Posts Tagged ‘G.I. Ernesto Cudillo’

1970 08 31 Messaggero – Istruttoria conclusa sul caso Valpreda. Il giudice istruttore attende l’esito di due perizie

3 novembre 2015

1970 08 31 Messaggero - Istruttoria conclusa sul caso Valpreda

La strage di Milano

Istruttoria conclusa sul caso Valpreda

Il giudice istruttore attende l’esito di due perizie

 

Con qualche ritardo rispetto alle previsioni, sta per concludersi l’istruttoria formale sulla strage di Milano e gli attentati di Roma: tra pochi giorni, il giudice istruttore Ernesto Cudillo trasmetterà al pubblico ministero Vittorio Occorsio gli atti del procedimento contro l’ex ballerino Pietro Valpreda e le altre sedici persone implicate, in via più o meno diretta, nella sanguinosa vicenda. Si tratta di fascicoli per oltre diecimila pagine, nelle quali, oltre alle perizie ed agli interrogatori degli imputati, sono raccolte le deposizioni di 512 testimoni, tra i quali 121 parti lese.

Una mole imponente di materiale, dunque, che tuttavia il dottor Occorsio potrà studiare piuttosto rapidamente: egli infatti conosce alla perfezione la materia, essendo lo stesso pubblico ministero che iniziò l’istruttoria sulla strage con rito sommario. Dopo circa un mese da quando avrà ricevuto il dossier. Occorsio presenterà al giudice la sua requisitoria scritta: quindi il dottor Cudillo redigerà la sentenza di rinvio a giudizio.

Il magistrato, intanto, sta provvedendo agli ultimi adempimenti istruttori: attende ancora, tra l’altro, il risultato di due accertamenti peritali. Uno, sui vetrini trovati recentemente nel contenitore della bomba inesplosa (quella alla Banca Commericale di Milano), e simili a quelli adoperati da Valpreda per confezionare collanine hippy. L’altro accertamento consiste in un supplemento di perizia balistica, sollecitato a suo tempo dai difensori di Mario Merlino.

Durante la prossima settimana poi, il giudice si recherà a «Regina Coeli» ed a «Rebibbia» per l’ultimo interrogatorio degli imputati: si tratterà di un atto soprattutto formale, in quanto il magistrato chiederà soltanto se essi hanno qualcosa da aggiungere o da modificare, rispetto ai precedenti interrogatori. Cudillo deve infine raccogliere la deposizione di tre testimoni, tra i quali l’on. Almirante, su alcune affermazioni contenute nel volumetto La strage di Milano, nel quale si attribuisce l’ispirazione della destra ai luttuosi avvenimenti di Milano.

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1970 04 23 Messaggero – Attentato dinamitardo. Depositati i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati.

2 novembre 2015

1970 04 23 Messaggero - attentato dinamitardo

Attentato dinamitardo

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo, che dirige l’inchiesta giudiziaria sugli attentati compiuti a Milano e Roma nel dicembre dello scorso anno, ha depositato in cancelleria i verbali relativi alle perquisizioni compiute nelle abitazioni di tre imputati: Enrico Di Cola, Mario Merlino e Roberto Garbameli.

Gli accertamenti domiciliari, furono compiuti il 9 aprile scorso e solamente in casa di Enrico Di Cola, il quale è latitante fin dai primi giorni dell’inchiesta, fu compiuto un sequestro. Si tratta di un quaderno dalla copertina verde sulla quale è scritto «Quaderno di musica di Enrico Di Cola ». Su uno dei primi fogli è scritto «Le basi NATO in Italia… De Lorenzo». Poi, su otto fogli, sono state trascritte alcune poesie.

Prima che nella abitazione di Enrico Di Cola, gli investigatori -il commissario di pubblica sicurezza Umberto Improta, un sottufficiale e due agenti – si recarono in casa di Mario Merlino, il quale, come è noto, è in carcere perché accusato di concorso in strage e altri reati. Nell’appartamento di via Liberiana 9, gli agenti furono ricevuti dal padre del giovane anarchico, Aldo Merlino. Nel corso delle ricerche non fu trovato nulla di sospetto.

Dall’abitazione di Merlino gli inquirenti passarono in via Pescara, nell’abitazione del Di Cola, dove alla perquisizione fu presente la zia del giovane, Anna Maria Tumino.

Nella casa di Roberto Gargamelli, che è figlio di un funzionario della Banca Nazionale del Lavoro, in cui fu compiuto uno degli attentati, gli investigatori si recarono l’11 aprile, ma anche qui non trovarono nulla di compromettente.

1970 06 7 Paese Sera – Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice. Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Valpreda e Merlino non vogliono rispondere

Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice

Hanno chiesto di parlare prima con i loro avvocati – Gli altri imputati confermano i loro alibi e la loro versione dei fatti – Documento degli avvocati difensori

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha contestato a Pietro Valpreda e agli altri cinque maggiori imputati per gli attentati dinamitardi di Roma e Milano del 12 dicembre scorso le dichiarazioni fatte circa 15 giorni fa da «Andrea Politi», lo 007 del Viminale.

Quando il giudice si è recato da Valpreda e Merlino, i due imputati hanno rifiutato di rispondere ad ogni domanda del magistrato chiedendo di poter parlare prima con i loro avvocati, cosa che la legge concede loro. Pare che ormai i due maggiori imputati abbiano perso ogni fiducia nell’operato del giudice istruttore.

