinica neuro-psichiatrica di Perugia per «disturbi del contegno». E’ la formula ufficiale. La sua storia, per ora, finisce qui.

Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )

8 giugno 1970 Questura di Roma al GI Cudillo sui membri del circolo “XXII Marzo” (il circolo fascista di Merlino del 68, per intenderci)

25 gennaio 2012

8 giugno 1970 Questura di Roma al GI Cudillo sui membri del circolo “XXII Marzo” (il circolo fascista di Merlino del 68, per intenderci)

8 giugno 1970 membri XXII Marzo (clicca link per leggere elenco)

7 febbraio 70 verbale interrogatorio del GI Ernesto Cudillo all’avv. Luigi Mariani

25 gennaio 2012

7 febbraio 70 verbale interrogatorio del GI Ernesto Cudillo all’avv. Luigi Mariani

7 febbraio 70 verbale interrogatorio del GI Ernesto Cudillo all’avv. Luigi Mariani (clicca il link per vedere il documento)

(interessante, tra l’altro,  per capire i motivi del viaggio di Pietro Valpreda a Milano in quella precisa data)

 

Umanità Nova n44 13 dicembre 2009 Chi si ricorda di Piazza Fontana? di Luciano Lanza

9 novembre 2011

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di Milano. Alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l’unica a esplodere quel giorno. Un’altra viene ritrovata poco lontano nella sede della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un’altra bomba che causa 14 feriti fra gli impiegati dell’istituto. Infine, dopo le 17,20 all’altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni di minore potenza. Quattro feriti.

Sono passati quarant’anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?

Torniamo a quel tragico dicembre.

Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c’è chi ha già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto pensano anche i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino  Allegra e il suo vicecommissario Luigi Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli precipitando dalla finestra.

Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il 27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D’Ambrosio, perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della medicina legale.

Il «ballerino anarchico»

Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c’è Umberto Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto «all’americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica Valpreda. L’anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».

Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa, viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.

In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il rischio di farsi riconoscere dal tassista.

La pista neonazista

Spostiamo l’inquadratura dall’asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l’amico Giovanni Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida all’avvocato di credere che l’amico sia coinvolto in quegli attentati. L’avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che «Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava persona» e Freda «un galantuomo».

Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d’appello di Milano, il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall’accusa per piazza Fontana, ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe sui treni fra l’8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005 dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.

Il giudice Salvini indaga

Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio 1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo non si tiene neppure un’udienza perché la Cassazione trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975 perché partano le udienze nella città calabrese. La prima sentenza è del 1979: condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.

Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono condannati all’ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.

Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Realtà processuale e realtà storica, dunque, non coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969: «Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di stato».

Luciano Lanza

A rivista anarchica n 313 dicembre 2005 gennaio 2006 Pinelli Piazza Fontana Il commissario-finestra di Patrizio Biagi

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/313/61.htm

Il commissario Luigi Calabresi non era certamente quello che oggi molti vorrebbero far apparire

Trentatré anni fa il dott. Luigi Calabresi, commissario della squadra politica della questura di Milano, veniva avvicinato da alcune persone che dichiararono in seguito di averlo fatto nell’intento di “scambiare quattro chiacchiere come si usa tra amici”. Alle contestazioni mossegli da costoro, circa le sue palesi responsabilità nell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, il commissario negò decisamente ogni addebito. Ma quando, per tendergli un trabocchetto, gli fu detto: “Calabresi confessa, che il tuo amico Allegra ha parlato”, il commissario, dopo essersi sbiancato in volto, mormorò: “È la fine della polizia di stato”, poi con mossa felina (il gesto fu talmente repentino che nessuno riuscì a fermarlo. Solo uno dei presenti riuscì a togliergli la terza delle due pistole che aveva con sé) afferrava una pistola e si sparava un colpo in testa.

Una rapida inchiesta archiviò subito il caso come morte accidentale (non volendo usare il termine suicidio che risultava essere un tantino forte), ma le patriottiche coscienze non potevano accettare una simile tesi e l’inchiesta fu così riaperta, dimostrando che non di morte accidentale (o suicidio) si era trattato, bensì di malore attivo: infatti il Calabresi alla notizia della confessione di Allegra sarebbe dapprima impallidito, poi, colto da malore attivo (malore che invece di provocare un accasciamento nel colpito, provoca in lui un raptus attivo) afferrò, senza rendersene conto, la pistola d’ordinanza e, sempre inconsciamente, si sparò il famoso colpo alla testa.

Sotto le finestre della questura

Questa ricostruzione dei fatti è ovviamente fantasiosa e non risponde certo alla realtà dei fatti, come fantasiose e non rispondenti alla realtà dei fatti furono le varie versioni sul “volo” di Pinelli date dalla questura e le due inchieste che ne archiviarono la morte, prima come “morte accidentale” (??!!) e poi come “malore attivo”.

