Posts Tagged ‘Giorgio Zicari’

1971 04 27 l’Unità – Milano: il processo agli anarchici. La Zublena è mitomane. di Pierluigi Gandini

6 giugno 2015

Fu processata per calunnia dal tribunale di Biella – Il giudice la definì «persona affetta da una componente di tipo isterico» – Gravi interrogativi

 

1971 04 27 Unità La Zublena è mitomane

 

Dalla nostra redazione. 26.

Da stamane nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Milano, non c’è più il processo contro gli anarchici, c’è solo uno scandalo fra i maggiori della nostra storia giudiziaria. I difensori degli imputati hanno infatti provato che la supertestimone dell’accusa, Rosemma Zublena, fu imputata nel 1964, a Biella, di aver lanciato, attraverso lettere anonime, accuse false o non provate contro il prefetto e il questore di Vercelli, i carabinieri di Cavaglià e privati della zona. Non basta. Anche nel corso dell’istruttoria contro gli anarchici. la Zublena inviò una lettera anonima per chiedere l’arresto dei due imputati, lettera che, incredibilmente, venne allegati agli atti. Questa è la donna che il consigliere istruttore dottor Antonio Amati proclamò «buona, intelligente, dotata di una memoria formidabile, prima amante e poi madre affettuosa dell’imputato Braschi… ingiustamente linciata dalla stampa solo perchè le sue dichiarazioni non facevano comodo…». A questa e ad altre gravissime rivelazioni la Zublena ha reagito con un grido che spiega tutto: «Io non ho fatto che ripetere quel che già sapeva il commissario i Calabresi!».

Il PM legge la lettera

Ma lasciamo parlare i protagonisti.

Il PM dottor Scopelliti si alza ed annuncia: «Ho ricevuto dalla teste Zublena una lettera personale con richiesta di tenerla segreta. Non posso aderire a tale richiesta e dò quindi pubblica lettura della lettera». In sostanza, la supertestimone invita il pubblico accusatore a valutare con benevolenza le lettere da lei scritte agli imputati (ed ora esibite dai difensori) tenendo conto che all’epoca era oggetto di una «spietata campagna giornalistica»; sollecita un colloquio con lo stesso magistrato al fine di «studiare varie sfumature utili alla sentenza contro il Braschi e Angelo Della Savia»: infine chiede l’acquisizione agli atti di un’intervista resa a Bruxelles dal fratello del Della Savia, Ivo, al giornalista del Corriere Giorgio Zicari. E la Zublena, già seduta sulla sedia dei testimoni, spiega a voce: «Anche Ivo accusa gli anarchici degli attentati di Roma. Questo per dimostrare che non fui solo io ad accusare…».

Subito dopo attaccano i difensori. Ecco l’avvocato Di Giovanni: «Lei scrisse alla Procura di Lucca, il 2 settembre del 1969, una lettera in cui accusava gli imputati Norcia e Mazzanti di essere delinquenti spietati, avvelenati, depravati nei sentimenti, ladri, truffatori bancarottieri eccetera?». Zublena: «Non ricordo…».

Di Giovanni: «Lo scritto è allegato agli atti ed è anonimo».

Perfino il presidente si stupisce: «Ma non poteva essere allegato!».

Di Giovanni: «Già. Ma esiste anche una deposizione della Zublena al giudice Amati in cui le stesse accuse sono ripetute perfino con gli stessi termini! Perciò chiedo nuovamente alla teste è suo lo scritto?».

Zublena, con voce sommessa: «L’ho già detto».

Parte l’avvocato Piscopo: «La teste ha precedenti penali?».

Zublena: «No…». Ma gli avvocati incalzano e allora si decide: «In verità ho collaborato con la magistratura e con un monsignore cattolico per eliminare una situazione amorale. Naturalmente mi hanno querelata ma sono stata assolta perchè avevo detto la verità».

Di Giovanni: «Non è vero ed esibisco la relativa sentenza: lei non fu querelata da privati ma denunciata d’ufficio dai carabinieri per avere scritto lettere anonime all’allora ministro Taviani e all’arcivescovo di Vercelli, accusando le autorità locali di essersi fatte corrompere da privati per consentire una attività di sfruttamento della prostituzione. Interrogata fu costretta ad ammettere di aver scritto le lettere e solo sulla base di voci raccolte da ballerine, prostitute, sfruttatori, sulle cui macchine si faceva trasportare a Milano. Il PM e il giudice istruttore l’assolsero ritenendola un’isterica e un’esaltata, rimasta vittima di una psicosi collettiva… ».

Passa all’attacco l’avvocato G. Spazzali: «La teste ci dica quando e come si accorse che gli imputati svolgevano un’attività terroristica… ».

La Zublena si imbroglia nelle date, da venir corretta dallo stesso presidente: poi, ridotta con le spalle al muro, ammette di avere saputo «in seguito» circostanze delle quali, in istruttoria, aveva detto di essere stata testimone oculare. Non basta. Sempre secondo lei, il Braschi sarebbe stato a Milano proprio il giorno in cui, stando al capo di accusa, commette un attentato a Livorno.

Spazzali incalza: «Lei disse al giudice Amati che il Sottosanti è un tipo poco credibile, che chiedeva denari alle donne e sul quale sarebbe stato opportuno indagare… Ora come poteva sapere tutto questo se l’aveva visto una sola volta in casa Pinelli?».

Zublena: «Fu un’impressione…In realtà lo rividi ad un bar e mi chiese dei soldi…».

Spazzali: «O invece il dirigente dell’ufficio politico dottor Allegra le diede altre informazioni?».

Zublena: «Nossignore…».

Spazzali: « Bene. Lei aveva anche detto che l’architetto Corradini era il cervello dell’organizzazione terroristica e che sua moglie era un’anarchica spinta anche se non esistevano prove… Alla corte invece ha detto di non conoscere neppure i Corradini… ».

Zublena: «Prima riferii voci che correvano in Brera, poi al giudice Amati dissi la verità e cioè che erano solo voci».

Interviene l’avvocato Piscopo: «E per quelle voci, i Corradini passarono sei mesi in galera!».

La fine di Pinelli

Spazzali: «Ma lei nei verbali dice che la Eliane Vincileoni era la moglie del Corradini e che entrambi vivevano in via del Carmine 4. Chi le diede tutte queste informazioni?».

La Zublena scivola: «Pinelli mi disse che il Della Savia ed il Braschi si rovinavano con i Corradini».

L’imputato Pulsinelli scatta nella gabbia: «Comodo tirare in ballo il Pinelli che è morto!».