Più lungo ed approfondito degli altri è stato l’interrogatorio di Roberto Mander. L’unico minorenne del processo, per dimostrare che non aveva piazzato la bomba all’altare della Patria, aveva sostenuto che mentre avveniva la deflagrazione stava uscendo dal circolo di via del Governo Vecchio e molti testimoni avevano confermato questo suo alibi.

Di fronte alle contestazioni che il magistrato gli ha fatto sulla base delle dichiarazioni di Andrea 007 ha ribadito quanto aveva dichiarato: «Fra i due tempi in cui la conferenza fu divisa mi allontanai per non più di tre minuti per andare in un bar e ritornai per ascoltare ancora «il cobra»: stavo uscendo, sempre con altri giovani anarchici, quando udii (l’udirono anche gli altri) lo scoppio all’Altare della Patria, a proposito del quale qualcuno disse: «Deve essere uno dei botti che fanno a Piazza Savona».

Mander ha descritto con molti dettagli al giudice gli spostamenti fatti quel pomeriggio e ha ricordato anche come erano disposte all’interno del Circolo «XXII Marzo» le persone che ascoltarono la conferenza sulle religioni di Serventi. Fra l’altro ha detto: «Andrea» era dietro di me, seduto su una brandina. Alla ripresa dell’interrogatorio Mander ha chiesto al giudice istruttore di essere messo a confronto con «Andrea Politi». Il dr. Cudillo si è riservato di prendere una decisione.

Ancora poco si sa su quanto hanno dichiarato al giudice gli altri imputati quando si sono sentiti contestare le rivelazioni dell’agente della questura che si era insinuato nel loro gruppo fingendo di essere un contestatario.

Sempre a proposito di questo testimone, hanno fatto una dichiarazione gli avvocati Giuliano Vassalli e Nicola Lombardi, difensori di Mander. Eccone il testo: «Abbiamo esaminato le notizie e siamo rimasti stupefatti tanto da decidere una immediata nostra risposta difensiva: infatti, se le vicende processuali rimanessero, come dovrebbero, segrete nell’istruttoria, nessun danno ne verrebbe agli imputati, né la opinione pubblica sarebbe dirottata verso opinioni spesso così contrastanti con la verità. Ma quando avviene, come in questo processo, che noi stessi difensori siamo costretti ad apprendere le notizie solo indirettamente, non possiamo né dobbiamo, proprio nell’interesse dei nostri assistiti, rimanere inerti. Per vari motivi abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza, che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, ed a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che conosciute immediatamente avrebbero risparmiato al magistrato ed agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quello che avviene è anche palesemente illecito perché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce a i pubblici ufficiali (ed il «Politi» è un pubblico ufficiale) ed essi quando non assolvono ai doveri di ufficio di riferire al magistrato compiono una gravissima violazione di legge.

 

1970 01 3 Messaggero – Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele». Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato.di Fabrizio Menghini

18 ottobre 2015

1970 01 3 Messaggero - Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

 

L’istruttoria per la strage di Milano

Si controlla l’alibi del Valpreda con la «zia Rachele»

La signora Torre affermò che il nipote, il 12 dicembre, era a letto malato – Si cerca nuovamente l’anarchico Enrico Di Cola già rilasciato

di Fabrizio Menghini

 

L’istruttoria formale affidata al consigliere Ernesto Cudillo dell’ottava sezione, per far luce sulla strage di Milano e sugli attentati terroristici di Roma, è in pieno sviluppo nonostante le festività ricorrenti. Il magistrato, ricevuti gli atti dell’inchiesta dal sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio, ha dato precise disposizioni alle autorità di P.S. e ai carabinieri di Roma e di Milano per lo svolgimento di una serie di indagini, tra cui alcune intimamente collegate agli alibi forniti da Pietro Valpreda e dagli altri cinque studenti appartenenti al gruppo anarchico «XXII Marzo» di via del Governo Vecchio, dove, secondo l’accusa, sarebbe stato preparato il piano criminoso degli attentati dinamitardi. Si tratta di accertamenti complessi, dato il particolare ambiente in cui devono operare le forze dell’ordine e data l’altissima posta in giuoco per coloro che sono implicati nella vicenda giudiziaria. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le modalità di esecuzione degli attentati fanno ritenere per certo che altri responsabili, sia come mandanti, sia come finanziatori, abbiano avuto una parte attiva nell’impresa. Costoro sono riusciti, finora, a farla franca, nonostante le febbrili indagini svolte dalla polizia. Stando in circolazione, quindi, sono particolarmente interessati a inquinare le prove della loro responsabilità, come di quelle degli arrestati. Allo scopo di assicurare all’istruttoria la massima segretezza, il giudice istruttore, avvalendosi di un suo potere discrezionale, non ha depositato in cancelleria a disposizione dei difensori i verbali degli interrogatori cui ha sottoposto gli imputati.

