Posts Tagged ‘Franco Serantini’

Umanità Nova n16 maggio 2011 Ricordare Serantini: riflettere sull’oggi di Luca

22 novembre 2011

Si è svolta il 7 maggio 2011 a Pisa una manifestazione in memoria di Franco Serantini, anarchico ucciso dalle forze di polizia durante una contestazione ad un comizio fascista nel 1972.

La giornata ha visto la partecipazione di molte associazioni e gruppi pisani ed è stata significativa la presenza ed il contributo delle anarchiche e degli anarchici che hanno costruito e partecipato alla giornata. I compagni di Livorno hanno partecipato con uno striscione contro la repressione per far emergere il teorema repressivo che sta colpendo i compagni/e fiorentini/e, mentre altri gruppi come il Kronstadt Toscano hanno dato il loro contributo sia nell’organizzazione della piazza che nell’organizzazione del corteo che si è mosso da piazza San Silvestro, per noi piazza Serantini, verso la festa del Distretto di Economia Solidale, presente in questi giorni a Pisa. In piazza i/le compagni/e del collettivo Antipsichiatrico e Zone del silenzio hanno esposto una mostra sugli omicidi e la repressione di stato. Si è voluto così denunciare la condizione degli uomini e delle donne migranti rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione; gli episodi di percosse e violenze subite in carcere da parte di molte vittime di Stato, alcuni con tragici epiloghi, come nel caso di Marcello Lonzi; le ingiustizie e la repressione che subiscono costantemente uomini e donne negli Opg, anche in questo caso fino ad incontrare la morte come mostra la vicenda di Mastrogiovanni. La presenza in piazza Serantini ha avuto inoltre lo scopo di avvire un percorso più lungo di mobilitazione contro la variante urbanistica decisa dal comune di Pisa che prevede il taglio di tutti i pini della piazza in una delle poche aree verdi del centro città, la cementificazione di tutta l’area, l’installazione di un obelisco in omaggio alla Scuola Superiore Normale di Pisa e lo spostamento della lapide a Serantini, attualmente situata al centro della piazza. Con questa iniziativa abbiamo anche voluto affermare l’importanza culturale della memoria collettiva, per contrastare le pretese egemonie su ciò che è cultura con la C maiuscola e ciò che non lo è. Come di fatto ha cercato di fare la Scuola Normale, almeno per quanto riguarda il caso di piazza Serantini. Infatti a 39 anni dall’assassinio di Franco, ricordare il 7 maggio 1972, data ufficiale della sua morte, potrebbe sembrare sterile retorica o una semplice ricorrenza. È invece necessario, oggi ancora più di ieri, rammentare la sua morte, per continuare a tenere viva, non solo la memoria storica ma la volontà di lottare per un mondo diverso, per una società migliore: antiautoritaria, egualitaria, libera. Oggi ricordare è fondamentale per impedire che per fini meramente auto-celebrativi, le istituzioni (Scuola Normale Superiore di Pisa, coadiuvata dal Comune) cancellino la memoria storica e politica della città. Questa opera di rimozione serve solo alle istituzioni per agire indisturbate ed in un clima di pacificazione sociale nella realizzazione dei loro interessi, puramente speculativi, almeno per ciò che concerne il caso delle 60 varianti urbanistiche promosse dal Comune di Pisa, in cui rientrano anche le modifiche a piazza Serantini. L’unica proposta del comune risulta ancora una volta quella di una città vetrina svuotata da qualsiasi valore sociale, storico e culturale.

Siamo scesi in piazza nuovamente il 7 maggio per ribadire che per noi piazza San Silvestro è già Piazza Serantini.

Luca

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A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Caso Monica Giorgi. Se queste sono prove… di Avv. Ezio Menzione

29 ottobre 2011

Contro la sentenza di Livorno si sono appellati sia la difesa sia l’accusa. Che la difesa si sia appellata, era scontato: le arringhe in difesa di Monica ne avevano chiesto l’assoluzione per non aver commesso i fatti imputatile. Che invece si sia appellato anche il pubblico ministero, suscita (o potrebbe suscitare) perplessità: nella sua requisitoria, infatti, aveva chiesto 12 anni e mezzo di condanna, e tanto a Monica è stato dato. Doveva essere soddisfatto, invece no. Lui i 12 anni e mezzo li aveva chiesti per tutti i reati che a Monica venivano contestati; la Corte, invece, i 12 anni e mezzo li ha dati solo per alcuni reati, avendo invece scagionato Monica (seppure solo per insufficienza di prove) dalle altre imputazioni. A questo punto il p.m. ci ha ripensato, 12 anni e mezzo non gli sono più sembrati sufficienti, e ora vuole gliene siano inflitti di più. A ognuno il suo mestiere.

Per la difesa di Monica hanno interposto appello sia l’avv. Filastò (di Firenze) sia l’avv. Menzione (di Pisa). Pubblichiamo qui di seguito la prima parte dei motivi d’appello di Menzione, da cui emergono chiaramente i meccanismi perversi che hanno portato alla condanna di Monica.

Motivi a sostegno dell’appello proposto da GIORGI MONICA avverso la sentenza della Corte d’Assise di Livorno, n. 4/81 del 13/7-13/10/81, con cui la si condannava alla complessiva pena di anni 12 e mesi 6 di reclusione e £. 300.000 di multa, con condono di anni 2, libertà vigilata per non meno di anni 3 e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i seguenti reati:

1) partecipazione a banda armata (art. 306 2° comma in relazione agli artt. 302 e 270 C.P.);

2) partecipazione ad associazione sovversiva (artt.270 3° comma C.P.);

3) tentato sequestro di persona;

4) tentato omicidio;

5) porto e detenzione di armi, anche clandestine e da guerra;

6) porto e detenzione di armi, esplosivi e munizioni;

7) ricettazione aggravata (artt. 648 e 61 n. 2 C.P.).

Reati ed episodi accaduti in Livorno fino a tutto il 1977.

Prima di passare all’esame dei motivi d’appello veri e propri, vogliamo soffermarci brevemente su due questioni preliminari:

1) alcuni criteri giuridici ed ermeneutici adottati dal primo giudice, soprattutto nel valutare le risultanze testimoniali;

2) alcune osservazioni contenute in sentenza sulla personalità politica e morale dell’imputato Giorgi.

1) Sostiene la sentenza che il principale teste d’accusa, Paghera, sarebbe talora attendibile, talora meno, talora affatto, essendo spesso reticente, soprattutto quando dichiarazioni o ammissioni potrebbero coinvolgerlo appieno nell’attività della banda armata. Per cui si appalesa la necessità di “verificare il fondamento delle accuse contestate per quanto possibile al di là e al di fuori di quanto raccontato dal Paghera”. Intento lodevole, e pienamente condividibile, anzi da questa difesa sempre propugnato (cfr. la memoria difensiva presentata per la Giorgi e per altri prima della fine dell’istruttoria). Il ricercare le prove al di là delle dichiarazioni di una figura giuridicamente ibrida come l’imputato-teste e moralmente ambigua come il Paghera non esime però dal vagliare complessivamente il valore delle sue dichiarazioni e di quelli di altri testi che direttamente o indirettamente ad esso si collegano, perché significa rinunziare ad indagare su come è nato e su come è stato costruito il processo, su chi siano i personaggi che lo popolano. Vagliare i fatti al di là della testimonianza del Paghera significa vagliare anche questa testimonianza. Quando i fatti smentiscono clamorosamente il Paghera, non si potrà dire soltanto che su quel punto il teste non è attendibile; dovremo bensì dire che su quel punto il teste mente. Quando i fatti poi lo smentiscono su tutta una serie di episodi, anzi su tutti gli episodi per i quali dei riscontri sono materialmente possibili, non potremo limitarci a dire che il teste è reticente, dovremo concludere invece che il teste è falso e mendace.

Così pure, non può la sentenza ignorare che l’istruttoria non si poggiava su un unico teste, ma costruiva la sua presunta forza su un secondo teste d’accusa, l’Oliva (che poi in aula si è inteso rafforzare con la teste Pari). Di questi due testi non vi è traccia in tutte le centocinquanta pagine di motivazione: sono spariti. Eppure non era complessivamente ininfluente, per capire il rilievo e la sostanza delle accuse, trovare riconosciuta in sentenza la loro falsità e il loro mendacio. Invece, quando i testi d’accusa crollano e le loro affermazioni fanno acqua, la sentenza sfuma, annebbia o addirittura tace. Salvo poi però dare credito a quelle stesse testimonianze quando, magari su circostanze marginali o facilmente apprendibili de relato, gli estensori credono di avere trovato dei riscontri esterni.

