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1970 04 8 Paese sera – Nell’alibi di Pinelli non ci sono più «crepe». Smentito ancora una volta il rapporto della questura. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 04 8 Paese sera - Nell'alibi di Pinelli non ci sono più crepe di G.M.

Nuovi testi interrogati dal magistrato a Milano

Nell’alibi di Pinelli non ci sono più «crepe»

Smentito ancora una volta il rapporto della questura – Ascoltato il medico che per primo visitò l’anarchico in ospedale

di G. M.

 

Dal nostro corrispondente

Milano, 8 — Che cosa accadrà adesso? Archiviazione oppure una vera e propria inchiesta? Il PM dr. Caizzi dovrebbe ormai aver concluso le «indagini preliminari» sulla tragica morte di Giuseppe Pinelli. E’ maturato dunque il tempo delle decisioni.

Il modo con cui sono state condotte queste «indagini preliminari» ha sollevato parecchie perplessità, e anche precise critiche da parte dei legali dei familiari del Pinelli. Innanzitutto, perché non è stato ancora consentito alla vedova e alla madre dell’anarchico di costituirsi parte civile? E poi, per quali misteriose ragioni procedurali sono stati ascoltati solo adesso testimoni che appaiono addirittura decisivi ai fini dell’inchiesta?

Solo ieri, infatti, il dott. Caizzi ha interrogato il dott. Nazzareno Fiorenzani, il medico che visitò Pinelli subito dopo il suo ricovero in ospedale. Dunque, un teste importantissimo, il quale, tra l’altro, è stato convocato in tribunale solo su istanza dei legali della vedova Pinelli. Perché questo «ritardo» nell’ascoltarlo? Non si sa, naturalmente, che cosa abbia detto il dott. Fiorenzani.

Si sa invece che cosa può aver raccontato un altro teste interrogato ieri mattina, il signor Mario Pozzi, che, indicato in un primo tempo come un lettighiere del Fatebenefratelli, è risultato invece essere uno dei testi dell’alibi Pinelli. Anche questo, dunque, un testimone decisivo, che viene giusto a smentire il rapporto che la questura, circa un mese fa ha inoltrato alla Procura della Repubblica. Si diceva, infatti, in quel rapporto: è dubbio, per non dire falso, che Giuseppe Pinelli abbia trascorso l’intero pomeriggio nel baretto di via Morgantini a giocare a carte. Sì, nel bar c’era stato, ma sino alle 15-15,30; era poi uscito per andare a riscuotere la tredicesima alla Stazione Garibaldi, come dimostra il registro dell’ufficio cassa. Dunque, c’è un vuoto di alcune ore nell’alibi Pinelli.

Questo, si diceva più o meno nel rapporto della questura. Alibi crollato, aveva quindi scritto un giornale milanese che, nel corso dell’indagine sugli attentati, è sempre stato uno dei primi a pubblicare le notizie che circolavano nei «corridoi» della polizia. Ora, il signor Mario Pozzi ha smentito decisamente le voci diffuse circa un mese fa.

Il pomeriggio del 12 dicembre, Giuseppe Pinelli lo trascorse quasi interamente nel baretto di via Morgantini. Vi era entrato verso le 14, mettendosi quindi a giocare a ramino con un «uomo dai capelli bianchi». Poi, l’uomo «dai capelli bianchi» era uscito ed il suo posto era stato preso da Mario Pozzi e quindi da Mario Magni. Giuseppe Pinelli aveva così continuato a giocare a ramino fino alle 17,30. Si era infine alzato dal tavolo dicendo: «E adesso me ne vado, adesso devo andare a prendere dei soldi».

Solo nel tardo pomeriggio, quindi, Giuseppe Pinelli era salito di nuovo sul suo motorino per andare a riscuotere la tredicesima.

Su questo dunque nessun dubbio: l’alibi di Giuseppe Pinelli non presenta zone d’ombra, margini di ambiguità. Diverse altre circostanze, invece, che non riguardano certo la giornata del 12 dicembre del «Pino», risultano piuttosto ambigue, se non addirittura preoccupanti.

 

 

Lotta Continua luglio 1970 Parola di Amati

27 settembre 2012

Giudice Istruttore Antonio Amati

L’accoglimento della richiesta di archiviazione dell’inchiesta su Pinelli da parte del famoso giudice Amati, ed il rinvio del processo Calabresi-Lotta Continua, previsto per luglio e rinviato poi alla seconda metà di settembre sono il risultato delle ultime settimane di lavoro della magistratura milanese.