E questa circostanza apre veramente un grave interrogativo sulla fine dell’anarchico. Alla fine, crivellata di contestazioni, la Zublena esplode: «Sono stufa di essere accusata dalla stampa come unica responsabile. Si interroghi chi aveva già arrestato questi ragazzi, io sono venuta solo dopo, ho riferito solo cose che Calabresi già sapeva!».

A questa frase, una esclamazione unanime si leva dagli avvocati e dal pubblico. Il presidente e il giudice a latere che finora si sono ben guardati dal diffidare la teste, reagiscono violentemente. Ma ormai l’udienza è finita.

Dopo quanto abbiamo riferito, l’opinione pubblica esige dalle autorità competenti (e cioè il questore, il procuratore capo e il procuratore generale della Repubblica, il presidente del Tribunale, il primo presidente della Corte di Appello, ed anche il Consiglio superiore della magistratura) una risposta alle seguenti domande: come mai la questura, che si recò perfino in Svizzera per indagare sugli imputati, non svolse alcun accertamento sulla Zublena a Viverone suo paese di nascita e a Biella?

L’incontro della Zublena con gli imputati fu davvero casuale? La donna aveva mantenuto rapporti con gli ambienti della polizia?

Come poterono il PM dottor Roberto Petrosimo e il consigliere istruttore dottor Antonio Amati accettare come testimone la donna?

E’ ammissibile infine che si sia scelta una sezione di assise dove corte e PM non diffidano i testimoni d’accusa, neppure quando dicono manifestamente il falso?

Sono domande gravi, alle quali deve essere data al più presto una risposta.

Annunci

A rivista anarchica n6 Luglio Agosto 1971 Sempre quelli (senza autore)

16 ottobre 2011

Nelle istruttorie contro gli anarchici, in tutte le iniziative repressive degli ultimi tre anni, c’è sempre la mano degli stessi figuri – membri delle tre specializzazioni repressive: polizia, magistratura e stampa. Questi figuri rispondono ai nomi di:

LUIGI CALABRESI – Commissario di P.S.; Ha condotto praticamente in prima persona tutte le indagini ordinate dal Giudice Amati. È lui che malmena Faccioli durante gli interrogatori, è sempre lui che provoca Braschi a “buttarsi dalla finestra”. È lui che in piena notte accompagna Faccioli per le campagne del circondario milanese, lo costringe a correre davanti all’automobile – che lui guida a fari spenti – e gli grida “Confessa! Non vedi che potremmo farti fuori e far credere che è stato un incidente?”.

È nel suo studio che viene ucciso il compagno Pinelli perché – secondo la più attendibile ricostruzione dei fatti – aveva capito qualcosa che poteva smascherare il complotto ordito contro Valpreda. È sempre Calabresi che preleva con l’inganno e la prepotenza Braschi dal carcere di S.Vittore e lo accompagna in una cava del bergamasco pretendendo che ammettesse di avervi effettuato un furto di esplosivi.

Calabresi è un poliziotto molto protetto dall’alto, probabilmente dal S.I.D.

Condivide le responsabilità delle sue azioni con Panessa (picchiatore di Braschi e Faccioli), promosso Maresciallo dopo l’uccisione di Pinelli.

BENIAMINO ZAGARI – Vice Capo dell’Ufficio Politico. Nell’aprile del 1969, durante le perquisizioni delle abitazioni di Braschi e Faccioli, vengono sequestrati dei vetrini gialli, ciò non vien fatto comparire nei verbali di sequestro. Nel marzo 1970, dopo oltre tre mesi dalla strage di piazza Fontana, è proprio Zagari che consegna al P.M. Occorsio il famoso vetrino giallo che asserisce di aver trovato nella borsa che conteneva la bomba inesplosa alla Banca Commerciale!!! Pensate: questo vetrino giallo fa la sua comparsa in una borsa dopo tre mesi, dopo che questa era stata ispezionata, scrutata, rovistata, chissà da quanti poliziotti, senza averlo trovato, ecco che il solerte Zagari vi reperisce il vetrino che costituisce la “prova”, la “firma”, per così dire, di Valpreda all’attentato.

Com’è noto – e com’era noto soprattutto alla polizia – Valpreda avevo un negozio per la vendita delle lampade Tiffany e faceva uso di quei vetri per la loro fabbricazione. Ecco perché Zagari ha la brillante idea di “scoprire” il vetrino nella borsa.

TEONESTO CERRI – perito balistico e amico stretto della Polizia e della Procura milanese. È lui che fece esplodere precipitosamente la bomba inesplosa della Banca Commerciale, facendo sparire così un importantissimo elemento da cui si poteva stabilire con certezza la qualità dell’esplosivo, le capacità tecniche di chi l’aveva confezionato, ecc. È lui che effettuò le perizie balistiche per gli attentati attribuiti ai compagni processati a Milano; “perizie” che non furono effettuate sui frammenti e sui reperti degli ordigni esplosi ma sui… rapporti di polizia. È chiaro che su questa base classificò micidiali tutti gli ordigni, tranne che quelli della Fiera e della Stazione Centrale. È sempre Cerri che – esorbitando dai compiti e dalle funzioni proprie del perito balistico e trasformandosi in poliziotto, a forza di supposizioni, congetture e fantasie personali, stabilisce che il furto dell’esplosivo “potrebbe essere avvenuto nel bergamasco”. Oggi Cudillo dice che Valpreda avrebbe usato il resto degli esplosivi provenienti da questo inesistente furto.

GIORGIO ZICARI – Ex parà, giornalista del Corriere della Sera, è uno dei migliori collaboratori della Polizia. Nelle lettere della Zublena viene definito “Giorgetto squillo” e “Giorgetto della Procura”. Ha reso i migliori servigi alla Polizia facendo dei brillanti “colpi” giornalistici: fa finta di scoprire – in realtà era noto a tutti – Ivo Della Savia in Belgio; poco dopo intervista il fascista Serafino Di Luia a Barcellona – ma pare che in realtà fosse in Italia -, e Nino Sottosanti in Sicilia. La sua specialità è quella del terrorismo giornalistico, dello scandalismo politico, della volgare manipolazione e distorsione delle notizie e dei fatti. È un vero tecnico della campagna diffamatoria, e sembra che – giornalisticamente – non si occupi d’altro. In tutti i suoi articoli difende strenuamente le tesi di Amati, Occorsio e Cudillo.

