Posts Tagged ‘Giovanni Marini’

1974 02 16 Umanità Nova – Il 28 febbraio a Salerno

20 maggio 2015

1974 02 16 Umanità Nova – Il 28 febbraio a Salerno

 

 

Il questore si è formalmente impegnato a garantire l’ordine pubblico. Non avrebbe potuto far diversamente senza compromettere la sua carriera. Salerno pullula di poliziotti, soprattutto in borghese. Si dà per certo: la procura della repubblica di Napoli ha rinunciato a fare pressione perché il processo venisse rifiutato per motivi di ordine pubblico. Il processo si farà a Salerno ed inizierà il 28 febbraio.

Le squadracce, piovute in città nei giorni scorsi dalle zone più infestate di fascismo, se ne stanno rintanate nei covi ad allenarsi con pistole e manganelli; quelle più irrequiete si sono trasferite momentaneamente a Napoli per fomentare la provocazione e la violenza dei teppisti locali. Anche ieri, domenica, usciti baldanzosi dalla sede missina di piazza San Ciro, hanno provocato gravi incidenti, ma questa volta hanno avuto la peggio.

Su Salerno incombe una strana calma. Venerdì scorso Almirante è venuto in città alla chetichella. Si dice che abbia arringato a lungo i mazzieri sul comportamento da tenere in vista del processo. Stando alle voci più insistenti il capo avrebbe dato disposizioni originali incentrate su una strategia definita «doppiopetto armato»: niente caschi, niente mazze catene, ma «compostezza vigile»; niente «provocazioni scoperte», ma essere pronti ad approfittare di qualsiasi «velleità antifascista», di qualsiasi «mossa dei rossi» per reagire da posizioni di «legittima difesa».

Tutto questo significa che non dobbiamo aspettarci le solite azioni alla disperata ma solo provocazioni preparate con un barlume di intelligenza, per far ricadere la colpa sulle sinistre. La strategia della tensione si affina anche al Sud. Tra lunedì e martedì scorso, secondo voci attendibilissime, la polizia ha trovato una bomba nella zona Mercatello, ma non è stato emesso nessun comunicato in proposito.

Il Comitato Marini di Salerno sta valutando giornalmente la situazione allo scopo di assicurare una presenza massiccia di militanti al processo che in nessun caso deve servire ai fascisti come pretesto per squallide provocazioni. Sia fin da ora chiaro che un qualsiasi atteggiamento nostalgico o squadrista nella sede processuale o nella zona circostante, sarà da noi considerato provocazione.

Il 28 febbraio e tutti i giorni del processo i compagni dimostreranno, con la partecipazione diretta, la loro solidarietà militante a Marini.

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Umanità Nova n26 luglio 2010 Salerno e il fascista Falvella Monumento al morto del (suo sporco) lavoro di Gianfranco Marelli

21 novembre 2011
La scorsa settimana, sul lungomare di Salerno, è stato inaugurato un monumento con la lapidaria frase: “Affinché la passione politica non degeneri mai nella violenza”, proprio vicino al luogo dove 38 anni fa i fascisti Giovanni Alfinito e Carlo Falvella aggredirono i compagni anarchici Marini e Scariati – ai quali si era aggiunto per puro caso il giovane Mastrogiovanni – rei di svolgere una controinchiesta su di uno “strano” incidente (avvenuto sull’autostrada del Sole il 27 settembre 1970 nei pressi di Ferentino, a pochi chilometri da Roma) in cui persero la vita cinque giovani compagni calabresi, in viaggio su di una Mini Minor per recarsi a consegnare i risultati di una loro indagine sulle stragi fasciste, che avevano cominciato ad insanguinare l’Italia in quegli anni.

Inutile aggiungere che tale monumento è stato eretto per ricordare l’unico morto del (suo sporco) lavoro, Carlo Falvella, che nella colluttazioni ebbe la peggio dopo esser stato disarmato del coltello con il quale fu ferito ad una gamba Francesco Mastrogiovanni. Della sua uccisione fu condannato Giovanni Marini a 12 anni dalla Corte di Vallo della Lucania nel giugno del 1974 (dopo che il processo era stato trasferito per questioni di ordine pubblico da Salerno, e lì ritornato un anno dopo in appello, dove la pena fu ridotta a 9 anni); e sebbene la destra in doppiopetto e in camicia nera del giovane ragazzo di 21 anni iscritto al Fuan abbia sempre cercato di farne un martire e un eroe, l’intero movimento antifascista e rivoluzionario di quei primi anni ’70 seppe organizzare una campagna in favore e per la libertà dell’anarchico Marini che divenne uno dei momenti più significativi e propositivi, in grado di smascherare le connivenze e le menzogne fra i poteri costituiti (governo, magistratura, forze dell’ordine) e la bassa manovalanza golpista e criminale.

C’è voluta l’ipocrisia meschina e cialtronesca di questi tempi contrassegnati non più dal “fare politica”, ma dalla “politica del fare affari”, affinché un’amministrazione comunale di centro-sinistra e un sindaco ex-comunista potessero concepire un tale insulto alla memoria e una simile offesa alla storia. Un insulto, perché contrastanti furono le passioni che mobilitarono l’agire collettivo di quegli anni in Italia, dettate da esigenze e da speranze che se per i fascisti corrispondevano agli ordini dettati e imposti dal gran capitale statunitense conditi con i desueti e mortiferi proclami all’onore, a dio e alla patria, per gli antifascisti (e, comunque, per chi allora viveva l’utopia, il sogno, della realizzazione impossibile) erano l’impegno nel combattere la barbarie di uno Stato e dei suoi Servizi Segreti, smascherandone le trame golpiste ordite attraverso le stragi, al fine di prospettare una società migliore, più libera e uguale. Allo stesso tempo un’offesa alla storia in quanto la violenza non è mai generica ed indistinta, ma determinata da condizioni sociali ed economiche che ne dettano le condizioni dell’agire collettivo ed individuale, la cui “passione politica” ne accelera il processo.

Del resto siamo ormai consapevoli che la “memoria condivisa” attraverso la quale si sta riscrivendo la recente storia italiana (a partire dalle “foibe” per arrivare agli “anni di piombo” e lambire la stagione di “mani pulite”) non soltanto è un puro pretesto per cancellare – appiattendole – le differenze fra aggressori e aggrediti, fra vittime e aguzzini, ma una necessità per riabilitare un presente storico in cui la “passione della politica” è merce ormai rara anche nei politici e politicanti di professione, così abituati dal pragmatismo economico a cercare di fare affari con le idee e i valori che un tempo segnavano confini d’appartenenza, ma soprattutto caratterizzavano stili di vita esemplari e meritori.

Così, che un Gianfranco Fini e una Giorgia Meloni ricordino il loro cameratesco passato inviando telegrammi di comune e sentita partecipazione al sindaco/spazzatura Vincenzo De Luca in occasione dell’inaugurazione del monumento al fascista Falvella, fa il paio con il saluto di Walter Veltroni e degli altri caporioni di quello che un tempo fu il “grande partito comunista”; talmente “grande” da non sapere – nemmeno allora – distinguere gli aggrediti dagli aggressori, al punto di definire Marini, in un manifesto della federazione provinciale del PCI di Salerno, uno “sciagurato”. Ma tant’è!

A noi ci basta ricordare l’impegno e la militanza di Giovanni Marini, recentemente stroncato da un infarto all’età di 59 anni; così come non mancheremo nel ricordare, ma soprattutto nel far valere le ragioni e la verità di Francesco Mastrogiovanni, fatto morire il 4 agosto 2009 nell’ospedale di San Luca di Vallo della Lucania a seguito di un trattenimento di TSO per esser stato legato mani e piedi per oltre 80 ore, senza ricevere alcun nutrimento, dopo che il sindaco di Pollica ordinò alle forze dell’ordine di attuare d’imperio il provvedimento.