Nella mattinata di ieri, il dottor Cudillo ha frattanto interrogato a palazzo di giustizia il «super-testimone» Umberto Macoratti, un ragioniere di 30 anni che frequentava il gruppo anarchico «XXII Marzo». Il Macoratti, subito dopo la strage di Milano, interrogato da alcuni funzionari dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, fece alcune dichiarazioni che consentirono di appurare importanti circostanze sui movimenti del Valpreda e di due dei cinque studenti arrestati, Emilio Borghese ed Emilio Bagnoli, nonché sull’attività «politica» del gruppo anarchico. Le dichiarazioni del Macoratti tendevano ad allontanare dalla sua persona l’accusa – soffiata alla polizia da qualcuno – di essere stato uno dei finanziatori del gruppo anarchico e quindi, direttamente o indirettamente implicato nella strage di Milano e negli altri attentati. Il rag. Macoratti, com’è risaputo, ha negato di essere stato il «finanziatore» degli anarchici: aveva fatto soltanto qualche «elargizione», per un ammontare di diecimila lire, soltanto perché una volta non si riusciva a raccogliere la somma necessaria per pagare l’affitto del locale. In altre occasioni aveva offerto uno spuntino al Valpreda, al Bagnoli, al Borghese, al Roberto Mander e al Gargamelli, perché erano sempre a corto di quattrini.

Il Macoratti è un personaggio che gli inquirenti non hanno ancora messo completamente a fuoco. Ora che l’istruttoria è nelle mani del consigliere Cudillo, sarà quest’ultimo a valutare il «supertestimone» e il suo quoziente di attendibilità. Il ragioniere, ad ogni modo, non trascura la lettura attenta dei giornali e, naturalmente, di quanto si riferisce alla sua persona. Così, ieri, prima di fare il suo ingresso nell’ufficio del magistrato, ha voluto fare ad un’agenzia di stampa questa precisazione: «Mi è stata attribuita da qualcuno una dichiarazione secondo la quale io avrei detto che il Valpreda partì giovedì mattina per Milano e che, in tal modo, avrei fatto cadere in contraddizione lo imputato il quale aveva riferito di aver lasciato Roma nel pomeriggio. Non ricordo di aver detto ai funzionari di polizia o ai giornalisti che la partenza avvenne nella mattinata: quando giunsi alle 17,30 di giovedì in via del Governo Vecchio per consegnare cinquemila lire al Valpreda che me le aveva chieste in prestito, qualcuno, mi pare il Bagnoli, mi disse che il Valpreda era partito, ma non mi precisò a che ora, né io mi preoccupai di chiederglielo. Può darsi che fosse partito nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio». Fin qui la precisazione del ragioniere sui movimenti del Valpreda alla vigilia della strage di Milano (che, come si ricorderà, avvenne poco prima delle 16,30 di venerdì 12 dicembre nella banca di piazza Fontana).

L’esame dell’importante testimone è durato alcune ore e, a quanto pare, non è stato completato. Il consigliere istruttore, infatti, intende appurare altri elementi riguardanti gli studenti Emilio Bagnoli ed Emilio Borghese. I due giovani, secondo il rag. Macoratti, nelle ore in cui a Milano e a Roma avvenivano gli attentati, si trovavano nella sede del gruppo anarchico in via delle Botteghe Oscure ad ascoltare una conferenza di Antonio Serventi. Fra i presenti – avrebbe precisato il ragionier Macoratti – si trovava anche il giovane Enrico Di Cola. Il Di Cola, fermato due giorni dopo gli attentati, venne rilasciato nel giro di ventiquattro’ore. Perché fu rilasciato? A che si dovette un certo trattamento di riguardo? E’ lui che mise la polizia sulla pista, poi seguita dal magistrato Occorsio, che ha portato alla incriminazione formale del Valpreda, quale esecutore materiale della strage? E’ difficile dire quale consistenza abbiano queste supposizioni. Certo è che il giudice istruttore vuole fare la conoscenza diretta di questo personaggio. Ma il Di Cola è scomparso e vane sono state le ricerche della polizia.

Mentre ci si attende un chiarimento sulla posizione che ha assunto il Di Cola nella complessa vicenda, c’è da registrare un altro fatto di rilievo nell’inchiesta: l’interrogatorio, previsto per questa mattina, della signora Rachele Torre, zia di Pietro Valpreda. Al sostituto procuratore della Repubblica di Milano, dottor Paolillo, che la interrogò il 17 dicembre dello scorso anno, la donna disse che il giorno dell’esplosione nella banca di piazza Fontana il nipote era rimasto a letto nella sua abitazione milanese in via Pietro Orsini 9, perché affetto da influenza.

A proposito dell’«alibi della zia», il pubblico ministero Vittorio Occorsio ebbe a dire che si trattava di un alibi compiacente e che, in ogni caso, la zia Rachele aveva reso un pessimo servigio al nipote ballerino. Evidente, il Valpreda, nel presentare il suo alibi, aveva detto cose completamente diverse da quelle riferite dalla zia Rachele, che nel giovare al nipote lo ha forse irrimediabilmente compromesso. Se la signora – come la pubblica accusa sospetta – ha fatto una testimonianza compiacente, rischia un’incriminazione e fors’anche l’arresto.