ANTONIO AMATI – Capo dei Giudici Istruttori. Pare che in gioventù abbia combattuto con le truppe fasciste contro la Repubblica Spagnola. Nel dopoguerra lo ritroviamo Ufficiale dei Carabinieri, ed è in questo periodo che allaccia le sue migliori amicizie e guadagna le coperture politiche più valide. Poi viene incaricato di entrare nella Magistratura. Diventa Giudice Istruttore. È il responsabile della montatura organizzata ai danni di Braschi, Pulsinelli, Faccioli, della Savia. È lui che interviene ogni volta che le indagini si orientano verso i fascisti per bloccarle. È lui che convoca Valpreda a Milano – per interrogarlo su un procedimento per oltraggio proprio, guarda caso, il 12 dicembre. Valpreda va a Palazzo di Giustizia nello studio di Amati, ma questi non si fa trovare. È sempre Amati che mezz’ora dopo l’esplosione di Piazza Fontana – quando ancora non si sapeva con certezza se la deflagrazione era stata causata dallo scoppio di una caldaia o da altro – telefona alla Polizia per esortarla a dare la caccia agli anarchici. È lui che urla a Valpreda – come poterono ascoltare i giornalisti all’esterno dello studio – che gli anarchici “… sono dei pazzi e si inebriano alla vista del sangue…”. È lui che si rifiuta di allegare agli atti istruttori il “rapporto P.” trafugato dalla resistenza greca e che attribuisce agli agenti dei colonnelli greci la responsabilità degli attentati alla Fiera e alla Stazione. È lui che archivia l’inchiesta su Pinelli decretando che è stato un “suicidio”. È lui che archivia la denuncia per diffamazione presentata dai congiunti di Pinelli contro il Questore fascista Guida che aveva dichiarato alla stampa “… Pinelli si è ucciso perché ormai era alle corde… avevamo le prove della sua partecipazione alla strage…”, calunnia delle più bieche poiché l’alibi fornito da Pinelli ha retto e regge tutt’oggi!

C’è da dire che Amati procede a tutte queste archiviazioni in pochi mesi… mentre è lento come una lumaca nell’istruttoria sugli attentati del 25 aprile e costringe i compagni innocenti a 2 anni di carcere preventivo!

Pare che Amati si sia occupato dell’inchiesta giudiziaria che nel 1965 prese avvio dopo il crack finanziario di 1500 milioni della SFI.

In questo affare erano implicati Junio Valerio Borghese, J.M. Gil Robbes, A. Spataro (figlio del vicepresidente del Senato ed ex Ministro degli Interni) e Rafael Truijllo junior, figlio dell’ex dittatore dominicano. Per quanto ci è dato sapere questo processo è stato insabbiato e ancora oggi non è stato “celebrato”.

È sempre Amati che conduce l’istruttoria per il cosiddetto sequestro di Trimarchi.

È ancora Amati che si occupa dell’istruttoria per le rapine e la sparatoria di Milano del 1967. In questo caso Amati rende uno dei più grossi servizi alla Polizia che – per recuperare e riconoscere alla Banca una decina di milioni – non esitò ad aprire il fuoco e a sparare all’impazzata in piena città. Amati si è sempre opposto e sempre si opporrà a che si effettuino le perizie balistiche per accertare da quali armi – quelle della Polizia o quelle di Cavallero e soci – partirono i colpi mortali. Perché?

È Amati che qualche mese fa incarcera tre antimilitaristi e pur di negar loro la libertà provvisoria arriva a definirli “elementi socialmente pericolosi”.

Sull’onda del risultato del processo per gli attentati del 25 aprile, ove è crollata la montatura perpetrata da Amati e dopo gli sbalorditivi sviluppi del processo Calabresi – Baldelli ove è chiaramente crollata la tesi del “suicidio” sostenuta da Amati, dopo tutto questo Amati – a rigor di logica – dovrebbe essere perlomeno sospeso dal servizio. Invece siamo convinti che rimarrà al suo posto, un posto di estrema delicatezza ed importanza, posto che ha saputo tenere “brillantemente” salvaguardando sfacciatamente gli interessi dell’establishment. Amati è il deux ex machina e il più ligio esecutore della volontà dell’apparato statale, di cui tutela integrità e interessi, è l’uomo protetto che protegge ogni infamità o crimine della Polizia: per l’uccisione di Pinelli e per le bombe della Fiera ha protetto onorevolmente Calabresi e il “giro” dell’Ufficio Politico di Milano.

Amati come Calabresi agisce con ogni probabilità protetto dal S.I.D.

… ma c’è chi li difende

L’Avvocato Massimo De Carolis (capogruppo DC a Palazzo Marino, nonché sostenitore delle manifestazioni fasciste della “maggioranza silenziosa”, nonché giovane civilista arricchitosi al servizio della Curia) e il suo degno collega Avv. Lodovico Isolabella hanno inviato a “tutti i magistrati e a tutti gli avvocati di Milano” (esclusi quelli di sinistra) un documento di cui riportiamo qualche frase al solo fine di mostrare la levatura intellettuale e politica degli ultimi difensori di Amati e Calabresi. I suddetti si scagliano contro la “reiterata” pubblicazione sull’Espresso del 13, 20, e 27 giugno, della lettera aperta sottoscritta nei giorni scorsi da un gruppo di uomini politici e di cultura, sdegnati per quanto sta accadendo al processo Calabresi-Baldelli. I “Nostri” scrivono testualmente che Amati e camerati hanno agito “seguendo l’imperativo della verità alla luce della loro coscienza”. (Quanto alla “luce della loro coscienza” non avevamo dubbi!) Caizzi invece, iniziati gli accertamenti preliminari “li ha conclusi con fulminea rapidità, accurati, meticolosi, complessi”. Il decreto di Amati, ci dicono, consta di 55 cartelle “per consentire a qualunque interessato ogni più completa conoscenza ed ogni eventuale e conseguente determinazione o rimedio: istanze, reclami, critiche e censure”. Amati, Caizzi e Calabresi sarebbero, secondo la lettera, “persone libere e oneste che giorno per giorno spendono la loro esistenza nella tutela di un sistema… che si regge su ossatura pregna di autentici valori e che rivendica sicure grandezze“. (!)

Corriere della Sera 27 Luglio 2010 Carla Fracci: «Non aiutai Valpreda dopo il suo arresto. Provo ancora rimorso» di Alessandro Cannavò

26 maggio 2011

«Era il pomeriggio dell’11 dicembre 1969. Mi trovavo negli studi della Rai in via Teulada a Roma. In quei giorni registravamo lo show tv di Natale, “La notte della speranza”. Per me era il primo impegno di lavoro dopo il parto di mio figlio Francesco che era avvenuto il 6 ottobre. Il vero ritorno sulle scene sarebbe stato qualche mese dopo alla Scala con i balletti Pelleas et Melisande e Paquita, dove tutti mi aspettavamo per vedere se ero nuovamente in grado di sostenere la prova dei 32 fouettés… Quel pomeriggio negli studi comparve Pietro Valpreda. “Avete lavoro per me?”».