A ricordare Carlo Falvella lasciamo volentieri il compito ai piccioni e al loro spiccato amore per i monumenti.

Gianfranco Marelli

Umanità Nova 20 settembre 2009 Verità per Mastrogiovanni di A. Soto

9 novembre 2011

Dal giorno della morte assurda e criminale di Francesco Mastrogiovanni, il 4 agosto, diverse voci si sono alzate per chiedere verità e denunciare l’ennesimo abuso delle forze dell’ordine e mediche.

Numerosi quotidiani e periodici hanno riportato la notizia, la famiglia ha istituito il comitato “Giustizia per Franco“, l’associazione EveryOne ha depositato un’interrogazione parlamentare al Ministero degli Interni e della Salute e una denuncia in sede europea. Lo scorso 9 settembre a Castellabate, in provincia di Salerno, nell’ambito della rassegna “Finisterre Plus” dedicata a William Burroughs, si è svolto un incontro pubblico per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni”.

La vicenda è ormai nota: il maestro elementare Francesco Mastrogiovanni è stato arrestato a San Mauro Cilento il 31 luglio e ricoverato in maniera coatta nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove è stato trovato morto il 4 agosto. Mastrogiovanni stava trascorrendo le sue ferie al mare, è uscito cadavere legato mani e piedi a un letto d’ospedale. Perché? Le autorità avevano deciso di sottoporlo a un Trattamento Sanitario Obbligatorio, un atto medico e giuridico che deve essere approvato dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico; uno strumento ufficialmente “finalizzato alla tutela della salute”, il cui utilizzo tuttavia è spesso arbitrario e il cui fine coercitivo è stato dimostrato da molti casi. Il TSO è una delle molteplici forme di abuso di potere dell’autorità.

Fino a cinque giorni prima Francesco Mastrogiovanni stava trascorrendo le proprie vacanze al campeggio Club Costa Cilento di proprietà di una sua conoscente, Licia Musto Materazzi che definisce i suoi comportamenti “dolci, gentili, premurosi, soprattutto verso i bambini”. La mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, alcuni in borghese, tutti armati, hanno circondato il bungalow dove viveva: dovevano eseguire un’ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (competenza, per legge, solo dei vigili urbani) emanata dalla giunta comunale di Pollica Acciaroli. Si noti che il campeggio è nel territorio di San Mauro e quindi doveva essere il sindaco di questo paese – e non di Pollica – ad acconsentire al trattamento.

Mastrogiovanni è scappato verso la spiaggia, spaventato; circondato a terra dai carabinieri e dalla municipale, in mare dalla guardia costiera, alla fine ha ceduto senza alcuna colluttazione. Licia, la proprietaria del campeggio ha colto le ultime parole di Franco, prima di essere portato via: “A Vallo no, perché là mi uccidono.”

All’ospedale di Vallo della Lucania è risultato positivo alla cannabis, non all’alcol né ad altri tipi di droghe. Il 3 agosto la nipote di Francesco assieme al suo ragazzo si reca presso il reparto di psichiatria. La ragazza si intrattiene con lo psichiatra di turno che definisce Francesco un tipo atipico e sconsiglia la visita parenti al degente. Il giorno dopo alle 7.20 i medici ne constatano la morte per edema polmonare. Questo può essere causato da uno scompenso cardiaco, da un trauma che porti al danneggiamento dei capillari, da un’overdose di narcotici. Per la direzione sanitaria e anche per il primario si è trattata di una morte improvvisa e senza una causa ben definita. Ma con l’edema polmonare la morte è improvvisa? È possibile che i medici del reparto non si siano accorti che Francesco stava morendo per asfissia? Il medico legale che ha condotto l’autopsia, Adamo Maiese, e quanti hanno visto il corpo sostengono che polsi e caviglie presentassero profonde ferite. Franco era legato. Ancora, il medico legale riferisce che lo stomaco sia stato trovato privo di liquidi e solidi. Ma per il primario dieci minuti prima stava bene: con le ferite ai polsi e alle caviglie?

Sostiene la legale e cugina di Franco, Caterina Mastrogiovanni, che nella cartella clinica non sia stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge, e sottolinea che nella cartella ci sia un vuoto dalle 21 del 3 agosto alle 7 del 4 agosto. Ora, la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e ha iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni.

Ma perché Franco è stato arrestato, sottoposto al TSO e ricoverato?

Si dice per disturbo della quiete pubblica: in un primo momento è trapelata la notizia di un incidente della notte precedente in cui avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. L’auto di Franco è tuttora parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento, senza alcun danno. Poi si è detto che guidava contromano nell’isola pedonale di Acciaroli, ammesso e non concesso che sia possibile andare contromano in un’isola pedonale. Queste ricostruzioni non convincono per nulla, ma, anche fosse, si tratterebbe di infrazioni al codice della strada. Sono forse passibili di TSO?

Andando indietro si scopre che Mastrogiovanni era stato arrestato nel 1999, per una causa futile, un diverbio in seguito a una multa: percosso, è portato in caserma, poi processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado viene condannato a tre anni di reclusione; in appello, dopo mesi di arresti domiciliari è pienamente prosciolto per non aver commesso il fatto e risarcito per ingiusta detenzione.

C’è un’altra vicenda, che risale a molti anni prima e che deve avere inciso su una certa sua “fobia” verso le forze dell’ordine: l’uccisione di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel 1972. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e Gennaro Scariati, sul lungomare di Salerno. Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che ufficialmente è stato un incidente stradale nei pressi di Frosinone, il 26 settembre 1970. I giovani, Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Cleso, Annalise Borth stavano portando a Roma, alla redazione di “Umanità Nova, i risultati di un’indagine sulla strage della “Freccia del sud”, il treno deragliato a Gioa Tauro nel settembre 1970 e sulle infiltrazioni fasciste nella rivolta di Reggio Calabria. Nel 1971 la magistratura archivia il caso ma mai sopito rimane il sospetto dell’attentato: i due camionisti che provocarono l’incidente erano di Salerno ed erano iscritti al MSI. Carte e documenti provenienti da Reggio Calabria non furono mai ritrovati. A Giovanni Marini era stato chiesto di svolgere una controinchiesta e due anni dopo i fascisti assaltano coltelli alla mano il gruppo di compagni. Questi si difendono e Falvella muore. Nel processo Mastrogiovanni, che viene ferito a una gamba, è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

Il maestro aveva così sviluppato negli anni un terrore profondo verso la polizia. Paure che accrescono la sua fama di “anarchico”, di insofferente alla società: in un paio di occasioni era scappato alla vista delle forze dell’ordine. Tanto basta per essere considerato un soggetto patologico: si rifiuta di assumere i farmaci che gli vengono prescritti, tanto che subisce almeno altri due TSO. Nella cartella clinica c’è scritto che era “aggressivo verbalmente”: gli amici ricordano che quando parlava di politica lo faceva con passione, ma niente più. Per le autorità Mastrogiovanni aveva diverse colpe: “noto anarchico” era “pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri”. Franco si riconosceva idealmente nel movimento anarchico, ne leggeva la stampa, lui amante dei libri e della lettura. Per i ragazzi e i presidi delle scuole dove aveva insegnato era un ottimo maestro. Per l’autorità un indesiderabile.

