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1970 06 6 Paese Sera – Il coraggio e lo 007 di Giancesare Flesca

31 ottobre 2015

1970 06 6 Paese Sera - Il coraggio e lo 007 di Giancesare Flesca B

Il coraggio e lo «007»

di Giancesare Flesca

 

 

L’Improvvisa e improbabile comparsa del «super-teste» poliziotto nell’affare delle bombe di Milano non poteva non suscitare almeno qualche interrogativo. Il nostro giornale, nel darne notizia, sottolineò la singolarità di questa apparizione così tardiva, resa ancor più sospetta dalla vigilia elettorale. Simili considerazioni valgono, ovviamente, per il nuovo e fantomatico superteste che ci viene annunciato adesso, un giorno prima del voto. Né siamo i soli a pensarla così: certe «stranezze» che accompagnano fin dall’inizio l’istruttoria sugli attentati (stranezze tali da far dubitare che essa venga condotta con criteri eminentemente politici, utilizzando un «filtraggio» delle notizie «sensazionali» destinato a rendere più credibili le tesi accusatorie presso l’opinione pubblica) sono state puntualmente registrate da altri giornali democratici.

In un «fondo» significativamente intitolato «Lo scandalo dello 007», l’Avanti! di ieri osserva che se lo 007 Andrea Politi ha detto la verità, ne consegue:

1) che la polizia ha fatto sparire il teste chiave, quello che avrebbe consentito un processo per direttissima, e ha lasciato il magistrato a lavorare sul tassista Rolandi e su indizi assai labili per alcuni mesi;

2) che la polizia era informata di tutti i colpi progettati dal gruppo fin dal settembre ’69: un’attività che – sostiene il quotidiano socialista – integrava il reato di «associazione per delinquere». Perché la polizia non denunciò gli attentatori alla magistratura? «E’ un interrogativo tragico – afferma testualmente l’Avanti! – il ministro degli Interni deve rispondere lui, se altri non lo fanno».

3) che la polizia, avendo un suo uomo fra gli associati a delinquere, diede prova per lo meno di straordinaria inefficienza, non impedendo (e non scoprendo se non a posteriori) gli attentati del 12 dicembre;

4) che tutti i diritti degli imputati sono stati e continuano ad essere violati in ogni stato e grado del processo, poiché Valpreda ancora oggi non conosce il suo accusatore principale, né ha avuto modo di difendersi da questa accusa che nessuno gli ha contestato (come invece prevedeva il codice);

5) che il paese ha il diritto di sapere chi e quanto in alto sia l’autorità che ha consentito a 007 prima di sparire e di tacere per lunghi mesi, poi di presentarsi nella veste di supertestimone.

Osservazioni giuste e sensate, queste del quotidiano socialista, su cui non si può che concordare largamente: ci troviamo in un paese civile, non nella Grecia dei colonnelli o nel Portogallo di Caetano, dove i processi vengono istruiti dalla polizia segreta. C’è da stupirsi piuttosto che i socialisti, così sensibili alla questione delle bombe sul loro giornale, non abbiano avvertito l’esigenza di porla chiaramente, e in tutte le sue implicazioni, di fronte al governo di cui fanno parte (un governo, non dimentichiamolo, che nacque proprio sulle ceneri di piazza Fontana) chiedendo una risposta pubblica e precisa.

La vicenda infatti, come scrive l’Avanti!, «non è più un caso giudiziario», ma «un caso di civiltà di cui Parlamento e paese debbono occuparsi». Ancora, vorremmo aggiungere per parte nostra, è un caso politico su cui occorre far luce politicamente attraverso iniziative coraggiose, capaci di individuare autori e mandanti dell’orribile strage e di altri episodi delittuosi avvenuti a Milano negli ultimi mesi del ’69. Non si può dimenticare, ad esempio, la tragica morte dell’anarchico Pinelli; né quella, altrettanto misteriosa, dell’agente di P.S. Antonio Annarumma, morto il 19 novembre scorso a Milano in circostanze su cui la magistratura non ha saputo – o non ha voluto – esprimere un giudizio coincidente con l’ipotesi di «barbaro assassinio» avventatamente prospettata da qualcuno all’indomani. Su tutti questi fatti (e su quelli, più lontani, delle bombe alla Fiera del 25 aprile e degli attentati ai treni) i comunisti hanno chiesto che si formi una commissione d’inchiesta parlamentare, in grado di integrare la ricerca del potere giudiziario, dimostratosi in quest’occasione più che zoppicante.

