Posts Tagged ‘FAI (Federazione Anarchica Italiana)’

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

13 maggio 2015

1972 03 18 Umanità Nova – La nostra posizione sulla candidatura Valpreda

 

Compagni del Movimento anarchico italiano (F A I, GAF, GIA (1), Crocenera, Comitato Nazionale pro vittime politiche, Comitato Politico-giuridico di difesa) incontratisi a Bologna l’11 corrente per una delle periodiche riunioni precedentemente programmate, hanno, tra l’altro, discusso della eventuale candidatura di Pietro Valpreda nelle prossime elezioni politiche.

In merito dichiarano all’unanimità, coerentemente con la teoria e la prassi rivoluzionaria anarchica, che rifiutano qualsiasi delega di potere e una qualsiasi partecipazione – fosse anche opportunistica e strumentale – al meccanismo parlamentare e che pertanto non voterebbero per Pietro Valpreda né per altri e non appoggerebbero in nessun modo la di lui candidatura.

Sottolineano, a parte le considerazioni generali suesposte, che nella fattispecie anche una candidatura protesta di Valpreda sarebbe inaccettabile perchè si tratterebbe di una chiara manovra strumentale da parte del «Manifesto», che ritarderebbe a tempo indefinito il processo per la «Strage di Stato» (facendo il gioco dello Stato stesso e sconcertando l’opinione pubblica) e ritarderebbe la conseguente scarcerazione degli altri compagni.

Denunciano la manovra del «Manifesto» che è tanto più deplorevole in quanto si cerca di fare leva sulla comprensibile ansia di vita e di libertà di un uomo malato e innocente detenuto da oltre due anni.

Ribadiscono comunque il loro fermo proposito di continuare fino in fondo la loro lotta per dimostrare l’innocenza dei compagni, smascherare i veri esecutori, i veri mandanti ed i loro complici, perchè Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e Pietro Valpreda siano liberati.

Bologna 11 marzo ore 12,30

(1) F A I : Federazione Anarchica Italiana; G A F : Gruppi Anarchici Federati; GIA: Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Annunci

MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

27 aprile 2015

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico ai compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

18 maggio 2013

Quello che segue è un documento particolarmente interessante per capire come le varie componenti del movimento anarchico si organizzarono e le condizioni che posero per assumere la difesa dei compagni del gruppo 22 marzo. Torneremo su questo tema in maniera più approfondita quando tratteremo la questione dei “diritti e garanzie” alla difesa nello svolgimento del processo di Catanzaro. (Consigliamo di rileggere sul blog l’articolo “5 settembre 1977 Lettera dell’avvocato Luca Boneschi a Valpreda di autocritica su conduzione processo di Catanzaro“)

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969 COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 maggio 1971 lettera movimento anarchico a compagni imputati per la strage del 12 dicembre 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli

7 maggio 2013

 

 

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 dicembre 1971 SID su riunione interregionale FAI a Empoli

 

21 dicembre 1971 SID su costituzione gruppo anarchico Malatesta a Cosenza (e volantino)

21 aprile 2013

 

 

 

21 dicembre 1971 SID su costituzione gruppo anarchico Malatesta a Cosenza Pagina_1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21 dicembre 1971 SID su costutuzione gruppo anarchico Malatesta a Cosenza

Umanità Nova 19 febbraio 1972 – Comunicato stampa della F.A.I.

30 aprile 2011

Il 23 febbraio p.v. avrà inizio il processo contro Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Emilio Bagnoli, Enrico Di Cola, imputati della «strage di Stato».

L’accusa, costruita secondo un piano prestabilito dal sistema, con strumenti polizieschi e giudiziari di matrice fascista, tendeva e tende a reprimere tutto un movimento che, avendo acquistato maggior coscienza e forza e soprattutto volontà di muoversi autonomamente e fuori dalle direzioni di partito e delle varie confederazioni sindacali, con le lotte dell’autunno caldo del ’69 aveva ed ha costretto l’organizzazione capitalistica ad utilizzare 1’«escalation» della violenza culminata con la strage di piazza Fontana per tentare un colpo di Stato.

Il sistema per difendersi non ha esitato a ricorrere al terrore di Stato, alla strage, al massacro di decine di cittadini e, conseguentemente, alla calunnia, incolpando chi con le bombe di Milano non c’entrava per niente.

Gli accusati sono innocenti.

Il processo di Roma dovrà dimostrare non solo la estraneità degli attuali imputati ai delitti loro contestati, fatto questo ormai acquisito nella coscienza di tutti i lavoratori, ma soprattutto la responsabilità dei veri colpevoli e dei loro mandanti, che non possono essere se non coloro ai quali giovava e giova la strategia della tensione e la conservazione dell’attuale regime fondato sulla ingiustizia e sullo sfruttamento.

Commissione di Corrispondenza della F.A.I.

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35) – La Strage di Stato voluta dai padroni -DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

28 marzo 2011

20 ottobre 1971 Umanità Nova (Anno 51 n. 35)

Milano e Roma – 12 dicembre 1969

La Strage di Stato voluta dai padroni

DOCUMENTO DI CONTROINFORMAZIONE ANARCHICA

 

copertina strage di stato voluta dai padroni Premessa

Prossimamente avrà luogo il processo contro gli anarchici ingiustamente accusati di essere gli ideatori, organizzatori, esecutori della serie di attentati terroristici avvenuti il 12 dicembre 1969 a Roma (Altare della Patria: 2 feriti – Banca Nazionale del Lavoro: 13 feriti) e a Milano (Banca Nazionale dell’Agricoltura: 16 morti, 90 feriti).

Coloro che hanno una sia pur minima conoscenza degli anarchici, della loro storia, della loro lotta di ogni giorno per la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e da ogni forma di autoritarismo, sanno che essi respingono ogni atto di violenza che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai fascisti durante il loro ventennale regime e dai nazisti nelle cento «Marzabotto» d’Europa.

Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà mai impedir loro di essere gli accusatori di un sistema basato sulla sopraffazione e che volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.

Questo documento, scritto da militanti anarchici, ha per obiettivo:

 

1) informare l’opinione pubblica di come il «potere costituito» abbia voluto costruire una mostruosa ed enorme montatura addosso a dei compagni solo perché anarchici;

2) spiegare come questa montatura sia stata concepita per colpire non solamente gli anarchici, ma faccia parte di un piano più vasto volto soprattutto a stroncare la tendenza libertaria e rivoluzionaria che andava sviluppandosi nella coscienza delle masse, a reprimere tutta la sinistra extraparlamentare e il movimento autonomo degli operai, spaventando l’uomo della strada per preparare e giustificare un radicale spostamento a destra dell’asse politico italiano, in nome del ristabilimento dell’«ordine»;

3) spiegare come questo piano sia stato attuato trovando i suoi naturali alleati e i suoi complici nella piccola, media e grande borghesia;

4) spiegare perché l’iniziale manovra abbia fallito nei suoi obiettivi principali (stato forte, repubblica presidenziale, colpo di stato fascista, cioè ulteriori limitazioni della libertà di stampa, di associazione, di opinione, di sciopero, ecc.) e come si sia «evoluta» nella repressione che oggi colpisce il movimento rivoluzionario.

Le ragioni economico-politiche della repressione

A partire dal ’68 si acuisce in Italia il conflitto tra capitalismo arretrato (media e piccola industria, grossi industriali legati ad interessi USA) e il capitalismo «avanzato» di tipo monopolistico, statale (FIAT, Pirelli, ENI, IRI, Montedison ecc.).

Quest’ultimo minaccia direttamente il monopolio americano in campo internazionale, entrando in concorrenza diretta con essi (la FIAT con la FORD, la Pirelli con la Firestone e le grosse petrolifere) e creando la condizione per il graduale assorbimento della piccola e media industria nei grossi trust economici, pena il fallimento e la chiusura.

Il contrasto, dapprima sotterraneo, diventa ben presto uno scontro senza esclusione di colpi. Dopo l’allontanamento di Costa dalla Confindustria, i due schieramenti cominciano a delinearsi con più chiarezza: da una parte i «reazionari», servi dell’imperialismo USA e alleati della Grecia fascista; dall’altra i «riformisti», stufi della dipendenza da un capitale straniero che li costringe a pagare le spese delle sue guerre (Vietnam, Medio Oriente), delle competizioni spaziali e la conseguente svalutazione ed inflazione, desiderosi di aprire centrali di sfruttamento in proprio con sistemi apparentemente più democratici ma sostanzialmente più razionali.

In questo quadro nasce il PSU, agente della CIA (centrale di spionaggio del governo americano), alleato della piccola e media industria.