Per esemplificare, citiamo un episodio che non riguarda l’imputata che noi difendiamo: quello dei detonatori introdotti a Pianosa. Per l’intera vicenda i due imputati Fuga e Martella sono stati mandati assolti. Prove e riscontri esterni non ve ne erano, anzi gli indizi e le legittime deduzioni erano tutti a discarico degli imputati. I testi Paghera ed Oliva hanno palesemente mentito, per di più contraddicendosi tra di loro. Eppure la sentenza si limita ad osservarne la contraddittorietà e la scarsa credibilità. Ma non di scarsa credibilità si tratta: qui si tratta di falso vero e proprio. La sentenza, con una specie di eleganza all’inglese (la stessa che suggerì alla Corte e al P.M. in udienza di non incriminare l’Oliva in aula per falsa testimonianza, quando ve ne erano tutti i presupposti), si limita a cogliere le contraddizioni, come se si trattasse di sfumature relative ad un episodio secondario. Peccato, perché confermare la realtà, cioè leggere in sentenza che i due testi hanno mentito, avrebbe immediatamente condotto a porsi domande su come possa accadere all’interno di una stessa istruttoria che due testi inventino un medesimo episodio e su questo mentiscano; su quali connivenze e quali legami stavano alle spalle dei due testi; quale grado di approfondimento dell’indagine gli inquirenti hanno adottato. Avrebbe portato a capire come nasce e come cresce un’istruttoria priva di prove che non siano le dichiarazioni di un soggetto che non ha nulla da perdere nel mentire e nell’accusare mentendo. Ma la sentenza si è guardata bene dal fare tutto ciò, e per non doverlo fare si è limitata a constatare la contraddittorietà di due testi.

Così pure – per venire a un episodio che riguarda la nostra difesa – per ciò che concerne la presunta riunione in casa Iacono in cui, presente Faina, sarebbe stata “processata” la Giorgi per il comportamento tenuto dopo il tentato sequestro Neri. Al termine del dibattimento vi erano in atti elementi sufficienti per dire a chiare lettere che la riunione era un’invenzione del Paghera e non solo non era credibile che si fosse tenuta, ma certamente non poteva essersi tenuta. Sapevamo infatti che non poteva essersi tenuta prima del 4/3/78, poiché in essa si faceva riferimento all’interrogatorio della Giorgi da parte del G.I. livornese come a fatto già accaduto; sapevamo poi – avercelo detto il Paghera – che doveva essersi svolta comunque agli inizi di marzo. Orbene, dal certificato della scuola dove la Giorgi all’epoca insegnava, risulta che in nessuna giornata di questo periodo la Giorgi poteva essersi recata a Roma con le modalità descritte dal Paghera (eccetto la giornata del 4/3, ma era materialmente impossibile per chi stava a Roma sapere dell’interrogatorio della Giorgi, avvenuto la sera prima). Di fronte a queste evidenze processuali, le contraddizioni – che pure la sentenza giustamente rileva – in cui è caduto il Paghera relativamente a questo episodio assumono il chiaro significato di un falso, che però – guarda caso – come tale non è riconosciuto in sentenza.

Così pure – ancora per esempio, e sempre per rimanere alla Giorgi – per ciò che riguarda la rapina di auto avvenuta in Massa il 9/3/77. Il fatto che da un lato il garagista rapinato non avesse visto alcuna donna e dall’altro la teste Nesti avesse confermato che la sera del 9/3 la Giorgi era con lei dovevano bastare per dichiarare falso il racconto del Paghera, invece la sentenza preferisce ignorare i riscontri favorevoli alla Giorgi e considerare la testimonianza scarsamente veridica o insufficiente.

E si potrebbe continuare con molti altri esempi. La questione potrebbe, al limite, essere solo una questione di stile o coerenza giuridica. Ma purtroppo non è così. Il guaio è che non dire mai che Paghera è un testimone falso e diretto esclusivamente dal proprio tornaconto personale o da un gioco di cui lui non è che una pedina, consente poi al primo giudice di dargli credito laddove, per esempio, fantastica di armi passatigli sotto il naso a Roma, oppure quando riferisce che un morto gli avrebbe riferito che la Giorgi era la basista del tentato sequestro Neri: tentando così, tramite il Paghera, di dare dignità di prova a indizi equivoci e contrastanti.

2) Sostiene la sentenza che la Giorgi non era una non-violenta e che la non-violenza è stata una meschina trovata difensiva dell’ultimo minuto. Come prove porta alcune affermazioni contenute nel periodico “Niente più sbarre”, diretto dalla Giorgi.

Orbene, foss’altro perché siamo stati il difensore della Giorgi fin dalla mattina del suo arresto, ci corre l’obbligo di dire che l’estensore della sentenza non solo non ha capito nulla dell’ideologia della Giorgi, il che sarebbe mal di poco, ma sembra non aver capito che in questi ultimi 15 anni è maturato nel nostro paese un movimento di trasformazione radicale della nostra società, che però non si identifica e non si appiattisce con la lotta armata: e non capire tutto ciò ci sembra, francamente, assai grave.

Se abbiamo depositato in atti la tesi di laurea della Giorgi su Gandhi e la non-violenza, non è per sostenere che la Giorgi oggi è su posizioni gandhiane (rispettabili, ma, ci sia consentito, assai poco incisive nell’Italia di oggi). Se abbiamo sentito testi – certamente estranei all’area della lotta armata – che ci hanno detto di avere collaborato politicamente per anni con la Giorgi, non è per suffragare l’idea che la Giorgi si sia fermata ai tempi di Gandhi e della non-violenza, ma per dimostrare che l’attività politica della Giorgi non è mai stata clandestina, ma si è sempre svolta alla luce del sole, avendo come interlocutori personaggi e raggruppamenti della vasta area dell’anarchismo e della sinistra.

Intendevamo innanzitutto chiarire quale fosse la matrice e il cammino politici da cui proviene la Giorgi, ribellandoci a vederla inchiodata ad alcune frasi soltanto del bollettino “Niente più sbarre” (come invece fa la sentenza, magari riportando come della Giorgi frasi che sono citazioni altrui e come tali sono indicate). Il cammino delle idee della Giorgi, come per moltissimi della sua generazione, è stato lungo e tortuoso, ma mai si è accompagnato con quello di chi praticava la lotta armata: se a livello di idee il confronto è avvenuto anche con chi professava la necessità dell’insurrezione, si è sempre trattato di un dibattito ideale, non di una pratica comune.

Questa Corte d’Appello potrà dire che tutto ciò non rileva, che nessuno viene processato per ciò che pensa o per ciò che scrive; ma a noi premeva ristabilire anche la complessità dell’itinerario politico e morale della Giorgi. Non fermandosi ad alcune affermazioni dei bollettini, ma leggendoli tutti, questi bollettini, per scoprire che essi sono lo specchio di una società o di un ampio settore di questa società nel decennio trascorso.

Possiamo così passare al primo motivo d’appello, strettamente di merito, sulle prove che – secondo il primo giudice – avrebbero raggiunto la Giorgi in relazione ai reati associativi e all’attività della banda armata Azione Rivoluzionaria in Livorno, durante e attorno al tentato sequestro Neri.

La sentenza, dopo avere premesso di non considerare la testimonianza del Paghera per ciò che attiene la posizione della Giorgi, passa in rassegna quelle che considera prove di colpevolezza. Esse sarebbero:

1) il fatto che la Giorgi conosceva alcuni membri di A.R., essendo stata vista in compagnia di costoro dai testi Guzzardo e Cappelli;

2) il fatto che il tentato sequestro Neri deve essere stato concepito nell’ambiente del Tennis Club di Livorno, cui la Giorgi apparteneva;

3) un foglietto titolato MKIII sequestrato alla Giorgi e che rimanderebbe chiaramente ad una bomboletta di gas soporifero trovato indosso ad uno dei partecipanti al sequestro Neri;

4) il fatto che la Giorgi dopo il sequestro avrebbe accuratamente evitato di tenere contatti con membri della banda A.R.;

5) le idee politiche della Giorgi, così come si evincono dal bollettino da lei diretto “Niente più sbarre”.

Sull’ultimo punto abbiamo già scritto e non occorre dunque soffermarci ulteriormente, se non per sottolineare quanto sia sempre pericoloso ed infido assumere a prova le convinzioni ideologiche di un soggetto, anche fossero le più estreme, per lo scarto che sempre vi è fra il pensiero, anche il più scatenato, e l’azione. Rileviamo inoltre che proprio per quei bollettini la Giorgi è inquisita di associazione sovversiva innanzi al G.I. di Livorno e sarebbe ben strano che un medesimo fatto potesse sorreggere l’appartenenza a due associazioni sovversive, o addirittura a due associazioni e una banda armata.

Quanto agli altri indizi materiali, vediamoli uno per uno, nell’ordine.