A. Soto

A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Caso Monica Giorgi. Se queste sono prove… di Avv. Ezio Menzione

29 ottobre 2011

Contro la sentenza di Livorno si sono appellati sia la difesa sia l’accusa. Che la difesa si sia appellata, era scontato: le arringhe in difesa di Monica ne avevano chiesto l’assoluzione per non aver commesso i fatti imputatile. Che invece si sia appellato anche il pubblico ministero, suscita (o potrebbe suscitare) perplessità: nella sua requisitoria, infatti, aveva chiesto 12 anni e mezzo di condanna, e tanto a Monica è stato dato. Doveva essere soddisfatto, invece no. Lui i 12 anni e mezzo li aveva chiesti per tutti i reati che a Monica venivano contestati; la Corte, invece, i 12 anni e mezzo li ha dati solo per alcuni reati, avendo invece scagionato Monica (seppure solo per insufficienza di prove) dalle altre imputazioni. A questo punto il p.m. ci ha ripensato, 12 anni e mezzo non gli sono più sembrati sufficienti, e ora vuole gliene siano inflitti di più. A ognuno il suo mestiere.

Per la difesa di Monica hanno interposto appello sia l’avv. Filastò (di Firenze) sia l’avv. Menzione (di Pisa). Pubblichiamo qui di seguito la prima parte dei motivi d’appello di Menzione, da cui emergono chiaramente i meccanismi perversi che hanno portato alla condanna di Monica.

Motivi a sostegno dell’appello proposto da GIORGI MONICA avverso la sentenza della Corte d’Assise di Livorno, n. 4/81 del 13/7-13/10/81, con cui la si condannava alla complessiva pena di anni 12 e mesi 6 di reclusione e £. 300.000 di multa, con condono di anni 2, libertà vigilata per non meno di anni 3 e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i seguenti reati:

1) partecipazione a banda armata (art. 306 2° comma in relazione agli artt. 302 e 270 C.P.);

2) partecipazione ad associazione sovversiva (artt.270 3° comma C.P.);

3) tentato sequestro di persona;

4) tentato omicidio;

5) porto e detenzione di armi, anche clandestine e da guerra;

6) porto e detenzione di armi, esplosivi e munizioni;

7) ricettazione aggravata (artt. 648 e 61 n. 2 C.P.).

Reati ed episodi accaduti in Livorno fino a tutto il 1977.

Prima di passare all’esame dei motivi d’appello veri e propri, vogliamo soffermarci brevemente su due questioni preliminari:

1) alcuni criteri giuridici ed ermeneutici adottati dal primo giudice, soprattutto nel valutare le risultanze testimoniali;

2) alcune osservazioni contenute in sentenza sulla personalità politica e morale dell’imputato Giorgi.

1) Sostiene la sentenza che il principale teste d’accusa, Paghera, sarebbe talora attendibile, talora meno, talora affatto, essendo spesso reticente, soprattutto quando dichiarazioni o ammissioni potrebbero coinvolgerlo appieno nell’attività della banda armata. Per cui si appalesa la necessità di “verificare il fondamento delle accuse contestate per quanto possibile al di là e al di fuori di quanto raccontato dal Paghera”. Intento lodevole, e pienamente condividibile, anzi da questa difesa sempre propugnato (cfr. la memoria difensiva presentata per la Giorgi e per altri prima della fine dell’istruttoria). Il ricercare le prove al di là delle dichiarazioni di una figura giuridicamente ibrida come l’imputato-teste e moralmente ambigua come il Paghera non esime però dal vagliare complessivamente il valore delle sue dichiarazioni e di quelli di altri testi che direttamente o indirettamente ad esso si collegano, perché significa rinunziare ad indagare su come è nato e su come è stato costruito il processo, su chi siano i personaggi che lo popolano. Vagliare i fatti al di là della testimonianza del Paghera significa vagliare anche questa testimonianza. Quando i fatti smentiscono clamorosamente il Paghera, non si potrà dire soltanto che su quel punto il teste non è attendibile; dovremo bensì dire che su quel punto il teste mente. Quando i fatti poi lo smentiscono su tutta una serie di episodi, anzi su tutti gli episodi per i quali dei riscontri sono materialmente possibili, non potremo limitarci a dire che il teste è reticente, dovremo concludere invece che il teste è falso e mendace.

Così pure, non può la sentenza ignorare che l’istruttoria non si poggiava su un unico teste, ma costruiva la sua presunta forza su un secondo teste d’accusa, l’Oliva (che poi in aula si è inteso rafforzare con la teste Pari). Di questi due testi non vi è traccia in tutte le centocinquanta pagine di motivazione: sono spariti. Eppure non era complessivamente ininfluente, per capire il rilievo e la sostanza delle accuse, trovare riconosciuta in sentenza la loro falsità e il loro mendacio. Invece, quando i testi d’accusa crollano e le loro affermazioni fanno acqua, la sentenza sfuma, annebbia o addirittura tace. Salvo poi però dare credito a quelle stesse testimonianze quando, magari su circostanze marginali o facilmente apprendibili de relato, gli estensori credono di avere trovato dei riscontri esterni.

Per esemplificare, citiamo un episodio che non riguarda l’imputata che noi difendiamo: quello dei detonatori introdotti a Pianosa. Per l’intera vicenda i due imputati Fuga e Martella sono stati mandati assolti. Prove e riscontri esterni non ve ne erano, anzi gli indizi e le legittime deduzioni erano tutti a discarico degli imputati. I testi Paghera ed Oliva hanno palesemente mentito, per di più contraddicendosi tra di loro. Eppure la sentenza si limita ad osservarne la contraddittorietà e la scarsa credibilità. Ma non di scarsa credibilità si tratta: qui si tratta di falso vero e proprio. La sentenza, con una specie di eleganza all’inglese (la stessa che suggerì alla Corte e al P.M. in udienza di non incriminare l’Oliva in aula per falsa testimonianza, quando ve ne erano tutti i presupposti), si limita a cogliere le contraddizioni, come se si trattasse di sfumature relative ad un episodio secondario. Peccato, perché confermare la realtà, cioè leggere in sentenza che i due testi hanno mentito, avrebbe immediatamente condotto a porsi domande su come possa accadere all’interno di una stessa istruttoria che due testi inventino un medesimo episodio e su questo mentiscano; su quali connivenze e quali legami stavano alle spalle dei due testi; quale grado di approfondimento dell’indagine gli inquirenti hanno adottato. Avrebbe portato a capire come nasce e come cresce un’istruttoria priva di prove che non siano le dichiarazioni di un soggetto che non ha nulla da perdere nel mentire e nell’accusare mentendo. Ma la sentenza si è guardata bene dal fare tutto ciò, e per non doverlo fare si è limitata a constatare la contraddittorietà di due testi.

Così pure – per venire a un episodio che riguarda la nostra difesa – per ciò che concerne la presunta riunione in casa Iacono in cui, presente Faina, sarebbe stata “processata” la Giorgi per il comportamento tenuto dopo il tentato sequestro Neri. Al termine del dibattimento vi erano in atti elementi sufficienti per dire a chiare lettere che la riunione era un’invenzione del Paghera e non solo non era credibile che si fosse tenuta, ma certamente non poteva essersi tenuta. Sapevamo infatti che non poteva essersi tenuta prima del 4/3/78, poiché in essa si faceva riferimento all’interrogatorio della Giorgi da parte del G.I. livornese come a fatto già accaduto; sapevamo poi – avercelo detto il Paghera – che doveva essersi svolta comunque agli inizi di marzo. Orbene, dal certificato della scuola dove la Giorgi all’epoca insegnava, risulta che in nessuna giornata di questo periodo la Giorgi poteva essersi recata a Roma con le modalità descritte dal Paghera (eccetto la giornata del 4/3, ma era materialmente impossibile per chi stava a Roma sapere dell’interrogatorio della Giorgi, avvenuto la sera prima). Di fronte a queste evidenze processuali, le contraddizioni – che pure la sentenza giustamente rileva – in cui è caduto il Paghera relativamente a questo episodio assumono il chiaro significato di un falso, che però – guarda caso – come tale non è riconosciuto in sentenza.

