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L’Espresso 28 dicembre 1969 Dire anarchici non basta, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

6 aprile 2013

Espresso 28 dicembre 1969 COMP      ROMA. La riunione era stata indetta per le tre ma era cominciata solo un’ora più tardi. C’erano stati molti ritardi; a qualcuno, come Roberto Mander, si era dovuto telefonare perche si sbrigasse. I ragazzi affluivano nella piccola stanza di via del Governo Vecchio alla spicciolata: Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Angelo Fascetti, Umberto Macoraratti, Emilio Borghese, “Giacometto “… Quando era cominciata la discussione, riunite intorno al tavolo rettangolare della sede del gruppo “22 marzo” c’erano una ventina di persone. C’èra anche Antonio Serventi, detto il “Cobra”, l’unica faccia anziana in mezzo a tante facce quasi adolescenti, e prima dì aprire i lavori qualcuno l’aveva presentato ai compagni. Era la prima volta che il “Cobra”   partecipava alle riunioni del gruppo; una conversione improvvisa, fulminea: fino ad allora aveva preferito tenere comizi improvvisati di filosofia zen o di estetica d’avanguardia tra le fontane di piazza Navona, cercando dì far dimenticare i tempi in cui dava l’assalto alle Botteghe Oscure con un pugno di ferro e manganello in compagnia di Stefano delle Chiaie e Franco Paladino detto, il “Bombardiere”. E’ anche con questi reclutamenti generosi che il gruppo cercava d’ingrossare le sue file e di darsi una struttura più robusta.

Quel pomeriggio di venerdì 12 dicembre non si erano affrontati temi di grande impegno. Si era parlato più che altro di riforme organizzative, della necessità di trovare un po’ di soldi per le spese più urgenti. La riunione era andata avanti stancamente fin verso le sette.  La maggior parte dei ragazzi si era avviata verso S.Maria in Trastevere dove, in un bar della piazza, il “22 marzo” da tempo aveva stabilito la sua base serale; tre o quattro si erano diretti invece verso lo studio dell’avvocato Nicola Lombardi. Roberto Gargamelli e “Giacometto” volevano stendere una denuncia, per una serie di fatti avvenuti il mese precedente. Il pomeriggio del 19 novembre, il giorno dello sciopero generale, mentre con Pietro Valpreda camminavano lungo una strada di Trastevere si erano imbattuti in un gruppo di giovani che sembrava li aspettassero al varco.

La radio ha appena annunciato la morte di Antonio Annarumma. I tre anarchici vengono prima insultati poi appoggiati contro un muro e picchiati scientificamente a sangue. Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata. Passeranno una settimana in carcere prima di ottenere la libertà provvisoria. E’ per questo che hanno preso contatto con un avvocato, perche dicono di essere stanchi di queste continue persecuzioni e ora si sono decisi: vogliono denunciare la polizia. La notizia della strage di Milano e delle bombe di Roma, Gargamelli e “Giacometto” la vengono a sapere proprio nello studio dell’avvocato Lombardi, mentre discutono con lui sull’opportunità o meno di questa iniziativa. Qualche ora più tardi, casa per casa, quella stessa polizia che cercano di mettere sotto accusa comincerà le retate e gli arresti.

Ma nella storta del “22 marzo”, così come l’abbiamo ricostruita in questi drammatici giorni attraverso le testimonianze di alcuni suoi appartenenti, questo attacco legale degli anarchici contro la questura, il giorno stesso in cui tutto il gruppo veniva collegato agli attentati di Milano e di Roma e tradotto in carcere, non rappresenta l’episodio più strano ne quello più paradossale. Lungo tutto il cammino del gruppo affiorano molti altri episodi del genere, vengono continuamente in luce strani contrasti, stranissimi equivoci, confusioni grossolane.

