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1969 12 22 Messaggero – Contestata a Mander la complicità nella strage di Fabrizio Menghini

28 ottobre 2015

1969 12 22 Messaggero - Contestata a Mander la complicità nella strage Fabrizio Menghini

Contestata a Mander la complicità nella strage Fabrizio Menghini

di Fabrizio Menghini

 

L’istruttoria, per ora «sommaria», del pubblico ministero Vittorio Occorsio sulla strage di Milano e sugli altri attentati terroristici di Roma, è continuata ieri, nonostante la giornata domenicale, con lo stesso ritmo dei giorni scorsi. Il magistrato inquirente, di prima mattina, si è recato all’Istituto per la rieducazione dei minorenni «Aristide Gabelli», a Porta Portese, per la formale contestazione degli addebiti al più giovane dei sei arrestati, vale a dire al diciassettenne Roberto Mander, figlio del noto compositore di musica e direttore d’orchestra Francesco Mander.

Il giovane, che si trova in cella in isolamento, guardato a vista ventiquattrore su ventiquattro, è apparso piuttosto sicuro di sé ed avrebbe «tenuto testa» all’interrogatorio dal principio alla fine, rispondendo alle domande che gli sono state rivolte con una certa pacatezza.

Il dott. Occorsio ha cominciato col contestare a Mander il reato di associazione per delinquere (punito, per la sola partecipazione, con la reclusione da uno a cinque anni): poi il reato di strage continuata, per i fatti di Milano e di Roma, quale componente del gruppo anarchico che, in concreto, ha preparato e realizzato gli attentati. Infine, gli ha indicato le fonti delle accuse, anche in ordine «alla detenzione e al trasporto dell’esplosivo e di altri congegni micidiali in luogo abitato».

Per il reato di concorso in strage continuata è previsto, come è risaputo, l’ergastolo. Ma il carcere perpetuo attende tutti gli altri imputati – se dovesse essere provata la loro colpevolezza – ad eccezione del Mander. Il codice penale, data la sua minore età, gli riserva, infatti, un trattamento meno duro. Dice a questo proposito l’art. 98: «E’ imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva la capacità di intendere e di volere; ma la pena è diminuita». Quando c’è di mezzo l’ergastolo, diminuzione di pena significa scendere a venti-ventiquattro anni di reclusione.

Che cosa ha detto Roberto Mander a propria discolpa? Il segreto istruttorio non ha consentito di apprendere nulla al riguardo. Si è saputo soltanto che il giovanissimo imputato ha negato ogni sua partecipazione alle imprese criminose. Il suo racconto, specialmente sui suoi movimenti nella tragica giornata del 12 dicembre, è stato accuratamente verbalizzato dall’infaticabile segretario del dott. Occorsio il quale, terminato il racconto del giovane, è passato alle contestazioni. E’ stato a questo punto che la sicurezza di Mander sarebbe andata alquanto scemando. L’imputato, cioè, avrebbe ammesso alcune circostanze che accusano il Valpreda, il ballerino trentaseienne cui si contesta di essere stato il «capo» della criminosa organizzazione.

L’interrogatorio di Roberto Mander non è stato completato. Il dott. Occorsio dovrà tornare al «Gabelli» fra due o tre giorni per muovere al giovane nuove contestazioni: dovrà, in sostanza, confrontare la versione raccolta ieri con quelle che daranno gli altri quattro imputati : Mario Merlino, Emilio Borghese, Emilio Bagnoli e Roberto Gargamelli. rinchiusi tutti, essendo di età maggiore dei diciotto anni, al carcere «Regina Coeli».

In via della Lungara, il dott. Occorsio si è recato nel pomeriggio per interrogare un altro del gruppetto. C’è chi dice che sia stata la volta dello studente Emilio Borghese; altri, di Mario Merlano, di 25 anni, del quarto anno della facoltà di lettere: anche per Regina Coeli ha funzionato il segreto istruttorio, cosicché, sul momento, non si hanno particolari. L’unica indiscrezione trapelata, riguarda un accertamento che il magistrato sta compiendo per stabilire se due soli o tutti i giovani fossero dediti all’uso di sostanze stupefacenti. E ciò in quanto gli organi di polizia avrebbero accertato che due dei cinque giovani – ed anche un terzo personaggio che viene attivamente ricercato – facevano frequente uso di allucinogeni.