1) La Giorgi ha sempre ammesso di avere conosciuto molto bene Roberto Gemignani, ma non come appartenente ad A.R.. Ha sempre negato di avere mai conosciuto di persona altri membri della banda, in particolare Messana e Faina. Sostiene la sentenza che invece tramite la testimonianza del Guzzardo sarebbe provato che ella accompagnò Faina a Cecina Mare e tramite quella del Cappelli che ella avrebbe incontrato una o più volte Messana al ristorante “da Nello”. I riconoscimenti fotografici fatti dai due testi inchioderebbero la Giorgi, mentre le successive ritrattazioni sarebbero state dettate da paura. Argomenta la sentenza (p.224):

“L’esperienza processuale dimostra come sia fatto tipico, ricorrente con una sistematicità impressionante, quello della ritrattazione in udienza pubblica di ciò che è stato detto in sede di esame davanti al solo G.I. o P.M.. Il che ovviamente non è dovuto al fatto che il teste abbia subìto in istruttoria pressioni o intimidazioni da parte del Giudice, ma è piuttosto determinato dalla mancanza di senso civico, di coraggio delle proprie azioni, di coerenza nel proprio comportamento sì che in pubblico e alla presenza dell’imputato perlopiù il teste non è più capace, non ha più la forza d’animo di ribadire quanto già affermato in precedenza, … Lo stesso fenomeno si verifica in occasione dei cosidetti confronti, specie se essi avvengono fra imputato e imputabile e teste d’accusa”.

L’argomentazione è ben strana. Si tenga innanzitutto presente che, a norma di legge, i riconoscimenti fotografici operati da Guzzardo e Cappelli sono assolutamente nulli perché svoltisi fuori dal rito dettato dalla legge e quindi non se ne può tenere alcun conto. Confronti invece, che sono legittimi, hanno dato l’esito che hanno dato.

Per di più l’esperienza ci insegna proprio cose assolutamente contrarie a quelle sostenute dalla sentenza. Nel chiuso di una stanza e in assenza di contraddittorio i testi depongono sotto una pesante forzatura psicologica (quando va bene, talora va anche peggio) e la stessa verbalizzazione segue un unico filo (quello che ha in mente l’inquirente), al di fuori di ogni controllo, talché ne risulta sempre anche un coartazione lessicale (abbiamo presente tutti quelle verbalizzazioni di deposizioni di analfabeti che appaiono come verbali di questura o giri di frasi tipici di un laureato in giurisprudenza). Confronti e dibattimento servono proprio per soppesare, verificare e valutare attentamente il tenore di una deposizione testimoniale. E sia chiara una cosa: i testi hanno molta più paura quando depongono da soli in istruttoria, mentre “si sciolgono” e si avvicinano molto più al vero durante il dibattimento, quando la stessa pubblicità dell’episodio processuale li conforta e rafforza psicologicamente, sottraendoli all’incubo di essere da soli di fronte all’arbitrio dell’organo inquirente.

Preoccupa soprattutto nel passo citato della sentenza una concezione che sembra starvi a monte, per cui confronti e addirittura dibattimento vengono considerati vuoto formalismo, del tutto pleonastici, per cui l’ideale processuale della Corte d’Assise di Livorno sembra essere il procedimento per decreto penale, al di fuori di ogni verifica, di ogni ingerenza da parte di imputati e difensori (un ideale che, purtroppo, in questi tempi così aspri sembra avere fatto proseliti fra molti giudicanti).

Ma la sentenza non può nascondere una cosa lampante: le cosidette ritrattazioni di Guzzardo e Cappelli sono momenti veridici, mentre i cosidetti riconoscimenti non contano nulla, sia perché formalmente irrituali, sia perché ab initio zoppiccanti e incerti. Dice infatti Guzzardo – e la cosa è più che credibile – che è ben difficile riconoscere una ragazza vista pochi istanti e con un giaccone e occhiali neri che la nascondono quasi interamente. Dice infatti Cappelli che se la Giorgi ha frequentato il suo locale in compagnia di altri, questi può essere stato il Gemigniani; mentre il Gemignani lo ha poi frequentato assieme al Messana: da qui la facile ma erronea trasposizione mnemonica del teste, che inizialmente associa la Giorgi al Messana; poi però, rammentatigli fatti precisi, l’errore di memoria emerge come tale.

Allora si può concludere che non solo i presunti riconoscimenti non hanno alcun valore formale, ma non hanno neppure alcun spessore sostanziale.

2) Cavallo di battaglia dell’accusa mossa alla Giorgi è che il tentato sequestro Neri deve essere maturato nell’ambiente del Tennis Club di Livorno: questa convinzione sorregge la sentenza così come aveva già sorretto l’inizio di indagine a carico della Giorgi nel marzo ’78. A supporto di tale convinzione starebbe il foglietto rinvenuto sul Messana con indicazioni relative ad alcuni personaggi della Livorno-bene, soci del Tennis Club: Paterni, Tavani, Romiti e lo stesso Neri.

La supposizione in realtà è molto fragile. I quattro nomi non sono né principalmente né unicamente nomi di soci del Tennis Club: sono i nomi delle quattro famiglie più ricche e più in vista di Livorno. Chiunque volesse fare un sequestro a fine di estorsione in Livorno avrebbe immediatamente “puntato” una di queste quattro famiglie. Diremo di più, un sequestro a scopo di lucro, dovunque fosse maturato, avrebbe comunque avuto come obiettivo un socio del Tennis Club, stante che fra i suoi 600 soci ci sono certamente tutte le 100 o 200 famiglie più ricche di Livorno. Il fatto quindi che i quattro nomi corrispondessero a soci del club non ci dice assolutamente nulla (e voler fare un ulteriore passo, per cui loro erano soci del club, anche la Giorgi lo era e dunque la Giorgi è la basista del sequestro significa fare un’altra ancor più arbitraria forzatura). Le informazioni contenute nel foglietto erano infine di facile accesso a tutti e lo stesso numero di telefono della Tavano, non comparente sull’elenco telefonico a suo nome, come lei stessa ci dice nella sua deposizione, circolava abbondantemente in città in tutto l’ambiente frequentato dalla facoltosissima e notissima signora. Conoscerlo non era certo appannaggio esclusivo della Giorgi.

Corre l’obbligo di sottolineare, dopo l’esame di queste due prime “prove”, che esse erano ben note agli inquirenti quando, nel marzo ’78, interrogarono la Giorgi come sospetta basista del sequestro (sospettata proprio sulla base di questi stessi due elementi). Questi fatti allora però non assunsero neppure al livello di indizi sufficienti per aprire l’azione penale contro la Giorgi; oggi invece la sentenza ce li ripropone tali e quali come vere e proprie prove. È ben vero che può esservi anche un grosso divario nella valutazione di due giudicanti, ma in questo caso ci sembra veramente enorme e ingiustificato.

3) “Prova regina”, secondo la sentenza, della partecipazione della Giorgi al tentato sequestro Neri e quindi della sua appartenenza alla banda sarebbe il rinvenimento presso la sua abitazione in Peccioli, durante una perquisizione effettuata il 3/3/78, di un foglietto con appunti relativi ad una sostanza, MKIII, identica a quella contenuta in una bomboletta trovata indosso al Cinieri subito dopo il tentato sequestro.

La sentenza argomenta che: a) il foglietto non può non provenire dai reperti sequestrati alla Giorgi; b) la sostanza di cui al bigliettino è la medesima contenuta nella bomboletta; c) l’uso che di essa si indica nel foglietto è lo stesso per cui il Cinieri si era portato dietro la bomboletta; d) la difficoltà della Giorgi nel dare spiegazioni relativamente al foglietto sarebbe chiaro indizio del suo imbarazzo nell’essere stata raggiunta da una prova inconfutabile.

Di queste quattro deduzioni su una sola concordiamo, la seconda: effettivamente, con ogni probabilità, foglietto e bomboletta trattano dello stesso gas. Le altre tre però sono arbitrarie e non dimostrate. Innanzitutto: appartiene il foglietto ai reperti sequestrati alla Giorgi? La sentenza cerca disperatamente di dimostrare che sì, ma lungi dal fugare i dubbi, li rafforza.

Non è infatti che il verbale di sequestro relativo alla perquisizione effettuati quel 3 marzo ’78 nell’ambito del processo sul sequestro Neri fosse “generico e poco dettagliato”: al contrario, raramente si è visto un verbale di sequestro così lungo e minuzioso. E se al reperto n.7 si trovano tutt’altri oggetti di quelli che stanno al reperto n.7 del presente processo, le deduzioni sono obbligate. Tutt’altri oggetti, si badi: non solo manca il foglietto dell’MKIII, ma anche gli altri fogli non hanno nulla a che vedere con il reperto n.7 originario. In questa discrepanza il fatto che vi siano nel presente processo due reperti n.7 non può essere liquidato sbrigativamente come un “mero errore materiale”, e il fatto poi che uno dei due sia totalmente difforme dal reperto n.7 originale, di cui vuole essere una copia, assume un valore determinante. I dubbi si rafforzano poi constatando che il reperto n.7 in cui vi è il foglietto incriminato è siglato sì dal G.I., ma non dal cancelliere (che pure è il “custode” legale dei reperti sequestrati). La mancanza della firma del cancelliere costituisce già di per sé nullità formale non sanabile, ed è comunque indicativa dei fortissimi dubbi sulla provenienza di tali “reperti” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo).

Sostiene la sentenza che la destinazione della bombola, così come si evince dal foglietto, sarebbe proprio quella di un’aggressione ai fini di un sequestro (per esempio, quello del Neri). Non ci sembra proprio.

