Posts Tagged ‘Ernesto Cudillo’

A rivista anarchica nr 2 Marzo 1971 Lo stato contro Valpreda Intervista con l’avv. Calvi di A. B.

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/002/2_10.htm

 

Milano, palazzo di giustizia. Un uomo esce dall’ufficio del giudice Amati e si avvia verso una anziana parente che lo sta aspettando nel corridoio. Ha appena mosso un paio di passi che tre poliziotti in borghese lo afferrano e lo trascinano via. Di peso. Pietro Valpreda, 15 dicembre 1969.

Tre giorni prima era scoppiata una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana ed ecco che, catturato romanzescamente Valpreda, l’opinione pubblica ha il suo capro espiatorio e gli organi repressivi dello Stato la loro vittima. Sembra fatto apposta, il Pietro Valpreda, per questo ruolo. È un anarchico, perciò un mostro, colpevole fino a prova contraria. È un ballerino, perciò un irregolare, un depravato e (non sono tanto lontani i tempi in cui i teatranti venivano sepolti in terra sconsacrata). È affetto dal morbo di Bürgher e zoppica (non è vero, ma dà un tocco diabolico al personaggio e i giornali lo scriveranno, assieme a tante altre menzogne e calunnie, nei giorni successivi). Non è un impiegato simpatizzante del PSDI, dunque è lui che ha messo la bomba omicida. Chiaro.

Purtroppo Valpreda per il 12 dicembre ha un alibi di ferro, ma non importa, basta l’ambiguo riconoscimento di un tassista e l’incriminazione dei testimoni che sostengono l’alibi e Valpreda Pietro, ballerino anarchico, è sistemato.

Un anno dopo, l’istruttoria (se così si può chiamarla, né possiamo chiamarla altrimenti senza farci incriminare) del PM Occorsio si chiude con una relazione chilometrica ma totalmente vuota, contraddittoria, assurda, priva di prove e indizi da lasciare esterrefatti i “democratici”. Meno stupiti gli anarchici, smaliziati, che conoscono da sempre (sulle loro spalle e su quelle degli sfruttati e dei ribelli in genere) il funzionamento della giustizia di classe, della giustizia di Stato. Pietro Valpreda ed alcuni ragazzi, suoi presunti complici, vengono rinviati a giudizio per strage, ma la relazione con cui viene motivato il rinvio sembra piuttosto la riprova della loro innocenza.

Quattordici mesi dopo la “strage di Stato” (come ormai tutti la chiamano, con ciò dando per scontato che essa non può essere opera di anarchici), abbiamo intervistato l’avvocato Guido Calvi, il primo difensore di Valpreda (successivamente gli si è aggiunto il professor Sotgiu).

Calvi, assistente di filosofia del diritto all’Università di Camerino, è giovane, non più di trent’anni. La sua età è la prima cosa che mi colpisce e gli chiedo se, data la sua esperienza necessariamente limitata, non senta questo incarico come sproporzionato alle sue forze.

 “Domando a te – mi risponde – chi, di fronte alla gravità delle imputazioni, non sentirebbe le proprie forze limitate, inadeguate al compito di capovolgere la situazione e ristabilire la verità. Per questo credo che il primo obiettivo da raggiungere sia la solidarietà di tutte le forze sinceramente democratiche”.

Sei stato nominato d’ufficio difensore di Valpreda?

“No, sono stato nominato da Valpreda suo difensore di fiducia. Sarebbe interessante sapere da chi, come e perché furono diffuse voci difformi”.

Hai avuto dubbi nell’accettare l’incarico? Hai avuto dubbi sulla innocenza di Valpreda?

“Sì, come tutti, credo. Ma dopo aver parlato con Valpreda e dopo avere incontrato la zia Rachele (la signora Rachele Torri, principale testimone dell’alibi di Valpreda; n.d.r.) non ho avuto più alcun dubbio”.

La tua linea di difesa è stata definita debole, rinunciataria, passiva… perché non ha ritenuto opportuno assumere una linea più aggressiva?

“È difficile valutare una linea di difesa sulla base di alcuni risvolti tattici ignorandone la strategia generale. Certo, alla fine potrà anche risultare che vi sono state debolezze, errori, incertezze. Ma lo strano è che queste accuse siano nate subito, quando ben poco era possibile fare e quando gli interessi di Valpreda, bisognerebbe ricordarlo più spesso, imponevano una ferma cautela. Chi sostiene l’identità di diritto e politica (opinione rispettabile ma marxisticamente discutibile), dovrebbe anche ricordare che esse, comunque, sono scienze ove nulla vi è di improvvisato e di avventato. Se il fine del difensore è operare perché emerga l’innocenza dell’imputato, quando egli è tale, tutto deve essere subordinato a questo. Vi sono questioni politiche? Bene, emergeranno sicuramente molto più clamorosamente dopo una sentenza di assoluzione. Pertanto quale senso può avere la qualifica di aggressiva o debole attribuita ad una linea difensiva nella fase istruttoria (segreta e non pubblica!) del processo? Sono “aggressive” le dichiarazioni violente, le istanze di violazione dei diritti della difesa, le interviste sui rotocalchi? Non credo davvero.”

Hai avuto fastidi? Sei seguito, controllato…? Hai ricevuto minacce o intimidazioni?

“Sì, sono stato controllato e minacciato, ma rientrava nelle previsioni”.

È vero che sei stato incriminato per vilipendio alla magistratura?

“La mia ‘memoria difensiva’ sui famosi vetrini (vetrini che la polizia avrebbe ‘trovato’ tre mesi dopo gli attentati nella borsa che conteneva la bomba inesplosa della banca commerciale; n.d.r.) conteneva, a giudizio del Pubblico Ministero Occorsio, espressioni lesive della dignità del giudice istruttore Cudillo. Contrariamente a quanto certa stampa riferì, non ci fu da parte mia nessuna giustificazione né tanto meno ritrattazione. Solo, precisai che il mio documento non inficiava la stima personale che potevo nutrire nei confronti del Dr. Cudillo, ma sottolineava il fatto che, per il modo in cui il nostro diritto processuale articola la fase istruttoria, questa è volta più alla conferma delle tesi accusatorie che alla ricerca della verità. Il P.M., dopo aver chiesto che la mia memoria fosse inviata alla Procura della Repubblica e al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati perché procedessero nei miei confronti, cambiò idea e revocò la richiesta. L’aspetto più positivo di tutta la questione è che oggi i vetrini non sono più fonte di prova contro Valpreda.”

Tu sei un militante del P.S.I.U.P. Questo non ti è di limite in qualche modo nella difesa di un anarchico?

“È una domanda che non mi aspettavo. Mi sembra che subito dopo i fatti gli unici avvocati politici che assunsero pubblicamente la difesa degli imputati, a Roma, fummo Nicola Lombardi ed io: ambedue del P.S.I.U.P.”

Negli ultimi mesi la stampa della sinistra parlamentare pare essersi allineata su una posizione ambigua nei confronti dell’istruttoria per la “strage di stato”, una posizione sostanzialmente non dissimile dall’ultima versione ufficiale (cioè non più colpevoli gli anarchici, ma alcuni pseudo-anarchici); non credi che questo atteggiamento possa derivare da compromessi politici tra governo e opposizione? Non credi che si voglia così chiudere il discorso sulle bombe, la ricerca dei veri autori e soprattutto dei mandanti e dei complici? Ci sembra che, come si tenta di chiudere il caso Pinelli con la formula “Pinelli: innocente ma suicida”, così si voglia chiudere il caso Piazza Fontana con la formula “Valpreda e gli altri: colpevoli ma pazzi”. Che ne dici?

“Non la ritengo una ipotesi politica verosimile.” (noi riteniamo il contrario- n.d.r.)

Quando pensi che si farà il processo? È vero che si parla del prossimo autunno? Questo rinvio sarà ufficialmente giustificato con motivi tecnici, ma secondo te non ci sono invece motivi politici per rinviare un processo che “scotta”?

“Motivi di opportunità politica certamente vi sono. Vedremo in quale considerazione saranno tenuti nel fissare la data del processo.”

Valpreda, in dicembre, è stato ricoverato nell’infermeria del carcere; dunque, dopo un anno comincia a risentire del cibo e del clima di Regina Coeli e della tensione. Se il processo tarderà ancora un anno non c’è il rischio che la galera finisca con il “suicidare” Valpreda?

“Il rischio c’è, ed è anche notevole; occorre che tutti manifestino a Valpreda la propria solidarietà affinché egli non si senta isolato. Peggior nemico è sicuramente il “suicidio psicologico.”

“Puoi esprimere il tuo parere sul modo in cui è stata condotta l’istruttoria per le bombe del 12 dicembre, senza incorrere nel reato di vilipendio alla magistratura?”

A questa domanda Calvi non ha risposto.

Quando Calvi mi ha riaccompagnato all’albergo, da una automobile che ci seguiva, si è sporto un “signore” che mi ha fotografato. Il fatto non mi ha preoccupato: sono già ben schedato, alla Questura.

 

A. B.

 

Annunci

A rivista anarchica nr 1 Febbraio 1971 La zia Rachele Intervista con la principale testimone dell’alibi di Valpreda di Antonella Schroeder

26 settembre 2011

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/001/1_08.htm

Non si dimentica facilmente un colloquio con la signora Rachele Torri, prozia di Pietro Valpreda, tale è il senso di ammirazione e di rispetto che si prova nei suoi confronti, nei confronti di una donna di più di settant’anni, fiera e battagliera come una leonessa, sincera e precisa fino al puntiglio. In lei non si scorgono tentennamenti né mezze misure, le parole hanno un senso preciso e difatti una giusta collocazione. I capelli bianchi e gli occhi cerulei di persona anziana non mitigano la sua forza e la sua decisione. Mi riceve come al solito sorridendo, in casa sua, contenta di parlare di tutto quello che è successo con una persona amica, lei sempre sola.

“Chi le ha comunicato che Piero era stato fermato?”

“Da mia sorella, la nonna di Piero, angosciata e furiosa, ho saputo che degli uomini al Palazzo di Giustizia le avevano portato via Piero sotto gli occhi, senza qualificarsi né dare spiegazioni. Ho saputo in seguito che era stato fermato, da tre poliziotti, quelli che sono venuti a fare la perquisizione a casa mia la sera stessa”.

“Come si è comportata la polizia con lei?”

“Hanno detto che erano i rappresentanti della giustizia e che facevano il loro dovere; si figuri! Allora ho chiesto subito di vedere Piero, perché l’avevano portato via che era ammalato. Quello che sembrava il capo di quei poliziotti dapprima mi ha risposto negativamente, poi mi ha detto che in me c’era qualcosa di commovente e perciò di andare l’indomani in questura. Difatti il martedì pomeriggio mi sono subito recata in questura con un legale, ma lì, in un caos indescrivibile, abbiamo saputo che Piero era stato portato a Roma”.

“Ha avuto altri contatti con la polizia?”

“Sì, quando sono venuti a fare il sequestro di indumenti. Erano in quattro, hanno portato via tutta la roba di Piero ed io ero molto angosciata, si può immaginare: mi sembrava che me lo portassero via un’altra volta. Ricordo che uno di loro, Mainardi mi sembra, mi ha chiesto il permesso di scrivere al mio tavolino; al mio consenso, ha spiegato sul tavolo un giornale (per non rovinare il tavolo, disse lui) e questo giornale era “La Notte” (quotidiano parafascista milanese – n.d.r.), che a caratteri di scatola riportava qualcosa come “Pietro Valpreda, indiziato n.1”. Scoppiai a piangere e Mainardi, con fare ironico, mi chiese che cosa mai avessi. Queste sono cattiverie che non posso dimenticare. Era la seconda volta che “La Notte” entrava in casa mia; la prima volta fu quando la comprai in via Dogana per portarla a Piero, la sera che sono andata a prendere il famoso paltò…”.

“Ci può raccontare qualche cosa di preciso di quella famosa tragica sera del venerdì 12 dicembre 1969?”

“Sì, sì, il ricordo è sempre vivo in me e mi ossessiona. Piero era a letto malato con la febbre, bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare dal giudice Amati in ordine. (Valpreda, com’è noto, era venuto a Milano per essere interrogato da Amati su una faccenda di “stampa clandestina”; l’interrogatorio doveva svolgersi la mattina di sabato 13 dicembre, ma fu rinviato a lunedì 15, per l’assenza del giudice Amati – n.d.r.). Sa a queste cose io ci tenevo… Bene, ci andai io. Saranno state le 19-19.30 e ricordo che salendo sull’autobus “E” in piazza Giovanni dalle Bande Nere una signora ha aperto “La Notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti… morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in Piazza del Duomo, e passando in via Dogana per prendere il tram “13” e per andare in piazza Corvetto dai genitori di Piero, mi sono fermata alla edicola ed ho comprato “La Notte“. Arrivata da mia nipote (la signora Ele Lovati Valpreda, madre di Valpreda – n.d.r.) le ho detto che Piero era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Piero, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe.

Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Piero che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale. Vorrei ricordare un altro particolare di quella sera, di cui si è parlato e che è stato molto travisato: lo straccio sul motore della sua automobile. Prima che io andassi dei suoi genitori per il cappotto, Pietro mi disse di coprire il motore con uno straccio, altrimenti la macchina (la famosa “500” con cui Valpreda avrebbe compiuto nel giro di poche ore il tragitto Roma-Milano-Roma-Milano – n.d.r.) non sarebbe più partita per il freddo. Così infatti feci, ma siccome per prendere lo straccio dovevo aprire la porta-finestra che c’era in camera sua per andare sul balcone, gli ho raccomandato di stare sotto le coperte ed ho socchiuso la finestra il meno possibile”.