In questo quadro il PCI abbandona definitivamente ogni atteggiamento pseudo rivoluzionario per farsi garante della continuità del sistema, dell’aumento della produttività, dell’emarginazione dei centri economici di potere USA e dello sviluppo in senso tecnoburocratico delle strutture socio economiche italiane.

Mentre è in pieno svolgimento questa lotta di potere ad alto livello, nello spazio che il PCI lascia vuoto alla sua sinistra, nasce e si sviluppa un movimento che da una fisionomia settoriale ed episodica passa ad assumere caratteri sempre più chiaramente libertari cercando piattaforme organizzative autonome e che non ostante le sue deficienze e i suoi limiti – inesperienza, dilettantismo, settarismo, spontaneismo, dogmatismo, verticismo – minaccia di rendere impossibile la «pace sociale», il rafforzamento dell’ordine autoritario, necessarie alla realizzazione dei piani riformistici.

La scadenza dei contratti collettivi di lavoro mobilita vasti strati popolari e serve come base di lancio per richieste più avanzate e meno recuperabili dal sistema.

Di fronte alle scadenze contrattuali e alle masse operaie che stanno prendendo coscienza del fatto che il vero obiettivo delle lotte è la fine dello sfruttamento, il padronato e la classe dirigente sono internamente divisi e il loro contrasto si riflette anche in parlamento, tra i riformisti ed i reazionari.

Le soluzioni dei riformisti appaiono inadeguate alle esigenze del momento; il movimento rivoluzionario spinge in continuazione costringendo sindacati e PCI a continui recuperi per evitare di essere definitivamente e irrecuperabilmente scavalcati.

Il progetto di unificazione sindacale è, almeno per il momento, ancora insufficiente ad esercitare un pieno controllo sulla situazione.

Questo stato di cose, oggettivamente pericoloso per il capitalismo, induce i grandi industriali a lasciare che sia la parte più reazionaria della borghesia a comandare il gioco:

– iniziano a verificarsi una serie di attentati, di chiara matrice fascista, che culmineranno nella tentata strage del 25 aprile ’69 alla Stazione Centrale e alla Fiera di Milano. Attentati di cui verranno accusati gli anarchici (nessuno di loro oggi è in prigione perché la stessa magistratura, di fronte all’evidenza dei fatti, non è riuscita a sostenere le accuse);

– la Borsa ha degli artificiosi spostamenti, rialzi, ribassi, che spaventano la piccola e media borghesia;

– si verifica un’altra serie di attentati sui treni (agosto 1969) di cui verranno ancora incolpati gli anarchici (anche il compagno Pinelli, come anarchico e come ferroviere, verrà accusato di questi attentati: oggi è stato appurato che furono attentati fascisti ma i responsabili, i neonazisti di Treviso, Ventura, Freda e Trinco sono stati, guarda caso, messi in libertà provvisoria).

– La polizia assume atteggiamenti sernpre più provocatori contro picchetti e manifestazioni operaie.

I casi più gravi sono quelli che finiranno a Torino con gli scontri di corso Traiano e a Milano con la morte dell’agente Annarumma.

Quest’ultimo episodio fu vergognosamente sfruttato per esasperare lo spirito reazionario della piccola borghesia, giustificare l’allarme contro il progetto di disarmare la polizia, scatenare ulteriormente la repressione e preparare il clima per la strage del 12 dicembre. Annarumma rimase ucciso durante uno scontro tra due gipponi e malgrado ciò risultasse inequivocabilmente da precise testimonianze e da un reportage filmato dalla televisione francese, le autorità diedero una falsa versione attribuendo la morte di Annarumma ad un’aggressione dei dimostranti. I responsabili del potere costituito si affannarono per fomentare risentimenti ed odio contro i «vili aggressori», contro i «teppisti», i «sanguinari anarcoidi».

Saragat, che quale presidente della repubblica non possiamo ritenere disinformato, si prestò a sostenere la montatura poliziesca con il seguente telegramma di invettive:

«Il barbaro assassinio del giovane ventiduenne agente di pubblica sicurezza Antonio Annarumma, nato da una famiglia di braccianti, in una delle più povere province d’Italia, quella di Avellino, ed ucciso a Milano mentre faceva il suo dovere di difensore della legge democratica, non soltanto offende la coscienza degli italiani ma è una sfida assurda e selvaggia alle manifestazioni dei lavoratori per la soluzione umana dell’angoscioso problema della casa. Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare e mettere in condizione di non nuocere i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita, e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà di coloro che difendono la legge e le comuni libertà. Con questi sentimenti, voglia, onorevole ministro, far giungere ai familiari del caduto, così tragicamente colpiti nei loro affetti più cari, l’espressione del mio profondo cordoglio e di quello di tutta la nazione».

– il PSU e tutta la destra parlamentare si abbandonano ad isterici appelli all’ordine.

– Esplodono le bombe del 12 dicembre a Milano e Roma. Ne segue un clima da «caccia alle streghe», di linciaggio morale, di «terrore bianco», ottimamente orchestrato da tutta la stampa borghese e della sinistra ufficiale.

In questo clima Pinelli, dopo tre giorni di fermo illegale nella questura di Milano, viene scaraventato dalla finestra del quarto piano della stessa. E subito dopo i «mostri» le «belve» gli «assassini» gli «anarchici» vengono assicurati alla giustizia.

Per la grande industria questa strategia comportava un rischio: vedersi frenare il processo di razionalizzazione economica in atto. Ha accettato di correre questo rischio anzi, essa stessa ha dato l’esempio con le sospensioni, i licenziamenti, le denunce, facendosi complice del terrorismo e della strage. Aveva le carte in regola per poter sopportare una sosta obbligata, dolorosa ma necessaria, dei suoi piani di sviluppo. Essa, proprio per la sua complicità, ha potuto tenere tutto sotto vigile controllo e, al momento opportuno, riprendere in mano la situazione.

Nella manovra reazionaria complessiva, orchestrata dalla CIA attraverso i neofascisti nostrani e lo spionaggio greco si tendeva perciò a due scopi: 1) da una parte frenare il processo di razionalizzazione economica che la grande industria, grazie all’appoggio della sinistra ufficiale, stava attuando, evitando così la sconfitta della media e piccola borghesia nazionale; 2) dall’altra parte colpire il movimento rivoluzionario che in quei mesi stava sempre più rafforzandosi.

Il primo scopo è chiaramente mancato per motivi di sviluppo economico, storici, di logica; i grandi monopoli (anche se mascherati in modo sempre diverso) hanno buon gioco sui piccoli industria lotti boriosi e presuntuosi. Oggi questi piccoli capitalisti, ufficialmente usciti (ma in realtà sbattuti fuori) dalla Confindustria e riuniti nella CONFAPI, vanno a piangere miseria dal ministro dell’industria, ricevendo elogi («voi siete la spina dorsale dell’economia italiana») e promesse che non saranno mantenute (o che, se mantenute, rientreranno nel programma generale di sviluppo del sistema).

Per il secondo obiettivo il discorso è diverso: i padroni, sempre in lotta fra loro per ragioni di interesse, di dominio, di conquista di mercati, nei momenti di crisi (è dall’autunno ’69 che la economia italiana è «in crisi», che la produttività non sale e così via) ritrovano l’unità contro i comuni nemici, quegli estremisti che non discutono sulla forma migliore, più «umana» di sfruttamento ma combattono e vogliono abolire lo sfruttamento stesso. Ecco come grande e piccola industria e apparato statale si sono trovati affratellati nel sostenere l’assurda montatura contro i compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile e 12 dicembre ’69.

Le bombe alla Fiera di Milano: 25 aprile 1969

Il 25 aprile 1969 scoppiano a Milano due bombe, una al padiglione FIAT della Fiera, una all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Diversi feriti gravi, nessun morto: ma poteva essere una strage.

Dopo Avola, dopo Battipaglia, la gente comincia ad avere dei dubbi sul fatto che la violenza venga davvero sempre da sinistra. Il 28 aprile ci sarebbe dovuto essere alla Camera il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico: adesso, questa proposta fa sorridere.

Per le bombe vengono arrestati subito degli anarchici; indagini in direzione diverse, che erano state intraprese, vengono arenate per ordine del giudice Amati che immediatamente indica gli anarchici quali colpevoli. Amati, per inciso, avrà un ruolo dí primaria importanza nelle indagini per le bombe del 12 dicembre e nell’incriminazione di Valpreda e compagni.