Dalla traduzione ordinata in udienza delle istruzioni per l’uso scritte sul retro della bomboletta, comparata con gli appunti contenuti nel foglietto si evince con chiarezza che gli appunti si riferiscono ad un uso difensivo, e non aggressivo (basti pensare alla chiusa in cui si ipotizza di utilizzare il gas contro due persone: forse che si va a sequestrare le persone a due a due?). La destinazione che si evince dal foglietto ben collima con quella individuata come possibile dalla Giorgi quando ha detto che poteva trattarsi di una bomboletta molto in uso nel movimento femminista (in cui la Giorgi ha per anni militato) contro aggressioni e stupri.

Il fatto che il foglietto con ogni probabilità non facesse parte delle carte della Giorgi e comunque, se ne faceva parte, si riferisse a fatti e ipotesi lontane le mille miglia dal sequestro Neri spiega l’iniziale “caduta dalle nuvole” della Giorgi dinanzi al foglietto: tipica reazione di chi, in mezzo ad un interrogatorio per determinati fatti, si vede porre una domanda su un oggetto che non conosce o che comunque ai suoi occhi non ha alcuna associazione coi fatti sui quali viene interrogato.

4) Infine, la quarta “prova”: dopo il tentato sequestro Neri la Giorgi non ha più tenuto contatti con gli appartenenti ad A.R. ed anzi ha scemato grandemente la sua attività politica.

Strano argomentare, questo della Corte. Cosa avrebbe detto la sentenza se la Giorgi si fosse fatta in quattro per favorire la latitanza del Gemignani, se fosse stata in primissima fila nella campagna per la scarcerazione di Valitutti, se avesse tenuto fittissima corrispondenza con Messana, Civieri e soci? Sarebbe stata la prova provata della sua appartenenza ad A.R.. Siccome però le cose sono andate in maniera completamente opposta, allora anche questa diventa ammissione di colpevolezza.

La Corte non sembra neppure sfiorata dal dubbio che la Giorgi non ha tenuto rapporti con gli appartenenti ad A.R. proprio per che non li conosceva. Conosceva il Gemignani, ma come faceva a contattarlo – anche volendo – se questi era clandestino e latitante? Perché mai doveva strafare per Valitutti, un episodio come tanti nella ben più complessa vita politica italiana? Smise di far politica perché andò a stare a Milano e andò a stare a Milano non per “cambiare aria”, ma per guadagnarsi da vivere, non potendo più avere supplenze a Livorno, come ci ha spiegato fin dal suo primissimo interrogatorio. Questa è la realtà e non può essere stravolta a piacimento della Corte.

Queste sono le “prove” contro la Giorgi, secondo la sentenza impugnata. A nostro avviso non sono neppure indizi, comunque non sono né gravi né concordanti: sono zoppicanti, ambigui, contraddittori e artefatti. Comunque non tali da sorreggere la condanna inflitta.

A fronte di questi “indizi” stanno poi tutti quelli crollati per strada e che pure avevano “sorretto” e colorato l’istruttoria: chi si ricorda più del “buco di Chianni”, dei pedinamenti del Neri al ristorante “Kappa”, dei progettati sequestri di bimbi e cardinali, delle accuse di tradimento mosse alla Giorgi dai suoi presunti compari, delle farneticazioni dell’Oliva, con le sue mille evasioni, dei motorini col cestino dietro, della Pari, del Paghera?

Tutto scomparso, tutto crollato. La sentenza tace. L’istruttoria è stata smantellata pezzo per pezzo, ma la condanna – pesantissima – è rimasta. Sulla base di indizi e deduzioni arbitrari che non manderebbero in galera neppure un ladro di polli si sono comminati più di 12 anni di condanna.
È così che già nel merito ci sembra più che motivato richiedere l’assoluzione della Giorgi da tutti reati a lei ascritti. (…)

***

Contro le sbarre – dietro le sbarre

Il 7 luglio ’72, sul lungomare di Salerno, un gruppetto di fascisti provoca e poi aggredisce tre compagni del locale gruppo anarchico: ne nasce uno scontro violento, spunta un coltello e uno degli aggressori – Carlo Falvella, mazziere missino – muore. L’anarchico Giovanni Marini, subito arrestato, viene accusato dell’omicidio.

La risposta del movimento anarchico e in genere dell’opposizione (allora) extra-parlamentare è immediata. Troppo vivo e ancora bruciante è il ricordo dell’assassinio a Parma, da parte di una squadraccia fascista, del militante di Lotta Continua Mario Lupo: per strada i fascisti l’avevano chiamato “compagno!”, lui istintivamente s’era girato e quelli gli erano saltati addosso ammazzandolo. Troppo recente anche l’eco della tragedia di Franco Serantini, anarchico, selvaggiamente bastonato dalla polizia a Pisa due mesi prima e poi lasciato morire in carcere senza che gli venissero prestate quelle cure che l’avrebbero di certo salvato. E poi, nel luglio di dieci anni fa, c’è sempre Valpreda dentro, con la spada di Damocle dell’ergastolo….

Tra i militanti che maggiormente si impegnano nella campagna Marini c’è Monica Giorgi (nel ’72 a 26 anni), livornese, molto nota – e non solo nella sua città – per essere campionessa nazionale di tennis, componente della squadra azzurra. Anche nell’ovattato ambiente del tennis Monica ha già avuto modo di segnalarsi per il suo comportamento generoso, polemico, irruente. Nel movimento anarchico, cui si accosta all’inizio degli anni ’70, porta la medesima carica umana: oltre che nella campagna Marini, Monica si impegna nelle attività locali promosse dalla Federazione Anarchica Livornese, partecipa ai dibattiti, scrive sulla stampa anarchica (un suo articolo appare anche sul n. 23 di “A”). Con Marini è in corrispondenza (cura anche la pubblicazione di una raccolta di sue lettere dal carcere), ne segue il caso, va ai processi, ecc..

Il suo impegno si estende e prosegue oltre la campagna Marini: manifestazioni, convegni antimilitaristi, il nascente movimento femminista, le feste di Umanità Nova a Gragnana, ecc.. Ma è soprattutto la questione carceraria a focalizzare la sua attenzione: intreccia corrispondenza con numerosi detenuti/e, ne segue le vicissitudini giudiziarie, invia loro soldi, giornali, libri, si occupa della riforma carceraria. Nel solco di questo impegno partecipa alle attività del collettivo Niente più sbarre, che pubblica sei numeri di un omonimo bollettino: vi trovano spazio lettere e documenti dal carcere, che in sede processuale verranno contestati a Monica per le affermazioni contenute e per il linguaggio a tratti esasperato. Ma Monica – come ribadirà anche in seguito – non ritiene suo compito censurare quanto altrove non troverebbe spazio.

Magistratura, polizia, carabinieri la tengono d’occhio e non perdono occasione per farglielo sentire: perquisizioni, velate minacce, convocazioni, interrogatori, primi tentativi di implicarla in episodi di violenza. Il clima per lei si è fatto pesante, perde il posto di insegnante supplente: per guadagnarsi da vivere passa parte della settimana vicino a Milano, dove con una delle sorelle dà lezioni di tennis in un club. L’intenso impegno militante degli anni precedenti è ormai alle spalle, ma le idee, i compagni e lo stile di vita restano quelli.

All’alba del 30 aprile ’80 l’antiterrorismo fa irruzione armata in casa di sua madre a Livorno: cercano Monica, ma cercano anche le armi, le “prove”. Trovano solo libri, appunti di studio, racchette da tennis. Nella casa della sorella, a Cinisello Balsamo, Monica viene poco dopo arrestata.

A rivista anarchica n57 Giugno Luglio 1977 Contro il terrorismo di stato a cura della Redazione

24 ottobre 2011

Il 7 maggio scorso, per il quinto anniversario dell’assassinio di Franco Serantini, una manifestazione nazionale anarchica contro il terrorismo di stato ha riunito a Pisa 10.000 compagni provenienti da ogni parte d’Italia, oltre metà dei quali sono sfilati con le bandiere e gli striscioni libertari. Centinaia di drappi neri e rossoneri al vento aprivano il lunghissimo corteo precedendo centinaia di drappi rossi di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria. La manifestazione, la prima a livello nazionale organizzata dal movimento anarchico dopo quella del ’72 a Roma (per l’apertura del processo Valpreda), indetta su un tema drammaticamente attuale, ha visto l’appassionata partecipazione di migliaia di compagni di diverse organizzazioni e tendenze del movimento.

Questo fatto, indubbiamente positivo, ha avuto qualche – forse evitabile – riflesso negativo quando, al comizio conclusivo ha cercato di prendere la parola, per Lotta Continua, il deputato Pinto. Buona parte della piazza anarchica ha a quel punto espresso la sua disapprovazione a gran voce, sommergendo con gli slogan le parole di Pinto, giudicando politicamente contraddittorio che un esponente dello stato concludesse una manifestazione contro lo stato e di pessimo gusto che proprio a questa manifestazione Lotta Continua (che ha da sempre una pratica ambigua: un piede nella scarpa anti-istituzionale ed uno in quella istituzionale) avesse voluto imporre proprio il suo volto parlamentare nonostante la richiesta fatta dagli organizzatori di scegliere un altro oratore. Alcuni gruppi anarchici, se ne sono successivamente dissociati con un comunicato di dubbia correttezza. Quando è cominciato il coro del dissenso, alcune decine di addetti al “servizio d’ordine di L.C. si sono precipitati sotto il palco ed hanno cercato di fare tacere gli anarchici con la forza. I cordoni di difesa libertari li hanno respinti e ne sono nati tafferugli abbastanza duri ma fortunatamente brevi e circoscritti.

