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Umanità Nova 22 aprile 2012 Lettera aperta a Dario Fo e Franca Rame di Enrico Di Cola

23 aprile 2012

Caro Dario cara Franca

qualche giorno fa, spulciando tra gli atti dei processi per la strage di stato di piazza Fontana, mi ero imbattuto in un telespresso inviato dall’Ambasciata d’Italia a Stoccolma – del 28 agosto 1972 – in cui si annunciava che si era tenuta la preannunciata conferenza stampa a cura dell’Amnesty International Comittee che aveva visto la partecipazione dell’avvocato Calvi, di Dario Fo, della sorella di Valpreda e dell’anarchico Di Cola. Leggendo quelle righe il pensiero mi è tornato a quei giorni, alle nostre chiacchierate, all’affetto che ho provato per te e per la tua generosità nel venire sino a quel lontano paese per sostenere la mia richiesta di asilo politico e aiutarmi a far conoscere agli svedesi l’obbrobrio in cui il potere statale ci aveva precipitato accusandoci, assolutamente estranei, di essere gli ideatori ed esecutori di quella tragica corona di bombe che provocò lutto e sgomento in quel maledetto venerdì 12 dicembre 1969. Avevo pensato di scrivervi per mandarvi il documento e rinnovare la mia gratitudine e il mio affetto per voi.

Invece, leggendo sull’Espresso l’intervista che Roberto Di Caro ha fatto a te e Franca, in cui sostieni che tu avevi saputo che Calabresi non si trovava nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, sono rimasto talmente sorpreso e addolorato che ho deciso di scrivervi pubblicamente, ma di tutt’altro, visto che nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

Caro Dario, devo dirti che mi hai sorpreso perché non immaginavo che tu fossi una persona che potesse avere comportamenti sleali e, permettimi, anche disonesti. Sleale perché – se quanto dici fosse vero – hai taciuto un elemento importantissimo per la ricostruzione degli ultimi attimi di vita del nostro caro compagno Pino Pinelli. Disoneste perché, in questo caso, pur sapendo questa “verità”, quella della supposta estraneità di Calabresi, hai continuato a rappresentarlo come assassino e dunque saresti complice del linciaggio morale di un innocente. Sempre se quanto scritto risultasse fedele a ciò che hai detto e se la tesi che sostieni fosse vera. Cosa tutta da dimostrare (non so se c’è ancora qualche avvocato in vita che possa confermare o confutare quanto sostieni) .

Come ben sai le parole hanno un peso e allora mi permetto di esaminare le tue (quelle virgolettate pubblicate dall’Espresso) e cercare di confutarle. Sostieni “…Che il commissario Calabresi non fosse nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano della Questura, Franca e io lo abbiamo saputo durante il processo Calabresi-Lotta Continua, ce lo hanno assicurato gli avvocati del giornale. Sono andato in crisi, per questo. Era già uscita la prima versione di “Morte accidentale di un anarchico….”. Bene. Anzi male, perché a questo punto ti chiedo di avere il coraggio delle tue parole e di raccontate tutto di questo episodio, voglio i nomi degli avvocati che ti hanno raccontato questo e, soprattutto, vorrei che raccontassi anche a noi da dove nasceva e in base a quali dati di fatto, questo convincimento, anzi certezza (ci hanno “assicurato”), di questi avvocati. Perché, vedi, hai dimenticato di dire che vi è la testimonianza, confermata anche al processo di cui sopra, del compagno Pasquale Valitutti che smentisce Calabresi (che ha detto che era andato nella stanza di Allegra) e che la difesa del commissario non ha neanche ritenuto di dover controinterrogare. Testimonianza che dal primo giorno ad oggi non è mai mutata di una virgola. Testimonianza che è suffragata addirittura dalle parole di Allegra che indicano in Calabresi l’autore dell’interrogatorio “tranquillo”, sì, tanto tranquillo da finire nell’assassinio di Pino!  Vuoi forse farci credere che avvocati di L.C. avrebbero chiamato sul banco dei testimoni, perche il compagno Valitutti non era lì per caso ma in veste di testimone, una persona pur sapendo che mentiva? Ci vuoi forse dire che Valitutti mente? Visto che hai detto queste parole ora non puoi vigliaccamente tirarti indietro e non dire tutto fino in fondo. Io, noi anarchici, non abbiamo paura della verità, anzi la andiamo cercando testardamente da 43 anni.

Il tuo genio e la tua fantasia sono a tutti ben note, quello che non riesco bene a capire è al servizio di chi oggi le metti, quando nella tua veste di autore e sceneggiatore arrivi a dare un giudizio sbalorditivo – pur premettendo di non aver conosciuto Calabresi e Pinelli – perché ritieni veritieri, nel film di Giordana, i dialoghi tra questi due. Dici che “…li sento veri, rappresentati nella loro dimensione umana. I dialoghi di cui c’è documentazione sono corretti, lo so perché ho studiato per anni le carte, quelli ricostruiti funzionano perché sono credibili

Finchè parli di dialoghi “credibili” in una finzione scenica passi pure, è il tuo campo. Ma Pinelli e Calabresi erano persone reali, non personaggi di fantasia di uno sceneggiato. Quei dialoghi, quel tipo di rapporto umano tra un persecutore ed un perseguitato, tra un commissario ed un anarchico, non esistono e non potevano esistere. Non so quali “carte” tu abbia letto (quelle del copione? Quelle scritte da Cucchiarelli?), ma di una cosa sono certo: che le poche parole di Pinelli sono quelle che si trovano nell’interrogatorio del 15 dicembre 1969 (ma un interrogatorio può essere considerato un… “dialogo”!) mentre il resto del “dialogo” è solo frutto delle rappresentazioni difensive (e offensive) del commissario finestra, alias Calabresi. E’ vero che il tuo mestiere è la comicità, ma in questo caso di cosa stai parlando, non hai paura di sprofondare nel ridicolo?

Per passare dalla finzione alla realtà riporto alcune righe scritte dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi) scritte nella loro memoria difensiva del 1975 al giudice istruttore D’Ambrosio (quello che ha indagato sulla morte di Pinelli senza prendersi il disturbo di sentire l’unico testimone – Valitutti – che non fosse incriminato per la morte dell’anarchico nonchè geniale inventore dell’unico caso al mondo di “malore attivo”, per giustificare il volo dalla finestra della Questura di Pinelli) che meglio di tante parole dimostrano il clima di quegli anni, le manovre per addomesticare i processi e quali fossero le vere relazioni tra i due: “…Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

E nella memoria difensiva dell’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli) possiamo leggere: “…. Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P. G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P. G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P. G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Dopo aver letto quanto sopra riportato, ti chiedo se davvero credi ancora che siano “corretti” i dialoghi tra Pinelli e Calabresi che Giordana ci propone nel suo film?