Così pure – ancora per esempio, e sempre per rimanere alla Giorgi – per ciò che riguarda la rapina di auto avvenuta in Massa il 9/3/77. Il fatto che da un lato il garagista rapinato non avesse visto alcuna donna e dall’altro la teste Nesti avesse confermato che la sera del 9/3 la Giorgi era con lei dovevano bastare per dichiarare falso il racconto del Paghera, invece la sentenza preferisce ignorare i riscontri favorevoli alla Giorgi e considerare la testimonianza scarsamente veridica o insufficiente.

E si potrebbe continuare con molti altri esempi. La questione potrebbe, al limite, essere solo una questione di stile o coerenza giuridica. Ma purtroppo non è così. Il guaio è che non dire mai che Paghera è un testimone falso e diretto esclusivamente dal proprio tornaconto personale o da un gioco di cui lui non è che una pedina, consente poi al primo giudice di dargli credito laddove, per esempio, fantastica di armi passatigli sotto il naso a Roma, oppure quando riferisce che un morto gli avrebbe riferito che la Giorgi era la basista del tentato sequestro Neri: tentando così, tramite il Paghera, di dare dignità di prova a indizi equivoci e contrastanti.

2) Sostiene la sentenza che la Giorgi non era una non-violenta e che la non-violenza è stata una meschina trovata difensiva dell’ultimo minuto. Come prove porta alcune affermazioni contenute nel periodico “Niente più sbarre”, diretto dalla Giorgi.

Orbene, foss’altro perché siamo stati il difensore della Giorgi fin dalla mattina del suo arresto, ci corre l’obbligo di dire che l’estensore della sentenza non solo non ha capito nulla dell’ideologia della Giorgi, il che sarebbe mal di poco, ma sembra non aver capito che in questi ultimi 15 anni è maturato nel nostro paese un movimento di trasformazione radicale della nostra società, che però non si identifica e non si appiattisce con la lotta armata: e non capire tutto ciò ci sembra, francamente, assai grave.

Se abbiamo depositato in atti la tesi di laurea della Giorgi su Gandhi e la non-violenza, non è per sostenere che la Giorgi oggi è su posizioni gandhiane (rispettabili, ma, ci sia consentito, assai poco incisive nell’Italia di oggi). Se abbiamo sentito testi – certamente estranei all’area della lotta armata – che ci hanno detto di avere collaborato politicamente per anni con la Giorgi, non è per suffragare l’idea che la Giorgi si sia fermata ai tempi di Gandhi e della non-violenza, ma per dimostrare che l’attività politica della Giorgi non è mai stata clandestina, ma si è sempre svolta alla luce del sole, avendo come interlocutori personaggi e raggruppamenti della vasta area dell’anarchismo e della sinistra.

Intendevamo innanzitutto chiarire quale fosse la matrice e il cammino politici da cui proviene la Giorgi, ribellandoci a vederla inchiodata ad alcune frasi soltanto del bollettino “Niente più sbarre” (come invece fa la sentenza, magari riportando come della Giorgi frasi che sono citazioni altrui e come tali sono indicate). Il cammino delle idee della Giorgi, come per moltissimi della sua generazione, è stato lungo e tortuoso, ma mai si è accompagnato con quello di chi praticava la lotta armata: se a livello di idee il confronto è avvenuto anche con chi professava la necessità dell’insurrezione, si è sempre trattato di un dibattito ideale, non di una pratica comune.

Questa Corte d’Appello potrà dire che tutto ciò non rileva, che nessuno viene processato per ciò che pensa o per ciò che scrive; ma a noi premeva ristabilire anche la complessità dell’itinerario politico e morale della Giorgi. Non fermandosi ad alcune affermazioni dei bollettini, ma leggendoli tutti, questi bollettini, per scoprire che essi sono lo specchio di una società o di un ampio settore di questa società nel decennio trascorso.

Possiamo così passare al primo motivo d’appello, strettamente di merito, sulle prove che – secondo il primo giudice – avrebbero raggiunto la Giorgi in relazione ai reati associativi e all’attività della banda armata Azione Rivoluzionaria in Livorno, durante e attorno al tentato sequestro Neri.

La sentenza, dopo avere premesso di non considerare la testimonianza del Paghera per ciò che attiene la posizione della Giorgi, passa in rassegna quelle che considera prove di colpevolezza. Esse sarebbero:

1) il fatto che la Giorgi conosceva alcuni membri di A.R., essendo stata vista in compagnia di costoro dai testi Guzzardo e Cappelli;

2) il fatto che il tentato sequestro Neri deve essere stato concepito nell’ambiente del Tennis Club di Livorno, cui la Giorgi apparteneva;

3) un foglietto titolato MKIII sequestrato alla Giorgi e che rimanderebbe chiaramente ad una bomboletta di gas soporifero trovato indosso ad uno dei partecipanti al sequestro Neri;

4) il fatto che la Giorgi dopo il sequestro avrebbe accuratamente evitato di tenere contatti con membri della banda A.R.;

5) le idee politiche della Giorgi, così come si evincono dal bollettino da lei diretto “Niente più sbarre”.

Sull’ultimo punto abbiamo già scritto e non occorre dunque soffermarci ulteriormente, se non per sottolineare quanto sia sempre pericoloso ed infido assumere a prova le convinzioni ideologiche di un soggetto, anche fossero le più estreme, per lo scarto che sempre vi è fra il pensiero, anche il più scatenato, e l’azione. Rileviamo inoltre che proprio per quei bollettini la Giorgi è inquisita di associazione sovversiva innanzi al G.I. di Livorno e sarebbe ben strano che un medesimo fatto potesse sorreggere l’appartenenza a due associazioni sovversive, o addirittura a due associazioni e una banda armata.

Quanto agli altri indizi materiali, vediamoli uno per uno, nell’ordine.

1) La Giorgi ha sempre ammesso di avere conosciuto molto bene Roberto Gemignani, ma non come appartenente ad A.R.. Ha sempre negato di avere mai conosciuto di persona altri membri della banda, in particolare Messana e Faina. Sostiene la sentenza che invece tramite la testimonianza del Guzzardo sarebbe provato che ella accompagnò Faina a Cecina Mare e tramite quella del Cappelli che ella avrebbe incontrato una o più volte Messana al ristorante “da Nello”. I riconoscimenti fotografici fatti dai due testi inchioderebbero la Giorgi, mentre le successive ritrattazioni sarebbero state dettate da paura. Argomenta la sentenza (p.224):

“L’esperienza processuale dimostra come sia fatto tipico, ricorrente con una sistematicità impressionante, quello della ritrattazione in udienza pubblica di ciò che è stato detto in sede di esame davanti al solo G.I. o P.M.. Il che ovviamente non è dovuto al fatto che il teste abbia subìto in istruttoria pressioni o intimidazioni da parte del Giudice, ma è piuttosto determinato dalla mancanza di senso civico, di coraggio delle proprie azioni, di coerenza nel proprio comportamento sì che in pubblico e alla presenza dell’imputato perlopiù il teste non è più capace, non ha più la forza d’animo di ribadire quanto già affermato in precedenza, … Lo stesso fenomeno si verifica in occasione dei cosidetti confronti, specie se essi avvengono fra imputato e imputabile e teste d’accusa”.

L’argomentazione è ben strana. Si tenga innanzitutto presente che, a norma di legge, i riconoscimenti fotografici operati da Guzzardo e Cappelli sono assolutamente nulli perché svoltisi fuori dal rito dettato dalla legge e quindi non se ne può tenere alcun conto. Confronti invece, che sono legittimi, hanno dato l’esito che hanno dato.