Carla Fracci non può certo non ricordare fin nei dettagli l’incontro che ebbe con l’uomo che qualche giorno dopo sarebbe stato accusato della strage di piazza Fontana, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che provocò 17 morti e 50 feriti. L’anarchico Valpreda, appartenente al gruppo Ponte della Ghisolfa, testa calda che aveva avuto già problemi con la giustizia, era un ballerino che sin dagli anni 50 rimediava impieghi nei corpi di ballo di riviste (aveva lavorato con Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Walter Chiari), teatri lirici e programmi televisivi. In quel ’69 era apparso anche nella trasmissione, «Stasera con…» di Antonello Falqui, in una puntata dedicata a Patty Pravo e Gina Lollobrigida.« “Pietro, che peccato che ti presenti solo ora: ormai siamo alle fasi conclusive”, gli rispondemmo io, Carla e il coreografo dello spettacolo Loris Gai».

A proseguire il racconto è il regista Beppe Menegatti, compagno inseparabile della Fracci nella vita e nel lavoro. «Valpreda lo conoscevamo, eccome. Anche se era più familiare alla sorella di Carla, Marisa, che danzava proprio negli spettacoli tv». Il giorno dopo, Menegatti seppe di quanto era successo alla banca dell’Agricoltura di Milano appena dopo essere stato testimone di uno dei tre attentati (quello avvenuto all’Altare della Patria) che contemporaneamente si verificarono a Roma. Finita la registrazione e tornati a Milano, la Fracci, Menegatti e Loris Gai si imbatterono il 17 mattina nei titoloni dei giornali esposti alla libreria Feltrinelli di via Manzoni che annunciavano l’arresto di Valpreda per concorso nella strage.

Erano giornate drammatiche: ventiquattro ore prima le prime pagine riportavano il tragico volo di Pinelli alla Questura di Milano. «Accanto alla foto di Valpreda c’erano definizioni come mostro, bestia umana o, cosa che ci colpì particolarmente, ballerino disadattato – riprende la Fracci -. Ma com’era possibile? Un uomo che nemmeno 24 ore prima stava quasi per entrare a far parte in uno show televisivo a Roma, veniva accusato di essere stato l’esecutore di quell’orrendo fatto a Milano. Avevamo voglia di dire a qualcuno del nostro incontro, capire cosa fare». «Ci pensammo per alcune ore – è ancora Menegatti -. Poi decidemmo di telefonare a Giorgio Zicari, il cronista del Corriere che seguiva il caso. Era stato lui che bruciando tutti i colleghi aveva rivelato già sul Corriere di Informazione del 16 dicembre che Valpreda era imputato. Lo chiamai verso le 10 della sera. Lui ascoltò il racconto con molta calma e mi disse: “Risentiamoci più tardi”. Di colloqui ce ne furono quattro. All’ultimo, si era intorno alle 2 e mezzo della notte, Zicari mi disse: “Senta Menegatti, dica a Carla che per la sua reputazione una dichiarazione del genere può essere rischiosa. E poi avete un bambino piccolo… dovete stare attenti. Meglio non entrare in questa vicenda”. Quell’ultima frase ci impietrì».

Che cosa voleva dire Zicari, che qualche anno più tardi sarebbe stato sospeso per un periodo dall’Ordine dei giornalisti dopo che si seppe che aveva collaborato con i servizi segreti? Un avvertimento benevolo? O un’ambigua minaccia? «Noi abbiamo pensato al rischio di un rapimento da parte di gruppi neofascisti protetti da forze occulte – spiega la Fracci -. Oggi sembrerebbero pure ossessioni ma bisogna ricordarsi il clima di violenza di quel ’69. Gli attentati erano cominciati già in primavera. Insomma, a quel punto decidemmo di non parlare con nessun altro di quell’incontro. Una scelta che si tramutò ben presto in grande rimorso. Non rivelammo la storia neppure alla nostra amica Camilla Cederna o a Giorgio Bocca che presto cominciarono una campagna a difesa di Valpreda».

Un po’ di anni dopo, Menegatti ricevette un avviso di comparizione per testimoniare al processo di Catanzaro. Il suo nome era stato trovato in un quaderno di appunti di Zicari che riportava la sintesi delle loro telefonate. «A Catanzaro ci andai tre volte: l’ultima, al ritorno, feci il viaggio in treno con l’avvocato di Valpreda, Guido Calvi. Un uomo splendido, che mi disse: “Se questa vostra testimonianza fosse arrivata prima, chissà, forse avrebbe aiutato a evitare la costruzione di Valpreda come mostro”. Un rimprovero espresso con mestizia e gentilezza, senza toni polemici, che ci mise di fronte alla vigliaccheria del nostro atto. Quel giorno avremmo dovuto rivelare un semplice incontro, spendere una parola a favore di un accusato, insomma fare il nostro dovere di cittadini. E invece prevalse la paura, la voglia di quieto vivere».

Carla Fracci e Beppe Menegatti incontrarono più volte Valpreda a Milano dopo l’assoluzione definitiva, quando l’ex ballerino anarchico vendeva libri e aveva aperto un bar. «Ma furono sempre incontri generici, lui non tirò mai in ballo quell’episodio, né noi ci sentimmo di fare ammenda del nostro comportamento. Da quando è arrivato il secondo nipotino, Ariele, che ha due anni, pensiamo spesso a quegli ipotetici rischi che avrebbe potuto correre, se avessimo parlato, nostro figlio Francesco nel clima di tensione del ’69. Ma quel dubbio non alleggerisce il macigno che abbiamo sulla coscienza».

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA – approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli

29 novembre 2009

http://www.aldogiannuli.it/?p=375

12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA

Aldo Giannuli

approfondimento bibliografico

IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA”

di Paolo CUCCHIARELLI

Ponte alle Grazie

Milano giugno 2009

Il libro di Cucchiarelli, è il risultato di oltre dieci ani di lavoro. Il libro è diviso in tre parti narrative: la prima

Copertina

sostanzialmente dedicata ad un attento scandaglio di perizie, verbali, rapporti di polizia giudiziaria e stampa d’epoca; la seconda in cui l’autore avanza una sua ipotesi di come sia andata la vicenda della strage; la terza, nella quale si rileggono i casi Feltrinelli e Calabresi alla luce delle risultanze precedenti.

La prima parte costituisce un lavoro assolutamente prezioso che fa riemergere tanti particolari passati ormai nel dimenticatoio dopo la lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari che anno accumulato molte migliaia di documenti per oltre 1 milione di pagine. Diverse riflessioni sul tema dell’esplosivo aprono la strada a sviluppi investigativi di notevole rilievo che maturano in particolare nella terza parte, quella in cui si parla di Calabresi e Feltrinelli.

La parte più debole, lo diciamo subito, ci pare la seconda che propone una spiegazione della vicenda che qui di seguito riassumiamo in breve.