Due degli arrestati, i coniugi Corradini, saranno rilasciati per mancanza di indizi dopo sette mesi di carcere, malgrado già da tempo si fossero occupati del caso i giornali stranieri e il tribunale per i diritti dell’uomo. Gli altri compagni restano dentro: Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti.

Finalmente, dopo due anni di carcere, il 22 marzo 1971 comincia il processo contro di loro, che si conclude il 29 maggio con una sentenza il cui significato è subito chiaro se si esamina ciò che è emerso dal processo stesso. Infatti, a dispetto dei giudici e del P.M. sono affiorati dal processo elementi sufficienti per permetterci di ricostruire, fin nei particolari, la vera storia di tutta la vicenda.

1) L’unico teste d’accusa, Rosemma Zublena, dopo essere caduta in innumerevoli contraddizioni, è stata riconosciuta dallo stesso P.M. un’isterica mitomane. Nel ’67 la Zublena era stata processata per calunnie, per aver denunciato con una serie di lettere anonime sindaci, prefetti, vescovi e altra gente. Il giudice, cui era affidato il procedimento, l’aveva in quell’occasione definita «un’anormale psichica». Il commissario Calabresi – quello che il 15 dicembre «suiciderà» Pinelli dal IV piano della questura di Milano – ha avuto buon gioco nel servirsi di simile personaggio, mettendole in bocca tutte le accuse che voleva. I difensori hanno chiesto l’incriminazione di Calabresi per subornazione di testimone (indurre a deporre il falso) e della Zublena per falsa testimonianza.

2) L’accusa si basava inoltre su tutta una serie di «confessioni» degli imputati. Se si pensa che Faccioli ne ha avuto un labbro spaccato non è difficile capire come queste confessioni siano state ottenute. In particolare, Faccioli denuncia le torture subìte da parte de1 commissario Calabresi e dei brigadieri Mucilli e Panessa: sono gli stessi che «interrogheranno» il compagno Pinelli. Panessa, interrogato, cade in contraddizioni: corre in suo aiuto il presidente del tribunale – che è, guarda caso, Paolo Curatolo, «uomo di destra», famoso per il processo per i morti di Reggio Emilia – allontanandolo dall’aula.

Si mette in dubbio la verità delle affermazioni degli imputati circa le violenze subìte: ma poi risulta che Faccioli a S. Vittore non è stato sottoposto alla regolamentare visita medica, obbligatoria all’ingresso in carcere.

Visti i metodi, non stupisce che gli imputati «confessino» una serie interminabile di reati, alcuni dei quali semplicemente inesistenti: ad es. il furto di esplosivo da una cava nel bergamasco (uno dei capi d’accusa contro i compagni) non è mai avvenuto. Ciò risulta dalla testimonianza di tutti i dirigenti e guardiani della cava. Naturalmente il tribunale «mette in dubbio» la veridicità di questi testi – ma non li incrimina, come dovrebbe, per falsa testimonianza.

Questo furto inesistente è stato inventato, fin nei minimi particolari, dal perito balistico della polizia Teonesto Cerri. Un’ennesima «coincidenza»: Cerri è lo stesso perito che il 12 dicembre darà parere favorevole perché sia fatta brillare la bomba inesplosa alla banca Commerciale, distruggendo quello che poteva essere un indizio determinante per risalire agli autori della strage: forse, era un indizio troppo determinante…

Bombe del 25 aprile, bombe sui treni, bombe del 12 dicembre: implicati nella montatura contro gli anarchici troviamo sempre gli stessi magistrati e gli stessi sbirri. Fra l’altro, Cudillo, giudice istruttore nel processo contro Valpreda, a pag. 109 della sua incredibile sentenza istruttoria, ipotizza che parte dell’esplosivo rubato alla cava sia stato usato per la strage del 12 dicembre. Su simili «decisivi» indizi si regge infatti anche questo processo.

Vi sono poi altre «confessioni» molto scomode per l’accusa, visto che si riferiscono a attentati i cui autori sono noti già da tempo o che comunque gli imputati non avevano la possibilità materiale di fare. Troppe confessioni: a questo assurdo si può arrivare solo con la tortura. E’ ancora Calabresi ad aggiustare le cose, mettendo a verbale durante gli «interrogatori» solo le dichiarazioni che facevano comodo alla accusa, come egli stesso finisce per ammettere in tribunale. Dal canto suo il tribunale non è da meno: queste dichiarazioni di Calabresi non sono state verbalizzate dal cancelliere e il P.M. ha addirittura negato di averle sentite. Per fortuna, un giornalista presente al processo ha registrato tutto e le dichiarazioni restano agli atti.

3) Il 7 dicembre ’69 i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il famoso rapporto segreto del ministero degli esteri greco all’ambasciata dei colonnelli fascisti greci a Roma, nel quale si rivela che gli attentati del 25 aprile sono stati progettati dal governo greco e messi in atto da fascisti italiani direttamente collegati con i colonnelli. Il rapporto ha una vasta eco su tutta la stampa internazionale ma non viene nemmeno preso in considerazione dal famigerato giudice istruttore Amati, che rifiuta persino di allegarlo agli atti.

Il giornalista inglese Leslie Finer ha ribadito al processo, nella sua clamorosa testimonianza, I’autenticità del documento e la sua assoluta rispondenza alla realtà delle trame dei colonnelli greci e della CIA in Italia. Nel documento si fa ampia dettagliata relazione di contatti ed accordi raggiunti con esponenti dell’esercito, della polizia e dei carabinieri italiani, accordi che miravano (e mirano) a costituire in seno a queste forze armate «organizzazioni segrete» che assumessero il ruolo reazionario, provocatorio, dinamitardo, svolto «dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione dei colonnelli».

Nel secondo capitolo del documento, consistente in una relazione sulle «azioni concrete» già effettuate, è detto tra l’altro, con esplicito riferimento agli attentati del 25 aprile ’69 al padiglione FIAT di Milano ed alla stazione: «Le azioni non hanno potuto essere realizzate che il 25 Aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto».

Al processo, malgrado gli sforzi riuniti di polizia e magistratura, la montatura che si è cercato di costruire è crollata tanto clamorosamente che persino la parte civile (la famiglia di un ragazzo rimasto mutilato) si è ritirata, persuasa dell’assoluta estraneità degli imputati.

Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Norscia, Mazzanti si sono fatti due anni di carcere preventivo, con gravissime accuse fra cui 12 episodi di strage, che avrebbero comportato l’ergastolo. Ora i compagni sono stati tutti scarcerati. Dal processo è emerso un cumulo enorme di arbitrii procedurali, falsificazioni di verbali e di prove, abusi di potere; attraverso violenze, pressioni o ricatti sono stati fatti sottoscrivere certi verbali incredibili al punto che lo stesso P.M. ha preferito non servirsene.

Bisogna dire che P.M. e tribunale hanno fatto il possibile per arginare lo scandalo nei limiti sopportabili dal sistema: sono riusciti ad evitare l’incriminazione di tutti i falsi testi d’accusa; a mantenere in piedi contro ogni evidenza quel poco che gli consentisse di emettere 3 condanne per i reati minori, per salvare la sostanza politica della montatura, evitare l’incriminazione dei magistrati e degli sbirri che I’hanno messa in atto, ma soprattutto per insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che effettivamente gli anarchici sono dei dinamitardi e far passare così la montatura ordita contro i compagni per la strage di Stato.

Braschi, Della Savia, Faccioli, sebbene siano stati scarcerati, ricorreranno in appello. Non certo perché hanno fiducia nella giustizia borghese, strumento di quegli stessi padroni che sono i mandanti degli attentati; lo fanno per mostrare a tutti che ormai lo «Stato democratico» si sente tanto forte da non curarsi più di salvare, nelle sue criminose montature, nemmeno un’apparenza di quella «legalità» di cui si proclama custode.

Da tutta la sporca montatura poliziesca e giudiziaria imbastita contro questi compagni per attribuirgli la responsabilità delle bombe fasciste del 25 aprile e conclusa con il farsesco processo che si è detto, è emerso un aspetto vergognoso che indica chiaramente come il tentativo di «linciaggio» politico e morale del movimento anarchico non abbia trovato opposizione adeguata non solo da parte della sinistra ufficiale ma anche da parte delle forze extraparlamentari.

Intendiamo riferirci al disonesto comportamento di tutti i raggruppamenti e partiti di sinistra che con tutta la loro stampa, senza nessuna eccezione, per mesi e mesi fecero coro con la stampa fascista e reazionaria nel parlare di «processo agli anarchici» per accollare così, di fronte all’opinione pubblica, ogni eventuale responsabilità che l’accusa fosse riuscita subdolamente a lasciare in piedi, a militanti del movimento anarchico.