“È per aver detto questo, per aver testimoniato quello che ha appena finito di ripetere, che l’hanno incriminata per falsa testimonianza?”

“Sì, perché ho detto la verità, perché ho detto che il Piero era a letto malato, quel pomeriggio, e quindi non poteva essere in piazza Fontana come dicono loro.”

“Qual è stata la reazione della gente nei suoi confronti?”

“La gente con me non è stata sgarbata, nessuno mi ha voltato le spalle o detto qualche cosa di cattivo, anzi le vorrei fare notare che alcune persone, che non mi avevano mai parlato, mi hanno avvicinato proprio in questa occasione. Ho avuto però delle lettere anonime molto cattive soprattutto nei miei confronti, lettere che sostenevano per esempio che ero un rifiuto dell’umanità, perché difendevo un assassino: è proprio questo che mi fa pensare che non può averle scritte la gente del popolo, ma altri, per chissà quale scopo…”

“Intimidatorio?” le chiedo. Diplomaticamente la zia allarga le braccia sospirando.

“Non saprei ripetere le esatte parole delle lettere anche perché le confesso sinceramente che disprezzo talmente le lettere anonime e chi le scrive, che non le leggevo neanche per intero, perché mi facevano schifo. Si immagini che la prima lettera che ho ricevuto era su carta listata a lutto ed io credevo si trattasse di qualche annuncio funebre; quando ho cominciato a leggerla, però, ho capito, dalle insolenze che mi erano rivolte, di cosa si trattasse e l’ho stracciata.”

“Quanti interrogatori ha subito e da parte di chi?”

“Dalla polizia non ho subito interrogatori, né ho subiti invece quattro dalla magistratura. Il primo a Milano dal dottor Paolillo, poi a Roma dal giudice Cudillo e dal dottor Occorsio ed infine di nuovo a Milano dal giudice Amati.

La prima volta, quando sono andata dal dottor Paolillo, sono entrata completamente sprovveduta, impreparata ad un interrogatorio; fortunatamente mi hanno accompagnata Boneschi e Mariani, i miei avvocati, e sono loro che mi hanno detto di stare calma, di non preoccuparmi e soprattutto di dire la verità. Questa frase mi è rimasta impressa, non l’ho mai dimenticata: dovevo dire la verità e loro lo sapevano, mi credevano. Ricordo che quando sono uscita, dopo aver parlato con Paolillo, ero proprio felice, sì, felice sollevata per aver parlato con un giudice, per aver detto la verità ed essere stata creduta. Ne sono sicura. Con il giudice Cudillo a Roma è stata una cosa diversa, perché lui è un altro tipo, più freddo e distaccato, direi impenetrabile: il suo interrogatorio è stato più lungo e minuzioso, ma non faticoso. Con Occorsio, poi, l’ultima volta, è stato molto diverso: mi pareva di avere di fronte un nemico, che cercava di farmi confondere con un’infinità di domande su particolari sottilissimi e marginali; nonostante questo non mi sono mai confusa né contraddetta, dal momento che ho sempre detto la verità.”

“È una domanda spiacevole, signora, ma come pensa che finirà il processo?”

“Sarò forse ingenua, ma non potranno mai condannare Piero… è così logico. Come fanno a condannare un innocente? Aggiungerebbero un’altra vittima a tutti quei morti di piazza Fontana, al povero Pinelli… non ho dubbi perché i dubbi nascono a chi è in colpa ed io non ho altra colpa che quella di sostenere l’innocenza di un innocente.”

“Lei approva le idee di suo nipote?”

“Non ero prevenuta nei confronti degli anarchici, semplicemente questo. Non ero neanche di nessun partito in particolare. Sapevo che Pietro era anarchico, perché me ne parlava sempre quando eravamo assieme ed io sulle sue idee non ho mai avuto niente da ridire, anzi, i sentimenti di Pietro non sono comuni: peccato che di persone come Valpreda ce ne siano poche in Italia! Guardi che glielo dice una cattolica credente e praticante. Il mio “povero Pisacane”, come lo chiamavo affettuosamente, mi diceva cose che io non avevo mai sentito in settant’anni, pur frequentando ambienti cattolici.

Proprio ragionando su questo ed immaginando che i suoi compagni fossero come lui, mi sono fatta accompagnare da Pietro al Ponte della Ghisolfa, il circolo anarchico: devo dire sinceramente che mi sono quasi commossa, perché ho visto tanti ragazzi, seri ed al tempo stesso allegri, uniti da qualche cosa di particolare, oltre all’amicizia; uno parlava, uno rideva, ricordo anche Pinelli che scriveva a macchina…

Ho avuto l’impressione di vedere tanti fratelli, come una famiglia di quelle di una volta, che ora non ci sono più”.

“Da quanto tempo suo nipote è anarchico?”

“Piero è anarchico da sempre, i suoi sentimenti di ieri sono quelli di oggi; ha sempre odiato i soprusi, le ingiustizie, le divise: fare il servizio militare per lui è stato un vero calvario. È sempre stato generoso, altruista: mi ha sempre portato a casa gente che non aveva da mangiare, cercava di aiutare chi era in difficoltà. Spesso chiacchierando con me, Pietro diceva che se fosse morto avrebbe voluto sulla bara la bandiera anarchica e che tutti i suoi libri fossero lasciati ai compagni. Mi faceva anche promettere che se avessi vinto alla lotteria, gli avrei dato metà della vincita a favore dei compagni, per le colonie dei bambini”.

“Si è mai vergognata di avere il nipote in carcere?”

“Se avessi come nipote un fascista fuori di galera sarei molto meno orgogliosa che di avere il mio Pietro, onesto, purtroppo dentro”.

“Potrebbe in qualche modo ritrattare quello che ha detto ai giudici?”

“Che nessuno osi farmi una domanda del genere. Alla Corte d’Assise non so come mi comporterei se me lo domandassero. Chiedetelo al tassista, non alla zia di Valpreda! Io ho chiesto di avere un confronto con Rolandi, ma mi è stato rifiutato. Chissà perché…”

Antonella Schroeder

 

A Rivista Anarchica N11 Marzo 1972 Giustizia di stato di E. M.

17 settembre 2011

Sin dalle prime battute il processo Valpreda ha rivelato la trama di responsabilità – Una prima clamorosa conferma è venuta dal riconoscimento di incompetenza di Roma.

Con il suo comportamento sereno, calmo e responsabile, il giudice Falco tentava di accreditare la tesi secondo la quale a Roma si doveva svolgere un processo che doveva finalmente far luce sulla strage di Piazza Fontana o, quanto meno, sulla responsabilità di Pietro Valpreda e degli altri aderenti al circolo 22 Marzo, “in ordine” agli attentati del 12 dicembre.

Tutto il peso della credibilità che si voleva dare al processo poggiava però sulle sue sole spalle, in quanto gli altri personaggi coinvolti nella vicenda già si erano tolti i panni della farsa.

A cominciare dalla Procura di Roma che si è vista accusare di rapina di atti di procedimento istruttorio nei confronti della Procura di Milano, con argomentazioni difficilmente confutabili (tra le quali la lettera di Ugo Paolillo, in cui il magistrato democratico, che a Milano stava conducendo correttamente le indagini, conferma che gli fu letteralmente impedito di procedere ad un confronto fra Rolandi e Rachele Torri, zia di Valpreda… P.S. e C.C. gli comunicarono che Rolandi “era irreperibile” mentre lo stesso, a casa sua, rilasciava interviste a tutti i giornalisti).

Occorsio ha capito subito che l’accusato è lui e lo ha dimostrato scaricando le sue responsabilità sul collega Cudillo.

Gli avvocati più decisi e più lucidi della difesa hanno, a loro volta, individuato direttamente in Occorsio il principale imputato e nella sua istruttoria il vero “delitto”.

E così il ruolo di Falco, il “consulente politico” chiamato a difendere entrambi, non è sfuggito a nessuno.

Da parte sua, Valpreda ha dimostrato di sapere che la sua sorte non può essere legata alla clamorosa ed assoluta inconsistenza degli indizi a suo carico, bensì alla dimostrazione e alla verifica degli indizi, ben più consistenti, a carico di Occorsio.

La bizzarra situazione dipendeva dal fatto che tutti coloro che, come Falco, conoscevano gli atti dell’istruttoria, erano giunti alla stessa conclusione; con le bombe, né Valpreda né il 22 Marzo hanno nulla a che fare.

Non a caso solo “Lo Specchio“, il “Secolo d’Italia” e simili sostengono ancora, con poca convinzione, la colpevolezza di Valpreda. Non a caso il “Corriere della Sera” da mesi riporta notizie “asettiche” sul caso e non azzarda giudizi.

Allora dobbiamo subito spazzare via l’idea che in questo processo si stia giudicando Valpreda. Come gli attentati del dicembre ’69 facevano parte di un preciso disegno politico, così l’istruttoria che ne è seguita ed il processo che è in atto non sono che la continuazione dello stesso disegno. Questo processo deve essere inteso come parte integrante e conclusiva della strategia del terrorismo che nel ’69 è servita per fermare le lotte dell’autunno.

L’istruttoria di Occorsio

L’asse centrale del processo è l’istruttoria di Occorsio, costruita pezzo per pezzo per essere funzionale alla trama politica da cui è scaturita.

Ad Occorsio, coinvolto fino all’inverosimile nella vicenda della strage, lo stato ha affidato la gestione giuridica dell’accusa a Valpreda; a Falco, l’uomo del momento, sacerdote della forma e della regolarità della legge, il compito di circoscrivere gli attacchi della difesa affinché non entrino nel terreno pericoloso delle “Istituzioni” e dei contenuti politici.

Costretto a scoprire le carte Occorsio ha rivelato la sua singolare povertà di spirito ricorrendo alle più squallide e scontate delle ipotesi:

a) “Merlino è un elemento provocatore che si è inserito nel gruppo allo scopo di istigare gli aderenti al 22 Marzo a compiere gli attentati”.

b) “Questa corte è chiamata a giudicare questi imputati non perché si qualificano anarchici ma soltanto per quello che noi addebitiamo a loro di aver fatto. Noi non crediamo affatto che questi imputati possano confondersi con il movimento anarchico tradizionale… non lo abbiamo mai detto e non lo diremo mai”.

C’è tutto, gli opposti estremisti, gli anarco-fascisti, la salvezza del movimento anarchico “tradizionale” (?), ecc.

Con questa miserabile ipotesi Occorsio ha cercato, come sempre ha fatto di isolare Valpreda dagli anarchici, dalla politica, da tutto. Ma cosa crede Occorsio, di essere lui a sindacare se Valpreda è o non è anarchico? Crede che gli anarchici siano proprio disposti a buttare a mare Valpreda come i suoi “superiori” forse faranno con lui ora che ha dimostrato di non essere stato tecnicamente capace di mantenere il processo entro i binari che erano stati pazientemente preparati da altri? Valpreda non “si confonde” con il movimento anarchico. Valpreda è anarchico da almeno 10 anni. Sappiamo già a cosa Occorsio si attaccherà per dimostrare che Valpreda non è anarchico, ma sapremo rispondergli al momento opportuno.

Falco non è meglio di Occorsio. Falco è una muraglia contro la verità e lo ha dimostrato rifiutando in blocco il dossier che accusa i fascisti e contiene elementi importantissimi sulla strage, che la Magistratura di Milano ha inviato alla Corte d’Assise di Roma perché fosse allegato agli atti del processo. Dal canto suo Occorsio ha detto che se quei documenti venissero accolti, lui non li leggerebbe! C’è materiale più che sufficiente per una incriminazione per sottrazione di indizi e inadempienza professionale.

È in questa logica che il processo si era iniziato ed era solo in questa logica che, nell’aula Magna di Piazzale Clodio, tutta forma e tradizione, moquette ed ermellini, si tentava di dar credito al mito miserabile di una giustizia che ha sulla coscienza la violenza brutale del carcere, i quaranta giorni di isolamento, gli interrogatori bestiali di Valpreda, le minacce ed i ricatti ai testi “scomodi”, i falsi ed i morti dell’istruttoria, la repressione anti-operaia del ’69, l’anno delle bombe, e di oggi.

La “giustizia” ed i suoi uomini…, si arrogano il diritto di giudicare i loro stessi misfatti. Questa giustizia ha già comminato ad anarchici innocenti oltre venti anni di carcere preventivo, dal ’69 ad oggi, per proteggere i veri responsabili del terrorismo e per sfamare l'”ingorda borghesia” con anarchici “colpevoli”. Noi diciamo che questa giustizia non ha credito, né tanto meno diritti.

I mandanti…

CIA? Colonnelli greci? Fascisti nostrani? Può darsi, ma non sono i veri mandanti; sono consulenti e specialisti.

I social-fascisti del PSDI, i moderati, i benpensanti, gli schiavi dell’ordine stabilito sono i mandanti di Occorsio, di Cudillo, di Amati e della strage.

Se da una parte dobbiamo smascherare gli individui che a livello “professionale” organizzano il crimine politico, dall’altra non dobbiamo dimenticare l’incredibile numero di elettori, sostenitori, collaboratori, borghesi, grandi borghesi, piccoli borghesi, Dio, Patria e Famiglia, e chi più ne ha più ne metta, che a questa gente affida al mantenimento dei loro interessi di piccoli e grandi privilegiati che si nascondono dietro una “onesta vita” di padroni, timorati del sistema.

