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1970 02 25 Corriere – Interrogati gli esponenti del XXII marzo. di Roberto Martinelli

12 novembre 2015

1970 02 25 Corriere - Interrogati gli esponenti del XXII marzo. di Roberto Martinelli

L’inchiesta sugli attentati di Milano e Roma

Interrogati gli esponenti del«XXII Marzo»

Le dichiarazioni di Emilio Serventi detto il «Cobra» – Sulla conferenza tenuta al circolo anarchico il giorno della strage di piazza Fontana – Delle Chiaie ha confermato l’alibi di Mario Merlino – Difficile procedura per l’estradizione di Ivo Della Savia.

di Roberto Martinelli

 

Roma 24 febbraio, notte.

Otto testimoni sono stati interrogati stamane dal giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che conduce le indagini sulla strage di Milano e gli attentati di Roma. Due di essi, Emilio Serventi (detto «il cobra») e Stefano Delle Chiaie, sono stati interrogati alla presenza del pubblico ministero Vittorio Occorsio. Il primo ha parlato della conferenza tenuta al circolo XXII Marzo, della sua durata, del motivi che indussero gli organizzatori a non tenerla nei locali del circolo Bakunin (il gruppo anarchico dal quale Valpreda e gli altri si erano staccati). Stefano Delle Chiaie, un giovane esponente dell’estrema destra, ha confermato in buona sostanza ciò che Mario Merlino ha dichiarato nei suoi verbali di interrogatorio a proposito del suo alibi.

Pietro Valpreda, intanto, s’è incontrato nuovamente con l’avvocato Guido Calvi, che lo assiste insieme con il professor Giuseppe Sotgiu. Il nuovo colloquio era stato sollecitato telegraficamente dall’imputato il quale ha reso noto al difensore di essersi ricordato di una circostanza nuova che, a suo avviso, dovrebbe scagionarlo dall’accusa di furto di auto presentata a suo carico.

Le testimonianze raccolte stamane dai magistrati inquirenti non hanno in sostanza modificato il quadro dell’istruttoria. Stefano Delle Chiaie, il primo dei testimoni interrogati, ha confermato ciò che disse alla polizia. E cioè di aver appreso da uno dei figli di una sua conoscente, la signora Minetti, che Mario Merlino si era incontrato con lui, nei pressi della sua abitazione, in via Tuscolana 552, intorno alle ore 17. Merlino disse testualmente che egli era «diretto dall’amico Stefano Delle Chiaie, con il quale aveva preso un appuntamento per le ore 17… Mi recai in via Tuscolana… nell’abitazione della signora Minetti dove incontrai i figli Riccardo e Claudio. Non trovai invece il Delle Chiaie che peraltro avrebbe dovuto essere lì. Rimasi con Riccardo e Claudio per circa un’ora. Verso le 18.15 arrivò la madre e quindi io e Riccardo uscimmo e percorremmo insieme un tratto di strada fino a piazza Re di Roma. La passeggiata durò venti minuti. Successivamente io rientrai in casa verso le 19».

Riccardo Serventi ha parlato invece della sua conferenza. Ha detto che essa cominciò intorno alle 15.30 e che si protrasse per tre ore. Fu egli stesso ad introdurre il discorso e a trattare argomenti filosofici e matematici. Seguì un dibattito. Alle contestazioni degli inquirenti i quali hanno fatto rilevare al testimone che i due nastri magnetici sui quali è inciso il testo del suo discorso durano circa un’ora e mezzo, il Serventi ha spiegato che durante la conferenza vi furono molte interruzioni.

La conferenza del 12 dicembre è uno degli argomenti che sta più a cuore alla pubblica accusa: essa è convinta che quella insolita riunione fu organizzata per precostituire un alibi ai presunti responsabili degli attentati dinamitardi di Roma. La conferenza fu organizzata il martedì precedente e, in un primo tempo, fu stabilito che dovesse esser tenuta nei locali del circolo Bakunin. All’ultimo momento fu spostata in quelli del XXII Marzo. Serventi ha detto oggi che i partecipanti si riunirono in un bar e poi, tutti insieme, andarono al circolo. Il testimone ha aggiunto un altro particolare finora inedito: che il giorno successivo agli attentati, cioè il sabato 13 dicembre, assieme ad Emilio Bagnoli (uno degli imputati) e ad Umberto Macoratti (il supertestimone dell’ accusa) egli sarebbe ritornato nei locali del XXII Marzo.

Gli atti dell’istruttoria sono stati esaminati stamane, per la prima volta dal nuovo consigliere istruttore Achille Gallucci, che stamane s’è insediato nei nuovi uffici di piazzale Clodio in sostituzione del dottor Antonio Brancaccio, promosso e trasferito alla prima sezione civile della corte di cassazione.

Tra i tanti problemi che i due magistrati dovranno affrontare, c’è la richiesta di estradizione per Ivo Della Savia, l’anarchico contro il quale è stato spiccato mandato di cattura per detenzione di esplosivi. Data la natura, tipicamente politica, dei reati ai quali questa imputazione è collegata, l’estradizione non può essere chiesta dall’Italia. Il nostro paese ha infatti aderito alla convenzione europea di estradizione firmata a Parigi il 13 dicembre 1953. Tale convenzione, all’articolo 3, precisa che «l’estradizione non sarà accordata se un reato è considerato dalla parte a cui essa viene richiesta come un reato politico o come un fatto ad esso connesso». Ed anche il Belgio, ove Della Savia s’è rifugiato, ha aderito a tale convenzione.

Contro l’imputato esiste però un altro procedimento penale per il reato militare (renitenza alla leva) e ciò consentirebbe alle nostre autorità di poter, nel rispetto della convenzione parigina, chiedere l’estradizione.

 

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1970 04 23 Messaggero – Attentato dinamitardo. Depositati i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati.

2 novembre 2015

1970 04 23 Messaggero - attentato dinamitardo

Attentato dinamitardo

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo, che dirige l’inchiesta giudiziaria sugli attentati compiuti a Milano e Roma nel dicembre dello scorso anno, ha depositato in cancelleria i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati: Enrico Di Cola, Mario Merlino e Roberto Garbameli.

Gli accertamenti domiciliari, furono compiuti il 9 aprile scorso e solamente in casa di Enrico Di Cola, il quale è latitante fin dai primi giorni dell’inchiesta, fu compiuto un sequestro. Si tratta di un quaderno dalla copertina verde sulla quale è scritto «Quaderno di musica di Enrico Di Cola ». Su uno dei primi fogli è scritto «Le basi NATO in Italia… De Lorenzo». Poi, su otto fogli, sono state trascritte alcune poesie.

Prima che nella abitazione di Enrico Di Cola, gli investigatori -il commissario di pubblica sicurezza Umberto Improta, un sottufficiale e due agenti – si recarono in casa di Mario Merlino, il quale, come è noto, è in carcere perché accusato di concorso in strage e altri reati. Nell’appartamento di via Liberiana 9, gli agenti furono ricevuti dal padre del giovane anarchico, Aldo Merlino. Nel corso delle ricerche non fu trovato nulla di sospetto.

Dall’abitazione di Merlino gli inquirenti passarono in via Pescara, nell’abitazione del Di Cola, dove alla perquisizione fu presente la zia del giovane, Anna Maria Tumino.

Nella casa di Roberto Gargamelli, che è figlio di un funzionario della Banca Nazionale del Lavoro, in cui fu compiuto uno degli attentati, gli investigatori si recarono l’11 aprile, ma anche qui non trovarono nulla di compromettente.

1970 06 7 Paese Sera – Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice. Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Valpreda e Merlino non vogliono rispondere

Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice

Hanno chiesto di parlare prima con i loro avvocati – Gli altri imputati confermano i loro alibi e la loro versione dei fatti – Documento degli avvocati difensori

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha contestato a Pietro Valpreda e agli altri cinque maggiori imputati per gli attentati dinamitardi di Roma e Milano del 12 dicembre scorso le dichiarazioni fatte circa 15 giorni fa da «Andrea Politi», lo 007 del Viminale.