Caro Dario e cara Franca, voglio credere che quell’intervista sia il canovaccio di una vostra farsa e che presto ci direte che avete scherzato. Nel frattempo abbiate il pudore di tacere su cose che non sapete e di chiedere scusa ai vostri spettatori, di allora e di oggi, (a noi anarchici non servono, siamo abituati a sentire favole su di noi) per quello che avete detto. Abbiate il buon senso di non farvi portavoce delle parole assolutorie e bipartisan di presidenziale memoria e non prestarvi al gioco di chi vuole riscrivere la storia.

Giù le mani da Pino Pinelli!

Ieri come oggi la verità è una sola, quella scritta in mille muri e gridata in mille manifestazione: Calabresi assassino, Pinelli assassinato, la strage è di stato!

Enrico Di Cola

Sottoscrivo e mi associo quale persona implicata nei fatti: Roberto Gargamelli

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Umanità Nova n17 maggio 2011 Pinelli vittima dello squallore elettorale di L’Osservatore lombardo

22 novembre 2011

Nelle alle ultime battute di campagna elettorale, come noto, ogni candidato alla poltrona dà fondo al proprio squallido repertorio e, salito sul palcoscenico, spara le ultime cartucce, le più fragorose, per assicurarsi il plauso ed il voto degli elettori.

A Milano, dove lo scontro tra le due fazioni che si contendono la città è stato all’ultimo sangue, il vice sindaco uscente e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, con una operazione di puro marketing elettorale, si è lanciato in una sarabanda di iniziative per dare massima visibilità al suo personaggio. Nel giro di pochi giorni, infatti, prima ha presenziato alla consegna ai “poliziotti locali” milanesi dello spray al peperoncino e successivamente ha inaugurato in pompa magna il primo lotto di ben 24 telecamere “intelligenti” di produzione israeliana che, al costo di soli 510mila euro, veglieranno sui sonni agitati dei milanesi.

Ma l’ultima cartuccia, che secondo la sua becera strategia dovrebbe portargli una messe di voti, l’ha sparata per tornare ancora una volta alla carica su quello che rappresenta il vero punctum dolens della destra milanese: la lapide collocata nel 1972 in Piazza Fontana, proprio dinanzi alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Questa lapide, che ricorda Giuseppe Pinelli “ucciso innocente nei locali della Questura di Milano”, da sempre manda in bestia i cittadini benpensanti e lo Stato perché sbugiarda la verità ufficiale, di comodo, e ricorda a tutti quello che è veramente accaduto sull’omicidio del nostro compagno e sulla strage stessa.

“C’è un servitore dello Stato, un uomo di trincea che ha pagato con la vita la sua coerenza. Il commissario Luigi Calabresi continua però nella sua città a subire l’accusa infamante di essere un assassino” ha dichiarato De Corato ai giornali e si è poi rivolto alle massime autorità milanesi, nelle persone di Prefetto, Questore, e Procuratore generale, tuonando: “Togliamo quella vergogna da piazza Fontana e lasciamo solo la targa ufficiale, quella messa dal Comune. L’unica che rappresenta la verità e cioè che Pinelli è morto, e non ucciso, innocente”.

Considerato il personaggio, la sparata di De Corato non può certo sorprendere chi in questi anni ha imparato a conoscerlo per le sue isteriche iniziative securitarie contro centri sociali, writers, rom, immigrati, commercianti ambulanti e tutto ciò che potesse risultargli utile per promuovere la sua immagine di immarcescibile Sceriffo metropolitano, aspirante Rudolph Giuliani “alla milanese”.

Né, d’altra parte, ha stupito più di tanto la contemporanea dichiarazione sul Corriere della Sera di Giuliano Pisapia, candidato per il PD (e del resto della pseudo sinistra) alla carica di sindaco: “È da tutti ormai riconosciuto il fatto che Luigi Calabresi è un servitore dello Stato e ha fatto il suo dovere senza avere responsabilità sulla morte di Pinelli, come di fatto ha ricostruito con estrema correttezza il magistrato D’Ambrosio che non a caso è al mio fianco in questo impegno comune per il cambiamento di Milano”. Proprio così, la persona impegnata con Pisapia “per il cambiamento di Milano” è la stessa che per assolvere Calabresi, i poiziotti e il carabiniere che uccisero Pinelli inventò la tesi del “malore attivo” e dell’autodefenestramento del nostro compagno.

Non che la cosa ci crei particolare sorpresa: queste parole sono la logica e lineare prosecuzione di quella linea politica, dettata da puro opportunismo, che venne portata avanti dalla sinistra parlamentare in tutta la vicenda di Piazza Fontana e che ebbe come risultato finale la sentenza di un giudice “amico”. A ben vedere, infatti, sull’ennesimo tentativo di rimuovere la lapide di Piazza Fontana destra e sinistra dicono esattamente la stessa cosa: il post-fascista, che poi tanto post non è, ed il rappresentante “moderno” di quello schieramento politico che, per nascondere il pieno coinvolgimento dello Stato nella strage, tanto si adoperò perché sulla base di una ignobile e traballante sentenza fosse negata la verità su Pinelli e, quindi, sulla strage stessa.

Stiano pur sicuri tutti i rappresentanti “del cambiamento”: così come abbiamo fatto fino ad oggi, continueremo anche in futuro a sostenere la verità sulla morte di Giuseppe Pinelli e sui fatti di Piazza Fontana. E, come nel 2006, ogni nuovo tentativo di nascondere la verità rimuovendo la lapide ci vedrà determinati a farlo fallire. La lapide resterà dove è oggi, a testimonianza di una strage di Stato.

L’Osservatore lombardo

Umanità Nova 14 gennaio 2007 Milano: Piazza Fontana e l’omicidio di Pinelli, 37 anni dopo. La memoria che resiste di M.V.

10 novembre 2011

Gli anni passano, ma le iniziative di denuncia e di commemorazione continuano e si intensificano. La cosa non deve stupire perché la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e la morte di Giuseppe Pinelli, il 15 dicembre, interrogano ancora il nostro presente. Quelle vittime rappresentano una delle pagine più tristemente importanti della storia del dopoguerra italiano. Una storia fatta di crimini senza colpevoli, secondo i tribunali italiani. Per tutte le persone di buon senso, però, questi sono stati crimini di potere, che hanno avuto come protagonisti i più alti livelli dello stato. Per questo quella di Milano fu una strage di Stato. Di più: la madre di tutte le stragi.