A rivista anarchica n36 Marzo 1975 Il sovversivo. A colloquio con Corrado Stajano di Lodovico F.

22 ottobre 2011

La drammatica vicenda dell’anarchico Franco Serantini nell’appassionata e puntuale ricostruzione di un giornalista democratico. Da una infanzia solitaria ed infelice alla scoperta dell’impegno politico, la progressiva presa di coscienza di un emarginato che non voleva essere tale. La brutalità di sbirri, magistrati ed autorità contro un giovane colpevole di essere anarchico hanno trasformato la storia di un “figlio di nessuno” in una vicenda che ha coinvolto un’intera città.

Pisa, 5 maggio 1972, giornata di chiusura della campagna elettorale. In largo Ciro Menotti alle ore 18 parla l’on. Giuseppe Niccolai, fascista. Duecento squadristi neri circondano il palco urlando istericamente “Italia! Italia!”. Intorno le forze di polizia presidiano la piazza a protezione dei fascisti: tutto regolare. A non grande distanza numerosi militanti della sinistra extra-parlamentare ed anarchici protestano contro Niccolai ed i suoi camerati, contro la polizia che li protegge. Quest’ultima, tanto per non smentire la propria vocazione anti-fascista, inizia una serie di pesantissime cariche contro i manifestanti anti-fascisti, per lo più giovani. Al termine delle cariche il solito rastrellamento: bilancio della giornata, 27 persone fermate di cui 9 tratte in arresto per manifestazione sediziosa, violenza e resistenza a P.U., danneggiamento aggravato.

Nonostante le apparenze e le prime notizie pubblicate sui giornali, però, non si trattò di una normale operazione di repressione poliziesca. Quella sera la furia selvaggia dei celerini iniziò ad assassinare Franco Serantini, uno dei giovani anti-fascisti presenti in piazza. Durante una delle cariche gli saltarono addosso in quindici. Avevano fatto cerchio sopra di lui – testimonierà poi Moreno Papini, che assistette dalla finestra di casa sua ai fatti – tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili.

Dopo il pestaggio, il fermo, il trasferimento al carcere Don Bosco, il rifiuto di dar credito alle sue dichiarazioni di star male, la morte. E dopo la morte, il tentativo di far sparire il suo “scomodo” cadavere facendolo seppellire all’insaputa di tutti e senza autopsia. Tanto, dichiara la direzione del carcere, è morto per causa accidentale, la sua lesione è un semplice trauma cranico dovuto ad un motivo imprecisato.

L’impiegato comunale addetto, però, rifiuta il permesso alla direzione del carcere: Franco Serantini ha così potuto avere i suoi funerali, sulla bara una bandiera rossa e nera, dietro alla bara una selva di bandiere rosse e rosso-nere, un’intera città, idealmente tutti i suoi compagni uniti con lui.

La vicenda di Serantini non è però solo la storia della sua tragica morte, dell’assassinio che lo stato ha commesso nel suo lungo volgere di un giorno e mezzo, da quando Franco fu pestato a quando fu lasciato morire in cella, abbandonato come un cane rognoso. Tutta la vita di Serantini, tutti i suoi venti anni sono una drammatica testimonianza delle ingiustizie e delle violenze di questa nostra società autoritaria. Della sua vita, comunque, si sapeva poco, troppo poco.

Con sensibilità umana e rigore morale un giornalista di sinistra, Corrado Stajano, collaboratore de Il Giorno e dei programmi culturali della RAI-TV, ha ricostruito per quanto possibile la travagliata esigenza di Serantini ed ha riprodotto il frutto delle sue indagini in un libro (Il Sovversivo “Vita e morte dell’anarchico Serantini”, ed. Einaudi, L.1.400) che è appena uscito nelle librerie. Ne risulta una vicenda impressionante, un’esistenza passata per lo più al brefotrofio, poi con dei genitori adottivi, dopo la morte di uno di questi il trasferimento in altro istituto: dunque infanzia, fanciullezza e adolescenza passate fra suore, tutori, guardie, ecc. Impossibile riassumere le pagine che Stajano dedica alla ricostruzione di quegli anni di vita di Serantini: basti qui citare una definizione, profondamente vera, che di lui dà Stajano: Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte

A ben vedere – mi dice lo stesso Stajano, che sono andato ad intervistare nella sua abitazione nel centro di Milano – la vita di Serantini, la sua vera vita, è come una brevissima fiammata, dal 1968 fino al 1972, da quando cioè iniziò a militare nella sinistra a quando fu assassinato. E’ stato in questo breve arco di tempo che Franco, dopo differenti esperienze politiche (con i cattolici, con i giovani comunisti e socialisti), è approdato all’anarchia. I grandi gruppi organizzati non gli davano la possibilità di esprimersi: Franco, con il suo costante desiderio di amicizia, cercava di umanizzare i rapporti politici e di politicizzare i rapporti umani. Tra gli anarchici, finalmente, ha trovato comprensione, affetto, la possibilità di esprimersi. Solo e solitario fin dalla nascita, Serantini ha vissuto dopo il maggio ’68 la sua vita: a scuola lo ascoltavano e poteva dibattere le sue idee con i compagni, faceva volantini, partecipava alle lotte che sentiva giuste, che sentiva sue.

Stajano non ha conosciuto Serantini, non l’aveva mai sentito nominare fin quando, sui giornali, lesse la notizia della sua morte. Gli chiedo quali ragioni lo abbiano indotto ad occuparsi così a fondo della sua vicenda. I risultati ed i commenti sulle elezioni, la morte del commissario Calabresi e gli sviluppi del “caso Feltrinelli” contribuirono a far praticamente scomparire dai giornali ogni notizia riguardante la morte dell’anarchico Serantini. Non era giusto, bisognava portare chiarezza anche su quella tragica vicenda. Ho sentito che dovevo occuparmene. Stajano ci tiene a precisare che, come giornalista di sinistra, non ha voluto fare un lavoro né di frazione né di fazione. La storia di Serantini – sostiene – appartiene a tutti, è un patrimonio umano e politico della sinistra. Questo mio convincimento comunque non mi ha vietato di dire quel che pensavo.

Nel corso del libro Stajano fa incontrare al lettore più di una volta gli anarchici. Gli contesto la validità del suo approccio all’anarchismo, decisamente riduttivo. La forte carica libertaria espressa dalle lotte del ’68-’69, per esempio, non può essere ridotta, in rapporto al movimento anarchico, al fatto che gruppi di giovani hyppies si siano fatti tatuare la “A” sul braccio. Al di là di fenomeni folkloristici e marginali, l’anarchismo ha ricevuto ed ha a sua volta impresso una spinta in avanti che parte delle lotte sociali, che ha i suoi protagonisti non certo in coloro che fanno dell’anarchismo un pretesto per atteggiamenti esteriori controcorrente, quanto nei militanti e nei gruppi che quotidianamente, con serietà ed impegno, lottano contro le ingiustizie e l’autorità. Critico anche l’immagine prodotta nel lettore dalla presentazione dell’ambiente anarchico pisano; mi sembra, e lo faccio osservare al mio interlocutore, che questo libro, ottimo sul piano della ricostruzione umana (Serantini, i suoi vari tutori, i suoi persecutori), pur scritto con simpatia nei confronti degli anarchici (conosco da tempo Stajano e la sua onestà), lasci un po’ delusi per quanto riguarda la giusta collocazione che spetta al movimento anarchico.

Stajano discute le mie osservazioni, ci tiene a sottolineare l’onestà della sua testimonianza e soprattutto la natura del suo libro. Non ho certo voluto scrivere un libro sugli anarchici – mi dice – ho voluto raccontare la storia di una vittima del sistema che cerca di essere un cittadino come gli altri ma viene continuamente trattato come uno scarto. La vita e la morte di Franco Serantini fanno da specchio ad una vicenda più ampia che coinvolge un’intera città, tutto il nostro Paese. Una storia così – conclude – potrebbe essere scritta tutti i giorni.

Lodovico F.