Chi forniva la droga? Quale parte ha avuto Pietro Valpreda nel
 rifornire di droga e di esplosivi i
 cinque studenti?

Le domande del magistrato sono state incalzanti e più di una circostanza che accusa Pietro Valpreda è stata ammessa dagli studenti imputati.

Mentre l’istruttoria segue il suo corso in parallelo con l’altra istruttoria aperta dalla Procura di Milano, le questure di Roma e del capoluogo lombardo proseguono nelle loro indagini, tendenti ad identificare eventuali altri correi, in particolare i finanziatori delle mostruose azioni terroristiche.

Gli anarchici del gruppo romano «XXII Marzo», come quelli del gruppo «Bakunin» di Milano, erano notoriamente a corto di denaro. Improvvisamente, sono venuti fuori i soldi e con i soldi gli attentati. Gli inquirenti lombardi sono sicuri di essere sulla strada giusta e si ripromettono, a breve scadenza, di pervenire a risultati concreti. Roma, invece, si sta occupando di un personaggio che ebbe pure una parte attiva nella preparazione degli attentati terroristici. Costui è stato identificato già da qualche giorno. Quando, però, gli agenti sono andati per arrestarlo, sembrava che si fosse volatilizzato: nessuno ha saputo fornire indicazioni precise sul suo conto. Ad ogni buon fine, la polizia ha diramato un fonogramma di ricerche in tutta Italia, a cominciare, s’intende, dai posti di frontiera.

In serata, il pubblico ministero Occorsio ha fatto una fugace apparizione a palazzo di giustizia per riordinare le sue carte e, come al solito, c’è stato un tentativo, da parte dei giornalisti impegnati a seguire le vicende dell’Associazione nazionale magistrati, di conoscere le prove di colpevolezza finora acquisite. Ma non c’è stato niente da fare. Il dottor Occorsio si è limitato a dire che «gli indizi di colpevolezza» erano «sufficienti» per giustificare le incriminazioni e, quindi, l’emissione degli ordini di cattura.

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1969 12 20 Messaggero – Roma Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura di Fabrizio Menghini

28 ottobre 2015

1969 12 20 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura 

di Fabrizio Menghini

 

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura nei confronti di altrettanti complici di Pietro Valpreda, ritenuti responsabili di strage continuata, di associazione per delinquere, pubblica intimidazione col mezzo di materie esplodenti, di violazione della legge sulle armi e gli esplosivi. L’accusa è uguale per tutti, dal momento che il piano criminoso fu ideato, preparato e attuato con la partecipazione di un ben individuato nucleo del gruppo anarchico «XXII Marzo», con sede in via del Governo Vecchio. Le persone colpite dal provvedimento del magistrato, sono: Emilio Borghese, di 18 anni, studente dell’Istituto tecnico di via dei Colli Portuensi: il padre è il noto magistrato di Cassazione Sofo Borghese; Mario Merlino, di 25 anni, quarto anno della Facoltà di lettere; è uno dei fondatori del gruppo anarchico «XXII Marzo»; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente del terzo anno alla Facoltà di architettura: la madre, vedova di un ingegnere del Genio Civile, è nipote di un senatore del Regno; fu arrestato lunedì nella sua abitazione e gli agenti trovarono nella sua stanza solo un Vangelo, una storia dell’America e «Topolino»;. Roberto Gargamelli, 19 anni, studente, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro, Tiberio Gargamelli: il padre lavora alla cassa assegni e vaglia dell’Istituto di credito in via San Basilio, dove esplose uno degli ordigni; infine Roberto Mander, 17 anni, minorenne rinchiuso al «Gabelli», figlio del compositore di musica.

Gli ordini di cattura sono stati smessi quasi allo scadere del fermo di polizia che era stato peraltro autorizzato dallo stesso magistrato istruttore e successivamente prorogato quando i sospetti a carico di ciascun indiziato avevano acquistato maggiore consistenza. Quanto agli altri fermati, accertata la loro estraneità alle delittuose imprese, il dottor Occorsio ha disposto l’immediato rilascio.

