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1971 03 23 l’Unità – Milano: anarchici sotto processo. Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie. di P.L.G.

10 novembre 2015

1971 03 23 Unità p 5 INIZIO processo anarchici Milano

 

Sono sei e tutti in galera da molto tempo per accuse indiziarie

Milano: anarchici sotto processo

Ieri la prima e burrascosa udienza – Il Palazzo di Giustizia in stato d’assedio – Vivaci incidenti fra gli imputati e la Corte – Una sola delle parti lese si è costituita parte civile – «Viva la Comune di Parigi»

di P.L.G.

 

Dalla nostra redazione

Milano. 2. – II processo contro i sei giovani quasi tutti anarchici accusati di una serie di attentati in mezza Italia, è cominciato burrascosamente.

Alle 9, il Palazzo di Giustizia appare come in stato d’assedio: carabinieri dappertutto con i tascapani rigonfi. Ed ecco gli imputati entrare nella gabbia della grande aula che ospita, per l’occasione, la seconda sezione della Corte di Assise: Paolo Braschi, 26 anni, Angelo Pietro Della Savia, 21, Paolo Faccioli, 21 (entrambi con un vistoso distintivo rosso), Tito Pulsinelli, 22, Giuseppe Norscia, 25, Clara Mazzanti 24. Sembrano tutti ragazzini, ben diversi dalle fotografie, forse anche perché alcuni di loro hanno rinunciato alle barbe e ai capelli lunghi. E mentre sfilano salutando il pubblico con il pugno chiuso, vien spontaneo un primo rilievo: i presunti «terroristi di sinistra», come loro e Valpreda, sono In galera da tempo, quando addirittura non han pagato con la vita come Pinelli; ma il principe Borghese, gli assassini di Catanzaro, gli autori degli innumerevoli attentati contro le sedi e i militanti dei partiti democratici, sono uccel di bosco o girano indisturbati.

Gli imputati, comunque, indicano i loro difensori, diversi dei quali non sono gli stessi dell’istruttoria: Malagugini e Piscopo per Braschi; Salinari e Dominuco (già discusso patrono del Cavallero) per Della Savia; Ramaioli e Bardi per Faccioli; ancora Salinari e G. Spazzali per Pulsinelli; Dinelli e Fasanelli per la Mazzanti e il Norscia; Mazzola, D’Ajello e Canestrini per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega (com’era previsto, gli ultimi due, imputati a piede libero per falsa testimonianza, non compaiono ed hanno solo inviato alla Corte una lettera da alcuni definita «esplosiva»).

Il presidente dottor Curatolo fa il censimento delle parti lese, invitandole a ripresentarsi il 31 marzo prossimo; fra queste, una sola costituzione di parte civile, quella del signor Domenico Salva per conto del figlio quattordicenne Giulio, che, nell’attentato del 25 aprile “69 alla Fiera Campionaria, riportò lesioni guarite in 65 giorni. Poi il cancelliere Pappa inizia la lettura dell’interminabile capo d’imputazione.

Ed ecco il primo Incidente. Il Della Savia accende una sigaretta, i carabinieri lo invitano a spegnerla, il giovane insiste. Interviene il presidente: «Non è consentito fumare durante l’udienza! Non siamo al cinema!». Il Della Savia scatta: «E io non sono un pagliaccio!». Il presidente furioso: «Vada fuori e impari l’educazione!». L’imputato rimbecca: «Io mica imparo l’educazione borghese, impari lei quella proletaria!»; ed esce.

Conclusa la lettura delle accuse, il presidente annuncia il rinvio del processo a domani a causa dello sciopero degli avvocati; quattro patroni però, Malagugini. Canestrini, Piscopo e Spazzali, decidono di non aderire allo sciopero, a differenza degli altri colleghi. La Corte si appresta quindi ad uscire quando ecco il Della Savia, rientrato nel frattempo, balzare in piedi, spiegar una sorta di bandiera con la scritta: «Viva la Comune di Parigi!», e rivolgersi con lo stesso grido al pubblico Gli rispondono alcune voci: «Viva la Comune! giustizia proletaria! buffoni!». Poi, gli imputati scompaiono dietro la porticina posteriore e la gente sfolla.

A questo punto, sembrano opportune alcune parale chiare. Dopo due anni di galera, questi imputati si trovano di fronte a giudici non certo benevoli, con imputazioni gravi che prevedono pene altrettanto gravi (per la strage, e qui sono contestati ben dodici, episodi, si arriva allo ergastolo; per l’esplosione a scopo terroristico, e qui sono sei episodi, fino a sei anni); non basta: questi imputati sono serviti ad una manovra reazionaria culminata, come scrivevamo ieri, con la morte dell’agente Annarumma e la strage di Milano. Stando così le cose, ci sembra che sia l’interesse personale, sia quello politico dovrebbero indurre i giovani ad una difesa ferma si, ma ragionata e convincente.

1969 12 21 Paese Sera – Il giudice conferma non spiega gli «indizi» (su Feltrinelli) di Giorgio Manzini

29 ottobre 2015

1969 12 21 Paese Sera - Il giudice conferma non spiega gli indizi su Feltrinelli di Giorgio Manzini

Il giudice conferma non spiega gli «indizi»

Le dichiarazioni del consigliere istruttore Amati dopo la perquisizione nello studio dell’editore Feltrinelli e il blocco del passaporto

di Giorgio Manzini

 

Dal corrispondente

Milano, 21 – Adesso è il nome dell’editore Giangiacomo Feltrinelli sotto la luce dei riflettori: in verità, è da parecchi giorni che spunta fra le pieghe dell’inchiesta sugli attentati del 12 dicembre, ma solo ora è uscito fuori da quella sorta di penombra in cui era sempre rimasto. Certe voci, non si sa quanto interessate, lo vanno chiaramente insinuando: era Giangiacomo Feltrinelli il finanziatore di quei gruppi o gruppetti para-anarchici che avrebbero «collezionato», da qualche tempo a questa parte, tutta una serie di attentati.

L’editore, però, è stato chiamato in causa per un episodio accaduto molto prima della strage del 12 dicembre, come ha precisato ieri il consigliere istruttore, dott. Amati, il magistrato che ha ordinato il «blocco» del passaporto di Feltrinelli, autorizzando inoltre una perquisizione nel suo studio. Ma che cosa si cercava, tra l’altro, in casa dell’editore? «Un manifestino – ha risposto il dottor Amati ai giornalisti – : glielo avevo chiesto più volte a Feltrinelli, ma lui me ne ha procurati duemila di manifestini, senza però che ci fosse quello che cercavo». E perché è stato ordinato il «blocco» del passaporto? «Giangiacomo Feltrinelli – ha risposto il dott. Amati è un indiziato in merito ad un episodio accaduto nei mesi scorsi».

Ora, sarebbe questo l’indizio che ha indotto il consigliere istruttore a prendere provvedimenti nei confronti dell’editore: sul luogo di un attentato del primo aprile scorso (una bomba carta messa alla RCA), fu trovato un manifestino di impronta anarchica che il presunto attentatore, il Della Savia, ora in carcere, inviò poi a Feltrinelli e a un istituto storico di Amsterdam che raccoglie documenti e libri sulla storia del movimento operaio (è un istituto che è la «versione» olandese dell’Istituto Feltrinelli). Su questa circostanza, l’editore è stato interrogato dal magistrato il 4 dicembre scorso, ed ha poi lasciato Milano partendo per l’estero. Per quale paese? Non si sa.

La notizia della perquisizione dello studio di Feltrinelli e del «blocco» del passaporto arriva proprio nel momento in cui le indagini sulla strage di piazza Fontana sono praticamente ferme. E’ questa la domanda che ci si pone da parecchi giorni: chi sono i mandanti? Chi sono gli organizzatori? Se Valpreda e compari hanno veramente compiuto gli attentati, chi ha loro coperto le spalle?

Mentre dunque ci si chiede con insistenza di fare piena luce sul mostruoso episodio di Milano, ecco la notizia dei provvedimenti presi dal dottor Amati per Feltrinelli in merito – almeno ufficialmente – a un episodio accaduto il primo aprile scorso. Il legale dell’editore, l’avv. Mazzola, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito; si è limitato a dire di aver avuto un colloquio con il consigliere istruttore, il quale gli ha illustrato i motivi che lo hanno indotto ad autorizzare la perquisizione e a «bloccare» il passaporto dell’indiziato».

Ma quella del «blocco» del passaporto dell’editore non è stata la sola notizia che ha «movimentato» la giornata di ieri. Leonardo Claps, detto «Steve», il ventenne rilasciato venerdì sera, è stato di nuovo fermato dagli uomini della politica. Ieri, verso le 14,30, si trovava in via Brera, assieme all’amico, Pasquale Valitutti, col quale divideva l’abbaino di via Giusti 5. E’ stato avvicinato da due agenti e, preso sottobraccio, è stato condotto in questura.

Leonardo Claps era stato scarcerato per ordine del sostituto procuratore della Repubblica, dott. Paolillo, in seguito alla testimonianza di una ragazza e di un ragazzo i quali avevano affermato di aver trascorso lo intero pomeriggio del 12 assieme a «Steve».