E’ una proposta tanto più significativa in questo momento che vede il ritorno – in chiave pre-elettorale ma con intenzioni che vanno ben oltre il 7 giugno – di quella «strategia della tensione», sviluppatasi durante l’autunno sindacale, una strategia cui vanno ricondotti direttamente o indirettamente, i delittuosi episodi milanesi.

Su questa proposta, non c’è dubbio, si pronuncerà l’opinione pubblica democratica, il cittadino sensibile ai problemi di una giustizia severa e imparziale, anche con il voto di domani. E su di essa dovrebbero prendere posizione al più presto anche quelle forze politiche che hanno dimostrato una continua attenzione critica alla vicenda: perché adesso le parole non bastano più.

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Liberati tre anarchici amici di Valpreda

In libertà provvisoria, da ieri pomeriggio i tre giovani anarchici che vennero arrestati durante il processo contro Pietro Valpreda, celebrato in pretura (per una storia di volantini non autorizzati) il 18 aprile. Raniero Coari di 24 anni, Cosimo Caramia di 20 anni e Angelo Fascetti di 17, alla fine dell’udienza applaudirono Valpreda. I carabinieri presenti nell’aula cercarono di allontanarli, poi li arrestarono per resistenza.

1969 12 16 Paese Sera – Scherzava con tutti, come un bambino. L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette. di Giancesare Flesca

21 ottobre 2015

1969 12 16 Paese Sera - Scherzava con tutti 

L’anarchico suicida era un tipo calmo, sempre allegro: adorava le due figliolette

Scherzava con tutti, come un bambino

La moglie colta da choc: è una donna stimata e coraggiosa, che lavora alla «Cattolica» – Non ha detto nulla alla vecchia madre di Giuseppe Pinelli – I compagni di lavoro dell’anarchico sono tutti del parere che egli non c’entri con la strage nella Banca dell’Agricoltura – Aveva una sola passione, il giuoco delle carte: leggeva molto (autori anarchici), ma non era mai stato considerato un «attivista» La sua fedina penale è pulitissima, ma la PS lo considerava «sovversivo pericoloso»

di Giancesare Flesca

 

Milano, 16. – Si fa presto a dire «è lui» ora che il Pinelli Giuseppe, anarchico della Ghisolfa, è lungo disteso all’obitorio di via Gorino. Si fa presto a immaginarlo mentre entra, la barbetta rasa intorno al mento, l’aria cupa e assorta del terrorista, nella grande sala di piazza Fontana, deporre il suo carico mortale, fuggire e tornare come se nulla fosse ai suoi panni quotidiani, l’uniforme grigia da ferroviere. Ma ci vogliamo giurare, dott. Guida? Vogliamo davvero metterci la mano sul fuoco? Perché il capo della Mobile, Allegra, è partito stamattina per Roma in aereo con un personaggio «misterioso?».

E sono bastate queste frasi, affrettate e approssimative, per far gridare ai giornali di oggi: «Ci siamo». L’attentatore, il criminale dinamitardo è lui, Giuseppe Pinelli, anni 41, anarchico «individualista», assiduo frequentatore di ambienti «sovversivi» internazionali, lettore accanito di Bakunin e di Malatesta, padre di famiglia senza scrupoli e senza pietà verso le sue due bimbe. Il rimorso, la convinzione di essere finito, spacciato, è arrivato in extremis, quando ormai era in trappola. Nell’intervallo fra la firma di un verbale (una confessione? una discolpa? la polizia non ce lo ha fatto vedere né sembra intenzionata a farlo) e un nuovo interrogatorio, non appena un sottufficiale di PS ha fatto un nome, quel nome che lui temeva, avrebbe spiccato un balzo dalla finestra e si sarebbe ucciso. Requiem per un mostro, dunque, ora si può respirare tranquilli, torniamo pure al cinema, ai supermarket, nelle banche, il cervello o comunque uno degli anelli più importanti della sciagurata organizzazione criminale è bello che andato, il suo suicidio equivale a una confessione. «Ma è davvero questo il significato da dare al tragico balzo del Pinelli?» ha chiesto stamane un giornalista francese al dott. Zagari dell’ufficio politico della questura. «E’ fuori dei dati di fatto, io non rispondo»: è stata la risposta del funzionario.