Come non ci convinse allora la tesi del suicidio (troppo spudorate furono le menzogne della questura e di quella magistratura che queste menzogne aveva fatte sue), non ci convincerà in seguito, ne ci convince tuttora, la ridicola tesi del malore attivo, tesi partorita nel clima politico di “compromesso storico” (l’inchiesta fu chiusa nel 1975) che sempre più si stava facendo strada, tra le forze politiche istituzionali, nella seconda metà degli anni ’70.

Pinelli cadde a piombo sotto le finestre della questura. Un malore attivo lo avrebbe dovuto portare (lui alto 1,67) ad oltrepassare con un balzo il davanzale di una finestra che (con l’aggiunta di una piccola ringhiera) misurava ben 94 cm. Salto abbastanza difficile da attuare se si pensa che avrebbe dovuto compierlo da fermo, stando vicino al davanzale e senza prendere nessun tipo di rincorsa. In più il corpo in caduta avrebbe dovuto descrivere una parabola, che avrebbe allontanato il suo corpo di qualche metro dal muro dell’edificio, e non cadere a piombo come un oggetto inerte. Un’altra cosa: in quale paese “democratico” si è mai visto un inquisito che, durante l’interrogatorio, viene lasciato libero di avvicinarsi ad una finestra aperta, senza che venga presa la benché minima precauzione onde evitare tentativi di suicidio derivanti dalla durezza dell’interrogatorio?

Vasta montatura

Calabresi, che oggi la stampa ha rivestito degli “abiti nuovi” di poliziotto democratico che fa il suo dovere per il bene della collettività, fu tra gli artefici, insieme al giudice Antonio Amati, all’allora questore di Milano Marcello Guida, al capo dell’ufficio politico della questura Antonino Allegra, al giudice Ernesto Cudillo, al pubblico ministero Vittorio Occorsio, al giornalista del “Corrierone” Giorgio Zicari e ad altri meno noti ma ben più pericolosi, di una vasta montatura tendente a screditare i movimenti di emancipazione e della “nuova sinistra”, nel tentativo di giustificare una involuzione autoritaria del sistema. Montatura che ebbe le sue punte massime nell’addossare, contro ogni evidenza e ragionevolezza, la responsabilità delle bombe del 25 aprile (Fiera Campionaria e Stazione Centrale), dell’8 e 9 agosto (attentati a vari treni) e la strage di stato del 12 dicembre 1969 agli anarchici.

Calabresi fu forse una figura di secondo piano all’interno di questo vasto disegno reazionario, cionondimeno il suo nome sarà di gran lunga il più tristemente famoso di tutti e resterà per sempre e indissolubilmente legato alla morte di Giuseppe Pinelli. Sarà sempre ricordato, nella coscienza di molti che quei momenti hanno vissuto, come uno dei responsabili (assieme ai poliziotti e carabinieri presenti in quella stanza della questura: Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracuta, il tenente Lo Grano, …) della morte dell’anarchico.

Ma cerchiamo ora, con l’aiuto di alcuni brani di scritti contemporanei alle gesta del nostro eroe, di ridefinire il più nettamente possibile, anche se per sommi capi, un “profilo” che la stampa, a seguito della riapertura delle indagini sulla sua morte, ha contribuito a rendere oltremodo sfumato.

Nel ’69 viene trasferito a Milano giusto in tempo per occuparsi a modo suo delle bombe del 25 aprile. In tandem con il giudice Amati indirizza subito, e a senso unico, le indagini verso gli ambienti anarchici e dopo aver fatto passare molti anarchici al setaccio ne tratterrà alcuni come colpevoli dei due attentati (Braschi, Faccioli, Vincileoni e Corradini, ai quali si uniranno più tardi Pulsinelli, Della Savia, Norscia e Mazzanti).

È curioso notare il metodo, da lui usato nel condurre le indagini e che lo portano spesso a valicare i limiti del suo specifico ruolo di semplice commissario aggiunto della squadra politica.

Difatti (…). È lui che, sostituendosi ai magistrati, va in carcere a far fare perizie calligrafiche ai detenuti ed estrae il Braschi da San Vittore per fargli riconoscere ad ogni costo la cava fatale (1): è lui che notifica i mandati di cattura rabbiosamente emessi da Amati dopo l’ordinanza della Corte d’Appello (2). È lui che insieme ai suoi tre fedelissimi percuote e minaccia Faccioli negli interrogatori, è lui che, secondo le deposizioni e le lettere degli anarchici, non lascia dormire il Faccioli per tre giorni e tre notti e con un pretesto lo porta fuori Milano in macchina per farlo scendere ed ordinargli di correre avanti, mentre lui vien dietro a fari spenti (“Possiamo romperti le ossa come niente, e poi dire che è stato un incidente…”); è lui che, sempre secondo le deposizioni degli imputati, picchia Braschi minacciando di imprigionare sua madre e di infilargli della droga in tasca; è in questo periodo che lo chiamano “il comm. Finestra”; è sempre Calabresi che mette la sua firma alla deposizione della Zublena “dimenticandosi” di farla firmare a lei: la deposizione riguarda le responsabilità dinamitarde degli imputati Corradini che in dibattimento la Zublena dichiarava di non conoscere. (…) (3).