Gli anarchici, per non venir meno ai principi di «solidarietà rivoluzionaria» per non isolare politicamente gli imputati, si sono astenuti da ogni precisazione in merito alla loro militanza politica. Ebbene ora che la vicenda giudiziaria e risolta è necessario abbandonare ogni riserva e chiarire che due soltanto (Pulsinelli e Braschi) degli otto imputati erano e sono anarchici; gli altri militano in gruppi extraparlamentari e due di essi (Norscia e Mazzanti) erano addirittura iscritti al PCI.

Le bombe di Milano e Roma: l2 dicembre 19ó9

Il tentativo di far regredire la sinistra rivoluzionaria ed il movimento operaio in genere con le bombe del 25 aprile fallisce miseramente. Gli operai non si sono fatti abbindolare dalle accuse e dai discorsi così palesemente falsi. La lotta continua con sempre maggiore forza. L’autunno, come previsto, trova accesi numerosi focolai di scioperi e piazze invase da manifestazioni massicce e minacciose.

Le crisi di governo, che dall’estate si succedono con ritmo sempre più serrato, senza offrire il minimo spiraglio di soluzione, spingono le forze reazionarie ad accelerare i piani eversivi già da tempo in fase di elaborazione.

Dai primi di settembre cominciano a serpeggiare, sempre più insistenti, voci di colpi di stato. La stampa padronale e fascista, alla quale fa eco il PSU per mezzo del suo organo ufficiale, chiede insistentemente lo scioglimento delle Camere. Esplicita ed assillante la minaccia: «O il quadripartito subito o elezioni anticipate».

La situazione precipita. In ottobre e novembre si intensificano gli attentati terroristici, è la piccola e media industria che, nel tentativo di rendere inevitabile un «governo forte», assolda ed arma squadre di incoscienti. Pietro Nenni, in una intervista sul Corriere della Sera paragona l’attuale momento con g1i avvenimenti che nel 1922 portarono al fascismo.

Quella che sarà definita «la strategia della tensione», scatenata con il chiaro proposito di bloccare i fermenti studenteschi ed il ben più pericoloso esplodere delle rivendicazioni proletarie, è in pieno sviluppo mentre si moltiplicano i casi di agitazioni in cui il padronato non riesce a trovare interlocutori. Alla Pirelli si sciopera ad oltranza avanzando una nuova parola d’ordine «vogliamo tutto e subito». La Malfa e Tanassi, il 21 novembre, sferrano un duro attacco contro i sindacati che, sotto la spinta degli operai, sono stati costretti a mobilitare cinque milioni di lavoratori per i rinnovi contrattuali. Nello stesso giorno la Confindustria emette un minaccioso comunicato: «…il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento… ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico». Il democristiano di destra, Guido Gonella, lancia un appello perché si scateni «la reazione del timido borghese contro i picchetti degli operai».

Siamo alla vigilia del 12 dicembre. Il 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, unisce la sua voce agli isterismi della destra politica e economica per la soluzione autoritaria di tutti i problemi: la proclamazione di una repubblica presidenziale; il settimanale Gente pubblica una sua eloquente dichiarazione: «…1a decisione di sciogliere le Camere spetta al Capo dello Stato…e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato».

Tutti i corpi di polizia sono in stato d’allarme. I fascisti di tutte le sétte, con Almirante in testa che farnetica di «guerra civile» e sollecita misure militari, sono in fermento. Nell’esercito si notano palesi indizi di nervosismo; comincia a prendere consistenza una tendenza all’intervento armato per garantire l’ordine pubblico. Il 15 novembre a Monza il comandante del distretto militare, pubblicamente, presente il procuratore della Repubblica, afferma: «Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese: l’esercito è ormai l’unico baluardo contro il disordine e l’anarchia».

La sensazione che solo il ricorso alla forza possa risolvere la situazione, si fa sempre più marcata, diviene sensazione generale.

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer lanciano l’allarme: «Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare…». Il 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel incalza: «…organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… ».

La Confindustria soffia sul fuoco, il suo dirigente Gambarotta rende pubblico il pensiero ufficiale del capitale italiano: «Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani… occorre una organizzazione sovrapartitica con una fede mitica nell’ordine…».

Eccoci alla vigilia della strage di Stato. L’11 dicembre l’attesa è febbrile, a Milano riunioni di ufficiali dei servizi segreti e di alti ufficiali dell’esercito. Il settimanale Epoca esce in veste «tricolore» ed in un servizio profetico ammonisce: «…se la situazione diventasse drammatica…le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità… poniamoci il problema della repubblica presidenziale… ».

Negli ambienti interessati, tra chi «fa politica» e chi segue, per interessi economici o di potere, le convulse vicende di questi giorni si parla ormai apertamente di «qualcosa di grosso che dovrà esplodere nelle prossime ore». La strage aveva i suoi profeti, le sue vittime già destinate ed i suoi «predestinati» capri espiatori.

Emergerà in seguito che tra i fascisti più fidati di Ordine Nuovo si vociferava da almeno due giorni che le bombe sarebbero scoppiate esattamente il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma ed avrebbero trovato quanto mai pronti i fascisti ad agire e la polizia efficientissima.

Dopo pochi minuti dall’esplosione all’Altare della Patria a Roma scatta la gazzarra delle destre. Le strade del centro sono invase da manifesti e volantini contro i «terroristi anarchici». Appena il tempo per realizzare riunioni dei vertici e le questure di Roma e Milano indicano i responsabili in Valpreda e compagni.

Le indagini assumono immediatamente un andamento sfacciatamente unidirezionale. Tutti gli anarchici noti – che da mesi subivano (ed avevano avvertito e denunciato) sorveglianza, pedinamenti, appostamenti, controlli telefonici – vengono fermati. Si tenta con suggestioni, pressioni, minacce di ogni genere, di estorcere a tutti i costi ammissioni contro Valpreda. «Voi anarchici dovreste aiutarci e ringraziarci; vogliamo togliervi dai piedi un turbolento, un sanguinario che danneggia il vostro movimento». Frasi del genere venivano ripetute con insistenza, soprattutto ai compagni che avevano avuto screzi o controversie teoriche con Valpreda.

Ma gli anarchici sapevano che Valpreda era da mesi sottoposto a sorveglianza speciale; era pedinato, convocato giornalmente in questura e gli si ingiungeva persino di trovarsi, in determinate ore, in bar del centro per incontrarsi con funzionari della questura. Era, insomma, letteralmente perseguitato, minacciato dalle squadre politiche di Roma e Milano che – malgrado fosse ormai di dominio pubblico e ampliamente dimostrato che le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni erano state messe dai fascisti in combutta con i colonnelli greci – cercavano di accollarle, in qualche modo, agli anarchici, farle rientrare nel quadro forsennatamente repressivo tracciato dal giudice Amati. Valpreda a Roma, Pinelli a Milano, venivano torchiati in ripetuti snervanti interrogatori, inquisiti assillantemente, apertamente accusati di aver preparato ed attuato quegli attentati, in concorso con altri anarchici.

La trappola poliziesca che doveva servire ad incastrare Valpreda e compagni («alla prima occasione vi incastreremo una volta per tutte» – minacciava spesso il commissario Calabresi) era in accurata, paziente preparazione da mesi.

Quando, in perfetta sincronia con il piano della «strategia della tensione» scoppiarono le bombe del 12 dicembre che dovevano sbloccare, come in effetti sbloccarono, la «drammatica situazione», questura magistratura e potere esecutivo avevano già a disposizione, prescelto con cura, l’uomo adatto da additare all’esecrazione popolare, l’uomo che, secondo ogni previsione, sarebbe stato «gradito» da tutti i partiti e da tutti abbandonato.

Ma qualcosa, sin dall’inizio, comincia a non funzionare nel disegno della polizia: il tentativo di incastrare il compagno Pinelli fallisce. Dapprima si prova ad ingannarlo, si passa poi alle minacce ed ai ricatti e infine, vista la sua solidità morale, si tenta di fiaccarlo nel fisico. Nei lunghi ed estenuanti interrogatori, durante i quali gli aguzzini della squadra politica milanese si avvicendano, si urla, si tentano ricatti, si fanno dei nomi. ed è a questo punto che il compagno Pinelli comincia a vederci chiaro; qualcosa, un nome gridatogli da un questurino è il tassello che manca al mosaico. Al limite ormai della sopportazione umana (si protraeva da tre giorni l’interrogatorio) sconvolto da ciò che aveva capito, in un moto spontaneo di rabbia grida in faccia ai suoi assassini la verità. Nell’ufficio politico milanese c’è un momento di smarrimento, sanno di non poter trattenere ancora a lungo Giuseppe Pinelli ma sanno anche che lasciarlo andare significherebbe la fine. La soluzione viene trovata in un colpo di karaté che stroncherà la vita di Pinelli.