Gli equivoci cominciano addirittura ancor prima del maggio dello scorso anno, che è la data ufficiale di nascita del gruppo. E si accentrano subito intorno la figura di Mario Merlino detto “il mago”, il suo fondatore. Nel maggio del 1968 infatti Mario Merlino si scopre una vocazione anarchica dopo un passato politico di colore ben diverso, divenuto ormai di dominio pubblico. Ma ci sono ancora dei particolari che vale la pena di mettere in rilievo. Politicamente i primi passi Merlino li muove nella “giovane Italia”, l’organizzazione neofascista per le scuole medie; ha sedici anni ma una carica di ambizione già ben precisa. Un anno dopo è emigrato nelle file dell'”avanguardia nazionale giovanile”, feudo di Stefano delle Chiaie e rifugio dell’ala irriducibile e più dura dello schieramento di estrema destra. Merlino è un ragazzo magrissimo, sottile, emaciato e quella banda di professionisti dello squadrismo non sembra il posto più adatto per lui. Ma ha letto qualche libro, ha un grado d’istruzione superiore alla media della gente che lo circonda e ne approfitta per far carriera. Quando l’ “avanguardia nazionale giovanile” si scioglie, nel 1965, ha già un manipolo di fedelissimi pronti a seguirlo dappertutto. Per il momento devono solo seguirlo alla “giovane Italia” dove Merlino torna per un breve interregno con compiti direttivi, sempre al fianco di delle Chiaie. Altri elementi del gruppo emigrano invece a sinistra, come Mario Paluzzi che sarà sospettato quest’anno per l’attentato ai benzinai o come Serafino di Luja che passerà al movimento studentesco. E’ il primo sintomo di una strana malattia che affliggerà da questo momento in poi certi settori dell’estrema destra: una sottile, inarrestabile emorragia che tenta di infiltrarsi tra le maglie della sinistra extraparlamentare. C’è però da sottolineare un fatto curioso: anche se prendono strade diverse, gli ex componenti di “avanguardia giovanile rivoluzionaria” continuano a vedersi tra di loro e a concertare insieme piani di battaglia in una pizzeria di piazza Tuscolo. E’ un fatto di cui spiegheremo tra poco l’importanza.

La disfunzione che affligge l’estrema destra diventa cronica con l’esplosione del movimento studentesco. Le vecchie strutture saltano letteralmente per aria, e quando i pezzi sparsi tornano a terra e si tirano le somme c’è tempo di accorgersi di molti cambiamenti. Mario Merlino, per esempio, ha fiutato l’occasione favorevole e ha deciso di giocare grosso: prende a prestito lo stendardo degli studenti di Nanterre, raccoglie i suoi dieci seguaci e fonda il “22 marzo”. Con una tradizione squadrista così fresca il camuffamento è talmente scoperto da sfiorare il ridicolo. L’unico affetto che il “mago” ottiene è quello di rischiare un completo fallimento. Per uscirne batte due strade: viaggia molto all’estero, tentando in questo modo di aumentare il suo prestigio e di raccogliere nuovi seguaci. Stranamente, però, per un anarchico, i suoi viaggi hanno come meta paesi quali la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista. Molti che lo conoscono bene dicono che Merlino batte anche una terza via. Ed è proprio qui che la ragnatela di contatti che il “mago” conserva con l’ambiente neofascista diventa significativa. Un paio di volte infatti Merlino viene sorpreso in furtivi colloqui con agenti in borghese, e certe sue convocazioni in questura appaiono troppo ingiustificate per non dare nell’occhio. Che la polizia recluti tra le file dell’estrema destra buona parte dei suoi informatori, non è una cosa nuova. Quando, agli inizi dello scorso aprile, Franco Papitto ed alcuni altri giovani del movimento nazi-maoista (nato anche questo dall’impatto della destra col movimento studentesco, e scioltosi di recente) escono dal carcere dopo essere stati sospettati a lungo per gli attentati contro i benzinai e per quelli al Palazzaccio, al ministero della pubblica istruzione e al senato, Mario Merlino sparisce prudentemente dalla circolazione. Almeno una ventina di persone lo accusano della “soffiata” all’ufficio politico di Buonaventura Provenza, e lo cercano per dargli una lezione.

E’ a questa terza strada che Merlino dovrebbe, secondo altre testimonianze, il fatto di restare a galla sulla scena politica giovanile romana. Le cose cambiano verso la fine dello scorso anno. E’ la metà di novembre e i quadri del “22 marzo” subiscono un inatteso rinfoltimento con l’arrivo di una decina di nuovi elementi provenienti da altri movimenti anarcoidi.

Poi ai primi dello scorso ottobre il terzo e ultimo battesimo. Lo prepara la crisi del circolo “Bakunin”, il gruppo anarchico nato nel maggio del ’68. Fino ad allora il “Bakunin” aveva pressochè monopolizzato a Roma il panorama anarchico, era l’unico ufficialmente riconosciuto dalla FAI, la federazione anarchica italiana. I gruppi anarchici sono organizzati come ordini monastici, la disciplina è rigida, la separazione fra i “simpatizzanti” ai primi approcci, con la vita di gruppo e i “militanti”, gli iscritti anziani e di provata fede è netta. Questi ultimi lasciano poco spazio ai più giovani: alcuni di loro soffocati da questa situazione decidono allora di uscire dal “Bakunin” e di emigrare nel “22 marzo”.