Consideriamolo pure riserbo di subalterno, ma certamente questa affermazione è una marcia indietro notevole rispetto alle dichiarazioni di ieri notte del questore Giuda. Le ragioni? Gli indizi, ancora sono meno che nulla: e poi c’è la personalità del Pinelli, la personalità che noi abbiamo ricostruito stamane in un lungo giro per la sua Milano, quella dove viveva. Un viaggio che gli investigatori, certamente, avranno fatto – o avrebbero dovuto fare – prima di noi.

Pinelli fu fra i primi fermati
la notte di venerdì. Non era un
pregiudicato, la sua fedina penale è bianca come un lenzuolo (e non a caso in questura 
nessuno riesce a tirar fuori la
 sua foto), il suo passato limpido come l’acqua. Colpe ne aveva, questo sì agli occhi dei
«ghisa»: era o non era il responsabile, il cassiere del circo
lo anarchico del Ponte sulla
 Ghisolfa? Professava o non professava in pubblico le sue idee
«sovversive»? Non dimentichiamo che qui a Milano, il giorno 
in cui i fascisti scatenarono la
 caccia allo studente, la questura 
uscì con un comunicato in cui
 si diceva che «i cittadini si erano difesi dai sovversivi». Non
 dimentichiamo che fin dal primo
 momento le indagini per l’attentato di piazza Fontana erano 
state indirizzate verso gli ambienti anarchici: le categoriche 
affermazioni della prima sera 
del dott. Calabrese, poi smentite dal questore, lo confermano.
 «Sovversivo» anche lui, dunque,
 il Pinelli Giuseppe, già ascoltato 
(per la prima volta in vita sua,
 lui che avrebbe avuto contatti con l’anarchismo internazionale fin dalla adolescenza) dai poliziotti in occasione dell’attentato alla Fiera di Milano il 25 aprile. Sovversivo con tanto di etichetta, con una fedina politica, se non penale, chiaramente macchiata da tanta colpa.

Cerchiamo dunque le tracce di questo pericoloso personaggio alla stazione di Ponte Garibaldi (una stazione secondaria) dove sudava la vita a centomila lire il mese, capo manovratore, in squadra con altri due operai, turni rotanti di otto ore per squadra, 46 ore per settimana. «Era una persona umanissima – dice Aldo Cervini, capo tecnico come lui – bisognava vederlo sul lavoro, aiutava i bambini delle colonie che transitavano da qui andando verso il mare o verso i monti, portava da bere alle bestie che sostano sui carri bestiame per notti intere. Non ci pensava nessuno, a quei poveri animali; lui sì. Guardi, io lo conoscevo bene; sono stato anche in villeggiatura con lui, a Senigallia. Adorava le sue figlie; bisognava vedere cosa faceva per loro. No, scriva pure che per me non è stato lui: aveva un animo troppo nobile e troppo buono».

Parole di un collega, per quello che valgono. Magari – dirà il poliziotto – erano della stessa pasta, tutti eguali questi ferrovieri con una tradizione anarchica-rivoluzionaria alle spalle. Sentiamo allora il primo capostazione dottor Longo, il dirigente da cui Pinelli dipendeva direttamente: «Era un lavoratore, una persona seria, scrupolosa e attenta sul lavoro. In dieci anni che lo conoscevo io, non mi ha mai piantato una grana, non si è mai fatto sorprendere in fallo. Sono ancora sotto choc per quanto è avvenuto. Scioperi? – Scioperi, sì, come tutti gli altri. Quando il sindacato decide, qui, si fermano tutti. Ma a me non risulta assolutamente che fosse un propagandista  politico».

