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1972 03 11 Umanità Nova – Rauti: uno degli anelli della catena di criminali

19 maggio 2015

1972 03 11 Umanità Nova – Rauti uno degli anelli della catena di criminali

 

Su ordine di cattura, firmato dal giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, lo stesso che conduce l’inchiesta sulla cellula terrorista veneta di Freda e Ventura, è stato arrestato a Roma Pino Rauti, redattore del quotidiano fascista Il Tempo, fondatore ed ex presidente di Ordine Nuovo, attualmente dirigente nazionale del MSI.

I reati contestati vanno dalla ricostituzione del disciolto partito fascista al tentativo di sovversione violenta dell’ordinamento dello Stato fino agli artt. 110-81 del codice penale per «aver fatto scoppiare, allo scopo di suscitare tumulti ed incutere pubblico timore, ordigni esplosivi». In sostanza a Rauti, dopo Freda e Ventura, si imputano gli attentati ai treni dell’8 agosto e del 25 aprile a Milano.

Per questi attentati erano stati incolpati gli anarchici (poi assolti) ed il 22 gennaio ’70, quando la montatura non era ancora crollata e quando era necessario costruirne una nuova sulle bombe del 12 dicembre, lo ufficio politico della questura milanese dichiarava che gli attentati sui treni, quelli del 25 aprile e del 12 dicembre facevano tutti parte di uno stesso disegno criminale.

Bene, avevano ragione. Oggi per quegli attentati sono stati incriminati dei fascisti, che si aspetta a fare altrettanto per quelli del 12 dicembre? Non mancano di sicuro indizi e indiziati nell’estrema destra come risulta dalle testimonianze di Ambrosini per finire ai ruoli giocati in quella tragica evenienza da squallidi individui del tipo di Cartocci, Schirinzi e Zanetov.

Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale non sono organizzazioni divise e senza alcun collegamento tra loro, come Rauti, Ventura e Borghese non sono protagonisti di episodi senza un comune filo conduttore: è il filo conduttore della provocazione, degli attentati, della strato già della tensione; è il filo conduttore che ci porta alla destra come mandante ed esecutrice degli attentati.

Dove era Almirante la sera del 10 dicembre 1969? E’ la seconda volta che glielo domandiamo, senza ricevere risposta. Noi pensiamo che stesse ad una riunione nella quale si decidevano cose molto importanti e vorremmo sentire dalla sua viva voce cosa faceva due giorni prima che a Roma e Milano scoppiassero le bombe che tanto ipocritamente egli avrebbe poi tentato di strumentalizzare. E non abbiamo nessun pelo sulla lingua nel ripetere che Almirante è tra i mandanti della strage; si vede che sentiva nostalgia dei vecchi tempi, quando poteva uccidere con il crisma della legalità in nome della repubblica sociale.

Ma saremmo degli sprovveduti o dei servi del sistema se ci limitassimo ad accusare i fascisti per questi crimini, scaricando ogni responsabilità su delle pedine neppure tanto importanti come Rauti e Delle Chiaie. Se i fascisti hanno messo le bombe, la polizia con l’assassino di Pinelli Calabresi, Allegra, Guida e tanti altri ha aiutato gli assassini e la magistratura con Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo ha coscientemente nascosto le vere responsabilità e si è ostinata con «anglosassone ottusità» a tenere in galera delle persone che sapeva innocenti.

Tutti questi individui, poliziotti e magistrati, sono responsabili quanto chi quelle bombe le ha messe, anzi ancora di più in quanto nascondono dietro l’autorità e la presunta «imparzialità» della loro giustizia le loro responsabilità.

Non ci illudiamo: l’incriminazione di Rauti non è un passo verso la giustizia. ‘esponente fascista non è che uno degli anelli più bassi di quella catena che si chiama strage di Stato e che alla sua cima ha elementi che ci si guarderà bene dall’accusare perché troppo in alto. La ragion di Stato non lo consente.

1972 02 26 Umanità Nova – Qual è la vera manovra dei fascisti a Centocelle? di Un compagno del gruppo Kronstadt di Centocelle

10 maggio 2015

1972 02 26 Umanità Nova - Qual è la vera manovra dei fascisti a Centocelle?

 

 

In questi giorni infatti l’intento della manovra fascista è venuto alla luce. Dopo una serie di provocazioni ai danni della FGCI locale e una serie di scaramucce di fronte alla sede del MSI i fascisti hanno puntato le loro attenzioni sugli anarchici.

Venerdì eravamo usciti con dei pannelli di controinformazione nel quartiere per preparare la manifestazione di sabato; tre fascisti si sono mescolati ai capannelli di persone nella piazza, aggredendoci ed esplodendo alcuni colpi di pistola lanciarazzo. La reazione è stata immediata e i fascisti si sono dovuti ritirare, come al solito, nella loro tana. Dopo l’istantaneo arrivo della polizia sono riusciti fuori e mescolati fra i celerini hanno ricominciato le provocazioni.

Dopo gli scontri che ne sono seguiti, la polizia si è messa con loro in caccia dei compagni e dietro loro indicazione ha fermato e picchiato Angelo Fascetti, un nostro compagno che è testimone a difesa nel processo per la strage, e nonostante che si trovasse lontano dal luogo degli scontri, l’ha portato al commissariato con l’accusa di aver lanciato una molotov.

Naturalmente, dato che Angelo ha una gamba ingessata da diversi mesi, la montatura è crollata e l’hanno dovuto rilasciare.

Sabato ci hanno riprovato: un barbiere iscritto al PCI si era lamentato delle scritte cubitale ingiuriose che hanno ricoperto il muro del suo negozio adiacente alla sede missina ed è stato assalito da una ventina di «giovani onesti e puliti che hanno a cuore le sorti del loro paese» come si autodefiniscono in uno dei fogliacci che gettano di nascosto per le strade.

Anche in questo caso la risposta è stata immediata e un comizio volante è stato organizzato.

Mentre i compagni denunciavano la connivenza della polizia con i fascisti questa ha pensato bene di darne una dimostrazione pratica e ha caricato senza preavviso, sparando lacrimogeni ad altezza d’uomo incuranti dei passanti. I compagni però sono riusciti a respingerli per due volte durante uno scontro di circa due ore.

Domenica vi sono stati nuovi scontri con la polizia e diversi fascisti sono stati costretti a ricorrere alle cure dei medici.

Nonostante che la popolazione del quartiere abbia risposto bene alle provocazioni dei fascisti e della polizia scendendo in piazza con noi, non possiamo dare una valutazione del tutto positiva a ciò che è successo. E’ chiaro che essi cercano di dimostrare all’opinione pubblica che Centocelle è un covo di «teppisti rossi» e le loro provocazioni mirano a questo, a determinare sia negli abitanti del quartiere che nell’opinione pubblica romana la richiesta di un repulisti generale della «marmaglia rossa».

Questo tentativo di rivalutare la tesi degli «opposti estremismi» non ci deve trovare disposti a prestargli il fianco per molte ragioni, primo per la situazione politica italiana che ormai si trova in una logica di destra e di rafforzamento del potere costituito; secondo per l’apertura del processo e del pericolo che sia dato valore alla tesi dell’istruttoria che gli anarchici sono la fonte prima degli attentati e delle violenze nei quartieri; terzo, perché ciò potrebbe compromettere il lavoro politico sia di controinformazione che di inserimento nelle lotte degli abitanti del quartiere.

Che questa sia una tendenza generale lo possono provare i tentativi dei fascisti di trovare adesioni all’apertura delle loro sedi nei quartieri proletari, non ultimo caso S. Lorenzo e le numerose infiltrazioni che hanno cercato di attuare nei nostri gruppi e in quelli della sinistra extraparlamentare.

Facciamo dell’antifascismo un fatto politico concreto andando fra i lavoratori e i proletari nel quartiere così come ora stiamo facendo nella zona ghetto Marinelli, questa è l’indicazione che diamo a tutti i compagni anarchici e dei gruppi.

Rendiamoci conto che abboccare all’amo dello scontro di piazza, non contro i fascisti ma contro i loro protettori poliziotti, significa essere perdenti sia politicamente che praticamente in quanto non siamo ancora in grado di portare questi scontri ad un reale livello di massa. Per rendere inutilizzabili queste carogne ci sono anche altri metodi che non lo scontro con la polizia.

 

Carancini e Cucchiarelli provocatori e bugiardi. di Enrico Di Cola e Roberto Gargamelli

28 marzo 2014
Si fa disinformazione, inoculando false informazioni, screditando informazioni che possono essere dibattute o conflittuali, proponendo false conclusioni, oppure, proponendo visioni plausibili basate su informazioni singolarmente vere ma la cui unione rende assolutamente falso l’assunto.

Probabilmente il nome di Andrea Carancini ai più non dirà niente, e anche a noi non diceva nulla fino a non molto tempo fa. Abbiamo cercato di sapere qualcosina di più su questo signore ma non siamo riusciti trovare quasi nulla. Tranne un breve accenno (vedi http://www.fascinazione.info/2010/10/carancini-e-lanima-cattolica-del.html), ma francamente possiamo dire che quello che traspare dal suo blog è più che sufficiente per poterlo etichettare come negazionista e revisionista storico. Anche lui, come il famigerato Archivio Guerra Politica, sembra avere predilezione nel pubblicare le menzogne del terrorista fascista e assassino Vinciguerra contro gli anarchici ed in special modo contro Pietro Valpreda.

Se abbiamo deciso di buttare un po’ del nostro tempo dietro a questo personaggio ciò è dovuto al fatto che abbiamo trovato sul suo blog un articolo del 13 agosto 2013 sulla strage di Piazza Fontana e sul Circolo 22 marzo (http://andreacarancini.blogspot.co.uk/2013/08/da-ambrogio-fusella-mario-merlino.html). Articolo che merita attenzione ed una adeguata risposta.

L’articolo di Carancini inizia con un sensazionale “ scoop”: egli ci rivela che un suo amico, un “noto giornalista d’inchiesta”, gli ha inviato le foto – fino ad allora inedite su internet, dice – dei locali del “famigerato Circolo 22 Marzo, quello dei finti anarchici Merlino e Valpreda” dicendogli che era un regalo e che poteva anche pubblicarle sul suo sito. Suggerimento al quale il Carancini ha immediatamente dato seguito pubblicando su Scribd queste sensazionali foto (http://www.scribd.com/doc/124329752/Le-foto-inedite-del-Circolo-22-marzo-Valpreda-fascisti).

L’argomento e le foto, gli hanno fatto, guarda il caso, tornare alla mente che tempo prima aveva ricevuto un articolo di Vinciguerra che riguardava proprio quel circolo, e quindi decide di pubblicare anche questo scritto.(http://andreacarancini.blogspot.it/2013/02/vincenzo-vinciguerra-una-diversione.html)

Guardando con più attenzione le foto, racconta di essere stato colpito in particolare da un disegno: è un lampo di genio, può anche lui fare uno scoop come i suoi amichetti di merende.

Sorge spontanea una domanda: perchè mai un “noto” giornalista d’inchiesta avrebbe regalato a Carancini delle foto ancora inedite in internet? Un giornalista che regala, getta via, uno scoop ancora non ci era capitato! Purtroppo Carancini non dice esplicitamente il nome di questo magnanimo “donatore sano” di scoop, anche se più avanti nel suo scritto, parlando proprio del disegno che lo aveva colpito, ci racconta che il giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli gli avrebbe rivelato che tale disegno era opera, nientepopodimeno che di “Anna Bolena, il famigerato informatore/provocatore dell’epoca”.