A rivista anarchica n17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 Ammazzato due volte. Dalla perizia medico-legale appare evidente che l’anarchico Serantini fu assassinato non solo dalla bestialità dei baschi neri ma anche dall’irresponsabilità del medico del carcere. di Laura Landi

19 ottobre 2011

Il solito gioco all’italiana: il giudice che osa ragionare, che vuol vederci veramente chiaro, che non esegue a priori le direttive repressive del potere viene sospeso, allontanato, o comunque “liberato dall’incarico”. E questa sorte è immancabilmente toccata al giudice Funaioli, responsabile di aver emesso un avviso di reato contro il questurini responsabili di aver massacrato di botte il giovane anarchico Franco Serantini, durante la manifestazione antifascista del 5 maggio scorso a Pisa. Per l’ultrareazionario Calamari, Procuratore Generale del Tribunale di Firenze, questo era veramente troppo: e come poteva dimenticare che era stato lo stesso giudice Funaioli a prosciogliere in istruttoria tutti gli imputati (compreso il fu Serantini) arrestati durante la succitata manifestazione? In questa sentenza istruttoria, che proscioglieva appunto i sei giovani arrestati dalle accuse di adunata sediziosa e di resistenza aggravata, si diceva testualmente, fra l’altro, che:

“Serantini, interrogato dopo l’arresto, aveva raccontato di essere stato manganellato dagli agenti…. Il dott. Piramonte, (autore dell’arresto del nostro compagno) parla di un Serantini fermo sul marciapiede mentre i manifestanti scappavano”. Gli agenti gli furono addosso e probabilmente lo colpirono con i manganelli” (sono le sue parole)…. In un clima di guerriglia come quello creatosi quella sera in città non c’era considerazione per le persone neutrali…. Lo Tsolinas (un giovane greco arrestato), poliomielitico, che per attestazione dello stesso commissario era menomato ad una gamba e si reggeva a malapena in piedi, fu preso e picchiato dai baschi neri…. Gli agenti comportandosi in tal modo, eccedettero indubbiamente, con atti arbitrari, i limiti delle loro attribuzioni”.

Fin qui la penna del giudice istruttore. Poi ci sono le dichiarazioni dei testimoni oculari e di alcune vittime della violenza poliziesca. Basti ricordare i coniugi Celandroni (Pisa), che dalle finestre del loro appartamento videro massacrare un giovane “ricciuto”, probabilmente Franco; Fabrizio Falcucci, (Livorno) cui fu sparato in bocca un candelotto che gli spappolò le labbra facendogli perdere sei denti; Giovanni Rondinelli (Pisa) che fu il testimone dell’agonia di Franco; Giovanni Mandoli (Pisa) che vide portare via in tutta fretta il corpo ormai inerte di Franco alle 9 circa di domenica 7; il dott. Piramonte che lo arrestò per sottrarlo alla furia bestiale degli agenti: a lui in particolare non dovrebbe essere difficile individuare i dieci celerini che davanti ai suoi occhi infierivano sul nostro compagno.

Quella sera erano in molti a contestare il diritto di parola al candidato missino Niccolai, che parlava da un palco sovrastato dalla scritta “Nostalgia dell’avvenire”, tipico slogan del cretinismo neofascista. E nei violenti scontri provocati dalle forze dell’ordine Franco fu bastonato, arrestato e tradotto in carcere; il giorno successivo alle ore 12.30 fu interrogato dal magistrato Dr. Sellaroli, e con lui lamentò di avere forti dolori al capo.

Dal volto pallido, tirato, grigio di Franco doveva trasparire l’immane sforzo fisico: la tensione di una volontà impegnata a tenere insieme un corpo, un fascio di muscoli sul punto di sgretolarsi. Il dott. Sellaroli interroga Franco. Franco dice: “Ho partecipato alla manifestazione del 5 maggio, sono un anarchico e un antifascista militante, è forse un delitto?”. Parla piano, i suoi occhi si spalancano a fatica sulla faccia del magistrato, si spalancano per richiudersi subito mentre il capo reclina lentamente sul gomito appoggiato al tavolo. Per Serantini è cominciato il conto alla rovescia ma Sellaroli sembra non rendersi conto della gravità delle condizioni di Franco anche se questi in un passo della sua dichiarazione messa a verbale dice:

“Stavo scappando quando mi sono arrivati addosso in tanti, tanti poliziotti. Saranno stati una decina. Mi hanno picchiato alla testa”.

Ritornato in cella Serantini per tutto il periodo della detenzione rifiuta il cibo, la compagnia degli altri, le ore di “aria”, gli spettacoli televisivi. Alle 16,30 dello stesso giorno è condotto alla visita medica, sostenuto da due compagni di detenzione, pallido come un morto, muto, attanagliato in ogni parte da un dolore insopportabile. La diagnosi del dott. Mammoli, medico del carcere, rileva ecchimosi, lieve stato di shock, contusioni; la terapia: sypítol , cortigen (estratto di corteccia ed un analettico) e borsa di ghiaccio in permanenza. Serantini è riaccompagnato in cella dai compagni, sostenuto di peso, le gambe e le braccia inerti, il capo reclinato sul petto. Rimane taciturno, lamentando forti dolori al capo, tutto il pomeriggio e la notte. Gli agenti infermieri non notano niente di preoccupante.

Alle 8,30 del 7 maggio un appuntato nota segni di peggioramento e chiede ad un infermiere di dare un’occhiata al ragazzo. Subito due infermieri lo trasferiscono in barella al centro medico ma ormai non c’è più niente da fare. La morte in galera coronava così la vita esemplare, in cui la società autoritaria può specchiarsi.

Nonostante i molti, tristi anni passati negli istituti di rieducazione Franco era un compagno con la forza, l’allegria, l’entusiasmo che sanno dare le idee giuste, coerentemente vissute, eppure aveva fatto in tempo a farsi odiare, da quelli che odiano chiunque si ribelli alla loro prepotenza e dai loro mercenari. Il mercenario non si vende soltanto ma deve odiare i suoi nemici. Deve odiare lo sfruttato che lotta, che si batte con coraggio per liberarsi dall’oppressione per una via che non è quella di diventare servo. Nell’ottobre del ’71, mentre la polizia si scagliava contro il mercato rosso a Pisa, Franco era come sempre in prima fila. Cercarono di arrestarlo, il più furioso era il giovane agente della squadra politica Zanca. Glielo strapparono dalle mani e Zanca minacciò di fargliela pagare. Venerdì 5 maggio Franco è capitato nelle loro mani. La furia omicida ha avuto via libera.

Ma al potere non è bastato aver assassinato un compagno: si è sempre cercato di coprire comunque le responsabilità dei questurini, anche a costo di redigere una perizia medico-legale in parte falsata.

I risultati della perizia medico-legale sono agghiaccianti. Il corpo del compagno doveva apparire come un ammasso di carne bluastra: ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza. Per la perizia la morte è dovuta ad insufficienza cardiocircolatoria a seguito delle lesioni al capo, al tronco e agli arti. Si parla anche di un vistoso edema cerebrale e di ampi focolai contusivi ai lobi polmonari inferiori. I colpi sono numerosissimi e ripetuti, specie al capo e al tronco. Le lesioni sono dovute all’azione di corpi contundenti, bastoni, sfollagenti o corpi contundenti a maggior superficie o naturali.

I periti legali sottolineano la loro meraviglia per il comportamento stoico del nostro compagno che si limitava a lamentare solo una forte cefalea quando non una parte del suo corpo era libera da dolori lancinanti. Noi non ci stupiamo. Nonostante i dolori al capo causati dalle fratture e dallo stillicidio emorragico interno dovessero essere spaventosi, tali da superare qualsiasi altra sensazione dolorifica in altra parte del corpo, un ragazzo come Franco, cresciuto in orfanotrofi-lager, era purtroppo abituato a non contare sull’appoggio, né sulla solidarietà, né sulla pietà degli altri. Solo con se stesso, teso alla difesa di se stesso, con le sue sole forze.

I periti legali non si stupiscono però della fine repentina di Franco. Sostengono che l’improvviso coma fu dovuto alla emorragia interna extradurale di cui non si erano avuti in precedenza sintomi evidenti e che un’operazione chirurgica non avrebbe dato risultati positivi.

Noi non accettiamo questa tesi.

La causa della morte è stata l’emorragia intracranica. È vero che Serantini aveva numerose lesioni traumatiche e potrebbe insorgere il dubbio che fu l’insieme delle lesioni a portarlo alla morte, ma la sola, la più grave, quella di per sé sufficiente a causare la morte è stata l’emorragia cranica. La repentinità della morte, circa un’ora dallo stato di coma al decesso, è tipica del trauma cranico. È ipotizzabile che la natura delle lesioni fosse dovuta a mezzi contundenti naturali (pugni, calci) e ad altri come la canna o il calcio del fucile. Infatti la lesione mortale fu causata da un corpo contundente a superficie stretta, canna o calcio di fucile, data la gravità della lesione ossea ed encefalica. Franco avrebbe potuto essere salvato. I sintomi che accusava, sonnolenza, torpore, cefalea, atonia muscolare tale da richiedere l’aiuto di terze persone per camminare, come avvenne in realtà durante la visita medica, avrebbero dovuto costituire un sintomo di un certo allarme per il medico che lo visitava. Lo stato di Serantini era quello di un soggetto con una vistosa ecchimosi all’occhio sinistro, colorito terreo, deformazione del cranio, eppure fu rispedito in cella dopo una visita di pochi minuti.

Anche da un esame obiettivo della perizia medico-legale, dunque, risulta più che mai evidente la responsabilità diretta e totale della polizia (e successivamente del medico del carcere, Dr. Mammoli) nella morte dell’anarchico.