Per di più l’esperienza ci insegna proprio cose assolutamente contrarie a quelle sostenute dalla sentenza. Nel chiuso di una stanza e in assenza di contraddittorio i testi depongono sotto una pesante forzatura psicologica (quando va bene, talora va anche peggio) e la stessa verbalizzazione segue un unico filo (quello che ha in mente l’inquirente), al di fuori di ogni controllo, talché ne risulta sempre anche un coartazione lessicale (abbiamo presente tutti quelle verbalizzazioni di deposizioni di analfabeti che appaiono come verbali di questura o giri di frasi tipici di un laureato in giurisprudenza). Confronti e dibattimento servono proprio per soppesare, verificare e valutare attentamente il tenore di una deposizione testimoniale. E sia chiara una cosa: i testi hanno molta più paura quando depongono da soli in istruttoria, mentre “si sciolgono” e si avvicinano molto più al vero durante il dibattimento, quando la stessa pubblicità dell’episodio processuale li conforta e rafforza psicologicamente, sottraendoli all’incubo di essere da soli di fronte all’arbitrio dell’organo inquirente.

Preoccupa soprattutto nel passo citato della sentenza una concezione che sembra starvi a monte, per cui confronti e addirittura dibattimento vengono considerati vuoto formalismo, del tutto pleonastici, per cui l’ideale processuale della Corte d’Assise di Livorno sembra essere il procedimento per decreto penale, al di fuori di ogni verifica, di ogni ingerenza da parte di imputati e difensori (un ideale che, purtroppo, in questi tempi così aspri sembra avere fatto proseliti fra molti giudicanti).

Ma la sentenza non può nascondere una cosa lampante: le cosidette ritrattazioni di Guzzardo e Cappelli sono momenti veridici, mentre i cosidetti riconoscimenti non contano nulla, sia perché formalmente irrituali, sia perché ab initio zoppiccanti e incerti. Dice infatti Guzzardo – e la cosa è più che credibile – che è ben difficile riconoscere una ragazza vista pochi istanti e con un giaccone e occhiali neri che la nascondono quasi interamente. Dice infatti Cappelli che se la Giorgi ha frequentato il suo locale in compagnia di altri, questi può essere stato il Gemigniani; mentre il Gemignani lo ha poi frequentato assieme al Messana: da qui la facile ma erronea trasposizione mnemonica del teste, che inizialmente associa la Giorgi al Messana; poi però, rammentatigli fatti precisi, l’errore di memoria emerge come tale.

Allora si può concludere che non solo i presunti riconoscimenti non hanno alcun valore formale, ma non hanno neppure alcun spessore sostanziale.

2) Cavallo di battaglia dell’accusa mossa alla Giorgi è che il tentato sequestro Neri deve essere maturato nell’ambiente del Tennis Club di Livorno: questa convinzione sorregge la sentenza così come aveva già sorretto l’inizio di indagine a carico della Giorgi nel marzo ’78. A supporto di tale convinzione starebbe il foglietto rinvenuto sul Messana con indicazioni relative ad alcuni personaggi della Livorno-bene, soci del Tennis Club: Paterni, Tavani, Romiti e lo stesso Neri.

La supposizione in realtà è molto fragile. I quattro nomi non sono né principalmente né unicamente nomi di soci del Tennis Club: sono i nomi delle quattro famiglie più ricche e più in vista di Livorno. Chiunque volesse fare un sequestro a fine di estorsione in Livorno avrebbe immediatamente “puntato” una di queste quattro famiglie. Diremo di più, un sequestro a scopo di lucro, dovunque fosse maturato, avrebbe comunque avuto come obiettivo un socio del Tennis Club, stante che fra i suoi 600 soci ci sono certamente tutte le 100 o 200 famiglie più ricche di Livorno. Il fatto quindi che i quattro nomi corrispondessero a soci del club non ci dice assolutamente nulla (e voler fare un ulteriore passo, per cui loro erano soci del club, anche la Giorgi lo era e dunque la Giorgi è la basista del sequestro significa fare un’altra ancor più arbitraria forzatura). Le informazioni contenute nel foglietto erano infine di facile accesso a tutti e lo stesso numero di telefono della Tavano, non comparente sull’elenco telefonico a suo nome, come lei stessa ci dice nella sua deposizione, circolava abbondantemente in città in tutto l’ambiente frequentato dalla facoltosissima e notissima signora. Conoscerlo non era certo appannaggio esclusivo della Giorgi.

Corre l’obbligo di sottolineare, dopo l’esame di queste due prime “prove”, che esse erano ben note agli inquirenti quando, nel marzo ’78, interrogarono la Giorgi come sospetta basista del sequestro (sospettata proprio sulla base di questi stessi due elementi). Questi fatti allora però non assunsero neppure al livello di indizi sufficienti per aprire l’azione penale contro la Giorgi; oggi invece la sentenza ce li ripropone tali e quali come vere e proprie prove. È ben vero che può esservi anche un grosso divario nella valutazione di due giudicanti, ma in questo caso ci sembra veramente enorme e ingiustificato.

3) “Prova regina”, secondo la sentenza, della partecipazione della Giorgi al tentato sequestro Neri e quindi della sua appartenenza alla banda sarebbe il rinvenimento presso la sua abitazione in Peccioli, durante una perquisizione effettuata il 3/3/78, di un foglietto con appunti relativi ad una sostanza, MKIII, identica a quella contenuta in una bomboletta trovata indosso al Cinieri subito dopo il tentato sequestro.

La sentenza argomenta che: a) il foglietto non può non provenire dai reperti sequestrati alla Giorgi; b) la sostanza di cui al bigliettino è la medesima contenuta nella bomboletta; c) l’uso che di essa si indica nel foglietto è lo stesso per cui il Cinieri si era portato dietro la bomboletta; d) la difficoltà della Giorgi nel dare spiegazioni relativamente al foglietto sarebbe chiaro indizio del suo imbarazzo nell’essere stata raggiunta da una prova inconfutabile.

Di queste quattro deduzioni su una sola concordiamo, la seconda: effettivamente, con ogni probabilità, foglietto e bomboletta trattano dello stesso gas. Le altre tre però sono arbitrarie e non dimostrate. Innanzitutto: appartiene il foglietto ai reperti sequestrati alla Giorgi? La sentenza cerca disperatamente di dimostrare che sì, ma lungi dal fugare i dubbi, li rafforza.

Non è infatti che il verbale di sequestro relativo alla perquisizione effettuati quel 3 marzo ’78 nell’ambito del processo sul sequestro Neri fosse “generico e poco dettagliato”: al contrario, raramente si è visto un verbale di sequestro così lungo e minuzioso. E se al reperto n.7 si trovano tutt’altri oggetti di quelli che stanno al reperto n.7 del presente processo, le deduzioni sono obbligate. Tutt’altri oggetti, si badi: non solo manca il foglietto dell’MKIII, ma anche gli altri fogli non hanno nulla a che vedere con il reperto n.7 originario. In questa discrepanza il fatto che vi siano nel presente processo due reperti n.7 non può essere liquidato sbrigativamente come un “mero errore materiale”, e il fatto poi che uno dei due sia totalmente difforme dal reperto n.7 originale, di cui vuole essere una copia, assume un valore determinante. I dubbi si rafforzano poi constatando che il reperto n.7 in cui vi è il foglietto incriminato è siglato sì dal G.I., ma non dal cancelliere (che pure è il “custode” legale dei reperti sequestrati). La mancanza della firma del cancelliere costituisce già di per sé nullità formale non sanabile, ed è comunque indicativa dei fortissimi dubbi sulla provenienza di tali “reperti” (a questo punto le virgolette sono d’obbligo).

Sostiene la sentenza che la destinazione della bombola, così come si evince dal foglietto, sarebbe proprio quella di un’aggressione ai fini di un sequestro (per esempio, quello del Neri). Non ci sembra proprio.