A questo punto si potrà anche tirar fuori la vecchia storia dell’anarchico, del rivoluzionario in abito anonimo; oppure quella, ancora più vecchia, della doppia personalità del criminale. Andiamo perciò a vedere la vita del Pinelli sul luogo del lavoro politico, dove teneva le sue riunioni con i compagni di fede. Il circolo anarchico «Ponte della Ghisolfa» è in piazzale Lugano n. 31: un palazzo a sei piani di fronte a un vialone su cui si affacciano alcune grosse industrie (la Face, la Montecatini e la SIS). Il circolo è chiuso, serrato automaticamente fin dalle prime ore di stamane (ma nei giorni scorsi ha funzionato regolarmente). Per raggiungerlo bisogna attraversare un sottoscala buio e polveroso, da una parte la botteguccia di un falegname calabrese, dall’altra il centro “sovversivo”. – «Non c’è nulla – dice Pasquale Giambocino, l’artigiano della porta a fianco -. Vengono qui la sera tardi, parlano, discutono, qualche volta alzano anche la voce. Ma sembrano brava gente, non li credo capaci di un delitto simile». Andando via, un’occhiata attraverso una fessura mostra una sala imbiancata a calce, seggiole ammucchiate in disordine, pareti sovrastate da manifesti dove è scritto: «Gioventù è anarchia».

Fuori dal portone, un capannello di gente. C’è anche Aurelio Comini, gestore di una latteria a pochi passi da qui. «Il barbetta? – Eh, se lo conosco! Veniva in latteria, beveva un caffè, più spesso un cioccolato; qualche volta si fermava a giocare a carte con me oppure con altri ferrovieri. Non lo vedo proprio con una bomba in mano». «Era come un bambino – gli fa eco il gommista del portone a fianco, che ha affittato il seminterrato al circolo anarchico. – Scherzava sempre, era allegro con tutti».

Una personalità, dunque, abbastanza lineare. Un uomo qualunque, una vita qualunque. Una casa come le altre, un orribile quartiere di cemento senza verde alla periferia di Milano (palazzine IACP), via Preneste 2, ai confini con S. Siro. Nell’atrio del fabbricato, un grande quadro di vetro col nome degli inquilini: ci sono i Brambilla, i Motta, i Rossi: nomi milanesi come tanti. Sotto l’etichetta Scala A, al secondo piano, c’è il nome dei Pinelli. La sorte ha voluto che proprio sotto di lui, al piano rialzato, abitasse un Sacco. Sarà anche questo, per gli inquirenti, un «indizio importante»? – Qualche ora fa un cronista impietoso ha dovuto bussare alla porta dell’appartamento del secondo piano. La moglie del Pinelli credeva fosse il marito: l’aveva visto ieri mattina in questura, gli era sembrato sereno, tranquillo: le aveva chiesto notizie delle bambine e della mamma. Gli agenti erano venuti in casa a inquisire, ma non avevano trovato nulla di compromettente, tutto normale, tutto a posto. Qualche copia di “Umanità Nuova”, qualche volantino anarchico, nulla di più. Quando ha saputo della morte di Giuseppe, la donna si è lasciata andare per un momento, poi ha ritrovato il coraggio (è una donna che lavora dieci ore al giorno, copia a macchina le tesi di laurea degli studenti della Cattolica), ha tranquillizzato la vecchia madre del marito, ha rimesso a dormire le bimbe, 5 e 7 anni. Poi, per sfuggire alla curiosità e al pellegrinaggio di fotografi e giornalisti, la Licia Pinelli è andata via. «E’ una donna meravigliosa – dice la sua vicina di casa – signora Farinetti, moglie di un pensionato. Lavora tutto il giorno e in più manda avanti la casa. Sembravano persone tanto normali, tanto a modo. Si volevano bene, mai una lite, mai un urlo».