I questurini hanno perso la testa. Qualcuno chiama un’ambulanza poi, nell’estremo tentativo di nascondere la verità, Pinelli viene scaraventato dalla finestra. In seguito risulterà paradossalmente che la ambulanza è stata chiamata prima di farlo precipitare dal IV piano della questura.

Un giornalista, teste oculare, registrerà l’ora e constaterà che, contrariamente alle affermazioni del brigadiere Panessa, Pinelli precipitato a terra calzava entrambe le scarpe (Panessa dichiarò che, nell’atto di impedire a Pinelli di suicidarsi, avendolo afferrato per una gamba, gli era rimasta in mano una scarpa). Nel tentativo di avallare il suicidio, il questore Guida (carceriere durante il ventennio dei prigionieri politici rinchiusi a Ventotene), subito dopo la morte dello anarchico, dichiarerà che Pinelli si era ucciso perché implicato nelle bombe e che il suo alibi era crollato. In seguito il questore Guida verrà costretto a smentire tali affermazioni e dichiarerà Pinelli totalmente estraneo alle bombe. Oggi la montatura dei suicidio è miseramente crollata ma, in quel momento, assieme alle dichiarazioni di Guida, contribuì non poco a sostenere la colpevolezza degli anarchici.

Post bombe

Le forze della destra reazionaria e fascista, in fase di estrema virulenza, e che si erano andata rafforzando in ogni settore politico e statale, nel parlamento, nell’esercito, nella magistratura, nella polizia in tutti i centri di potere economico che avevano perfezionato l’organizzazione di piani eversivi sfacciatamente appoggiati dalla CIA e dai colonnelli greci, non potevano essere neppure sfiorate, non si voleva correre il rischio di scatenare la loro preordinata e prevista reazione. Si sarebbe andati incontro sicuramente a squilibri incontrollabili, a sommovimenti violenti, alla minacciata e temuta guerra civile.

Non dimentichiamo che nei giorni in cui maturò, si preparò e si attuò la «strage di Stato», tutte le forze reazionarie erano pronte ad intervenire per risolvere la drammatica crisi con un colpo di stato fascista o, per lo meno, con un rovesciamento costituzionale, con la proclamazione della repubblica presidenziale.

Pertanto tutti gli «interessati», sinistre ufficiali comprese, accettarono l’incriminazione dell’anarchico Valpreda e compagni come il male minore, come la sola possibilità di salvare, in quel momento, la legalità repubblicana e il sistema parlamentare, senza provocare pericolosi traumi nè nell’opinione pubblica nè nelle forze politiche costituzionali, tutte più o meno compromesse nel turbinio delle manovre politiche di quel periodo.

Per comprendere ciò non bisogna dimenticare che le trame che si erano andate sviluppando con numerosi attentati dinamitardi avevano compromesso, in un intrico di complicità e collusioni vastissimi, legato ad emissari della CIA e dell’ESESI (servizio segreto greco) alti esponenti politici, dello Stato, della magistratura, dell’esercito, della polizia, della finanza…

Le insistenti voci di complotti militari, certi massicci spostamenti ed accentramenti di truppe assolutamente ingiustificati, certe burrascose riunioni di vertici, alle quali partecipano a volte, calpestando ogni etichetta, persino ambasciatori di governi «amici»; certe ricorrenti voci che, anche in piena notte, gettavano allarme tra gli esponenti di sinistra, non erano megalomanie di esaltati o burle di buontemponi ma episodi concreti, reali, gravissimi, del caos in cui si trascinava il «partito della crisi», del marasma in cui si dibattevano gli stessi fautori della strategia della tensione.

Solo il ricorso ad un fatto clamoroso, ad un gesto che almeno per qualche giorno lasciasse tutti attoniti, rompesse la tensione sull’orlo di precipitare il paese in una tragica avventura, poteva consentire il respiro e la riflessione e la spinta a ricercare ed attuare quelle soluzioni o almeno quegli sporchi compromessi politici che altrimenti non era stato possibile trovare.

Quel che avvenne dopo la strage confermò clamorosamente questa analisi che, si badi bene, non è posteriore alle criminali esplosioni del 12 dicembre ’69 ma era stata esaminata e discussa da diversi gruppi anarchici e dai gruppi extraparlamentari impegnati nella Controinformazione.

Fu proprio tenendo conto di questa analisi che i suddetti gruppi, fin dai primi di novembre, esprimevano in ogni modo, con tutti i loro mezzi, inquietudine, avvertimenti, allarmi per quello che inevitabilmente sarebbe accaduto.

Si sapeva con certezza che alcuni agguerriti e ben sovvenzionati gruppi di neofascisti avevano «contatti organici» con emissari dei colonnelli greci, della polizia e persino del Ministero degli Interni nonché con ufficiali delle Forze Armate e con industriali. Si avevano precise informazioni sulle varie azioni dinamitarde messe in atto in base al famoso rapporto segreto greco.

Tutto questo era ben noto alla questura, al SID (Servizio Informazioni Difesa), ai politici disorientati ed incapaci di concretare una qualsiasi iniziativa che sbloccasse la situazione, presi nel vortice di bassi intrallazzi, di quotidiani compromessi diretti a salvare il massimo spazio politico ai partiti.

Nei gruppi della sinistra extraparlamentare, in certi gruppi anarchici, si era notato, parallelamente allo sviluppo dell’«entrismo» di elementi neofascisti, una infiltrazione di confidenti della polizia e poliziotti autentici con funzioni di copertura dei fascisti e delle loro azioni eversive e provocatorie nelle manifestazioni di piazza.

Un legame si intuiva già tra le azioni dei fascisti e certi ambienti delle varie questure. Si era scoperto, ad es., che nella montatura che era stata ordita per accollare agli anarchici gli attentati fascisti del 25 aprile ’69, oltre alla famigerata Zublena, era implicato un confidente della questura, che ha avuto per mesi il compito di preparare false prove atte a rendere credibili le incriminazioni dei compagni. Il nome e l’operato di questo individuo non verrà mai rivelato dalla polizia, anche se le false confidenze, più che le scempiaggini della deficiente Zublena, sono servite ad Amati per tenere due anni in galera sei innocenti.

Fu la questura quindi con i suoi confidenti, con i suoi fidati funzionari, con la complicità del giudice Amati e la connivenza di tutto l’apparato a precostituire il castello dei falsi indizi con i quali sono stati «assicurati alla giustizia un gruppo di anarchici», consentendo ai fascisti dinamitardi di proseguire nella loro opera.

Ciò autorizza a denunciare obiettive responsabilità di una certa polizia e di una certa magistratura in tutto il piano che ha realizzato con le bombe del 25 aprile, con quelle dell’8 agosto e del 12 dicembre, le azioni più clamorose, rispondenti a precise esigenze politiche del momento.

Dopo essere stato assassinato, il compagno Pinelli è risultato estraneo agli attentati dei treni e del 12 dicembre.

Braschi, Pulsinelli, Faccioli, Della Savia, ecc. sono stati, dopo due anni di galera, riconosciuti estranei agli attentati fascisti del 25 aprile.

Rimane da smontare il tentativo di accollare a Valpreda e compagni, anch’essi, guarda caso, anarchici, le bombe fasciste del 12 dicembre. In questo frangente la montatura è stata più accurata, più grossa, proporzionata all’importanza degli obiettivi. Ma identica la tecnica usata per incastrare gli anarchici.

Prescelto il 22 Marzo, costituitosi da poco tempo come gruppo «eterogeneo» – aperto cioè a tutte le tendenze – era facile immettervi confidenti e persino un poliziotto. Costui, quel Salvatore Ippolito ribattezzato «Andrea Politi», avrà nel gruppo le stesse funzioni che aveva avuto il confidente della questura di Milano nel gruppo Braschi e Pulsinelli: provocatore e costruttore di false prove.

Il Salvatore Ippolito lo troviamo infatti precedentemente impegnato nelle indagini sulla sinistra extraparlamentare per gli attentati attribuiti al gruppo Braschi. Eccolo poi, fin dal maggio-giugno, appiccicato alle costole di Valpreda e compagni, membro attivo del gruppo, impegnato in un’opera continua, costante, di istigazione, di provocazione «all’azione»; opera che, anche se fallisce perché non riesce a dare un seguito alla unica azione consistita nel lancio di una bottiglia con benzina effettuata con la partecipazione attiva del poliziotto; riesce però a far costruire, sulla scorta di giornalieri rapporti dell’agente provocatore, a chi imbastiva la manovra, i falsi indizi per incastrare gli anarchici.