Dalla traduzione ordinata in udienza delle istruzioni per l’uso scritte sul retro della bomboletta, comparata con gli appunti contenuti nel foglietto si evince con chiarezza che gli appunti si riferiscono ad un uso difensivo, e non aggressivo (basti pensare alla chiusa in cui si ipotizza di utilizzare il gas contro due persone: forse che si va a sequestrare le persone a due a due?). La destinazione che si evince dal foglietto ben collima con quella individuata come possibile dalla Giorgi quando ha detto che poteva trattarsi di una bomboletta molto in uso nel movimento femminista (in cui la Giorgi ha per anni militato) contro aggressioni e stupri.

Il fatto che il foglietto con ogni probabilità non facesse parte delle carte della Giorgi e comunque, se ne faceva parte, si riferisse a fatti e ipotesi lontane le mille miglia dal sequestro Neri spiega l’iniziale “caduta dalle nuvole” della Giorgi dinanzi al foglietto: tipica reazione di chi, in mezzo ad un interrogatorio per determinati fatti, si vede porre una domanda su un oggetto che non conosce o che comunque ai suoi occhi non ha alcuna associazione coi fatti sui quali viene interrogato.

4) Infine, la quarta “prova”: dopo il tentato sequestro Neri la Giorgi non ha più tenuto contatti con gli appartenenti ad A.R. ed anzi ha scemato grandemente la sua attività politica.

Strano argomentare, questo della Corte. Cosa avrebbe detto la sentenza se la Giorgi si fosse fatta in quattro per favorire la latitanza del Gemignani, se fosse stata in primissima fila nella campagna per la scarcerazione di Valitutti, se avesse tenuto fittissima corrispondenza con Messana, Civieri e soci? Sarebbe stata la prova provata della sua appartenenza ad A.R.. Siccome però le cose sono andate in maniera completamente opposta, allora anche questa diventa ammissione di colpevolezza.

La Corte non sembra neppure sfiorata dal dubbio che la Giorgi non ha tenuto rapporti con gli appartenenti ad A.R. proprio per che non li conosceva. Conosceva il Gemignani, ma come faceva a contattarlo – anche volendo – se questi era clandestino e latitante? Perché mai doveva strafare per Valitutti, un episodio come tanti nella ben più complessa vita politica italiana? Smise di far politica perché andò a stare a Milano e andò a stare a Milano non per “cambiare aria”, ma per guadagnarsi da vivere, non potendo più avere supplenze a Livorno, come ci ha spiegato fin dal suo primissimo interrogatorio. Questa è la realtà e non può essere stravolta a piacimento della Corte.

Queste sono le “prove” contro la Giorgi, secondo la sentenza impugnata. A nostro avviso non sono neppure indizi, comunque non sono né gravi né concordanti: sono zoppicanti, ambigui, contraddittori e artefatti. Comunque non tali da sorreggere la condanna inflitta.

A fronte di questi “indizi” stanno poi tutti quelli crollati per strada e che pure avevano “sorretto” e colorato l’istruttoria: chi si ricorda più del “buco di Chianni”, dei pedinamenti del Neri al ristorante “Kappa”, dei progettati sequestri di bimbi e cardinali, delle accuse di tradimento mosse alla Giorgi dai suoi presunti compari, delle farneticazioni dell’Oliva, con le sue mille evasioni, dei motorini col cestino dietro, della Pari, del Paghera?

Tutto scomparso, tutto crollato. La sentenza tace. L’istruttoria è stata smantellata pezzo per pezzo, ma la condanna – pesantissima – è rimasta. Sulla base di indizi e deduzioni arbitrari che non manderebbero in galera neppure un ladro di polli si sono comminati più di 12 anni di condanna.
È così che già nel merito ci sembra più che motivato richiedere l’assoluzione della Giorgi da tutti reati a lei ascritti. (…)

***

Contro le sbarre – dietro le sbarre

Il 7 luglio ’72, sul lungomare di Salerno, un gruppetto di fascisti provoca e poi aggredisce tre compagni del locale gruppo anarchico: ne nasce uno scontro violento, spunta un coltello e uno degli aggressori – Carlo Falvella, mazziere missino – muore. L’anarchico Giovanni Marini, subito arrestato, viene accusato dell’omicidio.

La risposta del movimento anarchico e in genere dell’opposizione (allora) extra-parlamentare è immediata. Troppo vivo e ancora bruciante è il ricordo dell’assassinio a Parma, da parte di una squadraccia fascista, del militante di Lotta Continua Mario Lupo: per strada i fascisti l’avevano chiamato “compagno!”, lui istintivamente s’era girato e quelli gli erano saltati addosso ammazzandolo. Troppo recente anche l’eco della tragedia di Franco Serantini, anarchico, selvaggiamente bastonato dalla polizia a Pisa due mesi prima e poi lasciato morire in carcere senza che gli venissero prestate quelle cure che l’avrebbero di certo salvato. E poi, nel luglio di dieci anni fa, c’è sempre Valpreda dentro, con la spada di Damocle dell’ergastolo….

Tra i militanti che maggiormente si impegnano nella campagna Marini c’è Monica Giorgi (nel ’72 a 26 anni), livornese, molto nota – e non solo nella sua città – per essere campionessa nazionale di tennis, componente della squadra azzurra. Anche nell’ovattato ambiente del tennis Monica ha già avuto modo di segnalarsi per il suo comportamento generoso, polemico, irruente. Nel movimento anarchico, cui si accosta all’inizio degli anni ’70, porta la medesima carica umana: oltre che nella campagna Marini, Monica si impegna nelle attività locali promosse dalla Federazione Anarchica Livornese, partecipa ai dibattiti, scrive sulla stampa anarchica (un suo articolo appare anche sul n. 23 di “A”). Con Marini è in corrispondenza (cura anche la pubblicazione di una raccolta di sue lettere dal carcere), ne segue il caso, va ai processi, ecc..

Il suo impegno si estende e prosegue oltre la campagna Marini: manifestazioni, convegni antimilitaristi, il nascente movimento femminista, le feste di Umanità Nova a Gragnana, ecc.. Ma è soprattutto la questione carceraria a focalizzare la sua attenzione: intreccia corrispondenza con numerosi detenuti/e, ne segue le vicissitudini giudiziarie, invia loro soldi, giornali, libri, si occupa della riforma carceraria. Nel solco di questo impegno partecipa alle attività del collettivo Niente più sbarre, che pubblica sei numeri di un omonimo bollettino: vi trovano spazio lettere e documenti dal carcere, che in sede processuale verranno contestati a Monica per le affermazioni contenute e per il linguaggio a tratti esasperato. Ma Monica – come ribadirà anche in seguito – non ritiene suo compito censurare quanto altrove non troverebbe spazio.

Magistratura, polizia, carabinieri la tengono d’occhio e non perdono occasione per farglielo sentire: perquisizioni, velate minacce, convocazioni, interrogatori, primi tentativi di implicarla in episodi di violenza. Il clima per lei si è fatto pesante, perde il posto di insegnante supplente: per guadagnarsi da vivere passa parte della settimana vicino a Milano, dove con una delle sorelle dà lezioni di tennis in un club. L’intenso impegno militante degli anni precedenti è ormai alle spalle, ma le idee, i compagni e lo stile di vita restano quelli.

All’alba del 30 aprile ’80 l’antiterrorismo fa irruzione armata in casa di sua madre a Livorno: cercano Monica, ma cercano anche le armi, le “prove”. Trovano solo libri, appunti di studio, racchette da tennis. Nella casa della sorella, a Cinisello Balsamo, Monica viene poco dopo arrestata.