Quando il giudice si è recato da Valpreda e Merlino, i due imputati hanno rifiutato di rispondere ad ogni domanda del magistrato chiedendo di poter parlare prima con i loro avvocati, cosa che la legge concede loro. Pare che ormai i due maggiori imputati abbiano perso ogni fiducia nell’operato del giudice istruttore.

Più lungo ed approfondito degli altri è stato l’interrogatorio di Roberto Mander. L’unico minorenne del processo, per dimostrare che non aveva piazzato la bomba all’altare della Patria, aveva sostenuto che mentre avveniva la deflagrazione stava uscendo dal circolo di via del Governo Vecchio e molti testimoni avevano confermato questo suo alibi.

Di fronte alle contestazioni che il magistrato gli ha fatto sulla base delle dichiarazioni di Andrea 007 ha ribadito quanto aveva dichiarato: «Fra i due tempi in cui la conferenza fu divisa mi allontanai per non più di tre minuti per andare in un bar e ritornai per ascoltare ancora «il cobra»: stavo uscendo, sempre con altri giovani anarchici, quando udii (l’udirono anche gli altri) lo scoppio all’Altare della Patria, a proposito del quale qualcuno disse: «Deve essere uno dei botti che fanno a Piazza Savona».

Mander ha descritto con molti dettagli al giudice gli spostamenti fatti quel pomeriggio e ha ricordato anche come erano disposte all’interno del Circolo «XXII Marzo» le persone che ascoltarono la conferenza sulle religioni di Serventi. Fra l’altro ha detto: «Andrea» era dietro di me, seduto su una brandina. Alla ripresa dell’interrogatorio Mander ha chiesto al giudice istruttore di essere messo a confronto con «Andrea Politi». Il dr. Cudillo si è riservato di prendere una decisione.

Ancora poco si sa su quanto hanno dichiarato al giudice gli altri imputati quando si sono sentiti contestare le rivelazioni dell’agente della questura che si era insinuato nel loro gruppo fingendo di essere un contestatario.

Sempre a proposito di questo testimone, hanno fatto una dichiarazione gli avvocati Giuliano Vassalli e Nicola Lombardi, difensori di Mander. Eccone il testo: «Abbiamo esaminato le notizie e siamo rimasti stupefatti tanto da decidere una immediata nostra risposta difensiva: infatti, se le vicende processuali rimanessero, come dovrebbero, segrete nell’istruttoria, nessun danno ne verrebbe agli imputati, né la opinione pubblica sarebbe dirottata verso opinioni spesso così contrastanti con la verità. Ma quando avviene, come in questo processo, che noi stessi difensori siamo costretti ad apprendere le notizie solo indirettamente, non possiamo né dobbiamo, proprio nell’interesse dei nostri assistiti, rimanere inerti. Per vari motivi abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza, che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, ed a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che conosciute immediatamente avrebbero risparmiato al magistrato ed agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quello che avviene è anche palesemente illecito perché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce a i pubblici ufficiali (ed il «Politi» è un pubblico ufficiale) ed essi quando non assolvono ai doveri di ufficio di riferire al magistrato compiono una gravissima violazione di legge.

 

1969 12 20 Messaggero – Roma Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura di Fabrizio Menghini

28 ottobre 2015

1969 12 20 Messaggero - Roma di Fabrizio Menghini

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura 

di Fabrizio Menghini

 

Il pubblico ministero Vittorio Occorsio ha emesso nel pomeriggio di ieri altri cinque ordini di cattura nei confronti di altrettanti complici di Pietro Valpreda, ritenuti responsabili di strage continuata, di associazione per delinquere, pubblica intimidazione col mezzo di materie esplodenti, di violazione della legge sulle armi e gli esplosivi. L’accusa è uguale per tutti, dal momento che il piano criminoso fu ideato, preparato e attuato con la partecipazione di un ben individuato nucleo del gruppo anarchico «XXII Marzo», con sede in via del Governo Vecchio. Le persone colpite dal provvedimento del magistrato, sono: Emilio Borghese, di 18 anni, studente dell’Istituto tecnico di via dei Colli Portuensi: il padre è il noto magistrato di Cassazione Sofo Borghese; Mario Merlino, di 25 anni, quarto anno della Facoltà di lettere; è uno dei fondatori del gruppo anarchico «XXII Marzo»; Emilio Bagnoli, 24 anni, studente del terzo anno alla Facoltà di architettura: la madre, vedova di un ingegnere del Genio Civile, è nipote di un senatore del Regno; fu arrestato lunedì nella sua abitazione e gli agenti trovarono nella sua stanza solo un Vangelo, una storia dell’America e «Topolino»;. Roberto Gargamelli, 19 anni, studente, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro, Tiberio Gargamelli: il padre lavora alla cassa assegni e vaglia dell’Istituto di credito in via San Basilio, dove esplose uno degli ordigni; infine Roberto Mander, 17 anni, minorenne rinchiuso al «Gabelli», figlio del compositore di musica.

Gli ordini di cattura sono stati smessi quasi allo scadere del fermo di polizia che era stato peraltro autorizzato dallo stesso magistrato istruttore e successivamente prorogato quando i sospetti a carico di ciascun indiziato avevano acquistato maggiore consistenza. Quanto agli altri fermati, accertata la loro estraneità alle delittuose imprese, il dottor Occorsio ha disposto l’immediato rilascio.

Ora, dunque, il bilancio della situazione è questo: considerato che i fermati erano, in tutto, quattordici, e che di questi il Valpreda e gli altri cinque anarchici sono stati colpiti dall’ordine di cattura, sarebbero otto le persone indiziate rimesse in libertà. Naturalmente questi calcoli non sono definitivi, perché anche a Milano, dove le indagini sono in pieno sviluppo, ci sono dei fermati (alcuni anarchici del gruppo «Bakunin», i quali erano in stretti rapporti con i loro colleghi romani.

Inchiesta formale

L’inchiesta giudiziaria, che sarà a breve scadenza devoluta al giudice istruttore, seguirà cioè il rito «formale», rimarrebbe affidata a Roma, nonostante la netta presa di posizione del procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Milano, che l’altro ieri rivendicava al suo ufficio la competenza territoriale ad occuparsi della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Parliamo al condizionale, perché ancora non è arrivata la risposta alla «informativa» con cui il magistrato romano ha reso edotto il suo collega del capoluogo lombardo che procede anche per i fatti di Milano (cioè per la strage e per la deposizione di una seconda bomba da dieci chili nei locali della Banca Commerciale di via Caserotte 1).

A questo punto sarà opportuno precisare che la strage è continuata in quanto per la norma penale, che la punisce con l’ergastolo, è indifferente se viene cagionata la morte di più persone o di una sola persona. Anche se l’attentato causa solo feriti, o nessun ferito, ma si ritiene che poteva causarli, l’accusa di strage rimane. Per tale motivo, rispondono di strage anche gli attentatori della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, dove, per fortuna, si sono avuti soltanto dei feriti. Per i due attentati al Milite Ignoto, invece, essendo apparso evidente che mancava negli attentatori il fine di uccidere, è scattato l’articolo 420 che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque, al solo fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine, fa scoppiare bombe, mortaretti o altre macchine o materie esplodenti».

Per concludere il discorso sulla competenza, occorre attendere la decisione del P.M. di Milano: se anche lui dovesse attribuirsi la competenza a istruire il processo, allora sorgerebbe un «conflitto di competenza attiva» che la Cassazione dovrà risolvere.