Costoro saranno sempre pronti, quando le cose si mettessero male, a considerare Occorsio e compari come una spiacevole eccezione, la strage come risultato di una disfunzione politica, Pinelli come la vittima di un increscioso incidente imputabile al massimo a qualche poliziotto.

La difesa

Quando il processo di Roma ebbe inizio, non si pose il problema se il processo dovesse essere “tecnico” o “politico” anche se era evidente che il modo di procedere dei difensori era legato al loro giudizio politico complessivo.

In realtà si è sempre trattato di scegliere se accettare o rifiutare i presupposti stessi del processo, se stare o non stare al “gioco” della giustizia. Se considerare l’istruttoria e le sue conclusioni come un errore giudiziario che, in quanto tale, non intacca la fiducia nella giustizia e nel suo funzionamento, o rifiutare ogni credibilità a questa giustizia affrontando il processo come un processo politico dove la posta in gioco non è solo l’assoluzione dei compagni e dove l’assoluzione dei compagni coincide con la condanna dei magistrati inquirenti ed è inscindibile da questa, perché Occorsio, Amati, Cudillo, i loro simili e le stragi, non sono eccezioni, disfunzioni ed incidenti in uno “stato di diritto”, ma sono “lo stato di diritto”, ne fanno parte integrante e continuativa, sono la struttura portante che, sotto la maschera delle pretese “garanzie costituzionali”, regge il privilegio, la disuguaglianza e lo sfruttamento.

Ed è chiaro che noi siamo soltanto su questa linea, quella che in aula è stata portata avanti dagli avvocati Spazzali, Piscopo, La Torre, Di Giovanni, Ventre.

Non possiamo invece condividere il continuo atteggiamento “legalitario” di fiducia che sembrano nutrire altri difensori come Lombardi e Sotgiu (avvocati di Valpreda) ed in generale gli avvocati così detti “parlamentari” nei confronti dell’imparzialità della legge e della giustizia.

Non possiamo condividere questa cieca fiducia che a un altro difensore “parlamentare”, Calvi, fece dire che la sentenza di Occorsio era una “sentenza onesta”, e se non bastassero i nostri motivi politici di fondo, ad essi viene oggi ad aggiungersi la deliberazione della corte di Assise di Roma che ha deciso il trasferimento del dibattimento alle Assise di Milano. Con tale deliberazione i giudici della corte di Assise di Roma, hanno smascherato, per superiori motivi politici e quindi soltanto in parte, la trama pazientemente preparata dalla stessa magistratura così come dalla grossa stampa fascista e borghese, dalla polizia così come dalla classe politica.

Il mattone rovente

Dopo nove ore di seduta in camera di consiglio per deliberare sulle eccezioni avanzate dalla difesa, la corte di Assise di Roma si è tolta di mano il mattone troppo scottante che Cudillo e Occorsio avevano preparato, e lo ha passato alla corte di Assise di Milano.

Tale decisione che a prima vista può esser interpretata solo come una vittoria della difesa dei compagni arrestati, sancisce in verità la sconfitta di Occorsio e la dipendenza della magistratura dal potere politico. Infatti, dopo lo scardinamento di tutta la fase istruttoria effettuato dalla difesa “politica”, istruttoria rappresentata in aula da Vittorio Occorsio, ci si attendeva ben altro dalla corte, ci si attendeva cioè che tutta l’istruttoria venisse dichiarata non valida e che alla ricusazione formale di Occorsio facesse seguito la ricusazione di tutta la montatura dell’accusa che, firmata da Vittorio Occorsio, ha portato i compagni anarchici sul banco degli imputati.

Ma purtroppo, nove ore prima che “l’imparziale” Orlando Falco facesse conoscere la sentenza della corte, negli ambienti del Viminale si conosceva già quale sarebbe stata la sentenza che tale corte avrebbe emesso, ed è allora nell’ambiente nel quale tale voce circolava con nove ore di anticipo, che ancora una volta va ricercata ed inquadrata la tanto sbandierata apoliticità di certa magistratura italiana.

Al Viminale, crollato miserabilmente il mito Occorsio sotto gli attacchi della difesa “politica”, non restava che sbarazzarsi della vicinanza di un procedimento che dava fastidio al carrozzone elettorale che sta per mettersi in moto. Non si poteva permettere che i comizi politici venissero turbati dalle accuse anarchiche, da questi anarchici che oltre a non mettere le bombe, accusano addirittura lo stato di essere il mandante e l’esecutore della strage di piazza Fontana. L’unica via di uscita che si presentava era buttare a mare un uomo che dopo aver pazientemente costruita un’accusa servendosi soltanto di falsi, aveva chiaramente dimostrato, sin dalle prime battute del processo, di non essere tecnicamente capace di sostenere tale accusa il giorno che si trovò di fronte non più delle donne, ma un’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Ufficializzate con la sua delibera le voci che circolavano con nove ore di anticipo all’interno del Viminale, la corte di Assise di Roma aveva adempiuto al proprio compito.

Il Viminale non poteva permettere, e la corte di Assise di Roma non poteva ufficializzare che, a due mesi dalle elezioni gli anarchici venissero dichiarati implicitamente innocenti e lo stato colpevole di falso continuato messo in atto per coprire i reali responsabili della strage di piazza Fontana, perché è a questo risultato politico che avrebbe condotto la ricusazione di tutta l’istruttoria sulla strage.

Al Viminale si è scelta la strada che può permettere, in qualche modo, di portare a termine senza eccessivi batticuori la presente campagna elettorale.

Ai compagni accusati si è lasciato il diritto di godere dei vantaggi che le patrie galere offrono ai loro ospiti. Restano invece a piede libero Amati, Occorsio, Cudillo, Calabresi, Guida, Restivo, Saragat.

 di E. M.

***

 Processo popolare

I riformisti considerano il “caso Valpreda” un caso individuale, o tuttalpiù un caso della sinistra rivoluzionaria, spina fastidiosa nel fianco della sinistra parlamentare. Nulla pertanto essi faranno per rovesciare sulla borghesia la responsabilità della strage di Stato.

Per la sinistra rivoluzionaria, invece, il caso Valpreda è il caso della classe operaia e del movimento popolare, perché è anche attraverso di esso che la borghesia si è proposta di bloccare la ribellione degli sfruttati.

Spetta pertanto alle forze rivoluzionarie promuovere una forte mobilitazione per mettere sotto accusa lo stato e le sue istituzioni, la classe degli oppressori e i loro servi e per portare sul banco degli imputati dinnanzi alla classe operaia, al movimento popolare, i veri e unici responsabili della strage e del clima di terrore che l’ha preceduta e seguita.

Per questo si sta organizzando un processo popolare che costituisca un primo passo verso l’acquisizione del diritto al giudizio da parte dei proletari.

Il raggiungimento dell’autonomia proletaria passa anche attraverso l’autonomia del giudizio, premessa indispensabile per l’acquisizione della coscienza rivoluzionaria.

Gli obiettivi fondamentali del processo popolare sono:

a) difendere Valpreda trasformando il “caso” individuale o di gruppo nel “caso politico” della classe operaia;

b) dimostrare che Valpreda è innocente e che la borghesia italiana porta la responsabilità politica della strage di Stato;

c) stabilire il grado delle responsabilità complessive più che determinare con esattezza gli esecutori materiali della strage;

d) denunciare la pesante responsabilità dei vertici della sinistra ufficiale che ha chiuso gli occhi davanti al “caso” e lo ha barattato come ha barattato lo spirito di rivolta della classe operaia con un disegno di potere in alleanza con la grande borghesia italiana;

e) chiarire sino in fondo che a Roma non si decide solo la sorte di Pietro Valpreda. Con la sua condanna la classe dominante si propone di porre un suggello alla gestione politica che essa ha fatto della strage e intensificare la stretta repressiva contro il movimento popolare;

f) denunciare il legame esistente con le altre provocazioni che le classi dominanti hanno sviluppato a livello internazionale.

DUNQUE, IL PROCESSO POPOLARE NON SARÀ UN PROCESSO ALTERNATIVO A QUELLO FORMALE: ESSO SARÀ TUTTO QUELLO CHE IL PROCESSO FORMALE NON POTRÀ ESSERE.

Del tribunale popolare faranno parte due giurie: una, internazionale, formata da persone note per il loro impegno di rivoluzionari e militanti democratici, l’altra, popolare, della quale faranno parte operai, abitanti di quartieri, ecc.

Esse avranno a disposizione gli atti del processo “formale” Valpreda e dei processi ad esso connessi (25 aprile, fascisti di Treviso, M.A.R., processo Pinelli, ecc.) per unificare in un quadro omogeneo tutti quei procedimenti che la magistratura ha tentato, non a caso, di dividere.

In più il processo popolare avrà a disposizione il materiale che i gruppi di contro-informazione hanno raccolto in questi anni.

In stretto collegamento con il processo formale, il processo popolare si articolerà in numerose udienze, tenute in diverse città e in luoghi adatti ad accogliere la più larga partecipazione popolare.

Ogni militante che partecipa al processo popolare è parte attiva, e in causa, in quanto il quadro politico che emerge dal processo offrirà gli elementi per collocare la sua esperienza specifica di fabbrica, di scuola, di quartiere nella generale azione repressiva che lo stato ha scatenato, con la strage, contro i proletari.

Di conseguenza, affinché questa iniziativa si realizzi in forma incisiva sulla realtà, è necessario un impegno militante di tutti i compagni rivoluzionari di partecipazione e di intervento nel processo popolare.

 La strage di stato: uno scandalo internazionale

a cura della Redazione

I fumetti del noto cartoonist Wolinski che riproduciamo in questa pagina sono tratti da “Charlie Hebdo“, supplemento settimanale di “HARA-KIRI”, con una tiratura di centomila copie. La “strage di stato” è dunque oggetto di satira politica anche all’estero. Lo scandalo ha passato le frontiere. La stampa internazionale, in effetti, ha dato molto spazio alle prime (ed ultime) battute del processo Valpreda, attribuendogli un’importanza che supera ampiamente quella generalmente attribuita alle vicende locali.

Dunque, benchè le porcherie poliziesco-giudiziarie non siano certamente una specialità esclusiva italiana, tutta la faccenda delle bombe del ’69, dell’istruttoria di Occorsio, dell’assassinio di Pinelli, della strage dei testimoni, ecc., è di tale brutalità, grossolanità, stupidità da suscitare l’indignazione a livello internazionale.

Indignazione e fumetti a parte, il movimento anarchico, per quanto è nelle sue possibilità, si sta dimostrando all’altezza del suo tradizionale internazionalismo, intensificando il suo impegno in vista della scadenza processuale.

In Svezia, accanto ai gruppi anarchici s’è mossa la S.A.C., il sindacato di tendenza libertaria, che ha inviato a tutti i lavoratori italiani il documento “La strage di stato voluta dai padroni“. Il 23 febbraio, per l’inizio del processo Valpreda, s’è svolta a Stoccolma una manifestazione che si è conclusa con un sit-in davanti all’ambasciata italiana.

In Francia le organizzazione anarchiche hanno promosso dibattiti e volantinaggi in tutti i principali centri. è stato doppiato il filmato Pinelli, che è già stato proiettato in decine di località.

In Inghilterra è stato stampato e diffuso in migliaia di copie un opuscolo sulle bombe del 12 dicembre. A Londra, alle due manifestazione sinora organizzate hanno partecipato migliaia di giovani.

In Germania, oltre a contro-informare l’opinione pubblica tedesca, si sta organizzando una campagna di controinformazione tra gli emigranti italiani.

Con la sospensione del processo lo scandalo continua…

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Noi accusiamo

3 settembre 2011
 Vincenzo Nardella, l’autore del libro “Noi accusiamo” (Ed. Jaca Book, novembre 1971), ha condotto una “contro-istruttoria” sulla strage di stato, leggendosi l’istruttoria di Occorsio, rilevandone le più grossolane inesattezze e contraddizioni e proponendo qualche sua interpretazione alternativa. Pur nei limiti di un lavoro fatto quasi completamente a tavolino e a parte talune inesattezze (che pare saranno eliminate nella seconda edizione), il libro di Nardella è di utile e “gustosa” lettura. I tre paragrafi che seguono sono ricavati da alcune pagine di “Noi accusiamo”.

Noi accusiamo     La bomba in transito

Nessuno ha mai capito perché sia l’istruttoria sulla strage che il processo a Valpreda e gli altri debbano avere come sede naturale Roma e non Milano, dal momento che il fatto più grave della catena di attentati e l’ultimo episodio (quello che secondo il codice definisce la “sede naturale”) sono avvenuti a Milano, cioè l’attentato alla banca dell’Agricoltura e quello, fallito, della Banca di piazza della Scala.

Il motivo vero, che non si deve dire, è che a Roma tutto è più facile da “gestire” essendo là la stanza dei bottoni e delle manovre. Il motivo giuridico è invece frutto di un’interessantissima e arguta trovata di Ernesto Cudillo. Come è noto la bomba di piazza della Scala fu rinvenuta tra le 18,30 e le 19 di venerdì 12 dicembre, e quindi costituisce inequivocabilmente “l’ultimo episodio” della catena. Cosa fa allora il diabolico Cudillo? Per avvalorare il trasferimento dell’inchiesta a Roma l’illustre magistrato afferma che esiste il sospetto che la bomba di piazza della Scala sia stata deposta non con l’intento di farla esplodere ma così, semplicemente deposta. Quindi, unica eccezione nelle cinque bombe del 12 dicembre, la bomba di piazza della Scala non è una bomba, ma solo esplosivo che passeggia per la città, senza la particolare autorizzazione. Non essendo una bomba ma semplice “esplosive in transito” non costituisce un episodio. E non fate i furbi, è proprio così.