A rivista anarchica n67 Agosto Settembre 1978 Marini e Valitutti a cura della Redazione

26 ottobre 2011

Con una lettera aperta al senatore del P.C.I. Umberto Terracini, inviata per conoscenza ad Umanità Nova ed ai “giornali tutti democratici e comunisti”, il compagno Giovanni Marini denuncia le ingiustizie e le provocazioni messe in atto contro di lui dalle autorità del carcere fiorentino nel quale è costretto a trascorrere le notti e – contrariamente ad una precisa delibera del tribunale di Napoli – anche le domeniche ed i giorni festivi. Marini denuncia anche il sostanziale “furto” operato dalle medesime autorità carcerarie sulla busta-paga di operaio, che quotidianamente si guadagna da vivere lavorando in una fabbrica vicino a Firenze: per un motivo o per l’altro, le autorità si trattengono infatti la maggior parte delle sue entrate. Faccio appello a te, Terracini, ed all’eletto presidente della repubblica Pertini – afferma Marini – affinché non sia oltre permesso che un antifascista condannato per di più innocente continui ad essere sottoposto a misure restrittive carcerarie ed a provocazioni mentre che in qualche anno scorso è stata concessa la grazia ai reclusi per la strage dei braccianti di Portella delle Ginestre, ad opera del mercenario bandito Giuliano e dei suoi uomini, servi del potere. (…)

Nel fare nostra la denuncia del compagno Marini contro le autorità del carcere fiorentino di Santa Teresa, non vogliamo tacere le perplessità (a dir poco) che hanno suscitato in noi le lodi da lui intessute di Terracini (che ha fatto parte del collegio di difesa di Marini): tu sei stato – gli ha scritto Marini nella sua lettera – il punto di riferimento più alto, il riferimento ad una scuola di antifascismo all’esempio di una vita di lotte, di carcere, di dignità, di cultura socialista e comunista.

Certo, Terracini non è assimilabile in tutto e per tutto ai “tipici” leaders del P.C.I. come Togliatti, Longo, ecc., sempre pronti alla diffamazione, alla delazione, all’eliminazione anche fisica dei loro avversari. Ma forse dovrebbe bastarci qualche sua “impennata” critica verso alcuni aspetti della linea del partito per farci scordare il suo ruolo di leader storico del P.C.I.? E non è forse vero che le sue solitarie “impennate” servono al partito proprio per dimostrare la sua presunta democraticità?

Non è certo tra i burocrati del P.C.I. che possiamo trovare i nostri “punti di riferimento”.

 

Valitutti

Il compagno Pasquale Valitutti, implicato dalla polizia nel fallito rapimento del figlio dell’armatore livornese Neri e sempre proclamatosi innocente, ha ottenuto finalmente la libertà provvisoria. Attualmente si trova in un albergo di Livorno e si sottopone a quotidiane cure mediche. Le sue condizioni di salute, infatti, rapidamente aggravatesi all’indomani del suo arresto ed ulteriormente peggiorate in seguito agli scioperi della fame da lui attuati per rivendicare la sua libertà, permangono gravi.

A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 Marini semi/libero a cura della Redazione

26 ottobre 2011
Con un telegramma pubblicato su Umanità Nova del 14 maggio, il compagno Giovanni Marini ha informato di esser stato ammesso al regime di semi-libertà: di giorno lavora in una fabbrica come operaio, di notte è costretto a tornare in carcere.

Giovanni, come tutti ricorderanno, è stato condannato a 9 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, in seguito ai fatti di via Velia, a Salerno, il 7 luglio 1972, quando il fascista Carlo Falvella rimase vittima della violenza che la sua stessa squadraccia aveva scatenato contro alcuni compagni.

Giovanni è dunque rimasto in carcere 5 anni e 9 mesi e per oltre 3 anni dovrà rimanere in semi-libertà. Siamo venuti a trovarlo, sta abbastanza bene: lo abbracciamo con commozione. Seguiamo il suo caso dal luglio del ’72, con i numerosi processi, le ingiustizie, le provocazioni e le violenze di cui è stato vittima: basti citare il famigerato “letto di contenzione” al quale i carcerieri di Caltanissetta lo tennero legato per 40 giorni nell’agosto del 1973.

Innanzitutto – dice subito Giovanni – voglio ringraziare i compagni per le lotte sostenute: anzi, penso che potrò ringraziarvi tutti solo quando potrò riprendere il mio posto attivamente fra di voi.

E con gli altri processi, in che situazione ti trovi?

Ne ho in corso due, per episodi di violenza di cui sono rimasto vittima nelle carceri di Salerno e di Potenza.

Giovanni ha tante cose da dire, ma per ora preferisce limitarsi a quella che più gli sta a cuore. Ci tengo a far sapere a tutti i compagni – dice – che la dura esperienza attraverso la quale sono passato e che certo non è ancora finita, non ha mutato né i miei sentimenti né le mie opinioni. E spero proprio di poterlo dimostrare al più presto a tutti i compagni, che dalle colonne di A Rivista Anarchica saluto affettuosamente.

A rivista anarchica n45 Marzo 1976 Fascismo di Stato. Marini. a cura della Redazione

23 ottobre 2011

Agosto 1973, carcere di Caltanissetta: l’anarchico Marini, appena trasferito da quello di Lagonegro, viene posto in isolamento, impossibilitato a comunicare con famigliari ed avvocati, legato al letto di contenzione. Ai primi di settembre il suo avvocato, Giuliano Spazzali, presenta un esposto. Febbraio 1976: l’autorità giudiziaria, due anni e mezzo dopo, risponde all’esposto di Spazzali, punto per punto:

1) Marini, è stato posto in isolamento. È vero – rispondono le autorità – ma è stato lui stesso a chiederlo, per “evitare di essere coinvolto in qualche manifestazione di detenuti”. Ma come, proprio lui che è sempre stato in prima fila in tutte le lotte carcerarie? Sì – rispondono le autorità – è stato proprio lui a “lasciare intendere di aver messo la testa a partito”.

2) Marini è stato legato al letto di contenzione. Intanto – osservano argute le autorità – Marini “non è stato in grado di citare alcun teste”; e poi la verità è che “il Marini si è prodotto da sé medesimo le lesioni riscontrate sulla sua persona dal perito d’ufficio facendosi prima rinchiudere in una cella d’isolamento e poi, approfittando della solitudine, legandosi da sé al letto di contenzione che colà trovavasi e dimenandosi come un forsennato al preciso fine di prodursi le lesioni stesse”. Ma come, allora il letto di contenzione esiste? Sì – affermano le autorità – “egli fu chiuso in una cella d’isolamento dove esisteva un letto di contenzione”, ma fu lui stesso a legarcisi. “Si è votato all’eversione del cosiddetto sistema, egli quindi non rifugge da qualsiasi mezzo per attirare il discredito sulla istituzione e sui funzionari che la rappresentano e pertanto ha approfittato delle circostanze per tentare di dimostrare che nelle ‘carceri del sistema’ si usa ancora seviziare i detenuti accusati di aver voluto modificare il sistema stesso. Non è però lecito di sottoporre al trauma di sedere al banco degli accusati persone che servono lo Stato con dedizione appassionata solo perché un individuo votato alla distruzione ha formulato nei loro confronti delle accuse che, come si è visto, non reggono ad un esame approfondito”.

No comment.

A rivista anarchica n44 Febbraio 1976 Marini e la giustizia di Stato di Giuseppe Bonavolontà

23 ottobre 2011
Abbiamo sostenuto a più riprese che se si dovesse scegliere un caso giudiziario nella cronaca degli ultimi anni non avremmo dubbi nel prediligere la vicenda in cui è coinvolto Giovanni Marini. Non tanto per i fatti che generarono la sua incarcerazione, quanto per l’esempio che in ogni occasione ha dimostrato di saper ispirare. Marini infatti “fa parlare” i fatti per sé e la propaganda non cessa neppure di farla nelle aule di tribunale.

