Posts Tagged ‘Giovanni Ventura’

1970 02 24 Corriere – Si vaglia la posizione di Mander. L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM

12 novembre 2015

1970 02 24 Corriere - Si vaglia la posizione di Mander

L’inchiesta per le bombe di Milano e Roma

Si vaglia la posizione di Mander

Sono stati interrogati la madre e un fratello – Entrambi hanno confermato che la miccia trovata in casa doveva servire per gli scoppi di Capodanno – Valpreda ha rivisto i familiari – L’editore Ventura per tre ore nell’ufficio del PM 

di R.Ma.

 

Roma 23 febbraio, notte.

Pietro Valpreda, il presunto esecutore materiale della strage di piazza Fontana, ha rivisto oggi i suoi familiari: i genitori e la zia Rachele Torri. Il colloquio era stato autorizzato ieri dal giudice istruttore Cudillo, il quale, nei giorni scorsi, aveva revocato l’isolamento dell’imputato. Durante l’incontro, Valpreda avrebbe ribadito la sua innocenza per la strage di Milano e comunque la sua estraneità agli attentati dinamitardi. L’istruttoria, intanto, continua a ritmo serrato. I due inquirenti hanno cominciato stamane ad interrogare una serie di testimoni per le posizioni degli altri imputati. Oggi, in particolare, è stata esaminata la posizione di Roberto Mander,

Sono stati interrogati la madre e uno dei fratelli di Mander. Il segreto istruttorio non consente di rivelare cosa i testimoni abbiano riferito al magistrato. Si ha tuttavia motivo di ritenere che uno degli argomenti principali sia stato il ritrovamento dello spezzone di due metri di miccia sequestrata nell’abitazione dello studente durante una delle tante perquisizioni che seguirono gli attentati. Il ritrovamento della miccia fu uno degli elementi sui quali la pubblica accusa motivò addirittura l’ordine di cattura, sottolineando che quel tipo di miccia poteva essere stato presumibilmente usato negli attentati di Roma. Si era ancora nella prima fase delle indagini e gli esperti non avevano escluso la possibilità dell’innesco a miccia. Il congegno a tempo fu scoperto dopo ed allora ci si rese conto che quello spezzone di miccia non aveva riferimento diretto con gli attentati. Roberto Mander ne spiegò l’esistenza dicendo che l’aveva in casa dal Natale precedente e se ne era servito per gli scoppi di fine d’anno. I suoi familiari hanno confermato ciò.

E’ stata interrogata anche una simpatizzante del XXII Marzo, Carla Ci., studentessa di filosofia, una delle invitate alla conferenza che il «Cobra» tenne il pomeriggio degli attentati, nel locali del circolo anarchico. Da questa testimone i giudici han voluto sapere notizie sui presenti, sulla durata del discorso, sul dibattito che seguì.

Nel pomeriggio invece, a palazzo di giustizia di piazza Cavour, il pubblico ministero Vittorio Occorsio, ha convocato nel suo studio Giovanni Ventura, l’editore di Treviso chiamato in causa dal professor Guido Lorenzon ed indicato come uno dei finanziatori degli attentati dinamitardi. Ventura si è trattenuto nell’ufficio del magistrato inquirente dalle 17 alle 20 ed è stato interrogato come denunciante e non come indiziato di reato. Ventura cioè è stato sentito in veste di accusatore del Lorenzon, già denunciato per calunnia, sia davanti all’autorità giudiziaria di Roma che davanti a quella di Treviso.

Vestito di scuro, cappotto e cappello nero, alto, aspetto giovanile, una borsa carica di documenti, l’editore ha confermato punto per punto la denuncia contro Lorenzon, ed ha fornito al magistrato tutta una serie di elementi obiettivi sui quali l’autorità giudiziaria dovrà indagare per valutare la fondatezza della presunta calunnia. L’avvio di questo procedimento penale è tuttavia subordinato all’altro già aperto contro Ventura quale indiziato di reato per le accuse rivoltegli dal Lorenzon. I fatti sono troppo noti per essere ancora rievocati. Ventura ha conversato a lungo col magistrato, gli ha consegnato tra l’altro la tesi di laurea del Lorenzon («La maledizione di Celine») ed ha chiesto che alla sua denuncia fossero allegate le dichiarazioni dei due testimoni i quali scagionano completamente l’editore da ogni accusa, riportando tra l’altro confidenze dello stesso Lorenzon, il quale successivamente riaffermò la convinzione dell’assoluta estraneità del Ventura ai fatti dinamitardi.

Ventura ha dato spiegazione anche del viaggio a Roma che, per assoluta coincidenza cadde proprio il 12 dicembre. L’editore venne a Roma perché uno dei suoi fratelli che studia nella capitale si era ammalato. Anche tale circostanza sarà controllata. Durante il suo lungo interrogatorio di stasera, Ventura ha riferito al dottor Occorsio nuovi particolari: tra l’altro, ha ricordato che il Lorenzon, oltre ad aver insinuato il dubbio che egli fosse il finanziatore degli attentati, parlò di un progetto di attentare alla vita di Nixon durante la sua ultima visita in Italia.

E’ lo stesso Ventura ché ci ha riferito ciò al termine del suo interrogatorio stasera: «Secondo Lorenzon avrei pensato di servirmi di uno di questi aeroplanini radiocomandati in vendita in tutti i negozi di giocattoli. Sul piccolo velivolo avrei caricato una certa quantità di esplosivo e poi, nascosto da qualche parte avrei indirizzato l’aeroplanino contro l’elicottero di Nixon… non sono favole, queste cose, purtroppo son scritte negli atti del processo».

Prima di essere interrogato, l’editore Ventura aveva presentato alla procura della Repubblica una querela per diffamazione contro il professor Lorenzon e il giornale l’Unità.

 

1972 04 29 Umanità Nova – Chi manovra la provocazione?

20 Mag 2015

1972 04 29 Umanità Nova - Chi manovra la provocazione

 

E’ accertato che dal carcere Ventura riuscì a stabilire e mantenere contatti con un importante e misterioso personaggio proveniente da Roma, che si era installato a Treviso per seguire sul posto gli sviluppi della vicenda. Si sa che questo personaggio, nel mese di febbraio, ebbe clandestinamente da Ventura un messaggio con il quale il nazifascista arrestato sollecitava ai camerati una azione diversiva che ostacolasse o fuorviasse l’inchiesta che stava dilatandosi fino a coinvolgere Rauti per la strage di Stato.

Dopo circa un mese scatta la montatura nella quale Feltrinelli ha trovato la morte e gli inquirenti hanno scoperto una serie interminabile di indizi falsi preparati per far spostare verso «sinistra» la ricerca dei responsabili degli attentati del 1969.

Forse non si riuscirà mai a ricostruire con esattezza l’ambiente composito e, per certi versi, torbido in cui Feltrinelli era incappato; si hanno finora però alcuni dati certi, più che sufficienti per affermare che Feltrinelli è stato vittima di una macchinazione preparata con cura da agenti di servizi segreti e da provocatori fascisti.

Non è possibile – data la personalità di Feltrinelli, la sua irrequietezza, i rapporti internazionali che notoriamente aveva i grossi interessi politici ed economici legati alla sua attività – che la polizia italiana, il SID la CIA ed un certo numero di «infiltrati» fascisti avessero abbandonato la preziosa preda che per tutti egli rappresentava.

Non dimentichiamo che subito dopo le bombe del 25 aprile e dell’8 agosto ed ancor più sfacciatamente dopo quelle del 12 dicembre ’69, la polizia e certi magistrati tentarono con accanimento di legare il nome ed i soldi di Feltrinelli ai presunsi esecutori della strage. Del resto ancora oggi sono in servizio poliziotti e magistrati che non riescono a celare il proposito di dare credibilità a quelle tesi e pertanto sono alla caccia di un qualche sia pure indiretto collegamento tra Feltrinelli e gli attuali indiziati per la strage.

Indubbiamente intorno a Feltrinelli, intorno ai suoi progetti più o meno teorici di azione politica per sventare il «colpo di Stato fascista», ed intorno alle centinaia di milioni ed a qualche cospicuo pacchetto azionario di cui disponeva personalmente, gravitano un numero imprecisabile di individui, molti dei quali in perfetta buona fede, ma alcuni sicuramente spinti da precisi scopi spionistici e provocatori. Lo stesso intricato sviluppo che polizia e fascisti aveva predisposto intorno e dentro al gruppo «22 marzo».

Se un collegamento, infatti, è ravvisabile tra quanti stanno dietro la montatura del caso Feltrinelli e coloro che ordirono le trame per gli attentati del 12 dicembre, questo collegamento è possibile trovarlo tra quei personaggi politicamente camuffati che da anni andiamo indicando come agenti specializzati nell’infiltrazioni per ordire provocazioni a sinistra, tutti provenienti dalla centrale che fa capo ai Delle Chiaie, Di Luia, Chiesa ecc.

Sembra che sia Saba che Viel, i due arrestati a Milano nella casa di via Subiaco, inspiegabilmente zeppa di materiale compromettente, abbiano avuto contatti frequenti con questa centrale, che avessero avuto rapporti con elementi fascisti tra cui Nino Sottosanti e Diego Vandelli. Ciò non significa, sia chiaro, che Saba e Viel e quanti altri come Lazagna e Fioroni appaiono come indiziati nel caso, siano autori o complici della provocazione che ha causato la morte di Feltrinelli; tutti costoro, per il semplice fatto di essere apparsi subito schiacciati da un cumulo incredibile di indizi e di prove plateali, dovrebbero essere niente di più che le vittime predestinate dell’oscura vicenda.

Può sembrare impolitico ed a qualcuno persino auto lesivo il dover ammettere che la delinquenziale infiltrazione fascista, dopo essere riuscita a far incriminare degli anarchici per le bombe del 25 aprile e per quelle del 12 dicembre, sia riuscita, nello svolgimento dello stesso disegno del colpo di Stato, a realizzare altre provocazioni coinvolgendo elementi e gruppi di sinistra. Ma i fatti purtroppo evidenziano con sempre maggiore chiarezza una realtà che non possiamo rifiutare.

Il gruppo «22 ottobre» è stato manovrato e sfruttato da provocatori fascisti come Diego Vandelli. Nell’appartamento di via Subiaco, insieme al Saba, che si professa amico e compagno di Feltrinelli, è stato arrestato Viel, che è amico di Vandelli e legato a noti ambienti fascisti ai quali era legato Nino Sottosanti.

Del resto se la strategia dell’infiltrazione e della provocazione fascista è stata elaborata ad alto livello per essere applicata su vasta scala, se la strage del 12 dicembre ’69 doveva avere un seguito e degli sbocchi operativi nel quadro del colpo di stato fascista, è anche logico che nessun settore della sinistra, così come nessun settore dell’apparato statale, sia stato trascurato. Non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà delle provocazioni a catena, sempre più pesanti, vaste e spregiudicate di cui è vittima l’estrema sinistra. Noi anarchici, con le montature per gli attentati del 25 aprile e del 12 dicembre ’69 siamo stati i primi ad essere colpiti dalle prove prefabbricate dai fascisti e denunciammo la nuova strategia reazionaria ed il pericolo che essa rappresentava per tutta la sinistra. Oggi è evidente che non si è tenuto sufficientemente conto di quelle drammatiche esperienze, che non c’è stata una adeguata vigilanza rivoluzionaria, per cui altri raggruppamenti sono caduti infantilmente negli stessi errori, si sono aperti alle manovre provocatorie dei pretoriani di Rauti, di Almirante, dei colonnelli greci e delle centrali reazionarie del potere.

E’ estremamente illuminante su questa situazione ma anche gravemente indicativo della leggerezza irresponsabile con cui certi gruppi si muovono, che dopo gli incidenti dell’11 marzo a Milano e la vicenda che ha portato alla morte di Feltrinelli, uno dei dirigenti responsabili di «Potere Operaio», Giorgio Marroni, abbia con disinvoltura dichiarato: «Almeno un decimo degli iscritti al nostro e ad altri gruppi sono guardie di PS. carabinieri, agenti del SID. Molti altri sono spie e provocatori alle dipendenze dei fascisti».

Così è possibile capire come sia stato sfacciatamente facile per poliziotti e magistrati seguire le preordinate piste che dovevano portarli a scoprire i predestinati indiziati. Dal ritrovamento del pulmino a quello della «124», dalla individuazione di Fioroni e Saba, fino al ridicolo arresto di Castagnino, la cui presunta responsabilità era stata «soffiata» alla magistratura con una denuncia anonima più di una settimana prima che si scoprisse la lettera di Feltrinelli a «Saetta», tutto precostituito.

Forse non si riuscirà mai a trovare il capo della matassa, perchè ciò porterebbe all’incriminazione di gente che per il ruolo che ricopre negli apparati di potere non può essere toccata. Ma per noi è fuori di dubbio che dietro varie etichette di sinistra come il «22 marzo», il «22 ottobre», GAP, e le fantomatiche Brigate Rosse abbiamo agito ed agiscano, con l’evidente scopo di promuovere misure repressive contro la sinistra, agenti provocatori fascisti e di Stato.

1972 03 4 Umanità Nova – Ventura implicato sempre più nella strage

19 Mag 2015

1972 03 4 Umanità Nova - Ventura implicato sempre più nella strage

 

 

Nella udienza del processo di Bologna, conclusosi con l’assoluzione di Fini, non si è arrivati a quei risultati che si speravano anche perchè la corte ha fatto di tutto per non permettere che si approfondisse il discorso sulle responsabilità di Ventura e Di Luia per gli attentati del 12 dicembre ’69. In ogni modo è stato Serafino Di Luia a definire nella sua deposizione il Delle Chiaie «ideologo della strategia della tensione».

Il nome di Di Luia è tornato alla ribalta nella cronaca del febbraio 1970 quando la polizia lo cercava ed arrivò all’abbaino di via Tamagno 43 a Milano che era abitato anche da Nino Sottosanti e Giorgio Chiesa. Sono proprio questi i nomi che Fappani, spia del SID, indica come autori degli attentati sui treni ed è proprio una strana coincidenza ritrovarli tutti e tre nello stesso appartamento a Milano.

Di Luia con Delle Chiaie è il fondatore del movimento «lotta di popolo», ultima espressione del neofascismo italiano che si nasconde dietro una terminologia falsamente rivoluzionaria. Grottesche sono state le argomentazioni di Bizzicari, ex consigliere del MSI e difensore di Di Luia per dimostrare che «lotta di popolo» non è un movimento di destra. Interessante è stata pure la deposizione di Zicari che sostenne di aver intervistato Di Luia in Spagna, quando invece sappiamo che tale intervista si fece a Milano, ma a parte questo Serafino Di Luia dichiarò che durante l’occupazione dello ex albergo Commercio in piazza Fontana un gruppo di agrari milanesi propose a «lotta di popolo» di farlo saltare.