Perché la polizia è ritornata sui suoi passi? E’ stata forse decisiva la testimonianza di un giovane somalo, Giorgio Delle Rose, di cui si è saputo solo in queste ultime ore? Questo racconta il Delle Rose: Una ragazza, con cui «filava» l’aveva accompagnato, una settimana prima della strage, all’abaino di via Giusti 5. C’era un sacco di gente, quel giorno, c’era il clima di una riunione di «cospiratori». Fra i presenti, il Claps e il Valitutti, che era del resto il padrone di casa. I discorsi che si facevano? Si parlava tranquillamente, in presenza di un «estraneo», di bombe, afferma il Delle Rose, di attentati, di «atti dimostrativi» da compiere in luoghi molto affollati come, ad esempio, i grandi magazzini. Ad un certo punto della discussione, erano poi arrivati due giovani i quali, con fare misterioso, avevano annunciato l’arrivo della «roba». Vi fu allora una reazione quasi generale, seguita da segreti conciliaboli. La riunione finì con l’impegno di ritrovarsi tutti quanti «dopo». Luogo dello appuntamento: un rifugio di Pasquale Valitutti, a Senigallia. Il Delle Rose, che fa il fattorino alla «Casa del cane» in via Spiga, afferma di avere informato la polizia di quella riunione subito dopo l’attentato di piazza Fontana. Il racconto lo fece al dottor Calabrese, lo stesso funzionario che interrogò Giuseppe Pinelli prima del suicidio.

E’ stato dunque il racconto di Delle Rose a indurre la polizia ad operare il nuovo fermo di Leonardo Claps? Verrebbe da escluderlo, visto che Pasquale Valitutti, anch’egli fermato all’inizio di questa settimana, è libero ormai da qualche giorno. L’avvocato Luca Boneschi il legale di «Steve» afferma che il nuovo fermo è avvenuto senza che ne venisse informata la Procura, che sarebbe stata quindi nettamente «saltata» dalla polizia. Che nuovi indizi hanno dunque raccolto gli uomini della «politica» per passare sopra al provvedimento di scarcerazione preso appena l’altra sera dal sostituto procuratore della Repubblica? Si dice, ma anche questa è solo una voce, che la ragazza la quale ha fornito l’alibi a «Steve» si sarebbe incontrata si con il giovane il pomeriggio del 12, ma dopo le 17, non prima.

Per ultimo il problema della competenza. Ieri è arrivato il documento con cui la Procura di Roma chiede di avocare a sé l’istruttoria sugli attentati. Ha dichiarato il procuratore aggiunto dottor Albricci: esamineremo il documento nei prossimi giorni; solo allora prenderemo una decisione. La decisione cioè di ricorrere in Cassazione o di passare gli atti alla Procura romana.

 

1971 03 22 Unità – Processo a 6 anarchici per discutibili indizi. Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

10 giugno 2015

1971 03 22 Unità Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

 

Inizia oggi il procedimento in Corte d’Assise a Milano

Processo a 6 anarchici per discutibili indizi

Sono accusati di essere responsabili di attentati in mezza Italia – Una istruttoria che è connessa a quella sulla strage di piazza Fontana e sul caso Pinelli

 

MILANO, 21 marzo – Il processo contro gli anarchici accusati degli attentati del 25 aprile ’69 a Milano, e diversi altri commessi in diverse città, avrà inizio domani alla seconda sezione della Corte di assise, sempre che lo sciopero degli avvocati non porti a un rinvio. Nella gabbia saranno sei giovani: Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia,Clara Mazzanti; a piede libero, l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, che probabilmente non compariranno.

Le accuse contro i primi sei sono gravissime: associazione a delinquere, furto e detenzione di esplosivi, fabbricazione di ordigni, strage (dodici episodi), esplosioni a scopo terroristico (sei episodi), lesioni volontarie aggravate ai danni di due persone. L’evidente sproporzione fra il numero delle vittime e le accuse di strage, derivano dal fatto che per il nostro codice, quel reato è «di pericolo» e si concreta quindi nel momento stesso in cui viene deposto l’ordigno che possa determinare una strage, indipendentemente dalle conseguenze concrete.

Gli attentati furono commessi a Milano, Genova, Torino, Livorno, Pisa e Padova fra l’aprile ’68 e l’aprile ’69. Ai Feltrinelli infine si addebita di ave testimoniato il falso, fornendo un alibi al Della Savia e al Faccioli.

Impossibile qui riassumere la ricostruzione dei fatti e la motivazione delle accuse che occupano ben 97 pagine fittamente dattiloscritte della sentenza istruttoria. Per il giudice, comunque, le prove sono fornite principalmente dalle contraddizioni e dalle reciproche chiamate di correo degli imputati; dalle accuse di una «supertestimone», Rosemma Zublena, già amica del Braschi; dalla qualità degli esplosivi e dai particolari di fabbricazione degli ordigni che sarebbero gli stessi nei vari attentati; dall’identità delle scritture nei volantini lasciati sui luoghi delle esplosioni e nella corrispondenza degli imputati; infine dall’amicizia e affinità ideologica tra questi ultimi. Il che fa prevedere un processo largamente indiziario.

Ma occorre soprattutto ricordare che l’istruttoria, quanto mai discussa, costituì, per così dire, la premessa alle successive istruttorie sugli attentati del dicembre ’69 e sul caso Pinelli. Fra i personaggi infatti, troviamo lo stesso magistrato istruttore, dottor Antonio Amati che, appena avuta notizia dell’eccidio di piazza Fontana, telefonò alla polizia per indirizzarla sulla traccia degli anarchici; Pietro Valpreda, il cui nome emerse appunto dall’istruttoria sugli attentati del 25 aprile, e che venne quindi arrestato proprio sull’uscio del giudice Amati, quale maggiore indiziato della strage di Milano; i commissari Calabresi e Allegra, protagonisti di tutte le indagini; Nino Sottosanti detto «il fascista», dapprima testimone a favore di Pulsinelli, poi coinvolto negli accertamenti su piazza Fontana, ed ora testimone (dovrà essere sentito martedì prossimo) al processo Calabresi- Lotta continua, sulla morte di Pinelli; infine gli stessi anarchici oggi imputati, e che sono stati ugualmente richiesti come testimoni dai difensori di Lotta continua.

Come si vede, è un fittissimo quanto oscuro intreccio che potrebbe avere una radice comune; tanto più se si pensa che dagli arresti degli anarchici prese il via la campagna reazionaria contro l’autunno sindacale, culminata poi nella morte dell’agente Annarumma (tuttora avvolta nel mistero perchè il preannunciato deposito della richiesta di archiviazione non ha avuto luogo) e nella strage di piazza Fontana (per la quale si attende ancora il processo a Valpreda).

Il dibattimento, che inizierà domani, sarà quindi utile se consentirà all’opinione pubblica di cominciare a veder chiaro in quegli episodi che tanto servirono alla famigerata tesi degli «opposti estremismi»; oltre che naturalmente per stabilire le vere responsabilità degli imputati, in galera ormai da due anni. Certo non sarà facile, anche perché – vedi caso – il presidente della seconda sezione della Corte di assise, dottor Paolo Curatolo e il giudice a latere dottor Roberto Danzi, sono gli stessi che lo scorso anno condannarono il giornalista Piergiorgio Bellocchio. (Già, perché la prima sezione della Corte di assise, da quando assolse un antimilitarista, non riceve più processi politici; una protesta dei suoi giudici contro la polizia che aveva preteso di conoscere i loro nomi, cognomi e indirizzi, è stata lasciata cadere dal Consiglio superiore della magistratura; e l’antimilitarista è stato condannato in appello).

Pubblico ministero sarà il dottor Antonino Scopelliti, lo stesso che ignorò le torture dei carabinieri di Bergamo, e che ora dovrebbe condurre anche la grossa istruttoria sull’inquinamento delle acque (come potrà fare tutto, è un altro mistero della procura milanese).

 

 

1972 04 29 Umanità Nova – Chi manovra la provocazione?

20 Mag 2015

1972 04 29 Umanità Nova - Chi manovra la provocazione

 

E’ accertato che dal carcere Ventura riuscì a stabilire e mantenere contatti con un importante e misterioso personaggio proveniente da Roma, che si era installato a Treviso per seguire sul posto gli sviluppi della vicenda. Si sa che questo personaggio, nel mese di febbraio, ebbe clandestinamente da Ventura un messaggio con il quale il nazifascista arrestato sollecitava ai camerati una azione diversiva che ostacolasse o fuorviasse l’inchiesta che stava dilatandosi fino a coinvolgere Rauti per la strage di Stato.

Dopo circa un mese scatta la montatura nella quale Feltrinelli ha trovato la morte e gli inquirenti hanno scoperto una serie interminabile di indizi falsi preparati per far spostare verso «sinistra» la ricerca dei responsabili degli attentati del 1969.

Forse non si riuscirà mai a ricostruire con esattezza l’ambiente composito e, per certi versi, torbido in cui Feltrinelli era incappato; si hanno finora però alcuni dati certi, più che sufficienti per affermare che Feltrinelli è stato vittima di una macchinazione preparata con cura da agenti di servizi segreti e da provocatori fascisti.

Non è possibile – data la personalità di Feltrinelli, la sua irrequietezza, i rapporti internazionali che notoriamente aveva i grossi interessi politici ed economici legati alla sua attività – che la polizia italiana, il SID la CIA ed un certo numero di «infiltrati» fascisti avessero abbandonato la preziosa preda che per tutti egli rappresentava.

Non dimentichiamo che subito dopo le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ed ancor più sfacciatamente dopo quelle del 12 dicembre ’69, la polizia e certi magistrati tentarono con accanimento di legare il nome ed i soldi di Feltrinelli ai presunsi esecutori della strage. Del resto ancora oggi sono in servizio poliziotti e magistrati che non riescono a celare il proposito di dare credibilità a quelle tesi e pertanto sono alla caccia di un qualche sia pure indiretto collegamento tra Feltrinelli e gli attuali indiziati per la strage.

Indubbiamente intorno a Feltrinelli, intorno ai suoi progetti più o meno teorici di azione politica per sventare il «colpo di Stato fascista», ed intorno alle centinaia di milioni ed a qualche cospicuo pacchetto azionario di cui disponeva personalmente, gravitano un numero imprecisabile di individui, molti dei quali in perfetta buona fede, ma alcuni sicuramente spinti da precisi scopi spionistici e provocatori. Lo stesso intricato sviluppo che polizia e fascisti aveva predisposto intorno e dentro al gruppo «22 marzo».