Il movimento anarchico cerca intanto di reagire a questa montatura che non fa presagire nulla di buono. Cominciano le stesure dei comunicati inviati alla stampa e da essa sistematicamente ignorati, la stesura di documenti di analisi sulla situazione, le conferenze, i sit-in davanti a San Vittore e al Palazzo di Giustizia in solidarietà con gli anarchici arrestati, gli scioperi della fame, le manifestazioni, ecc.

Ma se gli anarchici si muovono nemmeno Calabresi e i suoi accoliti stanno fermi. Con ferocia aggrediscono a sberloni gli anarchici che stazionano davanti al Palazzo di Giustizia e distruggono diverso materiale di controinformazione. In quest’opera di repressione sembra che uno dei più attivi sia stato appunto Calabresi.

Il livore antianarchico di Calabresi è talmente palese che durante una manifestazione del settembre, arriverà persino, dopo averlo preso in disparte, a minacciare rabbiosamente Giuseppe Pinelli: (…) a un certo punto a Pinelli si era avvicinato Calabresi chiedendogli di sciogliere la manifestazione. Non poteva scioglierla, dato che non era stato lui ad organizzarla, aveva risposto il Pinelli; in più i manifestanti avevano la sua solidarietà. “Pinelli, stai attento” aveva ribattuto Calabresi, “ché alla prossima occasione te la faccio pagare” (…) (4). Difatti nella notte tra il 15 e il 16 dicembre…

Oltre il normale fermo di legge

12 dicembre ’69: scoppia una bomba in piazza Fontana ed è strage. Calabresi intervenuto subito dichiarerà ai giornalisti presenti che per lui la strage è opera degli anarchici.

In giornata vengono fermati 588 anarchici e militanti della sinistra extraparlamentare e 12 fascisti (che saranno rilasciati subito dopo). Il fermo dei fascisti è solo per fare un po’ di polverone, per far vedere che si indaga in ogni direzione senza alcuna prevenzione, ma la coppia Amati-Calabresi ha già in mente su chi scaricare le responsabilità di questa feroce carneficina.

Tra coloro che vengono fermati vi è anche Giuseppe Pinelli, il quale sarà trattenuto oltre il normale fermo di legge, senza che la magistratura venga informata di questo prolungamento del fermo, diventando a tutti gli effetti (se visto in un’ottica di formalità legale) un vero e proprio sequestro di persona degno dei più biechi stati di polizia che, negli anni ’60/’70, costellavano il continente sudamericano e non solo. Pinelli entrò in questura il pomeriggio del 12 dicembre e ne uscì (passando per la finestra) a mezzanotte circa del 15 e in questi tre giorni fu sottoposto a pesanti interrogatori nei quali non mancarono, sicuramente, pestaggi, minacce e violenze morali.

(…) Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lanciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. (…). Io gli ho detto: “Pino perché ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “Sì, ce l’hanno con me”. (…). Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. (…).

Dopo un po’, verso le 11,30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli (…) (5).

L’arresto degli ex militanti di Lotta Continua (Sofri, Pietrostefani e Bompressi) fa pensare che sia in atto qualcosa di più della semplice ricerca della verità sulla morte di Calabresi, fa pensare che qualcuno intenda cancellare e riscrivere la storia di un periodo, che culturalmente e politicamente ha significato molto per l’acquisizione di sempre più ampi spazi di libertà, riconducendolo ad un semplice scontro violento e militare tra lo stato e i suoi antagonisti, dove questi ultimi rappresentavano le forze disgregatrici della “democrazia”. Parola sempre pronta ad uscire fuori, e molto spesso a sproposito, come il classico coniglio dal cilindro del prestigiatore. Non solo. Nel frattempo si tenta di “riabilitare”, di fronte a chi ha la memoria corta e non possiede memoria storica, un personaggio che non potrà mai essere riabilitato.

Non vorremmo passare per gente che si è costruita la sua bella “verità” preconcetta, ma pensiamo che la verità sulla fine di Pinelli sia ancora presente sui muri, e che basterebbe scrostare qualche strato di vernice per trovarvi scritto sotto a caratteri cubitali: Pinelli è stato assassinato!

Patrizio Biagi

Note

1 – Cava dove Paolo Braschi, assieme a Piero Angelo Della Savia, si sarebbe procurato secondo l’accusa, l’esplosivo per confezionare le bombe, e in cui, sarebbe risultato in seguito, non si verificò alcun furto di esplosivo.