Questo il quadro, la prima ricostruzione della fisionomia umana di Giuseppe Pinelli, un uomo che, se avesse messo la bomba, sarebbe da considerare un mostro. «Ma – si dice – era un anarchico individualista, capace quindi di qualsiasi nefandezza per il trionfo della sua causa». Innanzitutto: che cosa vuol dire anarchico «individualista»? La divisione tra individualisti e collettivisti nel movimento anarchico, risale al primo dopoguerra: se ne trova traccia soprattutto negli Stari Uniti, dove alcuni gruppi di emigrati detti appunto «individualisti» contestavano l’insegnamento del collettivista Malatesta. Furono anarchici individualisti, fuorviati da agenti provocatori, quelli che, nel ’21, misero la famosa bomba al cinema Diana. Ma volevano colpire il questore Gasti, fu solo per un tragico errore che la bomba uccise numerosissimi spettatori. L’attentato di venerdì, invece, era chiaramente destinato a provocare una strage. Anarchici individualisti anche, a quanto pare, l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vinci Leone, arrestati insieme con altre cinque persone per l’attentato alla Fiera di Milano dell’aprile scorso e rilasciati in questi giorni perché, a loro carico, non è stata trovata alcuna prova.

Ma se ripercorriamo all’indietro la storia di questi gruppetti anarchici, particolarmente numerosi a Milano (il Pinelli frequentava due circoli, quello della Ghisolfa e quello di via Scaldasole: in quest’ultimo fu fermato la sera di venerdì scorso) ci accorgeremo che la loro tematica, il loro impegno di lotta, non va certo in direzione degli attentati e delle bombe, anzi, da qualche tempo a questa parte, i movimenti anarchici, specie quelli giovanili, hanno centrato la loro azione sul tema della lotta anti-autoritaria e dei diritti civili: vaste campagne antimilitariste (che sono valse arresti per vilipendio a non finire), propaganda in favore dell’obiezione di coscienza, partecipazione attiva e responsabile – molto spesso più responsabile di quella dei gruppetti maoisti od operaisti – agli scioperi sindacali. Il 25 maggio ’68, in un incontro fra studenti anarchici avvenuto qui a Milano, proprio al circolo del ponte della Ghisolfa, fu definita una base d’intesa su una piattaforma di lotta antiautoritaria, e si escluse allora nella maniera più categorica – risulta dai documenti – ogni metodo di azione diretta o violenta. Ogni volta che la questura ha arrestato qualcuno di loro, gli anarchici – individualisti o malatestiani che fossero – hanno risposto con lunghi scioperi della fame (l’ultimo, davanti al Palazzo di Giustizia, si è concluso qualche giorno fa) non certo con le bombe. Per tutta la catena di attentati avvenuta negli ultimi tempi a Milano, mai una volta si sono raggiunte prove convincenti di responsabilità nei confronti degli anarchici. Quando la questura li ha incolpati, la magistratura li ha sistematicamente prosciolti.

 

 

1969 12 16 Paese Sera – Non c’è bisogno dei colonnelli. di Giancesare Flesca

21 ottobre 2015

1969 12 16 Paese Sera - Non c'è bisogno dei colonnelli

Non c’è bisogno dei colonnelli

di Giancesare Flesca

 

Milano, 16. — Chi sperava che i funerali delle 14 vittime del criminale attentato di piazza Fontana si sarebbero trasformati nel crepuscolo della nostra democrazia, può riporre le sue illusioni in un cassetto. Chi temeva che la «nevrastenia sociale» di questi tempi sarebbe esplosa senza rimedio al primo appuntamento collettivo di una popolazione sfibrata, provata dagli eventi, scossa dalla tragedia, guardi le foto, legga le cronache di questi funerali. Scoprirà una città composta, forte nella tragedia, dignitosa nello sdegno. Troverà nei volti della gente, di quella immensa folla di persone che si assiepavano in piazza del Duomo, in Galleria, ovunque nel centro di Milano, il segno di una speranza civile più forte di ogni angoscia umana.

L’appuntamento collettivo c’è stato, ma lungi dal trasformarsi nella somma delle ansie, delle paure di ciascuno, è divenuto la verifica della volontà di tutti. Milano, la Milano democratica e popolare, aveva già dimostrato nei giorni scorsi di saper reagire alla logica aberrante del terrorismo e della follia. Ieri si è visto che una città, sebbene sovrastata dall’enormità di una catastrofe, può trovare in se stessa, nella sua storia e nelle sue tradizioni, nell’onestà morale e politica dei suoi cittadini la capacità di andare avanti, di sopravvivere.