L’ultima udienza è stata tutta occupata dalle deposizioni di Ventura che ha parlato per ore per dimostrare che non è più un fascista ma si è visto in difficoltà quando il P.M. gli ha chiesto dove fosse il 12 dicembre ’69 e si è rifiutato di rispondere. Piero Gamacchio, l’attuale direttore delle edizioni RAI e nel ’69 amministratore della Lerici e socio di Ventura nella Litopress, ha negato di aver trascorso il pomeriggio del 12 dicembre con Ventura negli Uffici della Lerici, avendolo trascorso invece fuori Roma. Ecco allora che Ventura trova una nuova conferma al suo alibi nella persona di Nino Massari, personaggio anche questo ambiguo. Massari ha più volte garantito Ventura presso case editrici di sinistra, riuscendo a fargli affidare la distribuzione per il Veneto di riviste come IdeologieChe fare e le edizioni de Il comunista. In questo modo e grazie anche alle conferenze organizzate nella sua libreria di Treviso da Franzin con esponenti marxisti, Ventura si è creato una copertura a sinistra. Franzin e Quaranta sono gli autori di un comunicato stampa di fine dicembre che difendeva Ventura dalle accuse allora mossegli da Lorenzon, riprodotto nel libro «Gli attentati e lo scioglimento del parlamento» edito da Ventura, libro che è un abile ricalco di analisi marxiste-leniniste sul regime di repubblica presidenziale. Di Massari sappiamo che nell’autunno del ’69, mostrandosi simpatizzante anarchico, entrò in contatto con alcuni compagni di Roma, tra cui Mander, ma nel processo di Bologna ha negato tutto questo presentandosi soltanto con una copertura di vago democraticismo.

Il comportamento di Massari può essere dettato da motivi opportunistici che ci sfuggono ma che indubbiamente non giovano a smascherare le complicate trame che legano Ventura ai vari attentati succedutisi in Italia nel 1969 e culminati con la strage di Milano, tutti ideati ed attuati in base ad un preciso piano terroristico.

Ventura era a Roma il 12 dicembre ’69 ed a più riprese ha rifiutato di fornire un alibi convincente e, quando lo ha fatto, è stato smentito. Massari asserisce di averlo incontrato non prima delle ore 17,15; avrebbe avuto, quindi, tutto il tempo per partecipare in qualche modo, sia pure come elemento direttivo, agli attentati. Di ciò se ne ebbe clamorosa conferma quando – appena due giorni dopo e quando ancora i particolari dell’esplosione non erano stati resi pubblici – il Ventura spiegò a Lorenzon: «E’ stato molto difficile collocare la bomba alla banca del Lavoro, il muro era liscio e si è dovuto sistemarla su dei tubi in alto».

Ma su Ventura gravano ben più precisi e seri indizi tutti convergenti nel collocare questo astuto e prezioso elemento del nazifascismo nostrano a quella centrale terroristica alla quale, prima o poi, dovranno essere attribuite le responsabilità degli attentati.

Certamente il gruppo di Ventura non era che una delle cellule in cui, per sua stessa ammissione, si articolava l’organizzazione terroristica, ma indagando con un minimo di impegno è possibile risalire a certe canaglie come Valerio Borghese ed i colonnelli greci, nonché ad elementi come Pozzan, a sua volta legato al misterioso affare Juliano, uno degli scandali più clamorosi di questi tempi legati agli attentati fascisti.

Nel processo per la strage di Stato in corso a Roma, si riesca o meno ad ottenere l’acquisizione degli atti riguardanti il procedimento in corso contro Ventura, questo personaggio occuperà diverse udienze e dovrà emergere tutta intera la responsabilità degli inquirenti nell’aver trascurato una pista che avrebbe sicuramente portato l’inchiesta su un altro binario.

Per il momento dobbiamo registrare l’ultimo vergognoso tentativo di accreditare autorevolmente «l’estraneità di Ventura da movimenti fascisti» da parte dei suoi avvocati di sinistra (Capraro del PSI e Ghidoni del PRI) che hanno fatto pervenire un lungo telegramma a tutti gli avvocati del processo per la strage con il quale suggeriscono di chiedere il rinvio del processo a dopo la chiusura dell’istruttoria a carico del loro cliente e ciò per consentire l’acquisizione di tutti gli atti relativi al caso Ventura.

Una manovra assurda e provocatoria resa possibile dalle incredibili omissioni dell’inchiesta sulla strage. Anche di questo dovrà rispondere il giudice Occorsio.

 

1972 04 1 Umanità Nova – Crolla la montatura poliziesca e politica sulla strage di Stato. Coinvolte tutte le organizzazioni fasciste complici tutti gli organismi istituzionali

17 Mag 2015

1972 04 1 Umanità Nova - Crolla la montatura poliziesca

«La giustizia è strumentalizzata dal potere politico», «E’ una vile macchinazione», i giudici di Treviso sono semplicemente dei «criminali mascalzoni». Con queste ed altre non meno pesanti e colorite invettive contro la magistratura hanno reagito gli avvocati fascisti del fascista missino Pino Rauti alla notizia dell’incriminazione del pupillo del criminale Almirante.

I fascisti, che fino a qualche giorno addietro, inveivano contro di noi per gli attacchi «incivili ed inammissibili» che lanciavamo alla polizia «democratica» ed alla magistratura «sovrana ed indipendente», ora sono furiosi ed hanno cambiato parere.

Si sfoghino pure, noi non ci uniamo di certo al coro dei qualunquisti «democratici» riformisti che oggi osanna pecorilmente il presunto «nuovo corso» della giustizia, per noi il tanto conclamato «impegno serio, responsabile e coraggioso» dei giudici di Treviso rientra perfettamente nel quadro autoritario e repressivo del sistema, in cui è scattato un ulteriore ingranaggio della montatura politica, poliziesca e giudiziaria della strage di Stato.

E’ infatti in questo quadro che vanno situate, viste e giudicate tutte le abilissime sfumature di un’operazione che è stata fatta scattare, nei vari momenti, con tempestività cronometrica.

Che Freda, Ventura e Rauti fossero i mandanti, i finanziatori e gli organizzatori di tutti gli attentati terroristici del 1969, strage del 12 dicembre compresa e che gli esecutori fossero da ricercare tra i noti componenti delle svariate bande fasciste, ordine nuovo e MSI in testa, si sapeva da circa due anni e fu da noi e da una serie di pubblicazioni denunciato ufficialmente.

Perché la polizia e la magistratura hanno fatto di tutto per non accertare la verità?

Perché gli stessi magistrati di Treviso hanno atteso tanto tempo, fino al punto da rivelare quello che da mesi si sapeva solo dopo che il processo Valpreda e compagni era stato affossato?

Se le rivelazioni dei giudici di Treviso fossero pervenute entro le due settimane in cui il processo per la strage a Roma era in piedi sarebbe stato impossibile per il tribunale non invalidare l’istruttoria di Occorsio e Cudillo ed i compagni incriminati sarebbero stati scarcerati.

Il sistema guazza negli scandali, ma ce ne sono di quelli che vanno… somministrati goccia a goccia, altrimenti il vaso potrebbe traboccare, e di quelli così spudorati che, oltre alla suddetta accortezza, vanno «bilanciati» con altre montature di opposto obiettivo, perché a «chiodo scacci chiodo», perché le istituzioni possano apparire, agli occhi dei gonzi, come salvatrici e garanti della pace sociale e della giustizia.

La tattica dell’infiltrazione capillare in tutte le organizzazioni politiche e sociali i fascisti l’hanno diligentemente appresa dai servizi segreti esteri che non hanno lesinato aiuti di ogni genere pur di creare il caos ed attribuirne la colpa alla estrema sinistra.

Ma la polizia italiana ed il Sifar prima e il SID poi, non avevano bisogno di apprendere da nessuno la tattica dell’infiltrazione. La hanno sempre praticata con enorme dispendio di uomini e mezzi.

Nel gruppo «22 marzo» l’infiltrazione fu promossa e curata da tutte e due le fonti, il confidente-spia fascista Merlino era affiancato dal confidente-provocatore della polizia Ippolito e da quello del SID, Serpieri. Lo scopo di questo drappello di confidenti-provocatori era unico, cucire addosso agli anarchici la responsabilità per gli attentati fascisti che Rauti, Freda, Ventura ed altri e più grossi nomi della sfera politica, economica e statale in combutta con forze straniere, stavano organizzando.

Sappiamo con certezza che nel piano nazifascista di Rauti e canaglie a lui aggregate era associato il boia nero Valerio Borghese e tutta la sua banda di criminali ed associata era una folta schiera di politici, industriali, mafiosi ed una certa polizia ed una certa magistratura che hanno fino in fondo svolto il loro compito.

Verso questi luridi tentacoli della piovra fascista la tattica della infiltrazione e della provocazione organizzata non è stata mai applicata. Solo ora per i supremi interessi «centristi» dello Stato impersonato nella semifascista democrazia cristiana e nella sorgente stella reazionaria socialdemocratica, per difendere le sorti… elettorali di queste forze del regime, qualcosa si muove cautamente contro la destra. Ma anche questo rientra nella manovra in atto e già dal dicembre scorso avvertivamo su questo giornale di diffidare della iniziativa della magistratura milanese contro la cosiddetta «ricostruzione del partito fascista» (come se il partito fascista fosse stato qualche volta effettivamente eliminato) perché era per noi evidente che molto presto essa sarebbe stata un comodo alibi per colpire molto più duramente la sinistra extraparlamentare.

Quello che sta avvenendo, con la caccia sistematica in tutta Italia ai presunti «guerriglieri» dimostra, purtroppo, che avevamo ragione ed è inoltre una prova di quello che da anni andiamo dicendo a tutti coloro che infantilmente e presuntuosamente affermavano che solo i gruppi anarchici isolati e disorganizzati potevano essere vittime di infiltrazioni e provocazioni. Nel caso di potere operaio l’infiltrazione e la provocazione è stata, a nostro, avviso, gigantesca ed il non averlo avvertito in tempo, ma avergli prestato il fianco è di una gravità eccezionale ed abbiamo il diritto di parlarne perché è tutta la sinistra rivoluzionaria a subire le conseguenze di errori di questo genere, errori che sono frutto di errate, trionfalistiche, puerili analisi.

Ora rimbocchiamoci le maniche contro la repressione.

Ma quanto è piccolo, per noi, il mondo poliziesco e giudiziario! Ci ritroviamo sempre tra i piedi gli stessi poliziotti e gli stessi magistrati.

Intramontabili gli Occorsio, i De Peppo, gli Amati, insostituibili gli Allegra, i Calabresi, i Panessa.

De Peppo, non dimentichiamolo, fu colui che tentò di avallare l’operato infame di Allegra, Calabresi e soci nel caso Pinelli. Sulla questione, nel volume «Noi accusiamo» è scritto: «… Il 16 dicembre il procuratore capo della repubblica di Milano, De Peppo, dichiara: “la polizia ci ha sempre inviato i verbali di fermo e nei termini di legge i fermati sono stati messi a disposizione dei magistrati. Come sapete, Pinelli è stato interrogato dopo il terzo giorno perché solo dopo tre giorni i funzionari hanno avuto il tempo di ascoltarlo”. Tale dichiarazione è un unico falso, e il magistrato De Peppo è un altro piccolo bugiardo che siede in una grande poltrona».

Amati poi, meglio conosciuto con il vezzeggiativo di « giudicemangiaanarchici» entrerà in scena nelle vesti di capo dell’ufficio istruzione nel caso in cui la nuova inchiesta per la strage dovesse rimanere a Milano.

Staremo a vedere. A noi ora interessa soltanto la liberazione dei compagni incarcerati. Per il resto sarà una gioia osservare i contorcimenti in cui si dibatteranno gli arnesi della giustizia di Stato per tentare di uscire indenni dal pantano. Noi tenteremo, invece, di ricacciarceli fino in fondo.

 

 

6 novembre 1972 SID – velina su presunti organizzatori ed esecutori strage (accordo tra Valpreda e Pinelli con i fascisti)

28 novembre 2013

Velina dei servizi su presunti attentatori di piazza Fontana. Ancora nel 1972 i vermi cercavano di depistare ipotizzando che “esisterebbe un documento, compilato probabilmente nel corso di una riunione svoltasi nel Veneto, in cui si ravviserebbe una specie di accordo tra destra e sinistra per determinate operazioni” secondo il quale figurerebbero anche i nomi di Valpreda e Pinelli. Naturalmente non viene riportato nessun nome della presunta fonte e tantomeno verrà mai trovato tale fantomatico documento. Inutile dire che solo dei ritardati mentali possano aver pensato tale ipotetica lordura. Quindi non solo manovrati dai fascisti ma saremmo stati anche complici consapevoli! E talmente idioti da scrivere addirittura un documento comune di intenti!!

6 novembre 1972 SID – organizzatori ed esecutori strage (Valpreda e Pinelli e neri)

16 e 17 maggio 1973 il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia (foglietto di pugno di Mario Merlino con nomi del gruppo 22 marzo e Bakunin)

27 aprile 2013

Il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia per le accuse a lui rivolte da parte di Giovanni Ventura sulla sua partecipazione (con Stefano Delle Chiaie) alla strategia degli attentati. Altro punto è sui foglietti ritrovati assieme alla sua patente contenente i nomi di estremisti di sinistra e loro organizzazione (in particolare quelli del circolo 22 marzo e del Bakunin) scritti con grafia di Mario Merlino. Ultimo punto su sue dichiarazioni a giornalisti Melega e Chiodi su suoi rapporti con Guido Giannettini.

 

16 e 17 maggio 1973 D'Ambrosio interroga Guido Paglia COMP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16 e 17 maggio 1973 il G.I. D’Ambrosio interroga il giornalista fascista Guido Paglia

 

Umanità Nova 13 dicembre 2009 Piazza Fontana. Quarant’anni dopo di Francesco Mancini

9 novembre 2011
Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 una potente bomba alla gelignite venne fatta esplodere nel salone affollato della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano.

Il bilancio delle vittime fu di 17 morti, di cui uno deceduto successivamente, e 85 feriti.

Tra i primi ad essere fermati fu il ferroviere Giuseppe Pinelli, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, convocato in questura poche ore dopo la strage.

Dopo tre giorni di interrogatorio non gli viene contestata alcuna imputazione, eppure non viene rilasciato; ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi, il quale guida l’inchiesta sulla strage.

Intorno alla mezzanotte del 15 dicembre, Pinelli viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio, che si trovava al quarto piano.

La versione ufficiale parla di suicidio; gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura.

Secondo Antonino Allegra, commissario capo dell’ufficio politico della questura di Milano: Il Pinelli non aveva dato alcun segno di nervosismo fino all’ultimo interrogatorio, fino a quando, cioè, gli fu detto a bruciapelo: Valpreda ha parlato. Questa frase lo fece sbiancare in volto. Tuttavia egli ebbe modo di riprendersi tanto che poté essere ancora interrogato, senza la minima forma di pressione, sui propri rapporti con il noto Valpreda. La fulminea decisione del Pinelli di sottrarsi col suicidio ad ogni altro interrogatorio non può non confermare che egli fosse stato indotto a tale disperato gesto dalla preoccupazione di essere ormai smascherato e di andare incontro a vicende giudiziarie di estrema gravità.