Se un collegamento, infatti, è ravvisabile tra quanti stanno dietro la montatura del caso Feltrinelli e coloro che ordirono le trame per gli attentati del 12 dicembre, questo collegamento è possibile trovarlo tra quei personaggi politicamente camuffati che da anni andiamo indicando come agenti specializzati nell’infiltrazioni per ordire provocazioni a sinistra, tutti provenienti dalla centrale che fa capo ai Delle Chiaie, Di Luia, Chiesa ecc.

Sembra che sia Saba che Viel, i due arrestati a Milano nella casa di via Subiaco, inspiegabilmente zeppa di materiale compromettente, abbiano avuto contatti frequenti con questa centrale, che avessero avuto rapporti con elementi fascisti tra cui Nino Sottosanti e Diego Vandelli. Ciò non significa, sia chiaro, che Saba e Viel e quanti altri come Lazagna e Fioroni appaiono come indiziati nel caso, siano autori o complici della provocazione che ha causato la morte di Feltrinelli; tutti costoro, per il semplice fatto di essere apparsi subito schiacciati da un cumulo incredibile di indizi e di prove plateali, dovrebbero essere niente di più che le vittime predestinate dell’oscura vicenda.

Può sembrare impolitico ed a qualcuno persino auto lesivo il dover ammettere che la delinquenziale infiltrazione fascista, dopo essere riuscita a far incriminare degli anarchici per le bombe del 25 aprile e per quelle del 12 dicembre, sia riuscita, nello svolgimento dello stesso disegno del colpo di Stato, a realizzare altre provocazioni coinvolgendo elementi e gruppi di sinistra. Ma i fatti purtroppo evidenziano con sempre maggiore chiarezza una realtà che non possiamo rifiutare.

Il gruppo «22 ottobre» è stato manovrato e sfruttato da provocatori fascisti come Diego Vandelli. Nell’appartamento di via Subiaco, insieme al Saba, che si professa amico e compagno di Feltrinelli, è stato arrestato Viel, che è amico di Vandelli e legato a noti ambienti fascisti ai quali era legato Nino Sottosanti.

Del resto se la strategia dell’infiltrazione e della provocazione fascista è stata elaborata ad alto livello per essere applicata su vasta scala, se la strage del 12 dicembre ’69 doveva avere un seguito e degli sbocchi operativi nel quadro del colpo di stato fascista, è anche logico che nessun settore della sinistra, così come nessun settore dell’apparato statale, sia stato trascurato. Non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà delle provocazioni a catena, sempre più pesanti, vaste e spregiudicate di cui è vittima l’estrema sinistra. Noi anarchici, con le montature per gli attentati del 25 aprile e del 12 dicembre ’69 siamo stati i primi ad essere colpiti dalle prove prefabbricate dai fascisti e denunciammo la nuova strategia reazionaria ed il pericolo che essa rappresentava per tutta la sinistra. Oggi è evidente che non si è tenuto sufficientemente conto di quelle drammatiche esperienze, che non c’è stata una adeguata vigilanza rivoluzionaria, per cui altri raggruppamenti sono caduti infantilmente negli stessi errori, si sono aperti alle manovre provocatorie dei pretoriani di Rauti, di Almirante, dei colonnelli greci e delle centrali reazionarie del potere.

E’ estremamente illuminante su questa situazione ma anche gravemente indicativo della leggerezza irresponsabile con cui certi gruppi si muovono, che dopo gli incidenti dell’11 marzo a Milano e la vicenda che ha portato alla morte di Feltrinelli, uno dei dirigenti responsabili di «Potere Operaio», Giorgio Marroni, abbia con disinvoltura dichiarato: «Almeno un decimo degli iscritti al nostro e ad altri gruppi sono guardie di PS. carabinieri, agenti del SID. Molti altri sono spie e provocatori alle dipendenze dei fascisti».

Così è possibile capire come sia stato sfacciatamente facile per poliziotti e magistrati seguire le preordinate piste che dovevano portarli a scoprire i predestinati indiziati. Dal ritrovamento del pulmino a quello della «124», dalla individuazione di Fioroni e Saba, fino al ridicolo arresto di Castagnino, la cui presunta responsabilità era stata «soffiata» alla magistratura con una denuncia anonima più di una settimana prima che si scoprisse la lettera di Feltrinelli a «Saetta», tutto precostituito.

Forse non si riuscirà mai a trovare il capo della matassa, perchè ciò porterebbe all’incriminazione di gente che per il ruolo che ricopre negli apparati di potere non può essere toccata. Ma per noi è fuori di dubbio che dietro varie etichette di sinistra come il «22 marzo», il «22 ottobre», GAP, e le fantomatiche Brigate Rosse abbiamo agito ed agiscano, con l’evidente scopo di promuovere misure repressive contro la sinistra, agenti provocatori fascisti e di Stato.

1972 04 1 Umanità Nova – Nuovo attacco contro il movimento rivoluzionario

18 Mag 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Nuovo attacco contro il movimento rivoluzionario

 

La provocazione e la montatura poliziesca, gestite da forze centriste ed autoritarie, che in questi giorni colpiscono il movimento rivoluzionario, rappresentano per ampiezza e per complessità un pericolo superiore alla stessa manovra repressiva che aveva avuto il suo apice nella strage di Stato.

Se il 12 dicembre si voleva colpire la sinistra italiana attraverso un piccolo gruppo come il «22 marzo», isolato e non direttamente collegabile alla realtà del movimento, oggi si usa come capro espiatorio una organizzazione di ampiezza nazionale e politicamente rappresentativa, dalla quale poter poi facilmente risalire, in un crescendo repressivo, a tutta la sinistra rivoluzionaria. Ma il disegno complessivo non è solo questo: si vuole anche dimostrare la collusione tra estremismo di sinistra ed estremismo di destra, colpendo tutte quelle forze che ancora contrastano, per le loro posizioni «reazionarie o rivoluzionarie» lo sviluppo della socialdemocrazia italiana; si tenta di accreditare un Rauti mandante ed un Valpreda esecutore; un Feltrinelli, Ventura, Ordine Nuovo e sinistra extraparlamentare uniti in un «unico disegno eversivo contro la democrazia».

E’ compito del movimento rivoluzionario opporsi alla repressione e smascherare questa manovra sul nascere, battere le linee avventuriste e spontaneiste che, in questo momento, aiutano la manovra del sistema, e non chiudersi in sterili settarismi che, dividendo quelle poche forze che unite possono ancora arginare la repressione, favorirebbero il sistema nella sua tattica del «divide et impera».

Però, le false unità, anche quando sono fondate su dei momenti puramente tattici come quello antirepressivo, e quando non si basano su di un minimo di comune visione politica, sono un suicidio al pari del settarismo. Alcune cose vanno perciò dette, e molto chiaramente, su quei gruppi ed organizzazioni che per il loro avventurismo, e forse per la presenza al loro interno di agenti provocatori, sono stati di fatto usati dal potere per creare la situazione repressiva e poi come capri espiatori per potere da questi risalire a tutta la sinistra.

E’ molto significativo, anche perchè, essendo stato pubblicato prima dell’assassinio di Feltrinelli, non può essere definito «il senno del poi» andare a rivedere quanto dicevamo su Umanità Nova.

In un articolo si diceva: «La strategia repressiva del sistema si articola fondamentalmente in due momenti: prima, sfruttando le linee avventuriste presenti nel movimento rivoluzionario, tende ad isolare le avanguardie dal popolo e le spinge in azioni del tutto slegate dalla realtà del movimento operaio, opera poi la repressione vera e propria su queste avanguardie che, persi i contatti con la massa, sono facilmente eliminabili» e «è soprattutto il momento di rifiutare facili avventurismi e azioni senza una reale rispondenza (vedi brigate rosse) che, oggettivamente provocatorie, ci isolano di fatto in un momento tanto delicato».

E sui fatti dell’11 marzo a Milano: «L’incapacità di trovare sbocchi operativi concreti si sta risolvendo giorno dopo giorno nella ricerca della notizia spettacolare, del fatto eclatante, per poter far credere di essere una forza inserita nella realtà mentre è riconferma di impotenza. Il vicolo cieco nel quale si stanno cacciando i gruppi della sinistra extraparlamentare non fa che favorire il PCI ed i sindacati e con loro tutto l’apparato del potere».

E’ dunque in atto, accuratamente preparata da qualche mese, ed oggettivamente favorita dagli errori tattici e strategici di alcuni gruppi, una manovra autoritaria e centrista che, in nome della difesa democratica, si prepara a condurre una campagna repressiva senza precedenti.

Dopo le precise accuse che la sinistra rivoluzionaria ha rivolto ai fascisti, alla polizia, alla magistratura sul ruolo da questi giocato negli attentati del ’69, l’opinione pubblica aveva individuato i veri attentatori ed i loro complici; la magistratura e tutta la giustizia borghese erano in crisi, gli accusatori diventavano gli accusati; il riaffermarsi all’interno del capitale della linea socialdemocratica rendeva di nuovo attuale l’eliminazione di tutte quelle forze non perfettamente integrate nell’apparato statale.

A questo punto il potere, costretto sulla difensiva e fedele alla ragion di Stato, decideva di scaricare i suoi servi fascisti (ormai inutili e fin troppo sputtanati) e di sacrificare Cudillo ed Occorsio alla verginità ed alla imparzialità della magistratura. Ci si liberava così di certe frange di destra, ormai bruciate, e si ridava credibilità ad una magistratura che «colpisce imparzialmente a destra ed a sinistra».

Ma rimaneva Valpreda, che non poteva a questo punto essere considerato vittima di una macchinazione e rimaneva soprattutto la necessità di colpire a sinistra quelle forze che compromettevano la pace sociale. Se Rauti e il terrorismo fascista non erano più difendibili andavano abbandonati, ma non per questo gli anarchici dovevano essere scagionati, anzi quale migliore occasione per cercare di accomunare destra e sinistra in un unico complotto contro la democrazia e nel disegnare gli estremismi come conviventi?