L’artificiere sgradito

Il maresciallo di artiglieria Guido Bizzarri è l’uomo che da solo ha disinnescato 12.000 bombe al di sopra del quintale, e probabilmente il più abile artificiere nella zona di Milano.

Tutte le volte che, prima di piazza Fontana, un ordigno esplosivo era stato rinvenuto in città o negli immediati dintorni la polizia aveva provveduto ad inviare un automezzo per prelevare il maresciallo Bizzarri. Quando seppe del ritrovamento della bomba inesplosa alla Commerciale di Piazza della Scala, Bizzarri si mise a disposizione e attese. Quando, stanco di attendere si mise in viaggio con i propri mezzi, arrivò in piazza della Scala per constatare che il solito Teonesto Cerri l’aveva fatta scoppiare senza nemmeno tentare di disinnescarla. Con la bomba (ora “esplosivo in transito” vedi sopra) erano scoppiate prove, indizi ed impronte digitali.

Teonesto Cerri sostenne che la bomba era troppo pericolosa e non poteva essere disinnescata. Bizzarri dichiarerà: “farla saltare è stato un grosso sbaglio. Non si ha idea della potenza dell’esplosione e si fa saltare la bomba al centro della città. Aprirla per me sarebbe stato uno scherzo”. Teonesto Cerri, il perito del Tribunale di Milano specializzato in attentati anarchici, è dunque un incapace?

Benito Bianchi ha perso il treno che non c’è

Benito Bianchi entra nella scena dell’inchiesta, dichiarando di aver incontrato Valpreda a Roma il 14 dicembre, al bar Jovinelli dopo aver assistito alla partita Lazio-Inter. Quando il Bianchi arriva davanti al magistrato Ernesto Cudillo, ha fatto in tempo a sapere che la partita era stata giocata a fine novembre, e quindi egli descrive al magistrato le movimentate sequenze della partita Fiorentina-Roma, partita alla quale il Bianchi avrebbe assistito come spettatore pur essendo un patito tifoso non della Roma ma della Lazio. Il Bianchi non fa in tempo ad uscire dal palazzo di giustizia e viene a sapere che la compagnia teatrale presso la quale lavorava si sciolse alla fine di novembre.

Nuova trafelata corsa del teste Benito Bianchi davanti al magistrato inquirente Ernesto Cudillo. Ed il Bianchi, “riconfermando tutto come da precedente deposizione”, dichiara che andò a Firenze a vedersi la partita Fiorentina-Roma non perché era rimasto senza lavoro, ma perché si stava annoiando a Chioggia con la fidanzata, ed allora mandò la fidanzata a quel paese, prese il treno, si fermò a Firenze, si guardò la partita e finalmente arrivò a Roma.

Il particolare che non torna nella versione corretta di Benito Bianchi, è chi egli non ha assistito a nessuna partita Fiorentina-Roma. Il Bianchi infatti, nella sua deposizione riveduta e corretta, afferma di essere arrivato a Roma alle 20,30-20,45 e di essersi trovato allo Jovinelli verso le 21. E difatti dalla stazione termini al bar Jovinelli, la distanza a piedi è di circa 20 minuti. Ma verso le 20,30-20,45 del 14 dicembre 1969, non arrivò nessun treno da Firenze nella stazione di Roma Termini. L’unico treno che arrivò a Roma Termini in un’ora imprecisata racchiusa tra le 20,30 e le 21,30 e proveniente da Firenze, era il treno straordinario riservato ai tifosi della Roma al seguito della propria squadra, treno che il Bianchi non poteva prendere perché privo del biglietto speciale per tale treno. Il Bianchi infatti, non partì da Roma per raggiungere Firenze non si munì di un biglietto di andata e ritorno valido per il treno speciale che doveva trasportare i tifosi della Roma a Firenze. Il Bianchi partì da Venezia con un biglietto regolare e secondo la sua versione si fermò a Firenze e se voleva essere presente al bar Jovinelli per poter testimoniare contro Valpreda il percorso Firenze-Roma il 14 dicembre 1969 avrebbe dovuto compierlo in taxi.

 *****

Anarchici e questori: le radici storiche della provocazione poliziesca in Italia

anarchici e questori    “Primieramente fu tosto inteso dalli dipendenti che a venire od a crescere in estimazione presso i superiori o, soprattutto, ad ingraziarseli, era mestiere zelare di continuo la delazione politica, tracciare sospetti, discoprire trame e macchinazioni… Di lì ad inventarle di sana pianta non fu gran passo e non guastò che anzi il festiere si fe’ profittevole”.

(L. Zini, Dei criteri e dei metodi di governo nel regno d’Italia, Bologna, Zanichelli, 1876, p.69).

“… Organizzare attentati, provocarli oltreché attribuirli agli “elementi sovversivi” e specialmente agli anarchici, fa parte di una triste, antica tradizione.

Sono espedienti che, come tali, appartengono alla cronaca, non alla storia. Il falso, spesso perfetto sul piano della cronaca e su quello giudiziario, difficilmente passa alla storia. A distanza di anni, non di rado, la montatura cade e mostra tutta la turpitudine dell’abuso cinico del potere, tutto l’orrore della calunnia e dell’ingiustizia subita dai calunniati. Una metodologia sempre usata perché sempre fruttuosa, struttura portante di un certo tipo di politica nazionale preservatasi intatta attraverso periodi storici per altri versi tra loro assai differenti. 1870-1970: da questo punto di vista ben poco è cambiato: quel tipo di provocazione reazionaria giunge fino a noi attraverso schemi resi ormai consueti, anche se un po’ meno efficaci, dalle periodiche sperimentazioni…”

(A. Coletti, Anarchici e questori, Marsilio Ed.).

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Fra un mese il processo A più di due anni dalla strage di stato a cura di E. M.

3 settembre 2011

A rivista anarchica n10 febbraio 1972   Valpreda in clinica

  L’11 gennaio 1972 il presidente della corte d’assise Rolando Falco dopo aver esaminato la relazione inviatagli dall’ispettore sanitario di Regina Coeli Giovanni Armaleo, ha disposto il  trasferimento di Pietro Valpreda nella clinica medica dell’Università di Roma.

 Stupisce tanta premura, la realtà è che la decisione è tardiva e strumentale. Quando fu arrestato, Valpreda fu descritto come un relitto umano a tal punto corroso dal morbo di Burger, da  essere costretto a prendere il taxi per  un percorso di 135 metri. Fu descritto come un uomo disperato, dilaniato dal male, privo delle dita dei piedi (da una a cinque, secondo le versioni).  Così insiste Cudillo nella S.I., per giustificare la incredibile storia del taxi di  Rolandi. Inspiegabilmente però, quando Valpreda a Regina Coeli comincia a soffrire di reali disturbi e chiede di  essere ricoverato e curato, gli si risponde che non ve ne è bisogno, che sta benissimo in cella. A nulla valgono le richieste della difesa, documentate da relazioni cliniche che non lasciano  dubbi sull’aggravarsi continuo delle sue condizioni. Secondo i medici di Regina Coeli il “relitto umano” è in piena salute, e solo dopo 16 mesi nell’aprile del ’71, viene trasferito nella fetida e  sotterranea infermeria del carcere, dove le sue condizioni non accennano a migliorare e le “cure” sono del tutto inadeguate. Il morbo di Burger è una malattia a decorso progressivo,  quando Valpreda entrò in carcere il “morbo” era in forma latente e non comportava nessuna limitazione fisica, dopo 2 anni di “cure” in carcere, la malattia si è fatta molto grave, tanto da  rappresentare un pericolo mortale. Questa è la verità che i rapporti clinici documentano, ed è esattamente il contrario di quanto si cerca di far credere. Volevano un relitto umano  colpevole di strage, hanno preso un innocente in buona salute e lo hanno ridotto in due anni di “trattamento” psico fisico. È una storia che evoca sinistri ricordi degli interrogatori e dei  processi della Russia di Stalin.

L’aula inagibile

Ora siamo vicini al 23 febbraio, e il giudice Falco non vuole lasciarsi sfuggire il più bel processo della sua carriera, quello dove dimostrerà ai “sovversivi” di tutti i colori e alla Nazione affamata di ordine che i sacerdoti in ermellino comandano ancora in Italia. Il processo si svolgerà (forse) nell’aula Magna del palazzo di Giustizia in piazzale Clodio cioè nell’aula che per la sua ristrettezza era stata scartata per prima. L’aula è stata definita, da chi l’ha vista, un bunker (sbarre alle finestre e porte murate), pericolosa per l’incolumità pubblica e contraria a tutte le regole vigenti per i pubblici locali. L’aula è una vera trappola, al minimo incidente si trasformerà in un serraglio, è un’aula che sembra fabbricata apposta per la provocazione. Il sistema si premunisce in anticipo. Al processo, in queste precarie condizioni, parteciperanno i giudici, gli imputati, parte degli avvocati della difesa (se vengono tutti non ci stanno), 18 giornalisti (anziché i 150 prevedibili) che si scriveranno reciprocamente sulla schiena in quanto hanno a disposizione 18 sedie e nemmeno un tavolo. Il pubblico (la costituzione stabilisce che ai processi partecipa il popolo) sarà composto da 50 poliziotti in borghese (di più non ci staranno) e i compagni staranno fuori, probabilmente fuori dal quartiere dove è situato il palazzo di Giustizia, che sarà trasformato in un accampamento di poliziotti e relativi mezzi gommati e cingolati sul tipo del “castro romano”. In queste condizioni la Giustizia si accinge ad eseguire il suo mandato. A meno che alla prima udienza l’aula non venga considerata inagibile (ed in effetti lo è) e tutto venga rimandato nella speranzosa attesa che la “terapia di Corelli” a cui Valpreda sarà sottoposto non funzioni. Rimandare non è una buona politica e sappiamo che i nodi verranno al pettine, ma quello che ci preoccupa sono le condizioni di Valpreda. Un uomo non può resistere chiuso in una cella, con il terrore dell’ergastolo con lo stillicidio dei rinvii, nella confusione politica dove l’omertà, le menzogne, la strumentalizzazione e il baratto trova tutti disponibili e compromessi, dove il sospetto e la provocazione serpeggia anche nelle espressioni della solidarietà più sincera filtrate attraverso la censura del carcere. Chi vuole che Valpreda e i suoi compagni siano degli eroi deve stare molto attento. Sacco e Vanzetti, fuori dalle mura della prigione sentivano l’appoggio e la solidarietà reale di milioni di persone, di tutta la sinistra politica e di un movimento realmente di massa. Valpreda, Gargamelli e Borghese, contano su pochi compagni e la sinistra ufficiale li ha già venduti.

Facciamo pure il processo sotterrati in un bunker. Se la pressione dell’opinione pubblica, del popolo e degli sfruttati ci sarà, quello non basterà a salvarli, se non ci sarà, sarà stata una precauzione inutile.

Di Cola sfida Occorsio

Il compagno Enrico Di Cola, rifugiatosi in Svezia dove ha chiesto l’asilo politico, ha indirizzato una particolareggiata lettera-denuncia, in data 10 gennaio c.a., all’ambasciata italiana di Stoccolma. Copia di tale lettera è stata anche inviata al consolato italiano di Stoccolma e alle procure di Roma e di Milano.

In tale lettera, il compagno Di Cola dopo aver ricordato che i carabinieri di Roma il 12-13 dicembre 1969 già erano a conoscenza dell’accusa che poi sarebbe stata elevata a carico di Pietro Valpreda (cfr. “A 9” “Parla l’ultimo latitante“), ricordato inoltre che il commissario di P.S. Umberto Improta si vantò che i poliziotti italiani in certe situazioni possono avere il grilletto facile, sfida la magistratura italiana a chiedere la sua estradizione. Infatti, perché l’estradizione possa venir concessa, la magistratura italiana si vedrebbe costretta a far giungere alla magistratura svedese competente gli atti del processo istruttorio per la strage di stato.

Il compagno Di Cola nella sua lettera-denuncia fa rilevare che purtroppo la magistratura italiana si trova nella disgraziata situazione di non poter richiedere la sua estradizione. La magistratura italiana non può permettersi il lusso di far conoscere alle magistrature di altri paesi i falsi che sono alla base dell’accusa elevata contro gli anarchici.

La lettera-denuncia del compagno di Cola è stata integralmente pubblicata nel nr.2 del settimanale anarchico “Umanità Nova”.

Compagni svedesi hanno provveduto a tradurre integralmente in svedese tale lettera che è stata poi inviata a tutti i quotidiani periodici svedesi politicamente impegnati.

Il compagno Di Cola si è poi recato personalmente al palazzo del governo di Stoccolma, per consegnare tale lettera al primo ministro svedese Olof Palme.

Dov’è Udo Lemke

Udo Lemke sembra essere scomparso. Il suo avvocato ha dichiarato di avere avuto solo rapporti scritti con lui e che un anno fa, essendo la sentenza diventata definitiva, ha troncato anche questi. Arrestato a Roma nel marzo 1970 sembra sia stato rinchiuso nelle Carceri giudiziarie di Perugia dove però attualmente non risulta detenuto.