Ora, dunque, il bilancio della situazione è questo: considerato che i fermati erano, in tutto, quattordici, e che di questi il Valpreda e gli altri cinque anarchici sono stati colpiti dall’ordine di cattura, sarebbero otto le persone indiziate rimesse in libertà. Naturalmente questi calcoli non sono definitivi, perché anche a Milano, dove le indagini sono in pieno sviluppo, ci sono dei fermati (alcuni anarchici del gruppo «Bakunin», i quali erano in stretti rapporti con i loro colleghi romani.

Inchiesta formale

L’inchiesta giudiziaria, che sarà a breve scadenza devoluta al giudice istruttore, seguirà cioè il rito «formale», rimarrebbe affidata a Roma, nonostante la netta presa di posizione del procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Milano, che l’altro ieri rivendicava al suo ufficio la competenza territoriale ad occuparsi della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Parliamo al condizionale, perché ancora non è arrivata la risposta alla «informativa» con cui il magistrato romano ha reso edotto il suo collega del capoluogo lombardo che procede anche per i fatti di Milano (cioè per la strage e per la deposizione di una seconda bomba da dieci chili nei locali della Banca Commerciale di via Caserotte 1).

A questo punto sarà opportuno precisare che la strage è continuata in quanto per la norma penale, che la punisce con l’ergastolo, è indifferente se viene cagionata la morte di più persone o di una sola persona. Anche se l’attentato causa solo feriti, o nessun ferito, ma si ritiene che poteva causarli, l’accusa di strage rimane. Per tale motivo, rispondono di strage anche gli attentatori della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, dove, per fortuna, si sono avuti soltanto dei feriti. Per i due attentati al Milite Ignoto, invece, essendo apparso evidente che mancava negli attentatori il fine di uccidere, è scattato l’articolo 420 che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque, al solo fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine, fa scoppiare bombe, mortaretti o altre macchine o materie esplodenti».

Per concludere il discorso sulla competenza, occorre attendere la decisione del P.M. di Milano: se anche lui dovesse attribuirsi la competenza a istruire il processo, allora sorgerebbe un «conflitto di competenza attiva» che la Cassazione dovrà risolvere.

I problemi della competenza, ma soprattutto quelli relativi ai nuovi ordini di cattura emessi ieri sera, erano stati discussi, in mattinata, nel corso di una riunione nell’ufficio del procuratore capo della Repubblica Augusto De Andreis, con l’intervento del procuratore aggiunto Alberto Antonucci del sostituto Vittorio Occorsio. Al termine della riunione, il dottor Occorsio, avvicinato dai giornalisti, ha dato questo annuncio: «Alcuni degli ultimi fermati saranno immediatamente rilasciati. Per quanto riguarda gli altri non posso fare anticipazioni. Posso solo dire che nelle prossime ore saranno emessi altri ordini di cattura». Successivamente il magistrato inquirente ha ricevuto nel proprio ufficio il prof. Guido Calvi, difensore di fiducia dell’anarchico Pietro Valpreda, ritenuto l’esecutore materiale della strage di Milano, il quale ha chiesto un permesso di colloquio con il suo patrocinato. Il permesso è stato negato, nella considerazione che l’imputato non era stato ancora interrogato dopo la contestazione formale dell’accusa, notificatagli l’altra sera al carcere di Regina Coeli dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco, latore, per incarico del magistrato, dell’ordine di cattura. Il difensore, allora, ha raccomandato al magistrato ogni cautela, in quanto l’anarchico Valpreda è affetto dal morbo di Bürger o «tromboangioite obliterante», da una malattia, cioè, che provoca dolori atroci. Si tratta di un male caratterizzato da una infiammazione delle tuniche delle arterie, che si estende progressivamente a diversi livelli del sistema vascolare. La causa dell’affezione, che colpisce prevalentemente le persone in giovane età – la si può considerare una malattia caratteristica dei giovani – è ancora, come si è detto, sconosciuta. Vari elementi portano a pensare a cause di origine infettiva: si parla addirittura di un’infezione dovuta ai funghi (i miceti) che si annidano fra le dita dei piedi. Infezione che poi risalirebbe lungo i vasi linfatici per andarsi a localizzare nelle pareti arteriose.