1- L’ipotesi di Cucchiarelli

La strage fu ideata al gruppo veneto di Ordine Nuovo; la bomba fu preparata dai finti anarchici –in realtà fascisti- e consegnata a Valpreda da provocatori di cui egli si sarebbe ingenuamente fidato. All’anarchico venne raccontato che la bomba serviva ad un attentato dimostrativo e che era azionata da un timer a due ore, in modo da esplodere a banca chiusa, senza fare vittime. Invece, il timer aveva una corsa di soli 60 minuti per esplodere a banca ancora aperta. Valpreda, prese effettivamente il taxi di Rolandi e depose la borsa con la prima bomba, e ripartì con lo stesso taxi. Un fascista piazzò a fianco a quella di Valpreda, un’altra borsa con una seconda bomba azionata a miccia. Essa fece esplodere prima la bomba di Valpreda e ne raddoppiò la potenza. A collocare il secondo ordigno sarebbe un sosia di Valpreda (forse il fascista Claudio Orsi) giunto sul posto con un altro taxi e ripartito, probabilmente, con una Giulia rossa guidata dal fascista Nestore Crocesi.

Contemporaneamente, altri giovani anarchici avrebbero collocato altre due bombe che però non esplosero probabilmente grazie all’intervento di Pinelli che le avrebbe segnalate alla polizia. Il ferroviere, per non tradire i compagni autori dei due falliti attentati, avrebbe poi fornito un alibi falso.

L’ipotesi di Cucchiarelli sottolinea come anche la corte catanzarese di primo grado che condannò Freda e Ventura, assolse Valpreda solo per insufficienza di prove, lasciando dunque aperta la porta all’ipotesi di una partecipazione mista di fascisti ed anarchici alla strage. All’epoca si parlò di una ipotesi “Val-Freda” che oggi in qualche modo torna nell’inchiesta di Cucchiarelli, pur con una variante decisiva: la strage resta puramente fascista, nella sua ideazione, come nello schema dell’istruttoria Salvini, e gli anarchici, primo fra tutti Valpreda, avrebbero partecipato materialmente alla sua realizzazione, ma solo perchè ingannati. Insomma una ipotesi che si colloca a tre quarti di strada dall’ipotesi Val-Freda e ad un quarto da quella di Salvini.

Come si sa, questa ipotesi di ricostruzione ha suscitato reazioni piuttosto vivaci a sinistra, dove è parso inammissibile rimettere in discussione “la pista anarchica” che sembrava definitivamente sepolta.

Ma, a differenza della storia sacra, di per sè immutabile, la storiografia scientifica non conosce verità intangibili, per cui, in presenza di documenti nuovi ed importanti, non si può reagire con una scrollata di spalle ma occorre entrare nel merito delle proposte di revisione e farlo con tutta la laicità necessaria. Entriamo dunque nel merito dei punti su cui siamo in dissenso.

2- Valpreda ed il taxi.

Cucchiarelli assume che Rolandi, pur fra errori e contraddizioni, sia stato un teste “fragile ma genuino” (p.191), magari un po’ strattonato da carabinieri e polizia che ne avrebbero forzato la deposizione. Per cui il suo passeggero era effettivamente Valpreda. Resta, però, da spiegare perchè il ballerino abbia ritenuto di prendere un taxi per un percorso di qualche decina di metri, per poi riprenderlo per un percorso di altri 150 metri. Anche il più sprovveduto ragazzino avrebbe compreso che la cosa non sarebbe passata inosservata e che, all’indomani di un attentato, pur senza vittime come l’ipotetico Valpreda del racconto avrebbe pensato, era evidente che c’era l’elevato rischio di un testimone che potesse indicarlo alla polizia.

La prima spiegazione di quel comportamento irrazionale fu quella dei postumi del morbo di Burger di cui aveva precedentemente sofferto. Ma la cosa non resse a lungo: Valpreda aveva un’auto sua, per cui non si capisce che bisogno avesse di un taxi e perchè dovesse prenderlo quando era quasi arrivato a destinazione. Per quanto riguarda il morbo di

Pietro Valpreda

Pietro Valpreda


Burger, ne era guarito al punto di riprendere a ballare e lo stesso Rolandi, nel suo ultimo verbale, sosterrà di averlo visto scendere dalla sua auto “con passo bersaglieresco” (p. 192), il che –se pure il suo passeggero fosse stato effettivamente Valpreda- non va molto d’accordo con l’idea di un uomo che solo pochi minuti prima aveva dovuto prendere un taxi per degli improvvisi crampi.

Personalmente posso attestare che, in una sera del 1999, ho percorso a piedi con Valpreda tutta via Moscova, sino alla libreria Utopia, e l’ho visto camminare normalmente senza segno di sofferenza o soste. E parliamo di un Vapreda più vecchio di trenta anni.

Il libro suggerisce un’altra ipotesi sulla base di una testimonianza (Mister X di cui parleremo): qualcuno avrebbe detto a Valpreda di prendere il taxi per ridurre al minimo la presenza in piazza, dove avrebbe potuto essere riconosciuto, dandogli anche 50.000 lire (p.183). Bel modo di non farsi notare! E l’anarchico se la sarebbe bevuta, senza sospettare nulla. Avendo conosciuto Valpreda, posso dire che in molte cose era un ingenuo, ma non un imbecille.

Ancor meno convince che questo possa essere compatibile con un Rolandi “teste fragile ma genuino”: volendo incastrare qualcuno, si ha cura di predisporre una serie di falsi testimoni e non ci si può affidare ad un teste occasionale, come un taxista qualsiasi, che magari potrebbe non farci caso, non saper riconoscere il suo passeggero o aver paura di andare alla polizia. Dunque, o il passeggero (chiunque esso fosse) ha preso quel taxi di testa sua, e dunque i fascisti non potevano prevederlo e tanto meno calcolarne gli effetti, o lo ha preso su indicazione di qualcuno che, probabilmente, era d’accordo con il taxista. Si noti, peraltro, che nessun altro teste (impiegati, uscieri, clienti della banca) ha mai riconosciuto il ballerino anarchico fra le persone che erano entrate nel salone poco prima dello scoppio. Se questo è spiegabile in un primo momento, quando Valpreda avrebbe potuto esser confuso con un cliente qualsiasi, che non aveva attirato alcuna attenzione, è però meno spiegabile dopo il riconoscimento di Rolandi e quando la foto di Valpreda era comparsa su giornali e Tv. Possibile che a nessuno fra i superstiti dell’attentato sia rivenuto in mente quel volto? Eppure Valpreda, per età, vestiario , modo di pettinarsi ecc. non era omogeneo ai frequentatori di quella banca, in massima parte piccoli impresari agricoli lodigiani o brianzoli.