A questo punto non è difficile immaginare chi sia stato a fargli quel ghiotto “regalo” fotografico.

Ormai siamo abituati a questo tipo di attacchi: quando si scrivono infamie su di noi, quando uno scritto imbastisce ignobili menzogne su di noi e sulla nostra storia, si può essere certi che dietro – per un verso o per l’altro – troviamo il nome di Paolo Cucchiarelli.

Come è noto noi siamo per la libera circolazione e diffusione di tutti i documenti, i materiali, che mettiamo in rete. Proprio perchè vogliamo verità e chiarezza stiamo facendo questo lavoro sul nostro blog, per consentire a tutti – non solo ai così detti esperti – di conoscere gli atti originali del nostro processo e di formarsi un’opinione in base agli atti e non per aver letto elucubrazioni dei vari “esperti” che scrivono sulla base delle loro supposizioni complottiste e sporche fantasie invece di attenersi a quanto gli atti processuali, verificati e certi, dicono e dimostrano senza ombra di dubbio. E naturalmente ci sono anche le nostre testimonianze dirette, di chi quella esperienza ha vissuto sulla sua propria pelle, e non per sentito dire!

Riguardo le cosiddette “foto inedite in internet”, possiamo affermare senza tema di essere smentiti che tali foto non erano affatto inedite, ma che erano state pubblicate nel nostro blog fin dal 17 gennaio 2012 (quindi quasi un anno prima di Carancini!) e più volte rilanciate anche nelle nostre pagine di FB oltre che in quelle di tanti altri compagni che ci seguono. Quindi possiamo tranquillamente affermare che Carancini su questo punto ha scritto una notizia falsa. Così come è falso e parto di pura fantasia (malata) quello che gli avrebbe detto il suo amico Cucchiarelli: ossia che il nome all’autore dell’opera sarebbe “Anna Bolena” cioè Enrico Rovelli, la spia dell’Ufficio Affari Riservati. Il disegno si trovava nella sede del circolo 22 marzo di Roma e non certo a Milano dove vive(va) Rovelli, il quale non ha mai messo piede della sede del 22 marzo! Ma come si sà per certa gente se i fatti non tornano…tanto peggio per i fatti!

D’altronde la disinformazione e la menzogna funzionano così: si dicono cose false tanto si è certi che nessuno si prende la briga di smentirle e poi, comunque vada, le smentite non hanno mai la stessa forza e circolazione per farle tornare nella spazzatura da dove provengono e il tarlo del dubbio, gettato nella rete, rimane.

Dobbiamo riconoscere che Carancini è sicuramente un vero genio perchè vede cose (chi sarà il suo spacciatore?) che le persone normali non vedono, e neppure riescono ad immaginare. La sua musa ispiratrice è stata questa foto.

 GV10

“L’emblematico “murales” del Circolo 22 marzo”

Lasciamo quindi parlare il nostro genio:

“Riguardo alle foto inedite, una su tutte mi colpisce: l’ultima, quella col disegno sul muro di quello strano personaggio sul cui cappello è stampata la lettera A (anarchia) e che reca in mano una bomba. Quello accompagnato da un fumetto con il seguente messaggio: “NO ALLA CULTURA”. Un particolare, soprattutto, non cessa di intrigarmi: il fatto che il detto personaggio indossi, oltre al poncho, anche una gorgiera [1], il tipico colletto pieghettato indossato dagli aristocratici del ‘500-‘600. Che c’entra la gorgiera con un bombarolo (presuntamente) anarchico? Ne riparleremo tra breve.”.

Per non tenervi troppo sulle spine quale sia il finale di tali alte riflessioni, salto alcuni paragrafi e torno alla citazione del racconto:

Torniamo ora all’enigmatico disegno di cui parlavamo all’inizio: Paolo Cucchiarelli mi dice essere opera di “Anna Bolena”, un famigerato informatore/provocatore dell’epoca.” [….]

La sua caratteristica [quella del disegno. Ndr] è quella di essere composto di elementi eterogenei solo all’apparenza, ma che in realtà costituiscono una sorta di ideogramma del perfetto provocatore: il poncho, la gorgiera e il cappello.

Il poncho, indumento tradizionale dell’America latina, è da sempre emblema dei colonizzati e degli sfruttati del medesimo continente (e, per estensione, dei poveri di tutto il mondo): in questo caso costituisce l’apparenza di “sinistra” del provocatore.

La gorgiera invece sta a significare: a parole stiamo con gli sfruttati, ma nei fatti lavoriamo per mantenere (e per estendere) i privilegi dei dominanti.

Certo, è curioso che i neofascisti dell’epoca abbiano pensato proprio alla Spagna coloniale, come simbolo del potere (anche se è noto che la Spagna di Franco fu un punto di riferimento per tutti costoro): non escludo che “Anna Bolena” si sia ispirato proprio allo sceneggiato di Bolchi, che in quegli anni ebbe un enorme successo!

Da notare anche il cappello, che assomiglia proprio al tipico cappello a punta del mago: ecco, tra i corsi e i ricorsi della storia, proprio la magia e l’esoterismo potrebbero essere visti come l’elemento – il valore aggiunto – che differenzia i moderni agenti provocatori dal manzoniano Fusella. È ben noto infatti, seppur solo agli addetti ai lavori, l’importanza dell’esoterismo nella formazione dei neofascisti atlantici “di servizio” (come li ha definiti Vinciguerra).

Quanto al messaggio “NO ALLA CULTURA”, è chiaro che uno degli strumenti per mantenere (e estendere) i privilegi dei dominanti è proprio quello di impedire la crescita culturale complessiva della nazione, che renderebbe evidenti (e insopportabili) a tutti i detti privilegi.

Questo è, purtroppo, il lascito più persistente dei vecchi arnesi della strategia della tensione, come si vede dalla politica dei tagli alla cultura dei governi degli ultimi decenni, anche dei più recenti.

Scusate se abbiamo riportato quasi tutto l’articolo, ma lo meritava davvero! Riuscire a vedere, a “leggere”, tanti particolari e significati in quel disegno non è certo cosa da tutti.

Abbiamo già detto che “Anna Bolena” non ha nulla a che fare con il disegno e abbiamo deciso di fare anche noi uno scoop, rivelando il nome del vero autore di quel disegno sul muro del 22 marzo: fu eseguito materialmente dal nostro compagno Emilio Bagnoli, ispirato da alcuni disegni già da anni circolanti in volantini e stampe anarchiche. Anche due emeriti cretini come Cucchiarelli e Carancini avrebbero potuto fare una semplice ricerca in internet per sapere la storia di quel personaggio raffigurato.

Ad esempio andando a http://anarchicipistoiesi.noblogs.org…leggiamo questa storia:

Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d’immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt…soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell’immagine e nello spirito.

Anarchik è forse il primo tentativo di dare alla propaganda anarchica un tono meno paludato e serioso di quello tradizionale, almeno dal dopoguerra in poi. Sua madre quindi è certa, l’anarchia. Il disegnatore è Roberto Ambrosoli, anarchik nasce all’epoca del depliant “Chi sono gli anarchici”, prodotto nel 1966 dal gruppo Gioventù Libertaria di Milano. Qui, a corredo dello scritto, compare un tizio già dotato di quegli elementi che poi caratterizzeranno il personaggio, cappellaccio a falda larga e ampio mantello, il tutto rigorosamente nero, come nera è la mise (non chiaramente definita) che sta sotto.

Lo stile del disegno è di evidente derivazione fumettistica, sintetico ed essenziale nel tratto, molto contrastato, un po’ “americano” ma ancora tendenzialmente “naturalistico”, nel drappeggio del mantello, nei pantaloni spiegazzati, nelle scarpe deformate da piedi fuori misura. L’approccio è comunque caricaturale, e ironizza sullo stereotipo anarchico della vulgata reazionaria: sotto il cappellaccio il tizio esibisce un nasone e una barba mal curata (altri elementi destinati a rimanere, in seguito) e guarda il lettore con un sorrisetto complice, estraendo dal mantello parzialmente aperto il gadget tipico dell’anarchicità banalizzata, la bomba. Una bomba “classica” e dunque antiquata, sferica, anch’essa nera, con tanto di miccia già pericolosamente accesa e relativo filo di fumo.Dopo l’esordio su Il Nemico dello Stato, Anarchik, vive nel 1968 e nel 1969 una vita precaria su volantini e opuscoletti (ma anche su manifesti seriografati), per approdare poi, nel 1971, sulle pagine di A-Rivista anarchica, dove rimane più a lungo, con una presenza all’inizio relativamente stabile e la funzione, nelle intenzioni del disegnatore, di fare del semplice “umorismo libertario”. L’impostazione del fumetto si fa leggermente più complessa, evolvendo dalla singola striscia al modello a nove vignette (tre file di tre) e grazie alla maggiore disponibilità di spazio le storie diventeranno meno verbali e più dinamiche. Vi compare, a volte, un tipico “antagonista-vittima”, il prete, grasso e un po’ patetico (niente a che vedere con gli omoni grotteschi e bestiali de L’Asino), che fugge con la tonaca alzata di fronte alla minaccia della bomba di Anarchik.

Tale periodo spensierato termina presto. Il maggio ’68, la strage di Stato e tutto ciò che ne segue, impongono un atteggiamento più consapevole e il nostro si dedica, sempre a modo suo, a commentare o sottolineare aspetti considerati importanti di quanto va accadendo. Si sveglia da un incubo in cui alcuni leader rivoluzionari svelano le proprie intenzioni autoritarie (allusione a certe componenti marx-leniniste delle lotte studentesche e operaie), oppure si presenta alla polizia munito di certificato medico, per giustificare con motivi di salute l’esigenza di essere interrogato a finestre chiuse (allusione al volo di Pinelli dalla finestra della Questura milanese).

E’ la fase certamente più intensa della vita pubblica di Anarchik, durante il quale l’accresciuto impegno politico determina la scomparsa della bomba, dimenticata in giro, o nascosta nell’attesa di tempi migliori, come preferite. In un momento segnato dalla ricorrente presenza di altre bombe, non anarchiche e assolutamente non umanitarie, l’uso di un simile strumento per scopi ludici appare inopportuno.”

Nel nostro blog abbiamo anche pubblicato l’opuscolo “Chi sono gli anarchici” di cui si parla nel pezzo, essendo parte del materiale sequestrato a casa di alcuni nostri compagni, la cui copertina qui vi riproponiamo:

 Chi sono gli anarchici

Carancini sembra ignorare anche che i contadini italiani usassero indossare un ampio tabarro con il cappello di feltro. Anche qui una semplice ricerca avrebbe aiutato il nostro eroe a non sparare cazzate sul presunto… poncho latinoamericano! :

http://it.wikipedia.org/wiki/Tabarro_(abbigliamento)

Nel campo dell’abbigliamento, la parola tabarro indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro, solitamente nero, ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

In Italia, durante il fascismo, viene considerato un elemento d’ispirazione anarchica, e soprattutto in città è praticamente proibito portarlo. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

Credo che anche il lettore più distratto guardando il disegno possa intuire che la famosa gorgiera di cui farnetica Carancini non è altro che una banale… barba. E ci vuole una bella fantasia o tanto vino per trovare una somiglianza tra il cappello indossato da Anarchik con “il tipico cappello a punta del mago”!!