Chi ha messo le bombe in piazza Fontana, alla sede della Banca Commerciale, ha scelto Milano per una precisa ragione. A Milano, negli ultimi tempi, si era assistito a un rigurgito fascista culminato nella tragica farsa dei funerali dell’agente Annarumma; tutta la zona industriale che circonda la metropoli pullula di piccole e medie imprese, le più intransigenti, le più aggressive nei confronti delle rivendicazioni sindacali. A pochi chilometri dalla periferia milanese, un sindaco imprenditore, qualche settimana fa, ha imbracciato un fucile e ha sparato sugli operai. A Milano, infine, a differenza che in altre città del nord (Torino, ad esempio, dove la grande industria unidimensionale non ha consentito la creazione di una fascia terziaria) si dà per scontata l’esistenza di una piccola borghesia qualunquista, tendenzialmente favorevole a soluzioni «autoritarie» ad eversive. Su tutto questo contavano i dinamitardi e i loro mandanti. Ebbene, ieri si è potuto constatare in pieno di quanto gli attentatori abbiano sbagliato i loro calcoli. Cambi pure mestiere chi ha scritto che gli squallidi figuri impegnati nella caccia allo studente durante i funerali dell’agente ucciso, le patetiche vecchiette che al grido di Italia, Italia, incitavano al pestaggio rappresentano la Milano media, lo standard civico e intellettuale della borghesia meneghina.

Al funerali delle 14 vittime di piazza Fontana non c’era solo la Milano proletaria, la città delle fabbriche e delle banlieue; c’era anche una borghesia composta, di idee certamente diverse da quelle degli operai in tuta che aveva al suo fianco, ma tollerante, illuminista, intransigente nella condanna della barbarie di marca fascista.

Uno dei più noti giornalisti politici milanesi, Giorgio Bocca, attento conoscitore degli umori e delle idee della sua città, ha scritto ieri su II Giorno: «Hanno retto bene i sindacati, il cui invito ai lavoratori perché partecipino ai funerali deve essere raccolto da tutti, hanno retto bene gli operai che vanno a questo Natale, non dimentichiamolo, con mesi di lotte e di privazioni sulle spalle, hanno avuto un atteggiamento fermo, civile le grandi aziende e onestamente si è comportata la stampa delle grandi città industriali del Nord. Non così i giornali romani, quasi a confermare che il vero humus del fascismo italiano, i veri settori retrogradi della società oggi non sono più gli agrari della Val Padana e i monopolisti del Nord, ma la burocrazia parassitaria, i carrozzoni dei nullafacenti che saltano su ogni sciopero di chi veramente si guadagna, con il sudore e con il sangue, la pagnotta nelle fabbriche e negli uffici della produzione ».

Parole dure, probabilmente eccessive nei confronti di una capitale che, vista da qui, appare certo diversa e peggiore di quanto non sia in realtà. Ma parole che dovrebbero far riflettere una classe politica impegnata in questi giorni, a Roma, in tentativi vani quanto pericolosi di «rilanciare» soluzioni di governo incapaci di risolvere i problemi della società industriale, di un mondo che, non solo a Milano, «si guadagna la pagnotta col sudore e col sangue».

Dopo i funerali di ieri, appare chiaro che la situazione non può essere portata indietro per il criminale gesto di un terrorista. L’autunno sindacale, quanto di nuovo e di grande è stato realizzato nel Paese in questi mesi e soprattutto qui, nelle fabbriche, negli uffici, nelle università, le enormi conquiste che le classi popolari sono riuscite a ottenere con il loro sacrificio e con il loro impegno di lotta, non possono essere sepolte con le 14 vittime di piazza Fontana: né possono essere dimenticate le attese, le speranze di rinnovamento di tutta la società civile. Perché, a ben guardare, sarebbe questo il miglior modo di dar ragione all’attentatore, perché non vi è dubbio che la sua maledetta follia mirava soprattutto a uno scopo del genere. I centomila convenuti in piazza Fontana, dicendo «no» all’attentate condannandone la logica e gli obiettivi, con la loro presenza massiccia volevano dire anche questo, intendevano esprimere il lero rifiuto a ogni soluzione che, sia pure indirettamente, possa soddisfare le attese del piano criminale. La disciplina, l’ordine di cui la città ha dato prova – lo stesso che ha segnato tutto l’autunno sindacale – volevano dire anche che il Paese reale, quello che conta può fare benissimo da solo, non ha bisogno di colonnelli greci, ma neanche di illuminati e improbabili tutori della salute pubblica. E’ il messaggio di una manifestazione che non è stata (e guai se fosse stata) una manifestazione politica, ma il cui significato, i cui valore politico non può non deve sfuggire a nessuno.