La stessa ambasciata tedesca, interpellata, non ha saputo o voluto fornire spiegazioni. Nel marzo prossimo dovrebbe essere scarcerato avendo ottenuto un anno di condono.

Udo Lemke comparve sulla scena della strage di stato, il 12 dicembre 1969 presentandosi volontariamente come teste alla legione dei carabinieri di Roma. Lemke aveva riconosciuto in un fascista uno degli attentatori al monumento al milite ignoto. La sua deposizione viene rapidamente archiviata dai carabinieri inquirenti, ma in compenso si provvede, in maniera veramente romanzesca a rinchiudere il Lemke in una sicura prigione di stato. Il 12 gennaio l’autista romano Walter Palazzi si presenta al commissariato di Castro Pretorio affermando che un capellone da lui intravisto in un bar di piazza Navona, deve essere arrestato per furto. Secondo le dichiarazioni di Walter Palazzi, il capellone in questione si chiama Udo Lemke e commercia in stupefacenti. Il Walter Palazzi è anche a conoscenza dell’albergo nel quale il Lemke alloggia, e di quante persone dormano nella stessa stanza del Lemke. Il Lemke viene arrestato il giorno dopo, durante la perquisizione effettuata nella stanza abitata dal Lemke. Durante la perquisizione difatti, vengono rinvenuti, a detta dei poliziotti, dieci chilogrammi di hashish. Nel processo che ne segue il Lemke viene assolto dall’accusa originaria di furto, e condannato a tre anni per possesso di materiale stupefacente. Di notevole, oltre al fatto che non venne mai dimostrato come il Lemke potesse entrare in possesso di merce del valore di dieci milioni di lire, il valore dei dieci chili di hashish, va notato che il pubblico ministero al processo Lemke si chiamava Vittorio Occorsio, e che agli atti del processo non è mai stata depositata una perizia che dichiarasse che quello che i poliziotti romani qualificarono per hashish, fosse veramente hashish e non cenere cristallina di nessun valore. In ogni caso, la persona che sul caso Lemke ne doveva sapere in anticipo tanto quanto il volenteroso Walter Palazzi, è un certo Wolfang, l’unico che ebbe la possibilità di introdurre nella stanza del Lemke il famoso pacco di hashish. Il Wolfang, alla presenza dei poliziotti che lo avevano fermato, scomparve senza che nessuno cercasse di fermarlo.

Epidemia di giudici popolari

Francesco Paparozzi, 56 anni funzionario e attivista di un sindacato apolitico (?) è fino ad ora, l’unico che ha accettato la nomina a giudice popolare per il processo Valpreda sebbene ciò lo lasci “un po’ disorientato”.

Luigi Albano, 41 anni, tarantino, si dichiara affetto da “una grave forma di esaurimento nervoso”, mentre Renzo Parma, “terrorizzato da questo scherzo della sorte”, si è tappato in casa, tattica seguita anche da Carlo Mauro, 48 anni di Pomezia. Quanto agli altri, quelli che non stanno preparando certificati medici e scuse varie, si sono praticamente resi latitanti e facendo orecchie da mercante evitano perfino di rispondere in qualche modo alla chiamata (obbligatoria).

Il popolo ha il naso fino, i prescelti giudici popolari probabilmente non hanno letto “La Strage di Stato” e non sanno chi è Delle Chiaie, ma la puzza di marcio si sente da lontano…

A questo punto sarà necessario cercare altri giudici, ma la cosa si presenta complessa: chi non si occupa di politica, preferisce darsi ammalato; tra chi se ne occupa, gli anarchici e quelli di sinistra difficilmente entrano negli elenchi dei cittadini tra i 30 e i 65 anni di provata onestà e integrità morale, con diploma di scuola media e senza precedenti penali, restano gli altri… Ma di che si preoccupano? Non è forse la Giustizia libera e imparziale?

10 marzo 1972 L’istruttoria rapita. Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Controprocesso Valpreda

L’istruttoria rapita

Come annunciato ai lettori sul numero dello scorso settimana, «ABC» inizia il suo «contro processo» parallelamente a quello ufficiale che si sta celebrando in Corte di Assise a Roma. A questa prima tavola rotonda abbiamo invitato, assieme ad alcuni esponenti di «magistratura democratica», i registi Elio Petri e Giuliano Montaldo: sono gli autori di film come «Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «Sacco e Vanzetti». Il primo ha mostrato con terribile efficacia il funzionamento dell’apparato poliziesco-giudiziario nel nostro Paese, il secondo ha rievocato la tremenda vicenda di due anarchici italiani stritolati dalla struttura di potere in America negli anni venti. Questi due «piani» si incrociano sulla figura del protagonista del processo: l’anarchico Pietro Valpreda. L’imputato non soltanto ha sempre professato la propria estraneità ai fatti ma ha già dimostrato nel corso del dibattimento di non voler essere una vittima rassegnata. In prima udienza ha gridato rivolto al Pubblico Ministero: «Boia! Assassino!».

PARTECIPANTI

ELIO PETRI regista cinematografico («Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto» e «La classe operaia va in paradiso»)

GIULIANO MONTALDO regista cinematografico («Sacco e Vanzetti» e «Gott mit uns»)

LUIGI SARACENI magistrato ( Magistratura democratica )

GABRIELE CERMINARA magistrato ( Magistratura democratica )

MARIO BARONE magistrato ( Magistratura democratica )

ANGIOLO BANDINELLI segretario nazionale del partito radicale

LAURA LILLI giornalista

VIOLA ANGELINI professoressa di lettere

BRUNELLA CHILLOTTI segretaria nazionale del movimento laico

MAURO MERLI del movimento laico

CARLO MARCHESE del movimento laico

MASSIMO TEODORI giornalista

Dalla redazione romana

«ABC» – Chiediamo a Elio Petri di fare una piccola introduzione, tanto per dare un quadro della situazione generale in cui è venuto a trovarsi l’inizio di questo processo.

PETRI – Comincio volentieri, ma non fatemi sentire il «presidente»: noi siamo qui per riflettere e non per giudicare… Vorrei parlare prima di tutto delle sfumature che in genere sfuggono al lettore, sfumature che nella maggior parte dei casi, anzi quasi sempre, sono della massima importanza. Per esempio chi ha seguito le prime udienze del processo Valpreda dovrebbe essersi reso conto che il processo è stato fissato in concomitanza col viaggio di Nixon in Cina, col festival di Sanremo. Anche il processo di Clementi, l’attore accusato di detenzione di droga, è stato fatto in questi giorni. Bisogna dire che queste cose non sono casuali, ma studiate e volute e poi messe in atto.

 Bisogna Sparare

BARONE – In questa sede, possiamo fare due cose: o una grossa analisi politica di tutto il fatto, oppure una specie di «tallonamento» al processo vero e proprio.

BANDINELLI – E’ impossibile scindere le due cose: automaticamente, parlando di una, si parla dell’altra.

MONTALDO – Le cose verranno fuori parlando. Tanto per continuare il discorso di Petri sul festival, non dimentichiamo il colpo di scena sul golpe di Borghese, né il caso Calzolari letteralmente sottratto a Vittozzi. Sono cose legate a Valpreda, ma alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sfuggono. Proprio l’altro giorno, un tassista romano al quale avevo chiesto chi era secondo lui Valpreda, mi ha detto: «A quell’assassino bisogna sparare». Allora ho cominciato a spiegare alcuni fatti, per esempio l’affascinante ipotesi del sosia: si è fermato e ha cominciato a fare domande, voleva sapere tutto.

SARACENI – Con un discorso molto semplice si possono spiegare tutte queste cose. La gente si chiede perché si fa tanto clamore, se portare o no il processo a Milano. Secondo me questo ha poca importanza, in questo momento. Sicuramente però si può affermare questo: l’istruttoria è stata fatta da un giudice incompetente. Il che non significa necessariamente che la Corte di Assise di Roma sia per forza incompetente. Ma una cosa è certa: il processo si è voluto fare a Roma e lo si è fatto a costo delle più clamorose e nelle stesso tempo elementari violazioni di legge. Cominciamo da capo. Fin dal 18 dicembre Occorsio contesta agli imputati anche la bomba della Comit, sicuramente collocata dopo le altre bombe, come fatto di strage. Formulando in questo modo l’imputazione, è Occorsio stesso a dire con molta chiarezza e senza ombra di dubbio che lui è incompetente, però il processo lo vuole fare lo stesso.

ANGELINI Però hanno rimediato dicendo che la bomba alla Comit di Milano non la consideravano più strage ma trasporto di materiale esplosivo.

SARACENI – Arriviamoci cronologicamente. Nel marzo il processo passa da Occorsio nelle mani del giudice istruttore Cudillo. Anche lui, il 17, fa il suo bravo, mandato di cattura e ribadisce ancora i famosi punti che erano stati messi in evidenza da Occorsio. Anche Cudillo in pratica dice: «Non sono competente, ma procedo io».

LILLI – Sempre definendo strage la bomba della Comit.

SARACENI – Sì, e come se non bastasse, la stessa cosa si ripete in luglio, con la stessa cronologia, salvo un errore materiale nel mandato di cattura che o è un lapsus oppure indurrebbe a ben altre valutazioni. Infatti, pur essendo pacifico negli atti che la bomba a Roma è stata collocata alle 16,15, nel mandato di cattura si indica come ora di collocamento le 16,35. Ma proprio in quei giorni Cudillo è investito dalla questione della competenza dai difensori dei parenti di Valpreda, che gli fanno un’eccezione. Cudillo risponde sibillinamente «… ricorrono pertanto tutti i presupposti di fatto e di diritto perché la competenza sia del tribunale di Roma», senza però specificare quali sono questi presupposti.

MERLI – Dopo l’eccezione della difesa, cambia qualcosa?

SARACENI – Niente, ma si corre ai ripari. Acquisite tutte le prove, al momento di emettere la sentenza, Occorsio e Cudillo capiscono che non possono insistere, e allora stranamente si inteneriscono nei confronti degli imputati. Per normalizzare la situazione quindi, Occorsio e Cudillo trasformano l’accusa di reato di strage a trasporto di materiale esplosivo. Così, secondo gli orari, eliminata la bomba della Comit, rimane quella della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, e quindi la competenza è a Roma.

Perché Roma

CHILLOTTI – Ma Falco potrebbe mandare il processo a Milano?

CERMINARA – Secondo me, se lo manda a Milano glielo rimandano indietro. A meno che non lo mandi in Cassazione per il cosiddetto conflitto di competenza. Oppure potrebbe ricordarsi della bomba della Comit e decidere che l’istruttoria è nulla, ma anche qui le cose sono complicate.

MARCHESE – Quindi l’obiettivo era spostare il processo a Roma.

SARACENI – Ecco che saltano fuori i motivi politici. Se con l’intervento dell’avocato Spazzali la corte dichiarasse nulla l’istruttoria, questo significherebbe scarcerare gli imputati..

MONTALDO – Ma a questo non arriveranno mai, è un’ipotesi politica folle.

SARACENI – Ricordiamo ancora certi fatti. Isoliamo per un momento le bombe e parliamo solo di quelle a piazza Fontana. L’istruttoria resta formalmente a Milano fino al 22 dicembre, data in cui il procuratore della Repubblica di Milano, De Peppo, trasmette a Roma gli atti con una lettera: «… come da precedenti accordi telefonici con codesto ufficio, si trasmettono gli atti…» ecc.

«ABC» – Lo stesso De Peppo che il giorno dopo il «suicidio» di Pinelli appare in televisione per dire che la polizia ha agito sempre nel rispetto della legalità e che nel caso di Pinelli non c’era stato il tempo per trasmettere l’avviso di fermo, coprendo quindi le illegalità della polizia.

SARACENI – …Dicevamo che gli atti restano a Milano, nelle mani di Paolillo, fino al 22 dicembre. Ma il famoso confronto Valpreda-Rolandi si fa a Roma il 16 dicembre, quando Occorsio non è ancora formalmente investito.

Cinque punti

TEODORI – Paolillo è stato letteralmente, clamorosamente defenestrato, perché aveva rifiutato la perquisizione in casa Feltrinelli, perché aveva ripetutamente scarcerato Claps e perché aveva rifiutato di sottoporre a intercettazione il telefono dell’avvocato Boneschi.

«ABC» – Se Claps non trovava Paolillo, adesso sedeva vicino a Valpreda.

SARACENI – Certo. Per neutralizzare Paolillo, allora si prende Valpreda e si porta a Roma, a sua insaputa.

«ABC» – Il motivo, secondo noi, sta in questi cinque fatti: 1) a Treviso c’è il giudice istruttore Stiz contro Ventura-Freda; 2) a Milano c’è il giudice istruttore D’Ambrosio per Pinelli; 3) a Roma, al giudice Vittozzi viene «carpita» la pratica Calzolari, e viene denunciato (questo giudice aveva creduto opportuno riaprire la pratica dopo che era stata archiviata); 4) sempre a Roma c’è l’istruttoria a carico di Borghese, il principe nero, che è finita, guarda caso, con la scarcerazione di tutti per mancanza di indizi. Borghese arriverà quanto prima vittorioso; 5) Ancora a Roma si procede contro i giornalisti Barberi e Fini, autori del più recente volume su Valpreda. Quindi a Roma le piste fasciste sono chiuse, mentre a Milano e a Treviso sono ancora aperte

MONTALDO – Ecco perché il processo Valpreda non si poteva fare a Milano. Il potere politico non si poteva permettere il lusso di tenere un processo di questo tenore lontano e in mano a un Paolillo. Ci voleva Occorsio. Non dimentichiamo che dopo l’autunno caldo Occorsio fu il primo magistrato che fece arrestare un giornalista, Tolin, per un reato di opinione.