Serantini è stato ammazzato due volte. Dai poliziotti che lo massacrarono e dal cinismo del dottor Mammoli per il quale evidentemente un detenuto in quelle condizioni non poteva che essere un simulatore. Ma i responsabili della sua morte oltre ai poliziotti, e al Mammoli, che non ritenne neppure necessario concedergli un posto letto in infermeria, sono il direttore del carcere Occhipinti e tutti coloro che avendo il dovere di intervenire non hanno prestato a Franco le minime cure.

Noi non fidiamo nella giustizia di questo tipo di società perché il sistema che ha voluto e permesso l’assassinio di Franco non colpirà mai gli esecutori. Ci affidiamo al senso di giustizia del popolo, che già seppe smascherare gli assassini di Pinelli e i mandanti della strage di stato, fidiamo nel popolo oppresso che lotta contro il fascismo tradizionale e contro quello che si annida e cresce in seno all’apparato politico statale.

Laura Landi

Quando l’articolo è già composto, ci informano che il “dottor” Mammoli è stato indiziato di reato per omissione di soccorso e che per omicidio sono stati indiziati dieci “baschi neri”.

A rivista anarchica n13 Giugno1972 Morti senza telegramma. Per i cittadini italiani uccisi dalle forze dell’ordine in 25 anni di Repubblica nessun presidente ha inviato telegrammi di sdegno e cordoglio. A cura della Redazione

19 ottobre 2011


Per i cittadini italiani uccisi dalle forze dell’ordine in 25 anni di Repubblica, di cui riportiamo di seguito un elenco incompleto, nessun presidente ha inviato telegrammi di sdegno e cordoglio.

1947

Cerignola, 15 novembre: sciopero generale dei contadini. Uccisi Onofrio Perrone, 41 anni e Domenico Angelucci, 28 anni.

Corato (Bari), 18 novembre: stesso sciopero. Uccisi Anna Rimondi 19 anni, Diego Masciavè (CGIL), 26 anni e Pietrino Neri.

Campi Salentina (Lecce): manifestazione per la terra. Ucciso Santo Niccoli, 36 anni.

Gravina (Bari), manifestazione per la terra. Ucciso Ignazio Labbatessa, 36 anni.

Bisignano (Cosenza), 2 dicembre: ucciso il contadino Mario Rosmundo, 32 anni.

Roma, 6 dicembre: corteo di lavoratori. Ucciso l’operaio Giuseppe Tanas.

Canicattì (Agrigento), 22 dicembre: corteo di disoccupati. Uccisi Giuseppe Amato, 24 anni, Salvatore Lauria, 28 anni, Giuseppe Lupo, 42 anni.

Campobello di Licata (Agrigento), 22 dicembre: sciopero. Ucciso il bracciante Francesco D’Antone, 36 anni (4 figli).

1948

Pantelleria (Trapani), 30 marzo: corteo contro gli eccessivi gravami fiscali. Uccisi Antonio Valenza, 28 anni Giuseppe Pavia, 35 anni, Michele Salerno, 22.

Andria (Bari), il 13 aprile: sciopero. Viene stordito con una bomba lacrimogena Riccardo Suriano, 20 anni. Lo finiranno a colpi di calcio di moschetto.

Tarcenta (Rovigo), 20 maggio: sciopero bracciantile. Ucciso Evelino Tosarello, 24 anni.

Spino d’Adda (Cremona), 3 giugno: corteo di lavoratori. Ucciso il bracciante Luigi Venturini, 22 anni.

San Martino in Rio (Reggio Emilia), 2 luglio: sciopero. Schiacciato da un autoblindo muore Sante Mussini, 22 anni.

Genova, 14 e 15 luglio: protesta per l’attentato a Togliatti. Uccisi tre lavoratori: Biagio Stefano, Maria Alice, Mariano D’Amori.

Gravina (Bari), 15 luglio: ucciso da colpi di moschetto ai fianchi il bracciante Vito Nicola Lombardo, 22 anni.

Roma, 18 luglio: corteo antifascista. Ucciso l’edile Filippo Ghionna, 19 anni.

Siena, 11 luglio: nella sede della Confederterra viene ucciso da un agente di PS il contadino Severino Matteini, 35 anni.

Gravina (Bari), 24 luglio: corteo di braccianti. Ucciso il giovane bracciante Luigi Schiavino, 16 anni.

Pistoia, 13 ottobre: un giovane operaio della San Giorgio, Ugo Seirano, è ucciso da una scarica di mitra in testa.

Bondeno (Ferrara), 29 novembre: corteo popolare. Ucciso (cinque giorni di agonia) il contadino Ferdinando Ercole.

1949

Isola Liri (Frosinone), 17 febbraio: sciopero in una cartiera, la polizia spara contro gli operai: 37 feriti, 7 gravi. Due giorni dopo, ucciso l’operaio Tommaso Diafrate.

Terni, 17 marzo: manifestazione di protesta contro il Patto Atlantico. Ucciso l’operaio Luigi Trastulli.

Molinella (Bologna), 17 maggio: manifestazione di braccianti in lotta. Uccisa la mondina Maria Margotti (vedova con due figli).

Mediglia (Milano), 20 maggio: ucciso il bracciante Pasquale Lombardi, 18 anni.

San Giovanni in Persiceto (Bologna), 12 giugno: ucciso il contadino Loredano Bizzarri, 42 anni.

Gambara (Brescia), 12 giugno: sciopero bracciantile. Ucciso il contadino Marziano Girelli, 60 anni.

Forlì, 3 giugno: sciopero fabbrica Mangelli. Uccisa Jolanda Bartaccini, 32 anni.

Melissa (Catanzaro), 30 ottobre: occupazione delle terre. Uccisi Giovanni Zito, 15 anni Francesco Nigro, 29 anni Angelina Mauro, 24 anni.

Bagheria (Palermo), 29 novembre: uccisa la contadina Filippa Mollica Nardo, 28 anni.

Torremaggiore (Foggia), 29 novembre: davanti alla Camera del lavoro vengono uccisi Antonio La Vacca, 42 anni (4 figli), Giuseppe La Medica, 37 anni.

Montescaglioso (Matera), 14 dicembre: uccisi da una raffica di mitra Michele Oliva, 35 anni e Giuseppe Novello, 36 anni.

1950

Modena, 9 gennaio: contro la serrata della fabbrica Orsi. Uccisi sei operai: Angelo Appiani, 30 anni; Renzo Bertani, 21 anni; Arturo Chiappelli, 43 anni; Ennio Garagnani, 21 anni; Arturo Malagoli, 21 anni; Roberto Rovatti, 36 anni.

Secli (Lecce), 14 febbraio: contro i braccianti in sciopero. Ucciso il contadino Antonio Micali, 31 anni.

Marghera (Venezia), 15 marzo: uccisi due operai della Breda, Nerone Piccolo, 25 anni e Virgilio Scala, 33 anni.

Lentella (Chieti), 21 marzo: uccisi due braccianti: Nicola Mattia, 41 anni (tre figli) e Cosimo Maciocco, 26 anni.

Parma, 22 marzo: ucciso l’operaio disoccupato Attila Alberti, 32 anni.

Celano (L’Aquila), 30 aprile: uccisi due braccianti: Antonio Berardicota, 35 anni e Agostino Paris, 24 anni.

Torino, 17 marzo: manifestazione antifascista. Ucciso il pensionato Camillo Corino, 58 anni.

1951

Adrano (Catania), 17 gennaio: ucciso a colpi di fucile il contadino Girolamo Rosano, 36 anni.

Comacchio (Ferrara), 18 gennaio: ucciso il bracciante Antonio Fantinoli.

Piana degli Albanesi (Palermo), 18 gennaio: ucciso il bracciante Damiano Lo Greco, 33 anni.

1952

Villa Literno (Caserta), 19 marzo: manifestazione per la terra. Ucciso il contadino Luigi Noviello, 42 anni (moglie incinta e cinque figli piccoli).

1954

Milano, 16 febbraio: corteo di lavoratori. Ucciso l’operaio Ernesto Leoni.

Mussumeli (Caltanissetta), 17 febbraio: manifestazione per l’acqua. Uccisi Onofria Pellizzeri, 50 anni (otto figli), Giuseppina Valenza 72 anni, Vincenza Messina, 25 anni (tre figli), Giuseppe Cappolonga, 16 anni.

1956

Venosa (Potenza), 13 gennaio: manifestazione di braccianti disoccupati. Ucciso Rocco Girasole, 20 anni.

Comiso (Ragusa), 20 febbraio: uccisi i braccianti Paolo Vitale, 35 anni e Cosmo De Luca, 40 anni.

Barletta (Bari), 13 marzo: manifestazione di disoccupati. Uccisi Giuseppe Spadaro, 30 anni; Giuseppe Dicorato; Giuseppe Lo Iodice.

1957

San Donaci (Brindisi), 14 settembre: manifestazione contadina. Uccisi Luciano Valenno, Mario Celò e Antonio Garignano.