Ora i giudici, che quest’anno hanno lavorato parecchio, se ne possono finalmente partire chi ai monti chi al mare: le cose sono state esattamente predisposte per l’autunno, quando la giustizia sarà rientrata dalle ferie.

L’inchiesta sul «caso Pinelli» (il caso veramente c’entra poco con la sua morte) ed il processo a Lotta Continua sono come si sa due vicende tra loro collegate; era necessario arrivare prima all’archiviazione per andare poi, con tutta calma e con una smemorata estate di mezzo, al processo contro Lotta Continua: La firma del noto giudice Amati in calce al provvedimento di archiviazione anticipa infatti e precostituisce  per così dire, l’esito del processo: se Pinelli si è suicidato, come sostiene Amati, vuol dire che non è stato ammazzato; dunque, le accuse rivolte da noi ai dirigenti della questura milanese, ed in particolare al commissario Calabresi che condusse 1’«interrogatorio», non possono che essere gratuite diffamazioni. Tutto chiaro quindi.

Peccato soltanto che per arrivare a questa conclusione il dotto Amati sia stato costretto ad arrampicarsi sugli specchi per ben 55 pagine dattiloscritte, e a sconfessare clamorosamente persino la motivazione di archiviazione proposta dal giudice Caizzi (che ha condotto l’istruttoria): se Caizzi parlava infatti pilatescamente di «morte accidentale», il valoroso giudice Amati torna alla tesi del suicidio che, come del resto anche l’omicidio, ha ben poco di «accidentale».

Su questo punto vale la pena di soffermarsi un momento.

Il ritorno alla famigerata tesi del questore Guida, necessario per tentare di scagionare fino in fondo la polizia, è parecchio avventuroso, se si pensa che la spiegazione fornita dal questore la notte dell’assassinio di Pinelli («…si era visto incastrato, il suo alibi era crollato, il suo gesto equivale a un’autoaccusa, al suo posto io avrei fatto lo stesso …») si è nel frattempo dimostrata un falso grottesco, degno solo di un ex-secondino di Ventotene.

È a questo punto che Amati deve chiamare a soccorso tutta la sua dottrina per mantenere la tesi del suicidio senza però accreditare di nuovo le vecchie menzogne di Guida; così veniamo a sapere che per togliersi la vita non occorre nessun motivo particolare, come la casistica e la dottrina ampiamente citata ci verrebbero a dimostrare.

Pinelli quindi si è suicidato, ma non perchè «il suo alibi era crollato», non perchè «si era visto incastrato», bensì perchè «colto da raptus suicida».

Non è convincente? Il «raptus suicida» è una cosa che, se ti coglie, ti butti dalla finestra. Non importa se hai un alibi di ferro, non importa se Calabresi non è riuscito a incastrarti, o se magari l’hai incastrato tu: ti prende il raptus, e ti getti.

Tra l’altro veniamo a sapere che a Pinelli il raptus gli era già preso il giorno prima, la domenica a mezzogiorno: questa la sensazionale rivelazione che ci fa il giudice Amati: Pinelli aveva già tentato di uccidersi prima ancora di sapere della incriminazione di Valpreda.

Per fortuna l’agente Perrone, autista di Calabresi; passa proprio in quel momento davanti all’ufficio del suo padrone, dove si trova Pinelli, vede che l’anarchico si sta gettando, riesce ad afferrarlo in tempo e ad «impedire così l’insano gesto».

Il raptus scompare poi nel pomeriggio, Pinelli torna normale, incontra la moglie e la madre alle quali appare sereno e calmissimo, come apparirà ancora il giorno seguente al teste che si reca in questura a convalidare il suo alibi. Ma ecco che, a mezzanotte del lunedì, durante una pausa dell’interrogatorio torna improvviso il raptus suicida, Pinelli si alza dalla sedia, va verso la finestra, si getta; il brigadiere Panessa, che cerca di trattenerlo, è più sfortunato del collega Perrone: in mano gli resta solo una scarpa, anzi un’impressione di scarpa.

Questa è in sintesi la tesi di Amati. Commentarla è superfluo: sappiamo chi è Amati, conosciamo il suo valore, la sua dottrina, il suo infaticabile zelo.

È lui l’uomo che gestisce le istruttorie di una buona parte delle numerose bombe scoppiate da due anni a questa parte a Milano.

È lui che sistematicamente le attribuisce agli anarchici, a dispetto delle prove, degli indizi, del senso comune.