 

 

1969 12 13 Paese Sera p3 – Strage di stampo fascista di Giancesare Flesca

13 ottobre 2015

1969 12 13 Paese Sera p3 - Strage di stampo fascista

Attentati Milano 2 – Sospettati «estremisti» e amici dei colonnelli greci

Strage di stampo fascista

Giancesare Flesca

 

Dal nostro inviato

MILANO, 13. – Milano si sveglia in un’alba di terrore e di angoscia. La città è ancora dilaniata, sconvolta, da quanto è accaduto ieri sera. Trema nel profondo delle sue fibre, un brivido di sgomento che accomuna tutti, il ragioniere dei centri direzionali e l’operaio della Bovisa, lo studente e il piccolo commerciante. La gente non riesce a capire, a farsi una ragione. La gente passa di fronte a Piazza Fontana, un pellegrinaggio macabro e commosso che prosegue ininterrottamente dalle sei di ieri sera e non sa spiegarsi perché. Non ha dormito, questa notte, la città. Nei palazzoni ottocenteschi del centro storico, negli agglomerati di cemento della periferia, ovunque, nel cuore vivo e palpitante della metropoli qualcuno ha vegliato. Finestre illuminate, radio accese, gruppetti che discutono animatamente. Per capire, ma soprattutto per fugare i fantasmi di una notte che è stata fra le più lunghe di questi ultimi anni, scandita dalla lugubre cantilena delle sirene, sovrastata dal ricordo dello scoppio immane di poche ore fa. Si sveglia anche per sentirsi, insieme, una città che ripudia il suo universo di individualità e si riconosce a fianco delle quattordici vittime di piazza Fontana, contro quell’ombra di morte piombata all’improvviso in un pomeriggio come gli altri.

L’alba si leva in un cielo grigio e plumbeo dove lo sgomento degli uomini si fonde con il malumore della natura. Pioviggina.

Tensione ed elettricità da tagliare col coltello, questa notte, anche se non è accaduto nulla o quasi. A piazza Fontana le auto passano lentamente lungo il percorso delimitato dalle transenne dei carabinieri. Si fermano un istante, danno un’occhiata, ripartono. L’androne della Banca Nazionale dell’Agricoltura è illuminato a giorno dai «flash» impietosi dei fotografi. La sala ovale dove fino a qualche ora fa giacevano sette dei quattordici morti (il numero delle vittime è cresciuto stamane alle sei, all’Ospedale Fatebenefratelli si è spento Gerolamo Papetti, 79 anni, uno dei 78 feriti), è presidiata da poliziotti e carabinieri in borghese. Un maggiore della PS indica il luogo esatto dell’esplosione, il buco lasciato nel pavimento dalla bomba. «Di chi può essere opera, maggiore?». L’ufficiale non risponde. Ripete soltanto, meccanicamente, che è il tempo di farla finita, che ci vorrebbe un po’ di gente come lui, decisa a mettere ordine nelle cose. E’ sconvolto. Su un bancone, ammucchiati senza ordine, i cappelli delle vittime, dei feriti. Feltri campagnoli, nessuna eleganza, destinati a difendere il capo dall’umidità penetrante della Bassa Padana: uno di essi potrebbe appartenere all’uomo (al mostro?), autore della strage, se è vera l’ipotesi secondo cui l’attentatore non avrebbe fatto in tempo a dileguarsi prima dell’esplosione della bomba (che era a miccia non ad orologeria). Niente conferma, però, che l’uomo non sia riuscito ad allontanarsi nei quaranta, cinquanta secondi di tempo garantiti dalla combustione della miccia.