La settimana entrante sarà in ogni caso decisiva ai fini del controllo di tutte le deposizioni testimoniali rese a Milano e a Roma subito dopo gli attentati. Se il controllo non darà luogo a sorprese, il giudice istruttore aderirebbe ad alcune richieste del pubblico ministero Vittorio Occorsio in merito alla precisazione dei capi d’accusa ai sei arrestati ed anche all’eventuale emissione di altri due mandati di cattura. Solo allora si potrà dire una parola sicura sull’istruttoria nel suo complesso. Chi conosce il consigliere istruttore Ernesto Cudillo afferma che un’indagine di tanta delicatezza non poteva capitare in mani migliori. Cudillo, infatti, è noto oltre che per la sua profondità di pensiero e per lo scrupolo professionale, anche per il suo equilibrio e per la sua indipendenza. Notevole il bagaglio delle sue esperienze in materia di istruttorie penali: si tratta del magistrato più anziano dell’Ufficio e, quindi, il più elevato in grado – se cosi si può dire – rispetto agli altri giudici istruttori. E’, anzi, il capo virtuale dell’Ufficio Istruzione dal momento che il consigliere Antonio Brancaccio, che lo ha diretto fino ad ora, è stato promosso e trasferito alla Cassazione civile. Entro il corrente mese prenderà possesso dell’Ufficio il nuovo dirigente, dottor Achille Gallucci.

1974 01 26 Umanità Nova – Strage di Stato insabbiata la seconda inchiesta

20 maggio 2015

1974 01 26 Umanità Nova - Strage di Stato insabbiata la seconda inchiesta

 

Se il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nel corso della lunga e tortuosa inchiesta sulla cellula nera padovana non fosse pervenuto alla certezza di avere tra i piedi i colpevoli e sufficienti prove per incriminarli, giovedì scorso non avrebbe spiccato mandato di cattura contro Giannettini e Pozzan.

Diciamo questo non perché siamo propensi a concedere un qualche credito al giudice ed al suo lavoro, ma per due validissimi, anche se semplici, motivi: 1) dopo la indecorosa fine dell’inchiesta Occorsio-Cudillo nessun magistrato sano di mente sarebbe stato disposto a ripetere una esperienza di quel genere ed a sottoporsi al ridicolo ed al discredito che avrebbe comportato; 2) allo stato in cui D’Ambrosio ereditò l’inchiesta da Stiz, tutta la trama che si snodava intorno a Freda e Ventura era da tempo di dominio pubblico, quindi le indagini e le stesse decisioni dei giudici inquirenti avevano ormai un iter obbligato.

A questo punto per i mandanti e per i complici asserragliati ad ogni livello in tutti i gangli del potere e nei «corpi separati dello Stato», il problema era quello di guadagnare tempo, far sì che l’inchiesta si arenasse intorno a fatti e personaggi marginali, perché si potesse arginare la falla; fare il vuoto intorno ai due imputati; far sparire dalla circolazione, con un bel passaporto falso ed imbottiti di milioni, tutti coloro che sapevano e che, opportunamente interrogati, avrebbero potuto parlare.

Questo era previsto ed è esattamente quello che è accaduto; nelle mani bucate della «giustizia» di Stato, per la lunga catena di attentati terroristici culminati con la strage di Milano, dopo cinque anni di inchieste lanciate su false piste, boicottate e deviate con ogni mezzo, sono rimaste solo figure di secondo piano, che hanno svolto ruoli marginali e, quel che è peggio, in uno solo dei settori in cui era strutturata l’organizzazione terrorista.

Noi non abbiamo dimenticato – e gli avvenimenti che si sono succeduti in questi ultimi anni, mettendo in luce l’esistenza di una infinità di trame fasciste ne hanno confermato l’assoluta veridicità – che il punto focale delle incaute rivelazioni rilasciate da Ventura al suo amico Lorenzon verteva proprio sulla organizzazione delle varie bande terroriste che una rigida ed occulta struttura triangolare, oltre a mettere al sicuro i «vertici» da ogni indiscrezione e da ogni eventuale indagine, chiudeva in compartimenti stagni, incomunicabili e non collegabili tra loro, le cellule operative.

Sotto la luce di quelle rivelazioni non è possibile, se non per supina acquiescenza alle manovre di offuscamento della verità, fingere di credere che le «piste nere» fino ad ora così faticosamente scoperte e quelle che si arrestano alle soglie di certi «uffici affari riservati» o di fronte a certi colonnelli dell’esercito e certi reali o presunti agenti del Sid, non si intreccino strettamente con quella padovana.

E’ vero che al gruppo di Freda e Ventura vengono attribuiti, oltre alla strage, gli attentati ai treni e quelli dell’aprile ’69 a Milano, ma questo non prova affatto che l’inchiesta sia uscita fuori dallo schema in cui è stata ristretta, semmai dimostra che non si è voluto o potuto scavalcare il muro di omertà che è stato elevato contro l’inchiesta.

Entro la prossima settimana i sostituti procuratori Alessandrini e Fiasconaro depositeranno la loro requisitoria che, stando alle solite indiscrezioni, oltrepasserà, le cinquecento pagine dattiloscritte. Un’opera la cui mole lascia perplessi e siamo convinti di non sbagliare dichiarando fin da ora che, a nostro avviso, i due giovani magistrati hanno scritto questa valanga di fogli per tentare di ricucire e rendere credibile una inchiesta che, anche se costellata di tante piccole e più o meno significative prove, è caratterizzata soprattutto da enormi vuoti, da lacune che nessun virtuosismo riuscirà a colmare.

Sarà poi la volta del giudice istruttore, e D’Ambrosio, pur essendo indubbiamente convinto della colpevolezza degli imputati, avrà un bel da fare per formulare, entro il termine perentorio del 14 marzo, una sentenza di rinvio a giudizio che non dia adito a dubbi, che non lasci spazi alle più cervellotiche interpretazioni e che non consenta alla difesa di smantellarla in sede politica per nullificarla poi nella fase di predibattito.