Con questa consapevolezza l’impegno di trasmissione della memoria non demorde, anzi si rafforza, quando diventa palese il tentativo di disinformazione e di riscrittura della storia. Un esempio tra i tanti: sulla Repubblica del 6 dicembre, il giornalista Luigi Bolognini, scrivendo del ritorno di un famoso locale rock il “Rolling Stone” nelle mani del suo fondatore, Enrico Rovelli, manager di notissimi cantanti, dice che il Rovelli è stato “al centro di un caso politico economico a inizio anni ’70”. Ma quale caso politico economico! Rovelli era una spia con il nome “Anna Bolena” al servizio dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni di Roma e, in quanto tale, operava all’interno del Circolo Ponte della Ghisolfa di Milano ai tempi della strage e dell’omicidio di Pinelli.

D’altronde un certo nervosismo trapela anche in personaggi che non dovrebbero permetterselo, come Gerardo D’Ambrosio, il beniamino della “sinistra” giustizialista, autore nel 1975 di quella sentenza del “malore attivo” che, piccato del ripetersi di tante iniziative a favore della memoria del Pinelli (compresa quella di un francobollo commemorativo avanzata da “Liberazione“), si è recentemente lanciato in un’intervista al “Corriere della Sera” (messa in prima pagina il 18 dicembre) ove ha riproposto con forza le sue astruse considerazioni. Il fatto è che D’Ambrosio non può rimuovere il dato storico del clima in cui maturò la sua sentenza, un clima di compromesso storico, di un colpo al cerchio ed uno alla botte, dove il cerchio era la matrice della strage e la botte l’assassinio di Pinelli. Per il senatore dell’Ulivo D’Ambrosio è da pazzi ripetere la tesi dell’omicidio (glielo hanno garantito i poliziotti che erano nella stanza con Pinelli…), e per affermare questo si autoincensa come il magistrato che è riuscito a togliere ogni definitivo dubbio sulla presunta colpevolezza di Valpreda e compagni. Nel dire questo D’Ambrosio non si accorge di evidenziare il senso della sua sentenza; bisognava scagionare lo Stato delle sue responsabilità sia per quanto riguardava la strage che l’omicidio di Pinelli. Invece di andare a fondo nello smascheramento della trama che avrebbe innescato una reazione popolare ingovernabile in un periodo come quello di alta conflittualità sociale, si preferì mettere la sordina alla vicenda costruendo un compromesso che salvasse la tenuta delle istituzioni , individuasse in qualche scherano fascista il responsabile e favorisse la sinistra parlamentare nella sua scalata al potere. Cosa che puntualmente si è verificata con i governi di solidarietà nazionale.

Quella che segue è una carrellata delle principali iniziative tenutesi a Milano.

11 DICEMBRE: ASSEMBLEE A SCUOLA

Nell’intera mattinata, al Liceo Cremona, una serie ininterrotta di assemblee studentesche, organizzate per anno, hanno focalizzato la loro attenzione sulla strage. Due “esperti”, Saverio Ferrari ed un compagno della Federazione Anarchica Milanese (FAM), hanno contribuito in piena autonomia, a classi divise, delineando scenari ed inquadrando l’evento all’interno del processo reazionario che aveva l’obiettivo di fermare il movimento ascendente dei lavoratori e degli studenti.

Buona l’attenzione e numerose le domande poste.

11 DICEMBRE: CONTESTAZIONE IN GALLERIA

Nel pomeriggio, nella centralissima Galleria Vittorio Emanuele, un gruppo di giovani “antifascisti ed antifasciste”, davanti alla boutique di borse ed accessori griffati “Oxus“, ne denunciava con un volantino “Ieri le bombe, oggi le borse” sia i legami con quel Delfo Zorzi, già appartenente alla cellula stragista veneta di Ordine Nuovo, assolto per P.zza Fontana ma tuttora imputato per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, sia il Comune proprietario del negozio, concesso in comodato d’uso. 17 sagome di cartone a forma di bara con i nomi delle vittime ed una borsa di pelle nera contenente due bottigliette di sangue sono stati depositati davanti al negozio, protetto dai poliziotti.

L’iniziativa si è poi ripetuta sabato 16.

11 DICEMBRE: IL PdCI È PER LA MEDAGLIA, NOI NO

Dopocena di dibattito alla Casa dell’Energia di Piazza Po. Organizzato dalla sezione “Laika” del Partito dei Comunisti italiani il dibattito, al quale sono invitati Dario Fo, Bebo Storti ed altri esponenti della vita culturale cittadina, verteva sulla richiesta di medaglia d’oro al valor civile per le 16 vittime della strage e per Giuseppe Pinelli. Come FAM siamo presenti all’esterno con un volantino “Di una medaglia non richiesta“, che ricordando il ruolo del PCI allora e l’aberrante sentenza di D’Ambrosio, denuncia l’incongruenza di una richiesta allo Stato, responsabile dell’assassinio di Pinelli e affossatore della memoria storia, di onorarne la memoria. Incongruenza che potrebbe sottintendere un’operazione di recupero assolutamente non chiara. E poi perché rivendicare una medaglia che ossifica il tragico evento e non piuttosto la riapertura di un’inchiesta, di un procedimento, per inchiodare i responsabili, materiali e morali, della sua morte? Ovviamente i temi del volantino hanno originato un vivace scambio di opinioni – comunque sempre corretto – tale da modificare l’opinione di molti presenti.

12 DICEMBRE: GLI STUDENTI IN PIAZZA

Nell’anniversario della strage, si sono svolte in mattinata due manifestazione studentesche aventi percorsi diversi.

L’uno, indetto dall’Unione degli studenti, aveva come obiettivo la Camera del Lavoro. L’altro, promosso dall’area dei “collettivi“, terminava a piazza Fontana.

Per l’occasione è stato distribuito da parte della FAM un volantino sull’assassinio di Pinelli e sulla strage di Stato, che ripercorre il filo nero della repressione fino ai giorni d’oggi, in Italia e nel mondo, e che ha riscontrato molto interesse fra i giovanissimi dei due cortei, particolarmente in quello organizzato dai “collettivi”.

12 DICEMBRE: IL COMUNE DISERTA LA MANIFESTAZIONE UFFICIALE

Nel pomeriggio diverse centinaia di persone hanno partecipato al breve corteo che da piazza della Scala conduce a Piazza Fontana dove sono state deposte corone alle lapidi che ricordano le vittime.