I problemi della competenza, ma soprattutto quelli relativi ai nuovi ordini di cattura emessi ieri sera, erano stati discussi, in mattinata, nel corso di una riunione nell’ufficio del procuratore capo della Repubblica Augusto De Andreis, con l’intervento del procuratore aggiunto Alberto Antonucci del sostituto Vittorio Occorsio. Al termine della riunione, il dottor Occorsio, avvicinato dai giornalisti, ha dato questo annuncio: «Alcuni degli ultimi fermati saranno immediatamente rilasciati. Per quanto riguarda gli altri non posso fare anticipazioni. Posso solo dire che nelle prossime ore saranno emessi altri ordini di cattura». Successivamente il magistrato inquirente ha ricevuto nel proprio ufficio il prof. Guido Calvi, difensore di fiducia dell’anarchico Pietro Valpreda, ritenuto l’esecutore materiale della strage di Milano, il quale ha chiesto un permesso di colloquio con il suo patrocinato. Il permesso è stato negato, nella considerazione che l’imputato non era stato ancora interrogato dopo la contestazione formale dell’accusa, notificatagli l’altra sera al carcere di Regina Coeli dal capitano dei Carabinieri Antonio Varisco, latore, per incarico del magistrato, dell’ordine di cattura. Il difensore, allora, ha raccomandato al magistrato ogni cautela, in quanto l’anarchico Valpreda è affetto dal morbo di Bürger o «tromboangioite obliterante», da una malattia, cioè, che provoca dolori atroci. Si tratta di un male caratterizzato da una infiammazione delle tuniche delle arterie, che si estende progressivamente a diversi livelli del sistema vascolare. La causa dell’affezione, che colpisce prevalentemente le persone in giovane età – la si può considerare una malattia caratteristica dei giovani – è ancora, come si è detto, sconosciuta. Vari elementi portano a pensare a cause di origine infettiva: si parla addirittura di un’infezione dovuta ai funghi (i miceti) che si annidano fra le dita dei piedi. Infezione che poi risalirebbe lungo i vasi linfatici per andarsi a localizzare nelle pareti arteriose.

Pietro Valpreda, al quale sono già state amputate due dita del piede destro, era ed è un accanito fumatore. E’ questo uno degli elementi-chiave del morbo della malattia di Bürger che è stata anche detta «artrite da nicotina». Il tabagismo, infatti, favorisce l’insorgenza della malattia, che colpisce per prime le arterie delle gambe ostruendole progressivamente con la formazione di coaguli. La nicotina, con la sua azione vasocostrittrice, viene considerata come il principale elemento causale del morbo, il quid che fa scattare tutta una serie di meccanismi di spasmi arteriosi, la chiusura delle piccole arterie delle dita e poi, in un secondo tempo, la compromissione di tratti arteriosi più importanti.

Condizioni psichiche

Se il paziente, alle prime avvisaglie (formicolii, intorpidimento, deambulazione difficoltosa nelle crisi del male con claudicazione intermittente) smette immediatamente di fumare, ha delle speranze di salvare il piede e la gamba. Altrimenti, se insiste nel suo vizio, la malattia si accende con sempre maggior violenza assumendo un carattere così maligno, da provocare cancrena, e quindi amputazioni sempre più estese.

Il prof. Calvi dopo aver illustrato tutto ciò al magistrato, ha sollecitato un accertamento sanitario per controllare le condizioni psichiche dell’imputato il quale, in passato, sarebbe stato curato con sostanze medicamentose a base di morfina. Calvi ha poi detto al dott. Occorsio di aver associato, nella difesa di Pietro Valpreda. il collega prof. Giuseppe Sotgiu che ha accettato. Incontrato dai giornalisti a Palazzo Giustizia, il prof. Sotgiu, nel confermare di aver accettato il mandato difensivo, ha detto: «Tanto più grave è il delitto, più scrupolosa e serena deve essere la raccolta e la valutazione delle prove, e tanto più alta e nobile appare la funzione del difensore, garantire per tutti gli imputati dalla Costituzione e dalla civiltà giuridica del nostro Paese.

«E’ mio intendimento contribuire e collaborare, quale difensore, e nel solco della gloriosa tradizione dell’avvocatura penale italiana, a un’opera di giustizia e ad impedire deformazioni e debordamenti probatori e processuali, che potrebbero determinare un tragico errore giudiziario».

Sotgiu e Calvi, nella giornata
di oggi, avranno copia dell’ordine
di cattura emesso contro Valpreda, ma fin da ieri hanno avuto
conferma dei reati contestati: concorso «con altri» in strage continuata; associazione per delinquere; pubblica intimidazione col
mezzo di materie esplodenti; violazione della legge del 1967 sulle
armi; recidiva specifica infraquin
quennale.

Nella tarda serata, si sono conosciuti i nominativi di alcuni fermati che, riconosciuti estranei ai fatti, sono stati rimessi in libertà. Fra i rilasciati sono il ragioniere Umberto Macoratti e Antonio Serventi. In particolare, è stato accertato che il Serventi, nel pomeriggio del 12 dicembre, quando furono compiuti gli attentati, stava tenendo una conferenza nel circolo «XXII Marzo» in via del Governo Vecchio.

La pena prevista per i reati contestati al Valpreda. come per quelli contestati agli altri cinque presunti correi è la stessa: l’ergastolo. Ne erano tutti consapevoli quando ieri, a Regina Coeli, al carcere dei minorenni di Porta Portese e a Rebibbia il capitano dei carabinieri Antonio Varisco ha notificato gli ordini di cattura.

Il dott. Sturniolo. direttore dell’Istituto per i minorenni di Porta Portese, ha preso ogni precauzione quando Varisco è giunto al carcere con l’ordine di cattura. Ha chiamato Mander nel suo ufficio, ha conversato per un poco con lui su problemi filosofici e sociali, senza però parlare dei motivi dell’arresto. Roberto Mander ha dimostrato una notevole preparazione culturale per la sua età ed ha accettato un contraddittorio su alcune teorie filosofiche con il dott. Sturniolo.

Il giovane ha detto anche di non condividere le idee della propria famiglia, né sul piano politico né su quello sociale; non ha manifestato particolari esigenze, sul piano pratico. Ha chiesto soltanto al direttore di poter leggere e tra i libri della biblioteca del «Gabelli » ha scelto due volumi di Shakespeare e i «Corsi e ricorsi storici» del Vico. Quando gli è stato poi notificato l’ordine di cattura non ha battuto ciglio. Ha chiesto soltanto se il documento era stato consegnato anche ai suoi difensori, avvocati Nicola Lombardi e Giuliano Vassalli (psiuppino, il primo; deputato socialista per il PSI, il secondo). Roberto Mander è stato informato che il padre, il noto direttore d’orchestra Francesco Mander, rientrerà a Roma il 24 dicembre da Amsterdam, dove il giorno prima terrà l’ultimo concerto di una «tournée» fatta nei Paesi Bassi.

L’altro minorenne incriminato per la strage, Emilio Borghese, figlio del magistrato, quando gli hanno letto e notificato l’ordine di cattura era in condizioni di estrema prostrazione. Sia lui, sia Mander sono rinchiusi in cella di isolamento e sono guardati a vista ventiquattrore su ventiquattro.

 

1974 02 16 Umanità Nova – Complici e mandanti forniti dallo Stato

20 maggio 2015

1974 02 16 Umanità Nova - Complici e mandanti forniti dallo Stato

 

Queste, in poche parole, le conclusioni a cui sono pervenuti i due magistrati e non c’è da attendersi che D’Ambrosio, con la sentenza istruttoria che dovrà emettere entro il prossimo 15 marzo, voglia o possa squarciare qualcuna delle tante fitte ombre che gravitano sulla «centrale organizzativa» che ha programmato, organizzato e fatto eseguire tutti gli attentati verificatisi in Italia dal 1968 ad oggi.

A questo punto coloro che si attendevano degli sviluppi clamorosi dalla inchiesta «non addomesticata» avviata da Stiz, sono serviti: quattro anni di intenso lavoro che ha visto impegnati un manipolo di «giovani e coraggiosi magistrati» non sono bastati a scalfire il muro di omertà e di complicità eretto a difesa dei responsabili del complotto e di tanti lutti da quell’apparato statale che fin dalle bombe del 25 aprile a Milano dimostrò con i fatti di essere parte attiva ed interessata in quello che stava accadendo.