Fra gli oggetti (una guida Monaci insanguinata, una sciarpa da donna, la cartel di un bambino), c’è anche un tabarro, quelli che una volta si chiamavano «mantelli a ruota». Tutto parla di un piccolo mondo contadino: in un angolo un foglietto dove si spiega come coltivare gli asparagi. Era in mano ad uno dei morti.

Fuori, inevitabili e spudorati, i fascisti. Gruppetti di sette, otto, dieci persone. Applaudono agli agenti che, fucili a tracolla, battono i piedi per il freddo nella piazza gelata. Gridano: «Italia, Italia»; qualcuno invoca il nome di Annarumma, il povero ucciso a poche centinaia di metri da qui. La gente li lascia fare. Poi verso mezzanotte e mezzo arriva un gruppo di giovani del Movimento Studentesco. I fascisti vengono ad insultarli, ne nasce un tafferuglio, la polizia interviene carica tutti sui cellulari. Qualche istante dopo, mentre il rombo dei veicoli si perde nella notte, torna la calma sulla piazza.

In questura, fino all’alba, è un via vai continuo. Gli agenti arrivano trafelati, il volto teso, segnato dalla stanchezza, trascinando giovani che «potrebbero dire qualcosa». I fermati crescono con il passare delle ore: in una grande sala, accanto ai maxi-cappotti di qualche giovane contestatore, il viso rassegnato di anarchici senza età, abituati da sempre a simili pellegrinaggi notturni. Il questore, conversando con i giornalisti, ha detto che la bomba ha precisa parentela con quella esplosa alla Fiera di Milano (nello stand della Fiat) il 25 aprile scorso, per la quale furono accusati – e poi prosciolti con formula liberatoria – alcuni anarchici. Successivamente le rivelazioni della stampa inglese dimostrarono a sufficienza che la paternità di quegli attentati era da attribuire a ben precisi gruppi neo fascisti. C’è chi dice che il dr. Guida si accinge a partire per la Svizzera: il suo viaggio potrebbe essere collegato alla voce secondo cui un emissario dei colonnelli greci avrebbe detto alcuni giorni fa ad un noto giornale elvetico, che ove la Grecia fosse stata allontanata dal Consiglio d’Europa, i paesi europei responsabili l’avrebbero pagata caramente. Vero non vero? Le ipotesi, al momento, sono tutte aperte.

Allo stato dei fatti due sono le cose certe. Chi ha agito era un professionista, un tecnico del plastico, qualcuno che ha una lunga familiarità con gli esplosivi e, soprattutto, voleva la strage. Solo così si spiega il luogo e l’ora prescelti. Il suo volto, quasi certamente, non è tra quello dei giovani spauriti che aspettano l’interrogatorio in uno stanzone freddo imbiancato a calce e si affrettano a telefonare ai loro genitori, appena possono, per rassicurarli sulla loro sorte. I poliziotti, tornando dai giri di pattugliamento, sostengono che tutto è tranquillo. Nello stesso tempo però suggeriscono di non circolare troppo, di non accrescere con la presenza e curiosa e inutile un clima teso, drammatico. Le voci più assurde si inseguono: qualcuno addirittura parla di piccoli gruppi di bancari impegnati in una «caccia al capellone». Panzane, probabilmente.

L’alba arriva presto. La città si sveglia sospesa in una emulsione di odio e di paura ancora stordita e incredula di ciò che ha appena visto. Nessuno pensa al week-end. I festoni natalizi pendono inutili e trascurati nelle vetrine dei negozi. La gente tira via senza guardarli.

Una strage assurda, criminale. Alla Banca Commerciale poteva accadere di peggio. Lo ordigno, qui, era assai più potente di quello che ha mietuto quattordici vite alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Quattordici esistenze sono state stroncate senza un perché. E, purtroppo, l’elenco potrebbe allungarsi. Enrico Pizzamiglio, il ragazzo di 12 anni al quale è stata amputata la gamba sinistra, è in condizioni disperate. I medici fanno l’impossibile. Ma il ragazzo, forse, non si salverà.