La questura, anche in questo caso, tenterà poi a lungo e con caparbietà di tener nascosta l’esistenza del poliziotto provocatore e la funzione da lui svolta; e sarà costretta a rivelarla, con ogni circospezione, solo 7 mesi più tardi, solo quando gli anarchici la denunciarono pubblicamente.

Non si vuole con questo affermare che il poliziotto-spia-provocatore Salvatore Ippolito fosse in qualche modo al corrente di quanto si stava tramando. Come non si è mai inteso sostenere che il fascista Mario Merlino (per sua stessa ammissione entrato nel gruppo di Valpreda e compagni per riferire sulle attività degli anarchici ai suoi «camerati») fosse a conoscenza di quanto doveva poi avvenire.

Merlino è fascista ma è ben noto come delatore anche di fascisti alla polizia. E’ indubbiamente intelligente ma psichicamente debole. Più volte ha giustificato ai fascisti le sue delazioni dicendo che soffre di frequenti attacchi epilettici durante i quali è assolutamente incapace di mantenere un qualsiasi segreto. Un individuo simile non può, obiettivamente, essere considerato il «cervello» di un’organizzazione clandestina e terroristica ed in effetti, come risulta chiaramente da inequivoche testimonianze, da circostanze precise e dall’esame degli atti processuali, egli non ha avuto altra funzione che quella di riferire ogni minimo particolare di quanto si diceva e si faceva nel gruppo ai suoi amici politici.

Chi gli aveva affidato l’incarico di «spia» allo interno del gruppo non poteva certo tenerlo al corrente di quello che si stava tramando anche alle sue spalle. Infatti egli si è trovato coinvolto senza un alibi prefabbricato, costretto ad ammettere che il giorno della strage era andato a cercare, senza trovarlo, Stefano Delle Chiaie, al quale passava le informazioni, mentre avrebbe potuto recarsi dal suo professore, noto antifascista, che lo attendeva quel giorno, costituendosi cosi un alibi perfetto. Qualora avesse saputo o solo immaginato che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa, non sarebbe stato così scemo da andarsi a cacciare in casa della Minetti, con il bel risultato di compromettere il fascista Delle Chiaie che, per questa inutile e imprevista visita di Merlino nel suo covo, fu costretto alla latitanza per non correre il rischio di dover rivelare il nome di chi riceveva da lui le informazioni che gli passava Merlino.

Sta di fatto però che le informazioni sugli spostamenti, sulle abitudini e sulle innocue chiacchiere dei giovani del gruppo 22 Marzo fornite alla questura da Salvatore Ippolito furono utilizzate per attuare gli attentati su misura del gruppo.

Stabilito poi che, con assoluta certezza, «i camerati» a cui Merlino passava le informazioni erano in contatto diretto con gli organizzatori del piano eversivo e quindi con i funzionari dello apparato statale, (poliziesco, giudiziario e militare) in esso compromessi, si può con fondatezza sostenere che tutte e due le fonti di informazione, ad insaputa degli stessi informatori, siano state utilizzate per realizzare gli attentati in modo che potessero essere poi attribuiti a Valpreda e compagni.

La strage di Stato, concepita ed attuata con estrema freddezza, decisione, mezzi ed esperienza non si spiega, non si giustifica, non può trovare alcuna motivazione se non si colloca al momento politico-economico che l’ha suggerita e a tutto il piano che da quel momento prese le mosse.

Tutto quanto è avvenuto dopo e sta ancora avvenendo non fa che confermare questa analisi. Lo stesso «golpe» del criminale Valerio Borghese non era, in fondo, che una delle tante ramificazioni del piano reazionario della destra ed aveva indubbiamente legami e collusioni con esso. Borghese è stato buttato a mare perché non intendeva sospendere l’esecuzione del progetto iniziale che, dopo là strage di Stato, ha subito revisioni e rinvii. Ma i suoi altolocati complici gli hanno garantito incolumità e protezione. Del colpo di Stato nessuno dice più una parola.

A che serve stabilire, almeno in questa sede, che contro Valpreda e compagni non c’è ombra di prova o di indizi nelle 20.000 pagine degli atti processuali? A che serve ribadire che tutti hanno degli alibi di ferro? Gli attentati non potevano favorire la causa dell’anarchismo e della emancipazione operaia, ma quella della destra più reazionaria e conservatrice.

Questo lo sanno anche i magistrati Occorsio e Cudillo, che hanno svolto l’inchiesta loro affidata dall’apparato senza poter aggiungere un solo elemento d’accusa alla stolta, incongruente e traballante montatura poliziesca ma anche senza affrontare il rischio di scoprire la verità, che li avrebbe portati al «dovere» di incriminare un folto gruppo di reazionari, anche altolocati che, per superiori disposizioni , vanno protetti.

La loro montatura fa acqua da tutte le parti, ma poco importa: dio è con noi – possono dire i padroni, ed evidentemente hanno ragione visto che tutti i testimoni «scomodi» scompaiono uno dopo l’altro, in circostanze «misteriose»:

12 dicembre 1969 – Strage di Milano.

13 dicembre ’69 – Udo Lemke, un capellone tedesco, si presenta dai carabinieri dicendo di aver riconosciuto in piazza Venezia, subito dopo gli attentati, tre giovani siciliani che un mese prima gli avevano proposto di compiere attentati dinamitardi in varie città, tra cui Roma e Milano.

14 dicembre ’69 – Viene ricoverato in clinica l’avv. Vittorio Ambrosini, fratello del consulente costituzionale di Saragat e padrino di cresima di Restivo. Confida ad un suo vecchio amico comunista di aver partecipato nella sede romana di Ordine Nuovo, alla riunione preparatoria della Strage. Da allora è inavvicinabile.

15 dicembre ’69 – Il corpo di Giuseppe Pinelli, assassinato dai questurini di Milano, viene gettato dalla finestra del commissario Calabresi. Presenti il tenente dei C.C. Lo Grano e i brigadieri Mucilli e Panessa,.Mainardi e Caracuta.

25 dicembre ’69 – Scompare Armando Calzolari, amministratore del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Non era d’accordo con il programma dei camerati a proposito delle bombe. Provetto sommozzatore, verrà ritrovato un mese dopo in un pozzo: affogato in 80 cm. d’acqua. E’ certo che fu ucciso.

16 gennaio 1970 – Udo Lemke – il capellone tedesco reo d’aver denunciato Stefano Galatà, responsabile dei volontari del MSI, di Catania, come uno degli attentatori dell’Altare della Patria – viene arrestato per droga. Con una «brillante» azione che puzza lontano un miglio di macchinazione poliziesca. Attualmente è ricoverato alla clinica neuro di Perugia.

27 settembre ’70 – Muoiono in un «incidente» stradale cinque anarchici calabresi. Due di essi – Angelo Casile e Giovanni Aricò – sono importanti testi a discarico nell’istruttoria Valpreda e stavano svolgendo un’importante indagine di controinformazione. L’incidente – provocato dalla brusca frenata di un camion che li precede – avviene alla stessa altezza dove otto anni prima era morta, in circostanze analoghe, la moglie di Junio Valerio Borghese. Il padre di uno dei giovani aveva ricevuto, qualche giorno prima della partenza, la telefonata di un suo amico brigadiere di P.S. che lo sconsigliava di lasciar partire il figlio.

E tanti altri testimoni a favore vengono arrestati in occasione di manifestazioni, picchiati e poi ad arte denunciati per violenza a pubblico ufficiale e imputati senza alcun fondamento nello stesso procedimento contro Valpreda e successivamente prosciolti, ma ciò è sufficiente per non permetter loro di testimoniare.

Ma non sono scomodi soltanto i testimoni a difesa. Anche i testimoni d’accusa possono esserlo (vedi Zublena) quando sono individui psichicamente deboli, che in aula potrebbero dimenticarsi la lezione.

E’ così che il 16 luglio 1971 muore il supertestimone Cornelio Rolandi, il tassista, quello che, per una taglia di 50 milioni, ha «riconosciuto» il Valpreda – di cui aveva per altro già visto la foto: «questo è l’uomo che devi riconoscere» – gli avevano detto, come risulta dai suoi stessi verbali. La sua morte prematura (aveva 49 anni) arriva imprevista per tutti tranne che per il giudice Cudillo, che il 23 giugno ’70 (un anno prima) gli ha fatto rilasciare una «deposizione a futura memoria» da usarsi appunto in caso di morte.