Ed i fatti di cui stiamo accusando per la ennesima volta l’apparato sono quelli che ci hanno colpiti direttamente e duramente e costituiscono, per chi non è fascista fino al midollo, una serie di delitti freddamente premeditati da certi poliziotti e da certi magistrati, con la complicità di ben individuati «uffici riservati», servizi segreti e ministri in carica.

Ricordiamo Pinelli

Il presidente della camera Sandro Pertini, subito dopo aver appreso le richieste dei P.M. Alessandrini e Fiasconaro ha rilasciato all’«Avanti !» una dichiarazione in cui, dopo aver rievocato lo sgomento ed il dolore per le vittime della strage, afferma: «Nel momento in cui l’infondatezza della “pista rossa”, così accanitamente seguita dagli inquirenti per oltre un anno, trova conferma, è doveroso ricordare la figura onesta e mite del ferroviere anarchico Pinelli, la cui ombra sovrasta su coloro che, condizionati dai propri pregiudizi, indirizzarono senz’altro le indagini verso la sinistra».

E’ più che doveroso ricordare, insieme alle vittime delle bombe di piazza Fontana, il compagno Pinelli perché il suo assassinio è stato perpetrato a freddo, con inaudita ferocia, in una delle questure in cui si stava montando la prefabbricata inchiesta contro gli anarchici, ma non dimentichiamo tutte le sofferenze e le vite umane (dal processo farsa, dopo due anni di galera, agli anarchici accusati per le bombe di Freda del 25 aprile a Milano, ai tre anni di carcere subiti da Valpreda e compagni, dalla morte di Calzolari a quella del prefabbricato testimone Rolandi, da Ambrosini ai cinque anarchici di Reggio Calabria assassinati sulla autostrada Napoli Roma, da Saltarelli a Franceschi, a Serantini, a Lupo a Marini) che è costato e seguita a costare il complotto e la complicità degli apparati dello Stato con la violenza fascista.

Possiamo rendere atto a Pertini della sensibilità umana dimostrata ricordando la figura dell’anarchico Pinelli, possiamo anche capire che con Pinelli egli abbia inteso ricordare tutti gli altri caduti nel vortice della strage e nel corso delle losche manovre, dirette, durante quattro anni, a sviare l’inchiesta, ma non possiamo ammettere che egli, in buona fede, ritenga «condizionati dai propri pregiudizi coloro che indirizzarono le indagini verso la sinistra».

Evidentemente Pertini vuole e può, da buon politico, apparire «accomodante», generoso, verso l’apparato statale, verso quei poliziotti, quei magistrati, quei funzionari, quei ministri, quei militari che furono e seguitano ad essere complici dei criminali nazi-fascisti, che occultarono volutamente indizi e prove, che vollero scientemente e sfacciatamente assecondare l’opera dei mandanti e degli esecutori del complotto, che sviarono e ostacolarono in mille modi le indagini e che seguitano imperterriti a preparare, all’ombra dei vari «corpi separati» dello Stato e persino nei corridoi e nelle sale del parlamento, un colpo di Stato tipo Grecia o Cile.

Non bastano poche parole di cordoglio per le vittime e di biasimo ai complici degli assassini per esorcizzare lo spirito di avventura reazionaria e fascista che anima certi uomini dell’apparato e ne condizione l’opera infame. Non basta rilevare, come ha fatto l’on. Riccardo Lombardi, che «la requisitoria è anche, implicitamente, un’accusa altrettanto terribile contro quei poteri e quegli uomini che hanno mostrato complicità, connivenza e tolleranza»; E non basta sottolineare, come ha fatto l’on. Giacomo Mancini, che la requisitoria documenta «i gravi rischi che corre la libertà e quanto dura, spietata, feroce sia la lotta sociale che si svolge nel nostro paese». Perché è fin troppo evidente che fino a quando quegli uomini che hanno mostrato di essere al servizio della strategia della tensione, della trama nera ordita incessantemente da nazi-fascisti e petrolieri, disporranno dei loro terribili poteri, i fascisti seguiteranno a provocare, i «corpi separati» dello Stato a fornicare, a tollerare, a rendersi complici attivi di ogni attentato e di ogni crimine.

Quegli uomini hanno tutti un volto, un nome, un posto di potere nell’apparato. Quegli uomini hanno organizzato la centrale che ha programmato ed ordinato la strage, l’assassinio di Pinelli e tutti gli altri delitti. Quegli uomini controllano ed amministrano, direttamente od indirettamente, il potere reale, politico ed economico, sono essi, di fatto, lo Stato della strage, coloro che hanno organizzato, appoggiato, tollerato la strage di Stato e tutti i delitti che le fanno da corollario.

Costoro hanno fatto tutto questo perchè «condizionati dai propri pregiudizi»? No, il fascismo non è un pregiudizio, ma uno strumento della reazione e del potere e costoro sono fascisti, come gli esecutori degli attentati e delle stragi e fascisti della peggiore specie sono i petrolieri alla Monti e gli industriali che sovvenzionano con versamenti di miliardi le manovre per affossare le inchieste e far progredire il complotto.

Qualcuno, è certo, ha pagato profumatamente perché certe bocche stessero chiuse, qualcuno paga il soggiorno dei latitanti all’estero, qualcuno, dall’interno delle questure e delle procure, vigila sull’andamento delle indagini e c’è un SID che, appellandosi al «segreto di Stato», li protegge tutti.

E’ così che l’inchiesta non è riuscita a fare un solo passo avanti nella ricerca dei mandanti e dei complici, è così che si è giunti alla requisitoria con in mano poche e marginali rotelle dell’ingranaggio, mentre il motore del complotto, seguita a girare a pieno ritmo.

I giudici, è vero, pur «assolvendo» con formula dubitativa o per sopravvenuta amnistia, i poliziotti indiziati di reato hanno chiesto una ulteriore inchiesta su personaggi invischiati nella strage fino al collo come Rauti, Monti, Giannettini. Ma non è proprio questo il risultato che si riproponevano gli affossatori dell’inchiesta?

Che Freda e Ventura restino ancora per qualche anno in galera ci interessa ben poco. Per noi la sola cosa che importi e valga la pena di perseguire è lo smascheramento dei mandanti e dei complici e questo sapevamo di non poterlo pretendere dalla giustizia di Stato.

Quello che però dobbiamo esigere è che non si mistifichi sulla reale portata dei risultati dell’inchiesta che sono pressoché nulli, inesistenti e tali da pregiudicare ulteriori passi in avanti in quanto, allo stato attuale delle indagini, saranno in molti a premere perchè ci si accontenti dei due nazisti padovani.

Malgrado ciò, comprendiamo l’euforia di certa stampa di sinistra e l’unanimità nell’esaltare come «valorosi, onesti, coraggiosi» quei magistrati che «si sono allontanati dalla pista prefabbricata contro gli anarchici» anche se non si ha il coraggio di dire esplicitamente, ma lo si sottintende, che gli altri, quelli della prima inchiesta, erano tutt’altro che coraggiosi ed onesti.

Nel sacrario della «giustizia» sono proprio ridotti a mal partito: bisogna essere «giovani e valorosi» per avere il coraggio di sussurrare una piccola parte di quella verità che è ormai da anni di pubblico dominio.

Processo: a chi dove e quando 

Prima ancora che cominciassero a girare le prime indiscrezioni sulla requisitoria di Alessandrini e Fiasconaro, la parte civile al processo Valpreda fissato per il 18 marzo prossimo a Catanzaro, aveva richiesto la sospensione e la riunificazione con il procedimento in corso contro Freda, Ventura e camerati.

Sembra che la procura di Catanzaro abbia espresso a tal proposito parere favorevole. Pertanto se quest’altra manovra passasse, il processo potrebbe non iniziare affatto o essere sospeso alle prime battute per rimettere di nuovo tutto il carteggio a Milano perché provveda all’unificazione con l’altro procedimento e decida un nuovo dirottamento del processo in altra sede.