Si prepara una montatura in grande stile, infilando agenti provocatori e spie in ogni possibile luogo, unendo fili e creando collegamenti al limite della fantapolitica; 22 marzo, 22 ottobre, GAP, Potere Operaio, Freda, Ventura, Rauti, Feltrinelli, Ordine Nuovo e avvocati del Soccorso Rosso entrano ed escono come tante marionette in un teatrino, i cui fili sono nelle mani ben nascoste dei servizi segreti.

Per fare il punto su tutta la situazione ci vorrebbe un libro, ma alcuni dati essenziali ci sono e vanno puntualizzati:

1 ) Non si tenti di far passare Rauti come mandante e Valpreda come esecutore degli attentati del 12 dicembre. I fascisti hanno organizzato ed eseguito tutti gli attentati del ’69 da quelli del 25 aprile a quelli sui treni e alla Banca dell’Agricoltura.

2) Feltrinelli è stato assassinato. Lo scopo è quello di montare una campagna repressiva contro la sinistra e accreditare con dei fantomatici legami tra Feltrinelli e la destra la tesi degli estremismi conviventi.

3) Il tentativo di far passare Potere Operaio per una organizzazione terrorista ed un pericolo nazionale, per poter risalire da questo gruppo a tutta la sinistra rivoluzionaria. Potere Operaio è, a nostro avviso, su delle basi avventuriste che facilitano oggettivamente provocazioni di questo tipo, ma una cosa è la violenza di piazza, sulla quale non possiamo condividere con questo gruppo i temi e l’impiego che ne fanno, ed altra cosa è il terrorismo dinamitardo usato dalla destra.

4) Politica, magistratura e servizi segreti, come nel ’69, sono gli organizzatori di questa sporca manovra.

Non è un caso che tutti i peggiori individui della questura milanese, da Allegra all’assassino Calabresi siano tra coloro che si occupano delle indagini. In questa situazione è nostro compito intensificare la vigilanza rivoluzionaria contro ogni possibile provocazione e avventurismo, dibattere sull’attuale situazione anche al di fuori del movimento anarchico, e sopratutto intensificare l’opera di controinformazione tra le masse popolari.

Crediamo che i compagni si rendano conto della gravità del momento e sappiano rendere pratiche ed operanti parole d’ordine quali vigilanza rivoluzionaria e controinformazione di massa.

 

1972 04 1 Umanità Nova – Contro una certa magistratura. di Roberto Mander

17 Mag 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Contro una certa magistratura di Roberto Mander

 

Compagni dei gruppi anarchici bolognesi riuniti nella sede del Circolo «C. Cafiero» fanno proprie le seguenti dichiarazioni del compagno Roberto Mander:

Alla incriminazione del gruppo fascista di Rauti, Freda e Ventura per la criminale serie di attentati del 1969 culminata nella strage di Piazza Fontana, lo Stato ha risposto, approfittando dello assassinio di Feltrinelli e con una mastodontica montatura poliziesca per tentare nuovamente di mettere sotto accusa tutta la sinistra extra-parlamentare e togliere ogni spazio politico.

La monovra elettorale della D.C. è fin troppo evidente:

1) Dapprima, tramite Andreotti, ordina la sospensione del processo contro Gargamelli, Valpreda e Borghese. Lo Stato si rende conto che non c’è un tribunale in grado di contenere le accuse che gli imputati e la loro difesa muovono a ben individuati gruppi di potere come responsabili diretti per gli attentati del 12 dicembre del ’69 e, in periodo elettorale, tali provate accuse avrebbero dato fastidio a chi tanto parla di «ordine pubblico» e di dilagante criminalità.

2) Quando poi si rende conto che l’incriminazione dei fascisti, ad opera del giudice Stiz, per la strage di Milano è questione di giorni, provoca gli scontri di Milano prima, poi uccide (tramite chi?) Feltrinelli con tutta quella messa in scena che sappiamo, per rilanciare, così, la teoria tanto cara a Saragat e a certa stampa sedicente libera sugli opposti estremismi.

Dopo ventotto mesi la verità sulla strage di Milano comincia ad essere riconosciuta ufficialmente, ma dobbiamo lo stesso fare attenzione a come il potere tenterà di rigirare questi dati obiettivamente certi. Fino ad oggi Freda, Rauti e Ventura sono indicati come gli ideatori, organizzatori e finanziatori per le bombe del 12 dicembre ’69: mancano ancora i nomi degli esecutori materiali che pure già da tempo sono stati identificati dalla Controinformazione. Esiste anche il pericolo che la Magistratura milanese insista con la formula degli opposti estremismi ed indichi come esecutori degli attentati i compagni Gargamelli, Valpreda e Borghese abbracciando così la tesi di Cudillo e del P.M. Occorsio (che pure definì, a termine di un breve interrogatorio, Ventura come «un galantuomo calunniato»).

Oggi, come due anni fa, affermiamo che la violenza delle bombe e degli attentati è soltanto fascista ed è propria di un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Denunciamo alla opinione pubblica l’operato dei magistrati Amati, Cudillo e Occorsio che accusiamo di aver sequestrato e trattenuto in carcere, per mesi, oltre il sottoscritto, i compagni Braschi, Della Savia, Faccioli, Pulsinelli, Valpreda, Borghese, Bagnoli e Gargamelli perché è stato tramite loro che le indagini ufficiali hanno seguito una sola pista, già precostituita, contro gli anarchici innocenti; e di concorso in strage per avere con il loro operato assicurato l’immunità a ben note figure dell’estrema destra.

7 maggio 2012 Trentino – Corriere delle Alpi Paolo Faccioli «Quando Calabresi mi accusava di strage» di Paolo Morando