Il questore di Milano, Marcello Guida, dichiarò: Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage … Il suo alibi era caduto … Di più non posso dire, si era visto perduto … È stato un gesto disperato. Una specie di autoaccusa, insomma.

Successivamente aggiunse: Eravamo in fase di contestazione e di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto. Non è stato verbalizzato niente.

Anche il commissario Calabresi, nell’immediatezza della morte di Pinelli, dichiarò: Lo credevamo incapace di violenza, invece … è risultato implicato con persone sospette … implicazioni politiche.

Un mese dopo, in contraddizione con quanto dichiarato al pubblico ministero, Calabresi cambiò versione, pur continuando a sostenere il suicidio di Pinelli: Fummo sorpresi del gesto – disse – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe ritornato a casa […], posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare.

Sempre il 15 dicembre 1969, all’interno del tribunale di Milano, era stato arrestato Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, accusato della strage e oggetto di un riconoscimento, a dir poco pilotato, da parte del tassista Cornelio Rolandi, che ritenne di individuarlo come il passeggero da lui trasportato il pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Si è accertato al di là di ogni dubbio, anche a seguito delle numerose sentenze giudiziarie, che polizia, servizi segreti e neofascisti erano perfettamente al corrente che Valpreda ed il minuscolo gruppo anarchico romano “22 marzo” cui egli apparteneva erano del tutto estranei alla strage.

In ultimo, al termine di un lunghissimo iter processuale, la Corte di Cassazione, in data 3.5.2005, ha confermato la sentenza impugnata della Corte d’appello di Milano del 12.3.2004, che ha individuato i mandanti della strage nei neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura:

[…] Dopo approfondito esame, infatti, delle varie acquisizioni già valorizzate dai primi giudici, anche la Corte dell’appello ha ritenuto di “dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione – cautamente puntualizza la sentenza impugnata – oltre a non poter provocare … effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di assise di appello di Bari, è frutto di un giudizio formulato senza poter disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari”.

[…] il giudizio circa la responsabilità di FREDA e VENTURA in ordine alla strage di Piazza Fontana, afferma la sentenza impugnata, “non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità irrevocabilmente operate dalle Corti di assise di Catanzaro e Bari per finire con le dichiarazioni di Fabris, Lorenzon, Comacchio e Pan, con particolare riferimento al secondo, fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Negli anni è altresì emerso chiaramente, anche in sede processuale, che la strage fu commessa con l’appoggio, la copertura, la supervisione e i depistaggi dei servizi segreti italiani e statunitensi.

Per ciò che riguarda Pinelli, gli eventi successivi e le risultanze processuali hanno dimostrato che sia i dirigenti della questura di Milano sia gli altri pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio hanno mentito dichiarando che si era suicidato e lo avevano infamato asserendone il coinvolgimento nella strage del 12 dicembre.

Quasi sei anni dopo, l’allora giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio escluse sia il suicidio che l’omicidio, nella sentenza-ordinanza con cui il 27 ottobre 1975 prosciolse i pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio di Pinelli dalla imputazione per l’assassinio del medesimo.

D’Ambrosio attribuì, infatti, la caduta e la successiva morte di Pinelli ad un malore attivo, che gli avrebbe fatto saltare la ringhiera di una finestra alta cm. 92, nello stesso tempo in cui sveniva.

In un’intervista del 2002 D’Ambrosio negò di aver mai usato l’espressione e la definì una leggenda; si riportano perciò, di seguito, le parole esatte utilizzate dal giudice nel testo della sentenza:

“Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e pieno piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione del «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c.d. atti di difesa)”.

Se non c’è l’espressione “malore attivo”, ci sono le parole “malore” e “movimenti attivi e scoordinati”, strettamente connesse tra loro e ciò di cui si parla e che si intende sostenere, al di là di qualunque dubbio e cavillo, se non si vuole giocare con le parole, è la tesi di un malore attivo.

Le risultanze dell’autopsia, i rilievi effettuati sulla facciata del palazzo e le dichiarazioni del testimone oculare Aldo Palumbo hanno dimostrato che Pinelli era vivo, anche se privo di sensi, al momento della precipitazione.

La ricostruzione di D’Ambrosio equivale, quindi, ad affermare che Pinelli, come nel più rocambolesco dei romanzi d’appendice, in una sorta di fiera di improbabili coincidenze di tempi e spazi, sia volato svenendo, o svenuto volando, oltre la ringhiera, senza emettere alcun grido.

In più, onde rendere più verosimile la performance acrobatica di Pinelli, che era alto circa cm. 167, D’Ambrosio ne fissa il baricentro a cm. 55 dalla sommità della testa, il che, a ben vedere, equivale a trasformarlo in una sorta di trampoliere o di fenomeno da baraccone.

Il giudice non considera affatto la possibilità che Pinelli fosse già privo di conoscenza e, quindi, non si sia tuffato né sia stato lanciato dalla finestra, ma sia stato lasciato cadere da qualcuno lungo la facciata del palazzo, sì da farlo battere contro il cornicione e la grondaia sottostanti.

Peraltro questa spiegazione si concilia sia con la testimonianza di Palumbo, che udì due altri tonfi prima della caduta finale del corpo di Pinelli, sia con quella dell’altro testimone oculare, l’anarchico Pasquale Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati di fronte alla stanza dell’interrogatorio:

“alcuni minuti prima che Pino voli giù dalla finestra succede qualcosa di eccezionale […] qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili […] avvertii le voci, concitate, alterate”.

Lo svenimento prima della precipitazione spiegherebbe anche il fatto che la telefonata per la chiamata dell’autoambulanza sia pervenuta al centralino dei vigili urbani a mezzanotte e 58 secondi, ossia prima della caduta di Pinelli.

Infatti, il testimone oculare Palumbo fissa l’ora della precipitazione di Pinelli tra uno e quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre gli altri giornalisti presenti la collocano tre minuti dopo mezzanotte e l’ispettore ministeriale Elvio Catenacci la fissa alle 0.04.

Invece D’Ambrosio colloca la chiamata dell’autoambulanza in un momento non esattamente precisato, ma successivo alla caduta di Pinelli, avvenuta, secondo la sua ricostruzione, tra le 23.57, ora in cui Palumbo dichiara di aver lasciato la sala stampa della questura, e la mezzanotte.

Nel fare ciò, il giudice istruttore decide di basarsi sulla testimonianza di una persona assente, il fotografo Giuseppe Colombo, che dichiara di essere partito dal garage del Corriere della Sera alle 24.00, anziché su quella dei giornalisti presenti sul luogo, che lo avvertirono dell’accaduto.

Analogamente, con una sorta di capriola logica, D’Ambrosio sostituisce la testimonianza di Valitutti con suoi arzigogoli e ragionamenti capziosi su due punti essenziali.

In primo luogo, basandosi sulle dichiarazioni degli imputati, che la legge esclude dal novero dei testimoni e, oltretutto, a giudizio dello stesso giudice istruttore, si sono dimostrati mentitori impenitenti, afferma che prima della precipitazione di Pinelli non è accaduto nulla di grave:

D’altra parte è veramente difficile sostenere e ritenere che il Valitutti, pur ammettendo che la sua attenzione fosse stata destata dai sospetti rumori sentiti (rumori che in mancanza di prova diversa devono attribuirsi, data l’ora di collocazione, alla reazione motoria, che normalmente segue al termine di uno stato di attenzione e tensione, delle numerose persone presenti nella stanza al momento in cui il dott. Calabresi terminò di dettare il verbale) dopo un quarto d’ora, non possa essersi distratto neppure per quelle poche frazioni di secondo occorrenti al commissario Calabresi per attraversare il breve tratto di corridoio che la finestra nel salone dei fermati consentiva di vedere.

Diversamente da quanto afferma D’Ambrosio, l’unica prova in suo possesso è la testimonianza di Valitutti, che dichiara che nell’ufficio di Calabresi è successo qualcosa di grave, mentre, al contrario, manca qualunque prova che non sia accaduto nulla.

L’altro aspetto per il quale il giudice opera una deformazione dei dati probatori in suo possesso riguarda la presenza di Calabresi nella stanza al momento della precipitazione:

Prima di passare all’esame delle imputazioni va subito detto che l’esperita istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della precipitazione. Tutti i testimoni presenti al quarto piano dell’Ufficio Politico sono stati concordi su tale punto, ad eccezione dell’anarchico Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati.

In realtà, il brigadiere Sarti, che è un vero testimone e non un imputato, ha dichiarato che non vide nessuno uscire dalla stanza e percorrere il corridoio, mentre ciò che dicono gli imputati presenti nella stanza non ha valore di prova.

La deposizione di Valitutti, inoltre, è particolarmente attendibile anche per il fatto che egli ha tutto l’interesse ad escludere gente dal novero dei possibili responsabili della morte di Pinelli e, quindi, escluderebbe Calabresi se non fosse sicuro della sua presenza nella stanza.

Infine, c’è un’altra circostanza, citata da Camilla Cederna nel libro Pinelli Una finestra sulla strage, atta a rafforzare la attendibilità della testimonianza di Valitutti o, quantomeno, a sconsigliarne l’affrettato accantonamento:

Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente, invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto.) Comunque lo scritto che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra lo firmò senza leggerlo, così egli afferma, e si trattò secondo lui “di un’inesatta informativa”.

Si riporta di seguito il testo del rapporto di Allegra alla Procura di Milano del 16 dicembre 1969:

Di seguito a precedenti rapporti pari numero ed oggetto, si comunica che alle ore 0.15 di questa notte mentre il Commissario Aggiunto dott. Luigi Calabresi ed altri ufficiali di polizia giudiziaria, nelle persone dei sottufficiali di P.S. Panessa Vito, Mainardi Carlo, Mucilli Pietro e Caracuta Giuseppe, presente il Tenente dell’Arma dei Carabinieri LOGRANO Savino, procedevano, nei locali dell’Ufficio Politico, all’interrogatorio di PINELLI Giuseppe, nato a Milano il 21.10.1928 qui residente in via Preneste n. 2, ferroviere, anarchico, fortemente indiziato di concorso nel delitto di strage commesso contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Milano, il medesimo, con repentino balzo, si precipitava da una finestra socchiusa nel sottostante cortile cadendo al suolo dopo aver urtato contro i rami di un albero. Immediatamente trasportato al vicino Ospedale Fatebenefratelli, veniva ricoverato con prognosi riservatissima per frattura cranica ed altro e vi decedeva alle ore 1.45.

Si fa riserva di ulteriore riferimento.

IL COMMISSARIO CAPO DI P.S.

Dr. Antonino Allegra

Francesco Mancini

Umanità Nova n25 8 luglio 2001 Strage di stato Sentenza all’italiana di Luciano Lanza

3 ottobre 2011

Diciamolo subito, tanto per sgombrare il campo: questa sentenza porta alla luce solo una piccola parte della verità. La condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è una condanna all’italiana. Dice e non dice. Accusa, ma sorvola. È chiaro che gli imputati (senza dimenticare i tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento e la prescrizione a favore di Carlo Digilio, armiere del gruppo mestrino di Ordine nuovo, informatore dei servizi segreti americani e gran pentito nell’inchiesta del giudice milanese Guido Salvini) sono l’anello terminale di quella strategia chiamata della tensione che proprio nella bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura di Milano registrò il fatto più clamoroso e criminale. Sì, perché in questo processo non c’erano (come è stato scritto all’inizio del dibattimento su questo settimanale) i «pezzi da novanta» e non c’erano neppure gli altri complici: primi fra tutti Franco Freda e Giovanni Ventura, i due neonazisti già individuati nel 1971dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz. Freda e Ventura sono stati assolti con sentenza passata in giudicato, quindi, anche se in questo processo sono emerse in modo chiaro le loro responsabilità, per loro la partita è chiusa. Così come è chiusa per Stefano Delle Chiaie, l’allora capo di Avanguardia nazionale a Roma, cioè il gruppo che diede un appoggio logistico (e non solo) per gli attentati, sempre del 12 dicembre 1969, al monumento al milite ignoto (quattro feriti) e alla Banca nazionale del lavoro di via Veneto (14 feriti). Delle Chiaie, dopo una latitanza durata anni, rientrato in Italia è stato assolto definitivamente nel 1991.

Però questa sentenza ha un suo rilievo: anche in sede giudiziaria viene ammesso, sia pure parzialmente e implicitamente, che la manovra per addossare alle sinistre e in primo luogo agli anarchici la responsabilità di quella strage faceva parte di una strategia di segno opposto. Ma chi guidava quella strategia resta fuori. Per questo possiamo parlare di sentenza all’italiana.

C’è, poi, un altro aspetto di rilievo. Questa sentenza arriva 32 anni dopo la strage. Trentadue. Non siamo più nel campo giudiziario, ma in quello storiografico. Che condannino all’ergastolo un uomo di 67 anni come Maggi, che per di più ha già avuto due emorragie cerebrali, a chi e a che cosa serve? Soprattutto che lo condannino adesso quando i giochi sono fatti, quando la strategia della tensione ha dispiegato tutti i suoi effetti, non muove di un’acca la situazione nella quale ci troviamo.

Eh sì, bisogna riconoscerlo (ma è da tempo che lo si va ripetendo e non solo su queste pagine) la strategia della tensione ha raggiunto quello che democristiani e suoi alleati, servizi segreti italiani e americani, Nato e Casa Bianca volevano ottenere: un’Italia ossequiente alla direttive del padrone dell’Occidente: gli Stati Uniti. Per arrivare a questo servivano dei morti? Serviva terrorizzare la popolazione contro il «pericolo rosso»? Ebbene i morti ci sono stati. Tanti. (Uno poi è stato fatto volare dal quarto piano della questura di Milano. Era Giuseppe Pinelli: anche la sua morte è rimasta impunita). La repressione contro la sinistra c’è stata. E tutto questo ha prodotto i suoi effetti. si è stabilizzato destabilizzando. Tanto che le vittorie riportate dalla controinformazione (in primo luogo quella anarchica, ma non solo quella) sono state, alla luce degli anni trascorsi e di che cosa è successo, più simboliche che reali. Certo, la mobilitazione, le contraddizioni di poliziotti, magistrati e politici, l’evidenza della colpevolezza dei neofascisti hanno permesso di arrivare alla liberazione di Pietro Valpreda, l’anarchico accusato di quella strage, già nel dicembre 1972. Una liberazione ottenuta con una legge specifica (la legge Valpreda, appunto), ma poi politici e magistrati hanno gestito la questione, l’hanno sfilacciata, hanno distratto l’opinione pubblica, tanto che la prima sentenza (di questo iter che adesso è arrivato all’ottavo giudizio, senza contare due decisioni della Cassazione) è del 1979: dieci anni dopo la strage.