Ultimo appunto. Il “No alla cultura” per noi ragazzi del ’68 aveva solamente un significato ben preciso, quello di dire No alla cultura dei Padroni! Siamo convinti che la conoscenza, la cultura generale siano – ieri come oggi – delle armi necessarie per la liberazione dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Così come siamo altrettanto convinti che ci sia una una cultura di Classe, cultura usata dai potenti per perpetuare il loro dominio. E ci permettiamo anche di dubitare – in base agli scritti di questi signori – che la cultura abbia trovato spazio nel cervello dei vari Cucchiarelli, Carancini o Vinciguerra.

Perché le spiegazioni di Paride Leporace sulla sua partecipazione al dibattito con Delle Chiaie non mi convincono di Enrico Di Cola

12 ottobre 2012
Per leggere lo scritto di Paride Leporace:  http://www.ilquotidianocalabria.it/news/il-quotidiano-della-calabria/353034/Io-al-dibattito-con-Delle-Chiaie–Vi-spiego-perche-ci-sono-andato.html

Caro Paride,

Siamo in tanti, giornalisti o meno, a cercare notizie in archivi spariti o meno, o da testimoni in punto di morte (o in buona salute che sia), ma non tutti pensiamo che dialogare con i mestatori e disinformatori di professione possa essere utile.

Nessuno mette in dubbio che tu, come giornalista possa avere interesse a fare un’intervista a quel lugubre figuro in camicia nera. Ma questo è cosa totalmente differente che il partecipare ad un “dibattito” seduto al suo fianco nello stesso tavolo.

Sapevi da giorni che vi sarebbero state manifestazioni per impedire a quel “signore” di parlare per esaltare il suo “glorioso” passato al servizio di vari assassini, torturatori e dittatori. E quindi non vedo perché ti stupisci e indigni per quello che è successo.

Ovviamente sei liberissimo di fare ciò che ritieni giusto e in cui credi. Mi pare però profondamente ingiusto che per difendere la tua partecipazione all’evento tu sia ricorso a metafore – si fa per dire – che sanno di demonizzazione (ritengo che “oggi l’antifascismo militante una pericolosa guerra in trappola di cui beneficia il Potere” ecc.) coloro i quali volevano esercitare quella stessa tua libertà di espressione, sia pur su posizioni diverse dalla tua. Il loro dissenso verso l’iniziativa, il fatto che tu creda ad una cosa, non vuol dire automaticamente che tutti gli altri abbiano torto!

Dici che volevi rappresentare il tuo punto di vista, e certamente lo hai fatto, ma in quel contesto e con quel tipo di “pubblico” di nostalgici, credi davvero che sia stato sentito o possa aver fatto breccia in alcuno? E soprattutto, credevi davvero che uno scaltro come il famigerato “er caccola” si sarebbe lasciato blandire dalle tue parole e avresti potuto “raccogliere elementi preziosi” e nuovi per le tue “valutazioni e conoscenze”? Se questo è avvenuto non lo hai ancora scritto e quindi aspettiamo che tu ce lo renda noto quanto prima, seppure io mi permetto di dubitarne.

Il mio disagio, la mia frustrazione e rabbia –a fatica repressa – per l’episodio non riguarda la tua persona (ti conosco solo per quello che dici e scrivi. Sono un tuo attento lettore e, almeno fino a ieri, ero anche un tuo estimatore). No, quello che mi colpisce di più è oggettivamente che ti sei prestato, ti sei aggiunto, a quel sempre più nutrito gruppo di persone con un passato di sinistra che vorrebbero “pacificare”( ritiene oggi l’antifascismo militante una pericolosa guerra in trappola di cui beneficia il Potere), far dialogare tra loro (“…credo nella soluzione sudafricana della guerra che combattemmo da punti opposti; chi sa parli e dica tutto) assassini e vittime, torturatori e torturati. No, a tutto questo io non credo, contro tutto questo io mi oppongo. La “soluzione sudafricana” che tu caldeggi, è già in atto da tempo (l’abbraccio – voluto da Napolitano – tra Licia Pinelli con la vedova di Calabresi cioè l’assassino di Pino tanto per citare il caso più famoso), oppure l’apertura di credito alle “rivelazioni” spesso false e allucinanti di un fascista e assassino del calibro di Vincenzo Vinciguerra (vedi la collaborazione tra la fondazione Cipriani e Vincenzo Vinciguerra) oppure il libro di fantascienza politica scritto del magliaro Paolo Cucchiarelli (area PDS-Pd) infarcito di depistaggi provenienti essenzialmente da due fascisti – uno è il solito viscido mentitore Vinciguerra, l’altro un fantomatico Mister X – e il Depistatore per eccellenza (e già condannato per questo suo vizietto): il bugiardo di stato, vicecapo degli Affari Riservati all’epoca dei fatti e inviato fin dal 12 dicembre a Milano per nascondere le piste che portavano al suo padrone e indirizzarle invece contro gli anarchici, al secolo Silvano Russomanno.

I “testimoni” come i Delle Chiaie o i Mario Merlino (vedi sue testimonianze su Valle Giulia o su i suoi rapporti con noi) o fascistucoli simili, non sono altro che gli stessi personaggi che da anni, e soprattutto negli ultimi, sono tra i più impegnati – attraverso scritti e interviste – nella riscrittura della storia del nostro paese. Vorrebbero far credere che siamo tutti uguali e che tutti, in un modo o nell’altro siamo ugualmente colpevoli. Che destra e sinistra si toccavano e confondevano senza difficoltà alcuna. Tutto questo per pulire le loro mani grondanti di sangue innocente e per aiutare l’opera dei loro “nipotini” che cercano ancora oggi di uscire dalle fogne, di provocare e intorpidire gli animi e le menti dei più giovani e dei più indifesi (cacca Puond et similia docet!)

Caro Paride, anche se gli anni passano, le menzogne di questi personaggi non cambiano. Le verità restano le stesse di ieri e così le menzogne.

Finché avrò un filo di energia mi batterò affinché tali personaggi sia sempre smascherati e isolati politicamente e fisicamente da ogni contatto con i compagni in lotta. Non può esservi pacificazione con il nemico, né quello di ieri né quello di oggi, almeno finché la GIUSTIZIA (e non intendo quella dei tribunali borghesi) e la VERITÀ (una volta si diceva quella rivoluzionaria) non avranno trionfato e ogni tipo di oppressione dell’uomo sull’uomo non sia terminata.

Io non dimentico, io non perdono.

Enrico Di Cola

(ex circolo 22 marzo di Roma)

P.S.

Io sono testimone e non proprio in buona forma, ma non ricordo che tu mi abbia cercato per raccogliere le mie memorie. E’forse perché la mia testimonianza non provocherebbe scalpore o interesse da parte dei tuoi colleghi? No scoop, no party?

 

Lotta Continua 24 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – quarta puntata. chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

Abbiamo accennato, nell’introduzione alla precedente puntata del rapporto, agli scopi che esso si prefigge. La recrudescenza dell’attivismo squadristico e degli attentati provocatori degli ultimi giorni confermano l’utilità di un lavoro che, oltre ad inquadrare questi episodi nel contesto della strategia padronale e ad indagarne i meccanismi più o meno nascosti, metta in grado i compagni d’identificare con nome, cognome e indirizzo, gli sgherri fascisti, i loro mandanti ed i loro protettori nell’apparato statale.

E’ però indispensabile, per dare sempre maggiore attualità e precisione all’inchiesta popolare, che i militanti e i proletari che agiscono nelle varie situazioni di lotta comunichino al giornale tutte le informationi in loro possesso sull’argomento. Le prossime due puntate saranno dedicate al terrorismo fascista ed allo squadrismo davanti alle fabbriche.

E’ soltanto di pochi mesi fa la notizia, taciuta dall’Unità e minimizzata dalla stampa borghese, della presenza, fra i membri della Direzione Nazionale del PCI, di due agenti della C.I.A., tali Stendardi e Ottaviano, i quali ricoprivano il delicato incarico di responsabili dei rapporti con i partiti comunisti «fratelli». Sembra che nell’ambito del Comitato Centrale la scoperta, opera dei servizi segreti sovietici (K.B.G.), abbia dato luogo ad una vivace discussione tra stalinisti e conciliari: i primi, capeggiati da Pietro Secchia, avrebbero proposto di spedirli nell’URSS per un viaggio-premio di sola andata, i secondi, Alessandro Natta in testa, di limitarsi ad un’espulsione incruenta e discreta; questa tesi ha, ovviamente, prevalso.

Ci sembra opportuno far riferimento all’episodio in un momento, come quello attuale, in cui i revisionisti – sempre più compromessi agli occhi della classe operaia e quindi sempre meno disposti al confronto politico con l’avanguardia rivoluzionaria – imbastiscono una grossolana speculazione sui tentativi di infiltrazione all’interno della sinistra extra-parlamentare, spacciando per convergenze ideologiche fra «opposti estremismi» il chiaro intento di provocazione e delazione che, in coincidenza con l’esplosione delle lotte di massa studentesche, ha spinto i fascisti ad un’operazione di mimetismo che utilizzasse, anziché le tute da paracadutista, i pensieri di Mao e le citazioni di Marcuse. La presenza di agenti della C.I.A. nella Direzione Nazionale del PCI non significa che esistano convergenze tra Nixon e Berlinguer tanto più che, com’è noto, il secondo, a differenza del presidente americano, è un accanito sostenitore della coesistenza pacifica.

Nella puntata precedente abbiamo esaminato alcuni esempi d’infiltrazione «singola»; ad eccezione di Mario Merlino i fascisti hanno ottenuto in questo settore risultati decisamente mediocri, dal punto di vista della carriera politica senz’altro inferiori a quelli raggiunti da Stendardi e Ottaviano. Il fenomeno della strategia della tensione, presenta caratteristiche più interessanti; se non altro perché rivela con maggiore evidenza quale uso tattico i padroni abbiano tentato di fare dei fascisti nel quadro del disegno politico culminato con la strage di stato.

Più o meno in coincidenza col viaggio in Grecia del marzo ’68 esce una rivista (5.000 copie di tiratura, veste tipografica lussuosa) che dovrebbe fornire una giustificazione culturale e ideologica all’infiltrazione; ha per titolo CREATIVITÀ, una copertina rosso-nera, e, sul frontespizio interno, un brano tratto dalla «Carta della Sorbona»: «Nessuno si meravigli del caos delle idee, nessuno ne sorrida, nessuno ne tragga motivo di burla o di gioia. Questo caos è lo stato di emergenza delle idee nuove» . E, nella fattispecie, del riemergere di vecchi rottami. Direttore responsabile ne è infatti Romolo Giuliana, ex repubblichino di Salò, funzionario del Ministero Turismo e Spettacolo, dirigente nazionale della F.N.C.R.S.I. (Federazione Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana), intimo di quei Ripanti e Fantauzzi che, nel 1964, addestrarono per conto del S.I.F.A.R. le bande fasciste in Sila. Tra i suoi finanziatori c’è il generale dei bersaglieri Oswaldo Roncolini, collaboratore «militare» di Almirante, azionista della Pepsi-Cola e fra i promotori di un «Movimento per la Difesa della Civiltà Cristiana» molto attivo fra gli alti gradi dell’esercito. Dal terzo numero in poi la direzione passa ad un altro neofita della contestazione: Giacomo De Sario, ex segretario negli anni ’50 della Federazione Giovanile Socialista, dalla quale si dimise per fondare l’organizzazione fascista C.N.R. (Costituente Nazionale Rivoluzionaria), restando però in cordiali rapporti con alcuni ex «compagni» attualmente militanti nelle file del P.S.U.