2 – Dopo oltre sette mesi di carcerazione, la Corte d’Appello concesse la libertà provvisoria a cinque degli anarchici arrestati, ma mentre Eliane Vincileoni e Giovanni Corradini poterono uscire, per gli altri tre (Braschi, Faccioli e Pulsinelli) il giudice Amati spiccò nuovi mandati di cattura evitando così la loro scarcerazione e giustificando questo provvedimento con il fatto di avere acquisito una preziosa supertestimone. La supertestimone di Amati sarà Rosemma Zublena, una psicolabile che al processo crollerà dimostrando di essere stata strumentalizzata dallo stesso Amati e dal commissario Calabresi.

3 – Camilla Cederna, Pinelli una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano, 1971. Il libro è stato ripubblicato nel novembre 2004 dalla Casa editrice Net.

4 – Id.

5 – Stralci della testimonianza di Pasquale Valitutti riportata in: Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e La Rivolta, Catania, 1970

A rivista anarchica n 300 giugno 2004 Nessuno ha messo la bomba Ci risiamo: nessun colpevole per la strage del 12 dicembre 1969 di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/300/15.htm

I giudici della Corte d’appello di Milano hanno seguito un copione già scritto negli anni passati. Rimediando al “passo falso” della prima sentenza del 2001. Quella strage non ha colpevoli. E così hanno assolto i tre neonazisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Per non parlare dei “pezzi da novanta” solo sfiorati dalle indagini. Ma liberi e tranquilli. Oppure ormai sepolti. Gli anni passano per tutti…

I colpevoli? Non ci sono. Non bisogna più cercarli. Fatica e soldi sprecati. Così si potrebbe chiudere il commento alla sentenza d’appello del “nuovo corso” giudiziario sulle bombe del 12 dicembre 1969. Quella a Milano in piazza Fontana (Banca nazionale dell’agricoltura) con 16 morti (più uno) e più di ottanta feriti (i registrati, ma in verità sono almeno una decina in più) e quelle a Roma. Nella capitale esplode una bomba alla Banca nazionale del lavoro, con 14 feriti, e due all’altare del Milite ignoto, quattro feriti.

Sì, basta cercare colpevoli dopo 34 anni (a dicembre saranno 35), la politica, la società civile e chi più ne ha più ne metta, non ne vogliono più sapere (dicono) di questa storia vecchia. E i giudici di Milano hanno mandato tutti a casa. Cioè non colpevoli. Pazienza. Solo un imbecille potrebbe sostenere che la verità viene scritta nei tribunali.

Residuati neonazisti

Ricominciamo da capo. Il 12 marzo 2004, la Corte d’appello di Milano ha annullato la sentenza del 30 giugno 2001 che aveva condannato all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo del Veneto) e Giancarlo Rognoni (gruppo La Fenice di Milano) per la strage di piazza Fontana. Quella strage non ha più colpevoli. Nemmeno quei tre residuati del neonazismo. E non c’è da stupirsi. Aveva stupito la prima sentenza del 2001, così come aveva stupito la prima sentenza a Catanzaro. Quella del 23 febbraio 1979 che aveva condannato all’ergastolo, sempre per lo stesso reato, Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini. Quelle due sentenze, infatti, rappresentano un’anomalia. Se piazza Fontana è stata una strage di stato, perché mai quello stesso stato dovrebbe condannare se stesso? E, quindi, nemmeno gli esecutori materiali. I militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale strumenti consapevoli-inconsapevoli di una strategia che utilizzava i neonazisti non per instaurare un regime autoritario e gerarchico che facesse piazza pulita della “democrazia borghese”, ma molto più semplicemente per mantenere nelle stanze del potere chi già le occupava senza dover cedere il posto alle sinistre. Anche perché non volevano le sinistre al potere i “padroni americani”. Così, oggi, tornati alla ribalta i successori di quella Democrazia Cristiana (Forza Italia più satelliti fra cui Alleanza Nazionale, ex Movimento Sociale Italiano, guidato nel 1969 da Giorgio Almirante), la strage di piazza Fontana deve andare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà quando forse saranno passati quasi quarant’anni dalla strage.

E, diciamolo con chiarezza, non è nemmeno il caso di sottilizzare sulle incongruenze e contraddizioni di quella sentenza. Lasciamo questo lavoro agli “azzeccagarbugli” di turno. Però c’è da sottolineare una vera perla dei giudici milanesi: ricostruendo la sequenza degli attentati del 1969 riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda potrebbero essere i responsabili di piazza Fontana e non solo degli attentati del 25 aprile a Milano e ai treni del 9 agosto: per i quali erano già stati condannati a 15 anni.

Insomma, a Milano si è compiuta l’ultima beffa. I due colpevoli individuati dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz sarebbero i colpevoli, mentre non sono sufficientemente provati i loro rapporti con gli ordinovisti di Venezia-Mestre e Milano. C’è, però, un piccolo particolare: Freda e Ventura sono stati definitivamente assolti l’1 agosto 1985, quindi non possono più essere processati per quella strage. Siamo arrivati alla farsa. E questi giudici non tengono nemmeno vergogna. E perché dovrebbero averne?