È per questo che nell’aula bunker di via Filangieri a Milano non è stata letta una sentenza, ma è stata scritta una cronaca della storia. Una cronaca, ancora incompleta a cui mancano i protagonisti, ma che ha visto in scena solo i gregari. Il tutto, nonostante i titoloni sulle prime pagine dei giornali, nella quasi totale indifferenza della stragrande maggioranza degli italiani. In tutt’altre faccende affaccendati.

Ma che cosa si pretende dopo 32 anni?

Luciano Lanza

A rivista anarchica n 300 giugno 2004 Nessuno ha messo la bomba Ci risiamo: nessun colpevole per la strage del 12 dicembre 1969 di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/300/15.htm

I giudici della Corte d’appello di Milano hanno seguito un copione già scritto negli anni passati. Rimediando al “passo falso” della prima sentenza del 2001. Quella strage non ha colpevoli. E così hanno assolto i tre neonazisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Per non parlare dei “pezzi da novanta” solo sfiorati dalle indagini. Ma liberi e tranquilli. Oppure ormai sepolti. Gli anni passano per tutti…

I colpevoli? Non ci sono. Non bisogna più cercarli. Fatica e soldi sprecati. Così si potrebbe chiudere il commento alla sentenza d’appello del “nuovo corso” giudiziario sulle bombe del 12 dicembre 1969. Quella a Milano in piazza Fontana (Banca nazionale dell’agricoltura) con 16 morti (più uno) e più di ottanta feriti (i registrati, ma in verità sono almeno una decina in più) e quelle a Roma. Nella capitale esplode una bomba alla Banca nazionale del lavoro, con 14 feriti, e due all’altare del Milite ignoto, quattro feriti.

Sì, basta cercare colpevoli dopo 34 anni (a dicembre saranno 35), la politica, la società civile e chi più ne ha più ne metta, non ne vogliono più sapere (dicono) di questa storia vecchia. E i giudici di Milano hanno mandato tutti a casa. Cioè non colpevoli. Pazienza. Solo un imbecille potrebbe sostenere che la verità viene scritta nei tribunali.

Residuati neonazisti

Ricominciamo da capo. Il 12 marzo 2004, la Corte d’appello di Milano ha annullato la sentenza del 30 giugno 2001 che aveva condannato all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo del Veneto) e Giancarlo Rognoni (gruppo La Fenice di Milano) per la strage di piazza Fontana. Quella strage non ha più colpevoli. Nemmeno quei tre residuati del neonazismo. E non c’è da stupirsi. Aveva stupito la prima sentenza del 2001, così come aveva stupito la prima sentenza a Catanzaro. Quella del 23 febbraio 1979 che aveva condannato all’ergastolo, sempre per lo stesso reato, Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini. Quelle due sentenze, infatti, rappresentano un’anomalia. Se piazza Fontana è stata una strage di stato, perché mai quello stesso stato dovrebbe condannare se stesso? E, quindi, nemmeno gli esecutori materiali. I militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale strumenti consapevoli-inconsapevoli di una strategia che utilizzava i neonazisti non per instaurare un regime autoritario e gerarchico che facesse piazza pulita della “democrazia borghese”, ma molto più semplicemente per mantenere nelle stanze del potere chi già le occupava senza dover cedere il posto alle sinistre. Anche perché non volevano le sinistre al potere i “padroni americani”. Così, oggi, tornati alla ribalta i successori di quella Democrazia Cristiana (Forza Italia più satelliti fra cui Alleanza Nazionale, ex Movimento Sociale Italiano, guidato nel 1969 da Giorgio Almirante), la strage di piazza Fontana deve andare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà quando forse saranno passati quasi quarant’anni dalla strage.

E, diciamolo con chiarezza, non è nemmeno il caso di sottilizzare sulle incongruenze e contraddizioni di quella sentenza. Lasciamo questo lavoro agli “azzeccagarbugli” di turno. Però c’è da sottolineare una vera perla dei giudici milanesi: ricostruendo la sequenza degli attentati del 1969 riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda potrebbero essere i responsabili di piazza Fontana e non solo degli attentati del 25 aprile a Milano e ai treni del 9 agosto: per i quali erano già stati condannati a 15 anni.

Insomma, a Milano si è compiuta l’ultima beffa. I due colpevoli individuati dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz sarebbero i colpevoli, mentre non sono sufficientemente provati i loro rapporti con gli ordinovisti di Venezia-Mestre e Milano. C’è, però, un piccolo particolare: Freda e Ventura sono stati definitivamente assolti l’1 agosto 1985, quindi non possono più essere processati per quella strage. Siamo arrivati alla farsa. E questi giudici non tengono nemmeno vergogna. E perché dovrebbero averne?

Al di là della decenza

Quando mai i giudici che si sono occupati di piazza Fontana hanno cercato la verità? No, l’obiettivo era un altro: coprire le malefatte dei servizi segreti americani e italiani e incastrare gli anarchici.

Però, anche se anarchico e dunque diffidente (a ragione) dei giudici, debbo riconoscere per dovere storico che almeno due giudici sicuramente anomali, e infatti messi al margine, ci sono stati. Il primo, ovviamente, Stiz, il secondo Guido Salvini. Quello che alla metà degli anni Novanta (dopo un’indagine durata anni) arrivò a individuare i responsabili di piazza Fontana (Zorzi, Maggi, Rognoni e altri) senza dimenticare Freda e Ventura, precisando che non erano più perseguibili perché altri suoi colleghi li avevano assolti definitivamente.

La storia giudiziaria di piazza Fontana è un susseguirsi di cose incredibili, di falsi giudiziari al di là del decente. Un esempio. I primi magistrati che si occupano del caso, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, non sentono ragioni: per loro Pietro Valpreda (“l’anarchico ballerino”) è il colpevole, mentre Freda e Ventura sono “due persone perbene”. Non importa che Stiz abbia raccolto confessioni e prove che incastrino i due neonazisti. L’importante è indicare Valpreda (quindi gli anarchici, quindi le sinistre) come colpevole. E adesso dopo il riconoscimento dei giudici d’appello di Milano che cosa si dovrebbe dire di quei due giudici? Tralasciamo gli insulti. Sarebbero parole sprecate.

Torniamo all’ultima sentenza. In sostanza, i giudici di Milano hanno detto che il pentito Carlo Digilio è inattendibile perché si è più volte contraddetto, ha commesso errori. Certo, li ha commessi adesso dopo aver subìto un ictus che lo ha un po’ rinscemito, mentre l’altro pentito, Martino Siciliano, è attendibile, ma fornisce testimonianze di “seconda mano”, quindi inutilizzabili ai fini processuali. Peccato che non si tenga conto che il giudice che ha istruito quel processo, Salvini, non si fosse fermato alle testimonianze dei pentiti e avesse cercato e trovato riscontri precisi a quanto dichiaravano Digilio e Siciliano. Non è bastato che Zorzi (difeso in un primo tempo da Gaetano Pecorella, presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati e anche difensore del premier Silvio Berlusconi) abbia a più riprese minacciato e allettato con pacchi di soldi Siciliano perché ritrattasse.

E in effetti Siciliano è stato un pentito “ondeggiante”, ma che alla fine, in aula, ha confermato tutte le accuse. Non è bastato. L’assoluzione dei tre ricalca la vecchia formula, oggi abolita formalmente, dell’insufficienza di prove.

Buttato dal quarto piano

Dopo tanti anni questa storia, veramente infinita, mi riempie solo di tristezza. E di rabbia. È la tristezza e la rabbia di chi all’età di 24 anni ha visto le sue speranze, i suoi sogni di un mondo migliore offuscati da uno scoppio con tanti morti. Di uno che d’improvviso vede «in presa diretta» la criminalità del potere. Quella alla grande, quella che non lascia dubbi. Una criminalità che ti fa risvegliare all’alba del 16 dicembre quando un tuo compagno, Amedeo Bertolo, ti chiama al telefono per dirti che un altro tuo compagno di gruppo, Giuseppe Pinelli, è stato buttato dal quarto piano della questura di Milano.

Beh, provate a pensare che cosa si sente in un momento simile. Io so soltanto che la mia vita è stata profondamente segnata da quelle bombe, dalla morte di Pinelli. Poi è stato tutto diverso. In modo profondo. C’è una rabbia che non mi lascerà mai. Quei criminali (i servizi che hanno orchestrato la strage, i neonazisti che l’hanno effettuata, i politici che l’hanno coperta perché erano i mandanti) oltre a cambiare il corso della storia, hanno fatto una cosa tanto, tanto più piccola, una cosa che non interessava a nessuno, ma per me importante: hanno cambiato anche la mia piccolissima storia personale. Quella di un giovane (allora) che si è visto sommerso da un gioco tanto grande e criminale. Ma che, con tanti altri, ha trovato la forza per reagire. E per fortuna c’è chi non si «arrende». Per fortuna ogni 12 dicembre migliaia e migliaia di studenti manifestano in tante città d’Italia e quelli di Milano concludono il corteo in piazza Fontana. Quella strage continua a essere un atto di accusa contro la criminalità del potere. Quanto viene occultato nelle aule dei tribunali è «verità» per molti. Per tanti. Non è poco.

Luciano Lanza

Valpreda è innocente La strage è di Stato Giustizia proletaria contro la strage dei padroni Guida al processo a cura del Soccorso Rosso 1972

24 giugno 2011

 

Il 23 febbraio è fissato al Tribunale di Roma l’inizio del «Processo Valpreda». Finalmente la classe dominante è costretta a riportare in «pubblico» – attraverso la sua magistratura – tutta la questione delle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre 1969. Diventati ad un tempo «capro espiatorio» giudiziario e pretesto politico per la strage di Stato, Valpreda e gli altri compagni anarchici si trovano da più di 2 anni in carcere senza alcuna prova attendibile a loro carico, mentre ormai sono schiaccianti le prove della responsabilità materiale dei fascisti e del loro diretto collegamento politico e finanziario non solo con certi settori del padronato italiano e degli organi dello Stato, ma anche, a livello internazionale, con le centrali di spionaggio e di provocazione dei colonnelli greci (KYP) e dell’imperialismo (USA).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte…

Nelle lotte del 1969 – prima con l’esplosione spontanea del maggio-giugno alla FIAT e alla Pirelli e poi con la generalizzazione dell’autunno caldo – l’autonomia operaia aveva attaccato direttamente i padroni nei momenti fondamentali della struttura di potere, mettendo in crisi la produttività e l’intensificazione dello sfruttamento, ponendo in questione le radici stesse del modo di produzione capitalistico.

In questa situazione – con un’escalation che dagli attentati «greci» del 25 aprile (alla Fiera di Milano e alla Stazione), attraverso la scissione «americana» del P.S.U. nel luglio e gli attentati dell’agosto ai treni, arrivò alle bombe di Milano e Roma del 12 dicembre, precedute da una catena di circa 200 attentati terroristici – si sviluppò quella strategia della tensione che ebbe come momento culminante proprio la strage di  Stato.

L’uso politico…

Le bombe del 12 dicembre le fecero mettere i padroni, ma non tutti i padroni. Tutti i padroni però le utilizzarono e ne gestirono le conseguenze politiche e sociali.

Tutto uno schieramento della classe dominante – borghesia della piccola e media industria e della rendita fondiaria, alti gradi delle burocrazie statali, amplissimi settori della destra politica – considerava la «strage» come il punto di partenza di un disegno strategico che – partendo dai rancori della cosiddetta opinione pubblica contro il movimento operaio – determinasse un preciso spostamento a destra, con progetti che andavano dalla «Repubblica presidenziale» dei socialdemocratici e dei democristiani fino al golpe fascista di Junio Valerio Borghese.

D’altra parte, tutto l’altro schieramento della classe dominante – il capitale monopolistico-finanziario, i grandi padroni «tradizionali» (Agnelli e Pirelli) e i managers dell’industria di Stato, le forze «democratiche» dell’area governativa, i settori «moderati» dell’apparato statale – utilizzò immediatamente le bombe, anche se non le aveva ordinate, come strumento di ricatto anti-operaio e come occasione di un violento attacco repressivo contro le avanguardie di lotta.

Proprio sui morti di Piazza Fontana, la borghesia italiana ritrovò la convergenza dei propri interessi e avviò il tentativo di ricomporre la sua unità di classe: fece chiudere i contratti e ricostituì il governo di centro-sinistra, scatenando la più dura e violenta repressione.

Per parte loro, i partiti della sinistra istituzionale non solo permisero quest’offensiva, ma attaccarono essi stessi in modo diretto le lotte operaie nelle fabbriche, rilasciando la parola d’ordine della produttività (cioè dell’intensificazione dello sfruttamento) e delle riforme (cioè della razionalizzazione dello sviluppo capitalistico).

La strage…

Se i rapporti di forza, sul piano politico generale saranno completamente favorevoli alla classe dominante essa cercherà di arrivare direttamente alla condanna di Valpreda per «ragion di Stato». Ciò equivarrebbe a un tentativo apertamente reazionario di radicalizzare l’attacco repressivo già in atto contro il proletariato e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, nei confronti delle quali oggi viene fatto sempre più pesantemente ricorso alla minaccia e all’intimidazione della legge borghese e dei suoi tribunali – vedi il processo a Potere Operaio e a Proletari in Divisa – Ciò equivarrebbe a una sorta di «reinnesco politico» delle bombe di Milano e Roma.

Non è da escludere, tuttavia, la possibilità che, durante il processo, prevalga quella tendenza della classe dominante che, per evitare i pericoli di una radicalizzazione dello scontro politico sulla strage di Stato, già da molti mesi sta cercando di spoliticizzare tutta la vicenda trasformando il processo in una specie di grosso caso giudiziario su cui si dovrebbero confrontare «colpevolisti» e «innocentisti».

Da questa seconda ipotesi la borghesia potrebbe ricavare un recupero del prestigio democratico delle sue istituzioni, soprattutto della sua Magistratura.

Da parte loro le organizzazioni del movimento operaio ufficiale, che si presentano al processo con la parola d’ordine «sia fatta luce», giocheranno un ruolo completamente subalterno alla classe dominante, perché chiedere agli organi dello Stato di far luce sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare una patina di democraticità proprio a quella magistratura che è stata uno dei principali strumenti di copertura della strage stessa.

D’altra parte essi arriveranno al massimo ad ottenere una assoluzione di Valpreda per insufficienza di prove chiudendo tutto con il compromesso più squallido e mistificante.

Far ricadere…

Al Processo Valpreda il vero imputato dovrà essere lo Stato borghese. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui al diritto della borghesia – che si «celebra» nei tribunali, ma si fonda realmente sulla violenza strutturale e sistematica dello sfruttamento capitalistico – si contrapporrà radicalmente il diritto del proletariato, che non si esprime nell’accettazione delle «regole del gioco» imposte dalla classe dominante nelle sue istituzioni, ma si realizza invece col rovesciamento dei rapporti di forza nello scontro politico e di classe.