Pietro Valpreda, al quale sono già state amputate due dita del piede destro, era ed è un accanito fumatore. E’ questo uno degli elementi-chiave del morbo della malattia di Bürger che è stata anche detta «artrite da nicotina». Il tabagismo, infatti, favorisce l’insorgenza della malattia, che colpisce per prime le arterie delle gambe ostruendole progressivamente con la formazione di coaguli. La nicotina, con la sua azione vasocostrittrice, viene considerata come il principale elemento causale del morbo, il quid che fa scattare tutta una serie di meccanismi di spasmi arteriosi, la chiusura delle piccole arterie delle dita e poi, in un secondo tempo, la compromissione di tratti arteriosi più importanti.

Condizioni psichiche

Se il paziente, alle prime avvisaglie (formicolii, intorpidimento, deambulazione difficoltosa nelle crisi del male con claudicazione intermittente) smette immediatamente di fumare, ha delle speranze di salvare il piede e la gamba. Altrimenti, se insiste nel suo vizio, la malattia si accende con sempre maggior violenza assumendo un carattere così maligno, da provocare cancrena, e quindi amputazioni sempre più estese.

Il prof. Calvi dopo aver illustrato tutto ciò al magistrato, ha sollecitato un accertamento sanitario per controllare le condizioni psichiche dell’imputato il quale, in passato, sarebbe stato curato con sostanze medicamentose a base di morfina. Calvi ha poi detto al dott. Occorsio di aver associato, nella difesa di Pietro Valpreda. il collega prof. Giuseppe Sotgiu che ha accettato. Incontrato dai giornalisti a Palazzo Giustizia, il prof. Sotgiu, nel confermare di aver accettato il mandato difensivo, ha detto: «Tanto più grave è il delitto, più scrupolosa e serena deve essere la raccolta e la valutazione delle prove, e tanto più alta e nobile appare la funzione del difensore, garantire per tutti gli imputati dalla Costituzione e dalla civiltà giuridica del nostro Paese.

«E’ mio intendimento contribuire e collaborare, quale difensore, e nel solco della gloriosa tradizione dell’avvocatura penale italiana, a un’opera di giustizia e ad impedire deformazioni e debordamenti probatori e processuali, che potrebbero determinare un tragico errore giudiziario».

Sotgiu e Calvi, nella giornata
di oggi, avranno copia dell’ordine
di cattura emesso contro Valpreda, ma fin da ieri hanno avuto
conferma dei reati contestati: concorso «con altri» in strage continuata; associazione per delinquere; pubblica intimidazione col
mezzo di materie esplodenti; violazione della legge del 1967 sulle
armi; recidiva specifica infraquin
quennale.

Nella tarda serata, si sono conosciuti i nominativi di alcuni fermati che, riconosciuti estranei ai fatti, sono stati rimessi in libertà. Fra i rilasciati sono il ragioniere Umberto Macoratti e Antonio Serventi. In particolare, è stato accertato che il Serventi, nel pomeriggio del 12 dicembre, quando furono compiuti gli attentati, stava tenendo una conferenza nel circolo «XXII Marzo» in via del Governo Vecchio.

La pena prevista per i reati contestati al Valpreda. come per quelli contestati agli altri cinque presunti correi è la stessa: l’ergastolo. Ne erano tutti consapevoli quando ieri, a Regina Coeli, al carcere dei minorenni di Porta Portese e a Rebibbia il capitano dei carabinieri Antonio Varisco ha notificato gli ordini di cattura.

Il dott. Sturniolo. direttore dell’Istituto per i minorenni di Porta Portese, ha preso ogni precauzione quando Varisco è giunto al carcere con l’ordine di cattura. Ha chiamato Mander nel suo ufficio, ha conversato per un poco con lui su problemi filosofici e sociali, senza però parlare dei motivi dell’arresto. Roberto Mander ha dimostrato una notevole preparazione culturale per la sua età ed ha accettato un contraddittorio su alcune teorie filosofiche con il dott. Sturniolo.

Il giovane ha detto anche di non condividere le idee della propria famiglia, né sul piano politico né su quello sociale; non ha manifestato particolari esigenze, sul piano pratico. Ha chiesto soltanto al direttore di poter leggere e tra i libri della biblioteca del «Gabelli » ha scelto due volumi di Shakespeare e i «Corsi e ricorsi storici» del Vico. Quando gli è stato poi notificato l’ordine di cattura non ha battuto ciglio. Ha chiesto soltanto se il documento era stato consegnato anche ai suoi difensori, avvocati Nicola Lombardi e Giuliano Vassalli (psiuppino, il primo; deputato socialista per il PSI, il secondo). Roberto Mander è stato informato che il padre, il noto direttore d’orchestra Francesco Mander, rientrerà a Roma il 24 dicembre da Amsterdam, dove il giorno prima terrà l’ultimo concerto di una «tournée» fatta nei Paesi Bassi.