I veri animatori della rivista sono però i fratelli Attilio e Cataldo Strippoli, figli del presidente del Banco di S. Spirito, ex federali romani della Avanguardia Nazionale e dirigenti nazionali del M.S.I., arrestati nel ’65 per detenzione di esplosivi ed armi da guerra e rilasciati dopo un paio di mesi. Nell’estate del ’68 il secondo si è trasferito a Rimini dove, in località Viserbella, ha aperto un albergo – i Vichinghi – meta di frequenti pellegrinaggi fascisti; il primo ha dato vita al «Gruppo Primavera», sedicente anarchico, costituito mettendo assieme una decina di studenti missini, che ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di stabilire contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia.

Anche Stefano Delle Chiaie viene assalito, nello stesso periodo, da pruriti libertari. Riunisce nella sede del Kingatus, un gruppo goliardico dedito alla «caccia alla matricola», una dozzina di attivisti di Avanguardia Nazionale scelti tra i più giovani e meno noti e fonda il «Gruppo anarchico romano XXII marzo» che, in un volantino diffuso nelle scuole e nell’Università, afferma di rifarsi «alle teorie di Conh-Bendit ed alla prassi degli arrabbiati di Nanterre». Ne fanno parte:

Pennisi Aldo – via del Quadraro 27

Paulon Luciano – viale Spartaco 18

Maulonrico Pietro (detto Gregorio) . viale T. Labieno 85

Rossignoli Claudio – Piazza dei Consoli 62

Guarino Elio . via del Quadraro 27

Granoni Renato – via del Quadraro 58

Nota Giovanni – viale Cartagine 90

Sestili Alfredo via Tuscolana 1022

De Amicis Antonio (detto Augusto) Quadraro 29

Aragona Lucio – via del Quadraro 9

La leadership del gruppo viene affidata dal Delle Chiaie ed uno dei suoi fedelissimi: il neo-barbuto Mario Merlino. L’esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal movimento studentesco romano davanti all’ambasciata francese. A dare una mano a Merlino che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo, e agli altri dieci avanguardisti nazionali intervengono noti esponenti fascisti come Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e tale Buffa, detto «lupo di Monteverde», legionario ed istruttore di «Europa Civiltà» l’organizzazione paramilitare fascista che conta fra i suoi finanziatori l’editore Edilio Rusconi recentemente nominato cavaliere da Saragat per aver svolto compiti di «grande elettore» per conto del PSU, ed un tale dott. Sciubba presidente del MACEM (Movimento Autonomo Ceto Medio) ed esponente della Massoneria di Palazzo Giustiniani. Quel giorno, mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottiglie molotov due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri. Il quotidiane «Il Tempo», che conta tra i suoi redattori alcuni fra i maggiori teorici dell’infiltrazione fascista, quali Pino Rauti e Gino Ragno, protesterà indignato contro «la cieca violenza con cui i maoisti hanno infierito sulle auto di ignari e incolpevoli cittadini».

Dopo il felice esordio, il gruppo va alla ricerca di un crisma d’ufficialità politica; particolarmente interessante, in questo senso, è quanto dichiarato a verbale il 25 luglio 1970, davanti al giudice Cudillo, da uno dei suoi fondatori:

«Quando, ai primi di settembre del ’68, partii per incarico di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino per il congresso anarchico di Massa Carrara, ci venne consegnata la somma di lire 20.000 a testa per le spese da Guido Paglia (N.d.r. – corrispondente del quotidiano « Il Roma» di Napoli, figlio di un generale di corpo d’armata). Ci siamo recati a Carrara io, Maulonrico, Paulon Luciano, De Amicis Augusto e Pennisi Aldo. Il nostro compito, secondo quanto impartito dal Delle Chiaie e dal Merlino, era quello di raccogliere informazioni sugli argomenti e i discorsi del congresso e di prendere contatti con i partecipanti; ci saremmo dovuti infatti spacciare come anarchici aderenti al gruppo XXII Marzo di Roma. A Carrara non ci è stato possibile entrare nella sala della conferenza perché era necessario un biglietto d’invito rilasciato dalla Federazione Anarchica di Roma. Il Maulonrico tentò allora di avvicinare un anarchico di una certa età, romano, che apparentemente sembrava persona influente. Questi si era quasi convinto di farlo entrare quando notò che portava al collo una catenina con la croce e allora s’insospettì che si trattasse veramente di un anarchico e gli diede una spinta per allontanarlo, così forte che il Maulonrico cadde a terra (…)».

Vista la scortesia dell’anarchico in questione (N.d.r. un ex partigiano che durante la Resistenza aveva come incarico particolare quello di «fiutare» le spie dell’O.V.R.A.), il progettato inserimento del XXII Marzo nella grande famiglia libertaria subisce una seria battuta d’arresto. Il Delle Chiaie mette temporaneamente in libertà i suoi giovani adepti in attesa di momenti migliori: il gruppo, apparso come una meteora nel sottobosco politico della capitale, lascia come scia alcune gigantesche firme a calce le quali, stranamente, sopravviveranno alle varie «ripuliture» eseguite a cura dell’ufficio politico della questura e campeggeranno sui muri esterni dell’Università fino ai primi mesi del ’70.

Mario Merlino inizia, da un gruppo di sinistra all’altro, le peregrinazioni che si concluderanno il 12 dicembre 1969 con la sua, forse definitiva, infiltrazione nel comitato di base del carcere di Regina Coeli; altri ne seguono l’esempio. Sempre nel già citato verbale si legge infatti: « (…) Debbo precisare che nel periodo in cui ho frequentato il gruppo Marxista-Leninista di Piazza Vittorio 55 sono riuscito ad avere le chiavi della sede per poche ore. Infatti il Delle Chiaie tempo prima mi aveva incaricato di cercare di farmi consegnare le chiavi di cui avrebbe fatto un duplicato. Le chiavi mi erano state consegnate verso le ore 13 e le avrei dovute riconsegnare alle 15. Telefonai al Delle Chiaie che mi fissò un appuntamento al portone della casa della madre e mi fece accompagnare dal Palotto Roberto (N.d.r. – dipendente del Ministero delle Poste, arrestato e condannato per gli attentati sifaritici del ’64, autore materiale degli attentati agli automezzi della caserma di P.S. di via Guido Reni a Roma, nell’inverno del ’68; ne fu attribuita dalla stampa la responsabilità agli anarchii e l’ufficio politico della questura di Roma inoltrò un rapporto alla magistratura definendoli «opera di ignoti») presso una coltelleria nella stessa via ave si trova il cinema Brancaccio … (.. )» .

La stessa sorte subì l’altro «gruppo anarchico XII marzo», quello fondato a Reggio Calabria, subito dopo il ritorno dal viaggio in Grecia, da Aldo Pardo e Giuseppe Schirinzi, i due fascisti di Ordine Nuovo che il 9 dicembre 1969, giorno precedente a quello in cui Junio Valerio Borghese doveva tenere un comizio in città, fecero un falso attentato anarchico alla locale questura ferendo gravemente il piantone di servizio. I due furono arrestati otto giorni dopo e incriminati per concorso in strage. (Nel luglio scorso uno dei difensori degli anarchici imputati per la strage di Milano ha chiesto formalmente al giudice istruttore Cudillo di appurare cosa avesse fatto lo Schirinzi tra il 9 e il 17 dicembre 1969 e, dato che fu arrestato a Roma, a quale indirizzo fosse stato rintracciato dai carabinieri. La richiesta è ovviamente caduta nel nulla) .

Resiste invece, per alcuni mesi, il sedicente Movimento Studentesco Democratico che ha nella facoltà di Legge di Roma il punto di forza; i suoi slogans tipici sono «Hitler e Mao uniti nella lotta» e «Viva la dittatura fascista del proletariato». Costituitosi nell’estate del ’68, vi confluiscono i superstiti dei vari gruppi squadristici che agivano nell’Università prima della grave sconfitta militare subita dai lanzichenecchi di Almirante e Caradonna durante la fallimentare «spedizione punitiva» tentata nel febbraio precedente.

Ci sono i fascisti della ex «Primula Goliardica», capeggiati da Enzo Maria Dantini, in passato attivo organizzatore di campi d’addestramento paramilitare in Sardegna; alle sue spalle si muovono con discrezione personaggi come Vitangeli, membro di Nuova Repubblica e direttore del quotidiano finanziario «Il Fiorino», Simeoni, animatore dell’agenzia giornalistica di estrema destra «O.P.» e amico di Nino Sottostanti, il fascista infiltrato tra gli anarchici milanesi, Antonio De Martini. Quest’ultimo è un ufficiale della N.A.T.O., ricchissimo, legato a Randolfo Pacciardi; risiede a Roma per lunghi periodi, alloggiando all’Hotel Marconi di via Giovanni Amendola. Durante le indagini sugli attentati fascisti ai distributori di benzina, nell’inverno del ’68, il magistrato ordinò una perquisizione nella sua stanza: vi furono rinvenute pistole da guerra e munizioni che, a suo dire, gli erano state fornite dal capitano Lucio Monego dell’Accademia Militare di Modena; nonostante la detenzione abusiva di armi da fuoco, la polizia non sporse denunzia.

Altri «nazi-maoisti» di rilievo sono Serafino Di Luia, ex braccio destro di Delle Chiaie, Ugo Gaudenzi, poi infiltratosi nel gruppo marxista-leninista «Stella Rossa», Oreste Grani, poi infiltratosi nell’«Unione dei Comunisti», Sandro Pisano e Giancarlo Cartocci di Ordine Nuovo, sui quali torneremo più diffusamente in seguito dato il ruolo da essi sostenuto nell’ambito della strage di stato. Il Movimento Studentesco Democratico, trasformatosi successivamente in Movimento Operaio Studentesco d’Avanguardia e infine in Lotta di Popolo, pullulava inoltre di numerosi confidenti del S.I.D.: tra i più noti Stefano Serpieri (in Grecia con Mario Merlino), Franco Pisano («schedò» gli studenti di Architettura che parteciparono ad un viaggio a Cuba), Franco Gelli. Attivo militante di Ordine Nuovo fino al ’66 il Gelli (il suo numero telefonico compare nel taccuino di Merlino), nell’ottobre di quell’anno, si iscrive al PSI-PSDI unificati distinguendosi nella campagna precongressuale della F.G.S.I. come attivo sostenitore della linea saragattiana. Ciò non gli impedisce di distinguersi, nella fase calda delle lotte studentesche, come propugnatore di arditi progetti, rimasti peraltro allo stato embrionale dato lo scarso seguito incontrato, riguardanti furti d’armi ed assalti a caserme. Attualmente egli risulta iscritto al PSU e impiegato in un ente parastatale con un lauto stipendio.

(4 – continua )

Lotta Continua 12 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – Terza puntata – chi sono, chi li comanda, chi li paga

2 ottobre 2012

 

Con questo pezzo, siamo alla terza puntata del nostro rapporto. Le prime due sono uscite sul n. 18 e 19. Proseguiamo in questo lavoro perché lo riteniamo fondamentale per molti motivi.

1. Rompere il silenzio complice di chi sa e potrebbe sapere ma preferisce tacere per paura e per opportunismo

2. Fare nomi e cognomi, denunciare pubblicamente ai proletari i sicari di stato e i loro mandanti, è un modo per uscire dal generico e vago antifascismo che se la prende con i concetti, ma lascia liberi gli sgherri di muoversi a loro piacimento.