ANGELINI – Perché proprio Occorsio?

«ABC» – Perché Occorsio è l’unico magistrato che ha letto integralmente il rapporto sul SIFAR, senza gli omissis di Moro. E Occorsio, guarda caso, il 12 dicembre 1969, quando scoppiarono le bombe, era di turno a Roma. Sarà una coincidenza, ma è molto strano. Significa che, coincidenza o no, i fatti gravi che succedono in quel giorno sono suoi

Individui istintuali

PETRI – Abbiamo, credo, messo in evidenza perché il processo Valpreda è stato voluto qui. Adesso mi chiedo: ma perché se Valpreda è innocente (e lo è) gli avvocati vogliono spostare il processo e quindi far perdere tempo? Questa è la domanda che si pone l’uomo comune che vuole semplicemente la verità. Qui bisogna far capire che le cose sono due: 1) un grosso risultato sarebbe certamente l’annullamento della sentenza istruttoria e quindi la scarcerazione degli imputati; 2) il trasferimento a Milano del processo significherebbe invece rinviare tutto di un anno. Ma Valpreda è innocente, lo predichiamo da due anni e sarebbe una sconfitta politica ritardare il giudizio di 1 anno.

SARACENI – Sono d’accordo con Petri. L’eccezione sulla competenza territoriale non bisognava farla. Più giusto è stato invece attaccare, anche sotto il profilo della competenza, l’istruttoria. E Spazzali, uno degli avvocati della difesa, ha proprio fatto questo.

PETRI – Valpreda è un uomo semplice ed è logico che dica «Sono innocente, adesso che posso provarlo, non voglio perdere tempo». Io farei come lui.

BANDINELLI – Non a caso è stato scelto Valpreda per le bombe, e non a caso è stato scelto Occorsio per lui. Infine, non a caso hanno scelto Falco: per lui, Braibanti e Valpreda appartengono alla società «istintuale», sono formiche, sono da schiacciare, da condannare.

PETRI – Sì, Valpreda è un ballerino, e i ballerini chi sono? Deviati, anormali, drogati, a meno che non siano Vassiliev, anzi Don Lurio, cioè gente di «successo».

Rivoltelle fumanti

MONTALDO – Questa è anche la storia degli anarchici. Come si fa a non ricordare certe cose? Sono passati 50 anni, e adesso si dice finalmente che le bombe di Wall Street erano bombe fasciste. Sempre 50 anni ci sono voluti per riconoscere che Sacco e Vanzetti furono il pretesto per scatenare le razzie contro gli emigranti, contro i rossi. Come si fa a non ricordare l’incendio del Reichstag a Berlino, incendio nazista e attribuito a un comunista? E le bombe del cinema Diana a Milano? Curiosamente, abbiamo sempre dovuto aspettare 50 anni per addebitare alle destre quello che si attribuiva sempre agli anarchici. Ma chi sono gli anarchici? Sono quelli che hanno ucciso solo i tiranni, come teste esemplare e che, appunto per questo, si fanno trovare dalla polizia con la rivoltella fumante ancora in mano, con le mani nel sacco insomma. Questo è il panorama, oggi, del processo Valpreda. Non aspettiamo cinquant’anni per dimostrare che Valpreda e l’anarchia non c’entrano.

PETRI – Il giudice che crede di potersi porre di fronte a una vicenda del genere al di sopra delle parti in causa, che sono le classi sociali, in realtà soggiace alle tendenze e ai condizionamenti della «maggioranza silenziosa». Per la «maggioranza silenziosa» Braibanti, Clementi, e ora Valpreda sono il frutto dei disordini, delle lotte sindacali, delle rivendicazioni della classe operaia. Per loro, dove non c’è il padrone, c’è disordine, bombe… Valpreda. Ma il giudice, se vuole arrivare veramente alla verità, deve essere non al di sopra delle parti in causa, ma al di sopra di questo tipo di condizionamento. Anche quando deve giudicare il ladro di un chilo di arance.

 *****

I protagonisti in toga

Giuliano Spazzali

L’avvocato nativo di Trieste ma milanese di adozione che per primo ha scoperto le batterie sparando a zero sulla sentenza istruttoria del processo Valpreda è noto negli ambienti giudiziari del capoluogo lombardo per essere stato il difensore degli anarchici accusati ingiustamente degli attentati dinamitardi alla Fiera di Milano. Durante quel processo, Spazzali riuscì a demolire le affermazioni della principale teste d’accusa, la maestra Zublema, rivelando e provando come la stessa fosse una mitomane. Anche nel processo Capanna-Trimarchi l’avvocato Spazzali ha brillato per la sua vivace polemica e per la limpidezza con la quale ha criticato i sistemi giudiziari.

Oggi Spazzali torna alla ribalta difendendo Enrico Di Cola nel processo Valpreda: con un lungo intervento ha dimostrato alla Corte di Assise romana come questo processo è stato rapito al giudice naturale. Una sua polemica affermazione durante l’esposizione delle eccezioni procedurali è stata particolarmente significativa. «Se la causa fosse spostata a Milano mi dispiacerebbe molto non avere contro il dottor Occorsio perché questa è davvero la sua causa» ha affermato Spazzali. Questa dichiarazione ha fatto sobbalzare sulla sua poltrona il PM che ha chiesto al presidente di far verbalizzare le parole del suo contraddittore.

 *****

Udo Lemke estradato

Noi avevamo per prima volta dato la notizia che Udo Lemke era scomparso («ABC» numero 8 del 25 febbraio). Il giovane tedesco hippy aveva raccontato ai carabinieri di aver visto in Piazza Venezia tre fascisti di sua conoscenza fuggire dopo l’attentato all’Altare della Patria. Poi era praticamente scomparso. Oggi si è saputo che Lemke, accusato di detenzione di ben nove chili di hashish, è stato accompagnato alla frontiera e rispedito in Germania con il divieto di rientrare in Italia. Così il tredicesimo testimone del processo Valpreda è stato messo nell’impossibilità di testimoniare, sempre nell’affannosa ricerca della verità

17 marzo 1972 Perché gli anarchici? Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

14 agosto 2011

Incompetenza per ragioni di Stato

di C.C.

C’erano due modi di rinviare il processo Valpreda a Milano: dichiarando nulla la sentenza istruttoria, oppure dichiarando la corte di Roma incompetente per un vizio di forma che non provocasse automaticamente l’annullamento dell’istruttoria. Non bisognava essere degli indovini per immaginare che il tribunale avrebbe scelto la seconda via. Nel primo caso oltre a buttare a mare Occorsio si sarebbe dovuto liberare Valpreda e gli altri coimputati. Così invece, rubricando come strage anche la bomba inesplosa alla Banca Commerciale milanese si sacrifica Occorsio ma gli imputati restano in galera (per legge ci possono stare ancora due anni) e il processo viene rinviato. Per quanto? Ufficialmente ciò dipende dalla buona volontà della giustizia, dalla sua (presunta) ansia che la verità venga alla luce, e al più presto. Ma noi sappiamo che, invece, ciò dipende dal potere politico: soprattutto in questo caso dato che siamo di fronte al più tipico dei processi politici.

E allora, se osserviamo la situazione da questa visuale, noi possiamo immaginare, senza difficoltà, quello che si cercherà di fare nel prossimo futuro. Si tenterà di procrastinare al massimo l’iscrizione a ruolo del processo al tribunale di Milano; Occorsio ricorrerà contro la sentenza della corte di Roma, non tanto per difendere la sua indifendibile istruttoria, quanto per far perdere altro tempo, conoscendo la lentezza della Cassazione che verrà chiamata a decidere sul ricorso; poi, quando inizierà finalmente il nuovo processo, ci sarà chi solleverà il problema della legittima suspicione; accolta la legittima suspicione, ci rivedremo nel ’74 a L’Aquila, o in qualche altro tribunale di provincia, con i sopravissuti se ci saranno e magari in una Italia molto diversa da quella attuale: ordinata e rispettosa come la sgualdrina di Sartre. Nel frattempo, o meglio, nel futuro immediato, le elezioni si svolgeranno come le vuole Andreotti: con i fascisti in galera a Treviso e gli anarchici a Roma, o a Milano. Insomma gli opposti estremismi messi ko e le opposizioni per bene (MSI e PCI) convenientemente intimorite. Questo è quanto si cercherà di fare. Ma non è detto che il piano riesca.

Anzitutto sarà molto difficile addormentare la opinione pubblica, cui erano bastate otto udienze per raggiungere la chiarezza e trarre le debite conclusioni. Quale che sia il motivo formale del trasferimento a Milano del processo, tutti hanno compreso che tale rinvio è comunque la prova della debolezza dell’istruttoria e del gioco poco pulito che essa sottintende. In secondo luogo non bisogna dimenticare quanto sta accadendo a Treviso. Se Roma tace, se il giudice Falco si è dichiarato incompetente per ragione di Stato, a Treviso il giudice Stiz continua a lavorare.

Tutto dipende da lui, ormai. Se riuscirà a dimostrare la colpevolezza di Ventura e soci e soprattutto se riuscirà a dichiararla apertamente riaffermando la sua indipendenza dal potere politico, allora il processo Valpreda, cacciato dalla porta, rientrerà inevitabilmente dalla finestra

Controprocesso Valpreda

Perché gli anarchici?

L’onorevole Stuani legge alla nostra tavola rotonda i documenti sul complotto fascista che sono stati respinti dalla Corte di Assise di Roma. Gli avvocati del gruppo «milanese» spiegano la loro linea difensiva

PARTECIPANTI

MICHELE ZUCCALA’ senatore, vice-presidente della commissione Giustizia al Senato

CLAUDIO CATTANEO movimento studentesco

ACHILLE STUANI ex-deputato comunista, amico di Vittorio Ambrosini

MICHELE PEPE avvocato

GIOVANNI CAPPELLI avvocato

FRANCESCO PISCOPO avvocato (difensore dell’imputato Emilio Bagnoli)

Dalla redazione milanese

 «ABC» – Senatore Zuccalà, ci dica il suo punto di vista sul processo Valpreda. Ci chiarisca come è nato, come si è formato e qual è il sistema che ha consentito che «certe» cose succedessero.

ZUCCALA’ – Solo risalendo a monte si spiega tutto quello che succede a valle. Qualsiasi tipo di processo – gravissimo come quello di strage o meno grave come quello di chi ruba un chilo di arance – ha sempre la stessa impostazione strutturale. Nasce cioè in assenza della difesa e continua con le «sacralità», per esempio la credibilità maggiore (rispetto alle altre) del pubblico ministero, del maresciallo dei carabinieri, del verbalizzante, ecc. In queste «sacralità» non interferisce nessuno, perché la difesa è assente. Per approdare alla verità bisogna demitizzare, smascherare tutto questo. Questo è il vecchio processo che consente a tutti gli autoritarismi di scegliere una via e di fare incamminare il processo su un certo binario. Cioè l’apparato, scelta questa via, la consolida attraverso tutte le connivenze che convergono: polizia, magistratura, verbalizzanti, ecc. Il processo Valpreda è tipica espressione di questo procedimento: si è scelta una via, tutte le «sacralità» convergono su quella via e si arriva al dibattimento su quell’unico binario. Bisogna assolutamente divellere quel binario – la difesa lo sta facendo egregiamente – per la ricerca della verità.

CAPPELLI – Non sono troppo d’accordo su questa impostazione che il processo Valpreda è uguale agli altri, come a quello di chi ruba le arance. E’ uguale solo dal punto di vista degli effetti sostanziali: in entrambi i processi, chi ci rimette è chi sta dalla parte dei poveracci. E’ sostanzialmente diverso in questo: nel processo Valpreda gli stessi oppressori hanno trovato nella forma un loro limite e l’hanno scavalcato senza nessun problema. In più, in questo caso specifico, c’era un sistema, «il sistema», che doveva difendersi dalla sua imputazione principale aver messo lui le bombe. E per difendersi, ha violato le sue stesse norme.

La riunione del dieci

STUANI – Stiamo discutendo del sistema e le conseguenze che ne derivano sono, direi, naturali al sistema stesso. Nel caso specifico, a complicare le cose e a portare certe valutazioni su un piano diverso esistono dei documenti, venuti fuori dopo che l’inchiesta era chiusa. Occorsio e Cudillo erano partiti verso un certo indirizzo, ma hanno visto questi documenti e non possono non tenerne conto, anche se io li ho mostrati solo alla morte di Ambrosini, come lui stesso mi aveva chiesto di fare. L’avvocato Ambrosini, mio amico di vecchia data, mi chiamò a Roma il 15 gennaio ’70, mi disse che il 10 dicembre 1969 aveva partecipato a una riunione (non mi disse il luogo) durante la quale si parlò di «andare a Milano a buttare tutto all’aria». Uno dei partecipanti mise sul tavolo tre pacchi di banconote da diecimila lire e, ma questo mi rimane un po’ confuso, un assegno in bianco. Alla riunione era presente il deputato missino Caradonna. Ambrosini mi chiese di consegnare una lettera al suo amico Restivo, ministro degli Interni.