Presenti, tra gli altri, il presidente della camera, Bertinotti, e quello della provincia, Penati. Assente sia il sindaco che gli assessori della sua giunta di centrodestra. Significativi applausi alla dichiarazione di Bertinotti riguardo il nostro compagno Giuseppe Pinelli, definito “diciassettesima vittima di quella scia di violenza”, dichiarazione arricchita successivamente dall’aggiunta “si tratta di una persona la cui storia va guardata con rispetto da parte di tutti. È stata una figura innocente, una vittima a causa della sua connotazione politica”. Ma come altri Bertinotti si rifiuta di definire quella morte, quasi che si tratti di un tabù da non infrangere e sul quale è stato costruito un compromesso da non discutere.

12 DICEMBRE: LA MEMORIA GIOVANILE

In una sala della Provincia, presenti tra l’altro Aldo Giannuli, esperto di stragi e Renato Sarti del Teatro della Cooperativa, sono stati presentati i risultati di una ricerca commissionata all’Istituto Piepoli, in collaborazione con la Fondazione Istituto per la storia dell’età contemporanea, su “Memoria giovanile tra stragismo impunito e nuovo terrorismo internazionale”. La ricerca ha somministrato ad un migliaio di studenti delle scuole medie superiori un questionario che ha dato risultati inquietanti, ma non sorprendenti, tenendo conto che si tratta di un fatto di 37 anni fa e che i processi di revisionismo storico procedono imperterriti nel tentativo di scaricare sull’insieme delle forze progressiste tutti i delitti ed i malanni di questo paese . I responsabili della strage vengono identificati da quelli che dichiarano di essere a conoscenza della strage (circa il 60% degli intervistati) nell’ordine in: Brigate Rosse (intorno al 40%), mafia, anarchici (sic!intorno al 20%), eversione di destra, socialisti, fuori di testa, ecc..

14 DICEMBRE: IN RICORDO DI PINELLI

Serata per ricordare l’assassinio di Pino, organizzata dalla FAM assieme al collettivoSpazio Micene“, nella loro sede di via Micene, in prossimità della casa ove viveva allora Pinelli, in Via Preneste 2, un semplice edificio dell’Istituto delle case popolari, oggi Aler, dove tre anni fa è stata posta una targa che riproduce il noto quadro di Bay in suo ricordo.

Anche quest’anno ci si è avvalsi del contributo musicale e canoro di Alessio Lega, accompagnato dalla chitarra di Rocco, che ha inaugurato la serata con una parte del suo repertorio, vecchio e nuovo, ma sempre stimolante, sui drammi della guerra, dell’immigrazione, fino alla ballata di Pinelli. Verso le 23 è partito il corteo diretto alla targa: un centinaio i presenti. In testa una grande bandiera anarchica, mentre il “Coro del Micene” intonava “Figli dell’officina” seguito da tutti i manifestanti. Una volta giunti sotto la targa, dove è affisso un fiocco rosso e nero, si è intonato “A las barricadas” e “Vieni o Maggio” di Gori.

Poi al canto di “Addio Lugano Bella“, in un clima di rinnovata commozione si ritornava nella sede dove la serata è continuata con un intervento di un compagno della FAM sul perché dell’assassino di Pino e della Strage di Stato, diretta contro le lotte degli operai, degli studenti e degli strati popolari. Una repressione che arriva fino ai giorni odierni, sia a livello internazionale (Iraq, Palestina, Messico) che sul nostro territorio, da parte dello Stato che non rispetta neanche le proprie regole (vedi l’attacco a Genova, e prima a Napoli, nei confronti del movimento contro il G8 o contro la popolazione della Val di Susa che si oppone alla TAV).

La serata si concludeva con il coinvolgente repertorio dei canti popolari del “Coro del Micene”.

15 DICEMBRE: LA DICIASSETTESIMA VITTIMA

Alle 18, presso la libreria Archivi del Novecento, nella zona del Ticinese, Franco Bertolucci – in collaborazione con il Centro studi libertari/Archivio Giuseppe Pinelli , la Biblioteca Franco Serantini di Pisa e la FAM – ha presentato l’ultimo libro della BFS: “Pinelli, la diciassettesima vittima” con scritti di Amedeo Bertolo, Camilla Cederna, PierCarlo Masini, Corrado Stajano, un’intervista di Lorenzo Pezzica a Cesare Vurchio e la prefazione di Luciano Lanza. Una cinquantina i presenti.

Tra gli intervenuti Amedeo Bertolo, Paolo Finzi, Virgilio Galassi, Aldo Giannuli, Luciano Lanza, Enrico Maltini, Enrico Moroni, Corrado Stajano e Massimo Varengo, che hanno ricordato da una parte gli avvenimenti di quei tempi e dall’altra hanno sviluppato una riflessione sul senso della memoria storica e sui suoi rapporti con la memoria politica. In sostanza sulle difficoltà della persistenza della verità a fronte di un ininterrotto processo di revisione e di manipolazione dei fatti e della memoria stessa, di cui le difficoltà di mantenimento delle stesse carte del processo di Catanzaro ne sono attuale testimonianza.

15 DICEMBRE: LE ALTRE INIZIATIVE

Per ricordare Pinelli al Leoncavallo il Circolo Ponte della Ghisolfa ha organizzato un dibattito sul tema “Le trame di ieri sono quelle di oggi” con Enrico Deaglio, Mauro Decortes, Saverio Ferrari e Piero Scaramucci, seguito dallo spettacolo dei Foce Carmosina (i cantautori Canotti e Ricco) che propongono, in sintonia con le immagini del film “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo, i testi e le canzoni di De Andrè, Guccini, Lolli, Stormy Six, ed altri autori. Alla serata anche Paolo Rossi è intervenuto con un filmato inedito.

Al Centro Sociale Vittoria la Compagnia degli Stracci ha replicato lo spettacolo “La scarpa di Pinelli”.

Al teatro Libero l’attore, sceneggiatore, regista Antonio Carletti ha presentato il suo monologo “tra pochi giorni è Natale“, due ore di spettacolo sulla figura di Pinelli, per scoprire cosa è accaduto prima e dopo la sua morte e per gettare un po’ di luce sui personaggi coinvolti nella vicenda. Carletti ha impiegato sei mesi di accurata e seria documentazione per scrivere il testo e per rappresentarlo sul palco cercando di non tralasciare alcun particolare.

M.V.

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Piazza Fontana. Quarant’anni dopo di Francesco Mancini

9 novembre 2011
Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 una potente bomba alla gelignite venne fatta esplodere nel salone affollato della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano.

Il bilancio delle vittime fu di 17 morti, di cui uno deceduto successivamente, e 85 feriti.

Tra i primi ad essere fermati fu il ferroviere Giuseppe Pinelli, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, convocato in questura poche ore dopo la strage.

Dopo tre giorni di interrogatorio non gli viene contestata alcuna imputazione, eppure non viene rilasciato; ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi, il quale guida l’inchiesta sulla strage.