A questo si aggiungano le note vicende che portarono la corte a non accettare la sua deposizione (le ritrattazioni, la vicenda della foto mostratagli prima, ecc.) e si capirà che ce n’è abbastanza per dubitare seriamente della sua “genuinità”.

2- Il sosia.

Il punto più debole della ricostruzione è quello relativo alla contemporanea presenza sul luogo del delitto sia di Valpreda che di un suo sosia (Caludio Orsi o Nino Sottosanti che fosse). Un sosia si utilizza per creare la sensazione che una persona sia in un determinato posto in un certo momento, ma, se il “capro espiatorio” è presente in persona nel luogo e nel momento voluto, il sosia a che serve? Anzi è un impiccio, sia perchè potrebbe essere notato dalla vittima della macchinazione, sia perchè dopo bisogna darsi da fare per farne sparire le tracce. E, infatti, lo stesso Cucchiarelli (170-1) dice che si dovettero fare “giochi di prestigio” per occultare la presenza del sosia e del secondo taxi per non far nascere sospetti. Ed, allora, perchè creare questa inutile companella? Questa è la prova migliore che Valpreda, in quel pomeriggio, a Piazza Fontana non c’era.

Oppure possiamo provare la strada inversa: c’era Valpreda ma non il sosia che non serviva a nulla se non a complicare le cose.

Ma se il sosia non serve, non serve neppure il secondo taxi: peraltro avendo la possibilità di andare sul posto con un’auto privata, per quale motivo prendere un taxi a rischio che il taxista possa diventare un teste? Effettivamente, c’è un secondo taxista, tale Pierino Bartomioli (p. 167) che segnalò uno strano passeggero, ma la cosa non ebbe particolari sviluppi ed ancora oggi l’indicazione non appare molto precisa e suscettibile di particolari sviluppi. Anche qui: un secondo taxi appare più come un inutile impiccio di cui ci si dovrà liberare dopo.

3- – La doppia bomba.

C’erano due bombe? Perchè?

Effettivamente l’esame dei reperti pone problemi da risolvere (i frammenti delle borse che avrebbero contenuto gli ordigni, la “doratura” della parte esterna delle cassette metalliche ecc.), però: che bisogno c’era di duplicare anche i meccanismo dell’inganno?

Pensiamo alla Banca dell’Agricoltura: se abbiamo dato a Valpreda un ordigno con il timer truccato in modo che esploda 1 ora prima di quanto non sembri, che bisogno c’è di andare a mettere un’altra bomba che funzioni da attivatore? Basterebbe il timer. O, al contrario, che bisogno c’è del timer truccato se abbiamo deciso di far saltare tutto in aria con una seconda bomba che deve solo potenziare l’esplosione?

Ancora meno convince che questa seconda bomba sia azionata a miccia: occorre accendere la miccia sul posto col rischio di farsi notare, poi qualcuno potrebbe scorgerne il fumo. Per la verità il libro riporta la dichiarazione di un teste ad un giornale del tempo, che dichiara di aver effettivamente visto del fumo uscire da una borsa, ma non si capisce come mai abbia trovato la cosa normale e non l’abbia segnalata al personale. In fondo, nessuno di noi, vedendo del fumo da una borsa o da sotto un tavolo penserebbe che ciò sia normale e, anche senza pensare necessariamente ad una bomba, cercherebbe di capire cosa sta andando a fuoco. Non si tratterà di una suggestione ex post di un teste shockato dal fatto? In ogni caso: non c’era alcuna garanzia che la cosa passasse inosservata e, dunque, non si capisce come mai gli attentatori, che potevano benissimo predisporre un’altro detonatore con timer abbiano scelto una strada così insicura.

4- Doppio tutto.

Secondo la ricostruzione di Cucchiarelli, non solo a piazza Fontana, ma anche in altri luoghi degli attentati di quella giornata ci sarebbero state due borse e due bombe. In alcuni posti (come all’Altare della Patria) non sarebbe stato possibile affiancare la seconda borsa (quella cattiva) per cui la strage sarebbe stata mancata.

Non si capisce perchè i fascisti avrebbero dovuto complicarsi la vita in questo modo. Se l’obiettivo era quello di seminare altre bombe analoghe per dare la sensazione di un vasto piano eversivo, c’erano altri cento modi meno macchinosi e , soprattutto, meno rischiosi:

– si sarebbe potuto dare ai giovani anarchici ingannati bombe truccate come quella che sarebbe stata data a Valpreda

– si sarebbe potuto dare agli anarchici bombe-petardo e poi collocarne altre, in altri luoghi aventi le stesse caratteristiche (borsa, cassette, timer eccetera) ma con ben altro potenziale

– si sarebbe potuto farne trovare altre ancora destinate a non esplodere (come quella del “modello Comit su cui si sofferma utilmente il libro).

Ogni raddoppio (di uomini e di cose) porta con sè un raddoppio di rischi di essere identificato o lasciare tracce, di avere un incidente o che qualcosa non funzioni in modo sincronizzato (e, infatti, stando a “Mister X” all’Altare della Patria non fu possibile collocare le seconde bombe). Dunque, non si capisce quale vantaggio veniva ai fascisti da un piano che avrebbe fatto impazzire anche Pico della Mirandola.

5- Due parole su Russomanno

Il nome di Russomanno richiama alla memoria una vicenda di cui ho detto nel mio libro “Bombe a inchiostro” che qui sintetizzo:

Il 5 marzo era comparsa sul “Corriere della Sera” una intervista di Giorgio Zicari a Serafino Di Luia che dichiarava: <<Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese in Italia… A Milano c’era gente disposta a pagare per far mettere delle bombe e la proposta venne fatta anche a Lotta di Popolo>>

L’allusione al capo dello Uaarr Federico Umberto D’Amato era trasparente.

Queste dichiarazioni provocarono forte preoccupazione al Viminale, come dimostra questo appunto interno dello stesso 5 marzo:

<<Nel quadro dei tentativi che la stampa dell’estrema sinistra compie quotidianamente di spostare la responsabilità dei più gravi attentati dai gruppi anarchico-contestativi a quelli neo fascisti o, comunque, di attribuire a questi ultimi la reale direzione delle ondate terroristiche, è da collocare la vicenda di Serafino Di Luia, del quale il “Corriere della Sera” pubblica oggi un’intervista.

E’ infatti ovvio che dai giornali comunisti le notizie concernenti estremisti presunti attentatori rimbalzano anche agli altri quotidiani d’informazione, che ne sfruttano l’attualità.>>

Il maldestro tentativo odorava di panico e la cosa diviene evidente leggendo un appunto di pochi giorni dopo:

<<Il Questore di Bolzano comunica che i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, …dopo l’intervista concessa al giornalista Zicari del “Corriere della Sera”, si sarebbero recati prima a Monaco di Baviera e poi in Austria, dove dimorano.