È lui che, a mezz’ora dalla strage di Piazza Fontana, con istinto sicuro indirizza verso gli anarchici le indagini della polizia, che peraltro già si muoveva autonomamente in quel senso, grazie all’istinto altrettanto sicuro di un Calabresi.

È lui infine che, colto da un raptus di attivismo già nelle settimane che precedono le bombe, convoca da diverse città, per diverse ragioni, una serie di persone tra cui sono sia Valpreda che uno dei suoi tanti sosia, cosicchè entrambi si verranno a trovare, per una simpatica coincidenza, a Milano il giorno della strage.

Chi dunque poteva decidere come e quando archiviare il «caso» Pinelli meglio dell’ex Uff. della Benemerita, giudice Antonio Amati?

Lotta Continua 6 giugno 1970 Un’amnistia per Calabresi? – Dopo l’archiviazione del caso Pinelli

27 settembre 2012

 Lotta Continua 6 giugno 1970 vignetta contro Calabresi

«È la polizia che turba l’ordine invece di mantenerlo;è nei suoi ranghi, alla questura, che s’incontrano gli assassini»

(René Viviani,antico ministro degli interni)

«Archiviano Pinelli, ammazziamo Calabresi»: è scritto sui muri di Milano, è scritto anche sulla caserma S. Ambrogio, e noi, solo per dovere di cronaca, come si dice, riportiamo la cosa. A prima vista, a noi superficiali lettori di scritte murali, questo sembrerebbe un incitamento all’omicidio di funzionario di P.S.

Quello che infastidisce è che, se qualcuno segue il suggerimento, si rischia di vedere saltare, per morte del querelante, il processo Calabresi-Lotta Continua, e la cosa in effetti ci dispiacerebbe un po’; a meno che Panessa o Muccilli o Mainardi (questo è l’ultimo arrivato) non volessero sostituirlo all’ultimo momento. Sarebbe proprio bello in questo caso; uno morto e disperso al vento (è noto che la schiatta dei Calabresi pratica da millenni l’usanza di bruciare su una pira il corpo dei congiunti morti di arma bianca) e uno esposto al ludibrio del proletariato in un’aula di tribunale.

Comunque, come era stato facilmente previsto, il caso Pinelli è stato archiviato. Avevamo scritto nel numero precedente che l’eventuale condanna di «Lotta Continua» nel processo contro Calabresi avrebbe permesso alla magistratura di concludere più dignitosamente (e con un ruffianesco riconoscimento di onestà) l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Ci sbagliavamo per eccesso di prudenza e di accortezza: sarà, al contrario, la banditesca archiviazione che consentirà la risoluzione anche del «caso Calabresi»; e Calabresi a questo punto (ed è il secondo rischio) potrebbe anche morire dalla voglia di non farlo questo processo e accontentarsi dell’eroismo dimostrato nel presentare, a fronte alta, una querela contro il direttore di un giornale.

In ogni caso quando si tratta di magistrati e poliziotti dobbiamo sempre andare oltre nell’ipotizzarne e prevederne il comportamento criminale, senza lasciarci suggestionare da tutte le chiacchiere sulla riforma della polizia e sulla magistratura democratica. Le contraddizioni tra reazionari e progressisti, il riformismo dello stato socialdemocratico, la strategia laburista, sappiamo tutti che esistono e hanno una loro precisa rilevanza, all’interno del regime e dei suoi diversi rami, ma il loro connotato non è, come qualcuno crede, la capacità di eliminare o fare a meno degli elementi, dei settori, degli strumenti più arretrati o scopertamente reazionari; ma è viceversa la capacità del regime di integrare e armonizzare le strutture e le vocazioni fasciste in una strategia socialdemocratica. Sarebbe da sciocchi pensare che non solo questa caricatura di stato riformista, ma anche uno più raffinato e accorto (se gli daremo il tempo di farlo) possa per esempio rinunciare all’omicidio politico (o alla strage) come strumento di controllo sulle masse; è vero piuttosto che, all’interno di un progetto di riforma dello stato, altri strumenti avranno funzioni più ampie e complesse.