Intorno alla mezzanotte del 15 dicembre, Pinelli viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio, che si trovava al quarto piano.

La versione ufficiale parla di suicidio; gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura.

Secondo Antonino Allegra, commissario capo dell’ufficio politico della questura di Milano: Il Pinelli non aveva dato alcun segno di nervosismo fino all’ultimo interrogatorio, fino a quando, cioè, gli fu detto a bruciapelo: Valpreda ha parlato. Questa frase lo fece sbiancare in volto. Tuttavia egli ebbe modo di riprendersi tanto che poté essere ancora interrogato, senza la minima forma di pressione, sui propri rapporti con il noto Valpreda. La fulminea decisione del Pinelli di sottrarsi col suicidio ad ogni altro interrogatorio non può non confermare che egli fosse stato indotto a tale disperato gesto dalla preoccupazione di essere ormai smascherato e di andare incontro a vicende giudiziarie di estrema gravità.

Il questore di Milano, Marcello Guida, dichiarò: Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage … Il suo alibi era caduto … Di più non posso dire, si era visto perduto … È stato un gesto disperato. Una specie di autoaccusa, insomma.

Successivamente aggiunse: Eravamo in fase di contestazione e di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto. Non è stato verbalizzato niente.

Anche il commissario Calabresi, nell’immediatezza della morte di Pinelli, dichiarò: Lo credevamo incapace di violenza, invece … è risultato implicato con persone sospette … implicazioni politiche.

Un mese dopo, in contraddizione con quanto dichiarato al pubblico ministero, Calabresi cambiò versione, pur continuando a sostenere il suicidio di Pinelli: Fummo sorpresi del gesto – disse – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe ritornato a casa […], posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare.

Sempre il 15 dicembre 1969, all’interno del tribunale di Milano, era stato arrestato Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, accusato della strage e oggetto di un riconoscimento, a dir poco pilotato, da parte del tassista Cornelio Rolandi, che ritenne di individuarlo come il passeggero da lui trasportato il pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Si è accertato al di là di ogni dubbio, anche a seguito delle numerose sentenze giudiziarie, che polizia, servizi segreti e neofascisti erano perfettamente al corrente che Valpreda ed il minuscolo gruppo anarchico romano “22 marzo” cui egli apparteneva erano del tutto estranei alla strage.

In ultimo, al termine di un lunghissimo iter processuale, la Corte di Cassazione, in data 3.5.2005, ha confermato la sentenza impugnata della Corte d’appello di Milano del 12.3.2004, che ha individuato i mandanti della strage nei neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura:

[…] Dopo approfondito esame, infatti, delle varie acquisizioni già valorizzate dai primi giudici, anche la Corte dell’appello ha ritenuto di “dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione – cautamente puntualizza la sentenza impugnata – oltre a non poter provocare … effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di assise di appello di Bari, è frutto di un giudizio formulato senza poter disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari”.

[…] il giudizio circa la responsabilità di FREDA e VENTURA in ordine alla strage di Piazza Fontana, afferma la sentenza impugnata, “non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità irrevocabilmente operate dalle Corti di assise di Catanzaro e Bari per finire con le dichiarazioni di Fabris, Lorenzon, Comacchio e Pan, con particolare riferimento al secondo, fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Negli anni è altresì emerso chiaramente, anche in sede processuale, che la strage fu commessa con l’appoggio, la copertura, la supervisione e i depistaggi dei servizi segreti italiani e statunitensi.

Per ciò che riguarda Pinelli, gli eventi successivi e le risultanze processuali hanno dimostrato che sia i dirigenti della questura di Milano sia gli altri pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio hanno mentito dichiarando che si era suicidato e lo avevano infamato asserendone il coinvolgimento nella strage del 12 dicembre.

Quasi sei anni dopo, l’allora giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio escluse sia il suicidio che l’omicidio, nella sentenza-ordinanza con cui il 27 ottobre 1975 prosciolse i pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio di Pinelli dalla imputazione per l’assassinio del medesimo.

D’Ambrosio attribuì, infatti, la caduta e la successiva morte di Pinelli ad un malore attivo, che gli avrebbe fatto saltare la ringhiera di una finestra alta cm. 92, nello stesso tempo in cui sveniva.

In un’intervista del 2002 D’Ambrosio negò di aver mai usato l’espressione e la definì una leggenda; si riportano perciò, di seguito, le parole esatte utilizzate dal giudice nel testo della sentenza:

“Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e pieno piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione del «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c.d. atti di difesa)”.

Se non c’è l’espressione “malore attivo”, ci sono le parole “malore” e “movimenti attivi e scoordinati”, strettamente connesse tra loro e ciò di cui si parla e che si intende sostenere, al di là di qualunque dubbio e cavillo, se non si vuole giocare con le parole, è la tesi di un malore attivo.

Le risultanze dell’autopsia, i rilievi effettuati sulla facciata del palazzo e le dichiarazioni del testimone oculare Aldo Palumbo hanno dimostrato che Pinelli era vivo, anche se privo di sensi, al momento della precipitazione.

La ricostruzione di D’Ambrosio equivale, quindi, ad affermare che Pinelli, come nel più rocambolesco dei romanzi d’appendice, in una sorta di fiera di improbabili coincidenze di tempi e spazi, sia volato svenendo, o svenuto volando, oltre la ringhiera, senza emettere alcun grido.

In più, onde rendere più verosimile la performance acrobatica di Pinelli, che era alto circa cm. 167, D’Ambrosio ne fissa il baricentro a cm. 55 dalla sommità della testa, il che, a ben vedere, equivale a trasformarlo in una sorta di trampoliere o di fenomeno da baraccone.

Il giudice non considera affatto la possibilità che Pinelli fosse già privo di conoscenza e, quindi, non si sia tuffato né sia stato lanciato dalla finestra, ma sia stato lasciato cadere da qualcuno lungo la facciata del palazzo, sì da farlo battere contro il cornicione e la grondaia sottostanti.

Peraltro questa spiegazione si concilia sia con la testimonianza di Palumbo, che udì due altri tonfi prima della caduta finale del corpo di Pinelli, sia con quella dell’altro testimone oculare, l’anarchico Pasquale Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati di fronte alla stanza dell’interrogatorio:

“alcuni minuti prima che Pino voli giù dalla finestra succede qualcosa di eccezionale […] qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili […] avvertii le voci, concitate, alterate”.

Lo svenimento prima della precipitazione spiegherebbe anche il fatto che la telefonata per la chiamata dell’autoambulanza sia pervenuta al centralino dei vigili urbani a mezzanotte e 58 secondi, ossia prima della caduta di Pinelli.