14 luglio 2014

TRENTO

Ha 19 anni, quando lo arrestano a Pisa il 27 aprile del 1969. L’accusa gli viene formalizzata solo nei giorni successivi a Milano, durante gli interrogatori della polizia. Ed è pesante: far parte di un’organizzazione terroristica responsabile di decine di attentati, in pratica tutti quelli che allora si registrano da mesi un po’ in tutta Italia. Una sequenza di botti che culmina proprio nel capoluogo lombardo il 25 aprile del ’69: una data che già avrebbe dovuto suscitare negli inquirenti qualche dubbio sulla matrice anarchica degli ordigni. Perché lui, il giovane bolzanino, è appunto un anarchico. Le bombe milanesi esplodono nel giorno del 24° anniversario della Liberazione: la prima alla Fiera campionaria, il pomeriggio al padiglione della Fiat, la seconda alla Stazione centrale, la sera all’Ufficio cambi. Totale: una ventina di feriti lievi. Con il bolzanino vengono fermati altri anarchici, una quindicina: quasi tutti subito rilasciati, tranne Paolo Braschi, Angelo Piero Della Savia e Tito Pulsinelli, poco più che ventenni. Qualche anno in più lo hanno invece l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileone (traduttrice di Bakunin), indicati come i leader del gruppetto ma poi prosciolti in istruttoria. Finiranno tutti a processo quasi due anni dopo, con l’accusa di strage (per il codice penale il reato è infatti tale anche senza morti) assieme a due giovani comunisti, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti: «Era una coppietta toscana emigrata a Milano, il loro unico torto era l’amicizia con Braschi…», ricorda oggi, che di anni ne ha 63. E tutti alla fine assolti, almeno per le bombe milanesi del 25 aprile.
Rievocare oggi quella vicenda significa raccontare dove affonda le radici un bel pezzo di storia d’Italia. Pochi mesi più tardi, il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana apre un libro a cui manca ancora il finale: quello dell’elenco dei colpevoli. Tre giorni dopo l’attentato, la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, caduto (suicida? spinto? malore attivo?) da una finestra del quarto piano della Questura di Milano, dove si trovava da oltre 72 ore in violazione delle norme sullo stato di fermo. E ancora l’incriminazione di un altro anarchico, Pietro Valpreda. Altri tre anni e, nel maggio ’72, l’assassinio di chi stava interrogando Pinelli, il commissario Luigi Calabresi: tre anni in cui il funzionario finisce nel tritacarne della campagna stampa di Lotta Continua. Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda, strage di Stato e giustizia negata: anche da qui, hanno raccontato tanti brigatisti, prese le mosse il terrorismo di sinistra. Un salto all’estate dell’88 ed ecco l’arresto del leader di Lc Adriano Sofri, di Giorgio Pietrostefani e di Ovidio Bompressi, accusati dall’ex compagno Antonio Marino della morte di Calabresi. Poi un processo dall’iter sterminato, un unicum nella storia giudiziaria italiana, conclusosi con condanne definitive. E un dibattito che continua.
Nel corso degli anni, a prescindere dalle sentenze, il profilo di Calabresi è stato “riabilitato”: chi ha visto il recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage” (vedi in alto) ne è testimone. Ma Calabresi se lo ricorda bene anche il nostro bolzanino: tanti anni fa lo aveva di fronte negli interrogatori. E assieme al commissario, i suoi questurini: gli stessi che, quella maledetta notte del 15 dicembre 1969, erano nella stanza assieme a Pinelli.
Un primo contatto via mail sortisce questa risposta: «Vivo la santificazione in atto del commissario Calabresi come una delle tante quotidiane molestie di cui farsi una ragione, e siccome ognuno di noi ha ombre e luci, non mi sento di collocare Calabresi solo in una zona d’ombra (se non per quello che riguarda me personalmente), mi rode un po’ il fatto che la sua figura pubblica non sembri ormai più contenere parti d’ombra».
Raccontata a Bolzano durante una lunga notte, e al netto di tantissimi particolari sui quali lo spazio non consente di dilungarsi, l’ombra cui fa riferimento è quella dei maltrattamenti subiti durante gli interrogatori. Che fruttano ampie confessioni. Poi tutte ritrattate. Perché? Da un verbale reso in istruttoria: «Per tre giorni in Questura sono rimasto senza dormire e mi veniva imposto di stare in piedi quando le mie risposte non corrispondevano alla volontà degli agenti. Essi non hanno mai cessato un minuto di interrogarmi e per questo si davano il cambio. Solo al terzo giorno mi è stato concesso di mangiare.(…) Ma quello che più ha influito nel farmi firmare i verbali scritti dalla polizia sono state le percosse e le minacce. Sono stato schiaffeggiato, colpito alla nuca, preso a pugni, mi venivano tirati i capelli e torti i nervi del collo. (…) Quanto alle minacce, consistevano nel terrorizzarmi annunciandomi, codice alla mano, a quanti anni di carcere avrei potuto essere condannato, cioè fino a vent’anni. Tali minacce mi furono ripetute in carcere dal dottor Calabresi». Sottolinea oggi, l’anarchico bolzanino («perché mi considero ancora tale: è una visione della vita»), che né allora né mai venne denunciato per diffamazione. Ma visto che non si sa mai, pur fornendo molti dettagli («Calabresi mi ripeteva “tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà”»), sul suo rapporto con il commissario rimanda al verbale citato. A suo tempo pubblicato anche nel celebre volume di controinformazione a più mani “La strage di Stato”. E aggiunge, 43 anni dopo: «Mi dicevano “sei nelle nostre mani e nessuno lo sa, possiamo farti ciò che vogliamo”: se ti senti dire queste cose a 19 anni, e sei lì impotente con l’imputazione di strage… Non erano spacconate, ma una tecnica per terrorizzare». E basta pensare al G8 del 2001, a Bolzaneto, per cancellare di colpo quasi mezzo secolo. Tutto accadeva prima di piazza Fontana. Prima di Pinelli, prima di Valpreda. E tutto, oggi, si può leggere così: contro gli anarchici, a senso unico, la Questura di Milano indaga ancora prima di piazza Fontana.
Benché pure il nostro protagonista ci metta del suo: nel ’68, l’anno della sua maturità, con altri due giovani colloca una bomba carta dimostrativa in ucan confessionale del Duomo di Bolzano, in occasione di una visita dell’allora ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Nessun ferito, è poco più di un petardo: processato per direttissima, se la cava con 20 giorni con la condizionale e 15 mila lire di ammenda. Pena e reato poi cancellati dall’amnistia del ’70. Ma a Milano la preda è più grossa di lui. Il coinvolgimento dei Corradini porta infatti a Giangiacomo Feltrinelli, loro amico, che morirà nel marzo del ’72 in circostanze pure controverse, ai piedi di un traliccio a Segrate: che forse voleva far saltare, ai piedi del quale forse portato da altri, camuffando il tutto per far pensare a un attentato. Anche lui è tra gli imputati per il 25 aprile, con il roveretano Sandro Canestrini a difenderlo con successo dall’accusa di falsa testimonianza: l’editore dichiara infatti di aver trascorso quella serata con gli anarchici accusati. Lo conferma oggi lo stesso bolzanino: «Sì, stavo a cena con lui: era appena la seconda volta che lo vedevo…». Il 28 maggio ’71 tutti assolti, ma solo per le bombe alla Fiera e alla Stazione: per alcune altre invece 8 anni a Della Savia, quasi 7 a Braschi, 3 e mezzo al nostro, a quest’ultimo per detenzione di esplosivo e per aver scritto un volantino di rivendicazione. Ricorreranno in tutti i gradi, dicendosi innocenti, ma ottenendo solo sconti (ampi) di pena.
Per la giustizia i colpevoli delle bombe milanesi del 25 aprile sono gli estremisti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili di 17 attentati fra il 15 aprile e il 9 agosto ’69. Cassazione, 27 gennaio 1987: è la sentenza definitiva di condanna. Ma a che prezzo: è la stessa che li assolve per la strage di piazza Fontana.

2013 dicembre A Rivista anarchica Ancora bufale su piazza Fontana. Quando la smetteranno? Enrico Maltini

18 dicembre 2013

Aveva iniziato Paolo Cucchiarelli con Il segreto di piazza Fontana (Ponte alla Grazie, 2009), un testo infarcito di invenzioni su Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Un ponderoso volume (700 pagine) costruito su una serie di falsità, con infiltrati fascisti (Mauro Meli) nel Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa mai esistiti, con presunti stragisti (Claudio Orsi) che il 12 dicembre 1969 si trovavano a centinaia di chilometri da Milano, per finire con l’accusa all’attuale direttore di “A” Rivista anarchica di essere l’anarchico (in realtà mai esistito) che non avrebbe allora confermato l’alibi di Pinelli. Accusa che gli costò una ritrattazione a pagamento sul Corriere della sera e su La Stampa.

Nella richiesta di archiviazione inoltrata al gip, nel maggio 2012 dai pm di Milano, e accolta nell’ottobre scorso, circa l’ultimo stralcio di indagini sulla strage di piazza Fontana, le tesi di Cucchiarelli relative all’esistenza di una “doppia bomba” e al coinvolgimento di Valpreda e Pinelli sono state definite di “assoluta inverosimiglianza”, così come “le dichiarazioni della fonte anonima in questione, utilizzate dal giornalista, palesemente prive di fondamento”. Non è dunque mai esistito il fantomatico mister X citato dallo stesso autore come fonte delle proprie “scoperte”.

L’ossessione del doppio

Nello stesso solco Stefania Limiti che ha invece teso, con alcune sue pubblicazioni, a rivisitare la storia di questo secondo dopoguerra producendosi in evidenti forzature della realtà. Illuminante l’introduzione de Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK (Nutrimenti, 2012), con postfazione del solito Cucchiarelli, in cui si ipotizza che lo “schema operativo” approntato per assassinare nel 1963 il presidente americano sia stato utilizzato anche per la strage di piazza Fontana, con Valpreda al posto di Lee Oswald, mero burattino nelle mani di fascisti e servizi segreti (la stessa tesi de Il segreto di piazza Fontana). Emerge in questi due autori un’autentica ossessione per il “doppio” (le doppie bombe, le doppie identità), per cui tutti i protagonisti, loro malgrado, si palesano unicamente come marionette nelle mani degli apparati o dell’estrema destra. E non solo, siccome l’appetito vien mangiando, dal “doppio” si passa ora al “quadruplo”. A quando il raddoppio?

Il mutante

È infatti la volta de L’infiltrato di Egidio Ceccato (Ponte alle Grazie, pp. 324, € 14,00, introduzione di Paolo Cucchiarelli), di genere fantastico, se non avesse la pretesa di considerarsi un lavoro storico. Il libro è infarcito di frasi del tipo: “Un elemento cardine di questa strategia è l’infiltrazione…”; “…a un certo punto l’anello anarchico si agganciò a quello dei gruppi marxisti-leninisti e nazimaoisti e ambedue finirono manovrati da menti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale….”; “…l’Andreola metteva a segno la sua infiltrazione…nel gruppo rivoluzionario di Feltrinelli e in quello anarchico….”; “…Chittaro Giuseppe aveva nel corso del 1969 infiltrato i circoli anarchici milanesi…”; “ …viene infiltrato tra i gruppuscoli anarchici e dell’estrema sinistra…”; “E lo stesso Feltrinelli fu un ingenuo strumento nelle mani dei servizi e della destra, che lo fecero saltare letteralmente in aria mettendo in mano all’editore-bombarolo dei timer difettosi preparati appunto da quel Gunter che si era conquistato la fiducia tanto incondizionata quanto malriposta dell’imprenditore…” E via di questo passo, tra anarcomarx-lenin-nazimaoisti (???), infiltrati, traditori e vittime ignare.

La storia narrata, incentrata sulla figura di un diabolico pluri-infiltrato di nome Berardino Andreola, è completamente campata in aria, come dimostriamo in queste brevi note. Avremmo potuto anche lasciar perdere, ma non possiamo accettare la presunzione – non solo di Ceccato – di poter tranquillamente affermare, senza prova alcuna, che gli anarchici sono perennemente preda di infiltrati e manipolatori, in balia di ogni burattinaio di passaggio e che così fu anche a Milano al tempo della strage di piazza Fontana.

L’infiltrato sarebbe tale Berardino Andreola, già coinvolto nel 1975 nel fallito sequestro in Sicilia dell’ex senatore democristiano Graziano Verzotto. Un delinquente comune, figlio di un maresciallo dell’Ovra e lui stesso fascista, più volte condannato per truffa, traffico d’armi e altri reati comuni, ma dipinto da Ceccato come abile spia di un oscuro servizio tedesco. Ebbene, ai tempi di piazza Fontana e negli anni seguenti, questa stessa persona si sarebbe “trasformata”, a fini di provocazione, assumendo nel tempo le generalità di ben altri quattro personaggi, variamente infiltrandosi tra gli anarchici e non solo.

I personaggi via via interpretati, realmente esistiti, sono: un confidente di Allegra e Calabresi di nome Giuseppe Chittaro Job, poi un tale Giuliano De Fonseca, in seguito tale Umberto Rai e infine un uomo chiamato Gunther. Tutti costoro sarebbero la stessa persona, ovvero l’Andreola. Fin qui si potrebbe trattare di fantasie innocue, di cui il Ceccatosi assume la responsabilità.