Sarà dunque lo sviluppo della lotta di massa a tutti i livelli (dentro e fuori Ie aule del tribunale) che potrà effettivamente imporre la giustizia proletaria contro la strage dei padroni.

Quest’opuscolo vuol essere un semplice strumento di documentazione su persone e fatti connessi alla «strage di Stato», un contributo per la campagna che dovrà svilupparsi in tutto il paese non solo per imporre la verità rivoluzionaria sugli avvenimenti del 12 dicembre ’69, ma soprattutto per far comprendere a settori sempre più vasti della classe operaia e degli altri strati sociali sfruttati, come la «strage di Stato» (e così pure l’assassinio di Pinelli, l’eliminazione degli altri testimoni, ecc.) sia stata soltanto il risvolto più appariscente della violenza quotidiana che la logica borghese del profitto e dello sfruttamento esercita su milioni di proletari e come anche le bombe di Milano e Roma abbiano costituito un’anticipazione degli strumenti che sempre più sistematicamente la criminalità capitalistica porrà in atto quanto più si radicalizzerà lo scontro di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valpreda

Come la polizia e la magistratura italiana hanno costruito un dinamitardo

La polizia italiana sceglie Valpreda come l’imputato n. 1 della strage di Stato che si sta preparando già dagli attentati ai treni dell’agosto ’69, dopo che si è rifiutato di collaborare (nel loro linguaggio si dice così fare l’infiltrato e la spia), ed ha rifiutato anche la 500 nuova fiammante che la polizia vuole regalargli a tutti i costi. É da allora infatti che incomincia la persecuzione. Ardau e Di Cola, due compagni anarchici, testimoniano che Valpreda è continuamente pedinato dalla polizia e che riceve intimidazioni continue ed assurde. A ottobre gli ritirano il passaporto. A novembre viene provocata a bella posta una rissa a Trastevere, dove Valpreda viene picchiato da un gruppo di giovinastri, e dove la polizia inventa che Valpreda avrebbe difeso una bomba scoppiata in Spagna – nessuna bomba è scoppiata in quel periodo – e di qui la reazione e le botte dei presenti.

Si comincia a costruire il dinamitardo.

Da questo momento in poi Valpreda diventa l’anarchico più fotografato del mondo: gli schedari di polizia si riempiono di sue foto, qualcuna addirittura a colori, già bella e pronta per essere stampata (v. la foto pubblicata su Epoca, subito dopo gli attentati, presa durante una manifestazione.

La macchinazione continua

Sempre in funzione di Valpreda viene creato il circolo 22 marzo, composto da un po’ di anarchici, dal fascista Merlino, che per l’occasione fa I’anarchico, e da un poliziotto travestito anche lui da anarchico, Salvatore Ippolito, di cui parleremo più avanti.

Il 12 dicembre, due ore dopo lo scoppio della bomba di Piazza Fontana, senza. avere avuto ancora nessuna informazione da Roma, il futuro assassino di Pinelli, il commissario Calabresi, cerca a Milano il pazzo e dinamitardo Valpreda.

Poi quello che tutti sanno: Valpreda viene incarcerato e imputato, insieme ad altri, della strage.

Tutti gli alibi che servono a dimostrare la sua innocenza vengono sistematicamente rifiutati. La zia dice che quel giorno era a letto ammalato; e la zia sarà imputata di falsa testimonianza. E’ chiaro che per la magistratura italiana non tutte le zie sono uguali. Per esempio, c’è la zia di un fascista, un certo Pecoriello, che il 12 dicembre era a Roma, e che i compagni della controinchiesta ritengono che sappia parecchie cose sulle bombe – il giudice Cudillo è costretto a interrogarlo. Che cosa faceva a Roma il 12 dicembre? Era a letto ammalato: lo testimonia la zia. Questa zia alla magistratura italiana sta bene, e Pecoriello può restare tranquillo.

La costruzione del mostro

E la magistratura italiana, nelle persone di Cudillo e Occorsio, con la piena complicità di partiti politici e organi di stampa – tutti, nessuno escluso – può continuare indisturbata la costruzione del mostro. Dopo averlo definito “ballerino non classico” (in quel “non” c’è quasi un rimprovero) Cudillo dice di lui che il suo motto è «Lucifero, Satana, Belzebù» e Occorsio scrive: «Pietro Valpreda appaga la sua esistenza solo nelle “bombe”, la “dinamite”, il “sangue”». Dichiarazioni cretine, ma che si inseriscono perfettamente in tutta la gestione teatrale con cui lo Stato borghese ha condotto la messa in scena della strage. Il principale imputato deve apparire come la «belva umana», l’uomo per cui nessuno può provare pietà, un anarchico che deve appagare la sua sete di sangue. E si è scelto l’uomo giusto: non solo infatti Valpreda è anarchico ma è anche un ballerino non classico, e, quel che è peggio per lui, è anche un «ballerino zoppo», cioè il fallimento completo.

E proprio su questa invenzione assurda si basa la testimonianza definitiva: quella di Rolandi, che dice di averlo portato in taxi alla banca, con borsa, e di averlo poi ripreso senza borsa – e tutto questo per un percorso complessivo di 300 metri. E se ci si chiede perché per un percorso così breve il nostro avrebbe preso il taxi, con tutti i rischi che questo comportava, l’istruttoria ha già pronta la risposta: perché è malato, zoppica, ha il morbo di Burger, non può camminare.

Lo zoppo avrebbe dovuto ballare tre giorni dopo a Canzonissima, ma non importa.

Gli altri imputati

Ma Valpreda solo non bastava; belva sì, ma senza il dono dell’ubiquità. Ci volevano i complici: e i complici erano già belli e pronti in quel circolo 22 marzo creato apposta. Gli altri imputati sono 8, tutti messi dentro con accuse ancora più inconsistenti di quelle di Valpreda; basta a farli ritenere colpevoli l’amicizia con il ballerino e la frequenza al 22 marzo. Le imputazioni si reggono sul nulla, per lo più dichiarazioni del fascista Merlino e del poliziotto spia 007.

Per GARGAMELLI, imputato di aver messo la bomba alla Banca del Lavoro e quindi di corresponsabilità nella strage, basta a farlo incriminare il fatto che suo padre lavorasse proprio in quella banca e, perciò, si dice, la conosceva bene. La testimonianza che lo incrimina è quella di Ippolito, che interviene sempre a richiesta, per tappare i tanti buchi dell’istruttoria «la polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre»; l’ha detto Borghese, un altro imputato, giura l’Ippolito.

E BORGHESE che avrebbe fatto? Sempre, secondo Ippolito, avrebbe detto, dopo le bombe «Così i capitalisti impareranno a non depositare i soldi in banca». Per Cudillo basta e avanza!

Poi c’è MANDER: avrebbe messo le bombe all’altare della patria perché «fanatico». Ma l’accusa non regge proprio; chi ha messo le bombe all’altare è il fascista Cartocci, e c’è anche chi l’ha visto e Cudillo lo sa. Mander è un imputato troppo scomodo. Allora lo si scarcera, e siccome non si può dichiararlo innocente, lo si dichiara «immaturo» (poco importa se l’immaturo ha preso la maturità in carcere) e quindi non responsabile.

«I frequentatori del 22 marzo sono individui privi di una comune fede politica, disadattati, asociali, esaltati, che si ritrovano uniti nell’odio per il sistema». «I più giovani hanno interrotto ogni colloquio con i propri familiari (Gargamelli, Borghese, Mander) e rinnegano anche i vincoli di sangue».

Sono parole di Occorsio che sottolinea anche «Gli obiettivi prescelti indicano manifestamente che il gruppo operante ha voluto colpire alcune espressioni e simboli della società tradizionale: le banche, gli uomini d’affari, i possidenti agricoli, il simbolo della patria» (Almeno Occorsio parla chiaro: la patria è la patria dei padroni!).

Poi ci sono tutti gli altri, e per tutti lo stesso castello di montature e di menzogne.

Pinelli assassinato dalla polizia

Il «complice» che non si trova

Allora, ricapitolando, le bombe sarebbero state messe così: Valpreda alla banca dell’agricoltura, Mander all’altare della patria, Gargamelli alla banca del lavoro. Ma c’è una banca rimasta scoperta: la Banca Commerciale di Milano, in cui la bomba è stata messa, ma non è esplosa; di conseguenza ci deve essere ancora un complice di Valpreda da trovare. Nella sua requisitoria Occorsio accenna più volte a questo complice con cui Valpreda si sarebbe incontrato a Milano prima della strage, senza però mai nominarlo. Poi confessa l’incapacità di scoprirlo, e aggiunge che comunque… non sarebbe incriminato per strage, dato che la bomba non è scoppiata. Il complice non si trova perché non si è riusciti a incriminare Pinelli. Pinelli è portato in questura il 12 dicembre, appena scoppiano le bombe; bisogna a tutti i costi farlo rientrare nella versione già bella e pronta che magistratura e polizia intendono dare degli attentati, risalendo fino a quelli del 25 aprile e dell’8 agosto ai treni; Pinelli avrebbe preso parte a tutti, sarebbe lui l’elemento coordinatore. Si tratta solo di farlo «confessare». Pinelli rimane in questura 4 giorni, e solo al terzo c’è un verbale di fermo, perché «esistono gravi indizi a suo carico». Infatti, secondo la polizia, dato che era l’unico ferroviere anarchico della stazione di Milano, è l’unico che può aver messo le bombe. Ma non trovano proprio il modo di incriminarlo, Pinelli si rifiuta di firmare qualsiasi verbale e cosi lo buttano dalla finestra. Gli assassini sono: il commissario Calabresi, il tenente Lo Grano, i brigadieri Mucilli, Panessa e Caracuta. Immediatamente sono fissate le prove «evidenti» della colpevolezza: Pinelli si è «suicidato» e, secondo il questore Guida, «il suicidio è un evidente atto di autoaccusa»; infatti «era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era caduto… Si è visto perduto». In un rapporto del 22/1/70 il capo della polizia Allegra dichiara che Pinelli era implicato in tutte le bombe dall’aprile al 12 dicembre 1969.

Ma la verità comincia a farsi strada e la sinistra rivoluzionaria conduce sui suoi giornali una campagna per spiegare il significato delle bombe e denuncia l’assassinio di Pinelli, e ne porta le prove. Magistratura e polizia si attestano allora su una linea difensiva. Pinelli non solo viene dichiarato innocente, ma addirittura Calabresi, dirà senza nessun pudore che Pinelli è stato fermato solo per dei chiarimenti, ma che era al di sopra di ogni sospetto. Ma i suoi assassini restano indisturbati, protetti da tutto l’apparato dello Stato, e Occorsio liquida così tutta la faccenda nella sua requisitoria sulle bombe: «Il nominato (Pinelli) mentre era in stato di fermo nei locali della questura, in un momento di sconforto, raggiungeva una finestra e si lanciava nel vuoto sfracellandosi al suolo… Non sono stati raccolti né elementi di prova, né indizi che lo leghino all’attività di Valpreda il 12 dicembre».

Il complice non si è trovato, e la strage ha fatto una vittima in più.

Un imputato non previsto: Merlino

Il gioco è stato più grosso di lui

Ma tra gli imputati ce ne è uno che non era previsto, il fascista Merlino. Chi è Merlino? Per anni, si è infiltrato tra i compagni, facendo l’informatore di professione per conto del fascista Delle Chiaie, che poi passava le informazioni al Sid ex Sifar. Nel 22 marzo il suo ruolo è stato quello di agente provocatore, e durante l’istruttoria le sue dichiarazioni sono servite a Cudillo per aggravare la posizione dei compagni, un vero e proprio teste a carico, più che un imputato.

E’ Merlino che dichiara: «Il 28 novembre Roberto Mander mi chiese di procurargli dell’esplosivo… Il 10 dicembre Mander mi confermò l’esistenza di un deposito di armi e di munizioni sulla via Casilina (mai trovato, naturalmente!). Ed è sempre lui che informa che il motto di Valpreda era: Bombe, sangue, anarchia! (Quanti motti ha questo povero Valpreda!). E così via con i suggerimenti e le supposizioni più varie, naturalmente sempre bene accolti.

Sono dichiarazioni che il vigliacco in parte fa per scagionarsi: infatti il gioco è stato più grosso di lui; Merlino faceva il provocatore, ma era una pedina a sua volta, e non era certo a conoscenza del programma completo della strage. Infatti non si procura un alibi inconfutabile per quel giorno, e la magistratura è costretta a incriminarlo; in quanto tra i più in vista del 22 marzo.

Ma per Occorsio tutti i fascisti sono brave persone, ed è inconcepibile per lui l’idea di un fascista che possa fare l’infiltrato e la spia. Ma qui c’è la scappatoia già bella e pronta: Occorsio è un sottile psicologo (tutta l’istruttoria è piena di sue annotazioni psicologiche pseudoscientifiche sulla personalità dei vari imputati – la borghesia preferisce sempre parlare di «caratteri» anziché di politica -) e cosi il fascista spia e infiltrato diventa una specie di esteta, per cui «la sperimentazione di ogni forma di ribellione dall’estremismo di destra a quello di sinistra, costituisce in realtà la ricerca di emozioni sempre più violente»; (bravo: in così poche righe è riuscito anche a farci entrare il discorso degli opposti estremismi).

Le testimonianze inventate

007

Questi dunque gli imputati e le imputazioni. Ma la macchinazione per avere almeno una parvenza di credibilità, deve basarsi anche su delle «testimonianze». E, come si sono trovati degli imputati, adesso si trovano anche dei testimoni. Uno è già lì, bello e pronto. E’ Salvatore Ippolito, detto anche Andrea 007, messo apposta nel circolo 22 marzo, travestito da anarchico, per poterlo poi usare come testimone a carico.

Le motivazioni ufficiali della Questura sono altre che la magistratura naturalmente avvalla: «Sin dall’estate del 1969 l’ufficio politico della questura di Roma aveva ritenuto opportuno disporre che la guardia di PS. Salvatore Ippolito, prendesse contatto, sottacendo la propria qualità e fingendo interesse per le idee anarchiche, …con Valpreda, Merlino e i loro compagni».

«L’Ippolito, che nel suo lavoro di informatore si faceva chiamare Andrea, comincia quindi a riferire e riferisce al Commissario Capo, dott. Spinella, quanto apprende nell’ambiente da lui controllato. Grazie alle informazioni fornite da “Andrea” vengono prevenute ed impedite alcune azioni terroristiche del gruppo 22 marzo» (dalla requisitoria di Occorsio).

A questo punto ci si chiede perché, a parte le rivelazioni sulle inesistenti azioni terroristiche cui si riferisce Spinella, l’informatore non avesse detto niente al suo ufficio politico sulla strage che si stava preparando, visto che il suo mestiere era appunto quello. Qui vengono fuori le contraddizioni più grosse, e anche se polizia e magistratura fanno e gara per farne un testimone credibile, la montatura è troppo grossolana per reggere.

Fa addirittura ridere.