Infatti, il testimone oculare Palumbo fissa l’ora della precipitazione di Pinelli tra uno e quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre gli altri giornalisti presenti la collocano tre minuti dopo mezzanotte e l’ispettore ministeriale Elvio Catenacci la fissa alle 0.04.

Invece D’Ambrosio colloca la chiamata dell’autoambulanza in un momento non esattamente precisato, ma successivo alla caduta di Pinelli, avvenuta, secondo la sua ricostruzione, tra le 23.57, ora in cui Palumbo dichiara di aver lasciato la sala stampa della questura, e la mezzanotte.

Nel fare ciò, il giudice istruttore decide di basarsi sulla testimonianza di una persona assente, il fotografo Giuseppe Colombo, che dichiara di essere partito dal garage del Corriere della Sera alle 24.00, anziché su quella dei giornalisti presenti sul luogo, che lo avvertirono dell’accaduto.

Analogamente, con una sorta di capriola logica, D’Ambrosio sostituisce la testimonianza di Valitutti con suoi arzigogoli e ragionamenti capziosi su due punti essenziali.

In primo luogo, basandosi sulle dichiarazioni degli imputati, che la legge esclude dal novero dei testimoni e, oltretutto, a giudizio dello stesso giudice istruttore, si sono dimostrati mentitori impenitenti, afferma che prima della precipitazione di Pinelli non è accaduto nulla di grave:

D’altra parte è veramente difficile sostenere e ritenere che il Valitutti, pur ammettendo che la sua attenzione fosse stata destata dai sospetti rumori sentiti (rumori che in mancanza di prova diversa devono attribuirsi, data l’ora di collocazione, alla reazione motoria, che normalmente segue al termine di uno stato di attenzione e tensione, delle numerose persone presenti nella stanza al momento in cui il dott. Calabresi terminò di dettare il verbale) dopo un quarto d’ora, non possa essersi distratto neppure per quelle poche frazioni di secondo occorrenti al commissario Calabresi per attraversare il breve tratto di corridoio che la finestra nel salone dei fermati consentiva di vedere.

Diversamente da quanto afferma D’Ambrosio, l’unica prova in suo possesso è la testimonianza di Valitutti, che dichiara che nell’ufficio di Calabresi è successo qualcosa di grave, mentre, al contrario, manca qualunque prova che non sia accaduto nulla.

L’altro aspetto per il quale il giudice opera una deformazione dei dati probatori in suo possesso riguarda la presenza di Calabresi nella stanza al momento della precipitazione:

Prima di passare all’esame delle imputazioni va subito detto che l’esperita istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della precipitazione. Tutti i testimoni presenti al quarto piano dell’Ufficio Politico sono stati concordi su tale punto, ad eccezione dell’anarchico Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati.

In realtà, il brigadiere Sarti, che è un vero testimone e non un imputato, ha dichiarato che non vide nessuno uscire dalla stanza e percorrere il corridoio, mentre ciò che dicono gli imputati presenti nella stanza non ha valore di prova.

La deposizione di Valitutti, inoltre, è particolarmente attendibile anche per il fatto che egli ha tutto l’interesse ad escludere gente dal novero dei possibili responsabili della morte di Pinelli e, quindi, escluderebbe Calabresi se non fosse sicuro della sua presenza nella stanza.

Infine, c’è un’altra circostanza, citata da Camilla Cederna nel libro Pinelli Una finestra sulla strage, atta a rafforzare la attendibilità della testimonianza di Valitutti o, quantomeno, a sconsigliarne l’affrettato accantonamento:

Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente, invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto.) Comunque lo scritto che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra lo firmò senza leggerlo, così egli afferma, e si trattò secondo lui “di un’inesatta informativa”.

Si riporta di seguito il testo del rapporto di Allegra alla Procura di Milano del 16 dicembre 1969:

Di seguito a precedenti rapporti pari numero ed oggetto, si comunica che alle ore 0.15 di questa notte mentre il Commissario Aggiunto dott. Luigi Calabresi ed altri ufficiali di polizia giudiziaria, nelle persone dei sottufficiali di P.S. Panessa Vito, Mainardi Carlo, Mucilli Pietro e Caracuta Giuseppe, presente il Tenente dell’Arma dei Carabinieri LOGRANO Savino, procedevano, nei locali dell’Ufficio Politico, all’interrogatorio di PINELLI Giuseppe, nato a Milano il 21.10.1928 qui residente in via Preneste n. 2, ferroviere, anarchico, fortemente indiziato di concorso nel delitto di strage commesso contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Milano, il medesimo, con repentino balzo, si precipitava da una finestra socchiusa nel sottostante cortile cadendo al suolo dopo aver urtato contro i rami di un albero. Immediatamente trasportato al vicino Ospedale Fatebenefratelli, veniva ricoverato con prognosi riservatissima per frattura cranica ed altro e vi decedeva alle ore 1.45.

Si fa riserva di ulteriore riferimento.

IL COMMISSARIO CAPO DI P.S.

Dr. Antonino Allegra

Francesco Mancini

Umanità Nova n44 13 dicembre 2009 Chi si ricorda di Piazza Fontana? di Luciano Lanza

9 novembre 2011

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,37: un boato scuote il centro di Milano. Alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana è scoppiata una bomba. Risultato? Ben 17 morti e quasi un centinaio di feriti. Una strage, anzi la strage che segna la storia di questo Paese. La bomba di piazza Fontana non è l’unica a esplodere quel giorno. Un’altra viene ritrovata poco lontano nella sede della Banca commerciale in piazza della Scala. Per fortuna non è esplosa, verrà fatta brillare quattro ore dopo distruggendo prove importanti. Ma la sequenza esplosiva non si esaurisce a Milano. A Roma tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto scoppia un’altra bomba che causa 14 feriti fra gli impiegati dell’istituto. Infine, dopo le 17,20 all’altare della patria in piazza Venezia, esplodono altri due ordigni di minore potenza. Quattro feriti.

Sono passati quarant’anni e di quella strage che cosa sappiamo? Tutto o quasi niente?

Torniamo a quel tragico dicembre.

Chi sono gli autori degli attentati? A Milano c’è chi ha già le idee chiare: è il prefetto Libero Mazza che nella sera del 12 invia un fonogramma a Mariano Rumor, presidente del consiglio: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza verso gruppi anarcoidi aut frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili». Ed è quanto pensano anche i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Milano, Antonino  Allegra e il suo vicecommissario Luigi Calabresi: banche e altare della patria sono obiettivi anarchici o di estremisti di sinistra e agiscono di conseguenza. E, infatti, Calabresi va al Circolo anarchico di via Scaldasole, lì trova un anarchico, Sergio Ardau, poi arriva anche Giuseppe Pinelli che seguirà con il suo motorino la macchina con cui Calabresi porta in Questura Ardau. Pinelli, trattenuto illegalmente (il fermo di polizia era scaduto) uscirà la mezzanotte del 15 dicembre dalla stanza di Calabresi al quarto piano di via Fatebenefratelli precipitando dalla finestra.