Ma l’autore dà anche per certo che il Chittaro si sarebbe davvero infiltrato fra gli anarchici, insistendo sui: “…contatti di Chittaro/Andreola con gli anarchici milanesi…” (ma quando mai?). Ma non solo, perché lo stesso Andreola sarebbe poi entrato in relazione, questa volta con il nome di Umberto Rai, ancora con “noti anarchici” e con Giangiacomo Feltrinelli, ed è con il nome di Gunther, sotto il traliccio di Segrate nel 1972, che l’Andreola/Gunther ne avrebbe volontariamente causato la morte, grazie alla manipolazione del timer che l’editore stava maneggiando. Il tutto senza fornire il minimo riscontro o una prova. Sarebbe invero stata sufficiente qualche verifica per evitare figuracce e rendersi conto che si tratta di persone del tutto diverse tra loro. Una verifica sull’età ci dice che Andreola nacque a Roma nel 1928; Chittaro, come da rapporti di polizia e da certificato anagrafico di nascita, a Udine nel 1940; Rai nasce a Milano nel 1923, come da documentazione della questura di Milano e dal mandato di fermo del 15 dicembre 1969, mentre il Gunther risulta nato fra il 1927 e il 1931. Quanto alle morti, si sa di Andreola nel 1983, a 55 anni e di Gunther nel 1977.

Da altre verifiche si apprende anche che nel 1975 l’Andreola, dal carcere di Palermo, si propose come informatore sulle Br ai giudici di Torino, che dopo averlo sentito lo bollarono per “manifesta inattendibilità” e “calunnia”. Berardino Andreola, condannato per tentato sequestro a scopo di estorsione, rimarrà in carcere dal 1975 fino alla sua morte, nel carcere di Fossombrone, nel 1983.

Chi erano?

Ma chi erano nella realtà storica questi personaggi? Per ragioni di spazio, riportiamo solo alcuni elementi, ma molti altri ve ne sarebbero: Chittaro, di corporatura media, era un mezzo mitomane che nel 1969 bazzicava (a suo dire) l’ex hotel Commercio e l’allora casa dello studente occupati, nonché i gradini del Palazzo di Giustizia di Milano, dove l’anarchico Michele Camiolo faceva lo sciopero della fame. Uno che viveva di espedienti, non troppo alfabetizzato, (nelle sue lettere si legge ad esempio l’aradio, la scuadra politica…), più volte condannato per truffa, sostituzione di persona e anche traffico di armi (due fucili), ma che godeva di strani agganci in Francia e Svizzera presso questure e consolati. Con questo tizio aveva stretti rapporti il capo dell’ufficio politico della questura milanese Antonino Allegra, che sperò fortemente di trarre da lui confidenze determinanti per accusare gli anarchici, tanto da inviare il commissario Calabresi a Basilea, per un incontro con lui presso il consolato, addirittura il 13 dicembre, giorno dopo la strage. Una trasferta che si rivelerà del tutto infruttuosa. Anni dopo, nel 1980 – si noti che Andreola era in carcere – il Chittaro fu oggetto di numerosi articoli sul quotidiano Lotta continua, su l’Unità e altri giornali, perché coinvolto in una complicata e oscura storia di falsi documenti e depistaggi sulla morte di Feltrinelli. Chi lo incontrò allora ricorda che il Chittaro si vantava sempre di grande dimestichezza con l’editore.

Gunther era il soprannome di Ernesto Grassi, che non era un traditore né un assassino e non ha manipolato alcun timer, ma era operaio in una fabbrica di Bruzzano, con un’esperienza di partigiano in Valtellina, faceva parte dei Gap di Feltrinelli e la tragica sera del maggio 1972 era davvero con l’editore, ma doveva occuparsi del traliccio di Gaggiano e non di Segrate. Chi lo ha conosciuto descrive fisicamente Gunther come molto piccolo e minuto.

Umberto Rai era al contrario molto alto e robusto, ex pugile ed ex partigiano, di professione pittore, con lievi precedenti per reati comuni, fermato a Milano dopo la strage perché in precedenza indicato da “fonte confidenziale” (Anna Bolena) come implicato nelle bombe sui treni dell’agosto ’69. Rai frequentava allora, come molti “alternativi”, anarchici compresi, i locali di Brera e anche a lui furono chieste da parte di Allegra e Calabresi e, ancora una volta invano, confidenze sugli anarchici (su Paolo Braschi in particolare), come si ricava da un lungo interrogatorio in data 13 dicembre 1969. Il Rai lavorò un paio di settimane per Feltrinelli, pare come guardiaspalle di Rudi Dutsche, ospite dell’editore. Nel 1969, testimoniò in Germania al processo per la strage nazista di ebrei del settembre 1943 a Meina sul Lago Maggiore, ma fu ritenuto inaffidabile dalla corte. Dal canto suo l’Andreola, nell’unica foto pubblicata nel libro e scattata nel 1977, appare un tipo normale e un po’ sovrappeso.

Anche Pinelli e Calabresi

Ma le sorprese del nuovo libro non finiscono qui: l’autore non dà nulla per certo, ma lascia intendere che anche la morte di Pinelli e quella del commissario Calabresi sarebbero in larga misura riconducibili al ruolo del Chittaro/Andreola: ruolo di confidente “infiltrato negli ambienti anarchici”, che Pinelli avrebbe smascherato quella notte in questura, condannandosi così a morte. Mentre per Calabresi, oltre a ritenere che: “… si fosse troppo avvicinato a verità delicate in materia di traffici di armi ed esplosivi, non è da escludere neppure che egli stesse indagando sulla vera identità e sulla reale collocazione politica del soggetto incontrato a Basilea il 13 dicembre 1969 e presentatosi col nome di Giuseppe Chittaro”, dunque anche lui colpevole di aver scoperto il ruolo o i ruoli giocati dall’Andreola, di cui era prima all’oscuro.

Il contenuto di fondo del libro è che la strategia della tensione fu opera della parte più retriva della destra italiana, con la complicità di Cia & co e il ruolo chiave dell’Ufficio Affari Riservati, e fino a qui e senza entrare in dettagli, siamo alla versione ormai accettata da tutti. Ma la tesi che ci sta dentro è sempre quella degli anarchici sprovveduti e infiltrati, del Feltrinelli ingenuo e manipolato e, come nel libro si suggerisce, dandone per scontata la responsabilità, anche degli “eterodiretti” militanti di Lotta continua condannati per l’uccisione di Calabresi, che come burattini tirati da fili malefici eseguivano i calcolati disegni delle forze oscure della destra eversiva. Come Cucchiarelli, Ceccato non riesce a concepire che Pinelli, Valpreda e gli anarchici non c’entrassero assolutamente nulla con la bombe del 12 dicembre e che quello di Feltrinelli sia stato un incidente.

Chittaro è certamente un personaggio oscuro, manipolato e manipolatore, ma non aveva nulla a che fare con l’Andreola e se davvero tentò di infiltrarsi tra gli anarchici, proprio non ebbe successo. Ovviamente anche nelle pagine di questo libro, come in quello di Cucchiarelli, fa capolino un misterioso mister X, questa volta chiamato “Anonimo mafioso”, intento a raccontarci vicende tanto oscure quanto indimostrabili. Siamo, in ultima analisi, di fronte una forma di intossicazione, consapevole o no che sia, di un pezzo di storia negli anni della strategia della tensione. Ceccato ha detto in una intervista che: “ …su chi è stato (l’Andreola ndr) e su quanto ha fatto esistono riscontri ben precisi, capaci di riscrivere una nuova verità storica con cui la società, non solo italiana, dovrà per forza fare i conti”.

Trame e complotti contrassegnarono davvero quel periodo e la verità storica deve essere scritta. Ma un conto è studiarla, altro è inventarla.

Enrico Maltini

Questo articolo riprende, ampliandola, una recensione pubblicata su “il Manifesto” del 16 Ottobre 2013 a firma Saverio Ferrari, Enrico Maltini, Elda Necchi

 

14 aprile 1972 SID su istruttoria Alessandro Corbara (Valpreda e Di Cola)

21 aprile 2013

Quella che segue è un esempio da manuale  dell’uso delle “veline” da parte degli apparati statali. Qui – e siamo nel ’72!! – si cerca la quadratura del cerchio: si crea un legame tra Feltrinelli, Brigate Rosse, nomi eccellenti della sinistra, come l’avv Lazagna e il gruppo 22 marzo! Secondo questa velina Valpreda e Di Cola farebbero parte dell’organizzazione di Corbara e – cosa ancor più esilarante – uno dei tramiti tra questi “terroristi” sarebbe addirittura stato l’avv Sotgiu (area Pci!!! )

 

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14 aprile 1972 SID su istruttoria Alessandro Corbara (Valpreda e Di Cola)

 

 

Libertaria anno 11 n 3 2009 – La strage e il suo doppio di Enrico Maltini

30 aprile 2011

Due attentatori in Piazza Fontana: l’anarchico Pietro Valpreda e il neonazista Claudio Orsi. Su due taxi diversi. Due le bombe alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Due  ferrovieri anarchici: Giuseppe Pinelli e l’infiltrato Mauro Meli, infiltrato così bene che al Ponte della Ghisolfa nessuno l’ha mai visto. Ecco un nuovo libro su Piazza Fontana.

Nel libro Il segreto di piazza Fontana (Ponte alle Grazie 2009), Paolo Cucchiarelli ripercorre la trama criminale ormai passata alla storia come “strategia della tensione, che ebbe il suo culmine nella strage di piazza Fontana il 12 Dicembre del 1969. Vi si narra, con ampia documentazione, di servizi segreti ufficiali e “deviati” (?), nazionali e  stranieri, di settori dei Carabinieri e della Polizia, di fascisti di Ordine Nuovo, di Avanguardia Nazionale, della Rosa dei venti, di Nuova Repubblica, l’Anello, la Gladio, l’Aginter press di Guerin Serac, Stay behind, il Ministero dell’Interno e il famigerato Ufficio Affari Riservati, pezzi di magistratura, generali e colonnelli veri e presunti, agenti greci, la CIA, il Mossad, la NATO…più una pletora di faccendieri e spioni di ogni risma. Vi si narra delle macchinazioni per provocare tensione e paura con attentati e stragi da attribuire alla sinistra e vi si narra poi della frenetica attività di depistaggio, disinformazione, corruzione di testimoni, occultamento di prove vere e fabbricazione di prove false, seguite al sostanziale fallimento dell’operazione, che nella ridda di inchieste e procedimenti giudiziari innescati dalla madre di tutte le stragi doveva concludersi con la sostanziale impunità di tutti i responsabili.