L’altro minorenne incriminato per la strage, Emilio Borghese, figlio del magistrato, quando gli hanno letto e notificato l’ordine di cattura era in condizioni di estrema prostrazione. Sia lui, sia Mander sono rinchiusi in cella di isolamento e sono guardati a vista ventiquattrore su ventiquattro.

 

1969 12 18 Messaggero – Si continua ad indagare di Fabrizio Menghini

24 ottobre 2015

1969 12 18 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

 Si continua ad indagare

Roma. Identificatigli esecutori materiali si continua ad indagare per stabilire le singole responsabilità negli attentati dinamitardi

di Fabrizio Menghini

 

L’inchiesta giudiziaria sulla strage di Milano e sugli attentati di Roma è in vista del traguardo finale, anche se gli accertamenti in corso sulla preparazione e sulla esecuzione del «disegno criminoso» sono suscettibili di sensazionali sviluppi. Si cercano, in altre parole, i finanziatori del piano sovversivo, più colpevoli, forse, degli stessi esecutori materiali dell’eccidio. Costoro, infatti, senza i mezzi necessari per la fabbricazione degli ordigni e per i loro spostamenti continui non avrebbero certo potuto realizzare un bel nulla. A queste ulteriori indagini si annette un’importanza capitale, una volta acquisita la prova «tranquillante e sicura» non solo della colpevolezza di Pietro Valpreda, il «corriere della morte», quanto del fatto che l’operazione fu ideata, preparata e in parte realizzata – per fortuna senza le gravissime conseguenze di Milano – nella Capitale. Affermazioni di questo genere, fatte da persone responsabili, non si possono interpretare che in un modo solo: e cioè che qualcuno, tra i fermati, ha parlato, consentendo di individuare tutti gli esecutori e gli organizzatori degli attentati.

Naturalmente non è Valpreda l’imputato che ha parlato. «E’ un delitto, quello contestato, che non si confessa perché non si può confessare», avrebbe detto il pubblico ministero Occorsio ad un giornalista che lo ha avvicinato a Palazzo di Giustizia. «Il Valpreda – avrebbe aggiunto lo stesso magistrato – rappresenta una tappa, sia pure importantissima; ma non il traguardo». E il traguardo, vale a dire la chiusura del cerchio delle indagini, non può essere rappresentato che dalla identificazione di eventuali mandanti o, se si preferisce, dei finanziatori degli attentati essendo gli anarchici del gruppo «XXII Marzo» notoriamente squattrinati.

Proprio per raggiungere entro il più breve tempo possibile questo «traguardo», vi è stata ieri mattina una lunga riunione nell’ufficio del procuratore generale Ugo Guarnera. Vi hanno preso parte il procuratore della Repubblica Augusto De Andreis e il pubblico ministero Vittorio Occorsio, il magistrato cui, in concreto, è affidata l’istruttoria. Per gli stessi fatti – data la loro intima connessione – è in corso un’inchiesta giudiziaria anche nel capoluogo lombardo. Ma sarà la magistratura di quest’ultima città che, a breve scadenza, assorbirà tutto, dal momento che a Milano è avvenuto il fatto delittuoso più grave: la strage?

Sulla riunione di ieri, nulla è dato di sapere: il segreto istruttorio è stato accuratamente mantenuto, e invano i giornalisti si sono rivolti al procuratore generale. Il dottor Ugo Guarnera, a proposito della «competenza» degli organi istruttori di Roma e di Milano, si è limitato a dire che non sono sorti problemi. In effetti, i problemi ci sono, perché se si ritiene che i fatti di Milano e di Roma sono dello stesso contenuto – il che è pacifico – ma che si tratta di un «reato continuato», allora la competenza esclusiva è di Roma. Se, invece, si considerano i fatti a sé stanti, allora Milano sarà competente per la strage della Banca dell’Agricoltura e Roma per gli attentati al Milite Ignoto e alla Banca del Lavoro. La competenza di Roma, in caso di reato continuato è dovuta al fatto che l’ultimo attentato (vale a dire l’episodio conclusivo del «reato continuato») cronologicamente è avvenuto nella capitale.