Non basta. Nonostante il supplizio carcerario, le torture di cui è stato vittima, le pesanti condanne e le umiliazioni, mantiene lo stesso atteggiamento deciso di prima, continua imperterrito a denunciare gli abusi di cui è vittima con gli altri detenuti, insiste nel dichiarare apertamente la sua rivolta contro le istituzioni repressive e nel propagandarla in tutti gli istituti di pena che “visita”. Accade così che lo trascinano da un carcere all’altro, a vagare su e giù per l’Italia tra il banco dell’imputato e la cella di rigore, ovunque indesiderato. Testardamente continua la lotta.

Constatata la sua determinazione si ha l’impressione di fare troppo poco, ed è per ciò che non siamo stanchi di ripeterci. Basterà elencare i procedimenti giudiziari in cui è coinvolto. Per prima cosa parleremo del ricorso in Cassazione in cui Marini è imputato di omicidio volontario per la morte del fascista Carlo Falvella. Come si ricorderà, nel processo di primo grado, tenutosi nel giugno del 1974 a Vallo della Lucania, come durante l’appello di Salerno svoltosi nell’aprile dello scorso anno, era stata chiaramente dimostrata l’innocenza del compagno rispetto ai fatti addebitatigli. Ugualmente, la prima volta condannandolo a 12 anni di reclusione, e poi riducendo la pena a 9, la “giustizia” si Stato lo ha considerato colpevole.

Il procedimento in Cassazione che si sta tenendo in questo periodo non prevede sedute pubbliche e, avvenendo in gran parte attraverso la carta bollata, offre poche occasioni di essere propagandato. Gli avvocati Torre e Conso che assistono Giovanni Marini hanno consegnato l’istanza di scarcerazione fino dallo scorso ottobre ma la Corte ancora non si è espressa in merito.

Non potremmo poi fare a meno di soffermarci per qualche rigo sul processo recentemente conclusosi a Roma nel quale Marini, imputato per diffamazione, è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. Fu il brigadiere delle guardie carcerarie Stigliani a denunciare il compagno a seguito di un’intervista apparsa sul settimanale “L’Espresso“. La difesa ha egregiamente svolto il suo compito, al punto che non solo è riuscita a dimostrare la veridicità delle affermazioni contenute nell’intervista incriminata, ma addirittura è arrivata a provare il comportamento brutale e provocatorio nei confronti dei detenuti, del condottiero di secondini lucani di nome Stigliani.

Se qualcuno pensasse che una volta tanto giustizia è fatta, noi come anarchici prima e come osservatori al processo poi, pronti interverremmo a provargli il contrario. Infatti, se pure il Tribunale assolvendo Marini ha accolto la più che argomentata tesi difensiva, la corruzione di Stato ha trionfato. La Procura della Repubblica di Matera, presso la quale era stata inoltrata denuncia contro il brigadiere Stigliani per le responsabilità a suo carico emerse nel dibattimento a Roma, con una rapidissima istruttoria lo ha scagionato da ogni accusa. Il fatto per una “Giustizia” costituzionalmente lentissima potrebbe apparire strano; ma quale pastore non si prodiga per salvare la pecorella caduta nel burrone? Qui che lo Stato è pastore e Stigliani fedele armento, la storia non si smentisce.

Qualche rigo ci sembra opportuno dedicarlo al cumulo di nuove denunce contro Marini affidate dalla Cassazione ai giudici di Potenza. Chi assiste anche a una sola seduta di questo processo sarebbe indotto a considerare Giovanni Marini un nemico temuto dallo Stato. Tutti si sono accaniti nel procurargli denunce, dal giudice Fiengo al P.M. Zarra, dai carabinieri al direttore del carcere di Salerno, fino ad arrivare al giudice istruttore Lamberti. Ed è certo che non si commette errore definendolo tale. Marini fin dalla prima udienza si è presentato pronto e con prove indiscutibili; gli stessi giudici sono stati costretti a dargli ragione annullando un interrogatorio irregolare e rinviando i capi di imputazione alla Procura della Repubblica per nuova formulazione.

Il procedimento penale è quindi cominciato da capo e solo da pochi giorni abbiamo appreso che nuovamente sono stati contestati al compagno i capi di imputazione. Questa volta però corredati dall’incriminazione per un reato dal quale è già stato prosciolto. Si tratta di una dichiarazione pubblica nella quale Marini denunciò la responsabilità dei dirigenti del carcere di Salerno per la morte del detenuto Carlo Sorrentino. Un P.M. che non legge i quotidiani (si ricorderà che il fatto fu molto pubblicizzato sulla stampa) ha nuovamente formulato l’imputazione, scavalcando gli stessi codici. Con il detenuto Marini tutto è consentito, pur di non vederlo in libertà.

Intanto la persecuzione contro Giovanni Marini continua.

Giuseppe Bonavolontà

A rivista anarchica n42 Novembre 1975 Processi Marini La Redazione

23 ottobre 2011

La coraggiosa lotta che il compagno Giovanni Marini conduce in carcere contro l’infame istituzione carceraria è all’origine dei numerosi processi in corso contro di lui.

Il 7 ottobre si è tenuta a Roma una nuova udienza del processo – iniziato nel novembre dello scorso anno – che lo vede coimputato con il direttore responsabile del settimanale “L’Espresso” Livio Zanetti per una sua intervista-denuncia. Tale processo è stato aggiornato al 28 ottobre.

L’8 ottobre si è aperto a Potenza un nuovo processo contro Marini, in base a 9 denunce mossegli dai noti Fiengo, Zarra, Lamberti e dai carabinieri per le sue dichiarazioni nel corso di interrogatori e durante il processo ordinario. Data la forzata assenza di Marini, il processo è stato aggiornato al 10 dicembre.

L’11 ottobre Marini è stato prosciolto in istruttoria dalle accuse mossegli nella denuncia d’ufficio conseguente alle sue precise dichiarazioni contro le autorità carcerarie salernitane, responsabili della morte per soffocamento del detenuto Carlo Sorrentino. Assolvendolo, seppure con una sentenza ambigua e bizantina, la magistratura ha di fatto riconosciuto la veridicità delle accuse di Marini.

La Redazione

A rivista anarchica n41 Ottobre 1975 Nuovi processi all’anarchico Marini di La Redazione

23 ottobre 2011

Il compagno Giovanni Marini, già condannato in Appello a nove anni di carcere perché “colpevole” di non essersi fatto ammazzare dai fascisti salernitani, sarà nuovamente processato tra pochi giorni. Il 7 ottobre a Roma sarà giudicato insieme al direttore dell’Espresso Livio Zanetti per una coraggiosa intervista rilasciata a quel settimanale romano. Il giorno seguente sarà trasferito a Potenza per un altro processone che vedrà come “parti lese” il presidente del Tribunale di Salerno Fiengo, il procuratore generale Zarra, il Pubblico Ministero Lamberti, il direttore del carcere di Salerno Fristachi e numerose guardie carcerarie. Tutti questi signori si sono sentiti lesi nella “onorabilità” dalle accuse-verità rese note dal nostro compagno durante i dibattimenti processuali.

La giustizia di stato, non contenta di perseguitare un rivoluzionario per il suo coraggio antifascista, si sta prendendo cura anche dell’Avv. Giugliano Spazzali, uno dei difensori di Marini. Gli è giunto infatti in questi giorni un avviso di reato per violazione di domicilio: egli si sarebbe reso colpevole di aver attraversato i cancelli dell’Alfa Romeo per condurre insieme a medici ed esperti di igiene del lavoro (su richiesta del consiglio di fabbrica) un’inchiesta sulla nocività in quella fabbrica di stato.