A nostro avviso questa manovra va ostacolata a tutti i costi in quanto, anche se sul piano procedurale può apparire ineccepibile, sul piano politico, stando alle conclusioni della seconda inchiesta, assume tutti i significati di una provocazione e tende a confondere le idee, a creare confusione.

A tal proposito dobbiamo rilevare come l’inchiesta dei magistrati milanesi conclusa con la richiesta al giudice D’Ambrosio di stralciare la posizione di 12 imputati da sottoporre ad un supplemento istruttorio, crea una serie di nuovi problemi al procedimento contro Valpreda e compagni. Tra questi 12 fascisti, per i quali l’istruttoria milanese rimane aperta, c’è la spia Mario Merlino ed il famigerato Stefano Delle Chiaie, imputati per gli stessi reati nel processo che dovrebbe iniziare il 18 marzo a Catanzaro.

Come sia possibile giudicare un imputato che per lo stesso reato di cui è chiamato a rispondere davanti ad una corte d’assise è ancora sotto inchiesta giudiziaria, rappresenta, un mistero che ci sarà rivelato fra poco dal tribunale di Catanzaro.

Perchè gli «onesti e coraggiosi» magistrati milanesi, dal momento che hanno messo le mani su Merlino e Delle Chiaie, già imputati nella precedente inchiesta fasulla, non hanno creduto opportuno guardare a fondo nel carteggio di Occorsio e Cudillo e pronunciarsi anche sugli altri imputati con una requisitoria ed una successiva sentenza istruttoria che ne disponesse, «onestamente e coraggiosamente», il proscioglimento, non è un mistero ma una sintomatica indicazione dei limiti… burocratici della «giustizia» di Stato. Un simile procedimento, logico e conseguente alla dinamica ed alle esigenze dell’inchiesta, sarebbe scattato automaticamente se i magistrati milanesi avessero avuto il coraggio di convocare ed interrogare Valpreda e compagni, come hanno fatto per Merlino. Ma ciò li avrebbe costretti a… sindacare l’operato e modificare le decisioni dei magistrati romani.

Una soluzione accettabile, perché ci consentirebbe di scaricare davanti al tribunale di Catanzaro la valanga di accuse che abbiamo accumulato contro l’apparato statale complice dei fascisti, potrebbe essere un processo a Valpreda e compagni stralciato di quella parte di inchiesta che riguarda i fascisti Merlino e Delle Chiaie, ormai incorporata nel supplemento istruttorio chiesto dai magistrati milanesi. Ma questa soluzione sarebbe troppo «onesta» e quindi sarà scartata.

Prepariamoci quindi ad opporci energicamente sia sul piano giuridico che su quello politico al tentativo di riunificare i due procedimenti e cominciamo subito col dichiarare che qualora questa infame provocazione fosse messa in atto, siamo fermamente decisi a disertare il processo. Sul banco degli accusati per la strage di Stato, insieme ai fascisti, potranno sedere solo i loro complici, i loro mandanti, quei funzionari dell’apparato statale che gli hanno armato la mano, li hanno coperti e protetti.

1972 11 4 Umanità Nova – La scomoda posizione del fascista Merlino

18 maggio 2015

 

 

Il ruolo svolto dall’infiltrato Mario Merlino nel gruppo 22 marzo è stato chiaro fin dal primo momento e lui stesso fu costretto ad ammetterlo in sede istruttoria. Fu in base alle sue informazioni o, per meglio dire, anche in base alle sue informazioni, su quanto avveniva e si diceva nel gruppo, che fu possibile a fascisti e poliziotti di imbastire la trama della strage da accollare a Valpreda e compagni.

Già a suo tempo scrivemmo che le informazioni del fascista Merlino erano incanalate verso la stessa centrale alla quale pervenivano le informazioni del poliziotto Salvatore Ippolito e dell’agente del SID Serpieri. Ma Merlino, come semplice «infiltrato» del quale, fra l’altro, i camerati non potevano fidarsi per cose più serie, deve aver capito solo più tardi, a strage avvenuta, a chi ed a che cosa servivano le sue informazioni e visto che fine era stata fatta fare a Pinelli perché aveva capito che funzione stessero svolgendo le squadre politiche di Roma e Milano, deve aver avuto paura. E’ infatti da questo momento che Merlino cambia sensibilmente il suo atteggiamento e comincia anche se timidamente a rifiutare il ruolo che certi poliziotti e fascisti gli avevano assegnato nella trama contro gli anarchici. Egli doveva essere il principale teste d’accusa e si pretendevano da lui precise e circostanziate denunce che avvalorassero le vuote chiacchiere del poliziotto provocatore Ippolito e consentissero di arricchire l’inchiesta prefabbricata in fretta. Ma Merlino, dopo i primi bassi servizi resi alla polizia ha, per paura e per calcolo, un ripensamento, capisce di essere stato incastrato e rifiuta ogni ulteriore «collaborazione» con la «giustizia». Questo atteggiamento, imprevisto quanto ambiguo per i suoi camerati e per i poliziotti che già altre volte si erano serviti di lui, indurrà gli inquirenti a sbatterlo in galera nella speranza che si decida a dire quello che si vuole che dica. Invece Merlino non fa che dire la verità, e cioè che lui aveva solo funzioni di «informatore» ma basterà questo per mettere lo scompiglio nelle file fasciste e costringere molti alla fuga sotto gli occhi benevoli della polizia.

L’ultima clamorosa svolta dell’inchiesta su Freda e Ventura, costringendo a rivelare all’opinione pubblica la parte avuta da Catenacci Provenza ed Allegra nel coprire la pista nera e costruire così la montatura su Valpreda e compagni, ha rimesso in evidenza una serie di oscuri comportamenti delle squadre politiche di Roma e Milano per quanto riguarda la posizione di Merlino e quella di numerosi altri testimoni che furono a viva forza e con sfacciati sotterfugi, raggiri e ricatti, immessi nel calderone accusatorio insieme al falso teste Rolandi.

E’ ora di scavare fino in fondo nelle porcherie dell’inchiesta su Valpreda e compagni per smascherare definitivamente la montatura ed i suoi artefici, è perciò indispensabile che ognuno assuma le responsabilità per il ruolo svolto o che gli è stato imposto di svolgere.

Che oggi il fascista Merlino si renda conto di essersi cacciato in una situazione antipatica e scomoda è comprensibile, ed è giusto che il suo difensore, lo avvocato Armentano (socialista), si sia fatto interprete, in una conferenza stampa tenuta a Roma giovedì scorso, di questo suo stato d’animo e della sua volontà di non consentire a polizia e magistratura di rifarsi una verginità e di riconquistare la credibilità perduta sulle sue spalle e sulla scia di scandalistici ma lievi «indizi di reato» a carico di tre alti funzionari dello Stato, ma tutto questo non basta se non è seguito e suffragato da una precisa e chiarificatrice azione volta a smascherare la trama poliziesco-fascista alla quale, sia pure inizialmente, Merlino si è prestato.

L’interessante conferenza stampa aperta da un intervento dell’avv. Di Giovanni che ha sostenuto con fermezza ed abbondanza di argomentazioni e prove come «Provenza, Catenacci ed Allegra non sono stati dei cattivi funzionari, ma dei fedeli servitori dello Stato che hanno agito in osservanza alle disposizioni del potere politico il quale ha voluto costruire sulla strage e gestire per i suoi fini reazionari, la montatura sugli anarchici» si è conclusa con un chiaro e circostanziato discorso di Armentano che ha avuto, a nostro avviso, per quello che abbiamo precedentemente esposto, alcune lacune ed alcuni limiti che, se comprensibili per la diversa ed avversa matrice politica del suo cliente, che fascista era e fascista rimane, non sono compatibili con l’esigenza di chiarezza che l’azione politica e demistificatrice delle istituzioni ci impone.

Questo, ben inteso, vale per quel che riguarda il Merlino come individuo, come strumento più o meno incosciente dei suoi camerati e di funzionari della squadra politica di Roma, in quanto ci sembra inevitabile che costui, dal momento che accusa polizia e magistratura e rifiuta di far passare anche sulla sua testa la bassa macchinazione ordita contro gli anarchici, concretizzi e precisi le sue accuse con la denuncia di fatti e circostanze particolari ed inequivocabili, fatti e circostanze che si sono realmente verificate e che implicano precise e gravi responsabilità degli inquirenti.