Il problema della competenza territoriale sarà risolto – a quanto è dato supporre – nella giornata di oggi e sempre oggi, quindi, l’autorità giudiziaria (romana o milanese) potrà formalmente contestare con ordine di cattura al Valpreda il reato di concorso in strage.

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio, continua, intanto, i suoi interrogatori. Dopo l’esperimento giudiziale dell’altra sera, allorché il tassista Cornelio Rolandi ha identificato in Pietro Valpreda l’uomo da lui trasportato in auto in via Albricci, nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura dove è avvenuta la strage, attendendolo in via Santa Tecla e vedendolo tornare, di li a pochi minuti, senza la borsa che aveva con sé, il magistrato ha fatto ieri la spola fra il carcere di Regina Coeli e quello di Rebibbia per interrogare gli altri presunti correi. A Regina Coeli, Occorsio ha dato disposizioni severissime per la sorveglianza a vista del «Cobra». Pietro Valpreda, infatti, è in condizioni psichiche definite «disastrose» e si teme che egli ripeta il gesto dell’altro anarchico suicidatosi a Milano, dopo che gli era stato detto che, a Roma, Pietro (vale a dire il Valpreda) aveva confessato.

Contrariamente a quanto è stato pubblicato da qualche parte, non è affatto vero che il Valpreda quando si è visto indicare con precisione dal tassista di Milano abbia emesso «urla feline» o abbia reagito in maniera scomposta, insultando il testimone. Né che sia avvenuto un dialogo tra i due. Pietro Valpreda, naturalmente, si è reso conto della importanza di quel riconoscimento e si è messo le mani nei capelli. «Il comportamento del Valpreda – ha confidato a qualcuno ieri uno dei partecipanti al “confronto all’americana” – è stato un comportamento civile: si è messo le mani nei capelli e non ha rivolto parola alcuna al testimone; si è limitato a negare la circostanza. Era annichilito». Dal canto suo il tassista ha detto che dopo il riconoscimento il Valpreda è stato colto da una «crisi isterica», senza peraltro precisare in che manifestazioni si sia estrinsecata questa crisi. Ai fini istruttori, in ogni modo, l’identificazione è acquisita formalmente senza possibilità di equivoci.

L’incriminazione formale dello anarchico ballerino interverrà probabilmente nella giornata di oggi, dopo la soluzione del problema della competenza fra Roma e Milano.

E gli altri? Il segreto istruttorio, ripetiamo, non consente di riferire altre notizie precise. Si sa solo che tutti gli attentatori sono stati identificati. Come leggerete in altra parte del giornale, la polizia non è stata con le mani in mano, né a Milano, né a Roma. Nella capitale ha operato altri cinque fermi dietro ordine del magistrato inquirente. I fermati sono stati trasferiti alle carceri dove in serata sono stati interrogati. Particolarmente laboriosi sono stati gli interrogatori compiuti nella tarda serata al carcere di Rebibbia dal pubblico ministero Vittorio Occorsio: funzionari di polizia e carabinieri hanno fatto la spola in continuazione per informare il magistrato dei risultati delle indagini cosiddette «di riscontro» o di controllo delle «verità» fornite dagli indiziati. La nuova febbrile giornata degli inquirenti si è conclusa a Palazzo di Giustizia dove è stato fatto il punto della situazione anche sul piano giuridico. A quanto è dato di sapere, i tragici avvenimenti del 12 dicembre non sono stati configurati come «delitti politici», vale a dire come «attentati alla sicurezza dello Stato», ma sono stati inquadrati nella ipotesi criminosa prevista dall’articolo 422 del codice penale, cioè come un delitto contro l’incolumità pubblica. In pratica, la sostanza non cambia: sia che si tratti di attentato contro la sicurezza dello Stato, sia che si tratti di attentato alla pubblica incolumità, la pena è la stessa: l’ergastolo.

A conferma di ciò, sta l’avviso di notifica che un ufficiale giudiziario ha recapitato al prof. Guido Calvi, difensore del Valpreda, dove è indicato, appunto, l’articolo 422.