Spoleto (Perugia), 30 ottobre: ucciso il lavoratore Franco Fiorelli, 34 anni.

1960

Licata (Agrigento), 5 luglio: ucciso il contadino Giuseppe Napoli, 25 anni.

Reggio Emilia, 7 luglio: dopo una sparatoria durata 20 minuti restano sul terreno 5 lavoratori: Lauro Ferioli, 22 anni; Ovidio Franchi, 19 anni; Marino Serri, 41 anni; Emilio Reverberi, 39 anni; Afro Tondelli, 36 anni.

Palermo, 8 luglio: protesta per la strage di Reggio Emilia. Uccisi Francesco Vella, Rosa La Barbera, Giuseppe Malleo.

Catania, 8 luglio: colpito a morte è lasciato dissanguare sul marciapiedi di piazza Stesicoro l’edile Salvatore Novembre, 19 anni.

1961

Sarnico (Brescia), 11 maggio: ucciso l’operaio disoccupato Mario Siroldi, 30 anni.

1962

Ceccano (Frosinone), 28 maggio: ucciso l’operaio del saponificio Scala, Luigi Mastrogiacomo, 37 anni (3 figli).

Milano, 27 ottobre: manifestazione di solidarietà per Cuba. L’universitario Mario Ardizzone viene schiacciato da una jeep.

1968

Lodè (Nuoro), 12 settembre: per una questione di pascoli, un carabiniere uccide l’operaio Vittorio Giua, 23 anni.

Avola (Siracusa), 2 dicembre: braccianti in sciopero. Uccisi Giuseppe Scibilia, 47 anni (3 figli), Angelo Sigona, 25 anni.

1969

Battipaglia (Salerno), 9 aprile: manifestazione contro la chiusura del tabacchificio. Uccisi Carmine Citro, 19 anni e Teresa Ricciardi, 30 anni.

Pisa, 25 ottobre: dopo una provocazione fascista, viene ucciso da una bomba lacrimogena che lo colpisce al cuore, l’universitario Cesare Pardini, 22 anni.

Milano, 16 dicembre: ammazzato il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli.

1970

Milano, 12 dicembre: durante gli scontri voluti dalla polizia per impedire un corteo anarchico viene ucciso lo studente Saverio Saltarelli.

1972

Milano, 11 marzo: durante gli scontri per sciogliere una manifestazione della sinistra extra-parlamentare viene ucciso con un candelotto lacrimogeno sparatogli in viso il pensionato Tavecchio.

Pisa, 7 maggio: durante una manifestazione anti-fascista viene arrestato e picchiato a morte lo studente anarchico Franco Serantini.

A rivista anarchica n13 Giugno1972 Morte di un anarchico. Domenica 7 maggio è morto nelle carceri di Pisa il giovane anarchico Franco Serantini, massacrato di botte da “ignoti” poliziotti. a cura della Redazione

19 ottobre 2011

Domenica 7 maggio è morto nelle carceri di Pisa il giovane anarchico Franco Serantini, massacrato di botte da “ignoti” poliziotti.Il massacro era iniziato il venerdì precedente, durante una manifestazione indetta per protesta ad un comizio fascista. Durante la prima carica eseguita poco dopo le 18 dalla polizia contro gli antifascisti, Serantini rimaneva fermo senza opporre alcuna resistenza alla furia costituzionale dei poliziotti, furia che si è coperta in passato di innumerevoli encomi solenni presidenziali e di elogi di ministri vari. Circondato da una decina di poliziotti, il compagno Serantini viene bestialmente picchiato: la furia costituzionale degli “agenti dell’ordine” contro il compagno Serantini raggiunge delle punte talmente violente che un commissario della stessa polizia è costretto ad intervenire e ad arrestare Serantini “per sottrarlo alla furia degli agenti” come lo stesso commissario ha dichiarato.Dopo l’arresto, Serantini viene condotto nella caserma della celere dove rimane a disposizione dei locali poliziotti sino alle ore 1.30 della notte. Che cosa sia successo a Serantini all’interno della caserma della Celere non è dato sapere, ma vi sono buoni motivi per ritenere che i poliziotti si siano serviti di tale arresto soltanto per permettere che il pestaggio continuasse in maniera razionale e senza pericolosi testimoni.Nessun commissario inoltre poteva più intervenire per arrestare ulteriormente Serantini e “sottrarlo alla furia degli agenti”.Alle 1.30 della notte Serantini viene finalmente trasportato nel carcere Don Bosco e nello stesso istante che Serantini supera il portone del carcere si verifica una violazione al cosiddetto regolamento carcerario, violazione che – detto per inciso – ormai è diventata una regola ed una precisa prassi intoccabile del sistema repressivo italiano. Il regolamento carcerario prescrive infatti che tutti coloro che entrano in un carcere nella condizione di arrestati debbano passare obbligatoriamente attraverso un controllo medico. E tuttavia non si contano più i casi di compagni e di non compagni i quali hanno denunciato – anche nelle aule dei tribunali – di aver subito violenze fisiche da poliziotti di differente estrazione ministeriale, e soltanto dopo essere stati ridotti a stracci di uomini ricevettero finalmente la grazia di venir passati alle carceri senza che nessun medico si curasse di prendere atto delle loro condizioni fisiche.L’autopsia eseguita sul corpo di Serantini ha preso atto dell’esistenza di tumefazioni esterne grosse quanto un pugno, di un ematoma polmonare provocato da un colpo violentissimo, di lesioni, lividi in ogni parte del corpo, e ben due fratture craniche: una posteriore ed una parietale. Non si può che constatare che il compagno Serantini è stato massacrato a furia di botte, e ciò non può certamente essere accaduto prima che egli venisse trasferito nelle celle della polizia, cioè in piazza, perché un uomo ridotto in tali condizioni non sarebbe stato in grado di reggersi sulle proprie gambe.Se l’avessero visitato e conseguentemente ricoverato in ospedale, Serantini non sarebbe forse morto. Dunque oltre ai sadici poliziotti che l’hanno massacrato ed ai loro dirigenti che hanno ordinato o consentito il pestaggio, anche la direzione del carcere è responsabile della morte di Serantini.Sabato a mezzogiorno Serantini viene interrogato dal sostituto Procuratore Sellaroli, ed anche tale interrogatorio rientra nelle formalità previste dalla legge. Il Procuratore non deve infatti che appurare la reità possibilmente confessa dell’accusato.Durante l’interrogatorio formale che il Procuratore Sellaroli sagacemente conduce, con totale soddisfacimento della parte lesa (la polizia!) il compagno Serantini dimostra visibilmente di stare male. È stato trasportato a braccia dagli agenti carcerari e dichiara di sentirsi molto male. Durante tutto il periodo dell’interrogatorio, egli mantiene il capo appoggiato sulla superficie del tavolo, e l’ematoma che gli era stato prodotto sulla parte posteriore del cranio, è ben visibile.Il Procuratore Sellaroli non si degna nemmeno di appurare se il cittadino che egli sta interrogando sia stato sottoposto al controllo medico previsto dal regolamento carcerario. Unica preoccupazione del degno sostituto Procuratore è quindi evitare accuratamente ogni possibile intervento che possa avere delle noiose conseguenze per la polizia.Se il sostituto Procuratore l’avesse fatto ricoverare forse Serantini poteva ancora salvarsi e dunque anche Sellaroli è responsabile della sua morte.Ecco che già la catena di responsabilità per l’assassinio di Serantini passa attraverso le principali istituzioni repressive dello stato: la polizia, il carcere, la magistratura. Un esemplare assassinio di stato.Domenica 7 maggio alle ore 9.30 del mattino Serantini muore, e con perfetto tempismo un funzionario della questura si precipita in Municipio per ottenere l’autorizzazione a rimuovere il corpo, tentando così di evitare il necessario esame medico, formalità decisamente scocciante anche questa e che secondo i poliziotti di larghe vedute andrebbe eliminata per non intralciare il “giusto compito delle forze dell’ordine”.A questo punto scoppia lo scandalo. I giornalisti si lanciano sull’episodio e scoprono che “un giovane studente è stato ucciso”. Ma neppure tanto scandalo: si tratta di un anarchico e per di più di un figlio di genitori ignoti; i suoi assassini sono poliziotti e figli di buona donna. Perciò la vicenda non giunge mai in prima pagina e dopo un paio di giorni i giornali non ne parlano più. Intanto si sente la solita fitta rete di omertà, di reticenze mafiose, di scaricabarili. Ed a tappare la bocca ai compagni di Serantini ci pensa la polizia impedendo comizi, sequestrando volantini, incriminando.Una sola cosa ci consola. Ai funerali del compagno Serantini non abbiamo ricevuto l’offesa di corone inviate dal Presidente della Repubblica nè di corazzieri in alta uniforme, né di mafie tricolori che si contendessero la bara come nei films di Al Capone. Quando la bara è apparsa uscendo da una fredda sala d’obitorio, nessuna folla di borghesi e piccolo-borghesi, accecati dalla disinformazione televisiva si è istericamente accalcata per applaudire.