Per quella morte non ci sono responsabili. I poliziotti che interrogavano Pinelli nella stanza di Calabresi vengono prosciolti il 27 ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Partito democratico. Pinelli muore, secondo la sentenza di D’Ambrosio, perché colpito da un «malore attivo». Pinelli non si accascia sul davanzale della porta-finestra, ma fa una sorta di balzo oltre il davanzale. Un malore che non ha precedenti nella storia della medicina legale.

Il «ballerino anarchico»

Sempre il 15 dicembre, alle 10,35, Pietro Valpreda, milanese trasferitosi a Roma, entra al Palazzo di giustizia di Milano. Deve essere interrogato dal giudice Antonio Amati per dei volantini contro il Papa. Quando esce dallo studio di Amati viene prelevato da due poliziotti. Breve interrogatorio in via Fatebenefratelli. Poi, colpo di scena, viene trasferito a Roma. Ad attenderlo c’è Umberto Improta, commissario della squadra politica e anni dopo questore di Milano. Il 16 dicembre Valpreda è sottoposto a un confronto «all’americana»: in mezzo ad alcuni poliziotti viene riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza barba e senza baffi. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone». E Rolandi indica Valpreda. L’anarchico gli chiede di guardarlo meglio. Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».

Con questa testimonianza, poi smontata dagli avvocati della difesa, viene creato il «mostro». Il giorno dopo tutti giornali titoleranno sul ballerino anarchico Valpreda accusato di strage.

In che cosa consiste la testimonianza di Rolandi? Alle quattro del pomeriggio del 12 dicembre avrebbe preso sul suo taxi, fermo al posteggio in piazza Beccaria un cliente che gli chiede di portarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera, dopo poco ritorna e si fa accompagnare in via Albricci. Una cosa pazzesca: per risparmiarsi 135 metri a piedi ne avrebbe compiuti 234 fra andata e ritorno al taxi. Con in più il rischio di farsi riconoscere dal tassista.

La pista neonazista

Spostiamo l’inquadratura dall’asse Milano-Roma. A Vittorio Veneto. Un professore di nome Guido Lorenzon va dal suo avvocato, Alberto Steccanella. Lorenzon è agitato. A Steccanella riferisce di un colloquio avuto nel pomeriggio del 13 dicembre con l’amico Giovanni Ventura, che gli parla degli attentati del giorno prima mostrando conoscenze precise della dinamica e dei luoghi degli attentati. Tanto precise da lasciarlo impressionato. Insomma, Lorenzon confida all’avvocato di credere che l’amico sia coinvolto in quegli attentati. L’avvocato Steccanella porta un memoriale di Lorenzon al procuratore di Treviso, il giudice Pietro Calogero interroga Lorenzon, poi trasmette il tutto ai magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. Questi interrogano sia Franco Freda sia Giovanni Ventura, ritengono che «Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento», tanto che definiscono Ventura «una brava persona» e Freda «un galantuomo».

Facciamo un salto nel tempo. I giudici della Corte d’appello di Milano, il 12 marzo 2004, assolvono Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi (vedremo presto chi sono) dall’accusa per piazza Fontana, ma riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda, già condannati a 15 anni per le bombe a Milano del 25 aprile, per le bombe sui treni fra l’8 e il 9 agosto dello stesso anno e per associazione sovversiva sono i responsabili anche della strage di piazza Fontana: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». E questo verrà confermato il 3 maggio 2005 dalla Cassazione, mettendo fine alla lunga sequenza di processi.

Il giudice Salvini indaga

Quanto sono durati i processi? Il primo inizia a Roma il 23 febbraio 1972, ma dopo poche udienze viene trasferito a Milano. Nel capoluogo lombardo non si tiene neppure un’udienza perché la Cassazione trasferisce il processo a Catanzaro. Bisognerà aspettare il 1975 perché partano le udienze nella città calabrese. La prima sentenza è del 1979: condannati all’ergastolo Freda, Ventura e Guido Giannettini per strage. Assolto per insufficienza di prove Valpreda. Nel 1980 la sentenza in appello: tutti assolti per piazza Fontana e nel 1987 la Cassazione conferma.

Ma nel gennaio 1989 il giudice istruttore (oggi giudice per le indagini preliminari) Guido Salvini apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana: il 13 marzo 1995 rinvia a giudizio molti militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, fra cui Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Il 30 giugno 1997 i tre vengono condannati all’ergastolo per piazza Fontana. Nel 2002 assolti in Appello e, infine, nel 2005 assolti dalla Cassazione.

Così si chiude con un nulla di fatto questa «storia infinita». Questa storia che ha visto coinvolti personaggi di primo piano della politica italiana, servizi segreti e apparati dello stato italiano. Apparati deviati si è sempre detto, mentre il giudice Salvini ha scritto: «La presenza di settori degli apparati statali, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Realtà processuale e realtà storica, dunque, non coincidono. Ed è comprensibile: la verità storica (chi può dubitarne?) è quella che indicarono con precisione gli anarchici milanesi nella conferenza stampa del 17 dicembre 1969: «Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di stato».

Luciano Lanza

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

Pisapia, D’Ambrosio e la lapide a Pinelli (articoli vari)

25 Mag 2011

http://www.sinistraperpisapia.it/

giovedì 12 Maggio 2011 11:32

La lapide a Pinelli un simbolo per tutta la Milano democratica

 

Il vice sindaco (ormai comunque ex..) De Corato vuole rimuovere la lapide di Pinelli. Vuole mobilitare il voto degli squadristi in doppiopetto che lo hanno sempre sostenuto. Quella lapide è un ricordo della Milano democratica, del giornalismo democratico, dei movimenti civili, del movimento studentesco e operaio, che per primi negli anni ’70 denunciarono la “strategia della tensione” e le stragi di stato. Denunciarono l’omicidio di Pinelli. Perchè di omicidio si trattò e questo al di là delle “verità” giudiziarie di quegli anni. Rimuoverla vuol dire cancellare la memoria collettiva della Milano democratica e delle lotte civili. Chi sostiene Pisapia e la nostra lotta  per “Liberare nuovamente Milano” dal governo della destra populista e fascista, non può non riconoscersi nelle semplici parole incise nella lapide:

“A Giuseppe Pinelli ferroviere anarchico. Ucciso innocente nei locali della questura di Milano il 6-12-1969. Gli studenti e i democratici Milanesi”.