1970 01 3 Messaggero – Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele». Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato.di Fabrizio Menghini

18 ottobre 2015

1970 01 3 Messaggero - Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

 

L’istruttoria per la strage di Milano

Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

La signora Torre affermò che il nipote, il 12 dicembre, era a letto malato – Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato

di Fabrizio Menghini

 

L’istruttoria formale affidata al consigliere Ernesto Cudillo dell’ottava sezione, per far luce sulla strage di Milano e sugli attentati terroristici di Roma, è in pieno sviluppo nonostante le festività ricorrenti. Il magistrato, ricevuti gli atti dell’inchiesta dal sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio, ha dato precise disposizioni alle autorità di P.S. e ai carabinieri di Roma e di Milano per lo svolgimento di una serie di indagini, tra cui alcune intimamente collegate agli alibi forniti da Pietro Valpreda e dagli altri cinque studenti appartenenti al gruppo anarchico «XXII Marzo» di via del Governo Vecchio, dove, secondo l’accusa, sarebbe stato preparato il piano criminoso degli attentati dinamitardi. Si tratta di accertamenti complessi, dato il particolare ambiente in cui devono operare le forze dell’ordine e data l’altissima posta in giuoco per coloro che sono implicati nella vicenda giudiziaria. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le modalità di esecuzione degli attentati fanno ritenere per certo che altri responsabili, sia come mandanti, sia come finanziatori, abbiano avuto una parte attiva nell’impresa. Costoro sono riusciti, finora, a farla franca, nonostante le febbrili indagini svolte dalla polizia. Stando in circolazione, quindi, sono particolarmente interessati a inquinare le prove della loro responsabilità, come di quelle degli arrestati. Allo scopo di assicurare all’istruttoria la massima segretezza, il giudice istruttore, avvalendosi di un suo potere discrezionale, non ha depositato in cancelleria a disposizione dei difensori i verbali degli interrogatori cui ha sottoposto gli imputati.

Nella mattinata di ieri, il dottor Cudillo ha frattanto interrogato a palazzo di giustizia il «super-testimone» Umberto Macoratti, un ragioniere di 30 anni che frequentava il gruppo anarchico «XXII Marzo». Il Macoratti, subito dopo la strage di Milano, interrogato da alcuni funzionari dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, fece alcune dichiarazioni che consentirono di appurare importanti circostanze sui movimenti del Valpreda e di due dei cinque studenti arrestati, Emilio Borghese ed Emilio Bagnoli, nonché sull’attività «politica» del gruppo anarchico. Le dichiarazioni del Macoratti tendevano ad allontanare dalla sua persona l’accusa – soffiata alla polizia da qualcuno – di essere stato uno dei finanziatori del gruppo anarchico e quindi, direttamente o indirettamente implicato nella strage di Milano e negli altri attentati. Il rag. Macoratti, com’è risaputo, ha negato di essere stato il «finanziatore» degli anarchici: aveva fatto soltanto qualche «elargizione», per un ammontare di diecimila lire, soltanto perché una volta non si riusciva a raccogliere la somma necessaria per pagare l’affitto del locale. In altre occasioni aveva offerto uno spuntino al Valpreda, al Bagnoli, al Borghese, al Roberto Mander e al Gargamelli, perché erano sempre a corto di quattrini.

Il Macoratti è un personaggio che gli inquirenti non hanno ancora messo completamente a fuoco. Ora che l’istruttoria è nelle mani del consigliere Cudillo, sarà quest’ultimo a valutare il «supertestimone» e il suo quoziente di attendibilità. Il ragioniere, ad ogni modo, non trascura la lettura attenta dei giornali e, naturalmente, di quanto si riferisce alla sua persona. Così, ieri, prima di fare il suo ingresso nell’ufficio del magistrato, ha voluto fare ad un’agenzia di stampa questa precisazione: «Mi è stata attribuita da qualcuno una dichiarazione secondo la quale io avrei detto che il Valpreda partì giovedì mattina per Milano e che, in tal modo, avrei fatto cadere in contraddizione lo imputato il quale aveva riferito di aver lasciato Roma nel pomeriggio. Non ricordo di aver detto ai funzionari di polizia o ai giornalisti che la partenza avvenne nella mattinata: quando giunsi alle 17,30 di giovedì in via del Governo Vecchio per consegnare cinquemila lire al Valpreda che me le aveva chieste in prestito, qualcuno, mi pare il Bagnoli, mi disse che il Valpreda era partito, ma non mi precisò a che ora, né io mi preoccupai di chiederglielo. Può darsi che fosse partito nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio». Fin qui la precisazione del ragioniere sui movimenti del Valpreda alla vigilia della strage di Milano (che, come si ricorderà, avvenne poco prima delle 16,30 di venerdì 12 dicembre nella banca di piazza Fontana).