La dichiarazione di Provenza, vicequestore di Roma: «L’Ippolito non si poteva scoprire»; (per questo non avrebbe potuto muovere un dito per le bombe). Ed è in aperta contraddizione con quanto afferma invece la requisitoria, che sostiene più volte, anche se con date diverse, che l’Ippolito all’interno del 22 marzo si era già scoperto da un pezzo, e perciò non sarebbe stato più messo a parte dei piani dinamitardi che si stavano preparando, e costretto quindi all’impossibilità di agire. Su questo punto la stessa magistratura si contraddice per parecchie volte: la fiducia degli anarchici il nostro 007 l’avrebbe persa già da novembre; poi inspiegabilmente, siccome c’è bisogno di tappare un buco dell’istruttoria, di colpo la fiducia gli è restituita tutta intera, e proprio il 14 dicembre, subito dopo la strage, Borghese non solo si sarebbe mostrato molto preoccupato per le sorti della poliziotto spia, che per due giorni non aveva più visto, ma arriverebbe al punto di confidargli: «La polizia non penserà mai che Robertino abbia messo una bomba dove poteva morire suo padre».

Allora, qui non ci sono altre alternative: o l’Ippolito era coperto agli occhi degli anarchici, e, allora, anche se non troppo intelligente, avrebbe dovuto sapere tutto e di conseguenza riferire; o era scoperto, come si afferma ripetute volte nell’istruttoria, e allora Borghese, ammesso che fosse colpevole, non gli avrebbe certo dichiarato certe cose. Conclusione: o la polizia è complice delle bombe perché pur sapendo non le ha impedite, o la magistratura è connivente con i mandanti della strage, perché accetta per buone tutte le panzane di Ippolito, pur sapendo che sono invenzioni, perché non si capisce come se prima era sospetto non lo fosse anche dopo le bombe, quando la sua pericolosità si è ancora accresciuta.

In realtà nell’istruttoria il poliziotto Ippolito ha un ruolo ben preciso e prezioso, analogo a quello del fascista Merlino: confutare gli alibi degli accusati, e su questo punto polizia e magistratura si trovano perfettamente d’accordo.

Il supertestimone

La triste fine di «una persona onesta»

Ma la regia della strage è stata molto più accurata; oltre al testimone che confuta gli alibi degli accusati (Ippolito), ci vuole anche un supertestimone, qualcuno che appaia del tutto insospettabile, persona onesta, completamente al di fuori degli avvenimenti, di cui è appunto «testimone» disinteressato e casuale, qualcuno che la provvidenza stessa ha messo sul cammino della giustizia, CORNELIO ROLANDI, milanese, di professione tassista e attendibile.

Tanto onesto in realtà il Rolandi non è; dicono di lui i giornali che si sono occupati del caso che è un probabile confidente della polizia, semialcolizzato, particolarmente attaccato al denaro. L’Avanti poi ha scritto, mai smentito, che ha subito una condanna per violenza carnale.

Per farlo apparire più credibile e insospettabile, hanno cercato di farlo passare come un iscritto al PCI. Peccato che di tessere Rolandi ne avesse due, quella del PCI e quella del MSI.

Ce n’è abbastanza per una «persona onesta!».

Cominciamo a vedere la casualità della sua testimonianza: tanto casuale non sembra: infatti la sera del 12 il nostro Rolandi, dopo le bombe, si è messo in contatto con la polizia milanese, attraverso un agente. Tutto questo naturalmente non compare agli atti; ma c’è un compagno che intercetta sulla sua radio-ricevente l’ordine della polizia di portare Rolandi in questura, nello stesso pomeriggio del 12 dicembre. Due fonti «insospettabili» confermano questa circostanza (anche i giornali dei padroni talvolta sono un po’ distratti): Il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere. Invece agli atti risulta tutt’altro; una crisi di coscienza avrebbe preso il nostro taxista quando si è reso conto di essere stato proprio lui a trasportare la «belva umana» alla banca, con borsa e relativa bomba.

Qualche giorno di macerazione interiore era necessario, e andava meglio nella regia complessiva della strage.

La polizia milanese, nella persona del questore Guida, aveva dichiarato infatti alla televisione che si stavano seguendo tutte le piste possibili, a destra e a sinistra; bisognava perciò lasciar passare un po’ di tempo prima di arrivare a Valpreda, per dare l’impressione di una inchiesta accurata e condotta in modo imparziale. La mattina del 15 improvvisamente Rolandi decide di togliersi questo peso dalla coscienza (così risulta agli atti) e dichiara a uno stupefatto cliente (colpo maestro di regia!) che è stato lui a trasportare l’autore della strage sul posto del delitto. Incomincia la girandola degli interrogatori, delle dichiarazioni alla stampa: tutti gli occhi sono puntati sul supertestimone. In perfetta sintonia, la stessa mattina del 15 Valpreda è arrestato nei corridoi del Palazzo di Giustizia, mentre esce dall’ufficio di Amati dove era stato convocato per una testimonianza.

A parte le contraddizioni che vi sono tra la dichiarazione che Rolandi fa al passeggero (il prof. Paolucci) e la deposizione resa ai carabinieri, la montatura complessiva appare chiara dall’esame del ruolino di marcia del taxista, che è obbligatorio compilare alla fine di ogni corsa: la corsa n. 8, quella che avrebbe trasportato Valpreda alla banca di piazza Fontana, è scritta con una scrittura diversa dalle altre, e l’indicazione del prezzo di questa corsa, lire 600, non corrisponde a nessuna tariffa in uso.

Il supertestimone ha ecceduto anche nello zelo: la borsa del passeggero? Certo, se la ricorda benissimo: non solo manico, cerniera, proprio come quella fotografata sul Corriere della Sera. Invece la borsa usata per gli attentati risulterà diversa da quella pubblicata per errore dal Corriere della Sera. Il nostro evidentemente si è fidato troppo dei giornali.

La criminale messinscena ha il suo punto culminante in quella che dovrebbe essere la fase determinante della testimonianza di Rolandi: il riconoscimento di Valpreda. Lasciamo parlare lui stesso:

– In un primo tempo dichiara che non gli era mai stata mostrata nessuna fotografia di Valpreda, e aggiunge che quando si trattò di fare l’identikit, lui parlava e un carabiniere disegnava.

– Poi un’altra volta dice: «Riconobbi il passeggero nella fotografia mostratami per la prima volta in questura. Erano presenti sia i Carabinieri che i funzionari di polizia». E ancora, durante il confronto con Valpreda dichiara al magistrato: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere della persona che dovevo riconoscere».

– Durante il confronto – un Valpreda esausto, accanto a degli inconfondibili poliziotti, più vecchi di lui, ben vestiti e pettinati – Rolandi esclama: «Sì, è lui» e poi aggiunge sottovoce: «Mah! Se non è lui qui non c’è…».

Questa, in sostanza, più mille altre contraddizioni che abbiamo tralasciato, che la difesa rivoluzionaria farà saltar fuori nel corso del processo, è la testimonianza su cui si regge tutta l’accusa. Ma un testimone così poteva garantire di reggere al processo? Che credibilità poteva avere? Rischiava di trasformarsi in una prova non della colpevolezza di Valpreda, ma della macchinazione complessiva della strage di stato. L’infelice esito della superteste Zublena era stato istruttivo. Ma anche a questo si è posto rimedio: il 23 giugno ’70 Rolandi viene ricoverato in ospedale per insufficienza epatica. I medici dichiarano che le sue condizioni di salute sono buone, ma Cudillo, si fa rilasciare ugualmente una testimonianza firmata «a futura memoria», valida in tribunale anche in caso di morte del teste (l’avvocato difensore di Valpreda non è nemmeno presente, come dovrebbe, alla stesura di questa testimonianza).

Ha fatto bene Cudillo ad essere tanto previdente, perché il 16 luglio 1971 il superteste, diventato ormai una presenza scomoda, muore nella sua abitazione. Uno in più nella lunga lista dei testimoni morti!

Le testimonianze ignorate

Fascetti

Come già si è fatto per i parenti di Valpreda, incriminati per falso, così tutte le altre testimonianze a suo favore vengono sistematicamente annullate, con tutti i mezzi possibili, nessuno escluso.

Il compagno Fascetti quando sa che una delle prove della colpevolezza di Valpreda consisterebbe nel fatto che il giorno 13 se ne è venuto di corsa a Roma, per accordarsi con gli altri presunti complici, dopo la strage, passando al ristorante Ancora, si rende conto che tutte le testimonianze costruite sulle chiacchiere che Valpreda avrebbe fatto ai ristorante in quella data sono false, perché si riferiscono a episodi di due settimane prima a cui Fascetti era presente.

Allora va da Cudillo per testimoniare. Per parecchie volte il giudice istruttore non lo riceve neppure; poi lo riceve, ma per due volte di seguito non mette a verbale le sue dichiarazioni; la terza volta, costretto da un compagno avvocato lì presente, verbalizza. Ma la legge dei padroni è fatta in modo da non lasciarti spazio, tutte le volte che loro lo vogliono. Infatti c’è un modo molto comodo per eliminare un testimone scomodo: trasformarlo da testimone in imputato. E così fa Cudillo con Fascetti, incolpandolo subito di complicità nella strage. Una accusa pesante, che non può reggere, perché basata sul nulla (gli imprevisti ci sono per tutti, e questo caso non era previsto), tanto che Fascetti viene subito prosciolto senza che a suo carico venga neppure fatta una inchiesta. Il Cudillo conosce bene le regole del gioco, e sa che anche le macchinazioni vanno ben costruite.

Ma resta il fatto che, per quella imputazione, la sua testimonianza ha perso ogni valore.

Il 30 ottobre 1971 il compagno Fascetti è investito da una automobile, e si sveglia all’ospedale in stato di choc non ricordando più nulla dello incidente.

Di Cola e Ardau

L’eliminazione dei testimoni scomodi continua. Enrico Di Cola e Sergio Ardau, i due anarchici romani in grado di testimoniare sul controllo esasperante che la polizia romana esercitava su Valpreda prima della strage come «reo» predestinato, sono anche concordi nell’affermare che i carabinieri romani e la polizia milanese «sapevano» già che Valpreda era colpevole circa un’ora dopo lo scoppio delle bombe, mentre il questore Guida dichiarava alla stampa e alla TV che «si stavano svolgendo indagini in tutte le direzioni». Il 12 dicembre, a Roma, Di Cola, dopo una perquisizione in casa, viene portato alla sezione criminale. Qui viene picchiato e ricattato: vogliono che firmi un falso verbale in cui dichiari che ha visto partire Valpreda da Roma con una «scatola da scarpe» piena di esplosivo (evidentemente i cervelli della polizia hanno avuto delle difficoltà per mettersi d’accordo sul contenitore dell’esplosivo «per andare a fare la strage». E per persuaderlo insistono: «Insomma, lo vuoi capire che non ce l’abbiamo con te, ma ci serve qualcuno per la strage». Quando il compagno rifiuta, si passa alle minacce di morte: «…Ricordati che ti possiamo uccidere come e quando vogliamo, tanto poi nessuno saprà mai cosa veramente è successo… Possiamo sempre dire che è stato un incidente… chi vuoi che non ci creda?». La polizia dei padroni, quando può parla chiaro e giustamente non teme la legge perché sa che è sempre dalla sua parte. «Adesso ti lasciamo, ma possiamo sempre riprenderti e dopo che avrai assaporato un po’ di libertà sarà ancora più duro andare dentro».

Nel gennaio 1970 infatti è spiccato mandato di cattura contro Di Cola; il compagno riesce a scappare, ma ora è costretto a vivere sotto falso nome all’estero: un altro testimone eliminato.

Contemporaneamente a Milano, sempre la sera del 12 dicembre, Ardau è portato in questura, con un pretesto, e arrestato poi per aver trasgredito al foglio di via obbligatorio firmato da Guida. Le bombe sono scoppiate da appena un’ora e quarantacinque minuti e già Calabresi, Zagari e Panessa, gli assassini di Pinelli, sostengono ehe Valpreda è l’autore della strage. Sulla scrivania di Zagari ci sono i frammenti della bomba di piazza Fontana, che veramente dovrebbero già trovarsi nella cassaforte del magistrato, e vorrebbero che Ardau li toccasse; la polizia sta cercando ovviamente un «complice» o un «responsabile della strage» di ricambio e gli andrebbe proprio bene se Ardau lasciasse le sue impronte digitali sulla bomba.

Anche ad Ardau tocca la stessa sorte di Di Cola: dopo essere stato scarcerato riceve continue minacce di morte ed è costretto a fuggire in Svezia.

I veri esecutori della strage

Il silenzio di Stato

La collaborazione tra magistratura e polizia non si esaurisce nella delittuosa macchinazione che usando gli anarchici come capro espiatorio giudiziario, mira a colpire tutta la sinistra rivoluzionaria, ma tende logicamente a coprire i veri esecutori della strage, e quindi i padroni e lo Stato dei padroni che ne è il mandante. Infatti, con sistematicità programmata, tutte le prove a carico dei fascisti vengono ignorate o soppresse. Lo stesso silenzio, la stessa complicità nel coprire i veri esecutori della strage e i loro mandanti la ritroviamo anche più in alto, fino alle cariche supreme dello Stato.

Le testimonianze contro i fascisti

Ambrosini

Il 15 gennaio l970 l’onorevole Stuani, ex deputato del PCI, consegna al ministro degli Interni Restivo una lettera dell’avvocato Vittorio Ambrosini (il ministro ne aveva già ricevuta una in data 13 dicembre). La lettera contiene delle rivelazioni gravissime sulla responsabilità dei fascisti nella strage, rivelazioni che lo stesso Stuani ha portato contemporaneamente anche a conoscenza del PCI. Ma il ministro degli Interni e il partito comunista hanno entrambi preferito tacere, e il contenuto della lettera sarà reso noto al pubblico soltanto nel luglio ’70, quando i compagni avvocati costringono Cudillo ad interrogare Stuani.

Stuani dichiara allora a Cudillo che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre, ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo, dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di «andare a Milano a buttare per aria tutto». Alla persona che doveva recarsi a Milano venne affidato del denaro, tre pacchi di biglietti di grosso taglio, più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo delle 23,40. L’avvocato Ambrosini si rese conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage.

E questo fatto lo sconvolse al punto che fu colto da choc e ricoverato in clinica. A Stuani disse inoltre che gli organizzatori degli attentati erano le 18 persone di Ordine Nuovo, che avevano compiuto un viaggio in Grecia. Questo, in sostanza, il contenuto delle lettere mandate a Restivo. In seguito (22 luglio) Cudillo interrogherà Ambrosini, che smentisce confusamente. Naturalmente Cudillo accetta la smentita, senza fare nessuna indagine, nonostante la testimonianza inequivocabile delle due lettere.

Ma anche Ambrosini a questo punto è diventato un testimone troppo scottante, forse il più pericoloso per i mandanti della strage di Stato, quei mandanti che bisogna coprire ad ogni costo.