Abbiamo insomma la impressione che il lungo e sotterraneo lavorìo degli «amici di Freda», non di quelli – per intenderci – che inondano le piazze di volantini e di certe questure e di certi tribunali, abbia raggiunto lo scopo voluto: rendere improbabile o, quanto meno, lacunosa, vacillante e, nel suo insieme, insostenibile, la tesi accusatoria.

Abbiamo la impressione che il non aver collocato in una unica inchiesta le gesta criminali di tutte le centrali fasciste e il non aver scavato neanche superficialmente nelle complicità dei «corpi separati» dello Stato, abbia fatto abortire anche questa seconda inchiesta. In questo caso sia la requisitoria che la sentenza istruttoria ci offriranno, per quanto riguarda mandanti ed esecutori, solo delle ipotesi, delle congetture e non è detto che non siano delle più fortuite e cervellotiche, non è detto neanche (e questo sarebbe il colmo) che queste congetture si discostino di troppo da quelle non disinteressate che furono a suo tempo azzardate dalle squadre politiche di Roma e di Milano e che servirono per sviare le indagini.

Queste nostre osservazioni potranno apparire premature, ma come è possibile dar credito ad una inchiesta che si è mossa con un ritardo incredibile ed è andata avanti tentennando tra decisioni incerte e misure tardive?

Che senso ha emettere solo oggi mandato di cattura per un Giannettini che fin dal 1965 aveva pubblicamente palesato volontà chiaramente golpiste e per un Pozzan che solo dopo essere stato evidentemente minacciato, terrorizzato, ritratta una precisa accusa, precedentemente formulata ben due volte di fronte al giudice, contro quel Pino Rauti fondatore di «Ordine Nuovo» che ora si è messo al sicuro in parlamento?

Ed infine, che senso ha che, malgrado tutto questo guazzabuglio, si sia fissato un processo per la Strage a Valpreda e compagni per il 18 marzo a Catanzaro pur sapendo che non c’è la volontà politica nè la capacità giuridica di celebrarla?

La verità è che tutta la struttura autoritaria dello Stato è invischiata irreparabilmente nella strage e c’è chi lavora alacremente per rendere impossibile una qualsiasi inchiesta esauriente ed un qualsiasi processo. Sta a noi opporci a questo disegno, è un dovere che ci viene imposto dalla certezza che la Strage è stata concepita ed attuata dallo Stato.

1972 03 11 Umanità Nova – Rauti: uno degli anelli della catena di criminali

19 maggio 2015

1972 03 11 Umanità Nova – Rauti uno degli anelli della catena di criminali

 

Su ordine di cattura, firmato dal giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, lo stesso che conduce l’inchiesta sulla cellula terrorista veneta di Freda e Ventura, è stato arrestato a Roma Pino Rauti, redattore del quotidiano fascista Il Tempo, fondatore ed ex presidente di Ordine Nuovo, attualmente dirigente nazionale del MSI.

I reati contestati vanno dalla ricostituzione del disciolto partito fascista al tentativo di sovversione violenta dell’ordinamento dello Stato fino agli artt. 110-81 del codice penale per «aver fatto scoppiare, allo scopo di suscitare tumulti ed incutere pubblico timore, ordigni esplosivi». In sostanza a Rauti, dopo Freda e Ventura, si imputano gli attentati ai treni dell’8 agosto e del 25 aprile a Milano.

Per questi attentati erano stati incolpati gli anarchici (poi assolti) ed il 22 gennaio ’70, quando la montatura non era ancora crollata e quando era necessario costruirne una nuova sulle bombe del 12 dicembre, lo ufficio politico della questura milanese dichiarava che gli attentati sui treni, quelli del 25 aprile e del 12 dicembre facevano tutti parte di uno stesso disegno criminale.

Bene, avevano ragione. Oggi per quegli attentati sono stati incriminati dei fascisti, che si aspetta a fare altrettanto per quelli del 12 dicembre? Non mancano di sicuro indizi e indiziati nell’estrema destra come risulta dalle testimonianze di Ambrosini per finire ai ruoli giocati in quella tragica evenienza da squallidi individui del tipo di Cartocci, Schirinzi e Zanetov.

Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale non sono organizzazioni divise e senza alcun collegamento tra loro, come Rauti, Ventura e Borghese non sono protagonisti di episodi senza un comune filo conduttore: è il filo conduttore della provocazione, degli attentati, della strato già della tensione; è il filo conduttore che ci porta alla destra come mandante ed esecutrice degli attentati.

Dove era Almirante la sera del 10 dicembre 1969? E’ la seconda volta che glielo domandiamo, senza ricevere risposta. Noi pensiamo che stesse ad una riunione nella quale si decidevano cose molto importanti e vorremmo sentire dalla sua viva voce cosa faceva due giorni prima che a Roma e Milano scoppiassero le bombe che tanto ipocritamente egli avrebbe poi tentato di strumentalizzare. E non abbiamo nessun pelo sulla lingua nel ripetere che Almirante è tra i mandanti della strage; si vede che sentiva nostalgia dei vecchi tempi, quando poteva uccidere con il crisma della legalità in nome della repubblica sociale.