C’è speranza, insomma, di arrivare al processo senza testimoni, e possibilmente senza imputati: l’11 luglio la stampa dà notizia di un tentato suicidio di Valpreda e Gargamelli. La notizia risulta assolutamente falsa: ma chi e perché l’ha comunicata? Forse qualcuno che vuole cominciare a preparare la gente all’idea che anche Valpreda (come Pinelli!) potrebbe «suicidarsi»? E’ bene segnalare che da qualche tempo sia Valpreda che Gargamelli sono ricoverati in infermeria, l’uno per disturbi circolatori, l’altro per asma allergica. Il processo, che si doveva svolgere nell’autunno ’71, non è stato ancora messo a ruolo e non potrà quindi essere fissato che per la primavera del ’72. Si intende aspettare I’occasione di fargli fare la fine di Pisciotta?

Intanto il processo viene rinviato di giorno in giorno. Nel frattempo Calabresi, Lo Grano, Panessa, Mucilli, Mainardi e Caracuta, gli assassini del compagno Pinelli, vengono tutti promossi. Evidentemente il sistema si sente molto sicuro per fare così scopertamente il suo sporco gioco. Ma questo gioco sarà forse più pericoloso del previsto.

Valpreda, Gargamelli, Mander, Emilio Borghese sono assolutamente estranei alla strage di Stato così come Braschi, Pulsinelli e compagni erano e sono risultati estranei alle bombe fasciste del 25 aprile.

Strapperemo Valpreda e compagni alla canagliesca montatura che vuole sacrificare degli innocenti per colpire tutto il movimento rivoluzionario e per coprire, al tempo stesso, gli assassini al soldo della reazione.

Non sarà facile, sarà necessaria una dura lotta per schiacciare l’apparato sotto il peso delle sue responsabilità, ma i suoi delitti, le sue prevaricazioni, i suoi arbitrii sono così numerosi e spudorati che provocheranno la mobilitazione, la sollevazione dell’opinione pubblica.

Il sistema ha messo in atto, con cinica spregiudicata premeditazione, tutti i mezzi leciti ed illeciti del potere pur di sopraffare l’opposizione della sinistra extraparlamentare coinvolgendola a tutti i costi nella macchinazione.

Ciò è dimostrato con impressionante evidenza dalle vicende emerse nel corso del processo Baldelli-Calabresi e dagli inauditi e clamorosi scandali che ne sono seguiti.

Uno degli assassini di Pinelli, il commissario allievo della CIA e socialdemocratico Calabresi – che aveva denunciato Pio Baldelli quale direttore di Lotta Continua – che lo aveva apertamente accusato per la morte di Pinelli – si oppone vigliaccamente ad ogni ulteriore accertamento dei fatti e, quando il tribunale ordinerà una completa perizia sulle vere cause della morte dell’anarchico, scatterà l’inconsueta procedura della ricusazione contro il presidente del tribunale Biotti.

Da tutto ciò risulta che nello scandalo sono implicati tutti i più alti gradi della polizia e dell’apparato giudiziario fino al consiglio superiore della magistratura. Stupore e disorientamento sembrano per un attimo travolgere nel fango i responsabili. Ma ancora una volta la protervia degli assassini e la complicità dell’apparato statale riescono a tener testa all’ondata d’indignazione, a fronteggiare 1o scandalo: per tutta risposta Calabresi viene promosso.

La promozione di Calabresi a confermare che il commissario è effettivamente lo strumento della destra democristiana fascisteggiante, della socialdemocrazia e di quella parte della polizia e della magistratura che hanno messo in atto tutto l’affare culminato con la strage di Stato. Tra costoro vanno ricercati i potenti protettori dî Calabresi che può infischiarsene di tutto e di tutti e far persino carriera, anche dopo aver ridicolizzato la magistratura perché i suoi altolocati complici debbono proteggerlo per evitare di essere a loro volta travolti dalle stesse responsabilità.

Ma il caso Pinelli, affossato con la ricusazione di Biotti – che arenerà il processo Baldelli-Calabresi – è riaperto inaspettatamente dall’ultima iniziativa di Licia Pinelli. La fiera compagna di Pino ha presentato alla Procura generale una circostanziata denuncia contro Calabresi, Panessa, Lo Grano, Mucilli, Allegra, Caracuta, Mainardi per omicidio volontario, violenza privata, sequestro dì persona, abuso di ufficio, abuso di autorità.

L’accusa di Licia Pinelli chiama in causa tutti coloro che con il proprio comportamento contribuirono più o meno direttamente alla morte del compagno.

Dopo una serie di sfacciati tentativi per impedire a tutti i costi che la denuncia di Licia Pinelli fosse accolta, dopo che l’avvocato miliardario della polizia, Lener, è giunto fino all’assurdo di denunciare per diffamazione il prof. Smuraglia, legale di Licia Pinelli, la magistratura è stata costretta ad indiziare per il reato di omicidio volontario i sei poliziotti che erano nella stanza con Calabresi quando il compagno Pinelli fu gettato dalla finestra.

L’inchiesta – che fino ad ora non era stata neanche iniziata, perché l’archiviazione del caso disposta dai giudici Caizzi ed Amati fu un provvedimento messo in atto senza nessuna, sia pur formale, garanzia di serietà – è aperta e teoricamente dovrebbe portare all’incriminazione dei responsabili, ma si hanno fondati motivi per pensare che non si approderà a nulla, che tutto sarà incanalato su un prestabilito binario diretto verso una definitiva archiviazione del caso.

A due anni di distanza il tempo ha certamente cancellato ogni prova dal corpo ormai in avanzato stato di decomposizione ed è per questo che si permetterà la perizia necroscopica fino ad ora negata. Inoltre, le prove che non ha distrutto il tempo sono state distrutte dagli uomini. Infatti gli abiti che Pinelli indossava quando fu ucciso sono stati bruciati perché, si è detto, la magistratura non ha disposto diversamente, eppure è proceduralmente indispensabile, in casi di morte violenta, provvedere ad accurate perizie di tutto ciò che può nascondere qualche prova e gli abiti di un assassinato, è ben noto, quasi sempre rivelano prove schiaccianti.

Altri cavilli procedurali ed impedimenti di ogni genere saranno escogitati per ostacolare il normale corso di questo nuovo procedimento, ma siamo tutti fermamente decisi a non desistere dal proposito di perseguire fino in fondo la verità, il riconoscimento definitivo dell’innocenza dei compagni arrestati.

Il caso Pinelli, i motivi che hanno indotto i suoi aguzzini ad assassinarlo, sono strettamente legati alla strage di Stato. Fare luce sulle circostanze della sua morte significa squarciare il velo di complicità intrighi complotti dai quali sono scaturiti gli attentati. E’ per questo che tutto lo apparato poliziesco, politico e giudiziario da due anni si dibatte in un groviglio di contraddizioni, di infamie, di vergogne e di ridicolo pur di evitale che l’opinione pubblica venga a conoscenza della verità.

Moltiplicheremo l’energia e l’impegno perché il caso Pinelli e la strage di Stato divengano motivi di mobilitazione di massa contro la reazione, imprimano un decisivo orientamento alle lotte che dovranno far cadere la maschera democratica che nasconde il vero volto fascista del sistema.

La repressione oggi

Dopo iI 12 dicembre, dopo un primo momento di sbandamento e di «ordine», dopo crisi governative varie, le provocazioni riprendono su vasta scala. Continua la serie di attentanti fascisti in tutta Italia. Gli episodi più gravi sono la bomba fascista alla stazione ferroviaria di Verona nell’estate ’70 che solo per un errore non ha provocato una strage; la serie di attentati fascisti a Reggio Calabria, i cui responsabili, i noti fascisti Schirinzi e Pardo (vedi «La Strage di Stato») sono stati prosciolti dall’accusa di tentata strage; il criminale attentato contro la folla a Catanzaro, che è costata la vita al compagno operaio socialista Giuseppe Malacaria (gli autori di quest’ultima azione sono tutti scarcerati!).

«Parallelamente» ai suddetti attentati se ne sono verificati altri con firme di gruppi extraparlamentari, ma che perseguono lo stesso fine provocatorio. Rientrano in detto quadro gli attentati a caserme a Rieti, L’Aquila e quello a Vibo Valentia. Sono tutti firmati «brigate rosse» ma nulla hanno a che vedere con esse.