Il pomeriggio di mercoledì 20 ottobre 1971, l’avvocato Ambrosini viene trovato morto nel fossato che gira intorno al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato da settembre. Inspiegabilmente i giornali riportano la notizia del «suicidio» soltanto tre giorni dopo, sabato. Inoltre ci sono contraddizioni tra l’ora in cui secondo la stampa sarebbe avvenuto il fatto (le tre del pomeriggio) e le dichiarazioni del personale della clinica, che sostengono che Ambrosini sarebbe morto alle 12,30 circa, appena finito l’orario di visita, cioè quando delle persone estranee potevano ancora trovarsi all’interno senza farsi notare. Ma soprattutto è inspiegabile il fatto che Ambrosini si sia suicidato proprio quando stava per essere dimesso dalla clinica e a detta di tutti appariva contento e sereno.

Un altro «suicidio» si è aggiunto alla lista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evelino Loi

Sono molte le testimonianze che confermano e rafforzano le dichiarazioni di Ambrosini e tutti i metodi sono buoni per renderle inefficaci, come nel caso di Evelino Loi. Questo sottoproletario sardo, costretto per vivere in una città come Roma, ad arrangiarsi giorno per giorno, arrivando perfino a fare l’informatore della polizia in cambio di quattro soldi a notizia, non è certo una figura di teste inattaccabile, e può prestare il fianco a molte contestazioni. Quello che qui è interessante sottolineare è il comportamento della questura romana, e precisamente dei funzionari Provenza, vicequestore, e Improta, a cui Evelino Loi va immediatamente a riferire, prima e dopo le bombe notizie che ritiene molto importanti.

Le notizie non vengono prese in nessuna considerazione, e preferiscono addirittura dimenticarsene, fin tanto che non sono costretti a intervenire per le dichiarazioni che Loi rilascia pubblicamente. Non possono smentirlo, e incriminarlo per falso come vorrebbero e riescono a liberarsene solo ficcandolo in galera per contravvenzione al foglio di via obbligatorio (gran risorsa delle nostre questure quando non sanno che pesci pigliare).

Che cosa ha raccontato il Loi?

Di essere stato avvicinato, alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre, dal comandante Bianchini, e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenenti alla X MAS, membri dell’organizzazione fascista Fronte Nazionale e collaboratori diretti del suo capo, Valerio Borghese (quello del colpo di Stato). Il Viaggio e il Bianchini gli proposero di partecipare, a pagamento, ad azioni terroristiche che avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente a Roma e a Milano. In un successivo contatto, dopo la manifestazione dei metalmeccanici, furono più espliciti e dissero che «poteva scapparci anche il morto», e di conseguenza gli promisero molti soldi, se avesse accettato. Questo il racconto che il Loi fece in questura prima delle bombe, per ben tre volte di seguito.

Nessuna indagine fu fatta. Il Loi torna ancora in questura, questa volta dopo la strage, per rifare il suo racconto, e il funzionario Improta lo congeda raccomandandogli di non parlarne con nessuno: «E’ meglio per te… non passi guai». Non fu mai fatto naturalmente nessun verbale.

E solo quando Loi, dopo aver raccontato queste cose ai giornalisti mostra i lasciapassare che testimoniano che è effettivamente andato in questura proprio nei giorni prima della strage, CudiIIo è costretto ad interrogare il vice questore Provenza, che smentisce come può il Loi, ma è costretto ad ammettere che effettivamente questo gli ha raccontato di essere stato avvicinato prima degli attentati dal fascista Viaggio  «per fare qualcosa». Ma nessuno farà indagini in questa direzione. Anzi, quando il Loi sarà interrogato da Cudillo e Occorsio sarà consigliato a scegliersi al più presto un avvocato di fiducia perché ciò che sta dichiarando potrebbe costituire reato. Che correttezza esemplare! In questo modo Loi non continuò più il suo racconto, e venne in seguito incarcerato per contravvenzione al foglio di via.

Arbanasich

Un esempio di come abbia proceduto sempre il giudice Cudillo negli interrogatori dei testi a carico dei fascisti lo troviamo nell’episodio dell’Arbanasich, che va a testimoniare che il suo fidanzato, certo Paolo Zanetov, fascista di Ordine Nuovo sapeva già delle bombe prima della strage.

Infatti passeggiando con lei, a Roma il pomeriggio del 12 dicembre a un certo punto aveva guardato l’orologio dicendo che ormai quello che doveva succedere era già successo (erano appena scoppiate le bombe all’altare della patria).

Il racconto di come si è svolto il confronto tra lei e lo Zanetov alla presenza di Cudillo ce lo fa la stessa Arbanasich in una dichiarazione scritta di suo pugno che Cudillo è stato costretto ad allegare agli atti del processo: «Appena entrata il giudice mi ha detto – Allora signorina il ragazzo qui ha smentito tutto. Gli racconti come si sono svolti i fatti -. Io ho detto che eravamo usciti e stavamo camminando per il centro quando ad una certa ora lui mi ha detto che quello che doveva succedere a quell’ora era già successo. A questo punto Paolo è intervenuto dicendo che era tutto falso e il giudice rivolgendosi a me ha detto – Guardi signorina che lei rischia l’arresto per falsa testimonianza – … Il giudice poi rivolgendosi a me ha chiesto quanti anni avevo. Gli ho risposto 21 e Paolo ha aggiunto – E’ pure maggiorenne -, mentre il giudice mi faceva capire che alla mia età non è il caso di andare in giro a raccontare panzane… Il giudice mi ha chiesto se ero sicura che Paolo fosse appartenuto all’Ordine Nuovo; alla mia risposta affermativa, Paolo disse che non era vero e che in quel periodo era militante nel MSI come segretario giovanile della sezione Balduina… Poi ha chiesto a Paolo perché avessi detto quelle cose, Paolo disse che la riteneva tutta una macchinazione in quanto io lavoro alla CGIL, sono «comunista»… Il giudice gli ha chiesto se poteva cercare di ricordarsi cosa avesse fatto il giorno degli attentati, e se eventualmente poteva portare dei testimoni che potessero provare che stava con loro, e quindi rivolgendosi a me ha detto che se Paolo effettivamente avesse portato questi testimoni rischiavo di essere accusata di falsa testimonianza».

L’Arbanasich ritratterà tutte. le sue dichiarazioni sullo Zanetov in un interrogatorio successivo, dopo aver subito parecchie intimidazioni e minacce anonime, oltre al rischio di essere incriminata per falsa testimonianza. L’istruttoria chiude la vicenda escludendo che lo Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12.

Lorenzon

Il 18 dicembre 1969, sei giorni dopo la strage di Stato, il prof. Guido Lorenzon, di Treviso, dichiara al sostituto procuratore locale di avere ricevuto gravi confidenze dall’amico Ventura, noto fascista veneto, collegato ad Ordine Nuovo, di professione libraio.

Il Ventura gli ha raccontato di aver finanziato direttamente tutti gli attentati ai treni dell’agosto 1969 (quelli che la questura milanese ha attribuito agli anarchici e di cui voleva incolpare Pinelli) e di aver partecipato a delle riunioni fasciste in cui fu organizzata la strage di dicembre. E il Ventura è anche in grado di descrivergli perfettamente il sottopassaggio della banca nazionale del lavoro di Roma, dove poi avvenne uno degli attentati, quello attribuito all’anarchico Gargamelli.

A questo punto Cudillo è costretto a convocare Lorenzon e Ventura a Roma per interrogarli.

La conclusione, prevedibile, di Cudillo è che «le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento».

Occorsio fa ancora di più, e dichiara ai giornalisti «Ventura è una persona onesta, un galantuomo».

Le accuse di Lorenzon tanto destituite da qualsiasi fondamento non erano, se altri magistrati sono stati costretti a riprendere in mano la vicenda di Ventura, e ad incriminarlo per attività sovversiva fascista.

Sembra che finalmente la giustizia trionfi: ma in realtà questo provvedimento rimette tutto a posto: infatti in questo modo Cudillo e Occorsio sono stati liberati dallo scomodo caso Ventura, e le accuse contro Ventura saranno molto difficilmente provate. Se ci fosse bisogno di una altra dimostrazione che tra cani non si mordono, basta ricordare la dichiarazione del magistrato che ha incriminato Ventura, il quale per giustificare Cudillo che non ha preso in nessuna considerazione le dichiarazioni di Lorenzon, arriva al punto di dire che il giudice romano non conoscendo il veneto «non ha potuto valutare le sfumature dialettali» e per questo non ha proceduto contro il Ventura.

Ugo Lemke

Un nuovo modo per far fuori un testimone scomodo

Oltre alle dichiarazioni generali dei testimoni che indicano nei fascisti i veri esecutori della strage, c’è anche chi i fascisti li ha visti proprio all’opera. Il 13 dicembre 1969, a Roma, poche ore dopo lo scoppio delle bombe un giovane studente tedesco in viaggio per I’Europa, Ugo Lemke, si presenta spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Píazza in Lucina, e qui racconta che poco tempo prima, a Palermo, aveva incontrato in un bar tre giovani: Salvatore, Nino Manchino e Stefano Galatà, che lo avevano portato a Catania su una Fiat 124 bianca da una persona che gli aveva proposto un «lavoretto»: depositare una borsa contenente esplosivo in un luogo affollato, che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Il giovane aveva rifiutato ed era partito per Roma, dove aveva trovato da dormire nelle catacombe vicine all’altare della patria, un posto dove si rifugiano sovente i giovani stranieri in viaggio con pochi soldi. Qui il 12 dicembre sente l’esplosione delle bombe; si precipita fuori e vede allontanarsi «senza ombra di dubbio» verso una 124 bianca Stefano Galatà e altri. In caserma gli fanno vedere allora dei fermati e tra questi riconosce un altro degli attentatori. E’ il fascista Giancarlo Cartocci. (Questo riconoscimento è messo a verbale in modo completamente falsato, per cui perde ogni valore di prova).

Lemke, che il capitano dei carabinieri definisce un esaltato, viene dichiarato teste a disposizione, tanto a disposizione che lo tengono dieci giorni in carcere.

Qualche mese dopo scatta la trappola: nella stanza in cui dorme, dove ha ospitato uno sconosciuto, la polizia «scopre» dieci chili di hascish. Il trucco è vecchio, ma funziona sempre. Lemke è arrestato e internato nel manicomio criminale di Perugia. Il pubblico ministero che lo fa condannare a 3 anni è Occorsio

Ma i fascisti non si toccano

Cartocci

E’ un fascista romano, legato a Ordine Nuovo, uomo di fiducia di Mario Tedeschi, direttore del Borghese. Fermato la notte del 12 dicembre dai carabinieri e identificato appunto da Ugo Lemke come uno di quelli che subito dopo lo scoppio si allontanarono dall’altare della patria, Cartocci viene rilasciato, senza che gli venga chiesto nulla. Un giornalista romano nel marzo ’70 fa il nome di Cartocci, insieme,. a quello di Pino Tosca, fascista torinese di Europa e Civiltà: i due avrebbero partecipato ad una riunione «riservatissima» per preparare tutta una serie di attentati. (Gli attentati ci furono a Torino, Pavia, Nervi, Valtellina e a Roma). Intanto uno dei fermati della notte del 12 dicembre racconta nella sua deposizione l’episodio del riconoscimento. Cartocci allora viene interrogato.Ecco quanto riferisce Occorsio: «Nulla è stato in grado di riferire sugli attentati del 12 dicembre. Successivamente lo stesso Cartocci ha dapprima dichiarato ad elementi di P.S. di essere informato di cose relative agli attentati ed in un secondo tempo che nulla sapeva su quei fatti. Convocato dall’autorità giudiziaria è risultato irreperibile per alcuni mesi. Allo stato è acclarato soltanto che il Cartocci è uno studente militante in formazioni di estrema destra e che si è posto in luce come partecipante a varie manifestazioni, mentre non esistono prove o indizi di sorta che possano farlo ritenere complice negli attentati del 12/12/69».

Galatà

Il caso di Cartocci è forse esemplare per chiarire la complicità tra magistratura e fascisti, ma ce ne sono molti altri e tutti altrettanto gravi. Quando Cudillo deve fare indagini su Galatà, dopo la deposizione del Lemke, non chiama neppure Galatà a deporre, ma si accontenta di interrogare Riccio, della questura di Catania. Questo dice che Galatà è «una brava persona». Per Cudillo basta. Chi è questa brava persona? Stefano Galatà ha 25 anni, è responsabile del MSI di Catania e provincia, organizzatore di azioni squadristiche; nel 1968 ha accoltellato uno studente di sinistra. Ha ricevuto 50.000 lire dal Soccorso Tricolore.

Zanetov

Anche per lui tutto bene: «Le contrastanti dichiarazioni dell’Arbanasich …escludono che in realtà Zanetov sia in qualche modo legato agli attentati del 12 dicembre 1969» (dalla requisitoria di Occorsio).

Ventura

«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento» (sempre dalla requisitoria di Occorsio).

Sottosanti

Detto anche Nino il Fascista, assomiglia moltissimo a Valpreda: davanti a una sua foto, Rolandi dice: «E’ un Valpreda ritoccato». Ex legionario, esperto di esplosivi, gira per tutti i gruppi fascisti. Amico intimo di Delle Chiaie. Nel maggio 1969 si infiltra tra gli anarchici milanesi. Il 25/4/69 lavora alla Fiera quando ci sono gli attentati. Partecipa a Rimini a una riunione di fascisti alla vigilia degli attentati sui treni. Poi sparisce e torna in Sicilia. Il 28/11/69 è di nuovo a Milano, per deporre dal giudice Amati, sulla faccenda degli attentati alla Fiera (ha fatto una deposizione a favore dell’anarchico Pulsinelli – gli serve continuare a fare il buon amico degli anarchici). Il 12/12/69 mangia a casa di Pinelli, si fa rimborsare il viaggio fatto per venire a testimoniare; alle 15 va a ritirare l’assegno; alle 16 prende un pullman per Pero; per andare a trovare i genitori di Pulsinelli. Il giudice milanese Amati rileva che ci sono «molti gravi indizi… nei confronti di Sottosanti in quanto questi, servendosi di un mezzo qualunque… avrebbe potuto raggiungere il centro di Milano dopo le 15, depositare la bomba in Piazza Fontana, riportarsi in Piazza Cadorna e partire per Pero».

L’accusa rimane lettera morta. E i magistrati non prendono in considerazione altri gravi fatti che emergono dalla controinchiesta: 1) dopo il 12 dicembre, pur non lavorando, Sottosanti sembra disporre di notevoli mezzi; 2) Sottosanti aveva a Milano una amica tedesca frequentatrice di uno studio fotografico di via Cappuccio 21, dove un taxista affermò di avere caricato il 12 dicembre, mezz’ora prima dello scoppio delle bombe, per condurla in piazza Fontana, una giovane alta e bionda, dall’accento straniero, con una valigetta che pareva molto pesante.

Il Sottosanti viene convocato due volte a Roma da Cudillo e il giorno della sua seconda convocazione un giornale radio del pomeriggio annuncia il suo arresto per strage. Poi più nulla.