La documentazione, che proviene da  atti processuali, interviste, notizie dalla stampa di allora, inchieste già pubblicate, nonché da altre “fonti” identificate e non, appare molto ricca e trova ampio spazio nelle 700 pagine del volume.

All’interno di questa estesa ricostruzione l’autore inserisce la sua versione sulla dinamica materiale degli attentati, sia di quelli ai treni dell’agosto ’69 che di quelli del 12 Dicembre a Milano e Roma, ed è qui che si perde.

Il rigore dell’interpretazione lascia sempre più spazio a supposizioni e congetture, situazioni e perfino caratteri di personaggi vengono largamente immaginati. Gli indizi divengono prove e vengono fatti convergere nel giustificare l’ipotesi. La dimostrazione diventa un teorema e come spesso accade, il ricercatore si fa prendere la mano dalla tesi che vuole dimostrare e ne rimane intrappolato. Purtroppo la versione di Cucchiarelli non viene proposta come ipotesi ma come affermazione, il sottotitolo del libro enuncia infatti: “ Finalmente la verità sulla strage: le doppie bombe e le bombe nascoste….”.

La nuova versione consiste nell’immaginare che gli anarchici, veri o plagiati che fossero, organizzavano attentati ma, mentre deponevano i loro ordigni dimostrativi, venivano affiancati a loro insaputa da provocatori e sicari che piazzavano la bomba mortale. Così troviamo le doppie borse, le doppie bombe, i doppi attentatori, i doppi taxi con relativi doppi Valpreda, doppi sosia e così via. Secondo l’autore il nuovo sosia di Valpreda sarebbe Claudio Orsi. Per inciso: Pietro Valpreda era un uomo di età media, statura media, corporatura media, capelli mediamente arruffati, un po’ stempiato, nessun segno particolare, accento tipico da milanese medio: su cento milanesi di età analoga, quanti potevano essere suoi sosia? Una buona percentuale.

Nel libro gli anarchici sono quasi tutti inquinati da infiltrati e provocatori, mentre i pochi buoni e ingenui,  rappresentati ovviamente da Giuseppe Pinelli, cercano di impedire gli attentati orditi dai compagni cattivi e però cadono in trappole a base di traffici di esplosivo. Ad essere preda di giochi occulti non sono solo gli anarchici, ma ben più ampi settori della sinistra ribelle: in effetti veniamo a sapere che già gli scontri di Valle Giulia a Roma nel marzo 1968 furono in realtà guidati dai neonazisti, che Giangiacomo Feltrinelli (come anche i coniugi Corradini) era teleguidato da Giovanni Ventura, che lo stesso Ventura è stato il vero ispiratore del libro “La Strage di Stato”  del 1970 e così via.

Cucchiarelli, non si capisce su quali basi, è convinto che gli ambienti anarchici e di sinistra fossero allora un coacervo di infiltrati, provocatori, fascisti travestiti e soprattutto “nazimaoisti”. La categoria dei nazimaoisti pervade li testo in modo quasi ossessivo, basti una frase per tutte a pag. 318: “…E poi a Milano c’era la commistione con i maoisti e nazimaoisti che inquinava i gruppi anarchici e marxisti-leninisti”. Chissà dove ha visto tutto questo?

E’ evidente che il 22 Marzo di Valpreda e di Mario Merlino costituisce per l’autore un modello più o meno generalizzabile a tutta l’allora sinistra extraparlamentare. Il 22 Marzo non era certo un esempio di rigore politico, era un gruppo appena nato, senza alcun ruolo nel movimento, raffazzonato da Valpreda con un ex fascista (per altro dichiarato) un poliziotto in incognito, un gruppetto di ragazzi di poco più o nemmeno venti anni. Un gruppo così sgangherato da essere inaffidabile anche come oggetto di provocazione, come dimostrerà il fallimento storico di tutta l’operazione Piazza Fontana.

Nella ricerca dei colpevoli materiali Cucchiarelli parte così con il piede sbagliato e nel suo percorso verso una improbabile verità, inciampa più volte. Innumerevoli sono le frasi, le affermazioni e le illazioni gratuite in varie parti del testo, tanto che per ribatterle tutte ci vorrebbe un altro libro.

Solo su alcuni di questi inciampi vorremmo qui fare chiarezza, per amore di verità storica ma anche perché riguardano direttamente l’ambito libertario di allora.

I così detti “nazimaoisti” non hanno mai fatto parte della storia reale di quel periodo, e tanto meno dei circoli anarchici. Sono  comparsi in rari casi, anni prima, con qualche affissione di manifesti. In quei pochi casi tutti sapevano di che si trattava e non avevano alcuna credibilità. Nazimaoisti, finti cinesi e analoghi erano allora un po’ più diffusi in veneto e in parte in toscana  ma anche stando a quanto scrive Cucchiarelli, agivano per lo più in proprio e con scarsi risultati quanto ad infiltrazioni riuscite. C’è, è vero, il caso di Gianfranco Bertoli, che nel 1973 compirà la strage alla Questura milanese, che frequentò anarchici e fascisti, mise una bomba forse fascista ma si comportò poi come un ottocentesco e folle anarchico individualista, si fece l’ ergastolo, non parlò mai e finì nella droga. Fu un personaggio per certi versi tragico, rimasto in realtà un mistero, come anche riconosce lo stesso Cucchiarelli.

All’albergo Commercio di Milano, occupato, i nazimaoisti non c’erano e se c’erano nessuno gli dava retta. A Milano l’unica mela marcia di rilievo che frequentò il Ponte della Ghisolfa è stato Enrico Rovelli, non un infiltrato ma un anarchico poi passato per interesse al soldo della polizia e dell’Ufficio Affari Riservati.

A Milano tanti sapevano che Nino Sottosanti, (non si è mai dichiarato nazimaoista),  era un ex fascista che dormiva nella sede di Nuova Repubblica e che era un tipo da cui stare alla larga. Frequentava saltuariamente il Ponte in pubbliche occasioni, era amico di Pulsinelli a cui fornì un alibi. Quanto al suo ruolo come sosia, pare per lo meno incauto prendere come sosia una persona conosciuta da tutti nell’ambiente in cui deve operare e conosciuto benissimo da colui che deve “sostituire”.

A pag. 47– la conferenza stampa del 17 Dicembre, dopo la strage, fu organizzata dal Ponte della Ghisolfa, il circolo principale, come era ovvio (chi scrive era presente). Non ci fu alcuna latitanza degli amici di Pinelli nè ci furono “stridori” o “abissi sui modi di fare politica con i compagni di Scaldatole” anche perché il Circolo Scaldatole era gestito dagli anarchici del Ponte della Ghisolfa, che lo lasceranno nel 1972 alla gestione di altri gruppi anarchici. Gli amici di Pinelli erano tutti presenti alla conferenza (chi scrive, Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Ivan Guarneri, Vincenzo Nardella, Umberto del Grande, Gianni Bertolo e altri ancora). Joe Fallisi, il testimone pure presente cui fa riferimento Cucchiarelli, è evidentemente stato tradito dalla memoria. Peraltro la “vecchia dirigenza” di cui parla Cucchiarelli aveva in media 25 anni! Solo Pinelli ne aveva 41. Di quella conferenza stampa non si dice invece che fu fatta, in quel difficile momento, una scelta coraggiosa e politicamente ineccepibile: con grande sorpresa dei giornalisti, gli anarchici non presero le distanze da Valpreda, nonostante i non buoni rapporti, e denunciarono come mandante della strage non i “fascisti”, come concordava la stampa di sinistra, ma lo Stato. Il giorno dopo il “Corriere della sera” titolava: “Farneticante conferenza stampa al Ponte della Ghisolfa”.

A pag. 138 Cucchiarelli ci illustra il “triangolo del depistaggio”:  “Il segreto della strage ha resistito per tanti anni godendo del silenzio di tutti i soggetti interessati: Stato, fascisti e anarchici. Questi ultimi dovevano scagionare Valpreda e rivendicare l’innocenza di Pino Pinelli. Si erano fatti tirare dentro e ora la situazione non lasciava alcuno scampo politico: difficilmente sarebbe stata dimostrabile nelle aule dei tribunali la loro buona fede di non voler causare morti. Da un punto di vista giuridico la partecipazione degli anarchici alla vicenda sarebbe stata quanto meno un concorso in strage”. Fuori i nomi Cucchiarelli, perché qui si fa l’accusa di concorso in strage. Ma di nomi Cucchiarelli non ne può fare e così lancia accuse tanto infamanti quanto generiche.

A pag. 183 leggiamo che, come “…rivela una fonte qualificata di destra che, naturalmente, non vuole essere citata…”, Valpreda prese l’inspiegabile taxi perché: “Qualcuno gli aveva semplicemente detto che doveva prendere il taxi. Gli diedero 50.000 lire e il ballerino non si pose di certo il perché” (nella versione dell’autore Valpreda doveva prendere un taxi per essere notato dal taxista). Qui la questione si fa grave: primo non si può citare fonti qualificate che però restano anonime; secondo, questo è uno degli innumerevoli passaggi nei quali Valpreda  (solitamente chiamato “il ballerino”) viene descritto come un poveretto, un esaltato zimbello di chiunque, un ignorante pronto a tutto per 50.000 lire. Come molti altri, conoscevo bene Valpreda, in quel periodo era certamente fuori dalle righe ed il suo carattere era certamente un po’ sbruffone (e per questo fu scelto come vittima sacrificale), ma non era nè ignorante nè stupido, era certamente acuto e sveglio, aveva una biblioteca ben fornita e una discreta cultura, come sappiamo pubblicò poi diversi libri. Non dimentichiamo che il “ballerino”, con tutto quello che di lui si può criticare, si è trovato da un giorno all’altro imprigionato sotto una accusa atroce, trattato come un animale dalla stampa  (…”il volto della belva umana”, su La Notte), tenuto quaranta giorni in isolamento e interrogato centinaia di volte, sottoposto a una pressione fisica e psicologica che possiamo solo immaginare, minacciato di infamia e di ergastolo.  Ma il “ballerino” ha retto, si è fatto tre anni di carcere, non si è piegato a ricatti, non ha accusato nessuno nè rinnegato le sue idee, non risulta dagli atti che mai sia sceso a compromessi.