I citati attentati datano a pochi giorni prima del 2 giugno c.a. Contemporaneamente erano girate insistenti voci che per quel giorno i fascisti avessero intenzione di attuare una grossa manovra provocatoria e il settimanale fascista «Lo Speechio» da alcune settimane stava conducendo una campagna sulla «sovversione contro l’esercito» parlando di «bombe contro il tricolore». A puro titolo informativo ricordiamo che, poco prima della strage del 12 dicembre, si era abbandonato ad una isterica campagna contro la sinistra, asserendo di aver scoperto «le centrali della sovversione rossa».

Altro fatto rilevante: si è molto parlato in questi ultimi tempi di movimenti di «roba» (leggi bombe e armi da guerra). Alcuni depositi eccezionalmente forniti sono stati scoperti in Calabria, Piemonte, in Liguria e altrove. Movimenti di armi e depositi fanno capo sempre ad elementi fascisti. I camerati hanno tutti il pallino del collezionismo, così infatti ha riconosciuto la magistratura.

All’escalation del terrorismo «nero» corrisponde l’escalation della repressione legalizzata:

– i metodi della polizia sono sempre più scientifici: fermi illegali prima di manifestazioni di piazza; cariche improvvise, candelotti tossici e bombe offensive durante le manifestazioni di piazza; lo studente Saverio Saltarelli è stato ucciso il 12 dicembre 1970 da un candelotto sparato ad altezza d’uomo – rastrellamenti metodici dopo – 53 compagni di «Lotta Continua» arrestati a Torino.

– La polizia interviene sempre più duramente contro i picchetti – 4 compagni di «Potere Operaio» arrestati davanti alla FIAT a viale Manzoni a Roma -; contro chi lotta per il diritto alla casa – 19 anarchici arrestati a Roma nel quartiere di Centocelle «dopo» lo sgombero di uno stabile occupato dai baraccati.

Al comportamento della polizia corrisponde con perfetta coerenza quello della «indipendente» magistratura. Stanno diventando famose l’Aula IV del tribunale di Roma e l’Aula V del tribunale di Torino, vere e proprie Sezioni Speciali come ai tempi del fascismo.

La provocazione continua incessantemente. La repressione poliziesca si fa sempre più dura, con la complicità di una magistratura sulla cui «indipendenza» anche il cittadino comune comincia a nutrire seri dubbi. Eppure, almeno per ora, i gruppi cosiddetti extraparlamentari non sono «pericolosissimi» per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni «democratiche» soprattutto perché si presentano come «avanguardie» legate alla logica dei «quadri politici», logica che li porta a ritenere indispensabile ed irrinunciabile la funzione di gestire il movimento di massa, frenandone la presa di coscienza libertaria, ritardando così la sua abilitazione a gestire in prima persona le sue lotte e la sua emancipazione sociale.

Il piano «reazionario» culminato negli attentati del 12 dicembre è parzialmente fallito in quanto non ha raggiunto quegli obiettivi che i fascisti si erano dati (stato forte, eventualmente giunta militare al potere). Evidentemente non rientrava nei disegni della grande industria, la quale ha ripreso sotto il suo controllo la situazione politica ed ha impedito un ulteriore svicolamento a destra dell’asse politico italiano. Però i «padroni del vapore» non hanno «tutto» sotto controllo: la produttività non accenna a salire. Si va incontro ad un periodo di congiuntura economica e forse verso l’inflazione perché le agitazioni operaie continuano sempre più arrabbiate. A niente servono gli appelli all’ordine e alla produttività del governo.  A niente serve il terrorismo padronale in fabbrica (licenziamenti e sospensioni).

Ciò è molto pericoloso per il capitalismo perché da queste lotte non nasce solo la crisi economica – mn sarebbe la prima, non sarà l’ultima – e comunque il grande capitale ha la capacità di riassorbirla senza subire gravi danni – ma «potrebbe» nascere – se non addirittura «sta» già nascendo – l’alternativa al riformismo e quindi al sistema borghese.

Per riprendere il pieno controllo della situazione gli industriali hanno cercato e trovato l’accordo con le forze riformiste. Mentre da un lato il PCI e il nuovo sindacato unitario si fanno garanti della pace sociale, i padroni offrono al primo un posto al governo, al secondo le mini riforme (fumo negli occhi per le masse lavoratrici).

Vediamo concretamente la politica dei riformisti:

– per quanto riguarda l’atteggiamento verso i suoi interlocutori borghesi il PCI dopo le bombe di Milano, dopo un momento di comprensibile sbandamento e perplessità, ha saputo sfruttare il piano che nella mente degli esecutori era diretto principalmente contro di lui, ed ha ritorto l’arma della provocazione contro chi l’ha usata, a livello elettorale, facendosi partito dell’ordine e della legalità repubblicana.

– Per quanto riguarda iI sindacato è interessante notare come con la unificazione esso abbia acquistato in potere e forza, ma non a vantaggio dei lavoratori. Infatti è il sindacato che impone se stesso come unico interlocutore valido con il governo e il padronato, boicottando sistematicamente tutte le iniziative spontanee e di base. Ai lavoratori non viene riconosciuto il diritto di rappresentarsi da sé ma devono forzatamente ricorrere ai «professionisti», ai burocrati sindacali e, in altre parole, ai padroni stessi.

La provocazione, le bombe, la repressione hanno dunque 3 obiettivi:

– spaventare la borghesia per spingerla verso i «partiti della paura e dell’ordine»;

– frenare le lotte operaie e permettere il rilancio della produttività;

– sospingere la sinistra extraparlamentare nella clandestinità per emarginarla e sopprimerla definitivamente.

Questa situazione è, secondo noi, estremamente pericolosa. Abbiamo mostrato come la borghesia usi l’arma della provocazione e della repressione per liberarsi di coloro che possono o potrebbero ostacolare i suoi disegni. Abbiamo visto come questa manovra trovi complici tutti i partiti del parlamento e come questi si facciano solerti esecutori dei «dettagli» di questo piano diffamando e conseguentemente isolando le punte più avanzate che portano il discorso dell’autonomia operaia. Nel momento in cui venisse meno la spinta rivoluzionaria e libertaria al movimento popolare potremmo dire che la manovra borghese ha realizzato pienamente i suoi fini. La rivoluzione è il prodotto di un movimento di massa cosciente della propria forza e della propria volontà di auto-emanciparsi. La rivoluzione come mutamento radicale della convivenza sociale è piena attuazione dell’autogestione libertaria.

Oggi la risposta a questa manovra, alla provocazione e alla repressione deve essere quanto mai dura e unitaria. Unitaria però non in senso generico, sul tipo di comitati antifascisti costituiti dai partiti borghesi. L’unità deve essere un dato di fatto ben più profondo e radicato, poggiante sulla reale partecipazione del proletariato cosciente alle lotte sociali tenendo ben presente che la risposta alla repressione deve riprendere ed acutizzate queste lotte, che sono state la causa prima di essa, fino alla liquidazione dello Stato.

Oggi non crediamo di trovarci in un momento pre-rivoluzionario. Ma, d’altra parte, la situazione generale pone oggettivamente in luce grosse contraddizioni che possono portare all’esplosione di una latente potenzialità rivoluzionaria. Il nostro compito è quello di cercare e trovare i punti in cui il sistema può e deve essere attaccato. Una di questi punti è il processo contro Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese.

Per tutto ciò che abbiamo detto, per le assurde contraddizioni in cui sono caduti magistratura e polizia nell’intento di sostenere questa montatura, lo Stato giunge al processo estremamente debole e vulnerabile.

Vincere lo scontro significherà chiarire a tutti coloro che non sono in malafede la logica sempre repressiva dello Stato, significherà fare un passo in avanti sulla via della Rivoluzione sociale. Per questo vogliamo che la vittoria non sia viziata dal compromesso e dal mercantilismo dei partiti. Per questo rifiutiamo qualsiasi fiducia allo Stato ed ai suoi magistrati. Sappiamo che i nostri compagni usciranno dal carcere solo se sarà il popolo a volerlo. Soprattutto per questo motivo il potere si oppone ad ogni tentativo di far emergere la verità, cerca di far dimenticare a tutti la strage di piazza Fontana.

Chi dimentica la strage, chi dimentica

che dei compagni innocenti sono in galera

da anni, chi vuole uno «stato forte»,

chi – per paura o menefreghismo – preferisce

«allinearsi» con le tesi ufficiali,

«è di fatto complice dei veri assassini».

 

 

Il presente documento è stato elaboralo in un convegno di delegati di gruppi della FAI (Federazione Anarchica Italiana); dei GAF (Gruppi Anarchici Federati); del GIA (Gruppi Iniziativa Anarchica); di gruppi non federati, tenutosi a Carrara il 24-7-71 e successivamente aggiornato.