3. Permettere già da oggi e in futuro, a tutti i proletari, di impadronirsi di strumenti più precisi di giustizia proletaria

Nel maggio del ’64 il generale comandante di una regione militare dell’Italia settentrionale, molto vicino all’allora presidente della Repubblica, confidò ad un suo pari grado che Antonio Segni, in occasione di un colloquio riservato svoltosi alcuni giorni prima, gli era apparso «stranamente preoccupato e in preda a viva agitazione» e che, ad una sua richiesta di chiarimenti, aveva accennato in modo vago ad «una situazione dell’ordine pubblico che andava precipitando»; poiché il clima politico-sociale del paese era in quel momento tutt’altro che agitato, egli ne aveva tratto indicazioni pessimistiche sulle facoltà mentali della massima autorità dello stato.

Se avesse potuto assistere ad uno degli incontri, frequentissimi in quel periodo, tra Antonio Segni e il capo del S.I.F.A.R:, .generale Giovanni De Lorenzo, avrebbe probabilmente appreso qualcosa di interessante sull’origine delle paranoie presidenziali. E forse, discutendo un po’ a fondo del collega De Lorenzo con il generale Giacomo Carboni, ex capo del S.I.M. – che lo aveva definito nel corso di un colloquio con il giornalista francese Alain Guèrin, «un mediocre generale e un ottimo agente della C.I.A.» – , si sarebbe schiarite del tutto le idee.

Il colpo di stato in Grecia

IN UNO STATO MODERNO DOVE I SERVIZI DI SICUREZZA RAGGIUNGONO IL MASSIMO LIVELLO DI REPERIMENTO CAPILLARE E DI CENTRALIZZAZIONE DEI DATI E DOVE L’USO DEI COMPUTERS ESCLUDE PROGRESSIVAMENTE IL FABBISOGNO DI PERSONALE, IL NUMERO DI COLORO CHE VENGONO DELEGATI COME CONTROLLORI DI UN DETERMINATO ASSETTO SOCIALE, I COSIDDETTI «OCCHI DEL POTERE», E’ ASSAI LIMITATO.

Per organizzare il colpo di stato in Grecia la C.I.A. si è servita di pochi elementi fidati, inseriti nei posti chiave della burocrazia, della magistratura, della polizia, dell’esercito e in particolare del K.Y.P. (Kratikè Yperesia Pleforion), il servizio segreto.  Compito di questi ultimi era soprattutto quello di redigere, ad uso delle massime autorità civili e militari, dei falsi rapporti informativi sulla situazione interna nei quali venivano denunciati,in termini drammatici, complotti comunisti in fase di avanzata preparazione. Makarèzos, ad esempio, s’inventò una presunta, imminente, invasione armata ai confini nord della Grecia da parte di 60 mila profughi che dopo la guerra civile si erano rifugiati nell’URSS e negli altri paesi dell’Est europeo; Pattakòs, in almeno due occasioni, relazionò dettagliatamente re Costantino sull’esistenza di fantomatici attentatori e una volta, per rendere più attendibile la cosa, gliene presentò uno in catene e reo confesso. Che poi l’aspirante regicida, sedicente comunista, fosse in realtà un individuo dai collaudati trascorsi fascisti il tremebondo monarca lo venne a sapere soltanto dall’esilio. Ancora più clamorosa fu la montatura del cosiddetto «piano Aspida», attribuito dal K.Y.P. ad Andrea Papandreu; i 28 ufficiali accusati di aver organizzato una congiura anti-monarchica – la loro epurazione serviva ad eliminare dalle forze armate gli elementi costituzionalisti – furono assolti dopo un pubblico processo in cui l’avvocato difensore ridicolizzò le «prove» raccolte dai servizi segreti. Quest’ultimo, Nikiforos Mandilaras, alcuni giorni dopo il colpo di stato fascista dell’aprile 1967, fu ripescato nelle acque del Pireo con una pietra al collo.

C. Plevris, l’uomo greco della strage di stato

E’ sintomatico che uno degli agenti della C.I.A. che contribuirono ad inventare il «piano Aspide» sia proprio quel Costantino Plevris che nella Pasqua del ’68 s’incontrò ad Atene con i fascisti italiani e che il suo fiduciario italiano, il presidente di «Ordine Nuovo» Pino Rauti, sia l’autore, sotto lo pseudonimo di Flavio Messala, del libello «Le mani rosse sulle F.F.A.A.», scritte in collaborazione con il generale Aloia e in cui si denuncia la «drammatica infiltrazione comunista nell’esercito italiano».  In un saggio dal titolo «Teoria del Nazionalismo» il Plevris scrive testualmente: « …per la Grecia una moderna teoria dello spazio vitale non può porsi nei termini tradizionali dell’espansione territoriale bensì in quella, più realistica, della creazione nei paesi a lei vicini di condizioni atte all’instaurazione di sistemi politici omogenei»; è probabilmente per discutere di questa sua ardita tesi che egli si incontrò a Roma, dieci giorni prima della strage di piazza Fontana, con il Rauti e con un redattore del settimanale fascista «Il Borghese», di proprietà del senatore missino Gastone Nencioni e del cementiere lombardo Pesenti. Ma procediamo con ordine.

Seminare panico ed allarmismo nelle alte sfere non è difficile, specie se gli interlocutori sono un olimpionico di vela più attaccato alla mamma che alla corona, o, in casi a noi più vicini, un alcolizzato con la mania dei telegrammi; occorre però, contemporaneamente, creare delle condizioni obiettive che, esasperate artificialmente, giustifichino presso l’opinione pubblica l’ipotesi che il paese si trovi in una situazione d’emergenza.

La CIA

Anche se per questo occorrono mezzi rilevanti, per la C.I.A. non è davvero un problema. Il suo «budget» annuo – così come la consistenza del suo organico – è ovviamente segreto ma il 4 febbraio 1959, nel suo intervento al XXI congresso del PCUS, il capo dei servizi di sicurezza sovietici (K.B.G.) A. Chèlèpine parlò di 20.000 agenti solo a Washington e di 3 miliardi di dollari annui stanziati nel gennaio del 1968, sulla «Revue de  Dèfense Nationale», J .P. Mauriat, portavoce ufficiale del contro-spionaggio francese, scrisse che «il budget» della C.I.A. equivale, grosso modo, al nostro budget della Difesa» e cioè a circa 4 miliardi di dollari l’anno.

Dei vari strumenti con cui è andata articolandosi negli ultimi tre anni la «strategia della tensione» – trasferimenti massicci di interi settori della media industria italiana sotto il controllo del capitale U.S.A., controllo della stampa, infiltrazione nell’apparato statale, reperimento del personale politico per la gestione del disegno – e della divisione dei compiti che ne ha permesso l ‘attuazione, parleremo più diffusamente in seguito.

I fascisti nostrani

Per. il momento torniamo ai fascisti; i compiti loro assegnati sono così riassumibili :

1) INFILTRAZIONE

Approfittando dell’esplosione delle lotte studentesche e dell’entrata in scena di migliaia di nuovi militanti, i fascisti meno «bruciati» dovevano simulare improvvise conversioni ideologiche infiltrandosi nei comitati di base, nei collettivi, nei gruppi della sinistra extraparlamentare e, dove possibile, creare dei gruppi con false etichette rivoluzionarie. Gli scopi da raggiungere erano i seguenti :

a) deviare «dall’interno» le lotte su falsi obiettivi tentando di spingere i militanti più sprovveduti ad azioni terroristiche isolate, comunque contrarie, nella strategia e nella prassi, alla violenza rivoluzionaria.

b) operare ai margini di cortei e manifestazioni con atti di inutile vandalismo su obiettivi assurdi e impopolari.

c) provocare scontri con la polizia nei momenti tatticamente meno adatti favorendo il pestaggio, il fermo e l’arresto dei compagni.

d) esercitare un’opera sistematica di controllo e delazione raccogliendo dati ad uso «esterno» (polizia, fascisti, ecc.).

2) TERRORISMO

Compiere attentati che, per circostanze e scelte di obiettivi, fossero attribuibili agli anarchici o alla sinistra in genere.

3) PROVOCAZIONE

Promuovere azioni squadristiche contro la sinistra per:

a) suscitarne le reazioni, provocare rappresaglie e convalidare la tesi degli «opposti estremismi».

b) spostare il piano della lotta – scuola di classe, sfruttamento operaio, imperialismo, revisionismo, ecc. – sul diversivo della battaglia antifascista.

In parole povere i fascisti dovevano creare più casino possibile: per confondere le acque e mistificare la portata e il significato reale delle lotte proletarie, per far gridare l’opinione pubblica benpensante contro «il caos e l’anarchia dilaganti», legittimare la repressione e giustificare l’adozione di provvedimenti d’emergenza.

La compiacenza della stampa, le collusioni di magistratura e polizia, l’obiettiva complicità del P.C.I., e dei sindacati nell’opera di sistematica diffamazione delle avanguardie rivoluzionarie e delle lotte autonome della classe operaia, avrebbero fatto il resto.

Vediamo in dettaglio, punto per punto come hanno eseguito i compiti che i padroni gli avevano affidato.

Infiltrazione

Domenico Pilolli (Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale) entrano nel Partito Comunista d ‘Italia (m.l.). Il primo è Intimo amico della contessa Franceschini, abitante in via Pietro Morgia n. 3, moglie di un colonnello del ministero degli Interni, la quale diffonde a Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD ed è in contatto con il BND,

il servizio di controspionaggio della Germania Federale, per conto del quale ai primi del ’67 pagò dei fascisti affinché andassero a scattare fotografie ad un ricevimento offerto dall’ambasciatore della Germania Orientale in un albergo dei Parioli. Il secondo, una creatura di Stefano Delle Chiaie, è legatissimo a Mario Merlino; il 12 dicembre 1969 era a pranzo con lui in casa di Gabriella Miccichè, figlia di un alto funzionario del ministero degli Interni.

I due nel corso dell’estate-autunno 1968, proposero a vari militanti di compiere atti terroristici; furono identificati ed espulsi. Alcuni giorni dopo, il 15 ottobre 1968, il Sestili fu arrestato insieme a Carmelo Palladino, Claudio Fabrizi, Gregogio Manlorico e Lucio Aragona, tutti fedelissimi di Delle Chiaie, e a Corrado Salemi, guardiano della sezione del M.S.I. del Quadraro, per detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati ad una sezione del P.C.I. e ad un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. Il Pilolli tornò ad Ordine Nuovo e nel marzo del ’70 si distinse negli scontri provocati dai fascisti all’Università di Roma.

Marco Marchetti (Ordine Nuovo), al ritorno dal viaggio in Grecia entra nel comitato di base del movimento studentesco del liceo Vivona; Massimo Masserotti Benvenuti, dirigente della Giovane Italia e figlio di una finanziatrice di Avanguardia Nazionale, in quello del liceo Sarpi. Allontanati, ritornarono immediatamente all’ovile: il Marchetti prese parte a varie azioni squadristiche contro studenti medi, il Masserotti, salvato miracolosamente dai poliziotti durante una fallita spedizione punitiva nel febbraio scorso all’Università di Roma e conclusasi con un pestaggio dei fascisti, fu arrestato e condannato per direttissima ad un anno (con la condizionale) perché trovato in possesso di una pistola e di un’accetta. Tutti costoro, come del resto Mario Merlino, sono in ottimi rapporti con il vice-questore Mazzatosta, addetto all’ordine pubblico nella Città Universitaria di Roma, un ex repubblicano di Salò la cui moglie, recentemente, ha chiesto la separazione consensuale perché «i suoi convincimenti democratici sono in netto contrasto con le idee nostalgiche professate dal marito».