A pag. 228 L’autore avrebbe potuto precisare che la campagna di stampa di Lotta Continua contro Calabresi, intrapresa con il consenso degli anarchici, non fu un fatto gratuito. La campagna aveva lo scopo di indurre il commissario ad una querela contro il giornale. Il giudice Caizzi aveva fatto sapere che l’indagine sulla morte di Pinelli era in via di archiviazione e solo una querela da parte di un pubblico ufficiale, querela che prevedeva facoltà di prova, avrebbe permesso di riaprire il processo. Gli attacchi del giornale divennero così feroci perché Calabresi tardava a querelare (come anche riportato nel libro, secondo la moglie Gemma la procura si rifiutò di denunciare d’ufficio il giornale e il Ministero a costrinse Calabresi ad una denuncia in proprio.

A pag. 245– Cucchiarelli insiste a lungo con ardite congetture sul misterioso caso di Paolo Erda, citato da Pinelli nel suo interrogatorio ma mai rintracciato nè sentito da nessuno e nemmeno dallo stesso autore, che ne ha cercato a lungo notizie, fino a segnalare che in “Ivan e Paolo Erda è contenuto anagrammato il nome di Valpreda…”.  Erda era solo il soprannome di un certo Paolo che aveva tutt’altro cognome, tutto qui, lo conosciamo benissimo.

Ma qui c’è un’altra considerazione importante: nel testo si fa a lungo riferimento alle false dichiarazioni e/o alle ritrattazioni di Valpreda, della zia Rachele Torri, della madre Ele Lovati e dello stesso Pinelli a proposito del suo alibi, per sottintendere che vi erano verità scomode da nascondere (ovvero le bombe dimostrative messe dagli anarchici).   L’autore dovrebbe però sapere che il vecchio detto “…non c’ero e se c’ero dormivo…” non è solo una battuta ma è il comportamento di chiunque non ami particolarmente polizia, carabinieri e altri inquisitori e si trovi di fronte a un interrogatorio. Si dice il meno possibile, non si fanno nomi di amici e compagni e si resta nel vago. Se poi le cose si complicano si può sempre ricordare…e questo vale anche per una vecchia zia, che non vede per quale ragione dovrebbe dire che il nipote è dai nonni invece che dire semplicemente “non lo so”. A quei tempi circolava il “Manuale di autodifesa del militante” a cura degli avvocati contro la repressione che dava dettagliate indicazioni in questo senso. Per questa stessa ragione Pinelli non cita Sottosanti, non cita Ester Bartoli (che con il misterioso Erda sarebbe testimone  del suo passaggio al Ponte), cita il famoso “Erda” sapendo che è un soprannome e fa solo il nome di Ivan Guarneri, compagno già ben noto alla questura. Ma è proprio sulla base del “buco” dell’alibi di Pinelli che Cucchiarelli fonda in gran parte l’ipotesi fantasiosa, secondo cui Pinelli “.. poteva avere a che fare con le altre bombe…”. Per inciso, Pino Pinelli non avrebbe mai preso iniziative di un qualche peso senza consultare alcuni dei compagni che godevano della sua massima fiducia.

p.274. Si descrive una cena a casa di Pinelli “presenti Nino Sottosanti, la Zublema, Armando Buzzola, e l’arabo Miloud,“ quest’ultimo definito sbrigativamente “uomo di collegamento con i palestinesi”. Questo Miloud, berbero e non arabo, militante nella lotta di liberazione algerina, non ha mai avuto a che fare con i Palestinesi, da dove viene questa notizia? A questa e a un’altra cena, sempre a casa di Pinelli, avrebbe partecipato anche  “un anarchico sconosciuto” che in base a chissà quale congettura Cucchiarelli identifica nel Gianfranco Bertoli che sarà l’ambiguo autore della strage del ’73 alla questura di Milano. Peccato che quando la Zublema frequentava gli anarchici, di Gianfranco Bertoli nessuno aveva ancora sentito parlare.

a pag. 290 incontriamo Mauro Meli, altro presunto anarchico, ferroviere, sedicente provocatore infiltrato a suo dire nel circolo Ponte della Ghisolfa. Costui non è mai stato visto (c’è la fotografia nel libro), ne conosciuto da alcuno. Se è stato al Ponte la sua attività provocatoria si è fatta notare ben poco. Viene da chiedersi perché, su queste ed altre notizie, Cucchiarelli non ha chiesto conferme a testimoni che pur conosce bene? Forse perché degli anarchici c’è poco da fidarsi, come confessa in un altro passaggio del libro.?

a p. 345 la nota 11 ci informa sugli “….editori librai apparentemente di sinistra: oltre a Ventura  troveremo Nino Massari a Roma e Umberto del Grande a Milano. Quest’ultimo conosceva molto bene Pinelli ma era anche in contatto con uomini di Ordine Nuovo e con Carlo Fumagalli, capo del MAR”

Umberto del Grande (è morto  pochi anni fa) non era un editore nè un libraio, apparteneva al  Ponte della Ghisolfa da anni ed era un componente della Crocenera anarchica. L’unica sua veste di editore è stata di assumersi, nel 1971, la titolarità dell’editrice che pubblicava A rivista anarchica in attesa che venisse formalizzata una società cooperativa. Non ha mai avuto a che fare con uomini di Ordine Nuovo. Era anche appassionato di viaggi nel Sahara, per questo aveva acquistato una vecchia Land Rover da un meccanico di Segrate che trattava fuoristrada. Quando il Prefetto Libero Mazza rese pubblico il censimento dei gruppi “sovversivi” di Milano, citò del Grande come responsabile della crocenera. Il rapporto Mazza fu letto anche dal meccanico, che era Fumagalli, e che si rivelò come tale a del Grande. E il rapporto cliente–meccanico si chiuse.

a pag. 347 si afferma che la stesura del libro “La strage di Stato” fu pilotata da Ventura. Nella relativa nota 12 a p. 667 si precisa che “si ha motivo di credere” questo perché  Mario Quaranta, (socio editoriale di Giovanni Ventura, e personaggio squalificato quanto il suo sodale Franzin) lo avrebbe raccontato al giudice Gerardo D’Ambrosio in un non meglio identificato interrogatorio. La testimonianza di uno come Quaranta non dovrebbe essere presa in considerazione con tanta leggerezza.

a p. 365 si afferma per certo che Valpreda sarebbe andato al congresso anarchico di Carrara nel 1968 insieme a un codazzo di fascisti del “XII Marzo” (in numeri romani, un gruppo fascista di Roma), di cui elenca i nomi: Pietro “Gregorio” Maulorico, Lucio Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e “il già convertito” anarchico Mario Merlino. Il gruppo sarebbe andato al congresso su ordine di Stefano Delle Chiaie. Cucchiarelli trae questa notizia da una deposizione di Alfredo Sestili, il quale però non cita Valpreda, ed equivoca poi sul nome del gruppo, insinuando che si trattasse del 22 Marzo. A Carrara c’erano centinaia di persone e dunque poteva esserci chiunque. L’affermazione dell’autore non sta in piedi, ma è coerente con la sua idea di gruppi anarco-fascisti-nazisti-maoisti-marxisti-leninisti cui tanto spesso ricorre per spiegare improbabili certezze.

a p. 399 c’è un’altra affermazione grave, grave perché diffamatoria: vi si dice che Enrico Di Cola, un giovane componente del 22 Marzo romano, sarebbe colui che avrebbe indirizzato le indagini contro Valpreda e che per questo sarebbe stato compensato dalla polizia con un salvacondotto per espatriare in Svezia. Di Cola, espatriò effettivamente in Svezia dove chiese ed ottenne asilo politico, ma lo fece clandestinamente, con non poche difficoltà, aiutato dai compagni e con un documento falso.

Poche righe più in basso Roberto Mander ed Emilio Borghese vengono classificati, con Merlino, … “ i più compromessi con la provocazione”. Come e su quali basi Cucchiarelli si permette di dare del provocatore a questo e a quello (Erda, Del Grande, Di Cola, Mander, Borghese…) senza alcuna prova non è dato sapere. E’ sempre l’ossessione degli anarco-fascisti-nazisti eccetera, di cui è permeato l’intero romanzo.

A pag. 621 “Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un Natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico”, il libro è Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma le cose non andarono così: Calabresi regalò a Pinelli  “Mille milioni di Uomini” di Enrico Emanuelli, e Pinelli per sdebitarsi ricambiò con l’antologia di Lee Master. E’ solo una svista, ma ci piace ricordare che la poesia che i cavatori di Carrara incisero sulla tomba di Pinelli non era tratta dal libro che il gli regalò il commissario, ma da quello che lui regalò a Calabresi.

Infine, in diversi passaggi del libro si ha l’impressione che l’autore riporti racconti ascoltati a voce da qualcuno, solo così si spiegano i ripetuti errori sui nomi: Otello Manghi invece di Otello Menchi, Octavio Alberala invece di Octavio Alberola…

Queste sono solo alcune delle imprecisioni e delle “fantasie” del libro di Cucchiarelli.

Enrico Maltini