Ma saremmo degli sprovveduti o dei servi del sistema se ci limitassimo ad accusare i fascisti per questi crimini, scaricando ogni responsabilità su delle pedine neppure tanto importanti come Rauti e Delle Chiaie. Se i fascisti hanno messo le bombe, la polizia con l’assassino di Pinelli Calabresi, Allegra, Guida e tanti altri ha aiutato gli assassini e la magistratura con Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo ha coscientemente nascosto le vere responsabilità e si è ostinata con «anglosassone ottusità» a tenere in galera delle persone che sapeva innocenti.

Tutti questi individui, poliziotti e magistrati, sono responsabili quanto chi quelle bombe le ha messe, anzi ancora di più in quanto nascondono dietro l’autorità e la presunta «imparzialità» della loro giustizia le loro responsabilità.

Non ci illudiamo: l’incriminazione di Rauti non è un passo verso la giustizia. ‘esponente fascista non è che uno degli anelli più bassi di quella catena che si chiama strage di Stato e che alla sua cima ha elementi che ci si guarderà bene dall’accusare perché troppo in alto. La ragion di Stato non lo consente.

1972 11 4 Umanità Nova – Il processo: dove, quando, come

18 maggio 2015

 

Tutto questo assurdo e snervante scaricabarile di decisioni e responsabilità, anche se è condotto nel rispetto delle norme, non è affatto normale e dimostra che si seguita ad adottare tutti i cavilli e tutte le lungaggini possibili ed immaginabili per perdere tempo e rinviare al massimo un processo che, ovunque e comunque venga espletato, si tramuterà, fin dalle prime battute, in un processo contro lo Stato ed i suoi apparati.

La difesa ha concordato di non opporsi per nessun motivo alla decisione sulla sede del processo e ciò per non rendersi anche involontariamente complice delle manovre dilatorie in corso ormai da anni, e motivi di opposizione ve ne sarebbero e non pochi: basterebbe la posizione di «incompatibilità» in cui si è posto il presidente della corte di assise Scuderi formulando il parere che il procedimento contro Valpreda e compagni debba essere unificato con quello in istruttoria contro Freda e Ventura.

Questo problema della unificazione dei due procedimenti, che sul piano strettamente giuridico ha qualche serio fondamento, sul piano politico è l’ultima àncora di salvezza, l’ultima canagliata che stanno tentando le forze reazionarie e fasciste per salvare il salvabile dell’infame teoria sugli opposti estremismi e per imbrogliare le carte nella speranza di evitare lo ergastolo ai Freda e Ventura per insufficienza di prove.

Un provvedimento del genere doveva essere preso dalla corte d’assise di Roma in occasione del processo recusato da Falco con l’annullamento della sentenza istruttoria di Cudillo, la remissione degli atti al P.M. e la scarcerazione degli imputati, ma ciò, calpestando il diritto e la logica, non fu fatto per non discreditare irreparabilmente la «competente» magistratura e per ossequio a quella volontà politica che ha presieduto fin dal principio tutte le fasi della vicenda. Ora che il processo a Valpreda e compagni ha perso completamente ogni significato ed ogni immediata implicazione giuridica (perché comunque questi imputati dovranno essere messi in libertà per scadenza dei termini di carcerazione preventiva) per assumere integralmente il significato ed il peso di un processo politico contro le istituzioni, dobbiamo opporci al disegno che vuole accostare sullo stesso banco degli accusati Gargamelli, Borghese e Valpreda ai nazisti Ventura e Freda.

Non esiste assolutamente nessuna connessione tra i due procedimenti, neanche la più lontana ipotesi, per quanto azzardata e romanzesca, può legare in qualche modo i protagonisti dell’una e dell’altra inchiesta. Se infatti i fili della provocazione fascista per incastrare Valpreda e compagni partono dalla cellula nera e passano per le squadre politiche di Roma e Milano, direttamente o tramite il ministero degli interni, dove si è intrecciata la trama accusatoria, la «pista nera» di tutti gli attentati del ’69 ha fatto la stessa strada, ma solo per essere aiutata, protetta e nascosta.

Ormai quasi tutte le complicità con gli autori della strage che da anni andiamo denunciando stanno venendo a galla ed altre ne emergeranno quanto prima. Ormai nessuno può più far finta di non sapere che l’inchiesta sugli anarchici, a partire dalle bombe del 25 aprile alla stazione ed alla fiera di Milano, è stata prefabbricata da una certa ben individuata polizia con la connivenza di una certa ben nota magistratura e questo è più che sufficiente per scagionare completamente i compagni e ricostruire, anche nei dettagli, le connessioni e le connivenze degli organi dello Stato con gli ideatori e gli autori della strage di Stato.

Sia pure, quindi, Catanzaro o dintorni ad istruire questo processo; si facciano quindi pressioni perché ciò avvenga al più presto, comunque non oltre il prossimo autunno ed indipendentemente all’unificazione dei due procedimenti, non solo perché politicamente è inammissibile e provocatoria, ma anche perchè tende a manipolare in un unico minestrone procedurale vittime e colpevoli con il chiaro scopo di confondere l’opinione pubblica e ridare una certa credibilità alla giustizia di Stato.

 

1972 04 15 Umanità Nova – Roberto Mander dimesso dal riformatorio

18 maggio 2015

1972 04 15 Umanità Nova - Roberto Mander dimesso dal riformatorio

 

Con decreto del presidente del tribunale per i minorenni di Bologna nei confronti del compagno Roberto Mander, vittima come tutti gli altri della montatura poliziesca sulla strage di Milano, dal 16 maggio prossimo viene a cessare ogni misura di sicurezza detentiva. Egli tornerà così definitivamente alla famiglia, allo studio, al suo lavoro, ai compagni, al movimento anarchico di cui è militante.