(3 – continua)

Lotta Continua 24 marzo 1970 Gli attentati del SID (ex SIFAR)

24 settembre 2012

Giorni fa alcuni compagni della Statale di Milano in una conferenza stampa hanno fatto delle rivelazioni sull’attività di provocazione e di spionaggio svolta all’interno del movimento studentesco, per conto del SID, dal fascista Gian Luigi Fappanni (e da lui stesso confessata).

È opportuno chiarire e definire fino in fondo il quadro complessivo (anche se limitato) in cui si inserisce il personaggio Fappani e cercare di individuarne i collegamenti con la travagliata vicenda delle indagini per la strage di Milano.

Due sono gli elementi caratteristici (e coincidenti con quelli di altri personaggi simili) presenti nella biografia di Fappanni: innanzitutto l’aver militato nella legione straniera (come Chiesa e Sottosanti, guarda caso) dall’ottobre ’67 al 19-2-68 nel I reggimento fanteria a Obain, Marsiglia, Nizza e l’essere stato attivista dell’organizzazione di estrema destra Nuova Repubblica dalla sua fondazione (come Chiesa e Sottosanti d’altronde). Con queste garanzie e referenze è scontato e facile il passaggio da una attività terroristica compiuta a livello artigianale con mandanti provinciali e con ridotte disponibilità politiche ed economiche, a un livello più raffinato e accorto in cui i mandanti e i protettori non sono i nostalgici e macabri ex repubblichini (non solo loro certamente) ma esponenti dei settori più arretrati (e tuttavia ancora gestori di una parte di potere) del sistema sociale: la polizia, l’esercito, alcuni partiti, una parte della confindustria: E questi settori trovano confluenze e creano alleanze in una strategia di ricatto, di provocazione e di terrorismo che il SID (Servizio di Informazione della Difesa) unifica tecnicamente, sintetizza politicamente e collega a livello internazionale con altre forze politiche e con altri servizi segreti (la CIA in primo luogo). Di questa organizzazione Fappanni diventa un elemento, per «ricatto morale». «Il primo lavoro svolto da me a favore del SID fu una lista con gli estremi dei dirigenti Movimento Studentesco. Settimanalmente consegnavo una relazione scritta ad agenti del SID divisa in tre punti. 1) Relazione politica; 2) situazione attivisti; 3) situazione organizzativa. Con la relazione ho consegnato vario materiale di propaganda, fornendo l’indirizzo dei vari collaboratori e le indicazioni necessarie ad individuarli … Confermo che gli appartenenti al SID sono ancora gli agenti SIFAR. La repressione viene organizzata senza autorizzazione ufficiale dei ministeri, e a ciò ho avuto l’incarico di vendere bombe lacrimogene e fumogene al movimento studentesco, allo scopo di dare al SID il motivo di repressione».

Per questa attività, durata all’incirca dal luglio al dicembre ’68, il Fappanni riceveva un compenso che andava dalle 30 alle 50 mila lire alla settimana e grazie ad esso aveva modo di allargare i suoi contatti e il suo campo di attività. Il terreno e l’oggetto del collegamento tra i mandanti politici l’estrema destra e i provocatori e le spie presenti nel movimento studentesco era costituito soprattutto, oltre che dalle informazioni, dal «materiale» che il Fappanni dice di essersi proposto di fornire. E non è questo certamente il «materiale» di autodifesa che, in qualche occasione, sarebbe potuto servire ai compagni in piazza, durante manifestazioni e scontri; e non si tratta nemmeno delle bombe lacrimogene e fumogene di cui il Fappanni ha già detto; si tratta questa volta della proposta di fornire bombe ad alto potenziale e di compiere attentati terroristici (tutte cose naturalmente rifiutate dai compagni). Su questo argomento il Fappanni mostra di saperla lunga, soprattutto per quanto riguarda gli attentati ai treni (agosto ’69); afferma che ad Allegra non conviene fare il suo nome (intervista al «Corriere») come implicato in questi attentati sui treni, e a sua volta indica quali diretti responsabili Giorgio Chiesa e Serafino Di Luia (fascisti e confidenti della polizia). Poi Fappanni ammette anche la sua diretta e personale responsabilità riguardo ad altri attentati minori, ma ne attribuisce sempre la proposta e l’organizzazione alla polizia. Fappanni fa anche i nomi di mandanti diretti che si alternano o si accordano di volta in volta nel proporgli azioni terroristiche e nel finanziarle;i mandanti politici non emergono da queste rivelazioni; rimangono in ombra, ma non è poi così difficile individuarne se non i nomi almeno la precisa collocazione ed estrazione; nomi minori comunque saltano fuori: un ufficiale del SID (tenente Rocco) è quello che «coordinava l’intervento» del Fappanni nel movimento studentesco; il dottor Giorgio (è il cognome), giovanissimo, e un altro «sui cinquant’anni con un inizio di calvizie» danno indicazioni, finanziano, e propongono infine al Fappanni di fare l’informatore in una sezione del PSIUP vicino all’Università Cattolica. Sono ancora il dottor Giorgio e il «calvo» che propongono al Fappanni un lavoro «più in grande» e che di questo lavoro gli forniscono le prime indicazioni, mostrandogli delle cartine. E deve essere sicuramente un lavoro di una certa importanza se sentono la necessità di rassicurarlo, «dicendomi – afferma Fappanni – che uno molto in alto mi avrebbe protetto». Si parlò di finanziamento, ma non se ne disse esplicitamente la fonte. Fu fatto però un nome: l’avvocato Pascarella (o Pascarelli) di Rimini. Ed è di ritorno da Rimini che alla fine della primavera ’69 Chiesa dice a Fappanni: «Quelli di Rimini pagano bene se buttiamo delle bombe nei posti giusti, se spaventiamo la gente e facciamo saltare il governo». «Le bombe dove?» «Mah, nei treni, negli aeroporti, nelle piazze; bisognerà vedere». E si parla di infiltrarsi nei gruppi anarchici e si passa alla preparazione pratica degli attentati costruendo scatole per bombe complete di congegno a tempo, ma non ancora di esplosivo. Siamo in piena estate e dopo pochi giorni la notte tra 1’8 e il 9 agosto ci saranno le esplosioni sui treni.

A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 M.A.R. I fascisti “rivoluzionari” di Gianluigi Cereda

3 settembre 2011

Il valtellinese Movimento d’Azione Rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni

L’opera di controinformazione (che ha preso il via dalla convinzione che solo la completa conoscenza dei fatti da parte di tutti è l’unico mezzo per spezzare il disegno provocatorio repressivo che ha trovato il suo punto più alto nell’accusa infamante a Valpreda e agli altri anarchici (non può non prendere in considerazione un gruppo come il M.A.R. che appare decisamente legato ad una serie indefinibile di attentati terroristici provocatori.

Lucca. I guerriglieri di destra appartenenti al Movimento di Azione Rivoluzionaria o MAR, della Valtellina (Carlo Fumagalli, Orlando Gaetano, Giulio Franchi, Armando Carrara, Franco Romeri, Pietro Romeri, Albino Salatenna) e al Movimento Nazionalista di Italia Unita della Versilia (Raffaele Bertoli, Franco Del Ranieri, Amedeo Birindelli, Enzo Salcioli, Gino Bibbi), tutti imputati di cospirazione politica, di organizzazione ed esecuzione di attentati dinamitardi (quelli ai tralicci in Valtellina e in Lombardia della primavera 1970), di detenzione di armi ed esplosivi più una serie di reati minori, sono stati rinviati a giudizio dal giudice istruttore di Lucca, Francesco Tamilia, ma con un radicale alleggerimento delle imputazioni formulate a suo tempo dal procuratore della Repubblica di Sondrio Bruno Mazzotta. Il giudice Tamilia, a cui il procedimento è arrivato dopo la dichiarazione di incompetenza territoriale di Sondrio (è lo stesso giudice che dal caso Lavorini volle escludere ogni componente politica) ha visto nel MAR un’organizzazione criminale ma tesa solo a risolvere questioni di rivalità locali valtellinesi, nel movimento di Italia Unita un’associazione che mirava ad operare “nei limiti della legalità repubblicana sostituendo all’attuale sistema un altro della stessa specie ma meno disonesto” e infine l’occultamento di dinamite e il traffico di armi ed esplosivo come “un’insensata esuberanza, l’esibizionismo di qualche elemento più fazioso”. Risultato: derubricazione del reato di cospirazione politica in quello di associazione a delinquere e immediata revoca del mandato di cattura emesso dal giudice istruttore di Sondrio a carico del latitante Carlo Fumagalli il 18 maggio 1970. Il Fumagalli non è mai stato catturato né si è presentato al magistrato a mandato revocato. L’iter di questa istruttoria ricorda da vicino quello di cui hanno beneficiato i neo-nazisti Giovanni Ventura, Franco Freda e Aldo Trinco che, in un analogo trasferimento per incompetenza territoriale da Treviso a Padova si sono visti accogliere la richiesta di scarcerazione e cadere la grave imputazione di associazione sovversiva.

(dal bollettino di controinformazione democratica, n.7, del 25 ottobre 1971).

Il M.A.R. (Movimento d’azione rivoluzionaria), gruppo terrorista fascista, composto da ex repubblichini e da ex partigiani di destra (badogliani, monarchici, liberali), dall’ideologia contorta a cui contrappone programmi e metodi ben chiari e precisi, chiaramente fascisti, ha fatto la sua apparizione solo recentemente (1969), ma le sue origini vanno ricercate più a monte fino risalire alla Resistenza. Nei rapporti dei carabinieri viene definito come la branca militare della lega “Italia Unita”.

Siamo nell’inverno 1944-45, ormai la sorte dei nazifascisti è segnata, in tutta Europa gli “alleati” avanzano a spartirsi nuove zone di influenza. Nei paesi ancora occupati la “vecchia” resistenza corrode le retrovie nemiche, con sempre maggior successo e quindi appare ovvio che al suo fianco se ne sviluppi un’altra di resistenza, antifascista di comodo ma sostanzialmente reazionaria che nella battaglia ormai perduta dal fascismo cerca di non perdere le sue posizioni di privilegio, il mantenimento dei profitti.

E come controllare la resistenza rivoluzionaria, già impastoiata dalle beghe di partito, se non inserendo al suo interno propri elementi, se non costituendo nuove bande, da conservare intatte, per avere maggior peso di contrattazione nella lotta per il potere che si avvicina?

Ed ecco Giuseppe Motta (Camillo) che inviato dal CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) di Milano, prende il comando della brigata Valtellina, con sede a Bormio. Tramite un certo Foianini tiene contatti con la CIA americana, a Livigno, che gli assicurerà continui lanci di armi e munizioni, trascurando completamente le brigate garibaldine (comuniste) di fondovalle.

Raccoglie intorno alla sua brigata tutti i partigiani monarchici, badogliani o comunque di destra della zona fino a quando raggiunge una certa consistenza per dare inizio ad una pesante campagna denigratoria (calunnie, provocazioni) nei confronti della Brigata Garibaldi, comandata da Nicola, presente a fondovalle, costringendola ad abbandonare la zona, insieme alle altre componenti di sinistra.