Nella requisitoria Occorsio lo dichiara «estraneo ai fatti».

Delle Chiaie

C’è però un fascista che tra gli imputati ci finisce: con una imputazione di poco conto, però, di aver reso una testimonianza incompleta sui suoi rapporti con Merlino (ha addirittura negato di conoscerlo) e poi gli si è dato tutto il tempo di scappare – tutt’ora è latitante – perché arrestarlo comportava un rischio troppo grosso: che qualcuno cominciasse a parlare e ci si avvicinasse troppo ai mandanti della strage. Delle Chiaie infatti è l’esponente di Ordine Nuovo che dal 1968 ha organizzato tutte le infiltrazioni fasciste nei gruppi della sinistra, in particolare tra gli anarchici del 22 marzo, dove ha collocato Merlino, suo uomo di fiducia. E’ sempre lui che, insieme a Pino Rauti, ha organizzato quel viaggio premio in Grecia nella primavera del ’68, dove la strategia della tensione è stata accuratamente programmata con i colonnelli greci e la Cia. Ed è lui che passa direttamente le informazioni al Sid. Sapeva molte cose, indubbiamente, ed era meglio non farlo parlare.

Le loro organizzazioni

Questi fascisti, come si è visto, non hanno agito da soli. Dietro di loro ci sono grosse organizzazioni, e grossi finanziamenti. ORDINE NUOVO, in primo luogo, che tutte le testimonianze indicano come direttamente coinvolto nella strage. Il suo presidente è Pino Rauti, giornalista del quotidiano fascista «Il Tempo» di Roma, legato direttamente ai colonnelli greci che parlano di lui in un rapporto riservato, su cui dei giornalisti inglesi sono riusciti a mettere le mani.

Poi EUROPA E CIVILTA’, di ispirazione nazista, presieduta da Loris Facchinetti, molto legato a Mario Merlino. L’organizzazione riceve finanziamenti massicci, ed è specializzata nell’organizzazione di campeggi paramilitari in cui istruttori ex nazisti tengono corsi di controguerriglia e corsi di paracadutismo con l’aiuto dell’Associazione nazionale paracadutisti.

Il capo dell’ufficio politico della questura della capitale li ha definiti però «pacifici escursionisti»!

Ed ancora il FRONTE NAZIONALE di Junio Valerio Borghese, il «principe nero» del fallito colpo di Stato del dicembre ’69. I suoi luogotenenti sono quel Viaggio e quel Bianchini che avevano proposto al Loi di partecipare ad una azione in cui poteva anche «scapparci il morto».

Chi li ha pagati. Chi li ha mandati

I mazzieri del capitale

La CIA, che ha speso mezzo miliardo di dollari per organizzare in Grecia la sua centrale europea di spionaggio e controllo anticomunista, e i padroni, tutti i padroni.

Ci sono quelli che questi gruppi li finanziano direttamente: i tanti Pesenti, Borghi, Matacena, Agusta, Monti, Bertone; e ci sono quelli che appaiono più «democratici» e moderni e i fascisti li usano e li foraggiano di nascosto: Agnelli che incontra Almirante – gli fa da tramite l’industriale dell’Asti Spumante, Gancia di Canelli – e Almirante non è altro che la facciata parlamentare dei gruppi «eversivi» di estrema destra.

Tutti i padroni infatti si servono dei fascisti: come gli è servita la strage, gli servono i picchiatori davanti ai cancelli e i provocatori dentro la fabbrica, per sabotare le lotte è organizzare i crumiraggi. E tutti i padroni li pagano.

Perciò tutti i padroni sono colpevoli. Può anche darsi che la borghesia decida al processo, per salvarsi la faccia, di sacrificare qualche suo squallido mazziere. Ma questo non deve bastare. La giustizia proletaria saprà colpire i veri mandanti della strage.

Il bilancio della strage

Morti

– 16 assassinati alla Banca dell’agricoltura il 12/12/69.

– Pinelli assassinato dalla polizia il 15/12/69.

– Rolandi viene «sopraffatto dalla superresponsabilità».

– L’avv. Vittorio Ambrosini «esce» dalla finestra.

– I testimoni Casile e Aricò muoiono in un… «incidente stradale» (stavano indagando, in collegamento con i compagni della controinformazione, sulle attività dei fascisti a Reggio, nel quadro della strategia della tensione. Il Casile in particolare, aveva dichiarato che dopo il viaggio in Grecia, i fascisti volevano organizzare a Reggio un altro circolo 22 marzo. Il padre di Aricò aveva ricevuto il giorno prima che il figlio partisse una telefonata da un amico agente di PS che lo consigliava di non lasciar partire il figlio). Sono investiti da un camion proprio davanti a una tenuta di Borghese.

– Armando Calzolari, scomparso da casa il 25/12/69 e trovato morto in un pozzo alla periferia di Roma, il 28/1/70. Amministrava i fondi del Fronte Nazionale di Borghese, e a casa sua si riunivano uomini come il card. Tisserand e il carrozziere Bertone. Aveva saputo troppe cose sulla strage e sui mandanti e aveva detto che questo passava il segno!

Detenuti

– Valpreda, Gargamelli e Borghese, in carcere dal dicembre ’69.

– U. Lemke. internato in manicomio criminale.

Promossi

– Il tenente dei carabinieri Lo Grano, uno degli assassini di Pinelli, diventa capitano.

– I brigadieri dei carabinieri Mucilli e Panessa, anch’essi complici nell’assassinio di Pinelli, diventano marescialli.

– Calabresi è promosso commissario di P.S.

– Cudillo è promosso Consigliere di Corte d’Appello.

«La magistratura ha il dovere di punire i cittadini che non si inchinano davanti al potere» – Cudillo.

«La magistratura non solo è indipendente, non solo segue una sua logica astrusa, che non va né spiegata, né tanto meno capita, ma è anche al di sopra di ogni sospetto».

Ma chi sono Cudillo e Occorsio?

Perché sono stati scelti proprio questi due magistrati per condurre questa istruttoria – che infatti doveva essere condotta a Milano, luogo della strage -, ma che è stata subito trasferita a Roma, con i soliti cavilli giuridici.

Perché questi erano gli uomini più adatti e fornivano maggiori garanzie per le prove di fedeltà alla legge dei padroni che avevano già dato nel passato.

Infatti Cudillo, coadiutore di Occorsio nell’istruttoria, è il magistrato che ha archiviato, sostenendo la tesi del suicidio, il caso della morte del col. Rocca, del Sifar, che evidentemente sapeva troppo sul tentato colpo di stato dell’estate ’64, durante la presidenza Segni, e coprendo in questo modo tutte le responsabilità governative. Un uomo sicuro per il Sid, dunque!

E Occorsio è stato Pubblico Ministero al processo contro Tolin, il direttore responsabile di Potere Operaio – il primo grosso processo politico per reati di stampa contro la sinistra rivoluzionaria. Ma soprattutto si era già mostrato disposto a collaborare con la polizia romana nella preparazione della trappola contro Valpreda: è stato giudice istruttore in quel processo per rissa in cui si comincia a far passare Valpreda per un «bombarolo» almeno a parole.

E quando poi per non sputtanarsi completamente è stato costretto dalla mobilitazione della sinistra rivoluzionaria a prendere in considerazione l’attività dei fascisti nel corso degli ultimi due anni, lo fa in modo da scagionare definitivamente i fascisti da ogni responsabilità nella strage: incrimina Ordine Nuovo per ricostituzione del disciolto partito fascista, ma a partire dal 21/12/69, nove giorni dopo la strage. Come dire che prima Ordine Nuovo non esisteva, e quindi non poteva certo aver messo le bombe. Ma Ordine Nuovo è stato fondato nel 1960!

Questa sarebbe la magistratura indipendente! Occorsio, chiude la sua criminale requisitoria, dove per apparire al di sopra delle parti evita sempre di proposito di parlare in termini politici, trasformando tutto in questioni tecniche, in questo modo:

«Queste dunque le conclusioni che il P.M. trae al termine di una istruttoria condotta… con assoluta imparzialità, attraverso un ambiente difficile, disposto solo ad ostacolare la ricerca della verità, mai a collaborare con la giustizia.»

«I morti di Piazze Fontana sono stati poi occasione da più parti per gratuiti attacchi contro la magistratura (accusata di operare su direttive politiche e non di giustizia), attacchi che hanno largamente superato ogni diritto di critica. Il rispetto che lo scrivente pensa che debba essere tributato a delle vittime innocenti… non consente in questa sede una adeguata risposta alle insinuazioni mosse contro gli inquirenti. Ma una cosa va detta per tranquillità dei cittadini: La magistratura italiana non è serva né di altri poteri, né di idee guida ed è invece garanzia per il popolo di obiettività di indagine e indipendenza di giudizio.»

Presiede il Falco

La Corte d’Assise che giudica gli accusati della strage è presieduta da Orlando Falco. Un altro uomo giusto al posto giusto, perfettamente inquadrato nella strategia complessiva del processo.

L’ha reso celebre la sentenza contro Braibanti, una sentenza che ricorda i tribunali dell’Inquisizione, in cui è stato tirato fuori un reato nuovo, «il plagio». Nove anni al professor Braibanti, per reato di plagio, cioè per avere in sostanza avvicinato e convinto due giovani allievi alle proprie idee.

Ecco dunque un altro di quelli che sanno ben rappresentare e applicare la violenza silenziosa e legalitaria dello Stato borghese.

Le due linee della difesa

La difesa revisionista e la difesa rivoluzionaria

La difesa degli imputati al processo si orienta su due linee di condotta completamente diverse dal punto di vista politico.

La difesa che potremo chiamare «revisionista» portata avanti soprattutto dall’avvocato Calvi, affiancato dagli avvocati Sotgiu e Lombardi, riporta all’interno del processo la linea dei partiti della sinistra «ufficiale» – soprattutto il PCI – di connivenza sostanziale con lo Stato borghese e le sue istituzioni, da correggere, appunto, ma non da abbattere.

– Chiedere infatti agli stessi organi dello Stato di «far luce» sulla strage di Stato, vuol dire cercare di ridare prestigio e credibilità e rafforzare istituzioni ormai completamente sputtanate agli occhi delle masse-.

Calvi, diventato per caso avvocato difensore di Valpreda, si muove nel pieno ossequio delle istituzioni, cercando di dare il minor fastidio possibile a Cudillo ed Occorsio, anzi, in sostanza, in piena connivenza con questi:

– Ha definito l’istruttoria di Cudillo «una istruttoria onesta», avallando così tutta la macchinazione della strage, che nella sentenza trova il suo punto conclusivo.

– Non ha fatto opposizione al verbale di riconoscimento di Rolandi: sapeva che a Rolandi era stata mostrata prima la foto di Valpreda e non l’ha mai detto. Allo stesso modo, non ha mai impugnato il giuramento a «futura memoria» di Rolandi, come poteva invece fare, dato che non era presente.

– Sostiene apertamente che la difesa deve essere condotta secondo le regole del gioco dei padroni. Non si tratta di dimostrare e provare la colpevolezza dei fascisti, ma solo l’innocenza di Valpreda.

– A questo atteggiamento passivo, e addirittura connivente – non ha mai fatto nessuna richiesta – si accompagna la degradazione del lavoro svolto in senso contrario dai compagni della controinchiesta. Sarebbero solo, come li definisce anche Occorsio, dei «mestatori nel torbido» che, per prevenzione ideologica, tendono a dirottare il corso della giustizia.

La difesa rivoluzionaria, invece, composta non da «avvocati» ma da compagni che fanno anche gli avvocati, ha saputo portare tutte le contraddizioni politiche dentro al processo, facendo mettere agli atti anche il libro «Strage di Stato» – mentre gli avvocati revisionisti erano contrari e volevano addirittura che il libro non fosse pubblicato, perché «pericoloso per gli imputati» (in quanto «politicizzava troppo la vicenda delle bombe»).

La difesa rivoluzionaria considera il processo un momento di lotta politica, di scontro diretto con lo Stato, da cui deve partire una indicazione per tutti i compagni che si organizzano e lottano nei vari settori. La difesa revisionista tende invece ad isolare questo processo dal contesto politico, facendone un «caso giudiziario».

Non esiste possibilità di mediazione tra queste due linee: da una parte infatti si vuole fare solo un processo di complicità e di connivenza, da usare come merce di scambio, dall’altra si vuole accusare direttamente la borghesia, con tutti i suoi alleati, compresi i revisionisti, e i fascisti come suoi mazzieri.

Gli obiettivi della campagna di massa

Assemblee popolari, agitazione e propaganda a livello di massa, controinformazione sistematica, manifestazioni, azioni militanti, «contro-processi popolari», interventi diretti nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, dovranno essere articolazioni di questa campagna politica unitaria di tutta la sinistra rivoluzionaria.

I principali obiettivi della campagna politica di massa sulla «strage di Stato» dovranno dunque essere:

a) Liberare Valpreda e gli altri compagni anarchici, che hanno rappresentato il capro espiatorio giudiziario per l’attacco violento e diretto della borghesia italiana e dell’imperialismo americano contro le masse proletarie e tutta la sinistra rivoluzionaria;

b) lottare contro le leggi e le istituzioni dello Stato borghese, non per un loro illusorio ricupero in senso «democratico» e «costituzionale», ma per chiarirne, di fronte alla classe operaia ed a tutti gli strati sociali sfruttati la vera natura di classe ed il loro diretto uso anti-proletario;

c) Predisporre tutte le iniziative militanti e di massa, che possano essere richieste dalla durezza dello scontro politico complessivo e dalla logica di provocazione che la classe dominante instaurerà anche durante il processo;

d) ribaltare politicamente il processo rendendo protagonista la giustizia proletaria contro i veri colpevoli della «strage» (non solo i fascisti, che le bombe le hanno materialmente messe, ma soprattutto i padroni che ne sono stati i diretti mandanti, e gli organi repressivi dello Stato, che sono stati i «garanti» della montatura anti-anarchica e della successiva repressione anti-proletaria;

e) demistificare il ruolo dei partiti della sinistra istituzionale, chiarendo la loro oggettiva compromissione con il disegno di «restaurazione autoritaria» della classe dominante e denunciando la loro linea subalterna («sia fatta luce») nei confronti dello Stato stesso, mandante politico e copritore istituzionale della «strage», linea subalterna che si è già manifestata nella gestione tecnica e di connivenza della loro difesa processuale;

f) chiarire l’uso padronale dei fascisti, non per una generica mobilitazione antifascista, ma per individuarne, colpirne e stroncarne l’uso direttamente antiproletario fattone dai padroni, ed il ruolo di copertura assegnatogli dallo Stato nella «strategia degli opposti estremismi» per attaccare le avanguardie di classe e la sinistra rivoluzionaria.

 

 

 

NUMERO UNICO

Edito dal Comitato nazionale di lotta sulla strage di Stato – Soccorso Rosso – Presso LIDU

piazza Santi Apostoli, 49 – Roma