La lettera a Restivo

Io mi recai dal ministro, ma non mi ricevette e lasciai la lettera al suo segretario. Ambrosini aveva già scritto a Restivo il 13 dicembre, ne faceva riferimento nella lettera che portai io. Oltre alla lettera per Restivo, Ambrosini mi dette altre due missive, indirizzate una a Caradonna e l’altra al Partito comunista italiano, precisamente all’on. Longo. Della lettera indirizzata a Restivo. io avevo una copia e la mostrai al dottor Cudillo quando mi interrogò. Allora Ambrosini era ancora vivo e Cudillo mi disse che il mio amico aveva detto che io avevo capito male, che insomma mi ero sbagliato. Quando invece l’avvocato Ambrosini morì, Cudillo disse chiaramente che Ambrosini non mi aveva mai detto niente, che praticamente io avevo inventato tutto. Ma io avevo tutti i documenti, che dovevo aprire solo in caso di morte di Ambrosini. E qui le cose cambiarono, perché io aprii il dossier. A questo punto entra in scena il dottor Sinagra, che aveva aperto un’inchiesta sulla ricostituzione del partito fascista.

«ABC» – L’apertura dell’inchiesta suscitò molte proteste da parte dei fascisti e il procuratore generale della Repubblica di Milano, Bianchi D’Espinosa, avocò a sé l’inchiesta. Poi però l’indagine fu sdoppiata: quella riguardante la ricostituzione del partito fascista fu affidata al dottor Bonelli; quella riguardante atti specifici fu affidata al dottor Corbetta. Quindi il dossier Ambrosini è in mano al dottor Corbetta, che l’ha inviato a Roma ma se lo è visto tornare al mittente.

STUANI – Esatto. A Roma di me e di Ambrosini non vogliono sentir parlare, perché sarebbe la débacle di tutto il loro lavoro. Ma questi documenti e queste lettere esistono e non so fino a quando potranno non tenerne conto.

Per il momento però ai padroni del vapore fa comodo non prenderne visione, non allegarli al processo Valpreda. Loro hanno interesse che questa faccenda vada avanti così, perché non vogliono la verità.

La zappa sui piedi

Pensate che quando al giudice istruttore ho detto che Ambrosini faceva continui riferimenti a un certo D’Auria, Cudillo mi rispose che non poteva verbalizzare questo particolare, perché io non ero in grado di dirgli se D’Auria fosse il nome di battesimo o il cognome. Io questo D’Auria non so chi sia. E’ forse il sosia di Valpreda?

«ABC» – Sì e no; o meglio, è il secondo sosia di Valpreda. Quello principale, di primo rilievo, è Sottosanti. D’Auria era quello di ricambio, pronto a entrare in scena se l’affare Sottosanti non funzionava. D’Auria infatti, quel pomeriggio del 12 dicembre, era da un callista di via Albricci, al quale disse ripetutamente che era affetto dal morbo di Burger.

PISCOPO – Sappiamo bene chi è D’Auria. Fu Merlino a portarlo al «22 Marzo». Per il giorno della strage, ha un alibi di ferro: era a letto malato, e lo testimonia il medico che lo visitò. Però non bisogna dimenticare che D’Auria era amico di Delle Chiaie e aveva aderito all’Avanguardia Nazionale fondata appunto da Delle Chiaie. Il discorso è sempre lo stesso: tutto era stato premeditato a puntino, anche se poi qualcosa non ha funzionato. Praticamente la borghesia. con i suoi errori, si è data la zappa sui piedi.

CATTANEO – Il processo Valpreda, si è detto, è l’attacco che la borghesia portava avanti e continua a portare avanti con la tesi degli opposti estremismi. Si è detto anche che per Valpreda, il quale rappresenta qualcosa che va al di là della sua persona, tutti i democratici devono allearsi e devono fare le loro scelte per arginare la svolta reazionaria. Importantissimo è capire l’innocenza di Valpreda e la colpevolezza della borghesia: questa è la verità. La tesi della borghesia – combattere gli opposti estremismi – è solo falsità.

«ABC» – Diamo un nome alla borghesia, o per lo meno facciamo in modo di arrivare a capire chi è.

ZUCCALA’ – La diagnosi, nei punti focali, può essere giusta, ma ci sono dei punti da chiarire. Che la soluzione possa essere la pressione delle masse per ottenere un risultato positivo del processo Valpreda non è il solo risultato che bisogna ottenere. La mobilitazione delle masse è importante, ma si deve accompagnare a un processo riformatore del sistema. Mandare il processo a Milano scardinerebbe tutta l’impostazione del processo, al punto che non vogliono quegli atti che Corbetta ha spedito.

PISCOPO – Tutto è stato organizzato in modo che, a pagare, fossero gli anarchici. Non a caso la polizia di Milano. Nel suo rapporto del 22 gennaio 1970, parla di «unico disegno criminoso». riferendosi alle bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera, alle bombe dell’8-9 agosto ’69 sui treni, alle bombe del l2 dicembre ’69 a Milano e a Roma. Gli anarchici però sono stati assolti per le bombe del 25 aprile e per quelle sui treni.

Perché il potassio

In questo momento, con i vari Corbetta e Stiz, tanto per fare due nomi, tornano attuali anche gli attentati alla Fiera e ai treni. Vediamo di ricapitolare le cose. Il 13 aprile ’69 Faccioli e Della Savia a Milano comprano del potassio. Questo fatto viene contestato da Allegra nel rapporto del 9 maggio, riguardante il processo delle bombe alla Fiera. Siccome il 13 aprile comprano potassio, secondo Allegra le bombe del 25 aprile sono costruite a base di potassio. Il 24 aprile Faccioli e Della Savia vanno a Milano e il giorno dopo, il 25, scoppiano le bombe. La polizia prende subito gli anarchici e contesta loro le prove che ha, cioè che il 13 aprile hanno comprato potassio, che il 24 aprile sono andati a Milano, che il 25 aprile erano a Milano dove scoppiavano le bombe che sono a base di potassio e che in tasca Faccioli ha il famoso schema (parola definitiva delle bombe che la polizia gli ha messo in tasca). Questo trova riscontro nel famoso rapporto greco, che dice che non era stato possibile «agire» prima perché Faccioli e Della Savia non erano arrivati a Milano prima del 24. E la stessa cosa avviene per Braschi, che il 2 gennaio si muove da Livorno per venire a Milano e la notte del 2 gennaio c’è l’attentato a Camp Derby. La notte dell’8-9 agosto Pinelli va a Roma e ci sono gli attentati ai treni. Parliamo di Ivo Della Savia, a questo punto. Della Savia è quello che chiama Pinelli a Roma, è quello che accuserà il fratello delle più varie cose; ma una delle cose che non viene fuori è che lo accusa anche delle bombe del 25 aprile. La realtà è che Della Savia è nelle mani della polizia ed è quello che si porta dietro Andrea, l’agente di pubblica sicurezza che doveva spiare gli anarchici. Andrea (Ippolito) entra al «22 Marzo» attraverso Della Savia. Ora, Ivo Della Savia è fuori, latitante.  Il fratello invece lo prendono subito. Un terzo fratello muore addirittura, misteriosamente. E’ chiaro il piano: l’obiettivo sono gli anarchici e ogni cosa viene organizzata secondo i loro spostamenti. Se uno va a Roma, bomba a Roma. Se uno viaggia in treno, bomba sul treno.

ZUCCALA’ – La polizia fino a che punto è complice o consapevole?

PISCOPO – La prova è evidente: il 15 dicembre ’69 Allegra contesta a Pinelli gli attentati sui treni chiedendogli: «Chi è I’unico ferroviere anarchico?». Pinelli dice: «Sono io». Allegra risponde: «Allora tu sei l’attentatore e te lo dimostrerò». Non è una battuta, ma una precisa contestazione perché risulta dai verbali e dal rapporto. Non solo, ma agli atti del 25 aprile esiste tutto un rapporto in cui Pinelli viene accusato di essere l’autore degli attentati sui treni e si dice anche che il suo telefono è sotto controllo e che lui è stato regolarmente seguito. Ma quello che rivela la complicità della polizia è il fatto che il 20 agosto Calabresi si reca in carcere e contesta gli stessi reati (attentati sui treni) a Pulsinelli. Interrogato, Calabresi prima nega, ma di fronte all’evidenza dei fatti deve ammettere che lui contesta a Pulsinelli gli attentati sui treni. C’è qualcosa di più: Pulsinelli sa di essere seguito dalla polizia e non è arrestato

L’uso del potere

ZUCCALA’ – Ricercato dalla polizia.

PISCOPO – Questa è una supposizione, ma probabilmente, per l’attentato sui treni, si arresta Pulsinelli perché uno ci vuole subito, anche se poi si accorgono che il predestinato era Pinelli. La prova della perfetta connivenza è questa: al processo del 25 aprile viene chiesto a Calabresi come faceva il 15 dicembre il dottor Allegra a contestare a Pinelli di essere l’autore dell’attentato sui treni. Cioè gli chiediamo: «Ci dica subito se c’è un informatore del dottor Allegra, e in tal caso se può o non può rispondere». Calabresi ci risponde che non si tratta di un informatore del dottor Allegra, ma di un amico. Tiriamone le conseguenze: questo amico del dottor Allegra due cose ha potuto fare; o ha messo sulla falsa pista il dottor Allegra, oppure, al solito, era tutto preordinato, male, ma così.

CAPPELLI – Hanno il potere in mano e lo usano, scopertamente, fino in fondo.

PISCOPO – E quando lo scontro diventa più duro, in novembre e dicembre, ricorrono agli estremi strumenti.

«ABC» – Per ritornare a Valpreda, l’eccezione di incompetenza territoriale è stata dunque una scelta politica, non solo tecnica.

PISCOPO – Bisogna chiarire che l’eccezione di incompetenza, così come l’ha formulata Spazzali e così come è stata messa a verbale, è strettamente legata, a nostro avviso, alla nullità della sentenza istruttoria.

 *****

Protagonisti in toga

UGO PAOLILLO

 

Anche se non è presente alle udienze, indubbiamente il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ugo Paolillo, è uno dei protagonisti in toga del processo Valpreda.

Paolillo era il vero e unico titolare dell’istruttoria che gli fu rapita. Tra gli atti processuali esistono appunti di Paolillo che ha confermato per iscritto al presidente Falco che la polizia milanese gli celò – a suo tempo – il fermo di Valpreda e la testimonianza del tassista Rolandi.

Insomma Ugo Paolillo era un sostituto rigoroso e non disposto ad accettare tutto quello che la polizia gli porgeva sul classico piatto d’argento.

Oggi la complessa vicenda nella quale, suo malgrado, è restato coinvolto lo fa entrare come protagonista nel processo.

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma

Ma erano davvero soltanto gli anarchici del 22 marzo, così ingenui e creduloni, a ritenere Mario Merlino un “compagno” del movimento studentesco?

17 aprile 2011

Mario Merlino si era già intrufolato in diverse formazioni M.L. prima di arrivare al Bakunin e poi di qui al 22 marzo. Da queste organizzazioni fu allontanato solo DOPO che vennero alla luce le sue operazioni di provocazione. La vergogna di questi gruppuscoli di aver subito un’infiltrazione fascista gli ha impedito di denunciare pubblicamente tali fatti. E’ grazie a questo silenzio che Merlino ha potuto tranquillamente proseguire con il suo bieco lavoro di informatore e provocatore all’interno di altre formazioni della sinistra.

Se vediamo la stampa “comunista” – soprattutto l’Unità e Paese Sera – subito dopo gli attentati terroristici del 12 dicembre 1969 sembrerebbe invece che solo gli anarchici fossero “predisposti geneticamente” a subire infiltrazioni (anche se pochissimi mesi dopo, dal PCI, verranno espulsi, senza che se ne desse alcun rilievo, due alti funzionari/dirigenti al soldo dei servizi segreti).

A dimostrazione che detta stampa mentisse coscientemente, riteniamo utile riportare integralmente l’interrogatorio di un dirigente della FGCI romana (ex segretario federale) il prof. Marcello Lelli, che è lecito pensare riferì al suo partito in tempo reale quello che era di sua conoscenza, ma che venne ritenuto più utile ignorare.

Verbale del 6 aprile 1970 – Davanti il Giudice Istruttore Ernesto Cudillo

Verbale Marcello LELLI

Verbale Marcello LELLI

Compare LELLI Marcello, nato a Roma l’8 ottobre 1944 ed ivi residente …..