Nello stesso periodo compare Carlo Fumagalli, comandante di una banda di partigiani apolitici, “I Gufi”, il quale diviene il braccio destro del Motta, per poi entrare in Sondrio, il giorno della liberazione, alla testa della divisione “Alta Valtellina”.

E qui incominciano i fatti strani:

– la mattina tra il 25 ed il 26 del ’45, il col. Alessi viene assassinato in un’imboscata (grazie ad una spiata di cui si sa anche l’autore). Alessi, che aveva iniziato nel ’44 ad organizzare la resistenza in Valtellina, e che, individuato dai tedeschi, aveva dovuto riparare in Svizzera, era rientrato in Italia il 13 o 14 d’aprile per assumere il comando di tutta la zona. Chi aveva interesse al suo silenzio?

– nello stesso periodo, viene assassinato il vecchio Fossati, proprietario di cotonifici. Si disse che fu ucciso per sbaglio, al posto di un gerarca fascista; voci degne di fede indicano invece in due suoi congiunti i veri colpevoli, con lo scopo di impadronirsi dell’impero manifatturiero.

Finita la resistenza, ci pensò la DC locale, clerico-fascista, a non fare dimenticare troppo presto i soprusi del ventennio. Il Motta, intanto, dà la scalata ai gradi militari; lo ritroveremo colonnello dell’esercito a reprimere duramente gli altoatesini dal 1952 al 1960. Uomo di fiducia del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), quindi in pensione e, guarda caso, sempre in Valtellina, prima a Bormio, poi a Sondrio.

Per parecchi anni tutto tace, poi, improvvisamente, arriva il 1969. Incomincia il terrorismo (attentati ai tralicci della Valtellina ed in Lombardia nella primavera del 1970).

La polizia indica come responsabili (per forza di cose, di anarchici, lì, non ce ne sono):

Carlo Fumagalli (il capo partigiano), Gaetano Orlando, Giulio Franchi, Armando Carrara, Franco e Pietro Romeri e Albino Salatenna. Ma Fumagalli è introvabile, (forse, come Borghese, possiede il dono dell’invisibilità) e l’attività del M.A.R. continua indisturbata.

Trento 1971, attentato alla ferrovia, compare Antonino Garofalo, autodefinitosi il piccolo Stalin della Valtellina, mercante d’armi e di esplosivi, lavorava a pochi metri dal luogo dell’attentato, da allora è sparito.

Ma il M.A.R. non è solo questo, non è solo un gruppetto fascista che tira bombe ai tralicci, no, è qualcosa di più serio, qualcosa che va in profondità; vediamo perché:

il M.A.R. ha agito scopertamente in due zone, la Valtellina e la Versilia, installando centrali radio fantasma che “disturbarono” i programmi radio-TV in più occasioni (vale ricordare quella attuata due giorni dopo gli attentati ai tralicci e che invitava la popolazione a prendere le armi in difesa dei sacri valori nazionali). E, proprio in queste zone, erano presenti due uomini del S.I.D. (ex SIM, ex SIFAR) Camillo Motta in Valtellina ed Enzo Salcioli in Versilia, operante all’interno del gruppo fascista “Movimento Nazionale Italia Unita”. A questo proposito riportiamo la notizia pervenuta dalla redazione del periodico tedesco “Der Spigel “, dove Enzo Salcioli si sarebbe presentato dicendo di possedere una serie di documenti contenenti: prove di forniture di armi da parte dell’esercito, per un colpo di stato nel 1964 (De Lorenzo), prove che i servizi segreti inviarono il Fumagalli nello Yemen ad organizzare un colpo di stato, documenti del S.I.D. che indicano gli autori delle bombe del 12-12-69 (quelle per cui i compagni sono in galera da più di due anni) in appartenenti al già citato “Movimento Nazionale Italia Unita” e dai quali sembrerebbe che l’ordigno per la Banca dell’Agricoltura sia stato preparato dal Fumagalli in persona, con esplosivi provenienti da Brusio e da Campo Cologno in Svizzera, mentre per gli attentati a Roma, l’esplosivo sarebbe stato fornito da Birindelli, appartenente al M.N.I.U., o da elementi di Ordine Nuovo (altra organizzazione nazi-fascista) Sante Casone e Pierluigi Cartocci (vedi “La strage di Stato”).

Di certo si sa che il Salcioli giunse in Versilia subito prima degli attentati, che partecipò a riunioni, che si interessò ad armi ed esplosivi dopo di che scomparve. E come nel ’45 si incontra una morte misteriosa (ma non troppo): quella del giornalista che passò le informazioni sul caso Salcioli.

Ai tempi del fantasmagorico tentativo di “golpe” di Borghese, la Valtellina, nei progetti del principe nero, doveva servire da ridotta, ed infatti c’era gente con dei piani in mano secondo i quali i compiti del M.A.R. consistevano nell’occupazione delle centrali idroelettriche al fine di sospendere l’erogazione di corrente elettrica per Milano, mentre altri rottami del ventennio vennero contattati con l’invito di tenersi pronti.

Appare ora abbastanza delineata la collocazione di questo gruppo di Sanfedisti alla riscossa, nello schieramento dell’estrema destra nazionale (viene da ricordarsi le parole che Mussolini, in un attimo di lucidità, ebbe a dire: “Se il fascismo morrà, sotto la sua pietra tombale non potranno che risorgere dei Vermi”).

E come nel’19, anche ora si trova un collegamento, per niente nascosto, tra esecutori e mandanti, tra bombaioli e amanti dell’ordine. Infatti il M.A.R. è in contatto con esponenti della finanza valtellinese e non. Il 7.7.1970, all’albergo Europa di Sondrio, ci fu una riunione ristrettissima, proseguita poi in settembre in località Sassella, in casa di proprietà dell’industriale Rigamonti, per finire a Tirano con la partecipazione di un sacerdote, Don Bonazzi, parroco di Vallepinta, redattore del periodico clerico-fascista “L’Ordine”. A questa riunione partecipava anche il Fumagalli, già da allora latitante introvabile.

Seguì poi, a dimostrare maggiormente gli interessi difesi, il tentativo di organizzazione di una sommossa di tipo corporativo e campanilistico in Valtellina (come Reggio Calabria? o L’Aquila?) per la situazione precaria della strada statale n.36. In tale opera si distinsero la Camera di Commercio di Sondrio, e, soprattutto, il presidente dell’Associazione Albergatori, Tato Sazzoni, il cui amici intimi compaiono come gli esponenti principali degli investimenti nelle infrastrutture turistiche locali, dopo essersi assicurato il controllo di alcune catene di alberghi nella Grecia dei colonnelli.

In quel periodo si verificarono due frane che bloccarono la S.S.36, in località Dervio, per diversi giorni; non se ne ha la certezza, ma non è da escludere la dolosità di quelle frane, verificatesi entrambe nello stesso punto e la seconda dopo che l’ingegnere del Genio Civile aveva completamente escluso il pericolo di nuovi cedimenti del terreno. Sempre nello stesso periodo, al giornale radio delle 7.30, fu annunciato il rinvenimento, sulla ferrovia Sondrio-Milano, di due bombe inesplose; stranamente la notizia scomparve dei giornali radio successivi e non se ne seppe più nulla. Parallelo è il tentativo di agganciare i lavoratori delle centrali elettriche soprattutto in alta valle per coinvolgerli in una azione di massa (giusto secondo i precetti di Verona, 1944).

Ma altre domande si impongono.

Che fine hanno fatto le armi, lanciate dagli americani, durante la Resistenza? Chi, oltre a Fumagalli, controlla i numerosi depositi? Quello che è certo sono le radio e le attrezzature televisive e telefoniche per intercettazione in possesso del Fumagalli, i tentativi di scissione portati all’interno dell’A.N.P.I. (Associazione nazionale partigiani d’Italia) dal Fumagalli, le conferenze pro maggioranza silenziosa (primavera del ’71) del Motta, i contatti con alcuni grossi nomi di Milano, come il medico Guido Pasquinucci, capo del Fronte degli Italiani (fascista) e l’avv. Adamo Degli Occhi, difensore di Gaetano Orlando, rappresentante della maggioranza silenziosa, il continuo traffico d’armi dalla Svizzera all’Italia per canali misteriosi ma non troppo, ed infine, più grave di tutti, l’assassinio di un giovane tedesco, rimasto senza identità e senza movente, ritrovato nei boschi sopra Gardalo, campo di battaglia del sempre latitante Carlo Fumagalli, ex partigiano.

11 dicembre 1971 Umanità Nova Spudoratezze fasciste

24 maggio 2011

«La Stampa» di Torino, quotidiano foraggiato dal padrone Agnelli come strumento di disinformazione e di speculazioni politiche, dedica spesso e volentieri spazio a meschine quanto infami provocazioni antianarchiche.

Questa volta, nel suo numero del 2. corr., riportando una notiziola di agenzia sulla assoluzione di Mario Merlino in un processo per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, l’idiota a buon mercato di turno in redazione ha così intitolato l’insignificante pezzo: «L’anarchico Merlino assolto in appello».

E’ arcinoto a tutti, anche ai gazzettieri venduti, che Mario Merlino e Salvatore Ippolito erano stati immessi nel gruppo in formazione con la precisa funzione di spie e che i loro insulsi «rapporti» dovevano servire per costruire il castello di falsi indizi sugli ingenui prescelti come capri espiatori.

Salvatore Ippolito era ed è un poliziotto provocatore e spia infame e bugiarda dello Stato.

I fascisti come Merlino sono e restano fascisti anche quando, per rendere un servizio al regime, vanno a finire per errore in galera. Questo il fascista provocatore de «La Stampa» lo sa bene, anche se per costume è costretto a «scaricare» il «camerata» caduto … «nello adempimento del proprio dovere ».

Quello che forse non sa è che gli anarchici non sono disposti a tollerare certe canagliesche provocazioni. Nasconda perciò bene la sua faccia nella viltà dell’anonimato e nella merda del pantano reazionario che lo nutre.

Persino l’intervista a Ciao 2001 era parte della trappola… secondo Cucchiarelli

10 marzo 2011

Come abbiamo già visto in altre parti di questo blog, analizzando e smantellando le manipolazioni e falsità del giornalista e novello inquisitore Cucchiarelli, tutta la costruzione del suo libro revisionista è  imperniata  sui racconti fantasiosi di vari squallidi personaggi di estrema destra e dei servizi segreti. Cioè le stesse persone, gli stessi ambienti, che stanno dietro la strage o che l’hanno coperta.

Se Cucchiarelli avesse scritto questo libro in buona fede, magari manipolato nelle sue convinzioni ma senza rendersene conto, allora ci saremmo aspettati che – come anche i giornalisti principianti sanno – almeno il principio base, deontologico di ogni giornalista, e cioè che una fonte, per essere valida, deve essere controllata e verificata, venisse applicato. Ma questo nel libro di Cucchiarelli non avviene mai, neppure quando una verifica sarebbe molto semplice da fare.

Il tentativo di riscrittura della storia messa in atto dal Cucchiarelli si basa essenzialmente sulla quantità di “documentazione” che butta alla rinfusa nel libro, per creare confusione e allo stesso tempo per dare l’impressione di aver svolto un grande lavoro di ricerca. D’altronde – avrà pensato il nostro – chi si prenderà mai  la briga di controllare la veridicità delle 700 pagine del libro? Purtroppo per lui, alcuni di noi sono ancora in vita e non disponibili a far passare le sue menzogne per verità storica.

Vediamo ad esempio il capitolo riguardante l’intervista che il circolo 22 marzo fece alla rivista Ciao 2001 e l’attendibilità dell’ “allora esponente dell’estrema destra” che viene da Cucchiarelli definito “fonte qualificata”.