Al di là della decenza

Quando mai i giudici che si sono occupati di piazza Fontana hanno cercato la verità? No, l’obiettivo era un altro: coprire le malefatte dei servizi segreti americani e italiani e incastrare gli anarchici.

Però, anche se anarchico e dunque diffidente (a ragione) dei giudici, debbo riconoscere per dovere storico che almeno due giudici sicuramente anomali, e infatti messi al margine, ci sono stati. Il primo, ovviamente, Stiz, il secondo Guido Salvini. Quello che alla metà degli anni Novanta (dopo un’indagine durata anni) arrivò a individuare i responsabili di piazza Fontana (Zorzi, Maggi, Rognoni e altri) senza dimenticare Freda e Ventura, precisando che non erano più perseguibili perché altri suoi colleghi li avevano assolti definitivamente.

La storia giudiziaria di piazza Fontana è un susseguirsi di cose incredibili, di falsi giudiziari al di là del decente. Un esempio. I primi magistrati che si occupano del caso, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, non sentono ragioni: per loro Pietro Valpreda (“l’anarchico ballerino”) è il colpevole, mentre Freda e Ventura sono “due persone perbene”. Non importa che Stiz abbia raccolto confessioni e prove che incastrino i due neonazisti. L’importante è indicare Valpreda (quindi gli anarchici, quindi le sinistre) come colpevole. E adesso dopo il riconoscimento dei giudici d’appello di Milano che cosa si dovrebbe dire di quei due giudici? Tralasciamo gli insulti. Sarebbero parole sprecate.

Torniamo all’ultima sentenza. In sostanza, i giudici di Milano hanno detto che il pentito Carlo Digilio è inattendibile perché si è più volte contraddetto, ha commesso errori. Certo, li ha commessi adesso dopo aver subìto un ictus che lo ha un po’ rinscemito, mentre l’altro pentito, Martino Siciliano, è attendibile, ma fornisce testimonianze di “seconda mano”, quindi inutilizzabili ai fini processuali. Peccato che non si tenga conto che il giudice che ha istruito quel processo, Salvini, non si fosse fermato alle testimonianze dei pentiti e avesse cercato e trovato riscontri precisi a quanto dichiaravano Digilio e Siciliano. Non è bastato che Zorzi (difeso in un primo tempo da Gaetano Pecorella, presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati e anche difensore del premier Silvio Berlusconi) abbia a più riprese minacciato e allettato con pacchi di soldi Siciliano perché ritrattasse.

E in effetti Siciliano è stato un pentito “ondeggiante”, ma che alla fine, in aula, ha confermato tutte le accuse. Non è bastato. L’assoluzione dei tre ricalca la vecchia formula, oggi abolita formalmente, dell’insufficienza di prove.

Buttato dal quarto piano

Dopo tanti anni questa storia, veramente infinita, mi riempie solo di tristezza. E di rabbia. È la tristezza e la rabbia di chi all’età di 24 anni ha visto le sue speranze, i suoi sogni di un mondo migliore offuscati da uno scoppio con tanti morti. Di uno che d’improvviso vede «in presa diretta» la criminalità del potere. Quella alla grande, quella che non lascia dubbi. Una criminalità che ti fa risvegliare all’alba del 16 dicembre quando un tuo compagno, Amedeo Bertolo, ti chiama al telefono per dirti che un altro tuo compagno di gruppo, Giuseppe Pinelli, è stato buttato dal quarto piano della questura di Milano.

Beh, provate a pensare che cosa si sente in un momento simile. Io so soltanto che la mia vita è stata profondamente segnata da quelle bombe, dalla morte di Pinelli. Poi è stato tutto diverso. In modo profondo. C’è una rabbia che non mi lascerà mai. Quei criminali (i servizi che hanno orchestrato la strage, i neonazisti che l’hanno effettuata, i politici che l’hanno coperta perché erano i mandanti) oltre a cambiare il corso della storia, hanno fatto una cosa tanto, tanto più piccola, una cosa che non interessava a nessuno, ma per me importante: hanno cambiato anche la mia piccolissima storia personale. Quella di un giovane (allora) che si è visto sommerso da un gioco tanto grande e criminale. Ma che, con tanti altri, ha trovato la forza per reagire. E per fortuna c’è chi non si «arrende». Per fortuna ogni 12 dicembre migliaia e migliaia di studenti manifestano in tante città d’Italia e quelli di Milano concludono il corteo in piazza Fontana. Quella strage continua a essere un atto di accusa contro la criminalità del potere. Quanto viene occultato nelle aule dei tribunali è «verità» per molti. Per tanti. Non è poco.