Quindi, opportunamente interrogato, risponde:

 ADR SONO assistente – borsista presso l’Istituto di Sociologia del1’Università di Roma.—

Ho conosciuto Merlino Mario alla scuola Media “Daniele Manin” in quanto abbiamo frequentato le stesse classi.—

Successivamente ho nuovamente incontrato il Merlino nel corso degli studi universitari, ma non siamo mai entrati in contatto perché militavamo in opposte organizzazioni politiche: il Merlino faceva parte di una organizzazione di destra ed io di sinistra.–

Nel 1969 poiché il Merlino era entrato a far parte del movimento studentesco, ci siamo incontrati molte volte ed abbiamo scambiato qualche idea o parola.–

Il 3 novembre 1969, mi ero recato alla sede del Partito Radicale di Via 24 maggio e al portone d’ingresso ho incontrato il Merlino in compagnia di altri giovani che non conosco.- In tale circostanza il Merlino mi disse se potevo fargli stampare dei volantini “anti militaristi” presso la mia sezione. Io gli risposi negativamente e lo indirizzai presso la sede del partito comunista di Monte Sacro oppure di Centocelle; mi invitò inoltre a recarmi la mattina successiva presso un locale di Via del Boschetto per partecipare alla distribuzione di tali volantini. Io non mi recai presso detto locale parchè la cosa non m’interessava po1iticamente.—

Preciso che verso il giugno del l969, il Merlino, venutomi a trovare presso l’Istituto, mi aveva invitato ad assegnargli la tesi di laurea, affermando che aveva già studiato un argomento concernente i rapporti tra Stato e società.—

Io lo invitai a farmi esaminare il lavoro giù espletato dal Merlino.—

Verso i primi di ottobre del 1969 almeno così mi sembra, il Merlino mi consegnò all’Istituto un suo elaborato che io mi riservai di leggere e di discutere.—

L’11 dicembre 1969, ricordo che si trattava del giorno precedente agli attentati dinamitardi di Milano e di Roma, verso le ore 9 o 10 della mattina, il Merlino mi telefonò a casa chiedendomi quando ci saremmo potuti vedere per discutere la tesi. Io gli fissai l’appuntamento per il pomeriggio del giorno successivo (12 dicembre), da1le ore 16 alle 18 presso l’Istituto di sociologia sito in Via Vittorio Emanuele Orlando,75.-

Attesi invano il Merlino sino alle ore 17,45 circa, ma il predetto non si presentò senza comunque avvertirmi sia all’Istituto che a casa.—

Subito dopo mi recai all’Università ove mi trattenni sin verso le ore 20,30 circa.

Persino l’intervista a Ciao 2001 era parte della trappola… secondo Cucchiarelli

10 marzo 2011

Come abbiamo già visto in altre parti di questo blog, analizzando e smantellando le manipolazioni e falsità del giornalista e novello inquisitore Cucchiarelli, tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che stanno dietro la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. D’altronde – avrà pensato il nostro – chi si prenderà mai  la briga di controllare la veridicità delle 700 pagine del libro? Purtroppo per lui, alcuni di noi sono ancora in vita e non disponibili a far passare le sue menzogne per verità storica.

Vediamo ad esempio il capitolo riguardante l’intervista che il circolo 22 marzo fece alla rivista Ciao 2001 e l’attendibilità dell’ “allora esponente dell’estrema destra” che viene da Cucchiarelli definito “fonte qualificata”.

 

Dal libro Il segreto di Piazza Fontana, pagg. 392-393 di Paolo Cucchiarelli:

“Durante i primi interrogatori dopo la strage, Merlino disse che il circolo era nato «quasi contestualmente» all’intervista.63 Ciao 2001 chiese al gruppo di stendere il suo programma, cosa che – dopo lunghe discussioni – avvenne. «La redazione pubblicò integralmente il testo, premise solo un’introduzione e una domanda, a scopo scandalistico: se avevamo dell`esplosivo».

Con i soldi ricevuti, si decise di prendere una cantina, in via del Governo Vecchio, che divenne la sede del circolo 22 marzo. La sede – come poteva essere diversamente! – era al numero 22. Ora tutto era pronto: il gruppo «anarchico» a cui sarebbe stata addossata la strage esisteva, aveva un suo programma nero su bianco, una sede, un nome, un’identità.

«Fino a quel momento non esisteva un nostro gruppo politico vero e proprio. Fu in questa occasione, visto che i pareri erano discordi sul nome con cui qualificarci nell’intervista, che decidemmo di chiamarci ‘22 marzo’: conoscevamo tutti il Maggio francese e l’antefatto di Nanterre del 22 marzo 1968» scrisse Valpreda, che anche dopo anni continuerà a sostenere che quella scelta fu del tutto libera, senza rotaie. Invece, persino l’intervista era parte della trappola.

L’articolo su Ciao 2001 – ricorda una nostra fonte qualificata, allora esponente dell’estrema destra – era stato scritto da Tonino Scaroni, caporedattore alla sezione Spettacolo del Tempo, il giornale dove lavorava il capo di ON, Pino Rauti. Non solo: Scaroni era anche il capo ufficio stampa di un cabaret di destra molto importante all’epoca, il Giardino dei supplizi. Al riguardo, la nostra fonte segnala: «Cera un triangolo ideativo della trappola, con tre punti di riferimento: la sede del settimanale Il Borghese in piazza Rondanini, il Giardino dei supplizi in via del Pozzo delle Cornacchie, e la sede del settimanale Lo Specchio, in via XX Settembre. Il giornale pubblicava i rapporti di Giannettini che questi girava al gruppo veneto per convincere la sinistra che si era prossimi al golpe. Tutto per spingere i gruppi ad agire».

«E chi era la mente?» oso chiedere.

«Molte, tutte molto fini» e qui cita un senatore, uno scrittore, una giornalista, un ex repubblichino «e probabilmente Umberto Federico D’Amato, grande archivista degli Affari riservati del Viminale, insieme a una parte rilevante dei carabinieri. Ma la guida di tutto, quella che lei chiama “la mente” era una semplice idea. Solo la Grande Provocazione avrebbe potuto far scattare la Grande Reazione».”

 

L’articolo-intervista a Ciao 2001 che abbiamo già pubblicato integralmente sul blog (Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo) in effetti non porta firma. Essendo un articolo non firmato la “fonte qualificata” dell’estrema destra usata da Cucchiarelli ha cercato di inserirsi nel gioco disinformativo. Infatti questo (ennesimo) misterioso e fantomatico personaggio ci rivela il nome del giornalista che avrebbe scritto il pezzo, cioè il giornalista del Tempo Tonino Scaroni. Grazie a questa “rivelazione”, attraverso Scaroni si può arrivare a Pino Rauti e così via “triangolando” e delirando.

Se credete che lo “studioso”, il “giornalista”, lo “storico” Cucchiarelli abbia fatto una sia pur minima ricerca per verificare le notizie che gli ha passato la sua “fonte” sbagliate di grosso.  Come possiamo affermare questo? Possiamo farlo perché abbiamo eseguito noi la verifica sulla veridicità della fonte. Abbiamo consultato i verbali di interrogatorio eseguiti dalla Questura e dai magistrati inquirenti dell’epoca, Cudillo e Occorsio, e trovato il nome di chi realmente scrisse l’articolo su Ciao 2001, verbale che qui sotto pubblichiamo integralmente.

Noi, ora, qualcosa sappiamo con certezza,:

Primo che non è Scaroni l’autore del pezzo, e quindi le teorie malevole della “fonte informata” si rivelano per quel che sono: opera di provocazione e disinformazione.

Secondo, siamo in grado di fare anche noi uno “scoop”, seppur vecchio di 42 anni, Siamo infatti in grado di fare il nome del vero (stavolta!) autore dell’articolo: si tratta di Daniele DEL GIUDICE.

Terzo che il libro di Cucchiarelli è un’accozzaglia di teorie basate sul nulla.

Verbale direttore responsabile Ciao 2001

 

Verbale n.1

Questura di Roma

L’anno millenovecentosessantanove addì 29 del mese di dicembre alle ore 18.50, nei locali dell’Ufficio Politico della Questura, in Roma.

Innanzi a noi sottoscritti ufficiali di P.G. Commissario di P.S. dott. Umberto IMPROTA e Brigadiere di P.S. Tomaso PUDDU, è presente il dott. Sergio MARCHETTI [seguono generalità]…..il quale interrogato risponde:

Sono giornalista-pubblicista e dal 1962 sono iscritto nell’albo di Roma; dal gennaio del 1969 sono direttore responsabile della redazione romana del settimanale “Ciao 2001”.

Nella mia qualità di responsabile di detto settimanale, in merito al servizio giornalistico apparso nei numeri 39, 40 e 43 rispettivamente del 22 ottobre, 29 ottobre e 19 novembre del corrente anno,posso precisare quanto appresso:

“Nella inchiesta condotta dal nostro giornale sui gruppi del dissenso, è stato trattato anche il movimento politico “22 marzo”. Come può rilevarsi dal numero 39 del citato settimanale, il “22 marzo” venne inserito tra i movimenti politici su posizioni politiche di estrema destra. Il servizio giornalistico in proposito fu redatto dal collaboratore Daniele DEL GIUDICE, il quale si avvalse delle notizie pubblicate dal settimanale “L’Espresso” del 22/12/1968. Infatti, egli, secondo quanto mi risulta, non era in possesso di altro materiale e notizie, all’infuori di quelle pubblicate dall’Espresso, per espletare il servizio in argomento. Come detto quindi sulle indicazioni dell’Espresso il gruppo “22 marzo” venne inquadrato tra quelli appartenenti all’estrema destra; ciò, pertanto, suscitò il risentimento degli iscritti al gruppo i quali venuti in redazione, si definirono anarchici e pretesero che il nostro giornali smentisse, nel numero successivo quanto pubblicato. Alla richiesta noi aderimmo e nel numero 40 del settimanale “Ciao 2001” pubblicammo la smentita precisando che il gruppo “22 marzo” raccoglieva elementi anarchici. Successivamente alcuni appartenenti al ripetuto “gruppo”, presero contatti con la redazione del giornale che io rappresento per realizzare un servizio fotografico e giornalistico sul loro movimento. Alla proposta dei predetti noi aderimmo stabilendo che avremmo compensato il gruppo mediante la somma di lire quarantamila. Il 23 ottobre, infatti, una diecina di appartenenti al “22 marzo”  vennero nella nostra sede redazionale ed ivi venne messo a punto il servizio giornalistico e fotografico già in precedenza concordato con alcuni di essi. Quanto detto e fotografato nella circostanza di cui sopra, è stato interamente pubblicato nel numero 43 del “Ciao 2001” del 19 novembre corrente anno.

A.D.R. Effettivamente l’articolo del numero 43 del nostro settimanale e riguardante il “22 marzo”, inizia con la domanda: “E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?”. La domanda fu posta in tali termini per una esigenza giornalistica e non perchè il nostro giornale aveva avuto notizie in merito all’attività terroristica del gruppo. Il tono della stessa lascia effettivamente supporre che il giornale fosse in possesso di notizie a riguardo, ma io posso assicurare che nulla sapevamo e sappiamo e che la domanda fu posta nei termini sopra detto esclusivamente per dare all’articolo pubblicato un maggiore rilievo ed una maggiore incisività. Tengo, inoltre, a precisare che alla nostra domanda i giovani risposero esattamente quanto abbiamo pubblicato nel surripetuto numero, ossia negativamente.

A.D.R. L’idea di fare una domanda così precisa in merito ad un eventuale detenzione di armi ed esplosivi, venne a me e fu da me personalmente posta ai giovani, in quanto sulla scorta di notizie giornalistiche pubblicate nel corrente anno su settimanali e quotidiani di ogni tipo di estrazione politica, si era pensato che i vari gruppi del dissenso potessero effettivamente essere detentori di materiale esplosivo e di armi e, pertanto, responsabili dei vari attentati consumati nelle numerose città italiane. Mi permetto, però, di far rilevare, a conferma del fatto che la prima domanda fu fatta esclusivamente per esigenze giornalistiche, che la stessa domanda è quanto mai ingenua, poiché anche se i giovani avessero avuto materiale del genere e programmi terroristici, essi non  avrebbero mai pubblicamente confessato e fatto pubblicare notizie a riguardo.

A.D.R.  Non ricordo se durante l’intervista fatta ai giovani del gruppo “22 marzo” da parte di alcuno di essi venne detto o fatto cenno a qualche punto programmatico del loro movimento che potesse far capire il modo in cui essi intendevano condurre la loro azione politica, specie per quanto riguarda eventuali azioni od atti di violenza. Ricordo, comunque, che furono fatti discorsi quanto mai teorici ed in sintesi essi sono stati integralmente riportati nel nostro articolo pubblicato sul numero 43 del settimanale in questione datato il 19.11.1969.

A.D.R. Confermo tutto quanto sopra dichiarato e ribadisco che nessuna altra notizia, all’infuori di quelle pubblicate e riguardante il gruppo “22 marzo”, è pervenuta al nostro giornale ed, in particolare, al collaboratore Daniele Del Giudice.

A.D.R. Non ho altro da aggiungere.

Letto, confermato e sottoscritto

 

Verbale n.2

 

2 maggio 1970

Avanti il dott. : Ernesto Cudillo -.G.I. – con l’intervento del P.M. Dr. Occorsio

E’ comparso Sergio Marchetti

Quindi, opportunamente interrogato, risponde: Sono direttore responsabile della rivista “Ciao 2001” confermo integralmente le dichiarazioni da me rese alla Questura di Roma ed il contenuto dell’intervista pubblicata sul n.43 del predetto settimanale.

Produco inoltre, a richiesta della S.V., n.25 fotografie scattate il 23 ottobre 1969 in occasione della venuta in redazione del gruppo “XXII marzo; preciso che le persone indicate con le lettere A, B e C nella fotografia n.7 sono appartenenti alla nostra redazione; ugualmente le persone raffigurate nella foto n.17 sotto le lettere A e B sono rispettivamente il sottoscritto ed il giornalista Daniele Del Giudice che ha partecipato all’intervista.

A.D.R.: Il testo, che figura come una intervista fu in realtà predisposto su un foglio dattiloscritto dagli aderenti al gruppo e dagli stessi a noi consegnato.

Esibisco in visione la quietanza datata 23 ottobre 1969 relativa alla consegna della somma di £. 40.000 “quale compenso e autorizzazione a pubblicare le relative foto” a firma di Mario Michele Merlino.

Preciso inoltre che, in un primo tempo, i partecipanti alla intervista ebbero a fornire i loro nominativi, ma subito dopo vollero strappare il relativo fog1io.