Per quel che riguarda, invece, la difesa del Merlino, nulla da eccepire né sulla linearità giuridica delle azioni intraprese né sulla correttezza delle posizioni assunte, dobbiamo anzi darle atto di aver tempestivamente denunciati, con estrema energia, in due memorie ai magistrati inquirenti, le omissioni, le manomissioni, i falsi, le sottrazioni di prove di cui si stava infarcendo l’inchiesta: querele clamorose come quella per il famoso vetrino, falsi come quelli costruiti con le testimonianze di Ippolito e Maccoratti o con il verbale di Calabresi sulle cassette Juval trovate in possesso di Karanastassis, ed omissioni di indagini su borse, cassette, esplosivo, timers, ecc. sono opera della difesa di Merlino e ciò, a nostro avviso, dimostra che costui e di conseguenza i suoi avvocati sapevano perfettamente che tutta l’inchiesta non era altro che una spudorata montatura ed erano più di ogni altro in grado di sapere su quali imbrogli questa montatura si stava costruendo.

Ma proprio per questo è ora necessario, se si vogliono sventare ulteriori manovre e speculazioni, smascherare e colpire senza tentennamenti e senza viltà, tutti i responsabili della precostituita macchinazione politico- giuridico-poliziesca.

8 maggio 1974 Catanzaro – interrogatorio in aula di Salvatore Ippolito (poliziotto infiltrato nel 22 marzo)

6 dicembre 2013

8 maggio 1974 Catanzaro - Salvatore Ippolito DR: Ebbi incarico dal dott. Spinella, nonostante che in un primo tempo avessi cercato di non accettare l’incarico, di avvicinare il gruppo degli anarchici in occasione della annunciate venuta a Roma dell’anarchico Ivo Della Savia.

Riuscii ad entrare nel circolo Bakunin avendo conosciuto e fatto amicizia con Mander, Borghese ed altri giovani che frequentavano tale circolo. Mander, Valpreda ed altri furono i provocatori della scissione, benché poi il Mander continuò a frequentare il Circolo Bakunin.

La posizione di Merlino era quella di uno fra i più assidui frequentatori, anche per la sua preparazione. Il Merlino fu accusato che faceva parte di altro gruppo “il 22 marzo” . Dopo alcuni episodi (fermo degli appartenenti al gruppo sito nel negozio di Ivo Della Savia) cominciarono a predisporsi riunioni particolari alle quali non ho mai partecipato e che si svolgevano in Trastevere in una casa che mi era stato detto era stata presa in affitto dal Macoratti, ma non credo che questi vi abitasse.

DR: Non sono in grado di dire chi partecipasse a queste riunioni, certamente Di Cola, Valpreda, Borghese e lo stesso Macoratti; non sono in grado di ricordare altri nomi perchè queste erano notizie che mi venivano riferite.

DR: Talvolta vi erano delle riunioni anche in via del Boschetto (negozio del Della Savia e Valpreda) ed a queste qualche volta ho partecipato anche io.

DR: Non so se vi erano altri luoghi di riunione particolari e non sono in grado di riferire la frequenza di tali riunioni.

DR: Frequentavo con una certa assiduità la sede del 22 marzo, ma non quotidianamente.

DR: Ebbi dei sospetti di essere sospettato prima della scissione in quanto tale Antonelli, moglie di Coari Raniero, che era una delle responsabili del Bakunin mi fece delle strane domande specifiche, quanto la polizia mi dava, se mi pagava ecc… Ma successivamente ricevetti comunicazioni del Borghese che mi tranquillizzarono.

DR: La sera dell 18/11 partecipai ad una riunione nel Circolo 22 marzo ed in quell’occasione, presenti Valpreda e Bagnoli, arrivò Merlino il quale ci chiese cosa bisognava fare il giorno successivo. Egli disse:«Avete preparato della roba?» il Valpreda R:«Caso mai ci si pensa domattina»; il Borghese aggiunse :«La benzina la si può prelevare nelle macchina di Piero o di Andrea». Oltre me vi erano: Merlino, Valpreda, Borgese e Bagnoli, a questa riunione; non ricordo che vi erano presenti anche altri ma non lo escludo.

DR: La sede di via del Governo Vecchio non era arredata nel senso che non vi erano comodità, ma solo un tavolo, una brandina e qualche sgabello ed anche la luce l’avevamo derivata da uno scantinato accanto.

In un secondo tempo, per incarico del Valpreda portai altra brandina e dei materassi cioè della roba che aveva nel quartiere di Prato rotondo

DR: L’unico contatto con l’Ufficio Politico della Questura era telefonico, non ho mai redatto rapporti.

DR: Parlavo sempre con dott. Spinella, due volte parlai col dott. Giacchi ed una col dott. Improta, anzi prima telefonai e poi ci incontrammo, altra volta parlai col dott. Provenza ed altra ancora col dott Noce

DR: In occasione di una protesta davanti carcere di Regina Coeli, Mander mi diede due fiaschi vuoti con uno straccio che dovevano essere riempiti di benzina ed usati come bombe molotov. Al di fuori di tali materiali esplodenti non ho mai visto altro in possesso degli appartenenti al gruppo, però come ho riferito nelle deposizioni alle quali mi riporto e che confermo, ne ho sentito parlare.

DR: Il gruppo doveva partecipare alla manifestazione per la casa ma fu bloccato dalla polizia, come ho riferito in precedenza; partecipò alla manifestazione per il Vietnam, a quella dei metalmeccanici, ma per per ogni particolare mi riporto a quanto dichiarato in precedenza.

DR: Non andai al convegno degli anarchici di Carrara né ricordo quali del gruppo vi andarono

DR: A quanto mi risulta non posso affermare che Gargamelli ha partecipato alle azioni programmate dal gruppo 22 marzo; certamente non ricordo di averlo visto, se si eccettua una sola volta, ma neppure sono sicuro, ho il dubbio se poteva essere lui o Di Cola.

DR: Mi trovai per caso presente alla conferenza del Cobra e mi ci trattenni dal principio alla fine, ma non sono in grado di dire quali degli appartenenti al gruppo 22 marzo sia stato presente dal principio alla fine: certamente fu sempre presente Bagnoli e Macoratti che però si allontanò poco prima della fine.

DR: Io ero in fondo alla sala, quasi vicino al conferenziere, lateralmente ad esso, ma comunque non sono stato sempre fermo allo stesso posto; mi era facile vedere l’ingresso e, come ho riferito, ricordo che vidi arrivare il Mander e andar via il Macoratti.

A questo punto, sull’accordo delle parti si procede alla lettura delle deposizioni rese dal teste in fase istruttoria.

DR: Aggiungo che in occasione della manifestazione dei metalmeccanici (fal. 103 retro) io la sera mi accompagnai sino alla sede del Messagero non solo col Bagnoli ma anche col Borghese.

Ricordo l’episodio in quanto nell’occasione mi congedai temporaneamente da loro per andare in una toilette di un bar. In effetti io dal bar stesso telefonai in ufficio.

A domanda dell’avv. Martorelli: Durante la suddetta manifestazione io mi limitavo a seguire il gruppo senza apportare alcun contributo

A domanda dell’avv.Gargiulo: Parlando di lavoro saltuario a proposito delle lampade, intendevo dire che Valpreda e Della Savia lavoravano poche ore al giorno e non tutti i giorni.

Successivamente alla partenza del Della Savia mi sono recato altre volte nel locale di via del Boschetto: nel locale vi erano delle cassette contenenti vetri, qualche lampada, qualche sedia e di più non sono in grado di precisare, anche perchè non c’era la luce.

A mia domanda Bagnoli rispose che la conferenza del Cobra si teneva nella sede del 22 marzo dicendo che aveva cambiato idea.