Malgrado questo inserimento il “22 marzo” dà ancora l’impressione di essere una banda eterogenea e improvvisata che per affittare lo scantinato di Via del Governo Vecchio ha bisogno delle 40 mila lire ricevute dal settimanale giovanile “Ciao 2001” in cambio di un’intervista. Il 22 novembre Angelo Fascetti viene fermato e si accorge che la polizia sa perfino ciò che si erano detti lui ed Emilio Bagnoli la sera prima al tavolo di una pizzeria. D’altra parte, non è che i componenti del “22 marzo” si sforzino di rendere le cose più segrete: ad accompagnare l’intervista rilasciata a “Ciao 2001” ci sono almeno quattro fotografie dove sono riconoscibili tutti loro.

«Un attentato come quello di Milano e di Roma? Ci vogliono almeno tre mesi per prepararlo» mi dice un altro ex fascista che conosce bene l’attività del gruppo. Un mese per il materiale e l’organizzazione del piano, almeno due per scegliere le persone giuste. Come hanno fatto a sfuggire per tutto questo periodo dalla sorveglianza a cui erano sottoposti? Ecco, nella storia del “22 marzo”, il paradosso maggiore di tutti.

A cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja

 

 

 

 

 

Dire anarchici non basta… e infatti l’Espresso andò molto oltre nel confondere le acque di Enrico Di Cola (vedi articolo de L’Espresso 28 dicembre 1969)

6 aprile 2013

L’articolo dell’Espresso, che riportiamo per intero in altra pagina del Blog, dimostra come la stampa borghese, anche quella considerata democratica e liberal, contribuì sin dai primi  giorni – in modo vergognoso – a costruire l’immagine degli anarchici del 22 marzo come “ambigui” e “mostri”, aiutando così la magistratura a coprire le tracce dei veri colpevoli della strage di stato.

L’articolo, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja, è esemplare nel mostrare come la stampa dell’epoca si fece complice del potere riportando solo le tesi colpevoliste e cassando invece ogni voce che venisse dall’interno del 22 marzo tendente a gettare luce sulla nostra breve esperienza politica.

Faccio subito una premessa: la mia è una testimonianza diretta dei fatti e non un sentito dire. Infatti il “Giacometto” di cui quei signori giornalisti parlano sono in realtà io. All’epoca dell’intervista ero già attivamente cercato dalla polizia (il mandato di cattura arriverà però solo nel gennaio del ’70) e avevo assunto come nome convenzionale da usare con gli estranei, Giacomo (Giacomino o Giacometto). Gli autori dell’articolo sapevano che ero un militante del 22 marzo (i compagni che mi avevano portato li garantivano questo) e si erano impegnati a non rivelare la mia vera identità.

Non ricordo se andai a casa di Mieli o di Scialoja per rilasciare quella lunga intervista. Ero accompagnato da un paio di compagni che conoscevano uno dei giornalisti dall’università e di cui si fidavano abbastanza per la sua correttezza.

Quello che posso dire con certezza è che nulla di quanto io dissi venne poi pubblicato. Non mantennero neanche la parola data di non rivelare il mio nome. Peggio ancora: non lo dissero ai lettori, ma lo fecero capire alla polizia! (…”Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata”).

Non affronterò tutti i punti controversi o falsi dell’articolo, ma mi limiterò a controbattere i più grossolani.

Come è noto, non è vero che Gargamelli partecipò alla riunione che si tenne nel nostro circolo quel 12 dicembre. Il suo alibi – di ferro – era ben altro: si trovava a chilometri di distanza dal nostro circolo, intento a riparare un motorino. Scrivere, come fece l’Espresso, che lui era presente alla riunione significava mettere in discussione il suo alibi, ed era esattamente quello che i magistrati si sforzavano di fare.

Va sottolineato che, a differenza di altri compagni del gruppo, io non potrei mai aver fatto confusione sulla presenza o meno di Gargamelli a quella conferenza. Infatti conoscevo Gargamelli da almeno tre anni, eravamo compagni di scuola, vivevamo a due passi l’uno dall’altro, eravamo molto amici e ci vedevamo o sentivamo tutti i giorni. E, quasi sempre, essendo vicini di casa ci incontravamo per andare al circolo assieme. Sapevo quindi che non sarebbe venuto al circolo quel giorno.