L’esame dell’importante testimone è durato alcune ore e, a quanto pare, non è stato completato. Il consigliere istruttore, infatti, intende appurare altri elementi riguardanti gli studenti Emilio Bagnoli ed Emilio Borghese. I due giovani, secondo il rag. Macoratti, nelle ore in cui a Milano e a Roma avvenivano gli attentati, si trovavano nella sede del gruppo anarchico in via delle Botteghe Oscure ad ascoltare una conferenza di Antonio Serventi. Fra i presenti – avrebbe precisato il ragionier Macoratti – si trovava anche il giovane Enrico Di Cola. Il Di Cola, fermato due giorni dopo gli attentati, venne rilasciato nel giro di ventiquattro’ore. Perché fu rilasciato? A che si dovette un certo trattamento di riguardo? E’ lui che mise la polizia sulla pista, poi seguita dal magistrato Occorsio, che ha portato alla incriminazione formale del Valpreda, quale esecutore materiale della strage? E’ difficile dire quale consistenza abbiano queste supposizioni. Certo è che il giudice istruttore vuole fare la conoscenza diretta di questo personaggio. Ma il Di Cola è scomparso e vane sono state le ricerche della polizia.

Mentre ci si attende un chiarimento sulla posizione che ha assunto il Di Cola nella complessa vicenda, c’è da registrare un altro fatto di rilievo nell’inchiesta: l’interrogatorio, previsto per questa mattina, della signora Rachele Torre, zia di Pietro Valpreda. Al sostituto procuratore della Repubblica di Milano, dottor Paolillo, che la interrogò il 17 dicembre dello scorso anno, la donna disse che il giorno dell’esplosione nella banca di piazza Fontana il nipote era rimasto a letto nella sua abitazione milanese in via Pietro Orsini 9, perché affetto da influenza.

A proposito dell’«alibi della zia», il pubblico ministero Vittorio Occorsio ebbe a dire che si trattava di un alibi compiacente e che, in ogni caso, la zia Rachele aveva reso un pessimo servigio al nipote ballerino. Evidente, il Valpreda, nel presentare il suo alibi, aveva detto cose completamente diverse da quelle riferite dalla zia Rachele, che nel giovare al nipote lo ha forse irrimediabilmente compromesso. Se la signora – come la pubblica accusa sospetta – ha fatto una testimonianza compiacente, rischia un’incriminazione e fors’anche l’arresto.

La settimana entrante sarà in ogni caso decisiva ai fini del controllo di tutte le deposizioni testimoniali rese a Milano e a Roma subito dopo gli attentati. Se il controllo non darà luogo a sorprese, il giudice istruttore aderirebbe ad alcune richieste del pubblico ministero Vittorio Occorsio in merito alla precisazione dei capi d’accusa ai sei arrestati ed anche all’eventuale emissione di altri due mandati di cattura. Solo allora si potrà dire una parola sicura sull’istruttoria nel suo complesso. Chi conosce il consigliere istruttore Ernesto Cudillo afferma che un’indagine di tanta delicatezza non poteva capitare in mani migliori. Cudillo, infatti, è noto oltre che per la sua profondità di pensiero e per lo scrupolo professionale, anche per il suo equilibrio e per la sua indipendenza. Notevole il bagaglio delle sue esperienze in materia di istruttorie penali: si tratta del magistrato più anziano dell’Ufficio e, quindi, il più elevato in grado – se cosi si può dire – rispetto agli altri giudici istruttori. E’, anzi, il capo virtuale dell’Ufficio Istruzione dal momento che il consigliere Antonio Brancaccio, che lo ha diretto fino ad ora, è stato promosso e trasferito alla Cassazione civile. Entro il corrente mese prenderà possesso dell’Ufficio il nuovo dirigente, dottor Achille Gallucci.