E’ nota la balorda vicenda giudiziaria che ha portato questo giovanissimo compagno per due anni e mezzo da un carcere all’altro, dal San Michele a Regina Coeli, dal riformatorio di Forlì a quello di Bologna, senza riuscire a piegarlo ma rafforzando in lui le idee di libertà e di giustizia ed il proposito di lottare contro l’assurdo ed infame sistema asociale vigente.

Non è noto invece il testo del decreto con il quale ora il tribunale ha disposto la sua scarcerazione, consistente in 23 pagine dattiloscritte che vorremmo, se lo spazio ce lo consentisse, rendere pubbliche perché costituiscono un documento più unico che raro sugli errori ed orrori della «giustizia» di Stato, sulle lacune e sullo «schizofrenico divario» (sono parole testuali) tra gli «aurei principi» e le applicazioni delle leggi.

A proposito della situazione ambientale in cui il minorenne viene a trovarsi «per essere rieducato», nello stesso documento si legge «…che poi in pratica il ragazzo subisca il più avvilente impoverimento di se stesso, venendo a contatto con la malavita degli adulti o subendo un trattamento differenziato, o conoscendo la galera più squallida, più disumanizzante, più violenta, più alienante e più diseducativa, è questa una considerazione che deve come monito bene imprimersi nella coscienza.. ».

E sulla presunta (per legge) pericolosità di Mander (trattandosi di un anarchico …immaturo) nel documento, dopo aver rilevato che Mander ha sempre «mantenuto una ottima condotta, tanto da aver superato gli esami di maturità classica, essersi iscritto all’università e aver lavorato per una casa editrice», si sottolinea che questa presunta pericolosità «non sussiste perché ha dimostrato serietà e maturità nel comportamento e non sussiste perché il giovane, pur trovandosi in ambiente del tutto a lui estraneo, ha saputo egregiamente solidarizzare con spirito di umanità…e benché non abbia mai rinnegato la sua ideologia, ha avuto un contegno dignitoso…»

Nel riabbracciare il compagno dobbiamo ancora una volta accusare pubblicamente i magistrati Amati, Occorsio e Cudillo per aver sequestrato e trattenuto in carcere per anni tanti compagni innocenti. Dobbiamo invece rendere atto agli avvocati Nicola Lombardi, Mario Giulio Leone e Marcello Pedrazzoli per l’assistenza disinteressata e fraterna che hanno prodigato al compagno Roberto Mander.

1972 04 29 Umanità Nova – Il procuratore ricorre contro scarcerazione di Roberto Mander

18 maggio 2015

1972 04 29 Umanità Nova - Il procuratore ricorre contro la scarcerazione di Mander

 

Il procuratore della repubblica Morfino, appigliandosi ad uno dei tanti cavilli giuridici in base ai quali è possibile esercitare con spirito e strumenti fascisti la «giustizia» di Stato per perseguire i compagni, ha presentato ricorso contro il decreto con cui si disponeva che la misura di sicurezza applicata a Roberto Mander avesse termine il prossimo 16 maggio. Quello che segue è un comunicato con il quale la difesa del compagno Mander chiarisce i termini giuridici della questione.

Il 19.4.1972, dinanzi alla sezione per i minorenni della corte di Appello dell’Emilia e Romagna, si è svolta l’udienza fissata nel procedimento di appello su ricorso del procuratore della Repubblica Morfino contro il decreto del 27.3 1972 del giudice di sorveglianza presso il tribunale dei minorenni Cividali. Questi aveva disposto che la misura di sicurezza del ricovero in riformatorio per tre anni applicata a Roberto Mander dal giudice istruttore di Roma Cudillo avesse termine il 16 maggio 1972. A fissare in tale giorno la scadenza della misura detentiva si giungeva traverso due strade:

1) Il termine di tre anni, dal quale vengono comunque detratti sei mesi di licenza esperimento ed un mese di licenza premio, scadrebbe il 16 novembre 1972. Il giudice Cividali ha ritenuto di dovere però detrarre dai tre anni, disposti dalla legge, il periodo di carcerazione preventiva già scontato dal Mander. Fungibilità questa, tra misura di sicurezza e pena, che, se può essere discussa per gli adulti, deve essere accettata senza esitazioni per i minori degli anni 18. Non solo la misura di sicurezza, ma anche la pena è esplicitamente volta nel nostro sistema (art. 31 e 27, 2. Cost.) alla rieducazione del minore. L’omogeneità, dunque, tra i due ordini di sanzioni è stata correttamente riconosciuta dal giudice Cividali nel suo provvedimento. E del resto fino ad una sentenza del 1962 la stessa Corte di Cassazione era consolidata nel riconoscere tale norma.