Detti fratelli hanno incaricato un loro conoscente di prendere contatti con la Polizia italiana del Brennero (dott. Ruggieri) per far sapere che, qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca, sarebbero disposti a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano e anche su quelli della famosa “notte dei treni”.

I fratelli Di Luia, com’è noto, allo stato attuale non sono ricercati dall’Ag. Si potrebbe accedere alla loro proposta invitandoli a presentarsi all’Ufficio di Ps del Brennero dove potrebbero recarsi ad attenderli il V. Questore dott. Provenza, Dirigente l’Ufficio politico della Questura di Roma, ed il V. Questore dott. Russomanno di questa Divisione. >>

Russomanno si recava al Brennero il 10 aprile successivo3. Sfortunatamente, non sappiamo cosa si siano detti perchè la relazione di servizio che certamente Russomanno ha fatto è risultata introvabile.

Visto che era così ben disposto a parlare, magari avrebbe potuto darci quella relazione che abbiamo inutilmente cercato nelle carte del Viminale e che ci piacerebbe tanto leggere.

6- La parte migliore del libro

La parte migliore è certamente la terza dove si rinviene un filo investigativo molto importante che porta da piazza Fontana (ma in realtà anche da prima, da episodi come l’attentato all’Alpen Express nella stazione di Verona nel 1967) sino a Feltrinelli, Calabresi e anche oltre. La pista è quella del traffico di esplosivo e di armi che va dall’Olanda a Venezia-Trieste per poi sfioccare fra gli ustascia croati e l’Eoka cipriota di Grivas. Rilevantissime sono le pagine sull’attentato alla scuola slovena.

luigi calabresi


Questo flusso di armi ed esplosivi è passato per alcuni Nasco ed ha incontra personaggi importanti. Ad esempio molto ci piacerebbe sapere del viaggio a Trieste del commissario Calabresi pochi giorni prima di morire. Anche qui Russomanno se la cava con pochi monosillabi di assenso senza dire le troppe cose che certamente sa, ma non ha mai detto. Nè a noi nè ai magistrati.

Cucchiarelli individua correttamente anelli che erano sfuggiti ad altri e sui quali avremo modo di tornare e (anche se qui e lì si rende opportuna qualche rettifica di tiro) apre lo spazio ad ipotesi investigative assai rilevanti che potrebbero portare ancora più in là, sino a Brescia e (perchè no?) sino a Bologna.

Forse è un peccato che questa parte venga alla fine del libro, dopo 170 pagine di minuzioso lavoro sui reperti che mettono a dura prova la pazienza del lettore non specialistico e dopo altre trecento dedicate ala parte meno riuscita. D’altra parte l’ovvia eco suscitata dalla ricomparsa di Valpreda, tutto rischia di essere messo in ombra da questo ingombrante ed azzardato scoop.

8- Una questione di metodo: falsi riscontri, echi ed effetto di trascinamento.

Sia il magistrato che lo storico conoscono la classica insidia dell’eco: io dichiaro alla polizia che che Marco era in piazza alle 16, poi, nel corso di una perquisizione ad Armando –che non mi conosce e che non conosco- viene trovata una lettera di Claudio, nel frattempo deceduto, che dice che Marco era in piazza alle 16: la mia affermazione è riscontrata.

E invece no: io avevo detto la cosa a Giovanni che lo aveva ripetuto a a Maria –che io non so nemmeno che esista- che, a sua volta lo disse a Claudio: dunque la fonte sono sempre io e la lettera di Claudio non è un riscontro ma un’eco delle mie affermazioni, anche se magari Claudio ne ha scritto come se avesse assistito di persona alla permanenza di Marco in piazza quel giorno.

Molte volte accade che una cosa sia scambiata per l’altra. Per evitare questo rischio, è necessario fare due cose:

a- critica della provenienza (la fonte che consideriamo era effettivamente in grado di conoscere quel particolare direttamente? ad es. Se quel giorno Marco era a Milano e Claudio a Palermo è evidente che Claudio può averlo saputo solo da una terza persona, dobbiamo scoprire da chi)

b- conseguentemente, ricostruzione dei flussi informativi ( da chi lo ha saputo Claudio? Scopriamo che fu Maria. E Maria come lo seppe? Da Aldo. Ergo la fonte è sempre e solo una. Niente riscontro).

Ovviamente, se la catena si interrompe e non è possibile risalire a chi conosca il fatto per “conoscenza diretta” l’elemento indiziario, pur da considerare comunque, avrà un valore molto più basso.

Questo suppone che dobbiamo essere in grado di conoscere la fonte da cui ci viene la notizia.

Un disturbo simile all’eco è “l’effetto di trascinamento”: in occasione di casi particolari, caratterizzati da un evento particolarmente traumatico (una rapina, un attentato, scontri di piazza ecc.) e dalla presenza di una notevole quantità di testimoni, l’elemento suggestivo può giocare un ruolo accentuato. Ad esempio, se un teste dichiarerà (magari sbagliando) che alla guida dell’auto con cui sono fuggiti i rapinatori c’era una donna, è probabile che altri due o tre testi sosterranno non solo che c’era una donna, ma di aver osservato che era bionda e con una sigaretta fra le labbra. Non necessariamente si tratta di persone in malafede o di mitomani, è possibile che il primo teste abbia avuto la sensazione di aver visto una donna, magari perché il guidatore aveva capelli lunghi e magari un aspetto efebico, gli altri ne subiranno la suggestione ed, in perfetta buona fede, aggiungeranno altri particolari: bionda, magari perchè così si presenta nel loro ricordo alterato, col la sigaretta fra le labbra perchè, magari, al “ricordo” si sovrappone l’immagine di un film. E così via. Anche per questo, le testimonianze vanno sempre vagliate comparativamente e confrontate con i reperti.

9: In particolare: l’utilizzabilità di mister X

Un pilastro rilevante dell’ipotesi di Cucchiarelli è la testimonianza all’autore di “Mister X”, questo dirigente della destra extraparlamentare del tempo, indottosi a parlare solo ora, ma nell’ombra dell’anonimato.