Valpreda lasciò il Bakunin, a quanto ricordo, per dissenzi avuti con alcuni dirigenti della FAI con i quali, se non erro, venne a vie di fatto

A domanda del PM:  Valpreda aveva contatti anche con altri gruppi della sinistra e ciò posso affermare in quanto egli mi disse che aveva bisogno di soldi per mantenere collegamenti con gruppi anche al di fuori di Roma. Posso aggiungere che la sera del 10/12 prima di partire per Milano si incontrò con rappresentanti di un gruppo di sinistra che non so precisare. Ero presente quando egli parlò con alcune persone, ma non sentii cosa dicessero.

Ciò avvenne in una specie di teatro nei pressi di Piazza Navona ove io mi recai col Valpreda, col Fascetti e col Bagnoli. Qui incontrarono quattro-cinque persone tra cui una donna. Non sentii nulla di quello che dicevano.

Nel pomeriggio il Valpreda disse che si doveva avere questo incontro con elementi di sinistra e fummo designati Fascetti ed io. All’ultimo momento, dopo la cena, si aggiunse anche Valpreda. Prima di recarci alla riunione ebbi una telefonata di Fascetti che mi invitò nella pizzeria ove trovai Rossana Rovere, Valpreda, Bagnoli, Fascetti e forse qualche altro. Dopo aver mangiato la pizza il Fascetti ed io, col Valpreda, ci recammo alla riunione.

Contestata la circostanza al Valpreda lo stesso R: E’ vero con Fascetti ed Ippolito ci siamo recati in un teatro nei pressi di Piazza Navona anche con la Rossana Rovere ed altre persone per incontrare l’avv Di Giovanni ed altri componenti del Comitato di controinformazione, che ha sede presso la Lega dei Diritti dell’Uomo.

Il teste dichiara: Conoscevo di vista l’avv. Di Giovanni e non ricordo se fosse o meno lui la persona con la quale si parlò.

A domanda del PM il teste R: “Ho frequentato il Bakunin che, a mio avviso, era più moderato come discorsi e come programmi rispetto al 22 marzo.

Alle manifestazioni di cui ho fatto cenno (metalmeccanici, casa, ecc.) ad eccezione del Mander rimasto fedele al Circolo, non partecipava nessuno dei frequentatori del Bakunin.

L’unico episodio in merito a scontri con fazioni opposte fu quello che poi non avvenne per intervento della polizia ed al quale seguì l’episodio di Colle Oppio.

Il Macoratti pur essendosi allontanato, nel senso che non frequentò più il circolo 22 marzo, rimase in buoni rapporti con gli aderenti al 22 marzo.

I componenti del 22 marzo non mi chiesero mai di procurare loro dell’esplosivo.

In mia presenza non si è mai parlato di assalto alle Banche ad eccezione di quanto ho riferito in merito al colloquio col Borghse.

Comunicai al dott. Spinella che doveva tenersi una conferenza al Circolo Bakunin, ma poiché in questo circolo vi erano persone per lo più anziane e poiché io non lo frequentavo più la cosa non ebbe un seguito.

Ricordo che tale conferenza era stata in un primo tempo fissata per qualche giorno prima rispetto a quello in cui fu poi effettuata, con cambiamento di sede di cui ho fatto cenno.

DR: La bottiglia molotov depositata sul davanzale della seda di via Colle Oppio non esplose in mia presenza, seppi successivamente che era esplosa, che aveva fatto pochi danni, che aveva cioè rotto solo qualche vetro, e tali furono i commenti che sentii fare nel circolo Bakunin.

A domanda dell’avv. Calvi: Incominciai ad occuparmi dei gruppi anarchici poco dopo il mio arrivo alla Questura di Roma e cioè verso la fine del 1968.

Se non ricordo male cominciai a frequentare il Bakunin nel luglio 1969 cioè poco tempo prima dell’arrivo del Della Savia a Roma.

Potrebbe anche darsi che abbia frequentato il circolo Bakunin nell’aprile 1969 nel senso che in passato sia entrato nello stesso.

Per quanto riguarda la data degli episodi nulla posso modificare o aggiungere a quanto già riferito.

Fu poco prima di partire per Milano che Valpreda mi disse di portare la sua roba dalla baracca di Prato rotondo alla sede del 22 marzo ed io tanto feci col Bagnoli. Non sono in grado di precisare la data.

La sera del 14 riferii telefonicamente al dott Spinella tutta la discussione che avevo avuto col Borghese ed i particolari da questi riferitemi in merito al fatto che Valpreda si trovava già all’estero e quanto altro riferitomi.

Ho appreso delle riunioni particolari, da componenti del gruppo stesso e ne avevo sentore nelle discussioni che tra di loro avvenivano, non sono quindi in grado di fare un nome specifico. A queste riunioni particolari partecipava anche il Borghese.

Ricordo che quando il 19 novembre fu fermato dalla polizia, il Valpreda, aveva un occhio tumefatto e tanto era dovuto, come mi fu riferito dagli amici, a seguito di uno scontro avvenuto in Trastevere in conseguenza del fatto che il gruppo di Valpreda, che commentava favorevolmente un attentato avvenuto a Madrid, ebbe uno scontro con altro gruppo di idee contrarie.

Fui chiamato dall’Ufficio Politico e mi fu detto che dovevo deporre pochi giorni prima della deposizione stessa e cioè nel maggio 70.

DR: Non ho nulla da aggiungere a quanto riferito nella deposizione in merito agli esplosivi da me fatti prevenire mediante tempestivo avviso alla polizia.

A domanda dell’avv Boneschi: la sera del 12/12 sono uscito dal Circolo 22 marzo verso le ore 18 ma mi intrattenni nelle vicinanze fino alle ore 19 con Cristus, poi presi l’autobus ed andai in pensione ma prima di arrivare seppi dell’attentato, mi fermai, telefonai in ufficio e mi si disse di tenermi a disposizione nella pensione. Nella telefonata dissi al dott Spinella se era vero ciò che avevo sentito in merito agli attentati, mi rispose di si e mi disse di tenermi a disposizione nella pensione che mi mandava a prendere. Non mi chiese se sapessi qualcosa in merito agli attentati. Sapevo che vi erano altre riunioni dai discorsi che sentivo fare dagli altri i quali con me parlavano soltanto di cose insignificanti ed è stato questo il motivo per cui, negli ultimi tempi, frequentavo di meno la sede del 22 marzo, anche per evitare che avessero dei sospetti su di me.

Non andavo alle riunioni di via del Boschetto anche per timor mio, a parte il fatto che evidentemente si riunivano e non mi facevano sapere niente; io per insistenza dell’ufficio ho continuato ad andare diversamente se fosse stato per idea mia, non sarei andato più per niente. Per questo ho tentato di allontanarmi e farmi vedere disinteressato all’attività del gruppo, per evitare che ci fossero dei sospetti sul mio conto perchè se io domani dovevo ritirarmi non sapevano che io ero ben sotto, per lo meno non avevano la certezza.

A domanda dell’avv Martorelli: Non so se i sospetti si appuntarono su di un solo od anche su altri appartenenti al gruppo. Voglio però aggiungere che anche sul conto del Merlino vi erano dei sospetti come fu affermato, se mal non ricordo, dal Borghese e dal Bagnoli.

Il Borghese si ricredette sul mio conto in modo particolare dopo che ero stato fermato dalla Questura e perciò nuovamente si confidò con me, come ho avuto modo di riferire.

Non ho mai avuto notizie che il gruppo fosse in possesso di timers, cassette juwall, borse né  se ne è mai parlato.

Continuai a frequentare, sia pure non con assiduità, il gruppo degli anarchici, fino all’aprile 70, e mi allontanai quando mi fu detto, mi pare da Mattozzi ma non sono sicuro, che dovevo presentarmi da un avvocato per parlare ed eventualmente per prepararmi la difesa.

Nessuna notizia di particolare rilievo raccolsi sul conto degli anarchici.