Il “Cobra” non partecipò mai a nessuna riunione del gruppo. Lui venne una sola volta al circolo per tenere una conferenza sulla storia delle religioni. Conferenza non da noi voluta o organizzata ma solamente ospitata per fare un favore a Roberto Mander, compagno del circolo anarchico Bakunin (nella cui sede in un primo momento si sarebbe dovuto tenere l’incontro). Di conseguenza è evidentemente falso che in quell’occasione – in cui erano presenti diversi ospiti da noi non conosciuti venuti per la conferenza – si fosse potuto parlare di “riforme organizzative” o di altro che riguardasse il gruppo.

Quanto sopra detto smentisce categoricamente la versione dei fatti da loro riportata che avrebbe visto Roberto Gargamelli e “Giacometto” (cioè io) recarsi allo studio dell’avv. Nicola Lombardi (in cui per altro non sono mai stato). Come i miei interrogatori dimostrano, fin dal 12 dicembre io affermai che finita la conferenza mi ero recato alla LIDU (Lega italiana dei diritti umani) assieme ad altri due compagni Emilio (Bagnoli) e Amerigo (Mattozzi) di cui feci solo il nome ma non il cognome.

Neanche la ragione per cui ci recammo alla LIDU corrisponde alla realtà dei fatti. Vero è che volevamo denunciare la polizia per le persecuzioni di cui eravamo da tempo oggetto, ma ovviamente ciò nulla aveva a che fare con l’aggressione che subimmo io, Valpreda e Gargamelli a Trastevere e che si concluse con una settimana chiusi nel carcere di Regina Coeli. L’episodio che volevamo denunciare avvenne la mattina del 19 novembre (stessa giornata ma prima della “rissa”), quando, assieme ad una decina di altri compagni, venimmo perquisiti e “arrestati preventivamente” dalla squadra politica dalla Questura romana. La ragione ufficiale di tale fermo sarebbe stata di impedirci di partecipare alle manifestazioni di piazza dove – secondo le loro malate fantasie – avremmo progettato di provocare incidenti. Fummo rilasciati dopo molte ore, quando le manifestazioni erano ormai concluse. In questa occasione alcuni di noi (tra cui io) vennero anche minacciati pesantemente dal commissario Improta (“a te ti teniamo d’occhio, attento, te la faremo pagare”).

L’articolo, così come impostato, sembra quindi puntare a distruggere l’alibi di Gargamelli invece di raccontare la verità di come si svolsero i fatti. Fa pensare a qualche voce interessata raccolta o “suggerita” in Questura che evidentemente, per i giornalisti, era considerata più attendibile della storia, quella vera, che io gli avevo raccontato.

É arcinoto che il 22 marzo da noi anarchici fondato nel novembre del ’69 nulla avesse a che fare con il XXII marzo fondato dai fascisti nel ’68 e morto pochi mesi dopo. Se vogliamo poi dirla tutta, altro fatto noto anche all’epoca  il XXII marzo dei fascisti e di Merlino si rifaceva alle lotte del movimento studentesco francese di Nanterre, ma non si era mai definito “anarchico”. Questi figuri volevano infatti infiltrarsi nel movimento studentesco e non tra gli anarchici, che peraltro all’epoca neanche avevano un luogo fisico dove incontrarsi! Non a caso prima di arrivare ad infiltrarsi tra agli anarchici, Merlino si era infiltrato ed aveva fatto opera di provocazione  – senza alcuna difficoltà – in almeno due dei gruppuscoli di sinistra dell’epoca.

E’ quindi totalmente falso e depistante parlare di “travasi” o passaggi tra il 22 marzo anarchico e il XXII marzo fascista. Noi non “emigrammo” dal Bakunin al 22 marzo, noi semplicemente abbandonammo il Bakunin (che faceva riferimento alla FAI, mentre nessuno di noi vi aveva aderito). Per questo motivo è anche sbagliato parlare di scissione. In un primo momento infatti, a dispetto di tutta la storiografia imperante, non avevamo ancora deciso niente. Non ci andava di convivere con i compagni del Bakunin ma non avevamo ancora neanche deciso se strutturarci o meno in gruppo! Tra noi “fuoriusciti” vi erano infatti sia organizzatori che antiorganizzatori, individualisti e comunisti anarchici, chi tendeva verso la Fai e chi per i Gia e così via. Vorrei che qualcuno ci spiegasse come sia possibile fare una “scissione” da qualcosa al quale non si è mai “aderito”!!

Detto ciò è evidente che non ci stava ne poteva esserci nessun altro “ex fascista” che conoscesse bene l’attività del nostro gruppo, come l’articolo vuol far intendere. L’unica cosa che si può ricavare da quell’articolo è che vi era già una verità di stato – meglio detto una menzogna di stato – che doveva essere raccontata , e a questa “verità” anche molti “onesti” giornalisti si assoggettarono senza vergogna alcuna.