Ricordo che una ventina di anni fa Claudio Gatti pubblicò un libro intitolato “Resti fra noi” costruito sulle testimoniante di diversi agenti della Cia operativi a Roma in epoche diverse ed identificati come “Mister one”, “Mister two”, “Mister three”… Ovviamente la cosa sollevò molta ilarità: chi erano? Cosa avevano effettivamente detto? Chi ci garantiva che esistessero davvero e tutti, avessero le qualifiche attribuite ed avessero detto effettivamente tutte le cose attribuitegli? E se anche uno solo fosse stato inventato dall’autore? E gli stessi intervistati avrebbero potuto riconoscersi nel rispettivo numero? E se le loro dichiarazioni fossero state manipolate, mischiate, interpolate? Se anche uno di essi avesse riconosciuto la sua intervista e gli eventuali errori o falsi contenuti, non potendo farsi identificare, di conseguenza, non avrebbe potuto smentire o rettificare nulla.

Dunque, quel libro non ha alcun valore documentario ed, infatti, nessuna persona seria lo cita.

In questo caso abbiamo una sola intervista anonima e, peraltro, si intreccia con una serie di altre interviste e documenti. Peraltro, conosco personalmente Paolo Cucchiarelli, lo stimo e ne so la correttezza professionale, per cui non ho dubbi che abbia effettivamente intervistato “mister X”. Ma questo non basta. In primo luogo perchè altri che non conoscono l’autore e la sua serietà professionale potrebbero avere gli stessi dubbi che avevo io nei confronti di Gatti. In secondo luogo perchè, pur conoscendo la pignoleria di Paolo e la sua correttezza, non posso escludere che il racconto di “Mister X” possa essere stato riportato erroneamente o anche in modo da produrre, pur involontariamente, fraintendimenti in chi legge e ”Mister X” non può rettificare o spiegare.

In terzo luogo, e questo è il punto più importante, perchè se non so chi è non riesco a fare quelle operazioni di “Critica della provenienza” di cui dicevo prima. Anzi non sono neanche in grado di capire sino in fondo le informazioni che ricevo da questa fonte. Insomma, un conto è se “Mister X” è un dirigente di On come Pino Rauti, un altro conto è se si tratta di Delle Chiaie che dirigeva An ed odiava quelli di On, un altro ancora è se si tratta di un gregario o di un ex passato a sinistra. Ciascuno potrebbe avere moventi diversi, dunque, conoscere l’identità della fonte è premessa necessaria per decodificare correttamente il suo messaggio. Soprattutto occorre stabilire se la fonte ci sta dicendo qualcosa di cui sa per averle conosciute direttamente in prima persona o se riferisca un “de relato”. Nel nostro caso è poco probabile che l’intervistato possa ammettere di conoscere le cose per conoscenza diretta, perchè così ammetterebbe una sua partecipazione personale alla strage, dunque, probabilmente dirà di averle apprese da altri e magari di seconda o terza mano. Ma, in questo caso, che valore avrebbe la sua testimonianza? Dovremmo, o stabilire la partecipazione diretta dell’uomo ai fatti narrati –quel che non è possibile fare senza sapere di chi si tratta- ,o risalire alle sue fonti sino ad arrivare a chi conosceva i fatti direttamente, ma anche in questo caso, se non sappiamo di chi si tratta, il tentativo non può neanche partire.

Peraltro, è del tutto evidente che una simile testimonianza non sarebbe neanche presa in considerazione in sede processuale o di inchiesta parlamentare. Ed anche in sede storiografica, il riconoscimento del valore di una testimonianza del genere non sarebbe accettata da nessuno storico. Può darsi che io subisca la deformazione professionale che mi viene dall’essere storico, consulente giudiziario e di commissioni parlamentari di inchiesta, ma non posso accettare una testimonianza del genere che, personalmente, non avrei neppure riportato nel libro.

Dunque, per questa serie di ragioni, la testimonianza di “Mister X” possiamo considerarla tam quam non esset.

10: errori ed imprecisioni, il caso Raptis.

Anche il libro più curato porta con sè una serie di errori, svarioni, sviste ed imprecisioni. Nel mio ultimo libro (“Abuso Pubblico della storia” ne infilo tre madornali: a p. 187 sembra che l’India sia tutt’ora impegnata nella guerriglia tamil nello Sri Lanka (in realtà se ne è ritirata già nel 1990), a p 253 faccio uno svarione per cui sembra che l’Inkhata sia una nazionalità distinta da quella degli Zulu (di cui è, invece, il partito politico) e, peggio di tutto, parlo di 44 anni continui di pace in Europa dal 1748 al 1792 (dimenticando la guerra dei sette anni dal 1756 al 1763, mentre quel periodo riguarda la sola italia): la stanchezza di fine lavoro, la fretta, un ricordo errato e non controllato sono sempre in agguato e quando un libro ha un numero di errori che non supera il 5% del numero delle pagine può ritenersi un libro molto curato. Purtroppo è così. Dunque, ammettendo le mie pecche, non voglio fare la lezione a nessuno, Peraltro il libro di Cucchiarelli ha un numero contenuto di errori o imprecisioni (al di sotto del fatidico 5%), ma se per alcune cose si può passare la mano leggera (ad esempio, nel capitolo sulla guerra fra cordate politico-informative ed in quello sulla crisi diplomatica con la Grecia, potrei segnalare diverse imprecisioni), su un punto mi tocca segnalare un curioso pasticcio che tocca un personaggio che proprio non lo merita. A p. 472-3 si riprende il discorso che riguarda il contatto fra Michel Raptis e Pino Pinelli, riciclando cose scritte a suo tempo da Marcello del Bosco sulla base di informazioni molto approssimative e infondate per cui Raptis sembrerenbbe un provocatore a servizio del colonnelli greci. Poi se ne riparla a p 586 utilizzando documenti che ho trovato io nell’archivio della via Appia ma usandoli in modo non del tutto esatto. Poi a p 678, in una nota, si danno informazioni biografiche su Raptis dalle quali è possibile desumere che non fosse un provocatore. Avendo conosciuto e bene Michel Raptis mi corre l’obbligo di precisare il punto evitando che possa essere infangata la memoria di un personaggio di grande valore politico ed intellettuale che ha rappresentato cose significative nella sinistra europea. Raptis (Pablo il suo nome di battaglia) non era assolutamente un agente dei colonnelli greci ma un loro fiero oppositore, aveva partecipato alla Resistenza e, nel 1969, stava lavorando con Andreas Papandreu allo sfortunato tentativo di costituire un esercito di liberazione dai colonnelli greci. La notizia del suo passaggio milanese venne catturata impropriamente negli ambienti del Pci milanese (dove forti erano ancora gli echi stalinisti per cui la parola trotskijsta era una bestemmia che autorizzava i peggiori sospetti) e si tradusse nel pasticcio del libro di Del Bosco. Ma a distanza di trenta anni certe confusioni non sono più consentite (comunque, più avanti, pubblicherò un cenno biografico di Pablo).

Mi farebbe comunque piacere ospitare una replica di Paolo Cucchiarelli su questo stesso sito.

Aldo Giannuli, 12 giugno ‘09