Luciano Lanza

A rivista anarchica nr 235 Aprile 1997 La madre di tutte le stragi di Luciano Lanza

28 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/235/235_07.htm

Esce in queste settimane per i tipi di Eleuthéra “Bombe e segreti”, un agile volume dedicato alla ricostruzione della strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre ’69), degli attentati, dei protagonisti, della repressione, dei processi, ecc. Ne pubblichiamo in anteprima due dei diciannove capitoli

La furia della bestia umana

“La macchina del terrore è saltata, ormai si tratta soltanto di raccoglierne le schegge. La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata: la sua faccia è qui, su questa pagina di giornale, non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere, ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore e della rabbia. Ora si comincia a respirare, si comincia a tirare la somma della diabolica avventura. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta o sotto le strade del centro. E’ approdato anche al palcoscenico della rivista musicale, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grossa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette che scende o precipita da una scala crepitante di luci al neon: che mestiere corto, infelice, di pochi soldi a parte tutto. Di più questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe, è il morbo di Burger una feroce morsa che blocca e che alla lunga può dare l’embolo e la morte. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda s’avvia a diventare la bestia”. Così comincia l’articolo, intitolato La furia della bestia umana, in prima pagina del “Corriere d’informazione” di mercoledì 17 dicembre 1969, firmato da Vittorio Notarnicola, direttore responsabile Giovanni Spadolini, che assomma questa carica a quella di numero uno del “Corriere della sera“. Sopra l’articolo campeggiano due grandi foto: quella del tassista Cornelio Rolandi e di Pietro Valpreda. In alto, titolo a caratteri cubitali: Valpreda è perduto.

Formalmente più asettici i giornali del mattino, pur con alcune sfumature, ma ovviamente la linea è chiara: accettazione senza riserve della colpevolezza di Valpreda. “Corriere della sera“: L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano. “La stampa“: Anarchico arrestato per concorso in strage. Inchiesta sul suicidio alla Questura di Milano. “Il giorno“: Incolpato di strage. “L’unità“: Un arresto per la strage. “Avanti“: Arrestato per concorso in strage. “Il resto del Carlino“: Un anarchico arrestato per la strage. “Il Messaggero“: Arrestati i criminali. “Il tempo“: L’assassino arrestato: è l’anarchico Pietro Valpreda. “Paese sera“: Denunciato per concorso in strage l’uomo riconosciuto dal tassista. “Il popolo“: Arrestato un anarchico per la strage di Milano. “L’avvenire“: Nella rete i dinamitardi. “Il secolo d’Italia“: Arrestato un comunista per la strage di Milano. “Il mattino“: Catturato il terrorista che ha compiuto la strage. “Roma“: Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato. La televisione non è da meno. Il giornalista Bruno Vespa, in diretta dalla Questura di Roma, afferma: “Pietro è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma”.

La partita sembra quindi chiusa: la polizia ha scovato in tempi da record i responsabili. Ma la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi è l’unico puntello su cui si fonda l’accusa. Per di più è al limite del credibile.

Alle ore 16 Rolandi è in piazza Beccaria con la sua Seicento multipla. Sale un cliente che gli chiede di accompagnarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera. Dopo pochi minuti ritorna e si fa lasciare in via Albricci. Per chi conosce il centro di Milano la cosa appare pazzesca. Il parcheggio di piazza Beccaria dista 135 metri dall’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Da via santa Tecla alla banca ci sono 117 metri. Quindi Valpreda, per risparmiarsi 135 metri, ne ha compiuti tra andata e ritorno al tassì 234. Con in più il rischio di farsi riconoscere da un tassista insospettito da un cliente che gli chiede una corsa così breve. Così Rolandi ha rievocato quel pomeriggio: “In piazza Beccaria sul mio tassì salì quel tipo con la borsetta, che aveva in mano una borsa nera. Lo guardai attraverso lo specchietto retrovisore e notai subito che aveva delle lunghe basette come si usano oggi. Mi disse di accompagnarlo in via Albricci passando per via Santa Tecla. Era un percorso piuttosto breve, ma in via Albricci ci sono molte compagnie aeree e pensai che fosse un viaggiatore in partenza. In via Santa Tecla, come mi aveva ordinato il cliente, mi fermai. Gli feci presente che la via Albricci non era molto distante, che avrebbe potuto andare a piedi. Mi disse di aspettarlo, che aveva fretta. Scese con la borsa. Ritornò poco dopo: la borsa nera non l’aveva più. Lo accompagnai in via Albricci: lui pagò l’importo della corsa, 600 lire, e quindi se ne andò”. (Franco Damerini, Intervista a Milano con il teste-chiave, “Corriere d’informazione” del 17 dicembre).

A parte il fatto che secondo le tariffe dell’epoca quel viaggio con la sosta doveva costare poco più della metà di quanto dichiarato da Rolandi, c’è una testimonianza che getta ombre su quella ricostruzione dei fatti. É di Liliano Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano. Paolucci con la figlia Patrizia prende il tassì 3444, quello di Rolandi, la mattina del 15 dicembre, si accorge che il tassista è strano, sbaglia continuamente le strade, poi, dopo che la figlia è scesa, Rolandi si confida con Paolucci. Ecco quanto Paolucci ha registrato al magnetofono domenica 21 dicembre affinché restasse traccia certa di quel suo strano incontro e che cosa gli ha detto il tassista: “Erano circa le 16 di venerdì 12 dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: “Alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana”. Parlava un italiano perfetto senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’agricoltura è qui a due passi, a 50 metri. Fa prima a piedi. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’agricoltura, cinque-sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati 40, 50 secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassì e mi disse…”. A questo punto Paolucci interviene nel discorso e gli domanda perché quell’uomo veniva dalla galleria del Corso. La risposta di Rolandi è esemplare: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Affermazione che ripete per tre volte.