Per noi sono parte integrante della nostra memoria antifascista. Vinceremo e la lapide resterà in ricordo in Piazza Fontana. E ricordando una vecchia canzone “…e se la crudele sorte” sposterà in là nel tempo la possibilità di un nuovo governo della città, ci sarà sempre chi non piegherà la testa.

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 http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3124&Class_ID=1001

Nessuno si faccia venire strane idee

La lapide di Giuseppe Pinelli, il candidato sindaco Giuliano Pisapia e Gerardo D’ambrosio

Redazione – Osservatorio democratico – 11/05/2011

Che l’ormai ex vicesindaco Riccardo De Corato tornasse alla carica, proprio in campagna elettorale, per richiedere la rimozione della lapide dedicata a Giuseppe Pinelli in piazza Fontana, con su scritto “ucciso”, non desta meraviglia. Ci eravamo ormai abituati alle sue minacce e al suo straparlare su questo e altri argomenti. Sconcerta, e non poco, invece la dichiarazione del candidato sindaco Giuliano Pisapia sul Corriere della Sera del 10 maggio scorso. “È da tutti ormai riconosciuto” – queste le sue parole – “il fatto che Luigi Calabresi è un servitore dello Stato e ha fatto il suo dovere senza avere responsabilità sulla morte di Pinelli come di fatto ha ricostruito con estrema correttezza il magistrato D’Ambrosio che non a caso è al mio fianco in questo impegno comune per il cambiamento di Milano”.

Non sappiamo bene che cosa intenda Giuliano Pisapia con la frase “Calabresi ha fatto il suo dovere”, visto che a Milano i fascisti mettevano le bombe e il commissario arrestava gli anarchici, accusando per altro esplicitamente Pietro Valpreda della strage, solo poche ore dopo, urlando il suo nome nei corridoi della Questura a diversi giornalisti presenti, tra gli altri Giampaolo Pansa, che riportò la cosa in un articolo su La Stampa. Episodio (qualcuno se lo dovrebbe ricordare) al centro di un’interrogazione parlamentare dell’allora deputato socialista Eugenio Scalfari.

Forse andrebbe anche ricordato allo stesso Pisapia che il suo amico Gerardo D’Ambrosio è lo stesso giudice che si inventò, per archiviare l’accusa nei confronti di poliziotti e carabinieri responsabili dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, la tesi del “malore attivo” e dell’avvenuta “alterazione del baricentro”, per sostenere l’auto-defenestramento (con un balzo) dell’anarchico, scontrandosi con le più elementari leggi della fisica e della medicina legale. Un fatto, quello del “malore attivo” mai più verificatosi in Italia e in nessuna altra parte del mondo, ma accertato una volta sola, la notte tra il 14 e il 15 dicembre, in Questura a Milano, nell’ufficio di Calabresi, vittima un anarchico innocente e trattenuto illegalmente proprio dallo stesso commissario.

Qui non stiamo disquisendo di garantismo, ma della manipolazione grossolana dei fatti. Stiamo parlando della subordinazione di un giudice al potere politico per garantire l’impunità ad appartenenti a forze dell’ordine. Che stessero anche loro facendo il “proprio dovere”?

Non ci interessa sapere se l’uscita di Giuliano Pisapia faccia parte di una raffinata strategia elettorale di ammiccamento al centro moderato. Affar suo. Sappia comunque che se anche a lui venisse in mente, da Sindaco o meno, di rimuovere la lapide a Giuseppe Pinelli, ci troverà tra coloro che la rimetteranno al suo posto.

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25 May 2011 08:02

Caro Pisapia, giustizia alla Storia

Domenico Letizia

A Milano sono giorni in cui si gioca tutto, politica nazionale e locale, fine di Berlusconi e ci auguriamo del berlusconismo o continuazione della giunta Moratti con tutte le illegalità e i controsensi che la campagna elettorale ha messo in luce.

Ma a Milano, nella Milano laboratorio politico (del centrodestra, del centrosinistra, del socialismo riformista e anche dell’anarchismo) si gioca anche la storia e così dopo anni di silenzio si rievoca la storia di Giuseppe Pinelli e del commissario Calabresi. Le dichiarazioni del ex sindaco Riccardo De Corato tornato alla carica, proprio in campagna elettorale, per richiedere la rimozione della lapide dedicata a Giuseppe Pinelli in piazza Fontana fanno riflettere ma a dispiacere sono le parole di Pisapia: “è da tutti ormai riconosciuto” – queste le sue parole – “il fatto che Luigi Calabresi è un servitore dello Stato e ha fatto il suo dovere senza avere responsabilità sulla morte di Pinelli come di fatto ha ricostruito con estrema correttezza il magistrato D’Ambrosio che non a caso è al mio fianco in questo impegno comune per il cambiamento di Milano”. Sicuramente staremo discutendo di una vicenda delicata, fatta di stragi e di terrore, gli anni della strategia della tensione, ma ritenere Calabresi non privo di colpe e non rendere memoria al ferroviere anarchico “ucciso” ingiustamente e per giunta proprio da chi dovrebbe difendere il cittadino, cioè le istituzioni è un’offesa alla storia e alla memoria storica. Calabresi è colui che mentre a Milano i fascisti mettevano le bombe faceva arrestare gli anarchici, accusando anche Pietro Valpreda, che risultò dopo una dura e controversa inchiesta indirizzata a screditare gli anarchici, innocente.

Va anche ricordato che il giudice Gerardo D’ambrosio è quel giudice che si inventò la tesi del “malore attivo” e dell’avvenuta “alterazione del baricentro”, per sostenere “l’auto-defenestramento” (con un balzo) dell’anarchico, scontrandosi con le più elementari leggi della fisica e della medicina legale. Un fatto, quello del “malore attivo” mai più verificatosi in Italia e in nessuna altra parte del mondo, ma accertato una volta sola, la notte tra il 15 e il 16 dicembre, in Questura a Milano, nell’ufficio di Calabresi, vittima un anarchico innocente, trattenuto nella più totale illegalità proprio dallo stesso commissario.

Che Pisapia voglia far colpo sui moderati è facile da intuire, ma a differenza della Moratti ci aspettiamo un po’ di più di serietà senza offendere la storia e dando risalto alle cose così come sono accadute. Un buon sindaco direbbe: “La lapide a Pinelli da lì non va tolta“, mi auguro che Pisapia non sbagli.

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 Sulla sentenza D’Ambrosio vedi anche :

https://stragedistato.wordpress.com/2009/12/01/6-febbraio-2009-lello-valitutti-il-testimone-de-la-notte-che-pinelli/