2) Il minore fra i 14 e i 18 anni che venga prosciolto per incapacità di intendere e volere, viene obbligatoriamente sottoposto a misura di sicurezza per un periodo minimo di tre anni. Medesimo trattamento veniva previsto per i minori degli anni 14 finchè la Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 1971 non ha ritenuto che la presunzione di pericolosità che faceva scattare comunque per legge tale misura violasse l’art. 3 Cost. Caduta la norma che imponeva la prescrizione per i minori degli anni 14 (art. 224, 2. C.P.) che costituiva il presupposto della norma che concerne i minori fra i 14 e i 18 anni, il giudice Cividali ha ritenuto che anche per questi ultimi fosse caduta l’obbligatorietà della misura. Non più obbligatorio dunque tenere ristretto in riformatorio Mander per un minimo di tre anni, ma facoltativo a seconda che il giudice con un accertamento concreto ed individuale, e non presuntivo operato dalla legge, ritenga pericoloso o meno il giovane.

Giustizia tardiva e parziale, perchè Mander è tuttora sottoposto ad una misura di sicurezza detentiva, e ne è presupposto che egli sia l’autore degli attentati all’Altare della Patria del 12 dicembre 1969. Prosciolto in istruttoria per immaturità, è stato escluso dal processo e privato persino delle «garanzie» borghesi del pubblico dibattimento, il che ha suscitato le critiche del giudice Cividali. Mentre ora anche ufficialmente è stata smentita la sicurezza con cui la magistratura romana aveva individuato negli anarchici i responsabili della strage e la tranquillante certezza con cui Cudillo aveva di conseguenza applicato tre anni di riformatorio a Roberto Mander. Benché Stiz già avesse fornito precisi elementi sulle responsabilità dei fascisti, il procuratore della Repubblica Morfino non ha avuto il minimo dubbio ed ha appelato contro il decreto del giudice di sorveglianza. Ricorso, si noti bene, con effetto sospensivo, cioè tale che la sua sola proposizione impedisce a Mander di uscire il 16 maggio

E per di più le motivazioni addotte da Morfino si aggrappano alle interpretazioni più formaliste e retrive di norme sulle misure di sicurezza di cui oggi sono a tutti evidenti i profili di palese incostituzionalità – i relativi giudizi pendono infatti tutti dinanzi alla Corte Costituzionale – e che tuttavia la difesa non ha potuto sottolineare per evitare che una remissione degli atti alla Corte Costituzionale sospendesse – come legge impone – il giudizio della Corte d’Appello che deve decidere se confermare o meno il provvedimento di Cividali che rimetterebbe in libertà Mander il 16 maggio 1972.

 

 

 

1972 04 1 Umanità Nova – Contro una certa magistratura. di Roberto Mander

17 maggio 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Contro una certa magistratura di Roberto Mander

 

Compagni dei gruppi anarchici bolognesi riuniti nella sede del Circolo «C. Cafiero» fanno proprie le seguenti dichiarazioni del compagno Roberto Mander:

Alla incriminazione del gruppo fascista di Rauti, Freda e Ventura per la criminale serie di attentati del 1969 culminata nella strage di Piazza Fontana, lo Stato ha risposto, approfittando dello assassinio di Feltrinelli e con una mastodontica montatura poliziesca per tentare nuovamente di mettere sotto accusa tutta la sinistra extra-parlamentare e togliere ogni spazio politico.

La monovra elettorale della D.C. è fin troppo evidente:

1) Dapprima, tramite Andreotti, ordina la sospensione del processo contro Gargamelli, Valpreda e Borghese. Lo Stato si rende conto che non c’è un tribunale in grado di contenere le accuse che gli imputati e la loro difesa muovono a ben individuati gruppi di potere come responsabili diretti per gli attentati del 12 dicembre del ’69 e, in periodo elettorale, tali provate accuse avrebbero dato fastidio a chi tanto parla di «ordine pubblico» e di dilagante criminalità.

2) Quando poi si rende conto che l’incriminazione dei fascisti, ad opera del giudice Stiz, per la strage di Milano è questione di giorni, provoca gli scontri di Milano prima, poi uccide (tramite chi?) Feltrinelli con tutta quella messa in scena che sappiamo, per rilanciare, così, la teoria tanto cara a Saragat e a certa stampa sedicente libera sugli opposti estremismi.

Dopo ventotto mesi la verità sulla strage di Milano comincia ad essere riconosciuta ufficialmente, ma dobbiamo lo stesso fare attenzione a come il potere tenterà di rigirare questi dati obiettivamente certi. Fino ad oggi Freda, Rauti e Ventura sono indicati come gli ideatori, organizzatori e finanziatori per le bombe del 12 dicembre ’69: mancano ancora i nomi degli esecutori materiali che pure già da tempo sono stati identificati dalla Controinformazione. Esiste anche il pericolo che la Magistratura milanese insista con la formula degli opposti estremismi ed indichi come esecutori degli attentati i compagni Gargamelli, Valpreda e Borghese abbracciando così la tesi di Cudillo e del P.M. Occorsio (che pure definì, a termine di un breve interrogatorio, Ventura come «un galantuomo calunniato»).

Oggi, come due anni fa, affermiamo che la violenza delle bombe e degli attentati è soltanto fascista ed è propria di un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Denunciamo alla opinione pubblica l’operato dei magistrati Amati, Cudillo e Occorsio che accusiamo di aver sequestrato e trattenuto in carcere, per mesi, oltre il sottoscritto, i compagni Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Valpreda, Borghese, Bagnoli e Gargamelli perché è stato tramite loro che le indagini ufficiali hanno seguito una sola pista, già precostituita, contro gli anarchici innocenti; e di concorso in strage per avere con il loro operato assicurato l’immunità a ben note figure dell’estrema destra.