Ma fatto ancora più misterioso Rolandi negherà di aver trasportato Paolucci e di aver parlato con lui. E soprattutto polizia e magistratura non metteranno mai a confronto Rolandi e Paolucci per verificare le diverse versioni dei fatti. Ma questa non è l’unica stranezza come fa rilevare lo stesso Paolucci al giornalista Enzo Magrì che lo intervista per il settimanale “L’europeo” del 9 marzo 1972: “Lunedì mattina alle 9,15 io, un cittadino denuncio un fatto grave. … Racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene la polizia come reagisce? Non mobilita due gazzelle, non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo, ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare … Ebbene a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della Questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice :’Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca nazionale dell’agricoltura?’ “.

Ma non ci sono soltanto le contraddizioni rilevate da Paolucci, c’è anche un altro testimone molto importante perché sostiene che Valpreda il 12 dicembre era a letto ammalato. Chi è? La prozia di Valpreda, Rachele Torri che abita a Milano. La prozia così ricorda quel pomeriggio: “Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni dalle Bande nere una signora ha aperto “La notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato “La notte“. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale” (Intervista a Rachele Torri pubblicata su “A-rivista anarchica” del febbraio 1971)

Il giorno dopo Valpreda incontra l’avvocato Mariani, con lui va dal giudice Amati. Non lo trova, lascia un biglietto per informarlo che sarebbe tornato lunedì 15. Poi raggiunge la casa dei nonni, Olimpia Torri in Lovati e Paolo Lovati. E vi resta fino alla mattina del famoso 15 dicembre. Lo vanno a trovare la sorella Maddalena e un’amica d’infanzia, Elena Segre, 33 anni, impiegata come traduttrice, vive con la madre in zona Corvetto. Al terzo abitano i genitori di Valpreda. Segre passa a salutare l’amico Pietro la domenica 14 verso le ore 18. In un’intervista a Giampaolo Pansa sulla “Stampa” del 18 febbraio 1970, afferma: “Pietro era qui dai nonni. Ho suonato il campanello e mi hanno aperto. Quel ragazzo era lì, sul divano messo contro la parete di sinistra, indossava un pigiama forse azzurro, si è alzato dal sofà per venirmi incontro …”. Pansa la interrompe per ricordarle che è già stata sentita da Ernesto Cudillo, il giudice istruttore, e Vittorio Occorsio, pubblico ministero, per ricordarle che se mente la possono arrestare. Segre risponde: “Senta, domenica quel ragazzo era qui! Che cosa posso farci se l’ho visto? Mi ha salutato, era da molto tempo che non ci vedevamo. Si è seduto sul divano-letto, anch’io mi sono seduta, lui era alla mia destra, di fronte c’erano i due nonni. Abbiamo cominciato a parlare …”. A questo punto Valpreda ha alibi per i giorni che vanno dal 12 al 15 dicembre. Alibi che contraddicono la sua presenza in piazza Fontana e il suo incredibile tragitto in tassì. Ecco allora spuntare, ai primi del febbraio 1970, alcuni testimoni romani per i quali Valpreda era nella capitale nei giorni 13 e 14 dicembre. Se i familiari di Valpreda mentono per quei due giorni hanno mentito anche per il 12 dicembre e così si salverebbe la testimonianza del tassista Rolandi.

Chi sono questi testimoni? Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, Enrico Natali, Gianni Sampieri, Armando Gaggeggi e sua moglie, Benito Bianchi tutti personaggi dell’ambiente dell’avanspettacolo che spesso si esibiscono al teatro Ambra-Jovinelli di Roma. Ma nei confronti che Valpreda ha con alcuni di questi, il 6 marzo, si assiste alla contrapposizione di due ricostruzioni dei fatti. I testi romani affermano di aver incontrato il 13 o il 14 Valpreda a Roma, Valpreda sostiene che quegli incontri si sono svolti circa dieci giorni prima. E cioè poco tempo dopo che Valpreda è uscito, il 25 novembre, dal carcere di Regina Coeli. Valpreda è stato infatti arrestato il 19 dopo una rissa con alcuni fascisti nel quartiere Trastevere. Altro particolare: alla visita medica prima di entrare in carcere, Valpreda presenta un’ecchimosi all’occhio sinistro. Livido che non ha più quando viene fermato il 15 dicembre. Alcuni testimoni ricordano quel livido quando sostengono di aver incontrato Valpreda dopo la strage di piazza Fontana. É un’altra contraddizione che non crea dubbi in Cudillo e Occorsio che incrimineranno per falsa testimonianza i parenti di Valpreda.