 

Dal libro Il segreto di Piazza Fontana, pagg. 392-393 di Paolo Cucchiarelli:

“Durante i primi interrogatori dopo la strage, Merlino disse che il circolo era nato «quasi contestualmente» all’intervista.63 Ciao 2001 chiese al gruppo di stendere il suo programma, cosa che – dopo lunghe discussioni – avvenne. «La redazione pubblicò integralmente il testo, premise solo un’introduzione e una domanda, a scopo scandalistico: se avevamo dell`esplosivo».

Con i soldi ricevuti, si decise di prendere una cantina, in via del Governo Vecchio, che divenne la sede del circolo 22 marzo. La sede – come poteva essere diversamente! – era al numero 22. Ora tutto era pronto: il gruppo «anarchico» a cui sarebbe stata addossata la strage esisteva, aveva un suo programma nero su bianco, una sede, un nome, un’identità.

«Fino a quel momento non esisteva un nostro gruppo politico vero e proprio. Fu in questa occasione, visto che i pareri erano discordi sul nome con cui qualificarci nell’intervista, che decidemmo di chiamarci ‘22 marzo’: conoscevamo tutti il Maggio francese e l’antefatto di Nanterre del 22 marzo 1968» scrisse Valpreda, che anche dopo anni continuerà a sostenere che quella scelta fu del tutto libera, senza rotaie. Invece, persino l’intervista era parte della trappola.

L’articolo su Ciao 2001 – ricorda una nostra fonte qualificata, allora esponente dell’estrema destra – era stato scritto da Tonino Scaroni, caporedattore alla sezione Spettacolo del Tempo, il giornale dove lavorava il capo di ON, Pino Rauti. Non solo: Scaroni era anche il capo ufficio stampa di un cabaret di destra molto importante all’epoca, il Giardino dei supplizi. Al riguardo, la nostra fonte segnala: «Cera un triangolo ideativo della trappola, con tre punti di riferimento: la sede del settimanale Il Borghese in piazza Rondanini, il Giardino dei supplizi in via del Pozzo delle Cornacchie, e la sede del settimanale Lo Specchio, in via XX Settembre. Il giornale pubblicava i rapporti di Giannettini che questi girava al gruppo veneto per convincere la sinistra che si era prossimi al golpe. Tutto per spingere i gruppi ad agire».

«E chi era la mente?» oso chiedere.

«Molte, tutte molto fini» e qui cita un senatore, uno scrittore, una giornalista, un ex repubblichino «e probabilmente Umberto Federico D’Amato, grande archivista degli Affari riservati del Viminale, insieme a una parte rilevante dei carabinieri. Ma la guida di tutto, quella che lei chiama “la mente” era una semplice idea. Solo la Grande Provocazione avrebbe potuto far scattare la Grande Reazione».”

 

L’articolo-intervista a Ciao 2001 che abbiamo già pubblicato integralmente sul blog (Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo) in effetti non porta firma. Essendo un articolo non firmato la “fonte qualificata” dell’estrema destra usata da Cucchiarelli ha cercato di inserirsi nel gioco disinformativo. Infatti questo (ennesimo) misterioso e fantomatico personaggio ci rivela il nome del giornalista che avrebbe scritto il pezzo, cioè il giornalista del Tempo Tonino Scaroni. Grazie a questa “rivelazione”, attraverso Scaroni si può arrivare a Pino Rauti e così via “triangolando” e delirando.

Se credete che lo “studioso”, il “giornalista”, lo “storico” Cucchiarelli abbia fatto una sia pur minima ricerca per verificare le notizie che gli ha passato la sua “fonte” sbagliate di grosso.  Come possiamo affermare questo? Possiamo farlo perché abbiamo eseguito noi la verifica sulla veridicità della fonte. Abbiamo consultato i verbali di interrogatorio eseguiti dalla Questura e dai magistrati inquirenti dell’epoca, Cudillo e Occorsio, e trovato il nome di chi realmente scrisse l’articolo su Ciao 2001, verbale che qui sotto pubblichiamo integralmente.

Noi, ora, qualcosa sappiamo con certezza,:

Primo che non è Scaroni l’autore del pezzo, e quindi le teorie malevole della “fonte informata” si rivelano per quel che sono: opera di provocazione e disinformazione.

Secondo, siamo in grado di fare anche noi uno “scoop”, seppur vecchio di 42 anni, Siamo infatti in grado di fare il nome del vero (stavolta!) autore dell’articolo: si tratta di Daniele DEL GIUDICE.

Terzo che il libro di Cucchiarelli è un’accozzaglia di teorie basate sul nulla.

Verbale direttore responsabile Ciao 2001

 

Verbale n.1

Questura di Roma

L’anno millenovecentosessantanove addì 29 del mese di dicembre alle ore 18.50, nei locali dell’Ufficio Politico della Questura, in Roma.

Innanzi a noi sottoscritti ufficiali di P.G. Commissario di P.S. dott. Umberto IMPROTA e Brigadiere di P.S. Tomaso PUDDU, è presente il dott. Sergio MARCHETTI [seguono generalità]…..il quale interrogato risponde:

Sono giornalista-pubblicista e dal 1962 sono iscritto nell’albo di Roma; dal gennaio del 1969 sono direttore responsabile della redazione romana del settimanale “Ciao 2001”.

Nella mia qualità di responsabile di detto settimanale, in merito al servizio giornalistico apparso nei numeri 39, 40 e 43 rispettivamente del 22 ottobre, 29 ottobre e 19 novembre del corrente anno,posso precisare quanto appresso:

“Nella inchiesta condotta dal nostro giornale sui gruppi del dissenso, è stato trattato anche il movimento politico “22 marzo”. Come può rilevarsi dal numero 39 del citato settimanale, il “22 marzo” venne inserito tra i movimenti politici su posizioni politiche di estrema destra. Il servizio giornalistico in proposito fu redatto dal collaboratore Daniele DEL GIUDICE, il quale si avvalse delle notizie pubblicate dal settimanale “L’Espresso” del 22/12/1968. Infatti, egli, secondo quanto mi risulta, non era in possesso di altro materiale e notizie, all’infuori di quelle pubblicate dall’Espresso, per espletare il servizio in argomento. Come detto quindi sulle indicazioni dell’Espresso il gruppo “22 marzo” venne inquadrato tra quelli appartenenti all’estrema destra; ciò, pertanto, suscitò il risentimento degli iscritti al gruppo i quali venuti in redazione, si definirono anarchici e pretesero che il nostro giornali smentisse, nel numero successivo quanto pubblicato. Alla richiesta noi aderimmo e nel numero 40 del settimanale “Ciao 2001” pubblicammo la smentita precisando che il gruppo “22 marzo” raccoglieva elementi anarchici. Successivamente alcuni appartenenti al ripetuto “gruppo”, presero contatti con la redazione del giornale che io rappresento per realizzare un servizio fotografico e giornalistico sul loro movimento. Alla proposta dei predetti noi aderimmo stabilendo che avremmo compensato il gruppo mediante la somma di lire quarantamila. Il 23 ottobre, infatti, una diecina di appartenenti al “22 marzo”  vennero nella nostra sede redazionale ed ivi venne messo a punto il servizio giornalistico e fotografico già in precedenza concordato con alcuni di essi. Quanto detto e fotografato nella circostanza di cui sopra, è stato interamente pubblicato nel numero 43 del “Ciao 2001” del 19 novembre corrente anno.

A.D.R. Effettivamente l’articolo del numero 43 del nostro settimanale e riguardante il “22 marzo”, inizia con la domanda: “E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?”. La domanda fu posta in tali termini per una esigenza giornalistica e non perchè il nostro giornale aveva avuto notizie in merito all’attività terroristica del gruppo. Il tono della stessa lascia effettivamente supporre che il giornale fosse in possesso di notizie a riguardo, ma io posso assicurare che nulla sapevamo e sappiamo e che la domanda fu posta nei termini sopra detto esclusivamente per dare all’articolo pubblicato un maggiore rilievo ed una maggiore incisività. Tengo, inoltre, a precisare che alla nostra domanda i giovani risposero esattamente quanto abbiamo pubblicato nel surripetuto numero, ossia negativamente.

A.D.R. L’idea di fare una domanda così precisa in merito ad un eventuale detenzione di armi ed esplosivi, venne a me e fu da me personalmente posta ai giovani, in quanto sulla scorta di notizie giornalistiche pubblicate nel corrente anno su settimanali e quotidiani di ogni tipo di estrazione politica, si era pensato che i vari gruppi del dissenso potessero effettivamente essere detentori di materiale esplosivo e di armi e, pertanto, responsabili dei vari attentati consumati nelle numerose città italiane. Mi permetto, però, di far rilevare, a conferma del fatto che la prima domanda fu fatta esclusivamente per esigenze giornalistiche, che la stessa domanda è quanto mai ingenua, poiché anche se i giovani avessero avuto materiale del genere e programmi terroristici, essi non  avrebbero mai pubblicamente confessato e fatto pubblicare notizie a riguardo.

A.D.R.  Non ricordo se durante l’intervista fatta ai giovani del gruppo “22 marzo” da parte di alcuno di essi venne detto o fatto cenno a qualche punto programmatico del loro movimento che potesse far capire il modo in cui essi intendevano condurre la loro azione politica, specie per quanto riguarda eventuali azioni od atti di violenza. Ricordo, comunque, che furono fatti discorsi quanto mai teorici ed in sintesi essi sono stati integralmente riportati nel nostro articolo pubblicato sul numero 43 del settimanale in questione datato il 19.11.1969.

A.D.R. Confermo tutto quanto sopra dichiarato e ribadisco che nessuna altra notizia, all’infuori di quelle pubblicate e riguardante il gruppo “22 marzo”, è pervenuta al nostro giornale ed, in particolare, al collaboratore Daniele Del Giudice.

A.D.R. Non ho altro da aggiungere.

Letto, confermato e sottoscritto

 

Verbale n.2

 

2 maggio 1970

Avanti il dott. : Ernesto Cudillo -.G.I. – con l’intervento del P.M. Dr. Occorsio

E’ comparso Sergio Marchetti

Quindi, opportunamente interrogato, risponde: Sono direttore responsabile della rivista “Ciao 2001” confermo integralmente le dichiarazioni da me rese alla Questura di Roma ed il contenuto dell’intervista pubblicata sul n.43 del predetto settimanale.

Produco inoltre, a richiesta della S.V., n.25 fotografie scattate il 23 ottobre 1969 in occasione della venuta in redazione del gruppo “XXII marzo; preciso che le persone indicate con le lettere A, B e C nella fotografia n.7 sono appartenenti alla nostra redazione; ugualmente le persone raffigurate nella foto n.17 sotto le lettere A e B sono rispettivamente il sottoscritto ed il giornalista Daniele Del Giudice che ha partecipato all’intervista.

A.D.R.: Il testo, che figura come una intervista fu in realtà predisposto su un foglio dattiloscritto dagli aderenti al gruppo e dagli stessi a noi consegnato.

Esibisco in visione la quietanza datata 23 ottobre 1969 relativa alla consegna della somma di £. 40.000 “quale compenso e autorizzazione a pubblicare le relative foto” a firma di Mario Michele Merlino.

Preciso inoltre che, in un primo tempo, i partecipanti alla intervista ebbero a fornire i loro nominativi, ma subito dopo vollero strappare il relativo fog1io.