Questo per sgomberare il campo da ogni illusione e per non cadere nella trappola dello stupore per iniziative «non coerentemente riformiste» di individui come Caizzi; l’archiviazione del caso Pinelli non è indicativo di un «rigurgito fascista» o di «tentazioni autoritarie» (come Berlinguer e Pajetta vogliono farci credere) ma è pienamente e coerentemente una scelta socialdemocratica. E allora Caizzi può anche fregarsene di tutto e portare avanti ostinatamente la sua parte, senza concessioni né formali né sostanziali alle voglie dei progressisti e dei «democratici»: tanto più che alla resa dei conti chi utilizzerà tutto questo non sarà il cane morto della socialdemocrazia marca P.S.U. e Saragat, ma sarà proprio chi ora si straccia le vesti e grida allo scandalo e in definitiva ringrazia Caizzi perché gli permette appunto di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo. D’altra parte l’isterica richiesta di giustizia dell’Avanti può poco (e inganna sempre meno) di fronte al deserto dell’iniziativa anche governativa di Nenni e dei suoi inquilini. Il P.C.I. nel frattempo riporta le notizie e le testimonianze già ripetute venti volte e si lamenta perché De Martino non interviene; e, con squisita sensibilità, pare intenzionato a rinviare tutto a dopo le elezioni; così dalla scheda elettorale ora dipende non solo la dittatura del proletariato ma anche la verità su Pinelli. I nostri amici intanto continuano a farne di grosse; Caizzi per motivare l’archiviazione dell’inchiesta ha parlato di «morte del tutto accidentale»: ora anche uno sprovveduto come Guida capisce benissimo che il suicidio è una morte «volontaria» e non «accidentale» e quindi la formula usata da Caizzi equivale perlomeno ad accusare il questore e Calabresi di aver mentito; ma è qualcosa di più: è il tentativo di Caizzi di prepararsi una via d’uscita nel caso che emerga la versione (ugualmente falsa ma più suggestiva) della «caduta dalla finestra dovuta a un malore improvviso» (che è quanto Lo Grano ha deposto davanti ai suoi superiori).

A questo punto qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi e Guida per «falso ideologico in atto pubblico»; noi che, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte, ci accontentiamo di acquisire anche questo elemento. Ma Calabresi è invece più difficile da accontentare; sputtanato com’è dovrebbe limitarsi a giocare a boccette per il resto della sua vita o fare il vigile urbano al cordusio e invece si ostina a giocare al poliziotto tipo «Ti spacco il muso, bastardo d’un Betty Blue!». Appena Allegra lo lascia un attimo solo ne approfitta per farne una delle sue: è andato anche dal proprietario di una tipografia e l’ha minacciato, nel caso questi avesse intenzione di continuare a stampare manifesti nei quali a proposito di Pinelli più che di suicidio si tende a parlare di omicidio.

Un rischio comunque, come dicevamo, esiste: questa benedetta amnistia, tra clausole e deroghe, è per buona parte dedicata a noi (reati di stampa, diffamazione, diffamazione con facoltà di prova, diffamazione a pubblico ufficiale) e di questo non possiamo non ringraziare chi ha avuto tanta disinteressata sollecitudine nei nostri confronti; ma una cosa vogliamo dirla con molta chiarezza: questa amnistia, per quanto riguarda la nostra «diffamazione» di Calabresi, non ci interessa e non la vogliamo; a tutt’oggi appare improbabile, ma non è da escludere, che Volo d’Angelo tenti il colpaccio di fare includere all’ultimo minuto il nostro reato tra quelli amnistiabili. Guai a lui! Questo processo lo si deve fare, e questo «marine» dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai ed è inutile che si dibatta «come un bufalo inferocito che corre per i quattro angoli della foresta in fiamme».

Lotta Continua 21 febbraio 1970 n 5 Un film da vedere

23 settembre 2012

 due commissari

In questi giorni nei cinema di tutta Italia viene proiettato il film: «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto». Il film è stato girato prima della strage di Piazza Fontana, della morte di Pinelli, degli arresti in massa di compagni, ma gli elementi del racconto, le vicende, i personaggi sono talmente realistici e credibili che il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, dottor Caizzi, ha pensato bene di promuovere un’indagine sul film.

Potrebbe essere significativo il fatto che il dr. Caizzi stia svolgendo, in questi giorni, anche l’inchiesta sul «suicidio» di Pinelli: chissà che vedendo il film non riesca a ricavare qualche elemento utile per risolvere il «caso dell’anarchico caduto dalla finestra.»…

Le rivelazioni del film sui metodi di lavoro della polizia sono forse superflue per i proletari che lottano e che questi metodi li provano sulla loro pelle, ma è ugualmente importante vedere questo film e convincere i compagni a vederlo.

Anche in questo la borghesia ci boicotta: il biglietto costa 1500 lire, e quando il film arriverà in seconda visione sarà forse tagliato e censurato.

Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

8 novembre 2011

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.