A domanda dell’avv. Armentano Conte: Ho conosciuto tutte le donne che frequentavano i circoli Bakunin e 22 marzo, ma non erano molte e non so precisare il numero.

Non è esatto che abbia cercato di avere od abbia avuto con alcuna di esse rapporti intimi.

Lotta Continua 17 gennaio 1970 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?

23 settembre 2012

Lotta Continua 17 gen1970 n1 La bomba di Milano: chi indagherà sugli indagatori?  La mattina di lunedì scorso quando i giornalisti poterono finalmente vedere i verbali degli interrogatori dell’inchiesta sugli attentati, molti ci rimasero male. Le decine di cartelle dattiloscritte non davano le rivelazioni attese, non giustificavano neppure la permanenza in galera degli arrestati. Anzi, rivelavano meno di quel po’ che si sapeva già. Per quasi un mese la giustizia dello stato borghese ha tenuto isolati dal resto del mondo gli imputati. Nemmeno gli avvocati hanno potuto vederli. Solo ogni tanto scivolava tra le maglie del ‘segreto’ istruttorio qualche ‘clamorosa notizia’ ed era il Corriere della Sera, il figlio prediletto, a sparare sostenendo sempre la colpevolezza degli accusati: Ci sono le prove! Li hanno beccati! Tutto è chiaro! Ed ecco che al dunque il primo round del’inchiesta rivela un fondale di carta pesta. Non si vedono né prove, né confessioni, né spiegazioni, tutti gli imputati hanno degli alibi.

La testimonianza di un taxista (contraddetta, negata, corretta e già di per se strana) e le volonterose indicazioni di un fascista. Tutto qui. Questi i cardini dell’accusa contro Valpreda e gli altri. Da quattro settimane si ripeteva che gli accusati degli attentati del 12 dicembre erano inchiodati da chiare prove. Sembrava quasi a questo punto che ‘si sapesse’ sin dall’inizio come dovrà andare a finire l’inchiesta, solo che i pezzi del mosaico tardano a quadrare e spesso i tempi sono sbagliati come in una commedia in cui qualche attore sbaglia le ‘entrate’ scritte nel copione.

Valpreda avrebbe portato le bombe in taxi (centocinquanta metri in taxi per poi tornare indietro a piedi di cento metri!). Il taxista lo dice alla polizia la stessa sera di venerdi 12, ma la circostanza è passata sotto silenzio (troppo presto?). Lunedì 15, appena fermato Valpreda (nessuno lo sa ancora), il taxista va – questa volta – dai carabinieri, come da vecchi conoscenti. Racconta una versione diversa da quella raccontata al dottor Paolucci. (Questa versione subirà aggiustamenti nei giorni successivi per far quadrare l’imbarazzante contraddizione.).

Intanto Valpreda è spedito a Roma dove (prima ancora di aver sentito il taxista) già sanno che è lui l’uomo da cercare. Nel frattempo a Rolandi mostrano a Milano le foto di Valpreda e poi lo mandano a Roma. E’ arrivato da pochi minuti all’aeroporto che il Corriere sa già – e pubblica – del riconoscimento (non ancora avvenuto!). Poco dopo alla questura di Roma, si viene a sapere che il riconoscimento è avvenuto. Tutto bene. Però il riconoscimento avverrà quattro o cinque ore dopo.

Il fascista Merlino è l’altro cardine dell’accusa. Anche lui sa, sapeva, di dinamite, bombe, attentati. Però molti indicano Merlino come confidente della polizia e quindi quello che conosceva Merlino avrebbe dovuto conoscerlo pure la questura. Valpreda sapeva che quanto si diceva e faceva al circolo «22 marzo» di Roma era noto alla polizia. E avrebbe organizzato lo stesso gli attentati? Non solo, ma è confermato che la polizia giudicava da tempo Valpreda e i suoi  amici dei dinamitardi. In queste condizioni come avrebbero potuto preparare ordigni cosi complessi e piazzare cinque bombe senza che la questura si accorgesse di nulla?

Oggi all’opinione pubblica le cose ‘note’ vengono fatte arrivare una ad una, come in un film giallo molto dosato, attraverso fughe di notizie o rivelazioni del Corriere della Sera. Ma questo non fa che confermare che ci sia sempre qualcuno che sa già da prima le cose, anche al di là delle prove raggiunte. Per esempio Calabresi dell’Ufficio Politico della questura di Milano, la sera stessa degli attentati avrebbe detto (ma poi la frase – pubblicata – è stata smentita) che l’inchiesta si orientava verso i gruppi di estrema sinistra. Ma ancora prima, mezz’ora dopo la bomba di piazza Fontana, il magistrato milanese Amati (riferisce il Corriere della  Sera) consiglia di iniziare subito le indagini negli ambienti anarchici e lo stesso Amati ricevendo Valpreda prima ancora che sia  fermato dice: «Perché voi anarchici amate tanto il sangue? ». (Corriere)

Sapevano – in questura – che l’anarchico Pinelli non c’entrava per nulla (e l’hanno detto in questi giorni). Eppure dopo il volo dalla fìnestra il questore Guida disse che Pinelli era «fortemente indiziato». Disse anche che l’alibi dell’anarchico era crollato. Invece in questura sapevano che l’alibi c’era. Una fretta singolare di mettere in cattiva luce l’uomo che stava morendo all’ospedale. «Vi giuro – disse Guida – che non l’abbiamo ucciso noi». Perché questa discolpa non richiesta? Che cosa ancora sapeva il questore? È vero, come sembra in questo momento, che l’ambulanza per il Pinelli fu chiamata due o tre minuti prima che l’uomo volasse dal quarto piano della questura di Milano?

Anche a Roma si sapeva qualcosa, indubbiamente. Ad esempio si sapeva di voler mettere le mani su Valpreda. Prima che saltasse fuori la testimonianza del taxista, a Roma sapevano di volere Valpreda e – a quanto sembra – c’era chi sapeva già che l’inchiesta sarebbe stata condotta dalla magistratura romana. Perché a Roma? Forse lo potrebbe spiegare il sostituto procuratore Occorsio che oggi si occupa degli attentati. Questo magistrato romano è una persona in vista: fu Pubblico Ministero nel processo contro il compagno Tolin. Il compagno Tolin si prese 17 mesi per reati d’opinione.

Sicuramente c’è qualche gruppo che sa tutto: sapeva che le bombe stavano per essere messe, chi le aveva messe e chi doveva essere accusato. Qualche gruppo, e non qualche gruppetto di pseudo-anarchici o tanto meno di anarchici. Sarà utile – a questo proposito – rivedersi il settimanale Epoca in data 10 dicembre (due giorni prima delle bombe). Epoca lanciò una copertina tricolore e un incredibile articolo: «Colpo di stato: è possibile?» .. « L’Italia è senza dubbio ad una svolta nella sua storia». In una situazione eccezionalmente drammatica «le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana … nel giro di mezza giornata ».

Del resto quattro giorni prima due quotidiani inglesi si preoccupavano della possibilità di un colpo di stato in Italia. Tutto questo prima degli attentati.

Evidentemente, quindi, dietro le quinte qualcuno sapeva e ancor oggi sa chi ha messo le bombe o chi conviene accusare: giornali come La Notte (semifascista) e Sole-24 Ore (Confindustria) hanno indicato subito le sinistre. Il Corriere della Sera ha fatto e sta facendo il resto. Con la fragile inchiesta continua spudoratamente la campagna di attacco alle forze rivoluzionarie.

Se avevano in mente dalle prime ore Valpreda, se sapevano tutto del Circolo «22 marzo», perché polizia e magistratura hanno compiuto centinaia di fermi, denunce, perquisizioni, controlli telefonici, esami di documenti e schedari di compagni operai e studenti?

I colpi di stato si fanno in molti modi. Non sempre vanno bene i carri armati che possono dar fastidio a una parte della borghesia. I meccanismi della giustizia borghese – invece – vanno meglio, possono servire per colpire in modo massiccio e selezionato la classe operaia, soprattutto sotto la cortina fumogena di un’inchiesta giudiziaria.