E a aumentare i capi d’accusa Beniamino Zagari, della Questura di Milano, il 7 febbraio dichiara che nella borsa in cui c’era la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana, è stato trovato anche un vetrino colorato simile a quelli che Valpreda usava per fabbricare lampade liberty. Una imperdonabile distrazione dell’anarchico attentatore. La scoperta di quella prova risale alle ore 14 del 14 dicembre. Però fino a febbraio nessuno l’ha visto. Così il difensore di Valpreda, Guido Calvi, può con facilità mettere in dubbio quel “provvidenziale” ritrovamento.

Per i giudici Valpreda è arrivato a Milano il 12 dicembre con la sua Cinquecento. Alle 16 ha preso un tassì per andare a depositare la bomba in piazza Fontana. La mattina del 14 va con l’avvocato Mariani dal giudice Amati. Non lo trova e lascia un biglietto per informarlo che tornerà il 15 dicembre. Poi parte, sempre con la sua scassatissima Cinquecento, per Roma. Incontra in serata la ballerina Ughetto e va a cena con lei. Domenica 14 gira ancora per i bar vicino all’Ambra-Jovinelli si fa vedere da altri che potranno smentire il suo alibi. Alle ore 21 è ancora a Roma. Alle otto del mattino successivo è già dal suo avvocato milanese. Tecnicamente, forse con un’altra macchina, è possibile. Ma non si capisce perché Valpreda fornisca un alibi così fasullo, che molti possono smentire. Neppure si capisce perché i parenti di Valpreda e l’amica Segre, con i quali non ha parlato dal momento del suo arresto, confermino quanto Valpreda ha dichiarato. Per Cudillo e Occorsio la verità è un’altra: Valpreda è colpevole. Mente. E mentono i suoi parenti. Soprattutto dice la verità Rolandi che così potrà incassare la taglia di 50 milioni del ministero dell’interno. Una verità che il 2 luglio 1970 Cudillo e Occorsio provvederanno a registrare in un interrogatorio “a futura memoria”, forse prevedendo che Rolandi morirà il 16 luglio 1971.

Vi giuro: non l’abbiamo ucciso noi

L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? E’ concitato o disteso? L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa o spalancata? A queste domande contrastanti non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte. Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi di Carrara.

Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al quarto piano della Questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.

É la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell'”Unità“, Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della Questura. É nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. É mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? É già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla Questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che risolve Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del 27 ottobre 1975, quella del “malore attivo” che manda tutti assolti o perché non hanno commesso il fatto o perché il reato è estinto essendo intervenuta un’amnistia (detenzione illegale di Pinelli a carico di Antonino Allegra), ma riabilita pienamente Pinelli e dichiara che non si era suicidato perché corresponsabile della strage, ma caduto dalla finestra per un malore attivo. Scrive D’ambrosio: “Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto”. Tutto qui.

E le precedenti dichiarazioni? Pinelli che grida: “É la fine dell’anarchia”. I poliziotti che accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido? Panessa che riesce ad afferrare Pinelli e rimane con una scarpa in mano? E i giornalisti accorsi vicino al moribondo che lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi? Il fatto che Pinelli non presentasse ferite sulle mani e sulle braccia che in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa? La mancanza di lesioni esterne, perdite di sangue dal naso, dalla bocca che si registrano in questi casi? Contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza.

Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in Questura con il suo motorino. A mezzanotte viene interrogato per la prima volta. Gli chiedono notizie su quel “pazzo di Valpreda”. Sabato 13 Ardau viene trasferito al carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: “Signora dica in ferrovia che suo marito è malato e non andrà a lavorare”. Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno. Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: “Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato”. Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: “Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito”. Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci minuti Licia Pinelli telefona in Questura: ha trovato il libretto. Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili dei sette attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto di quell’anno (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: “Perché non mi avete avvertito?”. Risposta del commissario: “Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare…”. Nel frattempo il corpo di Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: “Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco”. Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per “un fatto del tutto accidentale”. Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amato, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Guida.

Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida, che nel 1942 era direttore del confino di Ventotene, con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lo Grano. É circa l’una del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara: “Era fortemente indiziato di concorso in strage … era un anarchico individualista … il suo alibi era crollato … non posso dire altro … si è visto perduto … è stato un gesto disperato … una specie di autoaccusa, insomma”. “Il suo era un fermo prorogato dall’autorità”. Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di “L’unità“. Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: “Innanzitutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Mentre Guida la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi era stato interrogato e aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato.

Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: “Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa … posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare”. Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il giudice incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella Questura di Milano e nel tribunale di Roma.

 

Luciano Lanza (Milano, 1945), giornalista, è stato nel 1971 tra i fondatori e per dieci anni un redattore del mensile “A-rivista anarchica”. Dal 1980 è responsabile del trimestrale teorico “Volontà”.